Posts contrassegnato dai tag ‘Karl Marx’

240

L’economia di mercato capitalistica ha espresso una straordinaria positività. Marx lo colse in pieno, meglio degli stessi classici inglesi, che pure del capitalismo avevano fissato la mappa tematica e i principi analitici dell’economia politica. Il capitalismo è una formidabile macchina per sviluppare le forze produttive attraverso l’accumulazione, l’innovazione, il progresso tecnico, la produttività.

Negli ultimi due secoli il Pil dell’umanità con il capitalismo si è moltiplicato di oltre sessanta volte, per una popolazione mondiale esplosa da un miliardo a 7 miliardi di persone. Pro capite il reddito medio degli umani è quindi progredito di circa dieci volte: in euro odierni, da 500 euro l’anno per persona a più di 5.000 euro l’anno.

Non sorprende che nel volgere di questi stessi due secoli l’economia di mercato capitalistica, in varie forme, si sia estesa nel mondo, con eccezioni divenute rarissime. La “ricchezza delle nazioni” è stata ricercata per questa via, la società scegliendo, accettando o subendo questo modo di produzione.

Nondimeno, in un’economia siffatta la crescita è instabile, iniqua, inquinante. È instabile perché gli investimenti fluttuano con le mutevoli aspettative e con gli “spiriti animaleschi” dei capitalisti. È iniqua perché il mercato esalta e premia oltre misura i soggetti più dotati, o più influenti. È inquinante perché i prezzi non includono nei costi le “esternalità negative”, i danni che i produttori infliggono a terzi con cui non stabiliscono negoziali rapporti di mercato.. Non si tratta soltanto, come vuole l’analisi economica neoclassica oggi prevalente, di singoli “fallimenti” del mercato, ma di una difficoltà strutturale più profonda.

79722247_Detroit_92147cMentre i tre aspetti negativi del sistema si aggravano, anche lo sviluppo del Pil sembra mostrare una tendenza a rallentare. Nelle economie avanzate – metà del Pil mondiale – la crescita su base pro capite è stimata in discesa, dal 2,1 per cento l’anno del 1995-2004 a meno del 2 per cento nel 2014-2018. Così, lo sviluppo delle economie emergenti nel 2014-2018 è previsto flettere a poco più del 4 per cento, dai picchi storici del 6-7 per cento degli anni immediatamente precedenti la crisi del 2008-2009.

In sintesi, le negatività si accentuano, le positività si attenuano. Quindi non si può essere liberisti imperfettisti. Non si può pensare che l’attuale sia necessariamente, resti, il migliore dei mondi possibili. Le contraddizioni che il capitalismo vive sono profonde, potenzialmente laceranti. Il rischio è duplice. Il sistema può implodere. Può entrare in crisi senza che un altro e diverso sistema sia stato pensato, configurato, reso potenzialmente e concretamente disponibile. Lo sbocco finale in tale scenario è il caos. L’alternativa è che il sistema permanga invariato, infliggendo costi sempre più pesanti se non alla intera società ad ampi strati del corpo sociale.

Si deve essere, al tempo stesso, riformisti e utopisti. Occorrono un pensiero e un’azione – in economia, ma non solo –che siano contemporaneamente alimentati dall’aspirazione anche utopistica al cambiamento e da una volontà, e capacità autenticamente riformatrici.

CercateAncoraLaLezioneDiClaudioNapoleoni_0“Cercate ancora”: fu l’ultimo messaggio di Claudio Napoleoni, economista fra i più colti, che già vedeva appannarsi la capacità del sistema di esprimere “ meccanicamente “ o “spontaneamente” sviluppo economico a causa della crisi dei suoi “ valori “. L’invito è a non rinunciare all’ipotesi che anche il capitalismo si dimostri transeunte, storico al pari dei modi di produzione (consuetudinario, schiavistico, feudale, mercantile) da cui fu preceduto.  Nell’impegno e nell’attesa della palingenesi, l’utopista ha, tuttavia, il dovere civile di essere anche riformista, per il tempo presente. Vanno evitate al corpo sociale sofferenze che l’azione riformatrice, almeno entro certi limiti, può prevenire, o lenire. I modi sono quelli tracciati, fra gli economisti, da Keynes, contro l’instabilità; da Sen, contro l’iniquità; da Nordhaus, contro l’inquinamento.

Sarebbe imperdonabile rinunciare alla crescita, ovvero scegliere di puntare a una decrescita della produzione. In un’economia ristagnante l’instabilità (dei prezzi, dell’occupazione, della finanza) sarebbe più alta; la redistribuzione perequatrice (delle libertà civili, democratiche, oltre che delle risorse materiali) sarebbe più difficile; mancherebbero i mezzi per disinquinare l’ambiente.

