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Maurizio Cattelan - Bidibidobidiboo, 1996

Maurizio Cattelan – Bidibidobidiboo, 1996

Viviamo un mondo complesso. Le società implodono. Ogni settore collassa su se stesso sfumandosi in quello accanto, ripiegandosi l’uno nell’altro. La differenziazione dei settori – che ha permesso l’emancipazione del soggetto dalla tradizione – si è convertita in una sorta di iper-differenziazione globale, che, per necessità strutturali, ha dovuto in seguito configurarsi in una de-differenziazione locale.

Imperversa quindi l’internazionalizzazione dell’economia, e della cultura. Quest’ultima non è più una semplice “estrusione” della società, ma diviene parte fondante e imprescindibile della “società del sapere”. Si indebolisce lo stato-nazione, e tutto ciò che gli pertiene. Emergono le culture di minoranza, la politica della differenza. L’identità si fa plurale, proteiforme, alimentata da fonti inesauribili e sterminate. La “coscienza collettiva” della classe, e delle esperienze di lavoro condivise, viene prosciugata dal sistematico ritiro nel privato, da una pletora d’identità insorgenti. L’entusiasmo per la società “super-industriale” viene immediatamente messo a tacere dal sentire ecologico, dalla consapevolezza di un’autodistruzione annunciata. Le trasformazioni dell’organizzazione del lavoro e della tecnologia inaugurano così l’era del post-fordismo: incertezza, precarietà, sviluppo smisurato dell’economia terziaria di basso livello sono le sue variabili più qualificanti.

Ogni mossa culturale, economica e politica viene influenzata globalmente, avendo come effetto paradossale la rinascita – o la riscoperta – dei localismi, di “nazionalismi periferici” che sgomitano tra di loro: localismi effervescenti che nascono muoiono e si rimescolano, e possono consistere anche di sola e pura invenzione (chiunque può reinventare le proprie origini, i propri antenati – ogni “gioco linguistico” è legittimo). Globale e locale, quindi, dialogano costantemente, e, nonostante categorici tentativi, non si riesce mai a distinguere dove termina l’uno e inizia l’altro. Sono solo comode categorizzazioni per libri accademici votati al diverbio: nella “realtà”, invece, tutto sfuma nell’indistinto, tutto si mescola.

Ma qual è la realtà? È rimasto qualcosa di reale in mezzo a tutto questo miasma di immagini e simboli? Dove sono i referenti? Che fine hanno fatti gli originali?

Per Jean Baudrillard di reale non è rimasto più nulla. Viviamo “l’estasi della comunicazione”, dove i mezzi di comunicazione più che comunicare costruiscono, edificando per noi un nuovo ambiente, una “realtà elettronica” di pura simulazione. Le immagini, quindi, vengono riprodotte da altre immagini e altre ancora, in “un reale senza origine o realtà: un iperreale”. Così facendo, vanno a sostituire la realtà: “le immagini sono assassine del reale”. Tutti i significanti sono copie di altre copie che, nella loro incessante riproduzione, hanno finito per smarrire gli originali. Ed ecco che le immagini senza i propri referenti, i simboli senza i propri modelli di riferimento, non possono diventare altro che simulacri. In tale condizione, non esiste più l’eventualità che i segni o le immagini “tradiscano la realtà”. Non può esistere più alcun concetto di ideologia. “La storia ha cessato di significare, di riferirsi a qualcosa – lo si chiami sociale o reale. Siamo approdati a un genere di iperreale in cui le cose sono riprodotte all’infinito.” Viviamo, dunque, in un mondo immaginario più reale della realtà stessa. Le immagini di cui ci cibiamo quotidianamente “hanno cancellato dalle nostri menti l’idea che al di là di tali immagini e simboli esista un mondo oggettivo.”

Ma l’iperrealtà non significa solo dissoluzione della realtà oggettiva. Avrebbe a che fare anche con la dissoluzione del soggetto umano, di quell’io individuale a cui veniva attribuita, nella modernità, la capacità di agire e pensare nel mondo in maniera autonoma. “Tutto si dissolve totalmente in informazione e comunicazione, compreso l’individuo.” Non avendo più una realtà di riferimento, il soggetto non può più essere legato al proprio ambiente da una relazione oggettiva: tutte le rappresentazioni decadono, ogni distinzione e distanza tra il sé e l’ambiente viene annullata. La dialettica soggetto/oggetto, pubblico/privato perde di ogni significato. “L’individuo non è più un attore o drammaturgo, ma il terminale di reti molteplici.”

