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nikolay semenov – bus

L’autobus pubblico sgangherato sfreccia all’impazzata. Sta facendo i suoi giri meandrici per i quartieri interni, prima di imboccare la palpitante superstrada a 4 corsie. Ci troviamo a Ramos Arizpe, Messico, un piccolo villaggio di pomodori diventato gigantesco perché enclave super-industrializzata di un mondo perdutamente globalizzato.

Tutto il mondo arriva qui, per produrre e assemblare a bassissimo costo ogni tipo di armamentario per automobili. Lo sfruttamento della manodopera assurge a leitmotiv indiscusso di tutte le manovre di “sviluppo” della così attrezzata industria automobilistica. Distese di capannoni industriali, dunque, campeggiano su profili azzardati di paesaggi solcati dal deserto; schiere di casette tutte uguali si annidano ai lati di quei capannoni come per trarne linfa: la visione d’insieme porta con sé il silenzio dello sguardo, un timore senza nome.

L’autobus ha appena attraversato il varco di un quartiere non identificato. Le sue veloci serpentine lo destreggiano tra case colorate malmesse, baracche fatiscenti sul punto di crollare: al secondo e ultimo piano certe case si presentano a cielo aperto, mancano proprio di pareti, e questi spazi avvolti dalla polvere vengono adibiti a terrazze di fortuna: ci sono 3 sedie, qualche isolata cianfrusaglia e un “asador”, dove normalmente si cuoce la carne sui carboni. Tutto presenta un andamento lento, quasi stanco; solo il passaggio maldestro dell’autobus rivitalizza lo sguardo spento dei residenti.

Ora si viaggia su salite e discese, tra alberi di vecchie colline ormai pietrificate, asfaltate solo a tratti. Una bambina in ciabatte corre senza meta, si ferma e ricomincia a correre, non si capisce bene chi o cosa stia cercando d’inseguire. Ad un certo punto si ferma di nuovo, guarda in aria, trasognata, affannata: sta guardando il suo pezzetto di cielo. Su un altro versante, una palla rotola giù per la discesa: “dove sbuca una palla c’è sempre un bambino che le corre dietro”, dicevano a scuola guida: questa legge universale vige anche qui, non ha smesso ancora di vivere, di applicarsi. Per fortuna.

Una signora, sempre in ciabatte, cammina su un sottile marciapiede sdentato tenendo in mano solo un portafoglio macilento, probabilmente è uscita a comprare le “tortillas” che mancano in casa… Il pane, da queste parti. Sulla parete, dietro di lei, troneggia una scritta in rosso su una parete bianca dipinta di fresco; una parete mnemonica che offusca tutto ciò che la circonda. Questa scritta, a caratteri cubitali, dice “Ya cumplimos con el agua” (“Abbiamo risolto il problema dell’acqua”). Non è scritto esplicitamente, ma chi vive qui sa benissimo che è una scritta ad opera del governo, dello Stato: comunicazione istituzionale dunque; comunicazione pubblica del apri e chiudi virgolette “Gobierno de la gente”: uno dei loro slogan più identificativi. Un pleonasmo.

L’autobus ora è fermo, aspetta un semaforo rosso che blocca l’uscita dal quartiere. Ci sono due grandi archi a mo’ di cancello che segnano il via vai del traffico, che marcano le distanze e le persistenti incomunicabilità: le cancellate sono i segni discernenti che, tra non molto, qualcosa sta per cambiare.

Oltrepassati gli archi, infatti, si entra in un mondo nuovo, un’atmosfera completamente diversa. Le cilindrate delle auto sono più importanti, più lucenti; il ritmo di tutto diventa più veloce, e alle piccole botteghe all’angolo subentrano i grandi mall, quei mostri appariscenti ed esorbitanti dei centri commerciali. La gente è più dinamica, sembra sapere esattamente dove sta andando, cosa sta inseguendo. Questa gente però si ferma raramente a guardare il cielo, quasi lo ignora.

Sull’autobus, nel frattempo, salgono persone di tutti i tipi: la diversità è la prima cosa che salta all’occhio. Tra le diverse figure, sale per ultimo un ragazzo giovanissimo con un fagotto prezioso tra le braccia: è una bambina avvolta in una coperta rosa. Non fa particolarmente freddo, ma anche col sole è viva la credenza del non esporre i bambini alle temperature esterne, calde o fredde che siano. Queste creature sono considerate “un dono di Dio”, non ci si può sottrarre. E più la condizione sociale è disagiata, più ne aumentano di numero. Bambini che giocano, bambini che corrono pericolosamente tra le morse delle macchine, bambini aggrappati come scimmie alle mani e alle braccia di mamma e papà, bambini che piangono, bambini che sbattono da tutte le parti perché non abituati a camminare, a guardare dritto per vedere cos’hanno dinnanzi: i loro spostamenti, infatti, sono quasi esclusivamente impacchettati in veloci autovetture, che dietro quei loro finestrini piangenti si tramutano facilmente in malefici aggeggi tronca-sogni… Bambini, bambini e ancora bambini: la cognizione del sovrappopolamento non è percepita; le risorse del pianeta sono considerate inesauribili.

Lo scenario dunque è cambiato ed ora l’autobus viaggia super-sonico per la prossima città, Saltillo, quella più immersa nel capitalismo sfrontato, quella che si sente più ispirata al modello statunitense. Tanta è l’ispirazione quanta la malcelata soggezione, una soggezione che tormenta e svilisce le espressioni proprie, le identità locali. L’impressione è quella di una dominazione culturale colonizzante, che vive e si arricchisce a spese di chi scambia la dominazione per opportunità, il lavoro malpagato per una benedizione.

L’autobus quindi passa per le zone più ricche, che mostrano i propri lustri, li preservano, li valorizzano a status symbol. L’altro estremo radicale della scala sociale è fatto quindi da gente che ha un’automobile per ogni componente della famiglia, e che parcheggia queste automobili negli ampi parcheggi privati di zone recintate, anch’esse private e auto-escluse.

Questi territori sono le cosiddette “Gated communities”, le comunità cancello. Al loro interno c’è di tutto, tranne qualcosa che assomiglia vagamente a un senso di comunità. Sono territori dominati da un verde labirintico, e dove il silenzio spettrale fende l’aria che sembra dipinta con nuvole artificiali. Dicono che sia il tipico silenzio della tranquillità, della “sicurezza” dall’imprevisto, dell’”auto-immunizzazione”” dal diverso. Sicuramente, si tratta del silenzio della morte sociale. I vicini di casa a malapena si salutano, forse neanche si conoscono tra loro: l’auto-esclusione che si vive in questi grandi recinti confezionati è solo una forma di vita pubblicizzata e venduta come il sogno di tutta una vita.

Tutto il contrario di un centro cittadino, di una piazza centrale e non-commerciale, delle strade piccole e tortuose che sbucano in vicoli imprevisti, del parco a libero accesso “fonte sicura di disagi”. In questi territori pubblici c’è troppa diversità, c’è troppa probabilità che avvenga qualcosa di pericoloso; c’è troppo dinamismo incontrollato che alla fine stanca. E allora bisogna fuggire, lasciare tutto questo e raggiungere il verde creato ad hoc, le nuvole sparse, i corsi d’acqua messi lì per farti riposare a forza; le case maestose e costose per un accesso che non è libero, ma è ideato e congegnato appositamente per spalancarti le porte all’omologazione di chi ritieni simile a te: un’omologazione tanto comoda quanto sterile.

Amehare -public telephone box

Ecco che allora le disuguaglianze accentuate si rendono più visibili del visibile; si dispiegano su canali estremi raggiungendo l’osceno. E questa visione oscena di un mondo sociale allo sbando – dove s’incontrano solo le due polarità, di gente poverissima o ricchissima – non si registra solo qui, in Messico. Tutto il mondo, ormai, ne sta assaggiando le fattezze; ogni contesto, a modo suo, la recepisce e la riproduce incessantemente, senza argini, senza redistribuzioni di sorta; senza che la ricchezza prodotta venga spalmata sulle classi sociali per farle riprendere un po’, per concedere loro quel poco ossigeno che meritano.

Questo compito di redistribuzione è stato soppiantato dal denaro, dalla corsa agli armamenti produttivi, dallo sviluppo incurante e controproducente, dalla dominazione incontrastata di un solo settore della società, il mercato, che ha ridotto e riplasmato tutti gli altri a sua immagine e somiglianza. Ed ecco che allora il settore pubblico quasi non esiste più, arranca solo a fatica tra le sue rovine diventando un altro misero e maestoso cartello pubblicitario che si fa pubblicità da sé, perdendo credibilità su tutti i fronti.

Senza domanda, dunque, l’offerta è solo una chimera, anche nel pubblico: l’offerta valida per tutti, quell’offerta che era solita aprirsi agli orizzonti di tutte le classi sociali – a prescindere che si crei o no la domanda – è come quella bambina che corre senza meta: spossata, affannata, le resta solo una cosa da fare: guardare trasognata il suo piccolissimo pezzetto di cielo.

Descrivendo e vivendo sulla pelle tutto questo io però non riesco a desistere: sarò sempre per la cosa pubblica, perché è un bene prezioso, è un bene di tutti. Perché viene fatta passare per la cosa da evitare ad ogni costo, quando invece è quel maledetto pensiero unico a volerla smantellare, a rendercela impraticabile e inefficiente, e lenta – come dice in quel suo mantra ossessivo e funzionale ai suoi scopi egoistici – togliendole tutti i fondi necessari, riducendola così a misero fantoccio delegittimato, e misconosciuto.