Sotto quest’ultimo profilo – della non – crescita – il caso italiano è fra i più gravi. L’attività economica è di nove punti percentuali inferiore al livello che aveva raggiunto nel 2007, prima della doppia, acuta recessione da allora sperimentata. La sperequazione nella distribuzione dei redditi è tra le più alte nel novero delle economie avanzate, con un indice di Gini dell’ordine di 0,40. Il territorio, l’ambiente, del Bel Paese è fragilissimo con alcune sue parte in sfacelo.

ilva_taranto_tumoriLa massa dei cittadini italiani è impoverita da una pesante fiscalità, che sempre meno alimenta beni pubblici, beni comuni, beni meritevoli offerti dallo Stato. A differenza della recessione del 2008-2009, che fu da investimenti ed esportazioni nette, la recessione provocata dagli errori tecnici del governo dei “tecnici” nel 2012-2013 è una recessione dei consumi. Questi ristagnano, su un livello dell’8 per cento inferiore a quello del 2007.  Quindi, ristagnano gli investimenti, su un livello del 25 per cento inferiore a quello del 2007. Senza una spinta esogena della domanda, che solo il bilancio pubblico può dare partendo dalle opere pubbliche, i consumi per via endogena non si riprendono. E non possono bastare gli 80 euro che il governo ha aggiunto alle buste-paga più basse. Le famiglie vedono taglieggiato il reddito, erosa la ricchezza, a rischio il lavoro, senza prospettive la prole. L’economia quindi striscia lungo il pavimento su cui è precipitata dopo il 2007, depauperata di 150 miliardi di Pil all’anno, di centinaia di migliaia di posti di lavoro, con una disoccupazione crescente che già travalica il 13 per cento della forza – lavoro, mentre tende a riaprirsi il divario nei redditi e nelle opportunità fra il Mezzogiorno e il resto del Paese.

Seppure con apprezzabili eccezioni dal pulviscolo dei 4,5 milioni di imprese – come definite e quantificate nell’ultimo censimento, del 2011 – non vengono, per vie di mercato, autonome soluzioni: investimenti, innovazione, ricerca e sviluppo, progresso tecnico, qualità del produrre, vera capacità di competere. In media le aziende continuano a dichiarare meno di quattro addetti, e il 60 per cento appena arriva a superare il singolo addetto. Un quinto dell’attività economica è “sommerso”, ai limiti della legalità. Solo 3.468 imprese denunciano più di 250 dipendenti. Sono quasi sempre le stesse, di censimento in censimento. Nemmeno queste esprimono dinamismo dimensionale. I capitalisti stranieri non investono nella Penisola, non pochi capitalisti italiani disinvestono.  I grandi gruppi industriali che producono in Italia scarseggiano. Anche le aziende manifatturiere meno piccole attendono, sperando che qualche deus ex-machina – gli aiuti pubblici, l’Europa, i sindacati? – le riconduca al profitto.

Cosa può fare la politica economica? Almeno tre cose, da troppi anni disattese:

  1. Aumentare gli investimenti in opere pubbliche – a cominciare dalla messa in sicurezza del territorio – e ridurre la pressione fiscale. Come? Contenendo le uscite pubbliche di parte corrente: non la spesa per pensioni, sanità assistenza – la spesa sociale, preziosa per i cittadini, collante del Paese – ma altre voci di spesa. Le uscite per il personale, gli acquisti di beni e servizi, i trasferimenti vari ammontano al 23 per cento del Pil. Sono riducibili. Nell’arco della legislatura questa parte non sociale della spesa pubblica andrebbe frenata in una misura – tre, quattro punti percentuali rispetto al Pil – che vada oltre l’importo strettamente necessario a consolidare l’equilibrio del bilancio e faccia spazio a investimenti pubblici in infrastrutture e a un graduale abbassamento della tassazione, resa al tempo stesso meno sperequata colpendo l’evasione.
  2. Riscrivere il diritto dell’economia. Vanno riformulati e coordinati fra loro sei blocchi dell’ordinamento giuridico, divenuti manifestamente inadeguati alle esigenze del sistema produttivo: societario, fallimentare, processuale, amministrativo, antitrust, del risparmio ( non il diritto del lavoro, il lavoro non avendo “colpe” in questa crisi).
  3. Imporre alle imprese italiane in via definitiva la concorrenza, statica e dinamica, a colpi di innovazioni e non solo di prezzi. È la condizione mancando la quale le imprese non si situano sulla frontiera dell’efficienza, date le tecniche. Soprattutto, non sono costrette a ricercare il profitto attraverso il progresso tecnico.

Solo sostenendo la domanda globale per il breve termine e promuovendo la dinamica della produttività per il lungo termine l’occupazione può tornare ad aumentare. Ciò avverrà se le imprese risponderanno. Altrimenti, anche una politica economica centrata sugli investimenti pubblici e sulla detassazione dell’economia si dimostrerà impotente. Produttività, crescita, e occupazione trarrebbero grande giovamento dallo stimolo rivolto alle imprese da una rinnovata pressione concorrenziale. Trarrebbero giovamento non minore dalla riscrittura del diritto dell’economia che valorizzi il risparmio, l’accumulazione di capitale, l’autentica imprenditoria.