Tutto ciò – sempre secondo Baudrillard – potrebbe condurre il soggetto ad una nuova forma di schizofrenia, dove vi è una prossimità eccessiva di ogni cosa, una trasparenza priva di necessarie interiorità nascoste, un’”immonda promiscuità” dove tutto lo investe e penetra senza incontrare alcuna resistenza; neanche il corpo funge più da protezione personale:

Ciò che lo definisce non è tanto la perdita del reale, gli anni luce di estraniazione dal mondo, il pathos della distanza e della separazione radicale, come abitualmente si dice, ma se mai il contrario, l’assoluta prossimità, la totale istantaneità delle cose, la sensazione di non avere alcuna difesa, alcun rifugio. È la fine dell’interiorità e dell’intimità, la sovraesposizione e trasparenza al mondo che lo attraversa senza incontrare ostacoli. Egli non può più esibire i limiti del suo essere, non può più rappresentare o inscenare se stesso, non può più mostrarsi come in uno specchio. Egli è ora unicamente puro schermo, un centro di smistamento di tutte le reti di influenza.” (Baudrillard, 1983).

AnotherSaru - Limited mode - Complexities

AnotherSaru – Limited mode – Complexities

Dunque, l’individuo vive un presente di assoluta prossimità, promiscuo, ma “privo di profondità”. Il passato è essenzialmente privo di senso. E se non c’è un passato di riferimento a cui contrapporre l’urgenza del nuovo, se non c’è un passato sufficientemente forte per agire da contrasto, allora “la tradizione del nuovo” non può che spegnersi su se stessa, assieme alla sua conseguente ed “eccitata” immaginazione, non alimentando così nessun senso del futuro. “Ciò che resta, la sola cosa che ci rimanga da contemplare, è un presente senza tempo.”

Tutta questa complessità di un’epoca dalle infinite nomenclature; tutta questo tramestio di concetti, teorie, rischiose e audaci definizioni di un’era in cui è impossibile ora attribuire una qualche coerenza alla storia – dove è impensabile individuare il posto che noi vi occupiamo; tutto ciò, potrebbe farci adottare un atteggiamento “comodo”, una visione semplicistica delle cose, dove l’aspetto complicato degli avvenimenti non viene contemplato affatto, perché in fondo c’è troppa complessità là fuori per introiettarla anche dentro di noi.

Ed è ciò che vorrebbe farci credere quell’onnipotente visione del neoliberismo, l’unica grande ideologia del nostro tempo, “il cui capolavoro è stato quello di non farsi credere tale, ma presentarsi quasi come una legge di natura, una condizione ineluttabile.” E così, grazie alla sua immensa opera di distruzione/creazione, il nostro mondo si è tramutato in un grande magazzino, dove noi diventiamo le sue stesse merci, sebbene tra i suoi dogmi ufficiali vi è quell’esaltazione incondizionata dell’individuo proprietario e consumatore, padrone delle sue libertà – libertà, però, che si riducono tutte, irrimediabilmente, al solo potere d’acquisto che viene operato nel mercato dei consumi.

Questa malsana ideologia che ci vorrebbe tutti isolati, “perfettamente consapevoli” delle nostre scelte utilitaristico-razionali, sradica con indifferenza i nostri vincoli storici, culturali, territoriali, catapultandoci in un mondo globalizzato in cui le relazioni sociali non contano più nulla.

Dovremmo andare contro questa “facile” e individualistica visione della vita sociale. Dovremmo combatterla radicalmente, con tutte le nostre forze. E allora bisogna adottare la complessità che ci vive attorno, comprenderla, e farla nostra. Bisogna riappropriarsi dei propri spazi, ri-nobilitarli, e sfidare così quel “presente senza tempo” che annienta alla radice l’immaginazione, l’unica che, davvero, potrebbe prendersi in carico la costruzione di un futuro possibile. Abbiamo quindi bisogno di relazioni sociali, non di sterili transazioni (commerciali), ma di comunità, dei sui rituali e delle sue cerimonie, e della loro attesa, perché è lì che nasce la sua infinita ricchezza semantica.