E invece una scuola pubblica, un nido pubblico, un parco pubblico, un autobus pubblico, una biblioteca pubblica, una piazza pubblica sono il luogo della dinamicità, del passaggio ininterrotto di identità plurali; sono il luogo dei bordi aperti, porosi, e non dei confini barricanti; sono il luogo dello scambio inaspettato, dell’irrilevanza che si fa maestra di vita, e non del controllo omologato, del criterio standardizzato che toglie ogni margine all’errore; sono l’effervescenza delle diversità, che non hanno paura di mostrarsi, d’impegnarsi, di dire la propria; sono il luogo dell’uguaglianza delle opportunità, e delle parità d’accesso: sono il luogo in cui tutti, senza distinzioni, possono darsi una dannata possibilità.

E non c’entra il portafoglio di papà, non c’entra la classe sociale, non c’entra l’etnia, non c’entra la “sicurezza” di mandare tuo figlio in una scuola di “suoi pari”, e non c’entra neppure la tanto millantata flessibilità del servizio confezionato su misura per te, adatto alle tue sole e improrogabili esigenze: queste sono tutte baggianate, bagliori accattivanti che si spengono repentinamente dietro una fitta coltre fatta di egoismi e di facili guadagni; una coltre costruita maldestramente su atti predatori rapidi e senza alcunché di prospettiva.

La cosa pubblica invece è importante, e va preservata, incentivata, valorizzata. Viaggiare su un autobus sgangherato, puzzolente e affollato, anziché su un Uber costoso e pulitissimo con un autista super-gentile che ti offre la bottiglietta dell’acqua durante il viaggio, mi aiuta a capire sul serio in che razza di società globale e sbagliata mi è capitato di vivere, dove si fa di tutto per eliminare la complessità dell’umano e ridurla a servizio omologato, piatto, asettico, senza possibilità di pensiero.

Più piazze pubbliche dunque, e meno piazze commerciali. Più biblioteche fornite e meno isolotti di libri “best-seller” in sperduti autogrill. Più parchi pubblici liberi, aperti perché aperti alle comunità, e meno comunità cancello che si auto-escludono a vicenda. Più negozi e botteghe per le strade e meno super-store in mall luccicanti costruiti per passeggiate opprimenti, costeggiate miseramente da palme artificiali. Più complessità appagante, più interscambio tra diversità, più flussi caotici e poco chiari e meno omologazione schiacciante, meno comodità soporifera, meno semplicità superficiale, meno semplicità avvilente.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Weltwirtschaftskrise: Arbeitslose in den USA

Riprendere in mano un libro di teoria economica scritto ottant’anni fa; studiarlo a fondo, cercando chiavi interpretative per il capitalismo contemporaneo, e strumenti operativi in grado di emendarne i suoi peggiori difetti, che, allora come oggi, rimangono la disoccupazione di massa e la distribuzione iniqua e arbitraria di reddito e ricchezza. Scoprire l’attualità, la freschezza di un pensiero che il tempo non ha fiaccato. E contemporaneamente disfarsi di centinaia di articoli, papers, libri freschi di stampa ma già superati sul piano delle idee.  Scopo delle righe che seguono sarà di riportare alla luce la lezione del più grande economista del Novecento, John Maynard Keynes: che l’economia capitalistica è intrinsecamente instabile e che la teoria economica dominante nell’accademia, nei centri studi e nelle cancellerie internazionali, quella neoclassica[1], basata sull’equilibrio economico generale e sulla neutralità della moneta[2], non è in grado di spiegare i fatti economici più rilevanti del mondo in cui viviamo.

IL RUOLO DELL’INCERTEZZA 

L’innovazione profonda e radicale che John Maynard Keynes porta in dote alla teoria economica è di carattere metodologico; riguarda l’accento che egli pone sull’incertezza che caratterizza il contesto decisionale degli agenti economici . E che lo porta per questo a rifiutare l’approccio deterministico allo studio del sistema economico impiegato dalla teoria mainstream neoclassica.
L’incertezza è legata all’incapacità, da parte degli agenti economici, di fare previsioni attendibili su eventi futuri, per mancanza di conoscenza[3].
Ciò implica che non possiamo costruirci un ventaglio di probabilità misurabile per ogni evento che potrà accadere. E non possiamo quantificare ex ante l’impatto che un evento avrà su di noi né tentare di assicurarci contro di esso, poiché non abbiamo nemmeno idea se questo accadrà o meno.
Tuttavia dobbiamo prendere delle decisioni.
Le scelte in condizioni di incertezza dei soggetti economici (imprenditori, operatori finanziari, famiglie) e le fluttuazioni della produzione e dell’occupazione che ne derivano sono il fulcro dell’analisi che l’economista britannico proporrà nella sua opus magnum, la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, uscita il 4 febbraio 1936, in piena Grande Depressione.

MONETA E TASSO D’ INTERESSE

Un’importante cesura attuata dall’economista inglese con il pensiero economico dominante riguarda la differente funzione che egli attribuisce alla moneta nel sistema economico.
Per la teoria neoclassica, essa non ha alcun valore intrinseco.
Poiché è irrazionale lasciarla in forma liquida, gli individui la fanno circolare sempre, all’interno del sistema .
Nello specifico, la utilizzano per comprare beni e servizi oppure, quando i tassi d’interesse sono abbastanza alti, la prestano alle imprese, direttamente tramite i mercati, o indirettamente tramite gli istituti di credito.
Il meccanismo che tiene in equilibrio domanda e offerta di fondi , cioè i risparmi e gli investimenti, è il saggio d’interesse, che costituisce, secondo la teoria neoclassica, il premio per l’astensione dal consumo degli individui.
Se la moneta è quindi un semplice “velo”, è sempre spesa o investita dagli agenti economici, mai lasciata inattiva: mai tesaurizzata. Questo fa sì che venga verificata l’identità tra risparmi (S) ed investimenti (I) e che la domanda aggregata eguagli sempre l’offerta, portando il sistema all’equilibrio di piena occupazione. La legge di Say risulta così perfettamente confermata.
Keynes considera questa teoria valida solo per un’economia di baratto, nella quale non c’è dissociazione temporale tra la percezione del reddito e spesa dello stesso, scongiurando così l’eventualità di disequilibri tra domanda ed offerta.
Ma quella in cui viviamo, ci ricorda l’economista britannico, è un’economia monetaria di produzione, nella quale la moneta, oltre ad avere una funzione di mezzo di pagamento e di numerario, ha anche un ruolo importantissimo come riserva di valore.
Gli individui non domandano moneta solo per spenderla o investirla, ma anche per tesaurizzarla, lasciandola temporaneamente inutilizzata in attesa di tempi migliori.
Se così è, il reddito monetario che le famiglie e gli imprenditori percepiscono non si converte automaticamente in maggiori consumi ed investimenti; esiste anzi la concreta possibilità che vi siano risorse inutilizzate nel sistema. Ciò implica che l’equilibrio economico possa attestarsi ad un livello caratterizzato da insufficiente domanda aggregata e da sotto occupazione (vedi box 1).

Box 1: Keynes vs neoclassici

Equilibrio neoclassico (aggiustamento sui prezzi): S > I → tasso d’interesse↓ → I↑ → S = I (equilibrio di piena occupazione)
Equilibrio keynesiano (aggiustamento sulle quantità): S > I → ∆Scorte → ↓Investimenti → Occupazione↓ → Reddito ↓ → S↓ → S = I (equilibrio di sottoccupazione)

Da questa breve disamina emerge chiaramente come per Keynes la moneta non sia affatto“neutrale”, come pensavano i neoclassici, ma che invece essa incida direttamente sulle variabili reali (reddito e occupazione).
Resta ora da spiegare per quale ragione gli agenti economici decidano di nascondere sotto il materasso moneta perfettamente liquida ed infruttifera d’interesse. Secondo Keynes, abile psicologo del mercato, il movente è di tipo speculativo.
Non riguarda quindi la movimentazione dei flussi di reddito, ma l’allocazione intertemporale degli stock di ricchezza: le scelte di portafoglio degli operatori finanziari. Keynes adotta nella sua analisi il punto di vista dello speculatore professionista, il quale non acquista attività finanziarie per tenerle in portafoglio fino alla scadenza (come fa il cassettista), ma per cederle sul mercato con l’obiettivo di ottenere un guadagno.
Nel porre in essere le proprie scelte finanziarie, lo speculatore è guidato dalle proprie aspettative, soggette a incertezza fondamentale e per questo fortemente volubili.
Esse vengono influenzate dalla situazione in cui versa il sistema economico in un dato istante. Quando, specie durante una crisi, l’incertezza sull’andamento del mercato dei titoli aumenta, gli operatori preferiscono domandare moneta liquida per scongiurare possibili eventi avversi, come perdite in conto capitale. La moneta liquida, infatti, se da una parte non corrisponde un interesse, dall’altra non perde il suo valore nel tempo.
Così non è per le azioni o i titoli a reddito garantito. Il loro rendimento dipende infatti dal prezzo e dal tasso d’interesse, che sono soggetti a fluttuazioni. Agli speculatori non interessa tanto il rendimento attuale di un titolo, quanto quello futuro. Come affermato in precedenza, essi sperano di guadagnare dalla vendita futura del titolo o comunque di evitare le perdite. Quando si aspettano un rialzo del tasso d’interesse, che corrisponde ad un deprezzamento futuro del titolo, essi se ne liberano, acquistando moneta liquida.
Questa scelta, chiamata “preferenza per la liquidità” e la politica delle autorità monetarie determinano il tasso d’interesse, definito da Keynes “il premio per la rinuncia alla perfetta liquidità”. Nella teoria keynesiana, a differenza di quella neoclassica, il tasso d’interesse è quindi un fenomeno strettamente monetario. Esso influenza le decisioni di investimento degli imprenditori, come vedremo nel prossimo paragrafo.

