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L’economia di mercato capitalistica ha espresso una straordinaria positività. Marx lo colse in pieno, meglio degli stessi classici inglesi, che pure del capitalismo avevano fissato la mappa tematica e i principi analitici dell’economia politica. Il capitalismo è una formidabile macchina per sviluppare le forze produttive attraverso l’accumulazione, l’innovazione, il progresso tecnico, la produttività.

Negli ultimi due secoli il Pil dell’umanità con il capitalismo si è moltiplicato di oltre sessanta volte, per una popolazione mondiale esplosa da un miliardo a 7 miliardi di persone. Pro capite il reddito medio degli umani è quindi progredito di circa dieci volte: in euro odierni, da 500 euro l’anno per persona a più di 5.000 euro l’anno.

Non sorprende che nel volgere di questi stessi due secoli l’economia di mercato capitalistica, in varie forme, si sia estesa nel mondo, con eccezioni divenute rarissime. La “ricchezza delle nazioni” è stata ricercata per questa via, la società scegliendo, accettando o subendo questo modo di produzione.

Nondimeno, in un’economia siffatta la crescita è instabile, iniqua, inquinante. È instabile perché gli investimenti fluttuano con le mutevoli aspettative e con gli “spiriti animaleschi” dei capitalisti. È iniqua perché il mercato esalta e premia oltre misura i soggetti più dotati, o più influenti. È inquinante perché i prezzi non includono nei costi le “esternalità negative”, i danni che i produttori infliggono a terzi con cui non stabiliscono negoziali rapporti di mercato.. Non si tratta soltanto, come vuole l’analisi economica neoclassica oggi prevalente, di singoli “fallimenti” del mercato, ma di una difficoltà strutturale più profonda.

79722247_Detroit_92147cMentre i tre aspetti negativi del sistema si aggravano, anche lo sviluppo del Pil sembra mostrare una tendenza a rallentare. Nelle economie avanzate – metà del Pil mondiale – la crescita su base pro capite è stimata in discesa, dal 2,1 per cento l’anno del 1995-2004 a meno del 2 per cento nel 2014-2018. Così, lo sviluppo delle economie emergenti nel 2014-2018 è previsto flettere a poco più del 4 per cento, dai picchi storici del 6-7 per cento degli anni immediatamente precedenti la crisi del 2008-2009.

In sintesi, le negatività si accentuano, le positività si attenuano. Quindi non si può essere liberisti imperfettisti. Non si può pensare che l’attuale sia necessariamente, resti, il migliore dei mondi possibili. Le contraddizioni che il capitalismo vive sono profonde, potenzialmente laceranti. Il rischio è duplice. Il sistema può implodere. Può entrare in crisi senza che un altro e diverso sistema sia stato pensato, configurato, reso potenzialmente e concretamente disponibile. Lo sbocco finale in tale scenario è il caos. L’alternativa è che il sistema permanga invariato, infliggendo costi sempre più pesanti se non alla intera società ad ampi strati del corpo sociale.

Si deve essere, al tempo stesso, riformisti e utopisti. Occorrono un pensiero e un’azione – in economia, ma non solo –che siano contemporaneamente alimentati dall’aspirazione anche utopistica al cambiamento e da una volontà, e capacità autenticamente riformatrici.

CercateAncoraLaLezioneDiClaudioNapoleoni_0“Cercate ancora”: fu l’ultimo messaggio di Claudio Napoleoni, economista fra i più colti, che già vedeva appannarsi la capacità del sistema di esprimere “ meccanicamente “ o “spontaneamente” sviluppo economico a causa della crisi dei suoi “ valori “. L’invito è a non rinunciare all’ipotesi che anche il capitalismo si dimostri transeunte, storico al pari dei modi di produzione (consuetudinario, schiavistico, feudale, mercantile) da cui fu preceduto.  Nell’impegno e nell’attesa della palingenesi, l’utopista ha, tuttavia, il dovere civile di essere anche riformista, per il tempo presente. Vanno evitate al corpo sociale sofferenze che l’azione riformatrice, almeno entro certi limiti, può prevenire, o lenire. I modi sono quelli tracciati, fra gli economisti, da Keynes, contro l’instabilità; da Sen, contro l’iniquità; da Nordhaus, contro l’inquinamento.