E allora sarà proprio quella complessità che diventerà la nostra migliore amica, e che un bel giorno, a furia di praticarla, si tramuterà in un altro tipo di semplicità, quella che sorridendo leggera si farà beffa della densità, della frammentarietà ingestibile, della velocità senza pause, perché sarà la sua attesa, la sua illusione, la sua praticità a condurla in un mondo dove la complessità è perfettamente leggibile, e dove le vere emozioni non saranno più sepolte sotto lastricati di semplicità senza sforzo; non saranno più bandite sotto sterminati pacchetti di semplicità pronti al consumo. Ma ripopoleranno i soggetti delle proprie complessità, del proprio intimo sentire, che poi è lo stesso che di riflesso dovrebbero vivere là fuori, in quella realtà dissolta dalle semplici interferenze, ma che per alcuni però risulta più remunerativo se non è vissuto affatto.

E poi magari, alla fine, il soggetto potrà nuovamente emanciparsi nonostante quelle infinite “reti di influenza”; nonostante quella assoluta prossimità e istantaneità delle cose che lo rende a suo modo “schizofrenico”; nonostante l’annunciata perdita della sua intimità, affinché le complessità che affollano la propria interiorità lo riportino in auge sulle scene delle proprie rappresentazioni, e sulle scene, poi, di una sfera pubblica e sociale rinnovata, in cui quelle sue stesse rappresentazioni saranno perfettamente congeniali e coscienti per affrontare tutta la complessità e frammentarietà di questa nostra epoca.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Riferimenti

Krishan Kumar, Le nuove teorie del mondo contemporaneo. Dalla società post-industriale alla società post-moderna, Einaudi, 2000.

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Pompei. Tutto è metafisico in questa città, fino alla sua geometria sognante, che non è quella dello spazio, ma una geometria mentale, quella dei labirinti – poiché il congelamento del tempo è più acuto ancora nel calore del sud.

Magnifica è per la psiche la presenza tattile di queste rovine, la loro suspense, le loro ombre che ruotano, la loro quotidianità. Si coniugano la banalità della passeggiata e l’immanenza di un altro tempo, di un altro istante, unico, che fu quello della catastrofe. È la presenza micidiale, ma abolita, del Vesuvio che dà alle strade morte il fascino dell’allucinazione – l’illusione di essere qui e ora, alla vigilia dell’eruzione, e la stessa persona risuscitata duemila anni più tardi, per un miracolo di nostalgia, nell’immanenza di una vita anteriore.

Pochi luoghi lasciano una tale impressione d’inquietante stranezza (non meraviglia che Jensen e Freud vi abbiano ambientato l’azione psichica di Gradiva). È tutto il calore della morte quello che si sente qui, reso più vivo dai segni fossili e fuggitivi della vita corrente: i solchi nelle ruote nella pietra, l’usura delle vere dei pozzi, il legno pietrificato di una porta socchiusa, la piega della toga di un corpo sepolto sotto la cenere. Nessuna storia si interpone tra queste cose e noi, quella storia che dà il loro prestigio ai monumenti: esse si materializzano qui, immediatamente, nel calore stesso in cui la morte le ha prese.

Né la monumentalità né la bellezza sono essenziali a Pompei, ma l’intimità fatale delle cose, e il fascino della loro istantaneità come del simulacro perfetto della nostra propria morte.

Pompei è così una sorta di trompe-l’oeil e di scena primitiva: la stessa vertigine di una dimensione in meno, quella del tempo – la stessa allucinazione di una dimensione in più, quella della trasparenza dei minimi dettagli, come la visione precisa di alberi immersi vivi in fondo a un lago artificiale mentre, nuotando, quasi li sorvolate. Tale è l’effetto mentale della catastrofe: arrestare le cose prima che giungano alla fine, e mantenerle così nella suspense del loro apparire.

??????????Pompei nuovamente distrutta dal terremoto. Che cos’è questa catastrofe che si accanisce su delle rovine? Che cos’è
una rovina che ha bisogno di essere nuovamente smantellata e sepolta? Ironia sadica della catastrofe: essa attende in segreto che le cose, anche le rovine, riacquistino la loro bellezza e il loro senso per abolirle di nuovo. Essa veglia gelosamente e distrugge l’illusione di eternità, ma pure vi gioca, perché irrigidisce le cose in una seconda eternità. È questo, questa rigidità paralizzata, questa siderazione di una presenza grondante di vita a opera di un’istantaneità catastrofica, è questo che dava fascino a Pompei. La prima catastrofe, quella del Vesuvio, era riuscita bene. L’ultimo sisma è molto più problematico. Sembra obbedire alla regola del raddoppiamento degli eventi in un effetto parodistico. Ripetizione pietosa di un grande prima. Compimento di un grande destino attraverso il tocco di una divinità miserabile.