GLI “ANIMAL SPIRITS” DEGLI IMPRENDITORI E L’INSTABILITÀ DEL CAPITALISMO

Keynes, sulla scia degli economisti classici, attribuisce all’imprenditore un ruolo predominante nel determinare l’andamento del sistema economico. In questo si discosta dalla tradizione neoclassica, per la quale è invece il consumatore ad essere sovrano. Nell’ottica keynesiana, invece, il consumatore ha un ruolo passivo. Lo schema logico proposto dall’economista inglese è il seguente: gli investimenti degli imprenditori determinano il livello del reddito e il volume dell’occupazione, mentre le famiglie decidono quanto risparmiare e quanto consumare del reddito disponibile. Per una “legge psicologica fondamentale” ( e per l’evidenza empirica), al crescere del reddito crescono anche i consumi, ma non tanto quanto il reddito. La propensione marginale al consumo della collettività, dC/dY , è minore di 1.
Fino a quando gli investimenti programmati dagli uomini d’affari saranno pari al risparmio desiderato delle famiglie, si raggiungerà un equilibrio di piena occupazione.
In un’economia povera, secondo Keynes, questa condizione si realizza facilmente, poiché la maggior parte del reddito è assorbita dal consumo. Gli investimenti che occorrono sono modesti, poiché il risparmio che si forma in un’economia di questo tipo è irrilevante.
La piena utilizzazione delle forze produttive è garantita facilmente.
Ciò non è più scontato in un’economia capitalista, nella quale il livello del reddito degli individui è elevato; di conseguenza, la componente del reddito destinata al risparmio tende anch’essa ad aumentare.
Per assicurare che quelle risorse che si formano nel sistema non rimangano inutilizzate, l’ammontare degli investimenti dovrà essere cospicuo, tale da eguagliare i maggiori risparmi.
Ma tutto questo potrà essere garantito dalla sola libera intrapresa privata? Keynes ci fornisce la risposta attraverso un’analisi delle scelte d’investimento dell’imprenditore.
Questi deve decidere, per esempio, se acquistare macchinari, cioè beni a fecondità ripetuta, per accrescere la capacità produttiva dell’impresa.
Si tratta di investimenti a medio-lungo termine, non facilmente liquidabili e che possono esporre l’impresa a perdite elevate.
L’imprenditore sa poco o niente di cosa gli riserverà il futuro; non è in grado di assegnare probabilità definite agli eventi che potranno verificarsi e di assicurarsi contro quelli sfavorevoli. Tale incertezza epistemica riguardo al futuro non gli consente di valutare correttamente la redditività dell’investimento attraverso un mero calcolo dei costi e dei benefici. Lo stesso tasso d’interesse sul denaro preso in prestito assume, nella trattazione keynesiana, un ruolo di secondo piano.
L’imprenditore, secondo Keynes, si affida invece alle sue aspettative di profitto, gli animal spirits, ossia ad una serie di intuizioni viscerali e considerazioni di lungo periodo sul successo dell’investimento. Derivando da componenti emotive più che razionali della natura umana, gli animal spirits sono discontinui, instabili, ciclotimici.
Durante i periodi di ottimismo, essi porteranno gli imprenditori ad investimenti copiosi, garantendo prosperità all’intero sistema economico. Viceversa, nei periodi di recessione prevarrà una sfiducia e un pessimismo che porterà gli uomini d’affari a comprimere drasticamente gli investimenti e a licenziare, aggravando così la crisi e ritardando la ripresa. In quest’ultima situazione, che Keynes aveva ben presente (ricordiamo che egli scrive in piena Grande Crisi), misure di politica economica come l’abbattimento del costo del denaro rischiano di non avere alcuna utilità per far emergere l’economia dal pantano nel quale è immersa. Infatti, gli individui potrebbero rendere inefficaci queste misure aumentando la propria preferenza per la liquidità, cioè risparmiando di più, poiché temono un futuro peggioramento delle condizioni del sistema.
La conclusione a cui perviene Keynes si colloca agli antipodi di tutto il pensiero economico precedente, con la significativa eccezione di Karl Marx: l’economia capitalista deregolamentata è intrinsecamente soggetta a fluttuazioni ed è sempre esposta al rischio di sottoutilizzare le risorse produttive.
In altri termini, la disoccupazione, lungi all’essere un’aberrazione provocata dall’irresponsabilità dei sindacati o alla generosità del welfare, come sostiene la scuola neoclassica, è un fenomeno strutturale, endogeno al capitalismo stesso. Per questo Keynes respinge il laissez faire estremo propugnato dagli economisti neoclassici ed invoca l’intervento dello Stato per correggere le storture del sistema.
Nello specifico, spese governative in deficit con cui finanziare investimenti pubblici e imposizione fiscale progressiva su redditi e successioni rappresentano gli strumenti più idonei per assorbire la forza lavoro inutilizzata e per rilanciare la propensione al consumo degli individui. Va ricordato però che Keynes, al contrario di quanto recita una sua vulgata oggi tornata di moda, non riteneva questi interventi la panacea di tutti i mali, né semplici ricette da applicare meccanicamente a prescindere dal contesto storico-culturale. La lezione più attuale dell’economista inglese, infatti, ci sembra essere questa, che l’economia politica è una scienza storico-sociale e il suo oggetto di studio è un sistema economico in continua evoluzione come il capitalismo.

Federico Stoppa

 

NOTE AL TESTO:

[1] Il progetto di ricostruire l’economia politica come scienza fisico-matematica, sul modello della meccanica classica e dell’astronomia,  ha inizio negli anni ’70 dell’Ottocento, con la rivoluzione marginalista e la scuola neoclassica.  S’incomincia a parlare, nella scienza economica, di curve di domanda ed offerta, di prezzi d’equilibrio, di homo oeconomicus (soggetto razionale capace di prendere delle decisioni sulla base di preferenze coerentemente ordinate, per massimizzare la propria utilità personale) e più in generale di utilizzare modelli desunti dalle scienze naturali per spiegare fenomeni sociali.  I principali pensatori neoclassici (come Leon Walras, Stanley Jevons, Alfred Marshall, Karl Menger etc), cercano di dimostrare, ricorrendo massivamente alla matematica, l’assoluta superiorità del mercato autoregolato e del laissez faire su qualsiasi sistema alternativo, in termini di efficienza produttiva e stabilità. Le crisi, secondo questo approccio, non sono congenite al sistema, ma anomalie provocate da fattori esogeni (come le richieste salariali eccessive da parte dei sindacati, che fanno si che il salario non raggiunga il livello ottimale, causando disoccupazione) e comunque destinate a dissolversi nel lungo periodo, quando il sistema raggiungerà l’equilibrio di piena occupazione. Questa concezione teorica sarà sostanzialmente condivisa, in tempi più recenti, dai monetaristi, dai nuovi classici, e anche – pur se con qualche modifica – dai cosiddetti nuovi keynesiani.

[2] Questo ragionamento è alla base della moderna teoria quantitativa della moneta, formulata dall’economista inglese Irving Fisher(1867-1947). La teoria quantitativa individua una relazione diretta tra stock di moneta immessa nel sistema economico e livello dei prezzi. Ciò significa che un aumento dell’offerta di moneta deciso dalle autorità di politica economica sarà comunque utilizzata dagli individui per domandare beni di consumo e d’investimento, facendone rialzare i prezzi, causa l’impossibilità di aumentare la produzione nel breve periodo da parte delle imprese. In sintesi, gli economisti neoclassici, sostengono che la moneta non influisca direttamente sulle variabili reali del sistema, come reddito ed occupazione, ma solo sui prezzi. Milton Friedman (1912- 2006) e la scuola monetarista di Chicago, negli anni ’70 del Novecento, faranno propria questa tesi per contrastare le politiche attuate dai governi e dalle banche centrali occidentali per sostenere la domanda aggregata. Armati di nuovi modelli teorici, come la curva di Phillips rivisitata in un contesto di lungo periodo e alla luce delle aspettative acceleratrici sui prezzi,  i monetaristi dimostrano come sia velleitario, da parte delle autorità di politica economica, combattere la disoccupazione con interventi congiunturali, quali l’incremento della spesa pubblica e dello stock di moneta all’interno del sistema. Queste politiche hanno effetto sulle variabili reali solo nel breve periodo, ma al costo di un’inflazione sempre più alta.  Nel lungo periodo, invece, esse alimentano soltanto l’inflazione, senza nessun effetto sulla disoccupazione, che rimane al suo livello di equilibrio, “naturale”. Gli stessi agenti economici imparano a tener conto dell’intervento pubblico nell’economia, scontandone gli effetti in anticipo, come affermano i teorici delle aspettative razionali. Così, le uniche misure che le autorità di politica economica dovrebbero mettere in campo per contrastare la disoccupazione sono, secondo i monetaristi, riforme strutturali  volte a ridurre le frizioni nel funzionamento del mercato, dal lato dell’offerta; in particolare, combattere le rigidità del mercato del lavoro, riducendo il potere dei sindacati e la spesa sociale per la disoccupazione; incentivare la mobilità dei lavoratori dai settori in declino a quelli in espansione attraverso la riqualificazione professionale.

