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di David Foster Wallace

[traduzione di Roberto Natalini]

Trascrizione del discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005.

thisiswater3Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college. Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?” È una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l’acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole. Chiaramente, l’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato della vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”.

Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio.

Ecco un’altra piccola storia istruttiva. Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.”

È facile interpretare questa storiella con gli strumenti tipici dell’analisi umanistica: la stessa precisa esperienza può avere due significati totalmente diversi per due persone diverse, avendo queste persone due diversi sistemi di credenze e due diversi modi di ricostruire il significato dall’esperienza. Poiché siamo convinti del valore della tolleranza e della varietà delle convinzioni, in nessun modo la nostra analisi umanistica vorrà affermare che l’interpretazione di uno dei due tizi sia giusta a quella dell’altro falsa o cattiva. E questo va anche bene, tranne per il fatto che in questo modo non si riesce mai a discutere da dove abbiano origine questi schemi e credenze individuali. Voglio dire, da dove essi vengano dall’INTERNO dei due tizi. Come se l’orientamento fondamentale verso il mondo di una persona e il significato della sua esperienza fossero in qualche modo intrinseci e difficilmente modificabili, come l’altezza o il numero di scarpe, o automaticamente assorbiti dal contesto culturale, come il linguaggio. Come se il modo in cui noi costruiamo il significato non fosse in realtà un fatto personale, frutto di una scelta intenzionale. Inoltre, c’è anche il problema dell’arroganza. Il tizio non credente è totalmente certo nel suo rifiuto della possibilità che il passaggio degli eschimesi abbia qualche cosa a che fare con la sua preghiera. Certo, ci sono un sacco di credenti che appaiono arroganti e anche alcune delle loro interpretazioni. E sono probabilmente anche peggio degli atei, almeno per molti di noi. Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente: una certezza cieca, una mentalità chiusa che equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso.

Il punto che vorrei sottolineare qui è che credo che questo sia una parte di ciò che vuole realmente significare insegnarmi a pensare. A essere un po’ meno arrogante. Ad avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze. Perché una larga percentuale di cose sulle quali tendo a essere automaticamente certo risulta essere totalmente sbagliata e deludente. Ho imparato questo da solo e a mie spese, e così immagino sarà per voi una volta laureati.

Ecco un esempio della totale falsità di qualche cosa su cui tendo ad essere automaticamente sicuro: nella mia esperienza immediata, tutto tende a confermare la mia profonda convinzione che io sia il centro assoluto dell’universo, la più reale e vivida e importante persona che esista. Raramente pensiamo a questa specie di naturale, fondamentale egocentrismo, perché è qualche cosa di socialmente odioso. Ma in effetti è lo stesso per tutti noi. È la nostra configurazione di base, codificata nei nostri circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non c’è nessuna esperienza che abbiate fatto di cui non ne siate il centro assoluto. Il mondo, così come voi lo conoscete, è lì davanti a VOI o dietro di VOI, o alla VOSTRA sinistra o alla VOSTRA destra, sulla VOSTRA TV o sul VOSTRO schermo. E così via. I pensieri e i sentimenti delle altre persone devono esservi comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali.
Adesso vi prego di non pensare che io voglia farvi una lezione sulla compassione o la sincerità o altre cosiddette “virtù”. Il problema non è la virtù. Il problema è di scegliere di fare il lavoro di adattarsi e affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. Le persone che riescono ad adattare la loro configurazione di base sono spesso descritti come “ben adattati”, che credo non sia un termine casuale. Considerando la trionfale cornice accademica in cui siamo, viene spontaneo porsi il problema di quanto di questo lavoro di autoregolazione della nostra configurazione di base coinvolga conoscenze effettive e il nostro stesso intelletto. Questo problema è veramente molto complicato. Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un’educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me. Come saprete già da un pezzo, è molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all’interno della vostra testa (potrebbe anche stare succedendo in questo momento).