Sarebbe imperdonabile rinunciare alla crescita, ovvero scegliere di puntare a una decrescita della produzione. In un’economia ristagnante l’instabilità (dei prezzi, dell’occupazione, della finanza) sarebbe più alta; la redistribuzione perequatrice (delle libertà civili, democratiche, oltre che delle risorse materiali) sarebbe più difficile; mancherebbero i mezzi per disinquinare l’ambiente.

Sotto quest’ultimo profilo – della non – crescita – il caso italiano è fra i più gravi. L’attività economica è di nove punti percentuali inferiore al livello che aveva raggiunto nel 2007, prima della doppia, acuta recessione da allora sperimentata. La sperequazione nella distribuzione dei redditi è tra le più alte nel novero delle economie avanzate, con un indice di Gini dell’ordine di 0,40. Il territorio, l’ambiente, del Bel Paese è fragilissimo con alcune sue parte in sfacelo.

ilva_taranto_tumoriLa massa dei cittadini italiani è impoverita da una pesante fiscalità, che sempre meno alimenta beni pubblici, beni comuni, beni meritevoli offerti dallo Stato. A differenza della recessione del 2008-2009, che fu da investimenti ed esportazioni nette, la recessione provocata dagli errori tecnici del governo dei “tecnici” nel 2012-2013 è una recessione dei consumi. Questi ristagnano, su un livello dell’8 per cento inferiore a quello del 2007.  Quindi, ristagnano gli investimenti, su un livello del 25 per cento inferiore a quello del 2007. Senza una spinta esogena della domanda, che solo il bilancio pubblico può dare partendo dalle opere pubbliche, i consumi per via endogena non si riprendono. E non possono bastare gli 80 euro che il governo ha aggiunto alle buste-paga più basse. Le famiglie vedono taglieggiato il reddito, erosa la ricchezza, a rischio il lavoro, senza prospettive la prole. L’economia quindi striscia lungo il pavimento su cui è precipitata dopo il 2007, depauperata di 150 miliardi di Pil all’anno, di centinaia di migliaia di posti di lavoro, con una disoccupazione crescente che già travalica il 13 per cento della forza – lavoro, mentre tende a riaprirsi il divario nei redditi e nelle opportunità fra il Mezzogiorno e il resto del Paese.

Seppure con apprezzabili eccezioni dal pulviscolo dei 4,5 milioni di imprese – come definite e quantificate nell’ultimo censimento, del 2011 – non vengono, per vie di mercato, autonome soluzioni: investimenti, innovazione, ricerca e sviluppo, progresso tecnico, qualità del produrre, vera capacità di competere. In media le aziende continuano a dichiarare meno di quattro addetti, e il 60 per cento appena arriva a superare il singolo addetto. Un quinto dell’attività economica è “sommerso”, ai limiti della legalità. Solo 3.468 imprese denunciano più di 250 dipendenti. Sono quasi sempre le stesse, di censimento in censimento. Nemmeno queste esprimono dinamismo dimensionale. I capitalisti stranieri non investono nella Penisola, non pochi capitalisti italiani disinvestono.  I grandi gruppi industriali che producono in Italia scarseggiano. Anche le aziende manifatturiere meno piccole attendono, sperando che qualche deus ex-machina – gli aiuti pubblici, l’Europa, i sindacati? – le riconduca al profitto.

Cosa può fare la politica economica? Almeno tre cose, da troppi anni disattese:

  1. Aumentare gli investimenti in opere pubbliche – a cominciare dalla messa in sicurezza del territorio – e ridurre la pressione fiscale. Come? Contenendo le uscite pubbliche di parte corrente: non la spesa per pensioni, sanità assistenza – la spesa sociale, preziosa per i cittadini, collante del Paese – ma altre voci di spesa. Le uscite per il personale, gli acquisti di beni e servizi, i trasferimenti vari ammontano al 23 per cento del Pil. Sono riducibili. Nell’arco della legislatura questa parte non sociale della spesa pubblica andrebbe frenata in una misura – tre, quattro punti percentuali rispetto al Pil – che vada oltre l’importo strettamente necessario a consolidare l’equilibrio del bilancio e faccia spazio a investimenti pubblici in infrastrutture e a un graduale abbassamento della tassazione, resa al tempo stesso meno sperequata colpendo l’evasione.
  2. Riscrivere il diritto dell’economia. Vanno riformulati e coordinati fra loro sei blocchi dell’ordinamento giuridico, divenuti manifestamente inadeguati alle esigenze del sistema produttivo: societario, fallimentare, processuale, amministrativo, antitrust, del risparmio ( non il diritto del lavoro, il lavoro non avendo “colpe” in questa crisi).
  3. Imporre alle imprese italiane in via definitiva la concorrenza, statica e dinamica, a colpi di innovazioni e non solo di prezzi. È la condizione mancando la quale le imprese non si situano sulla frontiera dell’efficienza, date le tecniche. Soprattutto, non sono costrette a ricercare il profitto attraverso il progresso tecnico.