Ma forse ha un altro senso: sta ad avvertirci che non sono più tempi di crolli grandiosi e di resurrezioni, di giochi della morte e dell’eternità, ma di piccole frantumazioni, di annientamenti delicati, mediante slittamenti progressivi, e ormai senza domani, perché sono le tracce stesse ciò che questo nuovo destino cancella. Esso ci introduce all’era orizzontale degli eventi senza conseguenza, ove l’ultimo atto è messo in scena dalla stessa natura in un bagliore di parodia.

Jean Baudrillard

Fonte: Le strategie fatali, Feltrinelli, 2011.

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Un ringraziamento ai lettori

Pubblicato: novembre 6, 2014 da Federico Stoppa in Cultura
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barbed fly

Cari lettori, cari amici,

è la redazione del Conformista che vi scrive.

Vi chiederete il perché di questa “messa in scena”, di questo post così diverso da tutti gli altri pubblicati fino ad oggi… Vogliamo semplicemente rendere omaggio a questo giorno, il 7 di novembre, data in cui questa sorprendente avventura ha avuto inizio, precisamente un anno fa. Non siamo abituati ad auto-celebrazioni e forse – come avrete potuto appurare durante le vostre continue e inaspettate letture – non siamo neanche troppo bravi nel farle. Ma questa occasione ci sembrava opportuna per tentare un approccio più diretto con tutti quanti voi e per potervi a nostro modo ringraziare, personalmente, uno ad uno.

La “messa in scena” serve a scacciare il fantasma dell’osceno, quell’osceno che ci circonda e ci accompagna ogni giorno; a scacciare la simultaneità esasperata, la “trasparenza” voluta per ogni cosa che obnubila le nostri menti, e che rende ogni tipo di informazione ed ogni tema accessibile ai soli specialisti… In altri termini un vero e proprio bombardamento informativo, una massa informe e auto-referenziale priva di una legittima durata per i suoi interlocutori: eventi mass-mediatici dunque, che stentano a decollare in una loro significanza per la collettività, e che il giorno dopo, sempre istantaneamente, sono pronti a scomparire nell’oblio della loro quantità senza senso, nel loro cumulo fascinoso utile solo ad estasiare, senza portare in dono quella vera illusione radicale di cui oggi, invece, avremmo assoluto bisogno.

Riprendendo il pensiero di Jean Baudrillard, un grande pensatore e sociologo francese recentemente scomparso, “questo concetto di illusione radicale presenta analogie con la cosmologia. Tutti sanno che la luce delle stelle necessita di un tempo lunghissimo per arrivare a noi; qualche volta la percepiamo solo quando la stella stessa è scomparsa. Questa distanza tra le stelle intese come fonte virtuale e la loro percezione in noi, questa mancanza di simultaneità, è una parte ineliminabile dell’illusione del mondo, quell’assenza nel cuore del mondo che costituisce l’illusione. E, in questo caso, questa alterazione è positiva, perché la percezione simultanea della luce di tutte le stelle equivarrebbe in assoluto alla luce del giorno, e ciò sarebbe insopportabile per noi. Tutte le energie vitali scaturiscono da questa fondamentale alternanza di giorno e notte e, più generalmente, da questa mediazione vitale. L’illusione è la legge generale dell’universo; la realtà è solo un’eccezione. […] Ciò è ancora più vero per gli esseri umani. Noi non siamo mai propriamente presenti a noi stessi, o agli altri. Quindi non siamo esattamente reali l’uno per l’altro, né lo siamo abbastanza per noi stessi, e questa radicale alterità è la nostra più grande fortuna – la nostra migliore possibilità di attrarre e di essere attratti dagli altri, di sedurre e di essere sedotti. Più semplicemente, è la nostra possibilità di vita…  

Comunicare qualcosa di sensato è diventato oggi estremamente complicato. Ci siamo resi conto, nella nostra attività, che non è mai facile avere un’idea solida riguardo a una questione, perché il giorno dopo tutto quanto viene nuovamente messo in discussione. Quelle bussole che permettevano un barlume di orientamento, di colpo posso perdere la loro qualità magnetica smarrendo il cammino tracciato.