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Vent’anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell’educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintetico per esprimere un’idea molto più significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto.

E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli. Questo potrebbe suonarvi come un’iperbole o un’astrazione senza senso. Cerchiamo di essere concreti. Il fatto puro e semplice è che voi laureati non avete ancora nessun’idea di cosa “in ogni momento” significhi veramente. Questo perché nessuno parla mai, in queste cerimonie delle lauree, di una grossa parte della vita adulta americana. Questa parte include la noia, la routine e la meschina frustrazione. I genitori e i più anziani tra di voi sapranno anche troppo bene di cosa sto parlando.

Tanto per fare un esempio, prendiamo una tipica giornata da adulto, e voi che vi svegliate la mattina, andate al vostro impegnativo lavoro da colletto-bianco-laureato-all’università, e lavorate duro per otto o dieci ore, fino a che, alla fine della giornata, siete stanchi e anche un po’ stressati e tutto ciò che vorreste sarebbe di tornarvene casa, godervi una bella cenetta e forse rilassarvi un po’ per un’oretta, per poi ficcarvi presto nel vostro letto perché, evidentemente, dovrete svegliarvi presto il giorno dopo per ricominciare tutto da capo. Ma, a questo punto, vi ricordate che non avete nulla da mangiare a casa. Non avete avuto tempo di fare la spesa questa settimana a causa del vostro lavoro così impegnativo, per cui, uscendo dal lavoro, dovete mettervi in macchina e guidare fino al supermercato. È l’ora di punta e il traffico è parecchio intenso. Per cui per arrivare al supermercato ci mettete moltissimo tempo, e quando finalmente arrivate, lo trovate pieno di gente, perché naturalmente è proprio il momento del giorno in cui tutti quelli che lavorano come voi cercano di sgusciare in qualche negozio di alimentari. E il supermercato è disgustosamente illuminato e riempito con della musica di sottofondo abbrutente o del pop commerciale, ed è proprio l’ultimo posto in cui vorreste essere, ma non potete entrare e uscire rapidamente, vi tocca vagare su e giù tra le corsie caotiche di questo enorme negozio super-illuminato per trovare la roba che volete e dovete manovrare con il vostro carrello scassato nel mezzo delle altre persone, anche loro stanche e di fretta come voi, con i loro carrelli (eccetera, eccetera, ci dò un taglio poiché è una cerimonia piuttosto lunga) e alla fine riuscite a raccogliere tutti gli ingredienti della vostra cena, e scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte per pagare, anche se è l’ora-di-punta-di-fine-giornata. Cosi la fila per pagare è incredibilmente lunga, che è una cosa stupida e che vi fa arrabbiare. Ma voi non potete sfogare la vostra frustrazione sulla povera signorina tutta agitata alla cassa, che è superstressata da un lavoro la cui noia quotidiana e insensatezza supera l’immaginazione di ognuno di noi qui in questa prestigiosa Università. Ma in ogni modo, finalmente arrivate in fondo a questa fila, pagate per il vostro cibo, e vi viene detto “buona giornata” con una voce che è proprio la voce dell’oltretomba. Quindi dovete portare quelle orrende, sottili buste di plastica del supermercato nel vostro carrello con una ruota impazzita che spinge in modo esasperante verso sinistra, di nuovo attraverso il parcheggio affollato, pieno di buche e di rifiuti, e guidare verso casa di nuovo attraverso il traffico dell’ora di punta, lento, intenso, pieno di SUV, ecc.

