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nikolay semenov – bus

L’autobus pubblico sgangherato sfreccia all’impazzata. Sta facendo i suoi giri meandrici per i quartieri interni, prima di imboccare la palpitante superstrada a 4 corsie. Ci troviamo a Ramos Arizpe, Messico, un piccolo villaggio di pomodori diventato gigantesco perché enclave super-industrializzata di un mondo perdutamente globalizzato.

Tutto il mondo arriva qui, per produrre e assemblare a bassissimo costo ogni tipo di armamentario per automobili. Lo sfruttamento della manodopera assurge a leitmotiv indiscusso di tutte le manovre di “sviluppo” della così attrezzata industria automobilistica. Distese di capannoni industriali, dunque, campeggiano su profili azzardati di paesaggi solcati dal deserto; schiere di casette tutte uguali si annidano ai lati di quei capannoni come per trarne linfa: la visione d’insieme porta con sé il silenzio dello sguardo, un timore senza nome.

L’autobus ha appena attraversato il varco di un quartiere non identificato. Le sue veloci serpentine lo destreggiano tra case colorate malmesse, baracche fatiscenti sul punto di crollare: al secondo e ultimo piano certe case si presentano a cielo aperto, mancano proprio di pareti, e questi spazi avvolti dalla polvere vengono adibiti a terrazze di fortuna: ci sono 3 sedie, qualche isolata cianfrusaglia e un “asador”, dove normalmente si cuoce la carne sui carboni. Tutto presenta un andamento lento, quasi stanco; solo il passaggio maldestro dell’autobus rivitalizza lo sguardo spento dei residenti.

Ora si viaggia su salite e discese, tra alberi di vecchie colline ormai pietrificate, asfaltate solo a tratti. Una bambina in ciabatte corre senza meta, si ferma e ricomincia a correre, non si capisce bene chi o cosa stia cercando d’inseguire. Ad un certo punto si ferma di nuovo, guarda in aria, trasognata, affannata: sta guardando il suo pezzetto di cielo. Su un altro versante, una palla rotola giù per la discesa: “dove sbuca una palla c’è sempre un bambino che le corre dietro”, dicevano a scuola guida: questa legge universale vige anche qui, non ha smesso ancora di vivere, di applicarsi. Per fortuna.

Una signora, sempre in ciabatte, cammina su un sottile marciapiede sdentato tenendo in mano solo un portafoglio macilento, probabilmente è uscita a comprare le “tortillas” che mancano in casa… Il pane, da queste parti. Sulla parete, dietro di lei, troneggia una scritta in rosso su una parete bianca dipinta di fresco; una parete mnemonica che offusca tutto ciò che la circonda. Questa scritta, a caratteri cubitali, dice “Ya cumplimos con el agua” (“Abbiamo risolto il problema dell’acqua”). Non è scritto esplicitamente, ma chi vive qui sa benissimo che è una scritta ad opera del governo, dello Stato: comunicazione istituzionale dunque; comunicazione pubblica del apri e chiudi virgolette “Gobierno de la gente”: uno dei loro slogan più identificativi. Un pleonasmo.

L’autobus ora è fermo, aspetta un semaforo rosso che blocca l’uscita dal quartiere. Ci sono due grandi archi a mo’ di cancello che segnano il via vai del traffico, che marcano le distanze e le persistenti incomunicabilità: le cancellate sono i segni discernenti che, tra non molto, qualcosa sta per cambiare.

Oltrepassati gli archi, infatti, si entra in un mondo nuovo, un’atmosfera completamente diversa. Le cilindrate delle auto sono più importanti, più lucenti; il ritmo di tutto diventa più veloce, e alle piccole botteghe all’angolo subentrano i grandi mall, quei mostri appariscenti ed esorbitanti dei centri commerciali. La gente è più dinamica, sembra sapere esattamente dove sta andando, cosa sta inseguendo. Questa gente però si ferma raramente a guardare il cielo, quasi lo ignora.

Sull’autobus, nel frattempo, salgono persone di tutti i tipi: la diversità è la prima cosa che salta all’occhio. Tra le diverse figure, sale per ultimo un ragazzo giovanissimo con un fagotto prezioso tra le braccia: è una bambina avvolta in una coperta rosa. Non fa particolarmente freddo, ma anche col sole è viva la credenza del non esporre i bambini alle temperature esterne, calde o fredde che siano. Queste creature sono considerate “un dono di Dio”, non ci si può sottrarre. E più la condizione sociale è disagiata, più ne aumentano di numero. Bambini che giocano, bambini che corrono pericolosamente tra le morse delle macchine, bambini aggrappati come scimmie alle mani e alle braccia di mamma e papà, bambini che piangono, bambini che sbattono da tutte le parti perché non abituati a camminare, a guardare dritto per vedere cos’hanno dinnanzi: i loro spostamenti, infatti, sono quasi esclusivamente impacchettati in veloci autovetture, che dietro quei loro finestrini piangenti si tramutano facilmente in malefici aggeggi tronca-sogni… Bambini, bambini e ancora bambini: la cognizione del sovrappopolamento non è percepita; le risorse del pianeta sono considerate inesauribili.

Lo scenario dunque è cambiato ed ora l’autobus viaggia super-sonico per la prossima città, Saltillo, quella più immersa nel capitalismo sfrontato, quella che si sente più ispirata al modello statunitense. Tanta è l’ispirazione quanta la malcelata soggezione, una soggezione che tormenta e svilisce le espressioni proprie, le identità locali. L’impressione è quella di una dominazione culturale colonizzante, che vive e si arricchisce a spese di chi scambia la dominazione per opportunità, il lavoro malpagato per una benedizione.

L’autobus quindi passa per le zone più ricche, che mostrano i propri lustri, li preservano, li valorizzano a status symbol. L’altro estremo radicale della scala sociale è fatto quindi da gente che ha un’automobile per ogni componente della famiglia, e che parcheggia queste automobili negli ampi parcheggi privati di zone recintate, anch’esse private e auto-escluse.

Questi territori sono le cosiddette “Gated communities”, le comunità cancello. Al loro interno c’è di tutto, tranne qualcosa che assomiglia vagamente a un senso di comunità. Sono territori dominati da un verde labirintico, e dove il silenzio spettrale fende l’aria che sembra dipinta con nuvole artificiali. Dicono che sia il tipico silenzio della tranquillità, della “sicurezza” dall’imprevisto, dell’”auto-immunizzazione”” dal diverso. Sicuramente, si tratta del silenzio della morte sociale. I vicini di casa a malapena si salutano, forse neanche si conoscono tra loro: l’auto-esclusione che si vive in questi grandi recinti confezionati è solo una forma di vita pubblicizzata e venduta come il sogno di tutta una vita.

Tutto il contrario di un centro cittadino, di una piazza centrale e non-commerciale, delle strade piccole e tortuose che sbucano in vicoli imprevisti, del parco a libero accesso “fonte sicura di disagi”. In questi territori pubblici c’è troppa diversità, c’è troppa probabilità che avvenga qualcosa di pericoloso; c’è troppo dinamismo incontrollato che alla fine stanca. E allora bisogna fuggire, lasciare tutto questo e raggiungere il verde creato ad hoc, le nuvole sparse, i corsi d’acqua messi lì per farti riposare a forza; le case maestose e costose per un accesso che non è libero, ma è ideato e congegnato appositamente per spalancarti le porte all’omologazione di chi ritieni simile a te: un’omologazione tanto comoda quanto sterile.

Amehare -public telephone box

Ecco che allora le disuguaglianze accentuate si rendono più visibili del visibile; si dispiegano su canali estremi raggiungendo l’osceno. E questa visione oscena di un mondo sociale allo sbando – dove s’incontrano solo le due polarità, di gente poverissima o ricchissima – non si registra solo qui, in Messico. Tutto il mondo, ormai, ne sta assaggiando le fattezze; ogni contesto, a modo suo, la recepisce e la riproduce incessantemente, senza argini, senza redistribuzioni di sorta; senza che la ricchezza prodotta venga spalmata sulle classi sociali per farle riprendere un po’, per concedere loro quel poco ossigeno che meritano.

Questo compito di redistribuzione è stato soppiantato dal denaro, dalla corsa agli armamenti produttivi, dallo sviluppo incurante e controproducente, dalla dominazione incontrastata di un solo settore della società, il mercato, che ha ridotto e riplasmato tutti gli altri a sua immagine e somiglianza. Ed ecco che allora il settore pubblico quasi non esiste più, arranca solo a fatica tra le sue rovine diventando un altro misero e maestoso cartello pubblicitario che si fa pubblicità da sé, perdendo credibilità su tutti i fronti.

Senza domanda, dunque, l’offerta è solo una chimera, anche nel pubblico: l’offerta valida per tutti, quell’offerta che era solita aprirsi agli orizzonti di tutte le classi sociali – a prescindere che si crei o no la domanda – è come quella bambina che corre senza meta: spossata, affannata, le resta solo una cosa da fare: guardare trasognata il suo piccolissimo pezzetto di cielo.