21 Luigi Einaudi Il problema dei problemi – segnatamente nell’Italia di oggi – è che la crescita economica dipende solo in prima approssimazione dalla quantità delle risorse impiegate nel produrre e dall’efficienza e dal tasso d’innovazione tecnologica che le imprese esprimono. La crescita scaturisce in ultima analisi dall’intreccio fra la Cultura,  le Istituzioni, la Politica di un Paese. Aveva ragione Luigi Einaudi: “Chi cerca rimedi economici a problemi economici è sulla falsa strada. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema morale”. Gli studi teorici, le verifiche empiriche e soprattutto le ricerche storiche offrono crescenti conferme della giustezza di tale generalissima proposizone, precisandone confini e contenuti.

Anche su questo cruciale fronte la migliore tradizione utopista e la migliore tradizione riformista devono collegarsi, rinnovarsi. Devono cercare, trovare, dire parole che altri non dicono.

Pierluigi Ciocca 

(Ex membro del Direttorio della Banca d’Italia e Accademico dei Lincei, dirige la “Rivista di storia economica” fondata da Luigi Einaudi)

Fonte: Una crisi mai vista. Suggerimenti per una sinistra cieca ( a cura di M. Loche e V. Parlato, manifesto libri, 2014)

harvey

La lunga e appassionata riflessione che il grande geografo e politologo inglese David Harvey svolge in “Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo” (Feltrinelli, 2014, pp. 332) ha un effetto rivitalizzante, terapeutico, per tutti coloro che, nonostante lo sconfortante stato del Mondo, non vogliono cedere all’apatia, al cinismo, alla rassegnazione, al fatalismo.

Harvey illumina le forze e le tendenze contraddittorie sottostanti alla dinamica capitalistica, provando su questa base a delineare un progetto politico alternativo a quello neo-liberista. Le contraddizioni qui analizzate sono diciassette e vengono raggruppate in tre tipologie: fondamentali, in movimento, pericolose.  Le contraddizioni che appaiono più rilevanti sono quelle tra valore d’uso e valore di scambio delle merci; tra appropriazione privata e ricchezza comune, tra produzione e realizzazione. Indagarne il meccanismo di funzionamento, andando oltre le apparenze del quotidiano, si rivela indispensabile non solo per comprendere il mondo in cui viviamo ma soprattutto per trasformarlo.

VALORE D’USO E VALORE DI SCAMBIO

La contraddizione fondamentale tra valore d’uso e di scambio viene chiarita da Harvey con l’esempio della casa. L’abitazione, come tutte le merci, ha un valore d’uso – offre protezione e riparo, costituisce il centro della vita affettiva e familiare, etc – ma soprattutto un valore di scambio. Il valore di scambio delle abitazioni ha acquisito sempre più importanza in Occidente dagli anni Ottanta in poi, tanto che l’epicentro degli ultimi terremoti economico – finanziari (Stati Uniti, 1928, 2008; Spagna, Irlanda, 2008; Giappone, 1990; Svezia, 1993; Cina, 2012)  è sempre stato il mercato immobiliare. 9788807105098_quarta.jpg.448x698_q100_upscale

Nel secondo dopoguerra, almeno nell’Europa socialdemocratica, l’accesso alla casa per un’ampia fascia della popolazione avveniva attraverso l’edilizia pubblica  (o attraverso misure come il controllo degli affitti): lo scopo era garantire il valore d’uso dell’abitazione anche a quelli sprovvisti di valore di scambio adeguato. Smantellando l’edilizia pubblica o rendendola marginale in molti paesi, il neo-liberismo ha affidato al mercato autoregolato l’offerta di abitazioni alla popolazione .

La casa è diventata prima una forma di risparmio – contraggo un mutuo trentennale e alla fine ne acquisisco la proprietà – e, negli ultimi anni, una fonte di guadagno speculativo:  le banche ne spingono sia l’offerta, sovvenzionando i costruttori, che la domanda, concedendo mutui anche a persone a reddito basso o nullo (subprime); la crescita dei prezzi delle case consente ai proprietari di ottenere un plusvalore finanziario (capital gain), che a sua volta può essere impiegato per consumi o per accendere altri mutui. Si forma una gigantesca bolla immobiliare che, quando scoppia, lascia insolventi molti debitori. Le case vengono pignorate. “Nel crollo recente del mercato immobiliare negli States, circa 4 milioni di persone hanno perso la loro casa per espropriazione forzata. Per loro il perseguimento del valore di scambio ha distrutto l’accesso all’abitazione come valore d’uso” (p.33).

In definitiva, la gestione della “questione delle abitazioni” attraverso la via del mercato – celebrata dai leader politici neoliberisti con la retorica del “tutti proprietari” – si è rivelata disastrosa dal punto di vista economico e sociale, distruggendo ricchezza ed esacerbando le iniquità distributive.