Fish_by_PixtilA tutti noi questo è capitato, certamente. Ma non è ancora diventato parte della routine della vostra vita effettiva di laureati, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Ma lo sarà. E inoltre ci saranno tante altre routine apparentemente insignificanti, noiose e fastidiose. Ma non è questo il punto. Il punto è che è proprio con stronzate meschine e frustranti come questa che interviene la possibilità di scelta. Perché il traffico e le corsie affollate del supermercato e la lunga coda alla cassa mi danno il tempo di pensare, e se io non decido in modo meditato su come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e infelice ogni volta che andrò a fare la spesa. Perché la mia naturale configurazione di base è la certezza che situazioni come questa riguardino solo me. La MIA fame e la MIA stanchezza e il MIO desiderio di andarmene a casa, e mi sembrerà che ogni altra persona al mondo stia lì ad ostacolarmi. E chi sono poi queste persone che mi ostacolano? E guardate come molti di loro sono repellenti, e come sembrano stupidi e bovini e con gli occhi spenti e non-umani nella coda alla cassa, o anche come è fastidioso e volgare che le persone stiano tutto il tempo a urlare nei loro cellulari mentre sono nel mezzo della fila. E guardate quanto tutto ciò sia profondamente e personalmente ingiusto.

Oppure, se la mia configurazione di base è più vicina alla coscienza sociale e umanistica, posso passare un bel po’ di tempo nel traffico di fine giornata a essere disgustato da tutti quei grossi, stupidi SUV e Hummers e furgoni con motori a 12 valvole, che bloccano la strada e consumano il loro costoso, egoistico serbatoio da 40 galloni di benzina, e posso anche soffermarmi sul fatto che gli adesivi patriottici e religiosi sembrano essere sempre sui veicoli più grandi e più disgustosamente egoisti, guidati dai più brutti, più incoscienti e aggressivi dei guidatori. (Attenzione, questo è un esempio di come NON bisogna pensare…) E posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sprecato tutto il carburante del futuro e avere probabilmente fottuto il clima, e che noi tutti siamo viziati e stupidi ed egoisti e ripugnanti, e che la moderna civiltà dei consumi faccia proprio schifo, e così via.

Avete capito l’idea. Se scelgo di pensare in questo modo in un supermercato o sulla superstrada, va bene. Un sacco di noi lo fanno. Tranne che il fatto di pensare in questo modo diventa nel tempo così facile e automatico che non è più nemmeno una vera scelta. Diventa la mia configurazione di base. È questa la modalità automatica in cui vivo le parti noiose, frustranti, affollate della mia vita da adulto, quando sto operando all’interno della convinzione automatica e inconscia di essere il centro del mondo, e che i miei bisogni e i miei sentimenti prossimi sono ciò che determina le priorità del mondo intero.

In realtà, naturalmente, ci sono molti modi diversi di pensare in questo tipo di situazioni. Nel traffico, con tutte queste macchine ferme e immobili davanti a me, non è impossibile che una delle persone nei SUV abbia avuto un orribile incidente d’auto nel passato, e adesso sia cosi terrorizzata dal guidare che il suo terapista le ha ordinato di prendere un grosso e pesante SUV, così che possa sentirsi abbastanza sicura quando guida. O che quell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada sia forse guidato da un padre il cui figlio piccolo è ferito o malato nel sedile accanto a lui, e stia cercando di portarlo in ospedale, ed abbia quindi legittimamente molto più fretta di me: in effetti sono io che blocco la SUA strada. Oppure posso sforzarmi di considerare la possibilità che tutti gli altri nella fila alla cassa del supermercato siano stanchi e frustrati come lo sono io, e che alcune di queste persone probabilmente abbiano una vita molto più dura, noiosa e dolorosa della mia.

Di nuovo, vi prego di non pensare che vi stia dando dei consigli morali, o vi stia dicendo che dovreste pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta da voi che lo facciate. Perché è difficile. Richiede volontà e fatica, e se voi siete come me, in certi giorni non sarete capaci di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia.

Ma molte altre volte, se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l’impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa.

Va bene, nessuno di questi casi è molto probabile, ma non è nemmeno completamente impossibile. Dipende da cosa volete considerare. Se siete automaticamente sicuri di sapere cos’è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili. Avrete il potere di vivere una lenta, calda, affollata esperienza da inferno del consumatore, e renderla non soltanto significativa, ma anche sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme. Non che la roba mistica sia necessariamente vera. La sola cosa che è Vera con la V maiuscola è che sta a voi decidere di vederlo o meno.

by Sarah McCayQuesta, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”. Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana. Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base. Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo.