Descrivendo e vivendo sulla pelle tutto questo io però non riesco a desistere: sarò sempre per la cosa pubblica, perché è un bene prezioso, è un bene di tutti. Perché viene fatta passare per la cosa da evitare ad ogni costo, quando invece è quel maledetto pensiero unico a volerla smantellare, a rendercela impraticabile e inefficiente, e lenta – come dice in quel suo mantra ossessivo e funzionale ai suoi scopi egoistici – togliendole tutti i fondi necessari, riducendola così a misero fantoccio delegittimato, e misconosciuto.

E invece una scuola pubblica, un nido pubblico, un parco pubblico, un autobus pubblico, una biblioteca pubblica, una piazza pubblica sono il luogo della dinamicità, del passaggio ininterrotto di identità plurali; sono il luogo dei bordi aperti, porosi, e non dei confini barricanti; sono il luogo dello scambio inaspettato, dell’irrilevanza che si fa maestra di vita, e non del controllo omologato, del criterio standardizzato che toglie ogni margine all’errore; sono l’effervescenza delle diversità, che non hanno paura di mostrarsi, d’impegnarsi, di dire la propria; sono il luogo dell’uguaglianza delle opportunità, e delle parità d’accesso: sono il luogo in cui tutti, senza distinzioni, possono darsi una dannata possibilità.

E non c’entra il portafoglio di papà, non c’entra la classe sociale, non c’entra l’etnia, non c’entra la “sicurezza” di mandare tuo figlio in una scuola di “suoi pari”, e non c’entra neppure la tanto millantata flessibilità del servizio confezionato su misura per te, adatto alle tue sole e improrogabili esigenze: queste sono tutte baggianate, bagliori accattivanti che si spengono repentinamente dietro una fitta coltre fatta di egoismi e di facili guadagni; una coltre costruita maldestramente su atti predatori rapidi e senza alcunché di prospettiva.

La cosa pubblica invece è importante, e va preservata, incentivata, valorizzata. Viaggiare su un autobus sgangherato, puzzolente e affollato, anziché su un Uber costoso e pulitissimo con un autista super-gentile che ti offre la bottiglietta dell’acqua durante il viaggio, mi aiuta a capire sul serio in che razza di società globale e sbagliata mi è capitato di vivere, dove si fa di tutto per eliminare la complessità dell’umano e ridurla a servizio omologato, piatto, asettico, senza possibilità di pensiero.

Più piazze pubbliche dunque, e meno piazze commerciali. Più biblioteche fornite e meno isolotti di libri “best-seller” in sperduti autogrill. Più parchi pubblici liberi, aperti perché aperti alle comunità, e meno comunità cancello che si auto-escludono a vicenda. Più negozi e botteghe per le strade e meno super-store in mall luccicanti costruiti per passeggiate opprimenti, costeggiate miseramente da palme artificiali. Più complessità appagante, più interscambio tra diversità, più flussi caotici e poco chiari e meno omologazione schiacciante, meno comodità soporifera, meno semplicità superficiale, meno semplicità avvilente.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Cover

Riproponiamo una preziosa intervista sul “Welfare generativo” rilasciata da Tiziano Vecchiato, direttore (e sociologo) della fondazione Emanuela Zancan di Padova.

A cura di Francesco Caligaris e Maria Rosa Valetto.

Fonte: Animazione sociale, aprile 2013

Non ci si può ridurre a raccogliere e distribuire

E sotto gli occhi di tutti che la povertà è la vulnerabilità crescono, delineando un problema complesso, in cui si tende a scaricare molte colpe sul welfare. Ma con questo attacco al welfare, non si rischia di buttare via il bambino insieme all’acqua sporca? Non si tratta piuttosto di responsabilità strutturali che richiedono un cambiamento di paradigma?

Il problema è proprio questo: l’idea di un welfare in crisi ineludibile – e a cui non riusciremo a far fronte – e più di un’idea, è diventata una scelta di campo, un posizionamento dato per scontato per quanto non ancora dichiarato, di non pochi operatori sociali e – ancor di più – di molti rappresentanti delle pubbliche istituzioni. Al contrario, a mio avviso, non si può dimostrare che il welfare si trovi in una deriva di insostenibilità. I numeri non lo indicano; non mi riferisco al vissuto degli operatori o degli amministratori, ma proprio ai numeri. Per comprendere la situazione attuale occorre rivisitare il percorso attraverso cui ci siamo arrivati. In Italia, nell’interpretare la Costituzione, si è pensato di costruire il sistema di welfare principalmente basato su una strategia che potremmo definire di «solidarietà» che si sviluppa su due linee di azione: raccogliere e redistribuire.

Cinquanta anni fa, per rendere operativo il contenuto del patto costituzionale, per concretizzarlo in diritti e doveri, si scelse in effetti la modalità strutturata, quella di una solidarietà intesa come solidarietà fiscale, secondo cui ogni cittadino destina al bene comune una parte della propria capacità di reddito, della propria ricchezza, della propria disponibilità finanziaria. La solidarietà fiscale ha implementato così il nostro sistema di welfare, finanziando il diritto alla salute, l’istruzione, l’assistenza sociale, ecc. Si può affermare che questa scelta ha avuto e ha ancora oggi successo. Per esempio, in Italia, 110 miliardi di raccolta fiscale fanno lavorare in sanità 860mila persone e la stima complessiva, con l’occupazione «indotta», raggiunge circa un milione e 200mila persone. Un dato rilevante quanto a occupazione, ricchezza, dignità, per molte persone e famiglie.

Però, proprio a questo livello della strategia, che implica solidarietà per «raccogliere risorse necessarie per aiutare», si individua una grande criticità: per aiutare, bisogna disporre di capacità tecniche e professionali. Di conseguenza, i soldi raccolti non possono essere semplicemente dati a chi ne ha bisogno, ma vanno finalizzati a potenziare il lavoro di welfare. Altrimenti si riduce o elimina del tutto la possibilità di aiutare, nella misura in cui si passa frettolosamente alla seconda linea d’azione, il redistribuire. Partire dal concetto del dare di più a chi ha meno, pur essendo altamente significativo, non è sufficiente per risolvere il problema delle disuguaglianze, delle non capacità e della povertà. Questo è il punto: ma diversamente dai 110 miliardi destinati alla tutela del diritto alla salute, dei 51 miliardi destinati alla assistenza, protezione e promozione sociale, solo il 10% si converte in lavoro di welfare, mentre il 90% rappresenta solo speranza basata sul trasferimento economico. Il nostro sistema trasferisce molte risorse finanziarie a chi ne ha bisogno – a volte anche a chi non ne ha – immaginando che poi vengano impiegate per accedere a beni necessari o per acquistare aiuto.

Il sistema è sostenibile, ma spesso incapace

Eppure, nonostante questa criticità, si può ritenere che non siamo ancora in una deriva insostenibile?

community_raised-handsÈ facile dimostrarlo. Torniamo a considerare la spesa sanitaria e osserviamo la sua incidenza sul PIL: a parità di servizi la spesa dell’Italia è 1,5/2 punti inferiore a quella di altri Paesi europei. Questa differenza si spiega con strategie di gestione che rendono più efficiente il nostro sistema rispetto ad altri. Per esempio, in Francia e in Germania esiste un sistema di raccolta fondi differente dal nostro, che non è fiscale, ma si basa sulla solidarietà categoriale e quindi sul ricorso a mutue. Mentre la raccolta fiscale si fonda sull’imposizione dei redditi, quella mutualistica si basa su un accordo categoriale in cui ciascuno destina parte dei propri redditi alla protezione del proprio gruppo di solidarietà. Ora, questa forma di raccolta di risorse da una parte garantisce un tracciato più vicino – e quindi più sicuro – tra finanziatore e beneficiario, ma dall’altra ha in media un costo più elevato, di circa un punto e mezzo di PIL, come prima dicevo. Quindi non si può sostenere che il nostro welfare è alla deriva, visto che altri Paesi potrebbero prenderci come esempio. Restano innegabili, comunque, le inefficienze, il che fa intravedere i margini di miglioramento, senza innescare atteggiamenti catastrofisti.

Questo discorso, vale per il nostro sistema di assistenza sociale: se si guarda l’indice di finanziabilità rapportato al PIL e l’indice di occupazione, cioè quanto lavoro producono le risorse finanziarie destinate al welfare, si scopre che altri Paesi hanno indici di occupazione migliori, a parità di risorse. Il nostro non è un indice di degrado, bensì un segno che si potrebbe fare molto meglio, con le risorse che abbiamo a disposizione. Eppure, a confermare la tesi di una deriva del welfare, appaiono fattori quali le disfunzioni in sanità, l’incapacità dei Comuni di amministrare le risorse per l’assistenza sociale, la frammentazione delle gestioni, o criteri di accesso a prestazioni e servizi diversi da un Comune all’altro. In Italia, lo sappiamo, manca uno strumento unitario per configurare i livelli essenziali di assistenza (LEA). Sarebbero, invece, fondamentali per avere più equità di accesso ai servizi e un governo più efficiente della spesa. Tutto questo, però, non è dovuto al fatto che il sistema non è sostenibile, ma semplicemente all’incapacità di chi amministra i proventi della solidarietà fiscale.

Un luogo privilegiato di sviluppo della società

Da questo quadro emerge una situazione imperfetta, ma con opportunità e spazi di azione. Che cosa rispondere, allora, a chi suggerisce un passo indietro da parte dell’attore pubblico?

