Posts contrassegnato dai tag ‘Welfare Society’

nikolay semenov – bus

L’autobus pubblico sgangherato sfreccia all’impazzata. Sta facendo i suoi giri meandrici per i quartieri interni, prima di imboccare la palpitante superstrada a 4 corsie. Ci troviamo a Ramos Arizpe, Messico, un piccolo villaggio di pomodori diventato gigantesco perché enclave super-industrializzata di un mondo perdutamente globalizzato.

Tutto il mondo arriva qui, per produrre e assemblare a bassissimo costo ogni tipo di armamentario per automobili. Lo sfruttamento della manodopera assurge a leitmotiv indiscusso di tutte le manovre di “sviluppo” della così attrezzata industria automobilistica. Distese di capannoni industriali, dunque, campeggiano su profili azzardati di paesaggi solcati dal deserto; schiere di casette tutte uguali si annidano ai lati di quei capannoni come per trarne linfa: la visione d’insieme porta con sé il silenzio dello sguardo, un timore senza nome.

L’autobus ha appena attraversato il varco di un quartiere non identificato. Le sue veloci serpentine lo destreggiano tra case colorate malmesse, baracche fatiscenti sul punto di crollare: al secondo e ultimo piano certe case si presentano a cielo aperto, mancano proprio di pareti, e questi spazi avvolti dalla polvere vengono adibiti a terrazze di fortuna: ci sono 3 sedie, qualche isolata cianfrusaglia e un “asador”, dove normalmente si cuoce la carne sui carboni. Tutto presenta un andamento lento, quasi stanco; solo il passaggio maldestro dell’autobus rivitalizza lo sguardo spento dei residenti.

Ora si viaggia su salite e discese, tra alberi di vecchie colline ormai pietrificate, asfaltate solo a tratti. Una bambina in ciabatte corre senza meta, si ferma e ricomincia a correre, non si capisce bene chi o cosa stia cercando d’inseguire. Ad un certo punto si ferma di nuovo, guarda in aria, trasognata, affannata: sta guardando il suo pezzetto di cielo. Su un altro versante, una palla rotola giù per la discesa: “dove sbuca una palla c’è sempre un bambino che le corre dietro”, dicevano a scuola guida: questa legge universale vige anche qui, non ha smesso ancora di vivere, di applicarsi. Per fortuna.

Una signora, sempre in ciabatte, cammina su un sottile marciapiede sdentato tenendo in mano solo un portafoglio macilento, probabilmente è uscita a comprare le “tortillas” che mancano in casa… Il pane, da queste parti. Sulla parete, dietro di lei, troneggia una scritta in rosso su una parete bianca dipinta di fresco; una parete mnemonica che offusca tutto ciò che la circonda. Questa scritta, a caratteri cubitali, dice “Ya cumplimos con el agua” (“Abbiamo risolto il problema dell’acqua”). Non è scritto esplicitamente, ma chi vive qui sa benissimo che è una scritta ad opera del governo, dello Stato: comunicazione istituzionale dunque; comunicazione pubblica del apri e chiudi virgolette “Gobierno de la gente”: uno dei loro slogan più identificativi. Un pleonasmo.

L’autobus ora è fermo, aspetta un semaforo rosso che blocca l’uscita dal quartiere. Ci sono due grandi archi a mo’ di cancello che segnano il via vai del traffico, che marcano le distanze e le persistenti incomunicabilità: le cancellate sono i segni discernenti che, tra non molto, qualcosa sta per cambiare.

Oltrepassati gli archi, infatti, si entra in un mondo nuovo, un’atmosfera completamente diversa. Le cilindrate delle auto sono più importanti, più lucenti; il ritmo di tutto diventa più veloce, e alle piccole botteghe all’angolo subentrano i grandi mall, quei mostri appariscenti ed esorbitanti dei centri commerciali. La gente è più dinamica, sembra sapere esattamente dove sta andando, cosa sta inseguendo. Questa gente però si ferma raramente a guardare il cielo, quasi lo ignora.