E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificanti e poco attraenti. Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito.

Lo so che questa roba probabilmente non vi sembrerà molto divertente o ispirata, come un discorso per questo di genere di cerimonie dovrebbe sembrare. In questo consiste però, per come la vedo io, la Verità con la V maiuscola, scrostata da un sacco di stronzate retoriche. Certamente, siete liberi di pensare quello che volete di tutto questo. Ma per favore non scartatelo come se fosse una sermone ammonitorio alla Dr. Laura. Niente di questa roba è sulla morale o la religione o il dogma o sul grande problema della vita dopo la morte. La Verità con la V maiuscola è sulla vita PRIMA della morte. È sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.”

È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora.

Auguro a tutti una grossa dose di fortuna.

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Il mondo spera, il mondo spara, il mondo spira.” (#Soliloquio)

Benché l’uomo abbia sempre avuto una smisurata capacità inventiva, la sua migliore invenzione è la non-invenzione, l’abilità cioè di trasmettere intatti e immutati da una generazione all’altra i modi fondamentali di fare le cose che egli ha appreso dalla generazione precedente. Il modo di concepire e allevare i bambini, di costruire le case, di pescare i pesci e di uccidere i nemici è identico per la maggior parte dei membri di una società: e questi modelli restano immutati per periodi di tempo relativamente lunghi…

Ora, lo so che ti sembra una cosa lontana, tanto lontana da sembrarti assolutamente normale; e so anche che il meccanismo della conoscenza pre-confenzionata ci salva dal caos e consente il quieto e normale svolgimento della vita quotidiana di tutti i giorni, del riconoscimento quasi immediato dello sviluppo dei rapporti tra di noi. Ma devi anche sapere che esistono le eccezioni, le variazioni, impregnate di inconsuete esplorazioni. La variazione è una presa d’atto, uno schiaffo che ti sveglia dal torpore quotidiano. Quasi come una farfalla, che col suo andamento leggero e spezzettato, ti svela imprevedibilmente nuovi cammini.

Quindi è inutile che ci stai a pensare: siamo nel bel mezzo di una formattazione sociale indefinita; un processo vitale costante e ripetuto che spazza via velocemente tutto ciò che forma. Quella forma per così dire, la stessa che ci consente di vedere il flusso zampillante della vita, muore in un istante, si sgretola dinnanzi alla vita ciecamente irrompente che relativizza ogni sua formazione, che le scetticizza tutte. E dunque lo sviluppo dello spirito è un eterno fallire la verità: “ciò che solo esiste e permane è la non permanenza, l’assoluta verità è che tutto è errore, l’assoluta permanenza è che tutto passa, l’assoluto è che tutto è relativo, l’assoluto è il relativo – chiamare ciò assoluto non è che un giuoco di parole” (Georg Simmel).

E allora, dato che è tutto lì, nella vita che zampillante rifiuta il concetto stesso di forma, immergiti in quella escrescenza, e raccogli le risposte che senti più vicine al tuo modo di essere. Lo so che il cambiamento è come un frastuono, e che le routine le abbiamo inventate fisiologicamente per distoglierci dal pensiero di pensare. Ma noi siamo fatti anche per questo. Ci siamo evoluti e siamo cresciuti grazie a questo. Riusciamo a comunicare oltre l’istinto tramite questo, attraverso il pensiero. E non c’è nulla di più autentico di un’intesa racchiusa in un batter ciglio, perché se è vero che è anche un riflesso fisiologico, può anche diventare altro – per mezzo della passione, della vicinanza, della complicità minuziosamente costruita – può diventare un rapporto sui generis, un codice tutto nostro che possiamo decifrare in segreto, solo io e te…

Quello che alla fine vorrei (semplicemente) dirti è che la semplicità delle selezioni che compiamo continuamente senza neppure accorgercene alla lunga si ingessano, e diventano forme fisse e convinte di sé, e in questo mondo governato da accelerazioni ripetute e repentine, tutto questo, tutto questo arresto nel mutamento del pensiero, non puoi assolutamente permettertelo.