È proprio in un contesto del genere che un imprenditore non direbbe: «chiudo e faccio fallimento»; ma concentrerebbe le sue energie sui potenziali di miglioramento e investimento, alla ricerca di maggiore efficienza, migliore occupabilità, maggiore efficacia. Il sistema di welfare è stato creato per essere solidali, per trovare risposte ai bisogni, per non essere disperati, per intravedere opportunità, per offrirle alle nuove generazioni, per prenderci cura degli anziani, cioè per essere una società che ha a cuore la propria vita e il proprio futuro.

Se il welfare svolge il suo compito, ogni ragazzo ha la possibilità di imparare, per poi essere in grado di offrire il proprio contributo allo sviluppo sociale. Analogamente, un anziano non si sente un peso per la società nel momento in cui ha bisogno di cure, ma anzi può pensare: «Anche adesso che non sono autosufficiente, grazie a me qualcuno lavora e ha un reddito». Del resto, ce lo hanno insegnato le assistenti familiari – dette malamente badanti – che si sono inventate un lavoro, un’impresa diffusa in tutta l’Italia e hanno trovato da vivere per sé e per le proprie famiglie rimaste nei Paesi di origine. Questo è investimento e socialità positiva. Il nostro limite nel comprendere questo modello di welfare è che, quando consideriamo i due perni della questione – raccogliere e redistribuire –, pensiamo i proventi della raccolta come risorse economiche da «dare», da distribuire e basta. In realtà, questo non è welfare, ma solo assistenza e beneficenza istituzionale, amministrata tra l’altro con costi elevati. Ci tiene indietro nel tempo. Non è infatti un’interpretazione corretta della Costituzione dove, anche quando ci si riferisce – nell’articolo 38 – alle persone inabili o incapaci al lavoro, non si afferma di limitarsi alle erogazioni monetarie. Si parla di necessario per vivere sì, ma anche di lavoro. Il lavoro non come fatica, ma come ri-costruzione della dignità sociale, dell’integrazione, del contributo di ogni cittadino – nella misura delle proprie capacità – a una vita insieme, in cui tutti si prendono cura di tutti. La rilettura della Costituzione ci porterebbe ben oltre l’indispensabile, per riscoprire le funzioni del lavoro a sostegno dell’autonomia e per contrastare l’impoverimento, con tutte le sue ricadute sociali, etiche e poco democratiche.

L’ambigua connessione tra gettito e servizio

L’approccio alla base della Costituzione nella nostra epoca si scontra però con una drammatica fragilità di sistema: da una parte è diminuito il consenso sociale sulla solidarietà mediata dalla raccolta fiscale, dall’altra cresce la disponibilità alla mercatizzazione dei servizi.

La crisi della raccolta fiscale è anzitutto alla fonte. Il nostro sostegno al welfare si è storicamente basato su una capacità di raccolta fondi «tracciabile», perché legata al lavoro dipendente dominante negli anni ‘60-’80. Era una fase di sviluppo del Paese in cui era più facile raccogliere, investire, creare lavoro e redistribuire. Oggi, invece, il lavoro che produce risorse fiscali è sempre meno diffuso perché è diventato fragile, depotenziato, meno capace di gettito e quindi anche di solidarietà fiscale. È come se avessimo rimpicciolito le spalle per reggere il peso della montagna. Non si tratta, quindi, di una crisi del welfare, ma di una crisi della prima linea di azione strategica: la raccolta fondi. Va ripensata, in quanto sappiamo bene che ormai il reddito da lavoro dipendente non può bastare. È la ricchezza nelle sue diverse forme che deve produrre le risorse necessarie per il welfare.

Al momento non abbiamo una soluzione condivisa, dobbiamo cercarla, in modo da restituire speranza anche a chi non può averla, proprio perché la sua condizione non gliela garantisce. Penso soprattutto alla tutela pensionistica delle nuove generazioni, dato che si è affidato alla responsabilità individuale ciò che prima era strategia sociale. Una domanda rimane aperta, di conseguenza, e non solo per il problema della pensione dei giovani: dove può andare il consenso sociale in questo momento, verso soluzioni individualistiche o verso nuove strategie di solidarietà sociale? Il clima è inquinato dalla mala fede di chi sostiene che non ce la faremo e che dobbiamo affidarci al mercato. Chi sostiene questa tesi spera in un vantaggio dalla commercializzazione delle risposte di welfare meno protette dalla solidarietà fiscale. Si tratta di un ragionamento che non considera i costi complessivi, che saranno più elevati per tutti.

Gli imprenditori lungimiranti hanno compreso che non conviene portare a casa utili a breve, se poi perderemo tutti. Hanno attivato, di conseguenza, forme di welfare integrativo, dando non soldi, ma servizi. Non si sono limitati a offrire servizi sanitari integrativi, ma anche servizi sociali di vario genere: primi fra tutti i nidi aziendali, ma anche servizi di segretariato, per pratiche sociali, carrelli spesa, ecc. Sono imprese interessate ad avere persone che non solo lavorano, ma che, se stanno bene, diventano più capaci di esprimere una co-finalità con l’impresa e viverla come missione che può essere condivisa. Se fanno così le imprese più lungimiranti, perché assecondare le sirene catastrofiste e delegare al mercato la gestione del rapporto tra bisogni e diritti, in nome di scelte politiche incapaci di futuro? L’esito drammatico non sarebbero solo i costi immediati, che verrebbero scaricati sui cittadini più bisognosi, ma anche e soprattutto la distruzione di un’infrastruttura di solidarietà nel suo insieme, costruita in tanti anni, una vera e propria grande opera su cui basare futuri investimenti per lo sviluppo del Paese.

Costruire contesti di responsabilizzazione

A questo tentativo di smantellamento del welfare si accompagna un brusco invito ai singoli a darsi da fare, a rimboccarsi le maniche, a essere creativi. Ma le capacità – ci insegna Sen – sono legate alle opportunità e anche all’investimento pubblico sul costruire le capacità dei cittadini e le capacitazioni dei servizi…

learntoswimSiamo a una effettiva ingiunzione paradossale, del tutto estranea allo spirito e alla lettera della nostra Costituzione. Lanciare un messaggio del tipo «sii attivo, sii intraprendente» a una persona in grave difficolta è in fondo una rinuncia a quel patto. L’abbiamo sottoscritto tutti l’impegno a prenderci cura gli uni degli altri in modo giusto, equo e non pietistico. Tale ingiunzione sottende un cambiamento interpretativo dei primi articoli della Costituzione, con un costo enorme, perché porterà a delegittimare ulteriormente le istituzioni pubbliche, soprattutto quelle locali che, nello spirito della Costituzione sono come l’amministratore del condominio solidale che si chiama comunità locale. Se si perde la fiducia nell’amministratore, prima si pensa di cambiarlo, poi si pensa di modificare il regolamento di condominio, infine si smette di credere che ci possa essere una soluzione. È un rischio che stiamo vivendo da almeno venti anni, con l’enfasi di un decentramento esasperato che ha ulteriormente aggravato le incapacità delle amministrazioni territoriali e la leale collaborazione tra livelli di governo. La sfida in gioco è quindi alta e il moltiplicarsi delle ingiunzioni paradossali verso persone in difficili condizioni di vita ha innescato la rottura del sistema di fiducia su cui si basa la raccolta delle risorse finanziarie per il welfare. È invece una condizione indispensabile perché strutturale e necessaria per il bene di tutti. Nell’immediato i cittadini percepiscono che alcune richieste di beni e servizi non possono essere soddisfatte, subito dopo si chiedono perché essere solidali senza riscontri positivi e poi «si salvi chi può».

Dentro quali misure strutturali si può pensare, allora, di affrontare il nodo dell’autonomia dei soggetti? Tutti noi sappiamo che va abbandonato l’assistenzialismo, passando dalla distribuzione del pesce da mangiare alla fornitura della canna da pesca, ma sembra che il problema non trovi risposte serie ed organizzate.

Rich and Poor fishingProprio la metafora della canna da pesca può aiutarci a ripensare il welfare nel nostro Paese. È una metafora che ha alimentato una precisa strategia di pensiero e di azione nell’affrontare i problemi della povertà nei Paesi in via di sviluppo. Da noi invece non è stata presa sul serio. La nostra assistenza sociale ha messo in primo piano i trasferimenti monetari, i pesci da distribuire, a scapito dell’attivazione dei servizi adeguati (le canne per pescarli) offrendo aiuto senza chiedere di essere attivi e responsabili mettendo in gioco le proprie risorse. Diamo troppi pesci e poche canne da pesca. Cosa può significare tutto questo in un Paese industrializzato, dove sono garantiti molti diritti? Se ripartiamo dai doveri si capisce più facilmente che la canna da pesca non si traduce nell’imparare ad «arrangiarsi», a cercare privilegi per se stessi, bensì ad imparare che i diritti non sono da riscuotere, ma da socializzare con i doveri. Ogni diritto prende forma nel difficile equilibrio con la responsabilità, con i doveri di ogni persona. Ogni aiuto che si riceve deve poter aiutare qualcun altro con il proprio concorso. Non solo dunque ad imparare a pescare per se stessi: ogni sostengo sociale che si riceve, può essere impiegato nell’aiutare altri che ne hanno bisogno. Ogni diritto diventa «sociale» quando genera benefici per la persona che lo riceve e per tutta la comunità. Quando non rigenera, chi ne beneficia sottrae bene pubblico per fini individuali. Si tratta di una potenzialità riconducibile a possibili «beatitudini sociali». «Avevo sete e mi avete dato da bere, avevo fame e mi avete dato da mangiare»: sono comportamenti che possono essere chiesti a tutti, anche a chi riceve aiuto. Le beatitudini sociali sono essenza di umanità se in esse non c’è posto per il «riceve senza dare». È un controsenso esigere diritti senza farli fruttare per sé e per gli altri. Siamo, come si vede, in una prospettiva antropologica difficile da proporre nella cultura del welfare tradizionale, dove spesso ci limitiamo a trasformare gli aiutati in «assistiti», chiedendo loro (e non sempre) di impegnarsi solo per se stessi.