Sull’autobus, nel frattempo, salgono persone di tutti i tipi: la diversità è la prima cosa che salta all’occhio. Tra le diverse figure, sale per ultimo un ragazzo giovanissimo con un fagotto prezioso tra le braccia: è una bambina avvolta in una coperta rosa. Non fa particolarmente freddo, ma anche col sole è viva la credenza del non esporre i bambini alle temperature esterne, calde o fredde che siano. Queste creature sono considerate “un dono di Dio”, non ci si può sottrarre. E più la condizione sociale è disagiata, più ne aumentano di numero. Bambini che giocano, bambini che corrono pericolosamente tra le morse delle macchine, bambini aggrappati come scimmie alle mani e alle braccia di mamma e papà, bambini che piangono, bambini che sbattono da tutte le parti perché non abituati a camminare, a guardare dritto per vedere cos’hanno dinnanzi: i loro spostamenti, infatti, sono quasi esclusivamente impacchettati in veloci autovetture, che dietro quei loro finestrini piangenti si tramutano facilmente in malefici aggeggi tronca-sogni… Bambini, bambini e ancora bambini: la cognizione del sovrappopolamento non è percepita; le risorse del pianeta sono considerate inesauribili.

Lo scenario dunque è cambiato ed ora l’autobus viaggia super-sonico per la prossima città, Saltillo, quella più immersa nel capitalismo sfrontato, quella che si sente più ispirata al modello statunitense. Tanta è l’ispirazione quanta la malcelata soggezione, una soggezione che tormenta e svilisce le espressioni proprie, le identità locali. L’impressione è quella di una dominazione culturale colonizzante, che vive e si arricchisce a spese di chi scambia la dominazione per opportunità, il lavoro malpagato per una benedizione.

L’autobus quindi passa per le zone più ricche, che mostrano i propri lustri, li preservano, li valorizzano a status symbol. L’altro estremo radicale della scala sociale è fatto quindi da gente che ha un’automobile per ogni componente della famiglia, e che parcheggia queste automobili negli ampi parcheggi privati di zone recintate, anch’esse private e auto-escluse.

Questi territori sono le cosiddette “Gated communities”, le comunità cancello. Al loro interno c’è di tutto, tranne qualcosa che assomiglia vagamente a un senso di comunità. Sono territori dominati da un verde labirintico, e dove il silenzio spettrale fende l’aria che sembra dipinta con nuvole artificiali. Dicono che sia il tipico silenzio della tranquillità, della “sicurezza” dall’imprevisto, dell’”auto-immunizzazione”” dal diverso. Sicuramente, si tratta del silenzio della morte sociale. I vicini di casa a malapena si salutano, forse neanche si conoscono tra loro: l’auto-esclusione che si vive in questi grandi recinti confezionati è solo una forma di vita pubblicizzata e venduta come il sogno di tutta una vita.

Tutto il contrario di un centro cittadino, di una piazza centrale e non-commerciale, delle strade piccole e tortuose che sbucano in vicoli imprevisti, del parco a libero accesso “fonte sicura di disagi”. In questi territori pubblici c’è troppa diversità, c’è troppa probabilità che avvenga qualcosa di pericoloso; c’è troppo dinamismo incontrollato che alla fine stanca. E allora bisogna fuggire, lasciare tutto questo e raggiungere il verde creato ad hoc, le nuvole sparse, i corsi d’acqua messi lì per farti riposare a forza; le case maestose e costose per un accesso che non è libero, ma è ideato e congegnato appositamente per spalancarti le porte all’omologazione di chi ritieni simile a te: un’omologazione tanto comoda quanto sterile.

Amehare -public telephone box

Ecco che allora le disuguaglianze accentuate si rendono più visibili del visibile; si dispiegano su canali estremi raggiungendo l’osceno. E questa visione oscena di un mondo sociale allo sbando – dove s’incontrano solo le due polarità, di gente poverissima o ricchissima – non si registra solo qui, in Messico. Tutto il mondo, ormai, ne sta assaggiando le fattezze; ogni contesto, a modo suo, la recepisce e la riproduce incessantemente, senza argini, senza redistribuzioni di sorta; senza che la ricchezza prodotta venga spalmata sulle classi sociali per farle riprendere un po’, per concedere loro quel poco ossigeno che meritano.

Questo compito di redistribuzione è stato soppiantato dal denaro, dalla corsa agli armamenti produttivi, dallo sviluppo incurante e controproducente, dalla dominazione incontrastata di un solo settore della società, il mercato, che ha ridotto e riplasmato tutti gli altri a sua immagine e somiglianza. Ed ecco che allora il settore pubblico quasi non esiste più, arranca solo a fatica tra le sue rovine diventando un altro misero e maestoso cartello pubblicitario che si fa pubblicità da sé, perdendo credibilità su tutti i fronti.