Ed ecco che balza alla mente il rispetto per l’altro. Questo rispetto è senza dubbio una forma sofisticata d’amore, un amore per se stessi tutto particolare. Non è un processo facile. Come tutti i processi d’apprendimento merita costanza, dedizione, scocciature il più delle volte, ma il risultato su se stessi – assieme alla sorprendente dinamica compositiva di linguaggi e saperi che lo imbandiscono – è meravigliosamente appagante. Non basta sbirciare dalla finestra, scostare un attimino la tenda-merlettata-anti-mondo e vociferare “Sì, io ho rispetto!”…No, non funziona così. Bisogna aprire quella finestra, anche quando fa freddo, e bisogna far cambiare aria alla tua stanza, tutti i giorni. Poi, dopo aver saggiato il tempo, scenderai in strada, e percorrerai quel paesaggio visualizzato solo a distanza, immettendoti in quel territorio che non corrisponderà mai alla “mappa”, perché il nome dato ad una cosa non è quasi mai la cosa in sé. E allora bisogna saper veicolare su se stessi la “sensibilità per l’inaspettato”, che non è assolutamente una forma di tolleranza, perché quest’ultima presuppone sempre una sorta di latente prevaricazione sull’altro, come una specie di sentirsi-sempre-di-più. Si tratta, al contrario, di esplorare “fatti nuovi”, cercare “nuove connessioni tra i fatti”, che possono rendere sconosciuti perfino contesti familiari o, diversamente, rendere familiari contesti che a priori consideriamo lontani ed esotici. Si tratta di duro e puro allenamento, mentale e pratico, e sicuramente non concerne solamente il labiale…

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“Il pittore non deve dipingere quello che vede, ma quello che si vedrà.” Paul Valéry

Certo, ogni agire sociale è prima di tutto individualistico, personale e bisognoso delle necessità immediate. Ma queste ultime prendono forma e vivono solo in un senso sociale, che è organizzato e tacito, e permette la sorprendente coordinazione di diversità ed eterogeneità individuali mozzafiato; un bacino inesauribile di risorse preziose… Ecco: è esattamente il tipo di coordinazione sociale vigente che si è andata ad inceppare, che non funziona più, e che vivendo di una formattazione indefinita quanto sfuggente, non rende ai popoli un tipo di giustizia che si avvicina ad una che può essere definita umana. Troppo della ricchezza e delle ultime risorse rimaste viene accumulato in poche mani, sadiche e spietate. E troppo poco, viceversa, rimane sulle braccia di chi, stanco per aver lavorato onestamente una vita, si ritrova a dover combattere ancora, e ancora, solo per strappare un semplice sorriso di benessere alle persone care. Non va bene così. Le opportunità devono essere equamente distribuite. Le possibilità di redenzione personale devono trovare un comune accordo in una collettività che esalta le qualità del singolo, perché uniche e preziose per le assetate e bisognose comunità.

Chi detiene e pratica e preserva quelle qualità deve poterle spenderle localmente, affinché ci sia una ripercussione sana e positiva in senso globale. Pensare globalmente e agire localmente è una strada positiva, ma solo se i contesti in cui la si intraprende riconoscano le risorse dei soggetti, mettendole a sistema, valorizzandole e permettendone uno sviluppo cosciente. Evitando quindi una loro mortificazione, che arriva subito in senso “assistenziale” qualora quelle stesse risorse risultano impoverite e in deficit. Il puro assistenzialismo non serve a nulla, non costruisce proprio nulla: sperpera solamente quei pochi e ultimi aiuti rimasti. Quest’ultimi, al contrario, dovranno essere spesi per uno sviluppo personale e cosciente delle risorse personali, e ciò significa riattivare le risorse latenti dei soggetti, ed espanderle, e immetterle nel circuito di queste nostre comunità così tremendamente sfilacciate di legami sociali.