Oltretutto, facendo sentire l’altro un «assistito» a tempo indeterminato, gli si trasmette anche la sensazione che non si abbia bisogno di lui.

Esatto, ma si può andare nella direzione opposta: per sostenere quanti sono in difficoltà nel costruire la propria autonomia, per produrre insieme un nuovo welfare con beni socialmente rilevanti. Le svolte possibili e ormai irrinunciabili non sono poche. Per esempio, le persone in cassa integrazione, purtroppo migliaia, ricevono giustamente un reddito garantito. Insieme con il diritto ad accedere agli ammortizzatori sociali, però, potrebbero anche rivendicare il diritto al sentirsi utili, a realizzarsi socialmente, a non sentirsi assistiti, facendo qualcosa per gli altri. Può sembrare banale dirlo, ma sono molte le cose che ogni persona saprebbe fare senza un corrispettivo economico diretto, se già remunerata, mettendosi a disposizione di altri che hanno bisogno. Se ci aiutiamo ad aiutarci non è difficile accumulare un capitale economico di «reinvestimento», con la possibilità di acquisire nuove competenze e capacità. Più che ai tradizionali lavori socialmente utili, penso, per tornare alla metafora, ad una moltiplicazione delle tante possibili canne da pesca in mano a persone che non intendono ridursi ad assistite, ma credono che per essere cittadini è necessario investire le proprie capacità anche quando si è in difficoltà. Purtroppo gli operatori sociali e, ancora prima, i decisori politici, non «vedono», e non promuovono tali competenze, non investono per rinforzarle e, soprattutto, per creare condizioni anche giuridiche per esercitarle meglio. I doveri associati ai diritti possono essere una nuova frontiera verso cui incamminarsi, perché welfare non vuol dire assistenza, ma promozione di salute (in sanità) e promozione di socialità (nel sociale).

Linee d’azione per un welfare moltiplicatore

Come sostenere questo cambio di pensiero, senza correre il rischio che semplicemente venga a mancare il welfare, o che lo si carichi sulle spalle delle persone o degli operatori?

Le cose appena dette non possono essere ridotte a soluzioni ingenue, se non ciniche: chiedere ai poveri di salvare un welfare povero di risorse. Conosciamo ancora troppo poco i potenziali di un welfare moltiplicatore di risorse, generativo, come mi piace dire, dentro una società che sta smarrendo la prospettiva del proprio essere socialità solidale e la capacità di investire nel proprio futuro. Questo, ad esempio, ci porta a dire che l’assistenza sociale ha a disposizione poco più di 50 miliardi, e che non ha senso che vengano semplicemente consumati. Vanno fatti fruttare: per poi quantificare il valore rigenerativo, cioè gli altri miliardi da sommare ai 50 da destinare all’anno successivo. Chiunque – un imprenditore, un contadino, un pescatore – ragionerebbe così, ma non riusciamo ad applicarlo al nostro welfare riducendo le possibilità di prenderci cura di noi stessi e del futuro delle nuove generazioni. Il vero nodo con cui ci scontriamo ogni giorno con amministratori locali e operatori sociali è trasformare la spesa di welfare da costo a investimento, da welfare puramente redistributivo a un welfare moltiplicativo, grazie a nuove capacità di rigenerare le risorse.

welfareA livello di strategie politico-sociali, può essere complesso il passaggio da una rappresentazione del welfare come costo a un paradigma del welfare come investimento. Attraverso quali strade si può promuovere questo diverso approccio?

Mi rendo conto che non è facile muoversi in una simile prospettiva. Ci mancano competenze adeguate – di immaginazione e di pensiero, di azione e di apprendimento – per gestire un potenziale umano ed economico di ingenti dimensioni che non può essere trattato in termini assistenziali ma come fonte di dignità e valore per tutti. Si aprirebbero nuovi scenari sociali per il pubblico, il profit e il no profit. Pubblico e privato possono concorrere al bene comune, ad esempio gestendo il lavoro donato dagli assistiti, destinando i profitti a un fondo di solidarietà per l’inclusione sociale.

Facciamo un esempio. È opinione diffusa che in Italia i servizi per l’infanzia e per la famiglia siano sotto gli standard europei e che, pertanto, dovremmo investire di più. Che fare? Potremmo considerare che sono sei i miliardi di euro – una cifra analoga alla spesa dei comuni italiani per l’assistenza sociale – destinati ad assegni familiari che, in termini di aiuto alle famiglie con figli piccoli, consistono mediamente in pochi euro di più al mese. Proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se solo una parte di questa somma fosse destinata ai servizi per l’infanzia e la famiglia, senza togliere i diritti, ma dando di più ai titolari di diritti, con maggiore abbattimento del disagio e riducendo i costi per l’accesso ai servizi per l’infanzia, grazie al potenziamento dell’offerta. Se si vuole assecondare questa suggestione, non basta raccogliere risorse finanziarie e re-distribuirle. Bisogna anche investirle, mirando alla rigenerazione della risorsa ottenuta con il gettito fiscale e cercando il successivo rendimento etico del capitale a disposizione. Si può perseguire questo risultato solo responsabilizzando, visto che le principali risorse sono le persone.

Certo occorrerà riformare una serie di cose – per esempio, gli assegni familiari, gli ammortizzatori sociali e altro ancora – ma per dare di più ai cittadini, non per dare meno. Il moltiplicatore delle risorse sono le persone, che vanno poste al centro dell’innovazione possibile, senza cadere nelle trappole della solidarietà qualunquista, quando si limita ad erogare soldi con pochi servizi o della beneficienza privata, spesso priva di corresponsabilità. Costruire welfare generativo implica, al contrario, collegare le istituzioni con le persone. Alle prime competono le azioni del raccogliere e del redistribuire. Alle persone competono le funzioni di rigenerare, rendere e responsabilizzare. Questo significa passare dal welfare attuale ad un welfare a maggiore capacità e potenza, perché non si limita a raccogliere e redistribuire, ma diventa promotore di capacità personali, a livello micro, a livello meso promuovendo contesti organizzativi capaci di lavorare sulle corresponsabilità locali, a livello macro rigenerando le risorse senza consumarle, anzi facendole rendere, grazie alla responsabilizzazione possibile dentro un modo più facile di coniugare diritti e doveri.

A riorientare il capitale rinnovando la cultura

Da dove ripartire per gestire una transizione di tale complessità? Quale ruolo possono svolgere le amministrazioni, i servizi e i singoli operatori?

Parto da una osservazione. Ragionare alla luce delle cinque linee d’azione appena descritte – da coniugare con intelligenza e tenacia – come base del welfare di domani ci permette, in primo luogo, di andare oltre un alibi, a cui spesso si ricorre per coltivare il senso di impotenza. Non è detto che servano in questo momento maggiori risorse finanziare per il welfare. Stiamo maneggiando un capitale ingente, in termini di servizi e professionalità dispiegate sul territorio, anche se in modo diseguale. Va riorientato e con coraggio, perché è un prodotto «maturo». Se non rinasce si deteriora, diventa vittima dei rischi finora descritti: cioè la sua messa in crisi e il conseguente sostanziale abbandono delle persone in condizioni disagiate e problematiche. Dovrebbero acquistare aiuti loro necessari nel mercato o invocare la beneficenza che il welfare voluto dalla nostra Costituzione non sarà in grado di dare. L’aumento dei ticket prepara psicologicamente questa eventualità. Dico questo tenendo conto del fatto che già oggi, non è vero che le persone, soprattutto nell’aerea dell’assistenza sociale, possono contare su un welfare solidaristico, perché il concorso alla spesa per i servizi sociali incide molto sui redditi delle famiglie. Lo stesso sta avvenendo per l’assistenza sanitaria, quando viene aumentato il concorso economico al momento della fruizione.

Insomma, se consideriamo la distinzione tra la raccolta fondi alla fonte (la solidarietà fiscale) e quella al consumo (per esempio al distributore della benzina), ci accorgiamo che anche nel welfare pubblico si sta potenziando l’idea della fruizione al consumo come sede di concorso al finanziamento.