Solo sostenendo la domanda globale per il breve termine e promuovendo la dinamica della produttività per il lungo termine l’occupazione può tornare ad aumentare. Ciò avverrà se le imprese risponderanno. Altrimenti, anche una politica economica centrata sugli investimenti pubblici e sulla detassazione dell’economia si dimostrerà impotente. Produttività, crescita, e occupazione trarrebbero grande giovamento dallo stimolo rivolto alle imprese da una rinnovata pressione concorrenziale. Trarrebbero giovamento non minore dalla riscrittura del diritto dell’economia che valorizzi il risparmio, l’accumulazione di capitale, l’autentica imprenditoria.

21 Luigi Einaudi Il problema dei problemi – segnatamente nell’Italia di oggi – è che la crescita economica dipende solo in prima approssimazione dalla quantità delle risorse impiegate nel produrre e dall’efficienza e dal tasso d’innovazione tecnologica che le imprese esprimono. La crescita scaturisce in ultima analisi dall’intreccio fra la Cultura,  le Istituzioni, la Politica di un Paese. Aveva ragione Luigi Einaudi: “Chi cerca rimedi economici a problemi economici è sulla falsa strada. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema morale”. Gli studi teorici, le verifiche empiriche e soprattutto le ricerche storiche offrono crescenti conferme della giustezza di tale generalissima proposizone, precisandone confini e contenuti.

Anche su questo cruciale fronte la migliore tradizione utopista e la migliore tradizione riformista devono collegarsi, rinnovarsi. Devono cercare, trovare, dire parole che altri non dicono.

Pierluigi Ciocca 

(Ex membro del Direttorio della Banca d’Italia e Accademico dei Lincei, dirige la “Rivista di storia economica” fondata da Luigi Einaudi)

Fonte: Una crisi mai vista. Suggerimenti per una sinistra cieca ( a cura di M. Loche e V. Parlato, manifesto libri, 2014)

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La lunga e appassionata riflessione che il grande geografo e politologo inglese David Harvey svolge in “Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo” (Feltrinelli, 2014, pp. 332) ha un effetto rivitalizzante, terapeutico, per tutti coloro che, nonostante lo sconfortante stato del Mondo, non vogliono cedere all’apatia, al cinismo, alla rassegnazione, al fatalismo.

Harvey illumina le forze e le tendenze contraddittorie sottostanti alla dinamica capitalistica, provando su questa base a delineare un progetto politico alternativo a quello neo-liberista. Le contraddizioni qui analizzate sono diciassette e vengono raggruppate in tre tipologie: fondamentali, in movimento, pericolose.  Le contraddizioni che appaiono più rilevanti sono quelle tra valore d’uso e valore di scambio delle merci; tra appropriazione privata e ricchezza comune, tra produzione e realizzazione. Indagarne il meccanismo di funzionamento, andando oltre le apparenze del quotidiano, si rivela indispensabile non solo per comprendere il mondo in cui viviamo ma soprattutto per trasformarlo.

VALORE D’USO E VALORE DI SCAMBIO

La contraddizione fondamentale tra valore d’uso e di scambio viene chiarita da Harvey con l’esempio della casa. L’abitazione, come tutte le merci, ha un valore d’uso – offre protezione e riparo, costituisce il centro della vita affettiva e familiare, etc – ma soprattutto un valore di scambio. Il valore di scambio delle abitazioni ha acquisito sempre più importanza in Occidente dagli anni Ottanta in poi, tanto che l’epicentro degli ultimi terremoti economico – finanziari (Stati Uniti, 1928, 2008; Spagna, Irlanda, 2008; Giappone, 1990; Svezia, 1993; Cina, 2012)  è sempre stato il mercato immobiliare. 9788807105098_quarta.jpg.448x698_q100_upscale

Nel secondo dopoguerra, almeno nell’Europa socialdemocratica, l’accesso alla casa per un’ampia fascia della popolazione avveniva attraverso l’edilizia pubblica  (o attraverso misure come il controllo degli affitti): lo scopo era garantire il valore d’uso dell’abitazione anche a quelli sprovvisti di valore di scambio adeguato. Smantellando l’edilizia pubblica o rendendola marginale in molti paesi, il neo-liberismo ha affidato al mercato autoregolato l’offerta di abitazioni alla popolazione .