[3] L’opera in cui Keynes sviluppa la sua concezione della probabilità e dell’incertezza è il Trattato sulla Probabilità, scritto nel 1921. Nella sua opera, l’economista britannico distingue tra situazioni nelle quali gli individui sono in grado ex ante di assegnare probabilità numeriche agli eventi che accadranno (es. il gioco dei dadi) e situazioni nelle quali questo non è possibile, perché le nostre conoscenze attuali sono insufficienti anche per definire lo spazio degli eventi che ci riserberà il futuro; tali situazioni contraddistinguono in particolare l’ambito economico e finanziario. Per prendere le loro decisioni, gli agenti economici si affidano perciò a “convenzioni”, come quella di supporre che “la situazione attuale durerà a tempo indeterminato”. Tuttavia, come spiega lo stesso Keynes: “Una valutazione convenzionale, che si sia stabilita come risultato della psicologia di massa di un grande numero di individui ignoranti, è esposta a cambiamenti violenti in seguito a un mutamento di opinioni”

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The Tempest

Deprivazione economica. Crisi del pensiero connessa alla vera emergenza, quella educativa. Indebolimento di tutti i legami sociali, in particolare quelli che collegano gli individui alla collettività. Spazi collettivi privatizzati. Lo spazio pubblico ha subito un processo di violenta erosione: quel luogo aperto a tutti, in cui si sviluppavano relazioni sociali tra cittadini formalmente uguali, è stato abolito; completamente scaraventato dalle finestre di un immaginario impoverito. Il senso di appartenenza alla comunità si affievolisce. Vengono così a mancare le occasioni di interazioni significative, che sono fondamentali al riconoscimento delle identità individuali e collettive.

Debellare un vizio economico non significa necessariamente riconfigurare dei benefici sociali; non è un processo automatico, come quel pensiero unico vuol farci credere. Il presupposto che vede il rilancio economico come unica risposta sensata al beneficio dell’interesse generale è falso. Tutto questo provoca solo iniquità, assenza di giustizia sociale, separazioni e segregazioni in atto – auto-costituite e/o imposte – tra privilegi assurdi in cui si concentra praticamente tutta la ricchezza mondiale, e discariche umane di individui lacerati da una precarietà assoluta, che ha come unica colpa l’esistenza…

Questa non è finzione, è la realtà. È la visione attualizzata di un mondo marcio. Un mondo guastato da poteri irraggiungibili, che hanno permesso l’accelerazione di una spirale di progressivo degrado umano, con cui, lo vogliamo o no, ci ritroviamo a vivere, e a sopravvivere.

È necessario risanare le menti, cambiare i linguaggi. Un vocabolario nuovo permetterebbe nuove ossigenazioni, attribuendo così più importanza alle relazioni sociali e ai processi di inclusione ad esse annesse; valorizzerebbe la lungimiranza dell’equità e dell’uguaglianza nelle opportunità, che renderebbero a loro volta gli individui maggiormente aperti alle diversità, e a tutte quelle lacerazioni salvifiche che interesserebbero un “Io” costantemente preda delle sue ossessive manie di autocompiacimento.

Questo nuovo linguaggio darebbe nuovo smalto agli individui, ridonando loro la veste perdura di cittadini, ormai receduti al rango di meri consumatori svuotati, e privi di qualunque orizzonte di senso. Questi cittadini sarebbero dunque più consapevoli, più attivi, più responsabili e partecipativi nelle scelte collettive, perché in fondo sono solo queste – nel lungo raggio – le vere leve trainanti di un sviluppo più equo e sostenibile. Viceversa il breve raggio, la velocità, il profitto e il risultato immediato di decisioni esclusive non sono altro che illusioni di segno negativo, deleterie, ad appannaggio di quei pochi, quelli irraggiungibili.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Adweek

Adweek

Perché oggi si collabora sempre meno? Dov’è finita la coesione sociale? Perché nelle nostre società le persone preferiscono la competizione sfrenata alla collaborazione reciproca? Eppure la collaborazione non è affatto l’opposto della competizione; anzi, molte volte si dimostra una strategia ottimale per competere assieme in vista di un obiettivo più grande. Competizione e collaborazione, infatti, sono entrambi processi dinamici.

Quest’ultima può essere definita – grossolanamente – come “uno scambio in cui i partecipanti traggono vantaggio dall’essere insieme”, e quindi dall’operare in sinergia per perseguire un fine comune. D’altra parte, come ci insegna il tribalismo umano – “che abbina la solidarietà per l’altro-simile-a-me con l’aggressività contro il-diverso-da-me” – la collaborazione non è solo di segno positivo. Le banche, ad esempio, funzionano un po’ come le bande criminali: attraverso favori sottobanco o insider trading, praticano un tipo di collaborazione che risulta positiva per chi la compie ma distruttiva per gli altri; una sorta di rapina legalizzata.

Richard Sennett, uno dei più importanti sociologi americani viventi, nel suo libro “Insieme”, sviscera il fenomeno chiarendone le cause strutturali, e spiega perché le società moderne tendano a “dequalificare” le persone nel praticare la collaborazione. Secondo Sennett, questa prassi sociale è innata nell’uomo, ma allo stesso tempo è una pratica che può e deve essere appresa, come se fosse un’abilità tecnica da imparare e padroneggiare col tempo. Come gli animali sociali – che operano assieme per realizzare ciò che non riuscirebbero a fare da soli – gli uomini, sin da bambini, mostrano l’istinto a mettersi insieme, per giocare e costruire qualcosa con l’apporto di tutti (come spesso accade con i castelli di sabbia).

Christopher Silas

Christopher Silas

Oggi quest’abilità è quanto mai necessaria, soprattutto per operare con gente che non conosciamo. In un mondo globalizzato come il nostro, le diversità sono ormai all’ordine del giorno, e sempre più spesso accade di dover cooperare con gente che non ci assomiglia affatto, che non ci piace, o che si pone in evidente contrasto poiché è portatore di interessi in conflitto con i nostri. Una sfida inedita e stimolante. Ma allora perché, a quest’innata abilità sociale, prevale il modello della competizione individualistica? O quello più spietato della chiusura di tipo tribale? Sennett individua principalmente tre cause, che si rifanno rispettivamente a motivazioni materiali, istituzionali e culturali.

La prima ha a che fare con il dilagare della disuguaglianza. Quest’ultima, come lui sostiene, è il più diretto dei fattori di indebolimento. Come certo si saprà – anche dalla più vicina esperienza quotidiana – la disuguaglianza è aumentata in maniera vertiginosa nell’arco dell’ultima generazione, sia nelle moderne società “avanzate” che in quelle in via di sviluppo. La classe media, asso portante delle società di qualche decennio fa, si sta letteralmente prosciugando, ed è come se la rappresentazione “a cipolla” delle società precedenti – tanto in voga negli anni passati nell’illustrare la società in classi – stesse assumendo velocemente la forma di una mongolfiera rovesciata: una mongolfiera che, nella vita reale, non sarà più in grado di volare.

Le abissali differenze economiche, quindi, creano molteplici – e altrettanto abissali – distanze sociali. “L’élite si colloca a una distanza incommensurabile dalla massa”; le aspettative e i problemi di un banchiere, ad esempio, non coincideranno mai con quelle di un muratore: difficilmente i due mondi si incontreranno o avranno qualcosa in comune. Divari di questo genere “provocano giustamente la rabbia della gente; e le reazioni di antagonismo irriducibile (“noi contro loro”) appaiono un esito perfettamente razionale.”

Come spiega Sennett nello specifico, questa disuguaglianza – che comporta evidenti ricadute materiali – può essere di due tipi: imposta o interiorizzata. La disuguaglianza imposta avviene nella più tenera età, e riguarda un fenomeno relativamente recente: la selezione nelle scuole in base alle presunte qualità dei bambini. La bontà di queste selezioni si scontra però con i loro effetti sperati, a causa di una molteplicità di fattori che sono propri della nostra epoca, come ad esempio: “il bisogno spasmodico della società di individuare precocemente il talento; l’ambiente familiare; la specializzazione della conoscenza”, e così via. In questo modo, quando un bambino entra nel mondo della scuola, le sue capacità innate di collaborare con gli altri bambini possono essere intaccate o inesorabilmente arrestate, essendo inserito (certamente non per sua volontà) in percorsi formativi differenti; in classi e in scuole differenti.

In un rapporto dell’Unicef del 2007[1], “si indagano le conseguenze della disuguaglianza sul piano dei comportamenti al di fuori delle norme formali che regolano la vita nell’aula scolastica. A un estremo troviamo la pratica del bullismo, all’altro l’uso di fare i compiti insieme fuori di scuola. Nei paesi esaminati, i dati del rapporto mostrano che le società con un alto grado di disuguaglianza interna suscitano in misura maggiore comportamenti bullistici nei ragazzi, mentre nelle società relativamente eque gli studenti mostrano una maggiore disponibilità a studiare con i compagni.” Pare, quindi, che la disuguaglianza in questione riduca la motivazione allo studio negli adolescenti più svantaggiati, e questo succede per tutta una serie di fattori, quali ad esempio le dimensioni delle classi, l’accesso ai libri, le risorse informatiche, etc. In queste condizioni, pochi di loro sono convinti di potercela fare nella vita. Ebbene, come direbbero Amartya Sen e Martha Nussbaum, nella “loro teoria delle capacità [capabilities]”, le molteplici e variegate capacità emotive e cognitive dei ragazzi subirebbero un arresto fatale – e quindi non uno sviluppo consono con le loro possibilità – a causa della diseguale distribuzione interna della ricchezza, assieme ai modelli familiari e all’organizzazione dell’istruzione.