Senza domanda, dunque, l’offerta è solo una chimera, anche nel pubblico: l’offerta valida per tutti, quell’offerta che era solita aprirsi agli orizzonti di tutte le classi sociali – a prescindere che si crei o no la domanda – è come quella bambina che corre senza meta: spossata, affannata, le resta solo una cosa da fare: guardare trasognata il suo piccolissimo pezzetto di cielo.

Descrivendo e vivendo sulla pelle tutto questo io però non riesco a desistere: sarò sempre per la cosa pubblica, perché è un bene prezioso, è un bene di tutti. Perché viene fatta passare per la cosa da evitare ad ogni costo, quando invece è quel maledetto pensiero unico a volerla smantellare, a rendercela impraticabile e inefficiente, e lenta – come dice in quel suo mantra ossessivo e funzionale ai suoi scopi egoistici – togliendole tutti i fondi necessari, riducendola così a misero fantoccio delegittimato, e misconosciuto.

E invece una scuola pubblica, un nido pubblico, un parco pubblico, un autobus pubblico, una biblioteca pubblica, una piazza pubblica sono il luogo della dinamicità, del passaggio ininterrotto di identità plurali; sono il luogo dei bordi aperti, porosi, e non dei confini barricanti; sono il luogo dello scambio inaspettato, dell’irrilevanza che si fa maestra di vita, e non del controllo omologato, del criterio standardizzato che toglie ogni margine all’errore; sono l’effervescenza delle diversità, che non hanno paura di mostrarsi, d’impegnarsi, di dire la propria; sono il luogo dell’uguaglianza delle opportunità, e delle parità d’accesso: sono il luogo in cui tutti, senza distinzioni, possono darsi una dannata possibilità.

E non c’entra il portafoglio di papà, non c’entra la classe sociale, non c’entra l’etnia, non c’entra la “sicurezza” di mandare tuo figlio in una scuola di “suoi pari”, e non c’entra neppure la tanto millantata flessibilità del servizio confezionato su misura per te, adatto alle tue sole e improrogabili esigenze: queste sono tutte baggianate, bagliori accattivanti che si spengono repentinamente dietro una fitta coltre fatta di egoismi e di facili guadagni; una coltre costruita maldestramente su atti predatori rapidi e senza alcunché di prospettiva.

La cosa pubblica invece è importante, e va preservata, incentivata, valorizzata. Viaggiare su un autobus sgangherato, puzzolente e affollato, anziché su un Uber costoso e pulitissimo con un autista super-gentile che ti offre la bottiglietta dell’acqua durante il viaggio, mi aiuta a capire sul serio in che razza di società globale e sbagliata mi è capitato di vivere, dove si fa di tutto per eliminare la complessità dell’umano e ridurla a servizio omologato, piatto, asettico, senza possibilità di pensiero.

Più piazze pubbliche dunque, e meno piazze commerciali. Più biblioteche fornite e meno isolotti di libri “best-seller” in sperduti autogrill. Più parchi pubblici liberi, aperti perché aperti alle comunità, e meno comunità cancello che si auto-escludono a vicenda. Più negozi e botteghe per le strade e meno super-store in mall luccicanti costruiti per passeggiate opprimenti, costeggiate miseramente da palme artificiali. Più complessità appagante, più interscambio tra diversità, più flussi caotici e poco chiari e meno omologazione schiacciante, meno comodità soporifera, meno semplicità superficiale, meno semplicità avvilente.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

Annunci

Cover

Riproponiamo una preziosa intervista sul “Welfare generativo” rilasciata da Tiziano Vecchiato, direttore (e sociologo) della fondazione Emanuela Zancan di Padova.

A cura di Francesco Caligaris e Maria Rosa Valetto.

Fonte: Animazione sociale, aprile 2013

Non ci si può ridurre a raccogliere e distribuire

E sotto gli occhi di tutti che la povertà è la vulnerabilità crescono, delineando un problema complesso, in cui si tende a scaricare molte colpe sul welfare. Ma con questo attacco al welfare, non si rischia di buttare via il bambino insieme all’acqua sporca? Non si tratta piuttosto di responsabilità strutturali che richiedono un cambiamento di paradigma?