Non esistono solo le risorse economiche: bisogna estirpare dalla testa questo cancro onnipresente. Non è che solo da questo tipo di risorse si ricavano tutte le altre importanti alla vita. Non è che aumentando a dismisura questo tipo di beni materiali si ottiene poi automaticamente un benessere diffuso, condiviso. È una visione straordinariamente sbagliata questa. Le risorse umane, quelle spirituali per semplificare, creano col tempo anche le prime, ma ci vuole pazienza, lungimiranza, senso di devozione: occorre la canalizzazione di pratiche sane e decenti alla vita buona. Solo così, con il lavoro sociale – nel sociale – per il sociale si può avere la ghiotta probabilità di moltiplicare la ricchezza, una ricchezza fatta di testa e braccia che è però prima di tutto umana.

20140731_200217E dunque, un mondo in continuo divenire, un flusso velocissimo che spazza via ogni traccia appena improntata, e quello che salta fuori evidente da tutto questo tafferuglio informe è il livello di complessità raggiunta, percepita… Tale livello si è talmente intensificato anche nelle piccole cose che ormai la semplicità non sappiamo più nemmeno com’è fatta. Che cos’è la semplicità? Riusciamo oggi a darle un volto? Potrebbe essere uno sguardo d’intesa ricambiato, o una risata spontanea e genuina, oppure un sussurro all’orecchio solo per te, o ancora quel fresco vento che ti accarezza delicatamente, quando sei intento a contemplare gli attimi arancioni del giorno che si nasconde… “O quella grazia bruciante che tutto usurpa e giustifica e che, diversamente dall’anima umana (spesso accessibile a possesso), non è in alcun modo acquistabile, proprio come non possiamo annoverare tra i nostri beni i colori di nubi sfilacciate al tramonto sopra le case nere, o l’effluvio di un fiore che continuiamo a inalare con narici tese, fino allo stordimento, senza poterlo completamente estrarre dalla corolla…” (Vladimir Nabokov)

Quando all’improvviso spunta per qualche miracolo, quella semplicità ci ricorda che ci è mancata un sacco, e che ne vorremmo ancora: si può ancora oggi, con la vittoria e la supremazia dell’oggetto sul soggetto, riprodurla e farla durare? Si potrebbe emulare la complessità delle piccole cose e convertirla, di converso, in meccanismi altamente sofisticati di semplicità?
È piuttosto difficile a mio parere, ma se ci riuscissimo sarebbe una gran cosa: saremmo tutti più pieni e meno vuoti; penseremmo di più e, di conseguenza, ci sporcheremmo di più le mani senza delegare più nulla a nessuno o a nessun oggetto; avremmo più memoria e ricorderemmo molte più cose, aspetto fondamentale della vita che sta pian piano scomparendo; saremmo tante cose in più, sicuramente, per noi stessi e per gli altri, ma soprattutto, saremmo più liberi, liberi e autentici, per apprezzare la colma gratuità del mondo che curiosamente abbiamo a portata di mano, e che ci circonda ancora senza stancarsi mai…