Sì, ma è paradossale in quanto si chiede il concorso anche a chi è in condizioni di maggior bisogno. Il consumo di carburante riguarda quasi tutti, mentre il consumo di welfare si concentra su chi ha più bisogno. Assecondare questa deriva è molto grave, può far saltare la fiducia nel patto costituzionale. C’è una soglia da non superare e, anzi, occorre trovare soluzioni perché nell’area dell’assistenza sociale il concorso alla spesa dei servizi al momento della fruizione si riduca invece di aumentare. Non è accettabile che si paghino 500 euro al mese per portare un bambino al nido: non è welfare, ma un’offerta di mercato gestita da amministrazioni pubbliche. L’accoglienza welfare-dependencydei bambini piccoli è un bene comune, e non un bene con corrispettivo, senza solidarietà sociale. I Comuni si difendo adducendo i costi di gestione, ma è anche loro compito trovare modalità meno costose che a volte non vengono prese in considerazione. Più in generale, va un po’ smontato il lamento sulla mancanza di risorse, perché i tagli effettuati negli ultimi anni hanno inciso relativamente sul sociale e ben di più su altre voci. I tagli effettivi sul sociale sono stati quelli al Fondo nazionale, che sono di entità limitata: circa 1 miliardo di euro sui 51 totali mentre in altri settori si è intervenuti in modo più pesante. Purtroppo i cosiddetti vecchi welfaristi preferiscono chiedere altre risorse per dare ulteriori sussidi economici, cioè più assistenzialismo. Anche per questo molte persone e famiglie si sentono abbandonate al proprio destino, purtroppo percepito come irreversibile.

Non si esce dalla povertà con le sole erogazioni

Questa è la sfida cruciale che indicate nel vostro rapporto e ha un obiettivo ambizioso, come si evince dal titolo stesso del volume: Vincere la lotta alla povertà…

Dobbiamo riorientare le scelte di welfare, non c’è dubbio, spinti dalla drammaticità dei problemi. Il bivio in cui ci troviamo è tra assistenzialismo improduttivo e ricerca di strategie per riorientare l’utilizzo, anzi l’investimento del capitale a disposizione. Molti poveri non possono che limitarsi a consumare gli aiuti ricevuti, senza poter uscire dallo stato di povertà. Per molti versi in Italia abbiamo sempre inteso la lotta alla povertà come impegno a sedarla, permettendo alla gente di tirare avanti, come se avessimo deciso che non è possibile vincerla. In altri Paesi invece si riesce a vincere, con indici di uscita di povertà positivi, come avviene quando si può sperare di guarire da una malattia. Riorientare l’uso del capitale sociale ed economico è l’unica strategia seria per pensare a nuove politiche di lotta alla povertà. Altre proposte rappresentano cure palliative che non intervengono sulla condizione di cronicità. Se non incide sugli indici di uscita dalla povertà, si toglie speranza, oltretutto in una situazione in cui l’impoverimento complessivo, ogni giorno più diffuso, mostra che il problema non è dei poveri ma di tutti. I servizi di assistenza sanitaria, sociale, educativa, di sostegno abitativo in Europa, riducono le disuguaglianze di un terzo. Va, quindi, rovesciato il ragionamento che negli ultimi anni ha portato ad accettare la povertà come un dato strutturale e a ridurre le politiche sociali a politiche di trasferimento monetario.

Anche per questo ci siamo domandati a quanto ammontano i trasferimento monetari, ad esempio, in una città come Milano. Abbiamo calcolato che chi vive condizioni di povertà e disagio ha 65 possibilità di ottenere trasferimenti monetari (dal Comune, dalla Regione, dall’INPS). Non è certo poco: il problema è che manca un controllo sulle ricadute di tali erogazioni e sulle possibili «restituzioni» da parte degli aiutati. L’accesso agli aiuti fa parte del patto del cittadinanza di cui parlavo, ma non si è dentro il patto se ci si limita a riscuotere diritti senza ricreare condizioni in cui le persone possano contribuire al benessere proprio e di altri. In altre parole, i servizi non fanno abbastanza leva sulle capacità di emancipazione e di restituzione dei beneficiari, sapendo che nell’aver cura degli altri si apprende ad aver cura di sé. Invece chi ha bisogno si sente nel giusto nel prendere quello che c’è a disposizione, mentre nessuno gli chiede: «come rigenerare l’aiuto?». Anche l’aiutato, chiunque sia, può contribuire ad essere solidale. Magari non ha contribuito con le tasse in quanto senza reddito, però può mostrare in altro modo la propria capacità di servizio, dando una mano come volontario, occupandosi di qualcuno, restituendo se possibile parte del bene ricevuto, come arrivare nel microcredito. Insomma, le canne da pesca possono essere tante. È possibile costruirle dove i servizi, gli operatori sociali e le persone incrociano le loro strade, per passare dalla logica del consumatore alla logica del rigenerare grazie all’incontro delle responsabilità. Senza di questo l’appello a restituire non è che un’ingiunzione paradossale.

Il patto costituzionale rilanciato «dal basso»

Dunque, non usciamo dalla povertà se i poveri non ci danno una mano. E il fatto che il povero ci dia una mano viene vissuto come dignità ritrovata.

È un concetto profondo che, se venisse compreso sul piano etico e professionale, trasformerebbe l’aiuto dell’assistenza sociale, dell’educatore, dell’addetto all’assistenza, dello psicologo. Malgrado l’impegno di molti operatori, per ora il paradigma dominante garantisce l’accesso alle risposte (finanziarie e terapeutiche), ma senza trasformazione, mentre un’interpretazione più autentica della Costituzione chiede di coniugare diritti e doveri. I poveri possono uscire dalla povertà se concorrono a produrre beni comuni, non se gestiscono beni individuali per se stessi, mentre non si chiede loro di attivarsi e capacitarsi. Un povero rischia di restare povero ed emarginato, solo se entra nei circoli viziosi della profezia che si auto-avvera, con sempre meno speranza, fiducia, autostima. Alla base invece dei ragionamenti espressi finora sta una convinzione: «Non posso aiutarti senza di te». Siamo ben oltre l’enfasi della big society, che affida alla solidarietà circoscritta e generosa qualcosa di più impegnativo, che va alla radice del vivere sociale. Il rilancio del patto costituzionale implica un profondo mutamento nel modo di pensare ed agire delle persone e delle istituzioni, a fronte dei rischi del vivere nell’attuale organizzazione competitiva degli egoismi e dei diritti, a fruizione individuale e poco sociale. È dentro l’esigenza di questo profondo cambiamento che può muoversi chi oggi lavora a contatto con le fragilità della vita personale e sociale. Lavorando a contatto con i più deboli gli operatori non possono sottrarsi al compito di aiuto e sostegno ma devono anche meglio esplorare i potenziali di emancipazione e di «liberazione». L’enfasi sulla qualità di processo, basata sulle certificazioni e gli accreditamenti, ha purtroppo fatto rientrare in gioco i mansionari, privilegiando la buona gestione amministrativa dell’aiuto. Anche per questo non bisogna avere paura di chiedersi come invertire la rotta con una progressiva assunzione di responsabilità. A questa trasformazione etico-culturale siamo chiamati tutti, perché tutti usufruiamo di risposte di welfare (sanitario, sociale, educativo) e non possiamo esserne soltanto consumatori, mentre possiamo diventare generatori (di welfare) facendo rendere le risposte a disposizione.

Questo ritorno ai fondamentali nell’allestire localmente beni comuni è indispensabile per evitare le scorciatoie politiche, combattendo l’impotenza e la frustrazione professionale. Entrambe inibiscono il pensare e l’agire innovativo. I cinque verbi che ho utilizzato in questa conversazione (raccogliere, redistribuire, rigenerare, rendere, responsabilizzare), da una parte portano ad intravedere una nuova visione strategica del welfare futuro e dell’altra aprono a un diverso modo di vivere la quotidianità nel lavoro sociale praticando soluzioni di welfare generativo. In gioco c’è la micro-tessitura territoriale dell’aiuto che restituisce fiducia alle persone e alle istituzioni. Queste ultime non verrebbero più percepite come anonimi erogatori di prestazioni e risorse monetarie, ma come garanti di un patto d’aiuto e capacitazione necessarie per investire le risorse senza limitarsi a consumarle. Abbiamo bisogno di istituzioni più capaci di fare questo e quindi vicine ai cittadini. Per anni si è «denigrato» il capitale sociale pubblico e parlato in modo ideologico della solidarietà del mercato. Il pubblico, se inteso come bene di tutti, rappresenta una sfera molto più grande delle istituzioni. Anche per questo occorre riscrivere il senso del welfare come bene sociale e da socializzare per riscoprire il senso profondo del patto costituzionale, che non solo ci accomuna ma che può proiettarci in un futuro migliore.

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Per approfondire: “Verso un welfare generativo, da costo a investimento”, Fondazione Emanuela Zancan.

Pierre

Se affermo che la cultura è oggi in pericolo, che è minacciata dal dominio del denaro, e del commercio, e dello spirito mercantile dai molti aspetti, auditel, ricerche di marketing, attese degli inserzionisti, cifre di vendita, lista dei best sellers, si dirà che io esagero.

Se affermo che i politici, che firmano accordi internazionali che riducono le opere di cultura al rango comune di prodotti senza qualità, governabili dalle leggi che si applicano al mais, alle banane o agli agrumi, contribuiscono, senza saperlo, allo svilimento della cultura e delle menti, si dirà che io esagero.