Sarah Kindler

Sarah Kindler

Per analizzare il secondo tipo di disuguaglianza, quella cioè interiorizzata, Sennett fa invece riferimento ai comportamenti dei bambini e degli adolescenti in quanto consumatori. Secondo le sue argomentazioni, intorno ai dieci anni, il senso d’identità dei ragazzi viene plasmato non solo dalle istituzioni della società (vedi la scuola) ma anche dalla realtà economica in cui vivono. In una società dei consumi, non si può tralasciare il fatto che esiste soprattutto un mercato gigantesco rivolto ai consumatori più giovani, e che sin da questa età – con la commercializzazione di prodotti “fighi” e di massa – favorisce in loro un senso di inferiorità di status che può essere “alleviato” solo con l’acquisto ripetuto di svariati prodotti.  Questo tipo di acquisto – quasi da dipendenza –, dimostrerebbe agli altri il fatto di “valere”, così da non sentirsi più inferiori nei loro confronti: nascerebbe, dunque, una specie di confronto invidioso “(«Io sono meglio di te», che ha come altra faccia più subdola: «Tu non mi vedi, non conto niente ai tuoi occhi perché non mi consideri alla tua altezza»)”. Tale confronto può essere visto come una personalizzazione della disuguaglianza. Se è vero che tutto questo non può essere generalizzabile, è anche vero però che un consumo ossessivo – che rivitalizza e “aggiorna” le differenze di status – metterebbe in serio pericolo la pratica della collaborazione: i ragazzi, vivendo in questo tipo di contesto, finiscono per dipendere più dal possesso degli oggetti che dal rapporto con gli altri.

L’altro aspetto preponderante che Sennett prende in considerazione, e che si focalizza sugli aspetti istituzionali delle nostre società, riguarda in particolare le modificazioni avvenute nel mondo del lavoro. A carriere di lungo periodo, in un’unica azienda o istituzione, si è succeduta una pletora di assunzioni a tempo determinato, dove l’impiego flessibile e/o part-time caratterizza sempre di più un lavoro che, oltre ad essere a breve termine, cambia in continuazione. In questo modo, nella maggior parte delle organizzazioni lavorative, si dissolve quello che Sennett chiama “il triangolo sociale”, ovvero un insieme di legami informali presente nella vecchia economia, e che serviva a controbilanciare la rigidità e l’isolamento delle strutture formali (a questo proposito, si parlava di sistemi di produzione “senz’anima” che provocavano alienazione nei lavoratori).

Il triangolo sociale in questione, identifica i tre elementi che più di tutti caratterizzavano le relazioni informali vecchio stampo, e cioè: l’autorità guadagnata, il rispetto reciproco (e dunque la fiducia), e la collaborazione durante le crisi. Per spiegare a fondo l’attuale disperdersi di questi tre elementi, Sennett assume il mondo dei lavoratori di Wall Street – da lui esplorato e studiato – come una specie di paradigma del lavoro contemporaneo. Anche se risulta difficile paragonare certi aspetti di questo specifico lavoro con altri contesti lavorativi, l’analisi del sociologo americano si dimostra convincente quando parla di alcune caratteristiche proprie del lavoro odierno, e che si radicalizzano a causa dell’azione corrosiva del tempo: le aziende, ad esempio, per essere competitive sul mercato globale, devono muoversi rispetto ad un orizzonte di tempo sempre più breve, che le costringe a raggiungere risultati immediati cambiando continuamente le loro strutture (lavoratori compresi).

In questi nuovi contesti lavorativi, “le élite vivono in un empireo globale, svincolate dalla responsabilità nei confronti dei comuni mortali, specialmente in tempi di crisi economica.” Quello che prima era un potere legittimato dai dipendenti (l’autorità guadagnata) si sgretola. Questo perché sia la distanza insormontabile, che il tempo a breve termine, riducono sistematicamente le occasioni di incontro (e di confronto) che alimentavano quella tipica relazione reciproca tra diversi ruoli, dove il capo non solo indicava le direzioni da seguire ma, allo stesso tempo, stava ad ascoltare i pareri dei dipendenti, che sentendosi così riconosciuti si fidavano ciecamente di lui, legittimandolo (ciò che spesso avveniva nelle fabbriche con i capireparto). L’odierna mancanza di responsabilità dei capi nei confronti dei dipendenti, permette dunque al potere di abdicare all’autorità. Questo divorzio sancisce la concezione di un’azienda sempre più a compartimenti stagni, dove difficilmente i diversi settori sono in comunicazione tra di loro.

John Holcroft

John Holcroft

Questo isolamento però non avviene solo tra la “massa” dei dipendenti e i più alti dirigenti. L’”effetto silos” – come viene chiamato nelle analisi manageriali – riguarda anche tutti gli altri lavoratori, che – sempre a causa del “tempo a breve termine” – non avranno il tempo necessario per conoscere a fondo il contesto in cui lavorano. Per questi motivi, non dimostreranno né una sufficiente lealtà né una certa identificazione verso di esso. Ecco perché le relazioni tra le persone si fanno sempre più superficiali, e i deboli legami con l’istituzione (o con l’azienda) accentuano oltremodo il loro isolamento: “la gente si fa gli affari propri, non si lascia coinvolgere in problemi che non la riguardano direttamente, in particolare non entra in relazione con quanti nell’istituzione svolgono compiti di altro genere.”

Tutto questo – come una specie di effetto a catena – disincentiva la collaborazione all’interno dei luoghi di lavoro, andando a logorare anche gli altri due lati del triangolo. Difficilmente, infatti, possono nascere relazioni di fiducia, e quindi di rispetto reciproco, tra lavoratori isolati che raramente lavorano assieme. In più c’è da considerare il fatto che l’effetto silos è mal visto da quasi tutti i dirigenti, poiché considerato come un ostacolo alla produttività. E allora si passa alla “burocratizzazione” della collaborazione, che consiste nella promozione di lavori di gruppo estemporanei; anzi nella loro imposizione: “Nella nuova economia tutto diventa più formale e regolato, anche la cooperazione. E più si chiede alle persone di cooperare, meno succede. Le vecchie teorie suggerivano che più le persone imparavano a collaborare fuori dall’ambiente di lavoro, più lo avrebbero fatto anche all’interno dell’azienda. Nel sistema moderno c’è una istituzionalizzazione della collaborazione che non porta a niente”. Anche qui, la collaborazione obbligatoria subisce l’azione corrosiva del tempo a breve termine.

Infatti, i lavori di gruppo creati ad hoc non sono altro che delle “simulazioni di solidarietà” dalla vita breve, dove tutti i partecipanti s’impegnano in una recitazione profonda affinché le loro prestazioni vengano giudicate positive dai superiori (e quindi, in questo modo, poter scalzare gli altri in termini competitivi). “Poiché le persone non hanno un vero coinvolgimento reciproco, essendo il loro rapporto una questione di alcuni mesi al massimo, quando c’è una crisi lo spirito di gruppo scompare di colpo e i partecipanti cercano di pararsi le spalle e di negare la propria responsabilità spostando la colpa su altri compagni.” In questi termini, dunque, viene a mancare la collaborazione durante le crisi, cioè un tipo di collaborazione fisiologica e informale che veniva a crearsi laddove le persone si conoscevano bene, e stabilivano rapporti di lunga durata: nei momenti di difficoltà sapevano su chi poter contare e su chi no, potendo allora ricorrere ad un aiuto spontaneo e reciproco.

L’isolamento nei luoghi di lavoro non è dovuto solo a fattori strutturali. Le persone sono isolate perché vi è, soprattutto, una specie di un’auto-imposizione: “Sono talmente sotto stress che non posso farmi coinvolgere nei problemi altrui”. Tali considerazioni, ci portano infine alla terza causa di indebolimento della collaborazione, una causa prettamente psicologica. Tale fattore riguarda l’angoscia tutta moderna per la differenza, e che s’intreccia a piene mani con l’omologazione culturale dettata dal consumismo globalizzato. Fin qui abbiamo visto la disuguaglianza strutturale e le nuove forme di lavoro. Queste due forze sociali, provocano a loro volta delle forti ripercussioni psicologiche sulle persone, che non riuscendo più a gestire situazioni sociali complesse tendono a chiudersi in se stesse. Nasce, dunque, una nuova tipologia caratteriale: il sé non collaborativo.