Arrivati a questo punto però potrai benissimo dirmi che non è così, e che le cose non stanno in questo modo. Puoi anche insistere sul fatto che tutto questo, come lo vedo e sento io, non corrisponde davvero alla realtà… Ma proprio qui sta il punto: quella che tu ritieni falsa realtà è la mia percezione, e i filtri con cui tendo a vederla, a sentirla, potrebbero essere sfasati distorti o poco affidabili quanto vuoi, ma sono proprio quest’ultimi che mi permettono di sentire e di provare determinate cose in questo modo; sono proprio queste lenti, questa specie di sensori, che mi rendono me, nel modo particolare in cui esisto e sono al mondo…Perché la realtà per me, così come lo sarà probabilmente anche per te – ma immagino in maniera del tutto diversa, è e sarà sempre proprio questo: una collezione di istanti, catalogati in certo modo e sentiti e avvertiti in una particolare e distinta maniera. Ed è proprio la distinzione di alcuni istanti rispetto ad altri, la mia caratteristica messa a fuoco, e quindi l’importanza che attribuisco ad alcuni piuttosto che ad altri che segnano, e segneranno sempre, il discrimine tra me e te… Si tratta di quello che impatta su di me, di quello che mi colpisce e mi costruisce al contempo. E di tutto questo, di tutti gli effetti che in me produce, tu puoi farci ben poco se non nulla, perché alla fine è semplicemente ciò che sento io, e tu, col tuo essere e sentire diverso, difficilmente potrai cambiarlo… Dunque, quello che possiamo incominciare a fare è imparare a venirci più incontro, a comunicare meglio e a rispettarci di più, verbalmente o anche in silenzio se a volte vorrai, e vedrai che una seppur minima definizione a tutta questa informe-formattazione-in-corso possiamo cominciare a darla, lentamente, e a stenderla consapevolmente assieme, io e te.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

Emiliano Ponzi

Emiliano Ponzi

In tutti i luoghi e in nessun luogo allo stesso tempo, dicembre 2013

Cara amica, caro amico,

mi occorrono più parole e più parole ancora per descrivertelo, non so come dirti.

Sto cercando di spiegare cosa mi sta passando per la mente in questo preciso momento e tu non lo saprai mai di preciso che cosa in questo momento ci sta passando, se non cerco di rendertelo leggibile, raffigurabile, io, a parole mie, con tutto quanto ciò che sempre in questo preciso momento dovrebbe essere in mio precario quanto tangibile possesso, almeno stando a quello che gli esperti dicono.

Sembra un’assurdità, ma è un esercizio di funzionamento esplicativo tremendamente difficile se ci pensi, al cospetto delle tue orecchie che ascoltano e dei tuoi occhi che osservano, quegli occhi che impercettibilmente cercano anche di cogliere le movenze di quelle sonorità che provengono da quelle mie parole a fatica concatenate e che, guarda caso, si fanno addirittura gesto per venirti in contro, pensa un po’: siamo delle roccaforti di pensiero indipendenti e cerchiamo continuamente di gettare ponti in qua e in là per cercare di farci capire, tutt’al più; ma, in realtà, quando ci capacitiamo per rendere possibile tutto ciò arriva solo una coda di bagliore di quello che la nostra mente ha così ingegnosamente architettato per rendersi fruibile. E questo non vuol dir certo che io ci riesca per davvero a fare tutto quanto questo, sappilo.

Devi cercare di immaginare ponti che si costruiscono per attingere e dunque per accumulare, ma anche ponti per comunicare la risorsa esterna agli altri, ponti che si presuppone, alla cieca, siano possibilmente solidi e stabili, ma anche suscettibili di quelle vibrazioni afferenti il consenso e il dissenso per rimanerci in piedi, sai, non si sa mai, in base ai casi. Non si tratta più di gestire il lineare delle informazioni e renderle altrettanto lineari in uscita, a quel nostro interlocutore diretto o a quella schiera di potenziali interlocutori che sono lì e attendono con occhioni sornioni le risposte alle nostre bizzarre e animalesche movenze. Si tratta, più che altro, di rendere spendibile il concreto funzionamento della nostra mente che pesca alla rinfusa e crea altre connessioni che derivano da altre afferrate in precedenza: parliamo, per farla breve, di connessioni di connessioni che si connettono con un altro tipo di connessioni attivate precedentemente da molto più lontano e sì, lo so, anche tu c’hai ragione, è piuttosto un gran casino riuscirci a cavarci qualcosa, in base ai casi.