Il problema è proprio questo: l’idea di un welfare in crisi ineludibile – e a cui non riusciremo a far fronte – e più di un’idea, è diventata una scelta di campo, un posizionamento dato per scontato per quanto non ancora dichiarato, di non pochi operatori sociali e – ancor di più – di molti rappresentanti delle pubbliche istituzioni. Al contrario, a mio avviso, non si può dimostrare che il welfare si trovi in una deriva di insostenibilità. I numeri non lo indicano; non mi riferisco al vissuto degli operatori o degli amministratori, ma proprio ai numeri. Per comprendere la situazione attuale occorre rivisitare il percorso attraverso cui ci siamo arrivati. In Italia, nell’interpretare la Costituzione, si è pensato di costruire il sistema di welfare principalmente basato su una strategia che potremmo definire di «solidarietà» che si sviluppa su due linee di azione: raccogliere e redistribuire.

Cinquanta anni fa, per rendere operativo il contenuto del patto costituzionale, per concretizzarlo in diritti e doveri, si scelse in effetti la modalità strutturata, quella di una solidarietà intesa come solidarietà fiscale, secondo cui ogni cittadino destina al bene comune una parte della propria capacità di reddito, della propria ricchezza, della propria disponibilità finanziaria. La solidarietà fiscale ha implementato così il nostro sistema di welfare, finanziando il diritto alla salute, l’istruzione, l’assistenza sociale, ecc. Si può affermare che questa scelta ha avuto e ha ancora oggi successo. Per esempio, in Italia, 110 miliardi di raccolta fiscale fanno lavorare in sanità 860mila persone e la stima complessiva, con l’occupazione «indotta», raggiunge circa un milione e 200mila persone. Un dato rilevante quanto a occupazione, ricchezza, dignità, per molte persone e famiglie.

Però, proprio a questo livello della strategia, che implica solidarietà per «raccogliere risorse necessarie per aiutare», si individua una grande criticità: per aiutare, bisogna disporre di capacità tecniche e professionali. Di conseguenza, i soldi raccolti non possono essere semplicemente dati a chi ne ha bisogno, ma vanno finalizzati a potenziare il lavoro di welfare. Altrimenti si riduce o elimina del tutto la possibilità di aiutare, nella misura in cui si passa frettolosamente alla seconda linea d’azione, il redistribuire. Partire dal concetto del dare di più a chi ha meno, pur essendo altamente significativo, non è sufficiente per risolvere il problema delle disuguaglianze, delle non capacità e della povertà. Questo è il punto: ma diversamente dai 110 miliardi destinati alla tutela del diritto alla salute, dei 51 miliardi destinati alla assistenza, protezione e promozione sociale, solo il 10% si converte in lavoro di welfare, mentre il 90% rappresenta solo speranza basata sul trasferimento economico. Il nostro sistema trasferisce molte risorse finanziarie a chi ne ha bisogno – a volte anche a chi non ne ha – immaginando che poi vengano impiegate per accedere a beni necessari o per acquistare aiuto.

Il sistema è sostenibile, ma spesso incapace

Eppure, nonostante questa criticità, si può ritenere che non siamo ancora in una deriva insostenibile?

community_raised-handsÈ facile dimostrarlo. Torniamo a considerare la spesa sanitaria e osserviamo la sua incidenza sul PIL: a parità di servizi la spesa dell’Italia è 1,5/2 punti inferiore a quella di altri Paesi europei. Questa differenza si spiega con strategie di gestione che rendono più efficiente il nostro sistema rispetto ad altri. Per esempio, in Francia e in Germania esiste un sistema di raccolta fondi differente dal nostro, che non è fiscale, ma si basa sulla solidarietà categoriale e quindi sul ricorso a mutue. Mentre la raccolta fiscale si fonda sull’imposizione dei redditi, quella mutualistica si basa su un accordo categoriale in cui ciascuno destina parte dei propri redditi alla protezione del proprio gruppo di solidarietà. Ora, questa forma di raccolta di risorse da una parte garantisce un tracciato più vicino – e quindi più sicuro – tra finanziatore e beneficiario, ma dall’altra ha in media un costo più elevato, di circa un punto e mezzo di PIL, come prima dicevo. Quindi non si può sostenere che il nostro welfare è alla deriva, visto che altri Paesi potrebbero prenderci come esempio. Restano innegabili, comunque, le inefficienze, il che fa intravedere i margini di miglioramento, senza innescare atteggiamenti catastrofisti.