John Holcroft

John Holcroft

Secondo Charles Wright Mills, l’angoscia svolge una funzione molto importante nella formazione del carattere. Il carattere di una persona, infatti, si forma laddove vi è una gestione ambivalente tra i ruoli che la società impone e la libertà individuale rispetto a quei ruoli; tra rispetto e inosservanza, tra adesione e distacco: la forza interiore deriva principalmente da qui. Oggi, invece, le persone provano scarsa ambivalenza, scarso disagio interiore circa la mancanza di spirito di collaborazione, e anziché affrontare tali sfide preferiscono evitarle: si preferisce eliminare il problema alla radice piuttosto che comprenderlo e superarlo; si preferisce farsi gli affari propri invece di cimentarsi con l’impegno che deriverebbe da una sovraesposizione di stimoli. L’ansia più temuta, infatti, nasce proprio quando si ha a che fare con i bisogni altrui. E allora per ridurre quest’ansia – oltre a chiudersi nel proprio guscio subendo il cosiddetto “effetto tartaruga” – si ricorre alla neutralizzazione degli stimoli, alla noia volontaria che offre sia una certa familiarità che la consolante rassicurazione di una bassa stimolazione emotiva. “Il concetto può apparire controintuitivo, ma in realtà non lo è: chi mangia l’ennesimo hamburger industriale non sarà molto eccitato dal suo gusto, ma siccome questo gli è familiare lo trova tranquillizzante. Lo stesso vale per il tipo sedentario, sprofondato in poltrona davanti al televisore accesso a guadare distrattamente un programma che non gli interessa particolarmente.”

Tutto questo, si accorda perfettamente con una visione del mondo che si vorrebbe sempre più neutra, e che al fondo ci vorrebbe tutti uguali: il desiderio di addomesticare le differenze profonde è caratteristico di una culturale omologante presente ormai in ogni cosa, “nell’abbigliamento, nell’architettura, nella diffusione dei fast food, nella musica pop, nelle produzioni cinematografiche, negli alberghi… un elenco infinito e globalizzato.” L’individualismo delle nostre società, che sta dietro alla chiusura in se stessi, non è legato dunque a un’idea di diversità. Al contrario: l’esperienza del soggetto si lega all’autocompiacimento, conformandosi a uno schema già noto; è come se, anziché evolversi, quell’esperienza si ripetesse meccanicamente. Diversamente, la capacità di gestire l’angoscia – e quindi far fronte ai problemi che derivano dalle differenze – è invece disposta a fare esperimenti, a dare via libera alla curiosità, e perciò ad aprirsi veramente al mondo. Sul piano filosofico, la differenza sostanziale consiste nel “contrapporre l’essere nel mondo, emotivamente coinvolto nei suoi mutamenti e nelle sue rotture, allo stato inautentico di essere congelato nel tempo”.

Antonio Rodriguez

Antonio Rodriguez

In definitiva, per poter riattivare una collaborazione sempre più ostacolata e indebolita non ci sono ricette o soluzioni “già pronte”. Guardare al passato con occhio nostalgico non servirebbe a nulla, poiché le società sono mutate quasi radicalmente. Per questi motivi Sennett, nel corso della sua trattazione, traccia una serie di percorsi alternativi e possibili, parlando ad esempio della necessità inderogabile di riscoprire la capacità dialogica, e cioè quel confronto piacevole tra persone che non deve giungere necessariamente ad un terreno comune, o ad un’accesa diatriba in cui spesso prevale il “feticcio dell’asseverazione” – e cioè il far trionfare a tutti i costi le proprie argomentazioni. Questa capacità, consiste invece nel piacere di condividere e dello stare insieme: uno scambio dialogico che crea uno spazio sociale aperto, in cui la discussione può imboccare direzioni imprevedibili. “Nelle normali conversazioni quotidiane, è questo il senso dell’espressione «lanciare la palla in mezzo al campo»; e l’esito di questo palleggio verbale può essere una sorpresa per tutti.” È necessario dunque riscoprire il rituale di una chiacchierata informale; bisognerebbe riconfigurare la formalità delle occasioni informali, che oggi mancano e diventano sempre più sporadiche; formalità intesa come rituale simbolico, ovvero quello specifico scambio sociale che sa donare emotività e senso alla prassi quotidiana. Il rituale però, per definizione, è un atto ripetitivo, formalizzato o meno che sia, e ha bisogno di un tempo prolungato: bisognerebbe, in questo, contrastare quel malefico agente corrosivo del tempo a breve termine.

Nell’incontro dialogico infine, l’empatia deve sostituire la simpatia. Se in quest’ultima vi è un atto immaginativo di identificazione che si configura poi in una specie di “abbraccio”, l’empatia, diversamente, presta maggiore attenzione all’altro e alle condizioni poste da lui: l’ascoltatore deve uscire da se stesso per poter accedere all’incontro, che ha come componente basilare la curiosità verso l’altra persona. Oltre a ciò, per dare spazio al dialogo, l’uso del condizionale è quanto mai necessario, proprio nelle sue formule dubitative del “Forse qui si potrebbe…”, “Avrei detto che…”, “Scusate, ma…”, che prefigurano una situazione in cui il dubbio, le contraddizioni e i fraintendimenti ampliano la comprensione di sé e quella reciproca (mettendole in discussione), portando quindi le persone ad essere meno sicure, perché, fondamentalmente, “la chiarezza è nemica della collaborazione”.

 

Pensieri in coda:

Lavorare con la resistenza, mai contro la resistenza, usare la forza minima, avere il tocco leggero, mettere da parte l’angoscia iniziale della non-riuscita e soffermarsi sul problema, volergli bene a quel problema, curarlo, volerlo sempre comprendere, perché è così che si fa, se vuoi davvero conoscere te stesso, vada come che vada, non metterlo mai da parte per evitarlo, non serve a niente, renderà sempre più gigante lui e sempre più piccolo te, che solitamente tendi a chiuderti in te stesso, ad omogeneizzarti, a renderti sempre più uguale a te stesso, e a tutti gli altri, che come te credono di essere diversi da tutti gli altri come te, in questa cultura globale, perché è la loro uguaglianza ad allontanarli il più possibile dal problema, dal disagio che ne deriva, perché il problema è sempre la differenza, e bisogna interrogarla, ogni volta che capita l’occasione, e chiederle come sta, sentire le sue ragioni, sedere insieme con lei al tavolo urbano, per confezionare un rituale casuale e disinteressato, che col tempo che sa aspettare saprà cibarsi del perfetto sconosciuto, perché un caffè urbano ritualizzato stacca la spina della velocità, in questo nostro tempo a breve termine, che divora ormai troppo e tutto quanto, e che non lascia altro tempo per scambi sensati, relazioni prolungate, dialoghi arricchenti, che possono tormentarci piacevolmente di tante difficili e inaspettate differenze, e distonie, e che aiutano la nascita del legame, germogliano l’emozione, eruttano l’imprevedibile.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Richard Sennett, “Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione”, Feltrinelli, 2012.

[1] Prospettiva sulla povertà infantile: un quadro comparativo sul benessere dei bambini nei paesi ricchi, Unicef Innocenti Research Centre, Firenze, 2007.

Germany Italy

Dicembre 1963: l’alba del primo esecutivo di Centrosinistra “organico”. Il Partito Socialista entra per la prima volta nella stanza dei bottoni assieme alla DC. È un’occasione storica per cambiare il Paese. In quella straordinaria temperie politica e culturale, due giovani economisti di area liberalsocialista, Giorgio Fuà e Paolo Sylos Labini, pubblicano un libretto dal titolo Idee per la programmazione economica, una bussola utile ancora oggi per orientarsi tra riformismi autentici e posticci.

Per Sylos e Fuà, un programma di riforme volte a modificare la struttura economica del Paese deve avere tre pilastri: 1) una fotografia attendibile della situazione attuale; 2) la definizione di obiettivi di medio-lungo periodo (15 anni almeno); 3) gli strumenti operativi per realizzarli.

La diagnosi. Nel decennio 1952-62, la crescita del PIL pro capite italiano era stata tumultuosa – 6% all’anno – ma squilibrata a) nell’allocazione delle risorse per settore produttivo, b) nella distribuzione territoriale dello sviluppo, c) nella struttura dei consumi, d) nella distribuzione del reddito.

riformismiIl mercato del lavoro era segnato dal dualismo: troppe persone rimanevano sottoccupate nel settore dei servizi, segnatamente nel commercio. L’inefficienza nella rete di distribuzione dei beni, in particolare, manteneva alti i margini di profitto e frenava la discesa dei prezzi al dettaglio e, dunque, alterava le ragioni di scambio intersettoriali a svantaggio dell’industria, settore a più alta produttività media. I costi di tale inefficienza erano scaricati sui consumatori, specie quelli meno abbienti.

L’opulenza dei consumi privati coesisteva con lo squallore dei consumi pubblici, quali scuola, sanità, edilizia popolare, trasporti urbani ed extraurbani. Effetto, questo, dall’elevata disuguaglianza nei redditi personali; dell’emulazione da parte dei meno abbienti dello stile di vita dei più ricchi, fomentata dalla pubblicità; da una pubblica amministrazione non all’altezza del suo ruolo.

Gli obiettivi di medio-lungo termine. La piena occupazione delle forze di lavoro al più alto livello di rendimento e remunerazione possibile (quindi “eliminando nella misura del possibile l’occupazione precaria”, p.13). Lo sviluppo prioritario di alcune tipologie di consumi sociali che riguardavano l’istruzione, la ricerca scientifica, la pianificazione urbanistica, la manutenzione del territorio. Il miglioramento della distribuzione personale dei redditi e l’aumento della quota dei redditi da lavoro sul reddito nazionale. L’arresto dello spopolamento di alcuni territori e la congestione di altri, ridistribuendo coerentemente tra questi le attività produttive con investimenti adeguati.