La casa è diventata prima una forma di risparmio – contraggo un mutuo trentennale e alla fine ne acquisisco la proprietà – e, negli ultimi anni, una fonte di guadagno speculativo:  le banche ne spingono sia l’offerta, sovvenzionando i costruttori, che la domanda, concedendo mutui anche a persone a reddito basso o nullo (subprime); la crescita dei prezzi delle case consente ai proprietari di ottenere un plusvalore finanziario (capital gain), che a sua volta può essere impiegato per consumi o per accendere altri mutui. Si forma una gigantesca bolla immobiliare che, quando scoppia, lascia insolventi molti debitori. Le case vengono pignorate. “Nel crollo recente del mercato immobiliare negli States, circa 4 milioni di persone hanno perso la loro casa per espropriazione forzata. Per loro il perseguimento del valore di scambio ha distrutto l’accesso all’abitazione come valore d’uso” (p.33).

In definitiva, la gestione della “questione delle abitazioni” attraverso la via del mercato – celebrata dai leader politici neoliberisti con la retorica del “tutti proprietari” – si è rivelata disastrosa dal punto di vista economico e sociale, distruggendo ricchezza ed esacerbando le iniquità distributive.

APPROPRIAZIONE PRIVATA E RICCHEZZA COMUNE

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Assegnare un valore di scambio a ciò che non lo ha è un tratto distintivo del capitalismo neo-liberista. Si tratta di un processo – ben visibile ovunque – che Harvey chiama “ appropriazione e accumulazione per espropriazione” e che si realizza prevalentemente con la trasformazione di lavoro, terra e moneta in merci fittizie. Perché fittizie? Perché – come spiegato magistralmente dallo storico dell’economia Karl Polanyi nel suo capolavoro “La Grande Trasformazione” (Einaudi, 1974,  pp. 93-94) – “Il lavoro è soltanto un altro nome per un’attività umana che si accompagna alla vita stessa, la quale non è prodotta per essere venduta ma per ragioni del tutto diverse, né può essere distaccato dal resto della vita, essere accumulato o mobilitato; la terra è un altro nome per la natura che non è prodotta dall’uomo, la moneta infine è soltanto un simbolo del potere d’acquisto che di regola non è affatto prodotto ma si sviluppa attraverso il meccanismo della banca e della finanza di Stato. Nessuno di questi elementi è prodotto per la vendita. La descrizione, quindi, del lavoro, della terra e della moneta come merce è interamente fittizia” ( p. 93-94).

Pure, il processo di commodification – complice la crisi fiscale dello Stato in molte economie avanzate – ha subìto un’impennata negli ultimi decenni: dai fenomeni di land grabbing in Africa e Sud America da parte della Cina, all’inflazione di diritti di edificabilità concessi ai grandi immobiliaristi sul suolo agricolo e urbano;  dalla cancellazione delle normative sul controllo dei flussi internazionali dei capitali, alla cessione della sovranità monetaria a organismi non soggetti a controllo democratico e ossessionati dall’inflazione come le banche centrali; dalla creazione di mercati per scambiare diritti di inquinamento, alla costruzione di un mercato del lavoro atomistico, individualistico, spietatamente concorrenziale; in cui i moventi del lavoro delle persone si riducono alla sete di profitto o al “timore della fame”.  La conseguenza è stata “ la crescita continua del potere dei redditieri non produttivi e parassitari, non semplicemente dei proprietari delle terre e di tutte le risorse che vi si trovano, ma dei possessori di beni patrimoniali, dei potentissimi detentori di bond, dei possessori di potere monetario indipendente e dei detentori di brevetti e diritti di proprietà che sono semplicemente esclusive sul lavoro sociale svincolate da ogni obbligo di mobilitarlo per usi produttivi” [..] mentre sulle persone incombe minaccioso un forte senso di alienazione universale. Questo costituisce una delle contraddizioni più pericolose, assieme a  quelle della crescita composta senza fine e del degrado ambientale, per il perpetuarsi del capitale e del capitalismo” (p.243).