APPROPRIAZIONE PRIVATA E RICCHEZZA COMUNE

global_land_grab

Assegnare un valore di scambio a ciò che non lo ha è un tratto distintivo del capitalismo neo-liberista. Si tratta di un processo – ben visibile ovunque – che Harvey chiama “ appropriazione e accumulazione per espropriazione” e che si realizza prevalentemente con la trasformazione di lavoro, terra e moneta in merci fittizie. Perché fittizie? Perché – come spiegato magistralmente dallo storico dell’economia Karl Polanyi nel suo capolavoro “La Grande Trasformazione” (Einaudi, 1974,  pp. 93-94) – “Il lavoro è soltanto un altro nome per un’attività umana che si accompagna alla vita stessa, la quale non è prodotta per essere venduta ma per ragioni del tutto diverse, né può essere distaccato dal resto della vita, essere accumulato o mobilitato; la terra è un altro nome per la natura che non è prodotta dall’uomo, la moneta infine è soltanto un simbolo del potere d’acquisto che di regola non è affatto prodotto ma si sviluppa attraverso il meccanismo della banca e della finanza di Stato. Nessuno di questi elementi è prodotto per la vendita. La descrizione, quindi, del lavoro, della terra e della moneta come merce è interamente fittizia” ( p. 93-94).

Pure, il processo di commodification – complice la crisi fiscale dello Stato in molte economie avanzate – ha subìto un’impennata negli ultimi decenni: dai fenomeni di land grabbing in Africa e Sud America da parte della Cina, all’inflazione di diritti di edificabilità concessi ai grandi immobiliaristi sul suolo agricolo e urbano;  dalla cancellazione delle normative sul controllo dei flussi internazionali dei capitali, alla cessione della sovranità monetaria a organismi non soggetti a controllo democratico e ossessionati dall’inflazione come le banche centrali; dalla creazione di mercati per scambiare diritti di inquinamento, alla costruzione di un mercato del lavoro atomistico, individualistico, spietatamente concorrenziale; in cui i moventi del lavoro delle persone si riducono alla sete di profitto o al “timore della fame”.  La conseguenza è stata “ la crescita continua del potere dei redditieri non produttivi e parassitari, non semplicemente dei proprietari delle terre e di tutte le risorse che vi si trovano, ma dei possessori di beni patrimoniali, dei potentissimi detentori di bond, dei possessori di potere monetario indipendente e dei detentori di brevetti e diritti di proprietà che sono semplicemente esclusive sul lavoro sociale svincolate da ogni obbligo di mobilitarlo per usi produttivi” [..] mentre sulle persone incombe minaccioso un forte senso di alienazione universale. Questo costituisce una delle contraddizioni più pericolose, assieme a  quelle della crescita composta senza fine e del degrado ambientale, per il perpetuarsi del capitale e del capitalismo” (p.243).

PRODUZIONE E REALIZZAZIONE

capitalism isn't workingKarl Marx e John Maynard Keynes ci hanno insegnato che la ragione che muove il capitale non è la produzione di merci che soddisfino i bisogni delle persone, ma di valori di scambio che procurino sempre più denaro ai produttori. Ma questa logica alimenta un’altra contraddizione fondamentale – quella tra produzione e realizzazione – che spesso sfocia in una crisi. Ogni impresa, infatti, cerca di comprimere il più possibile il costo del lavoro: inibendo il sindacato, delocalizzando gli impianti dove la manodopera è meno cara e il fisco meno esoso, ricercando continuamente innovazioni tecnologiche che sostituiscano lavoro morto (macchinari) a lavoro vivo. Tale strategia, se può far spuntare margini di guadagno elevati nel breve termine, si scontra però con il limite della domanda di mercato nel medio-lungo termine. Infatti, se i lavoratori sono costi per la singola azienda, sono tuttavia anche potenziali clienti e quindi fonti di ricavo.  Se però il loro potere d’acquisto crolla, le merci rimangono dentro i magazzini, invendute. I profitti calano; le imprese licenziano ancora; ma così la domanda consumo cala ulteriormente; fino a generare fallimenti di massa. Lo Stato può intervenire trasferendo capacità di spesa ai lavoratori, creando lavoro e pagando stipendi, pensioni, sussidi di disoccupazione: compensando così il crollo della domanda privata (consumi + investimenti + esportazioni nette) con quella pubblica. La spesa pubblica in deficit è in questo caso perfettamente funzionale all’accumulazione capitalistica, al sostegno dei profitti privati. E’ la soluzione keynesiana alla crisi del capitalismo, che ha garantito all’Occidente tassi di crescita elevati nel trentennio 1945-75, prima di perdere la sua forza propulsiva. Il paradigma neoliberista – egemone dagli anni Ottanta in poi – stigmatizza invece il ruolo economico dello Stato ( a parte quando si fa garante dei “diritti acquisiti” dei più ricchi e quando è militare) e punta sulla finanza, sul debito privato, per sostenere la domanda di merci: è l’economia dei mutui subprime e delle carte di credito, delle bolle finanziarie e immobiliari, del consumismo sfrenato; rivelatesi iniqua e insostenibile.  Oggi, segnatamente in Europa, il pensiero economico dominante è quello degli ordoliberali tedeschi, per cui il debito privato e soprattutto il debito pubblico costituiscono peccato mortale (nella lingua tedesca, il termine “die Schuld” è sia “colpa” che “debito”). Non essendo forse perfettamente al corrente che mettere fine al debito equivale a condannare a morte il capitalismo.