Gli strumenti operativi. Una riforma fiscale ancorata a criteri di progressività sostanziali, che sfrondasse le esenzioni, che semplificasse norme e procedure, che combattesse l’evasione. Si doveva comporre prevalentemente di un’imposta personale sul reddito e una sui redditi di impresa, con delle precauzioni. Nel caso dell’imposta sul reddito, si suggeriva la tassazione progressiva del solo reddito speso, per favorire l’accumulazione di capitale produttivo; mentre l’imposta sulle società doveva discriminare tra profitti mandati a riserva e reinvestiti e quelli distribuiti, pesando maggiormente su quest’ultimi.

La politica dei redditi. Veniva esplicitata la golden rule da rispettare per favorire un’equa ripartizione del prodotto sociale tra capitale e lavoro evitando spirali inflazionistiche: i salari devono aumentare al tasso di crescita della produttività del lavoro; se questo non avviene, i profitti ( e le rendite) crescono troppo relativamente ai salari, e il peggioramento nella distribuzione del reddito deprime i consumi e riduce gli stessi investimenti, frenando produttività e sviluppo.

Concludeva il quadro la riforma urbanistica. Fuà e Sylos denunciavano un distacco progressivo tra sviluppo economico e pianificazione territoriale. La speculazione sulle aree agricole e urbane aveva fatto lievitare i prezzi degli alloggi e degli affitti e taglieggiato il salario reale. Si incoraggiava la riforma, poi abortita, dell’esponente DC Fiorentino Sullo che prevedeva l’espropriazione preventiva delle aree di espansione e la riassegnazione del diritto edificatorio ai privati dopo un’asta pubblica; meccanismo che avrebbe tagliato alla radice la rendita fondiaria parassitaria e arrestato la speculazione.

Se proposte nel contesto attuale, riforme di tale portata scatenerebbero l’anatema degli uomini della pratica al governo e dei loro scribacchini; come all’epoca caddero sotto il fuoco incrociato del liberismo economico di matrice confindustriale e delle velleità rivoluzionarie della sinistra comunista 1.

Il lettore potrà nondimeno misurare la distanza intellettuale che separa questa cultura riformista da quella dei nostri giorni, fatta di tecnocrati senza visione e spessore, intenti ad appiccicare impunemente l’etichetta di riforme strutturali sopra l’ennesimo tentativo di svalutazione del lavoro.

NOTE:

1“Ci fu un boicottaggio vero e proprio[..] Ci trovammo di fronte una pubblica amministrazione disgraziata, una destra economica ostile che scambiava la Programmazione per la pianificazione, la radicale diffidenza della sinistra e della Cgil che avrebbe potuto offrire maggiore aiuto se avesse messo da parte le farfallette rivoluzionarie” (P. Sylos Labini, Un Paese a civiltà limitata, 2006, pp.86-87)

Federico Stoppa

meritocracy

La democrazia è lenta, burocratica, sovente corrotta, mediocre. In ultima analisi, inefficiente. Così, il nuovo mito dei nostri tempi è diventata la cosiddetta “meritocrazia”, spesso senza riflettere appieno sulle sue implicazioni.

“Meritocrazia” è un termine inventato dal sociologo inglese Michael Young nella sua satira del 1958, The Rise of Meritocracy. 1870-2033[1], per designare una società in cui si è insediata una élite che fonda la sua ricchezza e il suo potere non sul censo, né sullo status, ma sull’intelligenza, misurata scientificamente. E’ il trionfo finale del “capitale umano” su quello fisico, materiale. Lo impone la competizione economica internazionale. La scuola è stata riformata in senso meritocratico. I bambini con Quoziente Intellettivo (QI) più elevato – non importa da qualche famiglia provengano – vengono avviati alle scuole più prestigiose, fin dai primi anni d’età. Gli insegnanti sono valutati con test severi e ai più bravi è riconosciuto uno stipendio più elevato.  Nelle fabbriche i dirigenti e quadri anziani vengono spodestati dai giovani più brillanti. La burocrazia pubblica assume i laureati delle migliori università tramite concorso. Si avanzano proposte per subordinare il diritto di voto al possesso di un determinato QI, in modo che il Parlamento sia espressione dell’”aristocrazia dell’intelletto”.  Anche i partiti di sinistra e il sindacato si adeguano alla nuova realtà, rottamando la vecchia idea di eguaglianza per quella di giustizia sociale come merito: ““Laburismo” era un macigno; “lavoratore” era tabù; ma “tecnico” che parola magica! E così nacque l’attuale partito dei tecnici..I sindacati seguirono l’esempio. La Transport and General Workers’ Union diventò la tran sport and General Technicians’ Union” (p. 146).

meritocraziaTutti gli altri, i meno dotati, vengono ammassati nelle scuole che insegnano il “Mito del Muscolo”, l’esercizio del corpo e il godimento attivo e passivo dello sport; avviati a lavori manuali degradanti; considerati, nella nuova società meritocratica, biologicamente inferiori. Certificata la loro stupidità con ricorrenti test psicoattitudinali, sostituiti dai robot nel lavoro di fabbrica, a costoro non resta che eseguire in silenzio servizi domestici prescritti dai loro superiori.  Si sentono frustati, umiliati, ma di cosa dovrebbero lamentarsi? La disuguaglianza tra le classi, ancorché abissale, per la prima volta nella storia è fondata su un criterio oggettivo, misurabile e universalmente rispettato: il QI, l’intelligenza, il motore della crescita economica e del progresso sociale. “La civiltà non dipende dalla stolida massa, dall’”uomo medio sensuale”, ma dalla minoranza creatrice, dall’innovatore che con un solo gesto può far risparmiare il lavoro di diecimila persone, dalla dinamica élite che ha reso la mutazione un fatto sociale non meno che biologico” (p.29).  Peccato che la meritocrazia si dimostri, nei fatti, un regime castale e antidemocratico peggiore dei precedenti. L’élite diventa infatti ereditaria: i princìpi dell’ereditarietà e del merito tendono a fondersi, provocando, nel finale del libro, la ribellione della maggioranza oppressa.

Oggi la profezia di Young – l’avvento della “meritocrazia” – si sta avverando un po’ ovunque. Negli Stati Uniti e il Regno Unito si misura la più alta concentrazione di redditi e patrimoni tra i paesi OCSE, e la più bassa mobilità sociale. Non si è ricchi perché meritevoli; si è meritevoli perché ricchi; l’opposto di quanto recita la vulgata mediatica. In Europa, le decisioni politiche vengono affidate ai tecnici illuminati, che saprebbero fare, loro sì, l’interesse generale, a differenza dei politici incompetenti e corrotti. La politica economica, un tempo prerogativa dei parlamenti democratici, è ora delegata al “senato virtuale” dei mercati finanziari, che la teoria economica mainstream ritiene infallibili. Si valutano ( e finanziano) le scuola e le università nella misura in cui si conformano, nell’insegnamento e nella ricerca, al paradigma utilitaristico dominante, che trascura tutte quelle “skills” non quantificabili che fanno la democrazia come l’empatia e il pensiero critico.

L’élite meritocratica è apolide. Rifiuta sdegnosamente qualsiasi legame e responsabilità nei confronti del territorio in cui opera, delle persone con cui vive e lavora. Giustifica il fatto di guadagnare 400 volte più di un normale dipendente con le presunte differenze di competenze, di capitale umano. Esasperato da tale arroganza e malafede, Michael Young scrisse nel 2001 un corrosivo articolo sul “The Guardian”, in cui riaffermava le ragioni di una democrazia basata sulla conoscenza aperta e diffusa contro l’imperante ideologia del merito. Il titolo del pezzo, che facciamo nostro, suonava così: “Down with Meritocracy”, “Abbasso la Meritocrazia”!

Federico Stoppa

NOTE:

[1] La versione italiana del libro di Young, L’avvento della meritocrazia, è stata pubblicata per la prima volta nel 1962 dalle Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti. Oggi, grazie alla casa editrice di Ivrea, è di nuovo disponibile per il lettore italiano.

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240

L’economia di mercato capitalistica ha espresso una straordinaria positività. Marx lo colse in pieno, meglio degli stessi classici inglesi, che pure del capitalismo avevano fissato la mappa tematica e i principi analitici dell’economia politica. Il capitalismo è una formidabile macchina per sviluppare le forze produttive attraverso l’accumulazione, l’innovazione, il progresso tecnico, la produttività.

Negli ultimi due secoli il Pil dell’umanità con il capitalismo si è moltiplicato di oltre sessanta volte, per una popolazione mondiale esplosa da un miliardo a 7 miliardi di persone. Pro capite il reddito medio degli umani è quindi progredito di circa dieci volte: in euro odierni, da 500 euro l’anno per persona a più di 5.000 euro l’anno.

Non sorprende che nel volgere di questi stessi due secoli l’economia di mercato capitalistica, in varie forme, si sia estesa nel mondo, con eccezioni divenute rarissime. La “ricchezza delle nazioni” è stata ricercata per questa via, la società scegliendo, accettando o subendo questo modo di produzione.

Nondimeno, in un’economia siffatta la crescita è instabile, iniqua, inquinante. È instabile perché gli investimenti fluttuano con le mutevoli aspettative e con gli “spiriti animaleschi” dei capitalisti. È iniqua perché il mercato esalta e premia oltre misura i soggetti più dotati, o più influenti. È inquinante perché i prezzi non includono nei costi le “esternalità negative”, i danni che i produttori infliggono a terzi con cui non stabiliscono negoziali rapporti di mercato.. Non si tratta soltanto, come vuole l’analisi economica neoclassica oggi prevalente, di singoli “fallimenti” del mercato, ma di una difficoltà strutturale più profonda.