Se affermo che gli editori, i produttori di film, i critici, i distributori, i responsabili delle catene radiofoniche e televisive, che si piegano con zelo alla legge della circolazione commerciale, quella della caccia al best seller o alle star mediatiche e della produzione e glorificazione del successo a breve termine e ad ogni costo, ma anche quella degli scambi circolari di concessioni e favori mondani, se dico che tutti costoro collaborano con le forze imbecilli del mercato e partecipano al loro trionfo, si dirà che io esagero. E tuttavia…

Se ricordo ora che le possibilità di fermare questa macchina infernale dipendono da tutti quelli e quelle che, avendo qualche potere sulle cose della cultura, dell’arte e della letteratura, possono, ciascuno da parte sua e a suo modo, e quanto al loro ruolo, per minimo che esso sia, gettare il loro granello di sabbia nel gioco ben oliato delle complicità rassegnate, e se aggiungo infine che quelli e quelle che hanno l’opportunità di lavorare a Telerama (non necessariamente nelle posizioni più eminenti o più visibili) sarebbero, per convinzione e per tradizione, tra i meglio situati per farlo, si dirà forse, per una volta, che sono disperatamente ottimista. E tuttavia…

Ho spesso messo in guardia contro la tentazione profetica e la pretesa degli specialisti di scienze sociali di annunciare, per denunciarli, i mali presenti e futuri. Ma la logica stessa del mio lavoro mi ha portato a superare i limiti che mi ero dato in nome di un’idea di oggettività che mi è apparsa a poco a poco come una forma di censura. E’ così che oggi, di fronte alle minacce che incombono sulla cultura, e che sono ignorate dalla grande maggioranza, ma anche, spesso, dagli scrittori, dagli artisti, e dagli scienziati stessi, che nondimeno sono i primi interessati, ritengo necessario far conoscere il più ampiamente possibile quello che mi sembra essere il punto di vista della ricerca più avanzata sugli effetti che i processi che chiamiamo di mondializzazione possono produrre nell’ambito culturale.

L’autonomia minacciata

Ho descritto e analizzato (soprattutto nel mio libro intitolato “Le regole dell’arte”) il lungo processo di autonomizzazione al termine del quale si sono costituiti, in un certo numero di paesi occidentali, questi microcosmi sociali che io definisco «campi», campo letterario, campo scientifico o campo artistico. Ho dimostrato che questi universi obbediscono a delle leggi loro proprie (è il senso etimologico del termine “autonomia”) le quali differiscono da quelle del mondo sociale circostante, in primo luogo sul piano economico, dato che il mondo letterario o artistico è per esempio largamente affrancato, almeno nel suo settore più autonomo, dalla legge del denaro e dell’interesse. Ho anche sempre insistito sul fatto che questo processo non aveva niente dello sviluppo lineare e orientato di tipo hegeliano, e che i progressi verso l’autonomia potevano essere interrotti improvvisamente, come si è visto tutte le volte che si sono instaurati i regimi dittatoriali, capaci di espropriare i mondi artistici delle loro conquiste passate. Ma ciò che accade oggi agli universi della produzione artistica nell’insieme del mondo sviluppato, è qualcosa di interamente e davvero senza precedenti: in effetti l’indipendenza, difficilmente conquistata, della produzione e della circolazione culturale nei confronti delle necessità dell’economia è minacciata, nel suo stesso principio, dall’intrusione della logica commerciale in tutte le fasi della produzione e circolazione dei beni culturali.

I profeti del nuovo vangelo neoliberale insegnano che in campo culturale, come altrove, la logica di mercato non può produrre che benefici. Rifiutando la specificità dei beni culturali, in modo sia implicito che esplicito, come nel caso del libro, per il quale rifiutano ogni specie di protezione, essi affermano che le novità tecnologiche e le innovazioni economiche che le sfruttano non potranno che accrescere la quantità e la qualità dei beni culturali offerti, e quindi la soddisfazione dei consumatori, a condizione che tutto ciò che viene fatto circolare dai nuovi gruppi di comunicazione tecnologicamente ed economicamente integrati (messaggi televisivi come libri, film o giochi, sussunti in blocco e indistintamente sotto l’etichetta di «informazione»), sia considerato come una merce qualunque, e quindi trattato come un prodotto qualsiasi e sottoposto alla logica del profitto. Così l’abbondanza legata alle moltiplicazioni di catene televisive digitali telematiche dovrebbe determinare una “explosion of media choices” capace di soddisfare tutti i gusti, di soddisfare qualsiasi domanda; la concorrenza, in questo ambito come in altri, dovrebbe, con la sua sola logica, e soprattutto grazie al progresso tecnologico, favorire la creatività. La legge del profitto sarebbe, anche in questo campo, democratica, perché privilegia i prodotti plebiscitati dalla grande maggioranza.

Potrei corredare ciascuna delle mie asserzioni con decine di riferimenti e di citazioni, in definitiva assai ridondanti. Mi limiterò a un solo esempio, che riassume quasi tutto ciò che ho detto, preso in prestito da Jean-Marie Messier: «Milioni di posti di lavoro sono stati creati negli Stati Uniti grazie alla liberalizzazione completa delle telecomunicazioni e alle tecnologie della comunicazione. La Francia deve ispirarsi a questo modello! Sono in gioco la competitività della nostra economia e il lavoro dei nostri figli. Dobbiamo uscire dal nostro immobilismo e lasciare campo libero alla concorrenza e alla creatività». Cosa valgono questi argomenti? Alla mitologia della differenziazione e della straordinaria diversificazione dei prodotti si può opporre l’uniformazione dell’offerta, sia su scala nazionale che internazionale: la concorrenza, lungi dal diversificare, omogeneizza, poiché inseguire il più vasto pubblico porta i produttori alla ricerca di prodotti omnibus, validi per i pubblici di ogni ambiente di ogni paese, poco differenziati e poco differenzianti: film hollywoodiani, telenovelas, feuilletons adattati per la televisione, soap operas, serie poliziesche, musica commerciale, teatro dei boulevards o di Broadway, best sellers prodotti direttamente per il mercato mondiale, settimanali per tutti.  Inoltre, la concorrenza non cessa di regredire con la concentrazione dell’apparato di produzione e soprattutto di diffusione. Le molteplici reti di comunicazione tendono sempre di più a diffondere, spesso nello stesso momento, il medesimo tipo di prodotti generati dalla ricerca del massimo profitto col minimo costo.

La straordinaria concentrazione dei gruppi di comunicazione dà luogo, come mostra la più recente fusione, quella di Viacom e di Cbs[1], cioè di un gruppo orientato verso la produzione di contenuti e di uno orientato alla diffusione, a una integrazione verticale in cui la distribuzione comanda sulla produzione, imponendo una vera e propria censura attraverso il denaro. Il cumulo di attività di produzione, sfruttamento e distribuzione comporta degli abusi da posizione di monopolio che favoriscono i film di casa: Gaumont, Pathé e Ugc assicurano direttamente o nelle sale della loro rete di programmazione la proiezione dell’80 per cento dei film in esclusiva sul mercato parigino. Si dovrebbe ricordare anche la proliferazione delle multisale, totalmente sottoposte agli imperativi dei distributori, che fanno una concorrenza sleale alle piccole sale indipendenti, spesso destinate alla chiusura. Ma l’essenziale è che le preoccupazioni commerciali e la ricerca del massimo profitto a breve termine, e l’«estetica» che ne deriva, si impongono sempre più alla totalità delle produzioni culturali.

InlineShiftCultureLe conseguenze di questa politica sono esattamente le stesse che si osservano nel campo editoriale, dove si afferma ugualmente una fortissima concentrazione: almeno negli Stati Uniti, il commercio del libro, a parte due editori indipendenti (W. W. Norton e Houghton Mifflin), alcune University Press (peraltro sempre più sottomesse anch’esse ai vincoli commerciali) e qualche piccolo editore combattivo, è nelle mani di otto grandi corporations mediatiche. La grande maggioranza degli editori devono orientarsi senza remore verso il successo commerciale, con l’effetto di una invasione delle star mediatiche tra gli autori e della censura attraverso il denaro. Questo perché, essendo integrati nei grandi gruppi multimediali, gli editori devono raggiungere tassi di profitto molto elevati. Come non vedere che la logica del profitto, soprattutto a breve termine, è la negazione secca della cultura che suppone degli investimenti a fondo perduto, dai ritorni incerti e spesso anche postumi?

È in gioco la sopravvivenza di una produzione culturale che non sia orientata da fini esclusivamente commerciali e che non sia sottomessa al giudizio di coloro che dominano la produzione mediatica di massa attraverso il potere che essi detengono sui grandi strumenti di diffusione. Nei fatti, una delle difficoltà della lotta che si deve condurre in questi campi è che essa può avere delle apparenze antidemocratiche, nella misura in cui le produzioni di massa della cultura industriale sono in qualche modo plebiscitate dal grande pubblico, e in particolare dai giovani di tutti i paesi del mondo, tanto perché sono più accessibili (il consumo di questi prodotti suppone meno capitale culturale), quanto perché sono oggetto di una sorta di paradossale snobismo: in effetti è la prima volta nella storia che si impongono come chic i prodotti più cheap di una cultura popolare (di una società economicamente e politicamente dominante). Gli adolescenti di tutto il mondo che indossano i buggy pants, pantaloni il cui fondo cade a mezza coscia, non sanno certo che la moda che essi ritengono al tempo stesso ultrachic e ultramoderna è nata nelle prigioni statunitensi, così come il gusto dei tatuaggi! Ciòbarrylee vuol dire che la civiltà dei jeans, della Coca-cola e del McDonald’s detiene non solo il potere economico ma anche il potere simbolico, che si esercita tramite una seduzione cui le vittime stesse contribuiscono. Facendo dei bambini e degli adolescenti, soprattutto quelli più privi di specifici sistemi di difesa immunitaria, i destinatari privilegiati della loro politica commerciale, le grandi imprese di produzione e distribuzione culturale, soprattutto cinematografiche, si garantiscono, con l’appoggio della pubblicità e dei media costretti e complici al tempo stesso, una influenza straordinaria e senza precedenti sull’insieme delle società contemporanee, che vengono così sospinte verso una condizione infantile.