FINE DEL CAPITALISMO?

Nell’epilogo del libro, Harvey sviluppa idee interessanti per una prassi politica alternativa, all’insegna di un nuovo umanesimo che liberi “potenzialità, capacità, e poteri umani” (p.279). L’orizzonte verso cui tendere è un sistema economico dove l’offerta di valori d’uso adeguati per tutti (casa, istruzione, sicurezza alimentare, assistenza sanitaria, accesso ai trasporti, etc) abbia la precedenza sulla loro offerta attraverso un sistema di mercato orientato alla massimizzazione dei profitti, che concentra i valori di scambio nelle mani di pochi privati e distribuisce i beni sulla base delle possibilità di pagarli. Proposte concrete in questo senso sono quelle di istituire una moneta che funga da lubrificante degli scambi ma non da riserva di valore (il modello è la stamped money di Silvio Gesell);  implementare un reddito di base per garantire il risparmio e sconfiggere la povertà; tutelare i beni comuni attraverso nuovi regimi giuridici che superino la dicotomia Stato-privato; dar vita a imprese che innovino le modalità e soprattutto i fini della produzione. In queste proposte c’è più Polanyi che Marx, più l’Olivetti del “socializzare senza statizzare” che Keynes. Nell’idea di contromovimento di Polanyi, infatti, è la società – non lo Stato – che organizza contrappesi istituzionali alla mercificazione di terra, lavoro e denaro.  Questa società si trova, oggi, nella realtà –  magmatica, frammentata e alienata – di chi produce e riproduce la vita urbana. Soggetti che devono trovare il modo di parlarsi, di ricompattarsi, per riprendere in mano il loro destino.  Poiché, oggi più che mai, “l’innovazione politica sta nel comporre in modo diverso possibilità politiche già esistenti ma fin qui isolate e separate” (p. 220).

Federico Stoppa

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

hed-09-Feuerwerk-4-BM-Berlin-Berlin

Pubblichiamo oggi, nel venticinquesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989), un discorso che il grande filosofo della politica liberale Isaiah Berlin (1909 – 1997) tenne all’università di Toronto, nel Novembre 1994. Un elogio della tolleranza, dello scetticismo, del dubbio, del compromesso; virtù che i totalitarismi del ventesimo secolo hanno sistematicamente calpestato, trincerandosi sotto la perniciosa idea dell’ Unica Verità. Riteniamo che la riflessione di Berlin sia di grande utilità per resistere alle insidie del nostro presente, che provengono soprattutto da ideologie di stampo economico, non meno pericolose di quelle passate per la tenuta della “società aperta” (F.S.)

“Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi”. Con queste parole Charles Dickens iniziava il suo famoso racconto “le Due Città”. Questo, purtroppo, non può essere affermato a proposito del nostro terribile ventesimo secolo. Gli uomini si sono massacrati per millenni, ma le gesta di Attila, Gengis Khan, Napoleone ( che introdusse le stragi di massa in guerra), persino i massacri degli Armeni, diventano insignificanti di fronte alla Rivoluzione russa e alle sue conseguenze: l’oppressione, la tortura, gli assassinii che possono essere imputati a Lenin, Stalin, Mao, Hitler, Pol Pot, e la falsificazione sistematica delle informazioni che ha occultato la conoscenza di tali orrori per anni – sono incomparabili. Non sono stati disastri naturali, ma crimini umani deliberati– e qualunque cosa possano pensare coloro che credono nel determinismo storico, avrebbero potuto essere evitati.

Parlo con particolare emozione, giacché sono un uomo molto vecchio, e ho vissuto quasi l’intero secolo. La mia vita è stata pacifica e sicura, e quasi me ne vergogno se guardo a quello che è successo a così tanti esseri umani. Non sono uno storico, perciò non so parlare con autorità delle cause di questi orrori.  Ma forse un tentativo lo posso fare.

Dal mio punto di vista, gli orrori non sono stati causati da quelli che Spinoza chiamava normali sentimenti umani negativi – paura, avidità, odi tribali, gelosia, brama di potere – sebbene questi abbiano certamente giocato la loro parte. Sono stati causati, nel nostro tempo, dalle idee; o piuttosto, da una particolare idea. È paradossale che Karl Marx, che sminuì l’importanza delle idee in confronto alle forze economiche e sociali impersonali, possa aver guidato, tramite i suoi scritti, la trasformazione del ventesimo secolo, sia in direzione di quello che lui voleva, sia, per reazione, contro di ciò. Il poeta tedesco Heinrich Heine, in uno dei suoi famosi scritti, ci ha raccomandato di non sottovalutare il tranquillo filosofo seduto nel suo studio; se Kant non avesse cancellato la teologia, dichiarò, Robespierre non avrebbe potuto decapitare il re di Francia.