Per questo abbiamo privilegiato tematiche che hanno poi dimostrato di saper resistere, inaspettatamente, alle minacciose intemperie della disinformazione. Tematiche troppo spesso oscurate e messe volutamente da parte o ignorate – perché scomode – dalla “saggezza convenzionale” dei giornali. Da parte nostra, c’è stato molto impegno, studio sudato, ma tutto questo – visti i risultati – ha pagato.

Noi crediamo in tutto ciò che è isolato, anche frustrato se vogliamo, ma ancora sorprendentemente e potenzialmente vitale. E la dimostrazione di questa vitalità è avvenuta soprattutto per merito vostro, che intenti a leggere e a condividere le pagine virtuali di questo blog (quanto vorremmo che avessero una concretezza cartacea!) avete contribuito a dare alito ad una speranza, ad una piccola ambizione che ci sorprende e ci riempie di una gioia e di una volontà propositiva ogni giorno che passa.

Grazie.

beachcomber beachcombing - J'accuse

beachcomber beachcombing – J’accuse

Mi sento inutile, sono inutile, mi hanno reso inutile. Tutto il sapere che vado accumulando nella mia vita risulta scomodo, e viene sistematicamente riciclato in qualcosa di stantio, di marcio, da eliminare il prima possibile.

Paradossalmente, chi ha studiato poco o chi conosce lo stretto e necessario, chi non si fa troppe domande, e chi, per carità, opera in settori indispensabili alla macchina-mondo – ma del tutto estranei al  – ed esenti dal –  pensiero che dovrebbe azionarlo, può avere la facoltà o addirittura la capacità economica di comprarsi una casa, di avere una vita indipendente e autonoma. Chi lassù detiene il vero potere ha intenzione di legittimare solo quest’ultimi, perché chi al contrario ha troppo sapere da manifestare, da spendere per gli altri, risulta oltremodo scomodo, e deve essere messo assolutamente da parte: va oscurato… Male che vada in un futuro lontano – e vista la sua caparbia cocciutaggine – verrà arruolato come mercenario pluripremiato e profumato di soldi, un vero e proprio soldato addestrato al sistema economico attuale, e lì il suo pensiero cambierà di conseguenza, il suo cervello verrà estirpato, per essere sostituito con un altro più consono, ritagliato su misura, giusto in proporzione al denaro che gli verrà concesso.

“Lavori solo per poco e fai qualcosa che non ti fa felice”: questo è il sentimento di coloro che si vedono perennemente rassegnati, che hanno da dire molto, ma che tra un po’, molto presto, verranno messi a tacere, e si vedranno uniformati alla flessibilità arrogante e deleteria del mondo che li circonda. Non fraintendetemi: la flessibilità ci dev’essere. L’incertezza e il cambiamento che la contraddistinguono sono la stabilità dei nostri giorni, su questo non si discute. Solo che, dal mio povero e insignificante punto di vista, quella concezione di flessibilità andrebbe concepita e trattata un tantino più umanamente, solo questo.

È tutta un’illusione, un’illusione di segno negativo: ci hanno educato e formato unicamente verso questo tipo d’illusione. Ci hanno fatto credere che la vita sia prima di tutto una guerra cruenta, una guerra di tutti contro tutti, senza pietà. Non ci hanno detto però che quella guerra non è altro che il riflesso giustificato di un sterminio interiore… Troppo spesso siamo stati educati alla malvagità che ci circonda, come se tutto, là fuori, sia costantemente un pericolo che bisogna per forza di cose affrontare: armati fino al collo per essere sempre pronti, preparati meglio degli altri, per sconfiggere il nemico più acerrimo di tutti: noi stessi. Lo stesso linguaggio scolastico, ormai, è inficiato da termini quali “debiti” o “crediti”… Quali assurdità: come se la partita della vita si consumasse (!) interamente tra gli scaffali di un freddo e inquietante supermarket. Non è sempre così. La logica di mercato non può in ogni occasione monopolizzare i nostri preziosi mondi vitali; non può sempre farlo attraverso i suoi più oscuri e beffardi meccanismi: alla lunga ne risulteremo tutti sterili, sterili umanamente. 