Quando, come diceva Gombrich, «le condizioni ecologiche dell’arte» sono distrutte, l’arte non tarda a morire. La cultura è minacciata perché le condizioni economiche e sociali nelle quali può svilupparsi sono profondamente intaccate dalla logica del profitto nei paesi avanzati dove il capitale accumulato, condizione dell’autonomia, è già cospicuo, e a fortiori negli altri paesi. I microcosmi relativamente autonomi all’interno dei quali si produce la cultura devono far crescere, in collegamento con il sistema scolastico, i produttori e i consumatori. I pittori hanno impiegato quasi cinque secoli per conquistare le condizioni sociali che hanno reso possibile un Picasso. Hanno dovuto – lo si apprende dalla lettura dei contratti – lottare contro i committenti perché la loro opera non fosse più trattata come un semplice prodotto, valutato secondo la superficie dipinta e il costo dei colori impiegati; hanno dovuto lottare per ottenere il diritto alla firma, cioè il diritto di venire trattati come autori. Hanno dovuto lottare per il diritto di scegliere i colori che utilizzavano, il modo di usarli e anche, infine, con l’arte astratta, il soggetto stesso, sul quale pesava in modo particolare il potere del committente. Altri, scrittori o musicisti, hanno dovuto battersi per ciò che si definisce, da una data molto recente, il diritto d’autore; hanno dovuto lottare per la rarità, l’unicità, la qualità – e solo grazie alla collaborazione dei critici, dei biografi, dei professori di storia dell’arte, sono riusciti a imporsi come artisti, come «creatori».

Allo stesso modo, sarebbe lungo elencare le condizioni che devono essere soddisfatte perché possano apparire opere cinematografiche innovative e un pubblico capace di apprezzarle. Per citarne solo qualcuna, riviste specializzate e critici preparati, piccole sale e cineteche frequentate dagli studenti, cineasti pronti a sacrificare tutto per realizzare dei film senza successo immediato, produttori abbastanza informati e colti per finanziarli, in una parola tutto quel microcosmo sociale all’interno del quale il cinema d’avanguardia è riconosciuto, ha un valore, e che oggi è minacciato dall’invasione del cinema commerciale e soprattutto dal dominio dei grandi distributori, dai quali i produttori, finché non diventano essi stessi distributori, dipendono. Tutto ciò è oggi minacciato dalla riduzione dell’opera a prodotto e a merce. Le lotte odierne dei cineasti per il final cut e contro la pretesa del produttore di detenere il diritto finale sull’opera sono l’esatto equivalente delle lotte dei pittori del Quattrocento. Frutto di un lungo processo di emersione, di evoluzione, questi universi autonomi sono oggi entrati in un processo di involuzione: sono il luogo di un ritorno indietro, di una regressione, dall’opera verso il prodotto, dall’autore verso l’ingegnere o il tecnico che mette in moto procedure tecniche non originali come i famosi effetti speciali, o verso le vedettes celebri e celebrate dalle riviste a grande tiratura e adatte ad attirare un grande pubblico poco preparato ad apprezzare ricerche specifiche, soprattutto formali. E questi mezzi estremamente costosi sono posti al servizio di fini puramente commerciali, cioè organizzati, in modo quasi cinico, per sedurre il maggior numero possibile di spettatori dando soddisfazione alle loro pulsioni primarie, che altri tecnici, gli specialisti di marketing, tentano di prevedere. È così che si vedono nascere anche in tutti gli ambiti culturali (se ne potrebbero trovare esempi nel campo del romanzo come in quello del cinema e persino in poesia come quella che Jacques Roubaud chiama la poesia «muesli») produzioni culturali di serie che possono arrivare a minare le ricerche dell’avanguardia giocando con le molle più tradizionali delle produzioni commerciali e che, per la loro ambiguità, possono trarre in inganno i critici e i consumatori con pretese moderniste, grazie ad un effetto di allodossia.

La scelta non è, evidentemente, tra la «mondializzazione», intesa come sottomissione alle leggi del commercio, e dunque al regno del «commerciale», che è sempre e ovunque il contrario di ciò che si intende per cultura, e la difesa delle culture nazionali o di una forma particolare di nazionalismo culturale. I prodotti kitsch della «mondializzazione» commerciale (quella del film spettacolare pieno di effetti speciali, o ancora quella della «world fiction», i cui autori possono essere italiani, indiani o inglesi quanto americani) si contrappongono in ogni senso ai prodotti della internazionale letteraria, artistica o cinematografica, il cui centro è ovunque e in nessun luogo, anche se per molto tempo si è collocato a Parigi. Come ha mostrato Pascale Casanova nel libro La République mondiale des lettres, la «internazionale denazionalizzata degli artisti», i Joyce, Faulkner, Kafka, Beckett o Gombrowicz, prodotti puri dell’Irlanda, degli Stati Uniti, della Cecoslovacchia o della Polonia, ma che sono stati coltivati a Parigi, o i Kaurismaki, Manuel de Oliveira, Satyajit-Ray, Kieslowsky, Kiarostami, e tanti altri cineasti contemporanei di tutto il mondo, l’internazionale che ignora orgogliosamente l’estetica di Hollywood non avrebbe mai potuto esistere e sopravvivere senza una tradizione di internazionalismo artistico e, più precisamente, senza il microcosmo di produttori, critici e recettori avvertiti che è necessario alla sua sopravvivenza e che, costituito da molto tempo, è riuscito a sopravvivere in quei luoghi che sono stati risparmiati dall’invasione commerciale[2].

Per un nuovo internazionalismo

Questa tradizione di specifico internazionalismo, propriamente culturale, si oppone radicalmente, nonostante le apparenze, a ciò che si definisce «globalizzazione». Questa parola, che funziona come una parola d’ordine, è in effetti la maschera che giustifica una politica tesa a universalizzare gli interessi particolari, la tradizione particolare delle potenze economicamente e politicamente dominanti, in primo luogo gli Stati Uniti, e a estendere all’insieme del mondo il modello economico e culturale più favorevole a queste potenze, presentandolo al tempo stesso come una norma, un dover-essere, una fatalità, un destino universale, in modo da ottenere l’adesione o, quantomeno, la rassegnazione universale.

Essa mira cioè, in campo culturale, a universalizzare, imponendole a tutto il mondo, le particolarità di una tradizione culturale nella quale la logica commerciale ha raggiunto il suo pieno sviluppo. (Infatti, ma sarebbe lungo darne dimostrazione, la forza della logica commerciale deriva dal fatto che, mentre si presenta come modernità progressista, essa non è che l’effetto di una forma radicale di laisser-faire, caratteristico di un ordine sociale che si consegna alla logica dell’interesse e del desiderio immediato, convertito in fonte di profitto. I campi di produzione culturale che si sono istituiti progressivamente e a prezzo di immensi sacrifici sono profondamente vulnerabili di fronte alle forze della tecnologia alleate con quelle dell’economia. In effetti coloro che nell’ambito di ciascuno di questi campi, come oggi gli intellettuali mediatici e altri produttori di bestseller, si accontentano di piegarsi alle esigenze della domanda e di trarne profitti economici o simbolici, sono sempre, quasi per definizione, contingentemente più numerosi e più influenti di quelli che lavorano senza la minima concessione a qualsiasi forma di domanda, cioè per un mercato che non esiste).

Coloro che restano fedeli a questa tradizione di internazionalismo culturale, artisti, scrittori, ricercatori, ma anche editori, galleristi, critici di tutto il mondo, devono oggi mobilitarsi in una situazione in cui le forze dell’economia, che tendono in forza della loro propria logica a sottomettere la produzione e la distribuzione culturale alla legge del profitto immediato, trovano un sostegno potente nelle politiche dette di liberalizzazione che le potenze economicamente e culturalmente dominanti impongono universalmente sotto il manto della «globalizzazione». Devo qui ricordare, a mia difesa, certe realtà triviali, che non hanno spazio normalmente in una assemblea di scrittori… Sapendo, per di più, che apparirò esagerato – profeta di sventura – tanto sono enormi le minacce che le misure neoliberali fanno pesare sulla cultura. Penso all’Accordo generale sul commercio dei servizi (Agcs) che i diversi Stati hanno sottoscritto aderendo all’Organizzazione mondiale del commercio e la cui applicazione è attualmente in corso di negoziazione. Si tratta in effetti, come hanno mostrato numerose analisi – soprattutto quelle di Lori Wallach, Agnès Bertrand e Raoul Jennar – di imporre ai 136 Stati membri l’apertura di tutti i servizi alle leggi del libero scambio e di rendere così possibile la trasformazione in merci e in fonte di profitto tutte le attività di servizio, comprese quelle che rispondono a quei diritti fondamentali che sono l’educazione e la cultura. Ciò vorrebbe dire farla finita con il concetto stesso di servizio pubblico e con acquisizioni sociali così decisive come l’accesso di tutti all’educazione gratuita e alla cultura nel senso più ampio del termine (in effetti si ritiene che la misura si applichi, in vista di una rimessa in discussione delle classificazioni vigenti, a servizi come l’audiovisivo, le biblioteche, gli archivi e i musei, i giardini botanici e zoologici e tutti i servizi legati al divertimento, arte, teatro, radio e televisione, sport eccetera).