Heine predisse che i discepoli armati dei filosofi tedeschi – Fichte, Schelling, e gli altri padri del nazionalismo tedesco – avrebbero un giorno distrutto i grandi monumenti dell’Europa occidentale in un’ondata di fanatismo in confronto alla quale la rivoluzione francese sarebbe sembrata un gioco di bambini. Ciò potrebbe suonare ingeneroso nei confronti dei metafisici tedeschi, tuttavia l’idea centrale di Heine mi sembra valida: in una forma traviata, l’ideologia nazista aveva radici nel pensiero anti-illuminista tedesco. Ci sono uomini che uccidono e mutilano con coscienza tranquilla sotto l’influenza delle parole e degli scritti di alcuni di quelli che sanno con certezza che la perfezione può essere raggiunta.

Lasciatemi spiegare. Se siete veramente convinti che esista una qualche soluzione a tutti i problemi umani, che si possa concepire una società ideale che gli uomini possano raggiungere se solo facessero tutti gli sforzi necessari per conseguirla, allora voi e i vostri seguaci dovete credere che non esista prezzo troppo alto da pagare per aprire le porte di un tale paradiso. Solo gli stupidi e i malevoli resisteranno, una volta che tali semplici verità gli verranno poste davanti.  Coloro che resistono devono essere persuasi ; se non possono essere persuasi, devono essere fatte leggi per reprimerli; se questo non funziona, allora la coercizione, e se serve la violenza, dovrà inevitabilmente essere usata – e se necessario, anche il terrore e il massacro. Lenin lo credette dopo aver letto il Capitale, e coerentemente insegnò che se una società giusta, pacificata, felice, libera, virtuosa poteva essere creata tramite i mezzi che propugnava , allora il fine giustificava tutti i metodi che era necessario usare, proprio tutti.

La profonda convinzione alla base di questa visione è che le domande cruciali della vita umana, individuale e sociale, abbiano un’unica risposta vera che può essere scoperta. L’Idea può e deve essere implementata, e quelli che l’hanno trovata sono i leader la cui parola è legge. L’idea che possa esserci un’unica risposta vera a tutte le domande originali è una nozione filosofica molto vecchia. I grandi filosofi Ateniesi, gli Ebrei e i Cristiani, i pensatori del Rinascimento e della Parigi di Luigi XIV, i riformisti radicali francesi del diciottesimo secolo, i rivoluzionari del diciannovesimo – sebbene differiscano molto a proposito di quale fosse la risposta o i modi in cui scoprirla ( e furono combattute guerre sanguinose per questo) – erano tutti convinti di sapere la risposta, e che solo il vizio umano e la stupidità potessero ostruire la sua realizzazione.

BerlinQuesta è l’idea di cui ho parlato, e quello che voglio dirvi è che è falsa. Non solo perché le soluzioni date dalle differenti scuole di pensiero sociale differiscono, e nessuna di queste può essere dimostrata da metodi razionali – ma per una ragione ancora più profonda. I valori più importanti tramite i quali la maggioranza degli uomini ha vissuto – nella maggior parte dei luoghi e dei tempi – non sono sempre in armonia tra loro. Alcuni lo sono, altri no. Gli uomini hanno sempre desiderato la libertà, la sicurezza, l’uguaglianza, la felicità, la gioia, la giustizia, la conoscenza, e così via. Ma la libertà assoluta non è compatibile con la totale uguaglianza – se gli uomini fossero completamente liberi, i lupi sarebbero liberi di mangiare le pecore. La completa uguaglianza implica che le libertà umane devono essere represse in modo tale che ai più abili e ai più dotati non possa essere permesso di sopravanzare quelli che perderebbero inevitabilmente se fossero in competizione. La sicurezza, e chiaramente la libertà, non possono essere preservate se la libertà di sovvertirle è permessa. In effetti, non tutti cercano la sicurezza e la pace, altrimenti alcuni non avrebbero cercato la gloria in battaglia o in sport pericolosi.

La giustizia è sempre stata un ideale dell’uomo, ma non è completamente compatibile con la misericordia. Immaginazione creativa e spontaneità, di per sé splendide, non possono essere totalmente riconciliate con il bisogno di pianificare, organizzare, calcolare in modo attento e responsabile. La conoscenza, la ricerca della verità – il più nobile degli scopi – non può essere completamente riconciliata con la felicità o la libertà che gli uomini desiderano, poiché anche se so di avere qualche malattia incurabile questo non mi farà più felice o più libero. Devo sempre scegliere: tra pace ed eccitazione, o tra conoscenza e beata ignoranza. E così via.