E cerca di capirmi però quando te lo dico: un resoconto dettagliato di tutto ciò sarebbe pressappoco impossibile attuarlo, anche se ci metto tutta la premura di questo mondo, e lo sai che, in fondo, e questo spero che riuscirai a farlo tuo, lo sai nel tuo intimo che ti voglio bene.

E dunque collegamenti che si trasformano in verbo, rimandi di parole che disegnano altrettanti mondi paralleli: devo raffigurarti e dipingere, per mezzo di pennelli inzuppati di cerebrale, il caleidoscopio che c’ho in testa per fartelo capire, e devo rendertelo più intellegibile che posso affinché vi sia una presunto incontro conoscitivo tra noi due, qui ed ora, che così a raccoglimento ci studiamo amorevolmente in volto, seduti a dialogo, sorseggiando un tè caldo i cui fumi lenti e ascensionali aleggiano dietro una finestra riparata dal frastuono raggelante di un inverno prorompente.

E devo cercare di fare tutto ciò attraverso quella minuta cassetta degli attrezzi che conosco solo io e che a te è completamente fuori portata, credimi, non so come spiegartelo, perché semplicemente si tratta di attrezzi che so usare solo io, e no so credimi il perché; forse perché vengono forgiati da una formazione esperenziale tutta mia e sola mia, insomma: questo è quello che chiamano la portata individuale, nulla di più. Quello che chiamano “il background personale” cerca di svelarsi e di emergere e di fecondare in pensieri prima e in parole poi, in un miscuglio singolare e sui generis che avrà un suo risvolto reale o immaginifico, o tutte e due assieme se è necessario, sempre in base ai casi.

La mia mente perciò, come la tua di certo (ma posso solo immaginare in quale altra inconsueta combinazione), funziona un po’ come un motore di ricerca, e attraverso immagini e la ricerca di parole e di significati ad esse sottesi è una spugna di ipertesto che rilascia liquidi conoscitivi, e tu mi capirai quando cerco di farti arrivare il mio filtrato afflusso di pensiero, perché è di amorevoli filtri costruiti con la dovuta cura che stiamo parlando.

Devo ogni volta trovare quei filtri congeniali che mi consentono di governare l’ingovernabile, di ordinare la complessità assordante che si fa caos, e si catapulta senza mezzi termini contro di me, e per me, affinché io possa spiegarmi con te. E poi quei filtri che ho fatto miei a fatica devo renderteli più filtrati di prima, e si tratta di un tipo d’amore per l’altro che non tutti proprio riescono a possedere.

L’ascolto attivo è il riuscire a mettersi nei panni dell’altro. L’empatia non è altro che cercare di comprendere quella fatica che contraddistingue il tuo interlocutore, e dirgli poi semplicemente: “Sì ok ti seguo. Ma aiutami anche tu a seguirti perché più in là potrei non poterlo più fare”.

Il mettere nelle condizioni l’altro di emergere e di farsi suo e potersi donare in quei termini così peculiari è tutt’altro che farsi una passeggiata disinteressata: questa è la vera ricchezza del discorso conoscitivo e reciproco. E non importa dove sei, ma importa con chi ti trovi, e se quel tè è ancora caldo e fumante, intervalla tutti quei pensieri e cerca di prenderti una pausa una volta ogni tanto, perché ci vuole molto tempo per collegarti alle connessioni di chi ti sta parlando.

Prenditi quel tempo e attendi, e vedrai che, assieme, i vostri scambi di parole usciranno dal loro recinto e andranno ad immettersi in quei movimenti umani che vedi in questo momento proiettati da quella finestra: perché, se trattati bene e con la massima cura, andranno a suggellare lo sposalizio discorsivo che fa muovere tutta quella gente incappucciata per strada, tutta racchiusa in protezione dal freddo: tutta quella gente che, come te, non vede l’ora di padroneggiare i propri ipertesti mentali al caldo, in compagnia, solo con l’intento finale di dare un seppur lontano minimo contributo alle movenze di tutto quanto il mondo che verrà, assieme.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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