Questo discorso, vale per il nostro sistema di assistenza sociale: se si guarda l’indice di finanziabilità rapportato al PIL e l’indice di occupazione, cioè quanto lavoro producono le risorse finanziarie destinate al welfare, si scopre che altri Paesi hanno indici di occupazione migliori, a parità di risorse. Il nostro non è un indice di degrado, bensì un segno che si potrebbe fare molto meglio, con le risorse che abbiamo a disposizione. Eppure, a confermare la tesi di una deriva del welfare, appaiono fattori quali le disfunzioni in sanità, l’incapacità dei Comuni di amministrare le risorse per l’assistenza sociale, la frammentazione delle gestioni, o criteri di accesso a prestazioni e servizi diversi da un Comune all’altro. In Italia, lo sappiamo, manca uno strumento unitario per configurare i livelli essenziali di assistenza (LEA). Sarebbero, invece, fondamentali per avere più equità di accesso ai servizi e un governo più efficiente della spesa. Tutto questo, però, non è dovuto al fatto che il sistema non è sostenibile, ma semplicemente all’incapacità di chi amministra i proventi della solidarietà fiscale.

Un luogo privilegiato di sviluppo della società

Da questo quadro emerge una situazione imperfetta, ma con opportunità e spazi di azione. Che cosa rispondere, allora, a chi suggerisce un passo indietro da parte dell’attore pubblico?

È proprio in un contesto del genere che un imprenditore non direbbe: «chiudo e faccio fallimento»; ma concentrerebbe le sue energie sui potenziali di miglioramento e investimento, alla ricerca di maggiore efficienza, migliore occupabilità, maggiore efficacia. Il sistema di welfare è stato creato per essere solidali, per trovare risposte ai bisogni, per non essere disperati, per intravedere opportunità, per offrirle alle nuove generazioni, per prenderci cura degli anziani, cioè per essere una società che ha a cuore la propria vita e il proprio futuro.

Se il welfare svolge il suo compito, ogni ragazzo ha la possibilità di imparare, per poi essere in grado di offrire il proprio contributo allo sviluppo sociale. Analogamente, un anziano non si sente un peso per la società nel momento in cui ha bisogno di cure, ma anzi può pensare: «Anche adesso che non sono autosufficiente, grazie a me qualcuno lavora e ha un reddito». Del resto, ce lo hanno insegnato le assistenti familiari – dette malamente badanti – che si sono inventate un lavoro, un’impresa diffusa in tutta l’Italia e hanno trovato da vivere per sé e per le proprie famiglie rimaste nei Paesi di origine. Questo è investimento e socialità positiva. Il nostro limite nel comprendere questo modello di welfare è che, quando consideriamo i due perni della questione – raccogliere e redistribuire –, pensiamo i proventi della raccolta come risorse economiche da «dare», da distribuire e basta. In realtà, questo non è welfare, ma solo assistenza e beneficenza istituzionale, amministrata tra l’altro con costi elevati. Ci tiene indietro nel tempo. Non è infatti un’interpretazione corretta della Costituzione dove, anche quando ci si riferisce – nell’articolo 38 – alle persone inabili o incapaci al lavoro, non si afferma di limitarsi alle erogazioni monetarie. Si parla di necessario per vivere sì, ma anche di lavoro. Il lavoro non come fatica, ma come ri-costruzione della dignità sociale, dell’integrazione, del contributo di ogni cittadino – nella misura delle proprie capacità – a una vita insieme, in cui tutti si prendono cura di tutti. La rilettura della Costituzione ci porterebbe ben oltre l’indispensabile, per riscoprire le funzioni del lavoro a sostegno dell’autonomia e per contrastare l’impoverimento, con tutte le sue ricadute sociali, etiche e poco democratiche.

L’ambigua connessione tra gettito e servizio

L’approccio alla base della Costituzione nella nostra epoca si scontra però con una drammatica fragilità di sistema: da una parte è diminuito il consenso sociale sulla solidarietà mediata dalla raccolta fiscale, dall’altra cresce la disponibilità alla mercatizzazione dei servizi.