Al contrario, l’illusione positiva, quella che ci consente di immaginare, di costruire, di custodire dei segreti per noi stessi, e di creare un percorso desiderabile verso questa direzione, quest’illusione positiva e edificante di mondi possibili altrimenti non esiste più, ci è stata sottratta, ma non ce ne siamo accorti: “Quando è accaduto tutto ciò?” “Dov’è che si trova il punto di rottura?” “Da dove dovremmo ripartire?” Nessuno è in grado di rispondere. È stata completamente sradicata quell’illusione di segno positivo che ci consentiva di agire in maniera costruttiva, quella che ci permetteva di alimentare le care utopie che segnavano i nostri preziosi percorsi personali… Troppo spesso ci hanno estirpato i nostri sogni sul nascere… Nessuno, oggi, è in grado adeguatamente di insegnare la capacità di sognare. È questo che manca: la fervida immaginazione dettata da quei sogni aleatori ma così vividi: gelosi, curati e pieni di vita: la sana e lenta costruzione di una preziosità fatta con estrema cura; quel tatto per il dettaglio che può essere piacevolmente massacrante.

j'accuse 2Fin da quando ha cominciato a narrarsi e ad essere narrata, la storia è sempre stata un cimitero di utopie: ciononostante permetteva un cammino, consentiva di tracciare una direzione voluta o non voluta, ma necessaria; ora, invece, non esiste più nemmeno la storia. Quest’ultima era formata da avvenimenti significanti, importanti o poco importanti che fossero; accadimenti che segnavano dei punti di rottura rispetto ad un prima e a un dopo. Ora invece esistono solo “eventi”, monadi di eventi isolati che spuntano dal nulla, per affascinare ed estasiare, non avendo più con sé né cause a priori né conseguenze a posteriori. Con essi sono andati perduti quegli effetti di significato che potevano donare una luce, che potevano a loro modo creare una consapevolezza interiore, e che dettavano – seppur goffamente – il ritmo, ormai perso, del mondo in cui ci è capitato di vivere. Avvenimenti che non posso essere più chiamati come tali, perché ciò che creano con la loro nascita non fa che sparire nella loro fonte, viene risucchiato immediatamente nel momento stesso in cui si manifestano: sono satelliti privi di senso, che orbitano attorno al loro non-senso fino al punto di implodere in se stessi. Non esiste più una trasmissione di significato, quel saggio mistero che ci veniva tramandato tramite quelle illusioni positive che ci rendevano vivi, curiosi, pro-attivi, costantemente in movimento riflessivo verso noi stessi e verso l’alterità. Oggi c’è una distesa desertica di significato, una cementificazione dell’io che raggiunge una parvenza di felicità solo quando, acquistando un qualsivoglia oggetto, accede necessitante al mercato dei consumi (preferibilmente un oggetto dell’ultimo modello, non sia mai!).

Come si fa a fingere di essere felici in un mondo del genere? Purtroppo la mia testa funziona ancora, e fin troppo bene. Al contrario, sono proprio quelli più convinti delle loro idee che seguono, senza accorgersene, i dettami della massa informe. La pressione sociale è per chi crede di pensare ciecamente con la propria testa. Fra il credere e l’agire, però, c’è un enorme abisso. Bisognerebbe ascoltare gli isolati, quelli che lontano dai riflettori cercano con tutte le loro forze di rimanere al buio, di preservare una propria, seppur maltrattata, interiorità: “Elogio dell’ombra”. Borges era un Dio, un Dio prematuro e poco ascoltato. Anche Dave (DFW) lo è stato, a suo modo. Peccato che fosse un Dio costantemente sotto effetto di psicofarmaci. Se queste “soluzioni” non l’avessero strappato così prematuramente dalla vita oggi sarebbe stato di grande aiuto per tutti noi, per l’intera umanità; avrebbe sicuramente illuminato quelle sacche di buio che è necessario ascoltare, perlustrare, dove, senza pensarci due volte, bisognerebbe sporcarsi le mani…

Oser rêver, refuser de sombrer dans la morosité ambiante, est-ce folie ou lucidité? C’est peut-être bien une forme de courage que de refuser ce système passablement indifférent aux improductifs, aux petits, aux obscurs, aux sansgrade… Un acte de résistance à la schizophrénie d’une société dont le lobe droit ignore ce que fait le lobe gauche. Quel est ce monde qui d’un côté incite sa jeunesse à s’imprégner d’un morne docilité et de l’autre traumatise ses aînés en exigeant à tout bout de champ qu’ils soient porteurs de projets innovants, sous peine de jeter les uns et les autres aux oubliettes? La véritable innovation ne serait-elle pas de ne plus castrer l’imagination de ceux qui voudraient la repenser, la réinventer? Et si la seule manière d’être raisonnable était bel et bien de ne pas renoncer à ses rêves, à ce qu’on est?

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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