PRODUZIONE E REALIZZAZIONE

capitalism isn't workingKarl Marx e John Maynard Keynes ci hanno insegnato che la ragione che muove il capitale non è la produzione di merci che soddisfino i bisogni delle persone, ma di valori di scambio che procurino sempre più denaro ai produttori. Ma questa logica alimenta un’altra contraddizione fondamentale – quella tra produzione e realizzazione – che spesso sfocia in una crisi. Ogni impresa, infatti, cerca di comprimere il più possibile il costo del lavoro: inibendo il sindacato, delocalizzando gli impianti dove la manodopera è meno cara e il fisco meno esoso, ricercando continuamente innovazioni tecnologiche che sostituiscano lavoro morto (macchinari) a lavoro vivo. Tale strategia, se può far spuntare margini di guadagno elevati nel breve termine, si scontra però con il limite della domanda di mercato nel medio-lungo termine. Infatti, se i lavoratori sono costi per la singola azienda, sono tuttavia anche potenziali clienti e quindi fonti di ricavo.  Se però il loro potere d’acquisto crolla, le merci rimangono dentro i magazzini, invendute. I profitti calano; le imprese licenziano ancora; ma così la domanda consumo cala ulteriormente; fino a generare fallimenti di massa. Lo Stato può intervenire trasferendo capacità di spesa ai lavoratori, creando lavoro e pagando stipendi, pensioni, sussidi di disoccupazione: compensando così il crollo della domanda privata (consumi + investimenti + esportazioni nette) con quella pubblica. La spesa pubblica in deficit è in questo caso perfettamente funzionale all’accumulazione capitalistica, al sostegno dei profitti privati. E’ la soluzione keynesiana alla crisi del capitalismo, che ha garantito all’Occidente tassi di crescita elevati nel trentennio 1945-75, prima di perdere la sua forza propulsiva. Il paradigma neoliberista – egemone dagli anni Ottanta in poi – stigmatizza invece il ruolo economico dello Stato ( a parte quando si fa garante dei “diritti acquisiti” dei più ricchi e quando è militare) e punta sulla finanza, sul debito privato, per sostenere la domanda di merci: è l’economia dei mutui subprime e delle carte di credito, delle bolle finanziarie e immobiliari, del consumismo sfrenato; rivelatesi iniqua e insostenibile.  Oggi, segnatamente in Europa, il pensiero economico dominante è quello degli ordoliberali tedeschi, per cui il debito privato e soprattutto il debito pubblico costituiscono peccato mortale (nella lingua tedesca, il termine “die Schuld” è sia “colpa” che “debito”). Non essendo forse perfettamente al corrente che mettere fine al debito equivale a condannare a morte il capitalismo.

FINE DEL CAPITALISMO?

Nell’epilogo del libro, Harvey sviluppa idee interessanti per una prassi politica alternativa, all’insegna di un nuovo umanesimo che liberi “potenzialità, capacità, e poteri umani” (p.279). L’orizzonte verso cui tendere è un sistema economico dove l’offerta di valori d’uso adeguati per tutti (casa, istruzione, sicurezza alimentare, assistenza sanitaria, accesso ai trasporti, etc) abbia la precedenza sulla loro offerta attraverso un sistema di mercato orientato alla massimizzazione dei profitti, che concentra i valori di scambio nelle mani di pochi privati e distribuisce i beni sulla base delle possibilità di pagarli. Proposte concrete in questo senso sono quelle di istituire una moneta che funga da lubrificante degli scambi ma non da riserva di valore (il modello è la stamped money di Silvio Gesell);  implementare un reddito di base per garantire il risparmio e sconfiggere la povertà; tutelare i beni comuni attraverso nuovi regimi giuridici che superino la dicotomia Stato-privato; dar vita a imprese che innovino le modalità e soprattutto i fini della produzione. In queste proposte c’è più Polanyi che Marx, più l’Olivetti del “socializzare senza statizzare” che Keynes. Nell’idea di contromovimento di Polanyi, infatti, è la società – non lo Stato – che organizza contrappesi istituzionali alla mercificazione di terra, lavoro e denaro.  Questa società si trova, oggi, nella realtà –  magmatica, frammentata e alienata – di chi produce e riproduce la vita urbana. Soggetti che devono trovare il modo di parlarsi, di ricompattarsi, per riprendere in mano il loro destino.  Poiché, oggi più che mai, “l’innovazione politica sta nel comporre in modo diverso possibilità politiche già esistenti ma fin qui isolate e separate” (p. 220).