La crisi della raccolta fiscale è anzitutto alla fonte. Il nostro sostegno al welfare si è storicamente basato su una capacità di raccolta fondi «tracciabile», perché legata al lavoro dipendente dominante negli anni ‘60-’80. Era una fase di sviluppo del Paese in cui era più facile raccogliere, investire, creare lavoro e redistribuire. Oggi, invece, il lavoro che produce risorse fiscali è sempre meno diffuso perché è diventato fragile, depotenziato, meno capace di gettito e quindi anche di solidarietà fiscale. È come se avessimo rimpicciolito le spalle per reggere il peso della montagna. Non si tratta, quindi, di una crisi del welfare, ma di una crisi della prima linea di azione strategica: la raccolta fondi. Va ripensata, in quanto sappiamo bene che ormai il reddito da lavoro dipendente non può bastare. È la ricchezza nelle sue diverse forme che deve produrre le risorse necessarie per il welfare.

Al momento non abbiamo una soluzione condivisa, dobbiamo cercarla, in modo da restituire speranza anche a chi non può averla, proprio perché la sua condizione non gliela garantisce. Penso soprattutto alla tutela pensionistica delle nuove generazioni, dato che si è affidato alla responsabilità individuale ciò che prima era strategia sociale. Una domanda rimane aperta, di conseguenza, e non solo per il problema della pensione dei giovani: dove può andare il consenso sociale in questo momento, verso soluzioni individualistiche o verso nuove strategie di solidarietà sociale? Il clima è inquinato dalla mala fede di chi sostiene che non ce la faremo e che dobbiamo affidarci al mercato. Chi sostiene questa tesi spera in un vantaggio dalla commercializzazione delle risposte di welfare meno protette dalla solidarietà fiscale. Si tratta di un ragionamento che non considera i costi complessivi, che saranno più elevati per tutti.

Gli imprenditori lungimiranti hanno compreso che non conviene portare a casa utili a breve, se poi perderemo tutti. Hanno attivato, di conseguenza, forme di welfare integrativo, dando non soldi, ma servizi. Non si sono limitati a offrire servizi sanitari integrativi, ma anche servizi sociali di vario genere: primi fra tutti i nidi aziendali, ma anche servizi di segretariato, per pratiche sociali, carrelli spesa, ecc. Sono imprese interessate ad avere persone che non solo lavorano, ma che, se stanno bene, diventano più capaci di esprimere una co-finalità con l’impresa e viverla come missione che può essere condivisa. Se fanno così le imprese più lungimiranti, perché assecondare le sirene catastrofiste e delegare al mercato la gestione del rapporto tra bisogni e diritti, in nome di scelte politiche incapaci di futuro? L’esito drammatico non sarebbero solo i costi immediati, che verrebbero scaricati sui cittadini più bisognosi, ma anche e soprattutto la distruzione di un’infrastruttura di solidarietà nel suo insieme, costruita in tanti anni, una vera e propria grande opera su cui basare futuri investimenti per lo sviluppo del Paese.

Costruire contesti di responsabilizzazione

A questo tentativo di smantellamento del welfare si accompagna un brusco invito ai singoli a darsi da fare, a rimboccarsi le maniche, a essere creativi. Ma le capacità – ci insegna Sen – sono legate alle opportunità e anche all’investimento pubblico sul costruire le capacità dei cittadini e le capacitazioni dei servizi…

learntoswimSiamo a una effettiva ingiunzione paradossale, del tutto estranea allo spirito e alla lettera della nostra Costituzione. Lanciare un messaggio del tipo «sii attivo, sii intraprendente» a una persona in grave difficolta è in fondo una rinuncia a quel patto. L’abbiamo sottoscritto tutti l’impegno a prenderci cura gli uni degli altri in modo giusto, equo e non pietistico. Tale ingiunzione sottende un cambiamento interpretativo dei primi articoli della Costituzione, con un costo enorme, perché porterà a delegittimare ulteriormente le istituzioni pubbliche, soprattutto quelle locali che, nello spirito della Costituzione sono come l’amministratore del condominio solidale che si chiama comunità locale. Se si perde la fiducia nell’amministratore, prima si pensa di cambiarlo, poi si pensa di modificare il regolamento di condominio, infine si smette di credere che ci possa essere una soluzione. È un rischio che stiamo vivendo da almeno venti anni, con l’enfasi di un decentramento esasperato che ha ulteriormente aggravato le incapacità delle amministrazioni territoriali e la leale collaborazione tra livelli di governo. La sfida in gioco è quindi alta e il moltiplicarsi delle ingiunzioni paradossali verso persone in difficili condizioni di vita ha innescato la rottura del sistema di fiducia su cui si basa la raccolta delle risorse finanziarie per il welfare. È invece una condizione indispensabile perché strutturale e necessaria per il bene di tutti. Nell’immediato i cittadini percepiscono che alcune richieste di beni e servizi non possono essere soddisfatte, subito dopo si chiedono perché essere solidali senza riscontri positivi e poi «si salvi chi può».