Allora cosa deve essere fatto per arginare i sostenitori, certe volte veramente fanatici, di uno o dell’ altro di questi valori, ciascuno dei quali tende a calpestare gli altri, come i grandi tiranni del ventesimo secolo hanno calpestato la vita, la libertà, e i diritti umani di milioni perché i loro occhi erano fissi su un imminente futuro dorato?

Temo di non avere risposte sensazionali da offrire: so solo che se questi grandi valori umani per i quali viviamo devono essere perseguiti, allora vanno fatti compromessi, trade-offs, accordi se non vogliamo che accada il peggio. Tanta libertà per tanta uguaglianza, tanta libertà di espressione per tanta sicurezza, tanta giustizia per tanta compassione. La mia tesi è che alcuni valori si scontrano: i fini ricercati dagli esseri umani sono tutti generati dalla nostra comune natura, ma il loro perseguimento deve essere in qualche modo controllato – la libertà e la ricerca della felicità, lo ripeto, potrebbero non essere completamente compatibili, così come non lo sono la libertà, l’uguaglianza e la fraternità.

Perciò dobbiamo pesare e misurare, accordarci, fare compromessi, e prevenire l’annientamento di una forma di vita da parte delle rivali. So fin troppo bene che questa non è la bandiera sotto la quale giovani uomini e donne idealisti e entusiasti desidererebbero marciare– sembra troppo sciatta, ragionevole, troppo borghese, non impegna le emozioni generose. Ma credetemi, non si può avere tutto quello che si vuole – non solo in pratica, ma anche in teoria. Il rifiuto di ciò, la ricerca di una singola verità, l’imposizione di un ideale globale perché è l’unico e il solo vero per l’umanità, porta inevitabilmente alla coercizione. E quindi alla distruzione, allo spargimento di sangue – le uova sono rotte, ma l’omelette non è in vista, ci sono solo un numero infinito di uova, vite umane, pronte per essere rotte. E alla fine gli idealisti passionali dimenticano l’omelette, e vanno solo avanti a rompere le uova.

Noto con piacere che verso la fine della mia lunga vita sta venendo alla luce qualche positiva realizzazione. La razionalità e la tolleranza, abbastanza rare nella storia umana, non sono disprezzate. La democrazia liberale, nonostante tutto, malgrado il grande flagello moderno del fondamentalismo nazionalista, si sta diffondendo. Le grandi tirannie sono in rovina, o lo saranno – anche in Cina il giorno non è così lontano. Sono lieto che voi a cui parlo vedranno il XXI secolo, che sono sicuro che potrà essere un tempo migliore per l’umanità di quanto è stato il mio Secolo. Mi congratulo per la vostra buona sorte. Rimpiango di non poter vedere questo futuro più luminoso, che sono convinto che sta arrivando. Con tutto il pessimismo che ho diffuso, sono felice di concludere con una nota ottimistica. Ci sono veramente buone ragioni per pensare che sia giustificata.

 Isaiah Berlin

(traduzione di Federico Stoppa)

Fonte: The New York Review Of Books

Josef Paul Kleihues

Josef Paul Kleihues

Perché Berlino?  Perché questa capitale all’apparenza fredda e distaccata rapisce i visitatori come nessun’altra città, tanto da far avvertire così forte la necessità di scrivere di lei?

Berlino è esteticamente brutta. In una classifica ideale delle capitali europee, si collocherebbe ben dietro a Roma e Parigi.  Non ci sono grandi cattedrali neogotiche da osservare in silenzio, terrorizzati, né gioielli architettonici del passato che si ha l’obbligo di fotografare. Non è una città eterna: tutto è in continuo divenire. Tutto si crea e si distrugge continuamente: ci sono cantieri aperti ovunque. Catturare la fisionomia attuale di Berlino e prevederne la traiettoria di sviluppo futura è quasi impossibile.

Berlino è piena di contraddizioni. Cosa c’entra il Modernismo di Potsdamer Platz con il realismo socialista di Karl-Marx-Allee ed Alexander Platz? Come è possibile conciliarli nello stesso tessuto urbano? Ma è solo riflettendo sulla giustapposizione di stili differenti, quasi antitetici, che si coglie l’essenza di questa città, la filosofia che l’ha informata, dopo l’evento con cui è terminato il secolo breve: la caduta del Muro.


Il collasso del socialismo in salsa prussiana non ha trasformato la città, come accaduto altrove, nel palcoscenico del capitalismo selvaggio
. I capitali stranieri affamati di spazi urbani a buon mercato su cui cementificare ed estrarre rendite sono stati tenuti lontani. Le autorità pubbliche avevano un progetto ambizioso in mente: fare di Berlino la città paradigma di un nuovo modello di sviluppo. Trasformarla nella capitale della cultura alternativa e della sostenibilità ambientale del XXI secolo. Hanno così chiamato i migliori architetti in circolazione (Renzo Piano, Hans Kollhoff, Norman Foster), hanno puntato su una politica di attrazione delle migliori menti creative, a cui è stato concesso di dare sfogo al proprio estro riqualificando interi quartieri distrutti o abbandonati.