Federico Stoppa

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Michael-Hacker-Capitalism

Michael-Hacker-Capitalism

In “Il Capitalismo e lo Stato. Crisi e trasformazione delle strutture economiche” (Castelvecchi, 2014) , Paolo Leon indaga le trasformazioni di lungo periodo del capitalismo contemporaneo, dal New Deal rooseveltiano alla rivoluzione liberista del duo Reagan-Thatcher, culminata nella crisi del 2007-08. La prospettiva d’analisi è centrata sul rapporto, dialettico, tra Stato e capitalismo, che ha determinato, nei periodi considerati, cambiamenti significativi nell’architettura delle istituzioni economiche.

L’ipotesi da cui muove il ragionamento di Leon è che il capitalismo sia costituito da individui e imprese non consapevoli degli effetti macroeconomici delle loro scelte; da qui la ricorrenza di squilibri e crisi nel sistema. Solo lo Stato può, se la politica glielo consente, “conoscere gli effetti macroeconomici delle proprie scelte e di quelle dei capitalisti” (p.57), e quindi preservare il sistema dall’autodistruzione.  Questo è il punto di maggior attrito con la teoria economica dominante – quella neoclassica – che invece rappresenta il sistema economico come un insieme di individui che, massimizzando la propria utilità o profitto nelle loro scelte, conducono sempre al miglior risultato sociale possibile, in termini di efficienza e di equità. A turbare quest’ordine spontaneo (Hayek) sarebbero soltanto interventi “invasivi” da parte dei governi o dei sindacati, il cui campo d’azione andrebbe per questo drasticamente limitato.

FINE DEL LAISSEZ FAIRE: L’ERA DEL CAPITALISMO ROOSEVELTIANO 

Il ripudio delle teorie e pratiche neoclassiche da parte dei maggiori governi occidentali – democratici e non – avviene negli anni Trenta del Novecento, a seguito della Grande Depressione, e prosegue  anche nel dopoguerra, fino allo schock petrolifero degli anni Settanta. Vengono gettate le basi istituzionali di quello che Leon chiama capitalismo rooselvetiano: gli Stati – e le banche centrali –  si danno come obiettivo di politica economica la crescita in piena occupazione; ciò richiede l’abbandono del laissez faire e la gestione attiva della domanda aggregata (consumi, investimenti, esportazioni nette). Lo Stato assicura alle imprese i mercati di sbocco delle loro merci attraverso le seguenti misure:  a) imposizione fiscale progressiva e rafforzamento del ruolo del sindacato nella contrattazione salariale collettiva –  il Wagner Act  – che migliorano la distribuzione del reddito e sollecitano la propensione al consumo di una vasta platea di individui (la classe media); b) investimenti pubblici in infrastrutture, nei settori strategici e di base, con effetti moltiplicativi sul reddito nazionale, sulla domanda e sui profitti delle imprese.  Opera qui una legge macroeconomica sconosciuta al singolo capitalista: è la spesa che genera il risparmio, l’investimento che causa il profitto, non viceversa. Oltre l’imposizione fiscale, è la banca centrale che finanzia il settore pubblico, non i mercati finanziari. Inoltre, con gli accordi di Bretton Woods (1944) il commercio mondiale viene liberalizzato, ma persistono controlli ferrei da parte degli Stati nazionali sui movimenti di capitale.

Due importanti riforme sono introdotte in questo periodo. Una è la separazione per funzioni del settore bancario (Glass Steagall Act): le banche di credito ordinarie agiscono come public utilities,  raccogliendo e prestando denaro a breve termine, mentre  le società finanziarie (banche d’investimento, assicurazioni, etc) operano sui mercati dei titoli. In questo modo, la speculazione non causa instabilità sistemica e  il moltiplicatore monetario – per cui “l’aumento degli impieghi di ciascuna banca fa crescere i depositi di tutte le altre” (p.102) – ha i suoi massimi effetti sullo sviluppo dell’economia “reale”.  L’altra è il Welfare State : specie nell’Europa occidentale, educazione e sanità vengono riconosciuti come diritti di cittadinanza, mentre pensioni e sussidi di disoccupazione sono erogati con le imposte dei soggetti in attività. Breve: “Il capitalismo e lo Stato hanno costruito un compromesso, per il quale il mercato finanziario e quello del lavoro sono regolati per evitare che producano crisi e la politica economica assicura la domanda effettiva” (p.120).