Come non vedere che questo programma (che considera come «ostacoli al commercio» le politiche nazionali tendenti a salvaguardare le particolarità culturali nazionali in contrasto con gli interessi delle industrie culturali transnazionali) non può avere altro effetto che proibire alla maggior parte dei paesi, e in particolare ai meno provvisti di risorse economiche e culturali, ogni speranza di uno sviluppo confacente alle particolarità locali e nazionali e rispettoso delle diversità, in campo culturale come in tutti gli altri settori. Tutto ciò imponendo loro di sottoporre tutte le misure nazionali, regolamentazioni interne, sovvenzioni a enti e istituzioni, licenze, eccetera, al verdetto di una organizzazione che tenta di conferire l’aspetto di una norma universale alle esigenze delle potenze economiche transnazionali.

La straordinaria perversità di questa politica dipende da due effetti che si sommano: da un lato è protetta dalla critica e dalla contestazione grazie al segreto di cui si circondano coloro che la producono; dall’altro è gravida di effetti, talvolta voluti, che non vengono avvertiti, al momento della sua messa in atto, da coloro che dovranno subirli, e che non si manifesteranno che con un ritardo più o meno lungo, impedendo alle vittime di denunciarli tempestivamente (è il caso per esempio di tutte le politiche di minimizzazione dei costi nel campo della salute).

Questa politica, che mette al servizio degli interessi economici le risorse intellettuali che il denaro può mobilitare, come i think tanks che riuniscono pensatori e ricercatori, giornalisti e specialisti di pubbliche relazioni, dovrebbe suscitare il rifiuto unanime di tutti gli artisti, scrittori e scienziati più fedeli all’idea di una ricerca autonoma, che ne sono le vittime designate. Ma, oltre al fatto che essi non hanno sempre i mezzi per accedere alla coscienza e alla conoscenza dei meccanismi e delle azioni che concorrono alla distruzione del mondo al quale la loro stessa esistenza è legata, essi sono poco preparati, a causa del loro attaccamento viscerale, e del tutto giustificato, all’autonomia, soprattutto nei confronti della politica, a impegnarsi sul terreno della politica, foss’anche per difendere la propria autonomia. Pronti a mobilitarsi per cause universali il cui paradigma indelebile è l’azione di Zola a favore di Dreyfus, essi sono meno disposti a impegnarsi in azioni che, avendo per obiettivo principale la difesa dei loro interessi più specifici, appaiono loro designate da una sorta di corporativismo egoista. Ma ciò significa dimenticare che, difendendo gli interessi più direttamente legati alla loro stessa esistenza (attraverso azioni come quelle che i cineasti francesi hanno condotto contro l’Ami, l’Accordo multilaterale sugli investimenti), contribuiscono alla difesa dei valori più universali che, attraverso di loro, sono direttamente minacciati.

Le azioni di questo tipo sono rare e difficili: la mobilitazione politica per cause che superano gli interessi corporativi di una categoria sociale particolare, camionisti, infermieri, bancari o cineasti, ha sempre richiesto molto sforzo e molto tempo, talvolta anche molto eroismo. I «bersagli» di una mobilitazione politica sono oggi estremamente astratti e molto lontani dall’esperienza quotidiana dei cittadini, anche colti: le grandi società multinazionali e i loro consigli d’amministrazione internazionali, le grandi organizzazioni internazionali, Wto, Fmi e Banca mondiale dalle molte sottosezioni indicate da sigle e acronimi complicati e spesso impronunciabili, e tutte le realtà corrispondenti e comitati di tecnocrati non eletti, poco noti al grande pubblico, costituiscono un vero governo mondiale invisibile, inavvertito e sconosciuto al grande pubblico, il cui potere si esercita sugli stessi governi nazionali. Questa specie di Grande Fratello, che si è dotato di archivi interconnessi su tutte le grandi istituzioni economiche e culturali, è già là, attivo, efficiente, pronto a decidere cosa possiamo mangiare e cosa no, cosa possiamo leggere, vedere al cinema o alla televisione, e così via, mentre molti tra i pensatori più illuminati sono ancora convinti che ciò che accade oggi assomigli alle speculazioni scolastiche sui progetti di Stato universale alla maniera dei filosofi del XVIII secolo.

Attraverso il potere quasi assoluto che detengono sui gruppi di comunicazione, cioè sull’insieme degli strumenti di produzione e di diffusione dei beni culturali, i nuovi padroni del mondo tendono a concentrare tutti i poteri economici, culturali e simbolici che, nella maggior parte delle società, erano rimasti distinti o opposti, e sono in grado così di imporre a largo raggio una visione del mondo conforme ai loro interessi. Sebbene non siano, propriamente parlando, produttori diretti, sebbene il modo in cui si esprimono nelle dichiarazioni pubbliche i loro dirigenti non sia il più originale o il più sottile, i grandi gruppi di comunicazione contribuiscono per una parte decisiva alla circolazione quasi universale della doxa dilagante e insinuante del neoliberismo, di cui bisognerebbe analizzare in dettaglio la retorica: le mostruosità logiche come le constatazioni normative (per esempio: «l’economia si mondializza, bisogna mondializzare la nostra economia»; «le cose cambiano in fretta, bisogna cambiare»), le “deduzioni”selvagge, tanto perentorie quanto abusive («se il capitalismo vince ovunque, vuol dire che è iscritto nella natura profonda dell’uomo»), le tesi infalsificabili («è creando la ricchezza che si crea lavoro», «troppa imposta uccide l’imposta» formula che, per i più colti può richiamarsi alla famosa curva di Laffer, di cui un altro economista, Roger Guesnerie, ha dimostrato – ma chi lo sa? – che è indimostrabile), le evidenze così indiscutibili che sembra questionabile il fatto di discuterle («lo stato sociale e la sicurezza del posto di lavoro appartengono al passato»; e «come si può difendere Businessman_ZaraPickenancora il principio di un servizio pubblico?»), i paralogismi spesso teratologici (del tipo «più mercato significa più eguaglianza» o «l’egualitarismo condanna migliaia di persone alla miseria»), gli eufemismi tecnocratici («ristrutturare le imprese» per dire licenziare), e tutte le nozioni o locuzioni belle e fatte, semanticamente quasi indeterminate, banalizzate e levigate dall’usura di un lungo utilizzo automatico, che funzionano come formule magiche instancabilmente ripetute per il loro valore incantatorio («deregulation», «disoccupazione volontaria», «libertà degli scambi», «libera circolazione dei capitali», «competitività», «creatività», «rivoluzione tecnologica», «crescita economica», «combattere l’inflazione», «ridurre il debito pubblico», «abbassare il costo del lavoro», «ridurre le spese sociali»).

Imposta da un effetto di avvolgimento continuo, questa doxa finisce per presentarsi con la forza tranquilla di ciò che va da sé. Quelli che tentano di combatterla non possono contare, anche all’interno dei campi della produzione culturale, né su un giornalismo strutturalmente solidale (il che non esclude delle eccezioni) con le produzioni e i produttori più direttamente interessati alla soddisfazione diretta del più vasto pubblico, né a maggior ragione sugli «intellettuali mediatici» che, preoccupati innanzitutto dei successi immediati, devono la loro esistenza alla sottomissione alle aspettative del mercato, e che possono, in casi estremi, ma particolarmente rivelatori, mettere al servizio del commercio l’imitazione o la simulazione dell’avanguardia che si è costituita contro di esso.

Ciò vuol dire che la posizione dei più autonomi produttori culturali, spossessati a poco a poco dei loro mezzi di produzione e soprattutto di diffusione, non è indubbiamente mai stata così minacciata e così debole, ma neppure è mai stata così rara, utile e preziosa. Curiosamente, i produttori più «puri», i più «gratuiti», i più «formali», si ritrovano così collocati, oggi, spesso senza saperlo, all’avanguardia della lotta per la difesa dei valori più alti dell’umanità. Difendendo la loro singolarità, difendono i valori più universali.

Seul, settembre 2000

Pierre Bourdieu

Editing grafico a cura di Edna Arauz

[1] Oppure, nel momento in cui rileggo questo testo per la pubblicazione, la fusione non meno terrificante del gigante dei media, Time Warner, col primo fornitore mondiale di accessi a Internet, America Online (AOL).

[2] Mi baso qui sulle analisi di PASCALE CASANOVA, La République mondiale des lettres, Ed. du Seul, Paris, 1999.

Fonte: Pierre Bourdieu, Controfuochi 2, per un nuovo movimento sociale europeo, manifestolibri srl, 2001.