La diversità di questa città rispetto alle altre grandi metropoli europee emerge quando si ragiona di crescita economica, di benessere, di qualità della vita
.  Secondo il parametro che viene più spesso utilizzato dagli analisti economici per misurare il benessere sociale – il prodotto interno lordo pro capite – Berlino è una città povera, con quasi il 20% dei suoi abitanti che vive sotto la soglia di povertà. Eppure, appena ci si allontana da una concezione di benessere centrata unicamente sulle disponibilità finanziarie e sull’ammontare dei beni e servizi che è possibile consumare sul mercato e si prendono invece in considerazione le opportunità sostanziali che le persone hanno di condurre le vite che preferiscono, le cose cambiano. A Berlino è ampia l’offerta di beni pubblici ( parchi, centri ricreativi, asili) e di infrastrutture di mobilità sostenibile ( l’enorme reticolo di piste ciclabili); sono minimizzate le esternalità negative causate dallo smog e dalla congestione automobilistica (solo 300 cittadini su 1000 possiedono una macchina, contro i 699 di Roma, i 600 di Stoccarda e Monaco; il 25% degli spostamenti nelle zone centrali avviene in bicicletta), In più, un welfare intelligente garantisce a tutti un minimo di base per condurre una vita dignitosa (alloggio, cure, accesso gratuito ai mezzi pubblici).

Berlin Topdown Berlin Deutschland/Germany [DE] Blick vom Fernsehturm hinunter zum Alexanderplatz und der Weltzeituhr. [EN] View from the TV tower down to Alexanderplatz and the World Clock. more: www.tomkpunkt.de and: www.flickr.com/photos/tomkpunkt

Berlin Topdown by Tom Kpunkt


La frenesia produttiva, la corsa all’arricchimento e il consumismo compulsivo, che sono la cifra delle grandi metropoli occidentali, sono state qui rigettate. Berlino è stata plasmata con il meglio del pensiero eterodosso del Novecento. I suoi intellettuali di riferimento sono il Karl Marx libertario e antidogmatico dei Manoscritti giovanili (1844), i filosofi critici dell’ottimismo tecnoscientifico della Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, il Marcuse dell’Uomo ad Una Dimensione), il fondatore dell’economia ecologica Karl W. Kapp e l’Enrico Berlinguer meno letto, meno addomesticato e certo più attuale, quello del discorso sull’Austerità del 1977. Un socialismo libertario abbinato ad un ecologismo consapevole e non di facciata, un’atmosfera cosmopolita, un miscuglio di culture che non si traduce in una polveriera ma in un reciproco scambio di idee. Ecco il valore aggiunto di questa città. Berlino è la città europea con più immigrati di origine turca; ma non ci sono ghetti, non ci sono tensioni con il resto della popolazione, ma piuttosto un fecondo confronto politico e culturale. Quando penso ad un luogo che è stato capace di impedire la diffusione della cultura neoliberista nelle menti dei suoi cittadini – il cui corollario, ben visibile dappertutto, è stato la scomparsa di ideali collettivi a vantaggio della rivendicazione di qualche minuscolo diritto individuale, l’indifferenza per il destino altrui, la mercificazione dell’ambiente e dei rapporti umani –  la prima città che mi viene in mente è Berlino. Questo nonostante la città abbia archiviato con sollievo e liberazione la tragica esperienza del comunismo reale.

L’esperimento di vivere in maniera alternativa sembra riuscito. Lo dimostrano le dinamiche occupazionali, la struttura demografica, il dinamismo culturale, i numeri sul turismo. Ma il futuro è aperto a qualsiasi sviluppo, niente può essere dato per scontato. Di sicuro, in questo secolo in cui la competizione non è più tra paesi ma tra città, Berlino parte in vantaggio: può diventare quello che era Parigi negli anni Venti.
Molto meno bella esteticamente della capitale francese, certo, ma con un fascino e una potenza emotiva altrettanto straordinari, che le derivano dall’aver “resistito e vinto contro tutto e contro tutti: contro la storia e contro la geografia, contro gli orrori del nazismo, contro mezzo secolo di guerra fredda e l’ottusa crudeltà del socialismo prussiano” (Bolaffi, Cuore Tedesco, 2013, p.165). Berlino è oggi qualcosa di completamente diverso da qualsiasi altra città europea, lo si avverte subito. E’ forse più un luogo dell’anima, un orizzonte a cui tendere, che un posto reale.

Wings of Desire - Wim Wenders Stiftung

“Non potrei dire chi sono, non ne ho la minima idea! Sono qualcuno che non ha origini, né storia, né Paese e ci tengo! Sto qui, sono libera, posso immaginarmi tutto. Tutto è possibile. Non ho che da alzare gli occhi e ridivento il mondo.”  Il Cielo sopra Berlino, regia di Wim Wenders, 1987

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.