ASCESA E CADUTA DEL CAPITALISMO NEOLIBERISTA

L’ordine economico rooseveltiano- e il compromesso tra Stato e capitalisti che ne derivava – è sconvolto da due “cigni neri”: le crisi petrolifere (1973-79) e la fine del sistema monetario internazionale di Bretton Woods, che porta alla svalutazione del dollaro e al collasso del cambio fisso tra le valute (1971). Il processo di crescita economica rallenta e  divampano inflazione e disoccupazione. Nella cultura economica dominante, il paradigma keynesiano perde consenso a vantaggio di quello monetarista e neoliberista, che rispolvera alcuni evergreen del pensiero conservatore: Il Welfare State assistenzialista e l’alta pressione fiscale necessario a mantenerlo soffocano l’intrapresa individuale;  la politica economica espansiva di banche centrali e governi “spiazza” l’investimento privato e causa iperinflazione; esiste un tasso di disoccupazione “naturale” che può essere abbattuto solo attraverso riforme strutturali dal lato dell’offerta, come la riduzione delle aliquote fiscali, la diminuzione dei sussidi di disoccupazione e la deregolamentazione del mercato del lavoro.

In this June 23, 1982 file photo, Britain's Prime Minister Margaret Thatcher gestures with her pen as she answers a reporters question during a news conference at the United Nations. Ex-spokesman Tim Bell says that Thatcher has died. She was 87. Bell said the woman known to friends and foes as "the Iron Lady" passed away Monday morning, April 8, 2013. (AP Photo/File)

In this June 23, 1982 file photo, Britain’s Prime Minister Margaret Thatcher gestures with her pen as she answers a reporters question during a news conference at the United Nations. Ex-spokesman Tim Bell says that Thatcher has died. She was 87. Bell said the woman known to friends and foes as “the Iron Lady” passed away Monday morning, April 8, 2013. (AP Photo/File)

I governi conservatori anglo americani di Reagan e Thatcher fanno propria questa retorica e iniziano l’opera di demolizione e ricostruzione delle istituzioni economiche del capitalismo, completata successivamente  da quelli progressisti. Lo Stato diventa così il comitato d’affari dei capitalisti. Si liberalizzano i movimenti internazionali dei capitali, così da ricomporre i margini di profitto delle imprese, erosi dal crescente potere sindacale e fiscale. Nel sistema bancario vengono abbattute le leggi ispirate al Glass Steagall Act, che imponevano una rigida separazione tra attività commerciali e d’investimento da parte delle banche. Le banche centrali smettono di coprire i fabbisogni finanziari dei governi, e diventano garanti della stabilità dei prezzi. Si crea così un grande mercato dei titoli pubblici, e i bilanci degli Stati sono limitati dalla capacità di piazzarli e pagarne gli interessi con l’imposizione fiscale, “se questa ha raggiunto un limite, al di là del quale viene a mancare il consenso politico e/o il gettito non cresce al crescere del PIL, l’intervento pubblico perde la sua natura macroeconomica, e il suo compito o è da Stato minimo (difesa,sicurezza, giustizia) o è redistributivo” (p.124). Le funzioni pubbliche vengono ridotte drasticamente: i servizi pubblici sono privatizzati o perdono la loro funzione universalistica (gli utenti sono soggetti a tariffe, le imposte vengono sostituite dalle tasse), le aziende pubbliche, quando non sono dismesse, vengono comunque trasformate in società per azioni quotate sui mercati. Il mercato del lavoro viene ferocemente liberalizzato, e si forma una concorrenza tra lavoratori per i pochi posti disponibili: domina l’ideologia del merito e del capitale umano, a cui Leon dedica pagine corrosive (pp. 161-163) e che porta, come nel calvinismo, “ad attribuire ai lavoratori il loro impoverimento relativo” (p.161) e a venerare il successo del self made man. La disoccupazione, inoltre, è attribuita alla pigrizia del disoccupato nel cercare lavoro (p.171); per questo le agenzie pubbliche per l’impiego sono sostituite da aziende private e la tutela passiva del disoccupato, attraverso i sussidi, è sostituita in parte dalla formazione professionale.