79722247_Detroit_92147cMentre i tre aspetti negativi del sistema si aggravano, anche lo sviluppo del Pil sembra mostrare una tendenza a rallentare. Nelle economie avanzate – metà del Pil mondiale – la crescita su base pro capite è stimata in discesa, dal 2,1 per cento l’anno del 1995-2004 a meno del 2 per cento nel 2014-2018. Così, lo sviluppo delle economie emergenti nel 2014-2018 è previsto flettere a poco più del 4 per cento, dai picchi storici del 6-7 per cento degli anni immediatamente precedenti la crisi del 2008-2009.

In sintesi, le negatività si accentuano, le positività si attenuano. Quindi non si può essere liberisti imperfettisti. Non si può pensare che l’attuale sia necessariamente, resti, il migliore dei mondi possibili. Le contraddizioni che il capitalismo vive sono profonde, potenzialmente laceranti. Il rischio è duplice. Il sistema può implodere. Può entrare in crisi senza che un altro e diverso sistema sia stato pensato, configurato, reso potenzialmente e concretamente disponibile. Lo sbocco finale in tale scenario è il caos. L’alternativa è che il sistema permanga invariato, infliggendo costi sempre più pesanti se non alla intera società ad ampi strati del corpo sociale.

Si deve essere, al tempo stesso, riformisti e utopisti. Occorrono un pensiero e un’azione – in economia, ma non solo –che siano contemporaneamente alimentati dall’aspirazione anche utopistica al cambiamento e da una volontà, e capacità autenticamente riformatrici.

CercateAncoraLaLezioneDiClaudioNapoleoni_0“Cercate ancora”: fu l’ultimo messaggio di Claudio Napoleoni, economista fra i più colti, che già vedeva appannarsi la capacità del sistema di esprimere “ meccanicamente “ o “spontaneamente” sviluppo economico a causa della crisi dei suoi “ valori “. L’invito è a non rinunciare all’ipotesi che anche il capitalismo si dimostri transeunte, storico al pari dei modi di produzione (consuetudinario, schiavistico, feudale, mercantile) da cui fu preceduto.  Nell’impegno e nell’attesa della palingenesi, l’utopista ha, tuttavia, il dovere civile di essere anche riformista, per il tempo presente. Vanno evitate al corpo sociale sofferenze che l’azione riformatrice, almeno entro certi limiti, può prevenire, o lenire. I modi sono quelli tracciati, fra gli economisti, da Keynes, contro l’instabilità; da Sen, contro l’iniquità; da Nordhaus, contro l’inquinamento.

Sarebbe imperdonabile rinunciare alla crescita, ovvero scegliere di puntare a una decrescita della produzione. In un’economia ristagnante l’instabilità (dei prezzi, dell’occupazione, della finanza) sarebbe più alta; la redistribuzione perequatrice (delle libertà civili, democratiche, oltre che delle risorse materiali) sarebbe più difficile; mancherebbero i mezzi per disinquinare l’ambiente.

Sotto quest’ultimo profilo – della non – crescita – il caso italiano è fra i più gravi. L’attività economica è di nove punti percentuali inferiore al livello che aveva raggiunto nel 2007, prima della doppia, acuta recessione da allora sperimentata. La sperequazione nella distribuzione dei redditi è tra le più alte nel novero delle economie avanzate, con un indice di Gini dell’ordine di 0,40. Il territorio, l’ambiente, del Bel Paese è fragilissimo con alcune sue parte in sfacelo.

ilva_taranto_tumoriLa massa dei cittadini italiani è impoverita da una pesante fiscalità, che sempre meno alimenta beni pubblici, beni comuni, beni meritevoli offerti dallo Stato. A differenza della recessione del 2008-2009, che fu da investimenti ed esportazioni nette, la recessione provocata dagli errori tecnici del governo dei “tecnici” nel 2012-2013 è una recessione dei consumi. Questi ristagnano, su un livello dell’8 per cento inferiore a quello del 2007.  Quindi, ristagnano gli investimenti, su un livello del 25 per cento inferiore a quello del 2007. Senza una spinta esogena della domanda, che solo il bilancio pubblico può dare partendo dalle opere pubbliche, i consumi per via endogena non si riprendono. E non possono bastare gli 80 euro che il governo ha aggiunto alle buste-paga più basse. Le famiglie vedono taglieggiato il reddito, erosa la ricchezza, a rischio il lavoro, senza prospettive la prole. L’economia quindi striscia lungo il pavimento su cui è precipitata dopo il 2007, depauperata di 150 miliardi di Pil all’anno, di centinaia di migliaia di posti di lavoro, con una disoccupazione crescente che già travalica il 13 per cento della forza – lavoro, mentre tende a riaprirsi il divario nei redditi e nelle opportunità fra il Mezzogiorno e il resto del Paese.

Seppure con apprezzabili eccezioni dal pulviscolo dei 4,5 milioni di imprese – come definite e quantificate nell’ultimo censimento, del 2011 – non vengono, per vie di mercato, autonome soluzioni: investimenti, innovazione, ricerca e sviluppo, progresso tecnico, qualità del produrre, vera capacità di competere. In media le aziende continuano a dichiarare meno di quattro addetti, e il 60 per cento appena arriva a superare il singolo addetto. Un quinto dell’attività economica è “sommerso”, ai limiti della legalità. Solo 3.468 imprese denunciano più di 250 dipendenti. Sono quasi sempre le stesse, di censimento in censimento. Nemmeno queste esprimono dinamismo dimensionale. I capitalisti stranieri non investono nella Penisola, non pochi capitalisti italiani disinvestono.  I grandi gruppi industriali che producono in Italia scarseggiano. Anche le aziende manifatturiere meno piccole attendono, sperando che qualche deus ex-machina – gli aiuti pubblici, l’Europa, i sindacati? – le riconduca al profitto.

Cosa può fare la politica economica? Almeno tre cose, da troppi anni disattese:

  1. Aumentare gli investimenti in opere pubbliche – a cominciare dalla messa in sicurezza del territorio – e ridurre la pressione fiscale. Come? Contenendo le uscite pubbliche di parte corrente: non la spesa per pensioni, sanità assistenza – la spesa sociale, preziosa per i cittadini, collante del Paese – ma altre voci di spesa. Le uscite per il personale, gli acquisti di beni e servizi, i trasferimenti vari ammontano al 23 per cento del Pil. Sono riducibili. Nell’arco della legislatura questa parte non sociale della spesa pubblica andrebbe frenata in una misura – tre, quattro punti percentuali rispetto al Pil – che vada oltre l’importo strettamente necessario a consolidare l’equilibrio del bilancio e faccia spazio a investimenti pubblici in infrastrutture e a un graduale abbassamento della tassazione, resa al tempo stesso meno sperequata colpendo l’evasione.
  2. Riscrivere il diritto dell’economia. Vanno riformulati e coordinati fra loro sei blocchi dell’ordinamento giuridico, divenuti manifestamente inadeguati alle esigenze del sistema produttivo: societario, fallimentare, processuale, amministrativo, antitrust, del risparmio ( non il diritto del lavoro, il lavoro non avendo “colpe” in questa crisi).
  3. Imporre alle imprese italiane in via definitiva la concorrenza, statica e dinamica, a colpi di innovazioni e non solo di prezzi. È la condizione mancando la quale le imprese non si situano sulla frontiera dell’efficienza, date le tecniche. Soprattutto, non sono costrette a ricercare il profitto attraverso il progresso tecnico.

Solo sostenendo la domanda globale per il breve termine e promuovendo la dinamica della produttività per il lungo termine l’occupazione può tornare ad aumentare. Ciò avverrà se le imprese risponderanno. Altrimenti, anche una politica economica centrata sugli investimenti pubblici e sulla detassazione dell’economia si dimostrerà impotente. Produttività, crescita, e occupazione trarrebbero grande giovamento dallo stimolo rivolto alle imprese da una rinnovata pressione concorrenziale. Trarrebbero giovamento non minore dalla riscrittura del diritto dell’economia che valorizzi il risparmio, l’accumulazione di capitale, l’autentica imprenditoria.

21 Luigi Einaudi Il problema dei problemi – segnatamente nell’Italia di oggi – è che la crescita economica dipende solo in prima approssimazione dalla quantità delle risorse impiegate nel produrre e dall’efficienza e dal tasso d’innovazione tecnologica che le imprese esprimono. La crescita scaturisce in ultima analisi dall’intreccio fra la Cultura,  le Istituzioni, la Politica di un Paese. Aveva ragione Luigi Einaudi: “Chi cerca rimedi economici a problemi economici è sulla falsa strada. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema morale”. Gli studi teorici, le verifiche empiriche e soprattutto le ricerche storiche offrono crescenti conferme della giustezza di tale generalissima proposizone, precisandone confini e contenuti.

Anche su questo cruciale fronte la migliore tradizione utopista e la migliore tradizione riformista devono collegarsi, rinnovarsi. Devono cercare, trovare, dire parole che altri non dicono.

Pierluigi Ciocca 

(Ex membro del Direttorio della Banca d’Italia e Accademico dei Lincei, dirige la “Rivista di storia economica” fondata da Luigi Einaudi)

Fonte: Una crisi mai vista. Suggerimenti per una sinistra cieca ( a cura di M. Loche e V. Parlato, manifesto libri, 2014)