Queste trasformazioni  istituzionali hanno effetti negativi sulla domanda e quindi sulla crescita del prodotto globale. La quota dei salari sul reddito lordo, nei paesi occidentali, cala di circa 15 punti percentuali tra il 1979 ad oggi (p.186), deprimendo i consumi delle classi medie e quindi le vendite delle imprese; il taglio degli investimenti pubblici riduce reddito e occupazione attraverso il meccanismo del moltiplicatore keynesiano. A questo punto, per scongiurare il rischio  di una crisi di sovrapproduzione a cui il nuovo capitalismo non sarebbe sfuggito, ci si inventa una nuova fonte di sostegno alla domanda aggregata: il debito privato. Gli enormi flussi finanziari internazionali sono utilizzati dalle banche americane per accrescere i mutui alle famiglie – il cui reddito è in declino – stimolando così la crescita  del settore meno esposto alla concorrenza internazionale: quello immobiliare. La crescita dei prezzi delle case gonfia la ricchezza delle famiglie e si trasforma in maggiore consumo di beni da parte di quest’ultime; stimolando l’investimento delle imprese  – che cominciano a loro volta ad emettere titoli di debito sui mercati – e l’occupazione.  I crediti che le banche hanno in bilancio sono trasferiti a società fittizie creato allo scopo e venduti, sotto forma di titoli “sicuri” un po’ a tutto il mondo. Le banche europee, per esempio, fanno incetta di questi titoli, detti “salsiccia” perché dentro c’è un po’ di tutto. Siamo in quella che Leon chiama economia del leverage: nelle scelte economiche di famiglie, banche e imprese, lo stato patrimoniale (il valore di attività e passività) assume un’importanza maggiore del conto economico (ricavi e costi). Finché il valore delle attività (case o titoli) che hanno acquisito cresce più  delle rate di ammortamento del debito che hanno contratto, tutto va bene. Ma quando la bolla immobiliare e finanziaria scoppia, le insolvenze si moltiplicano, con le conseguenze economiche e sociali che conosciamo bene.

POLITICHE ANTICRISI E FUTURO DEL CAPITALISMO

Le politiche anti crisi sono state all’insegna di un keynesismo spurio, con l’intervento degli Stati per salvare dalla bancarotta il sistema bancario statunitense ed europeo, e l’abbondante liquidità pompata dalle banche centrali sui mercati finanziari.  Tuttavia, a sei anni dal crollo della Lehman Brothers , solo Stati Uniti e Giappone  –  i cui governi hanno aumentato deficit e debito con un mix di sgravi fiscali e maggiori spese pubbliche – danno segnali di una timida ripresa, mentre l’Unione Europa è vittima del rigore teutonico e degli immensi squilibri commerciali creatisi tra paesi settentrionali e meridionali. Si registra inoltre il rallentamento del tasso di crescita dei paesi emergenti (BRICS), a causa del calo delle esportazioni verso i paesi occidentali e del rialzo del prezzo delle materie prime, soggette a forti speculazioni. In generale, la crescita mondiale resta anemica per carenza di domanda effettiva, a causa dell’iniqua distribuzione del reddito e della ricchezza e del processo di dis-indebitamento di famiglie e Stati. Una stagnazione che, secondo economisti come Paul Krugman e Larry Summers, potrebbe protrarsi per lungo tempo. Lo Stato, certo, potrebbe giocare ancora un ruolo propulsivo, aggiungendo domanda attraverso investimenti in settori innovativi (come la green economy) e redistribuzione fiscale; ma gli viene precluso – specie nel Vecchio Continente – dall’ideologia del pareggio di bilancio e delle riforme supply side. Inoltre, la necessaria riforma della sovrastruttura finanziaria incontra un ostacolo insormontabile negli interessi delle lobby del settore. Lo testimoniano l’annacquamento della Volker rule negli USA, che re-introduce la separazione tra banche di credito ordinario e d’investimento, e le difficoltà che sta incontrando l’Europa nell’attuare le proposte del rapporto Liikanen..

In ultima analisi, c’è il rischio che si vada verso un capitalismo mercantilista o nazionalista, in cui ciascun Paese cerca di recuperare competitività  attraverso politiche di dumping fiscale, sociale e ambientale: un gioco a somma negativa. L’’Eurozona a trazione tedesca sta assecondando questa deriva. D’altro canto, Leon auspica che si arrivi ad una qualche forma di gestione coordinata della domanda globale, attraverso: potenziamento dei sindacati e standard salariali minimi introdotti a livello internazionale dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, riforma del commercio internazionale e della finanza, istituzione di una nuova moneta di riserva sovranazionale che sostituisca il dollaro, un maggior ruolo dei paesi emergenti nella risoluzione degli squilibri commerciali mondiali. Quale dei due assetti assumerà il capitalismo futuro? La risposta soffia nel vento.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Francesco Paolo Cazzorla

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