Dentro quali misure strutturali si può pensare, allora, di affrontare il nodo dell’autonomia dei soggetti? Tutti noi sappiamo che va abbandonato l’assistenzialismo, passando dalla distribuzione del pesce da mangiare alla fornitura della canna da pesca, ma sembra che il problema non trovi risposte serie ed organizzate.

Rich and Poor fishingProprio la metafora della canna da pesca può aiutarci a ripensare il welfare nel nostro Paese. È una metafora che ha alimentato una precisa strategia di pensiero e di azione nell’affrontare i problemi della povertà nei Paesi in via di sviluppo. Da noi invece non è stata presa sul serio. La nostra assistenza sociale ha messo in primo piano i trasferimenti monetari, i pesci da distribuire, a scapito dell’attivazione dei servizi adeguati (le canne per pescarli) offrendo aiuto senza chiedere di essere attivi e responsabili mettendo in gioco le proprie risorse. Diamo troppi pesci e poche canne da pesca. Cosa può significare tutto questo in un Paese industrializzato, dove sono garantiti molti diritti? Se ripartiamo dai doveri si capisce più facilmente che la canna da pesca non si traduce nell’imparare ad «arrangiarsi», a cercare privilegi per se stessi, bensì ad imparare che i diritti non sono da riscuotere, ma da socializzare con i doveri. Ogni diritto prende forma nel difficile equilibrio con la responsabilità, con i doveri di ogni persona. Ogni aiuto che si riceve deve poter aiutare qualcun altro con il proprio concorso. Non solo dunque ad imparare a pescare per se stessi: ogni sostengo sociale che si riceve, può essere impiegato nell’aiutare altri che ne hanno bisogno. Ogni diritto diventa «sociale» quando genera benefici per la persona che lo riceve e per tutta la comunità. Quando non rigenera, chi ne beneficia sottrae bene pubblico per fini individuali. Si tratta di una potenzialità riconducibile a possibili «beatitudini sociali». «Avevo sete e mi avete dato da bere, avevo fame e mi avete dato da mangiare»: sono comportamenti che possono essere chiesti a tutti, anche a chi riceve aiuto. Le beatitudini sociali sono essenza di umanità se in esse non c’è posto per il «riceve senza dare». È un controsenso esigere diritti senza farli fruttare per sé e per gli altri. Siamo, come si vede, in una prospettiva antropologica difficile da proporre nella cultura del welfare tradizionale, dove spesso ci limitiamo a trasformare gli aiutati in «assistiti», chiedendo loro (e non sempre) di impegnarsi solo per se stessi.

Oltretutto, facendo sentire l’altro un «assistito» a tempo indeterminato, gli si trasmette anche la sensazione che non si abbia bisogno di lui.

Esatto, ma si può andare nella direzione opposta: per sostenere quanti sono in difficoltà nel costruire la propria autonomia, per produrre insieme un nuovo welfare con beni socialmente rilevanti. Le svolte possibili e ormai irrinunciabili non sono poche. Per esempio, le persone in cassa integrazione, purtroppo migliaia, ricevono giustamente un reddito garantito. Insieme con il diritto ad accedere agli ammortizzatori sociali, però, potrebbero anche rivendicare il diritto al sentirsi utili, a realizzarsi socialmente, a non sentirsi assistiti, facendo qualcosa per gli altri. Può sembrare banale dirlo, ma sono molte le cose che ogni persona saprebbe fare senza un corrispettivo economico diretto, se già remunerata, mettendosi a disposizione di altri che hanno bisogno. Se ci aiutiamo ad aiutarci non è difficile accumulare un capitale economico di «reinvestimento», con la possibilità di acquisire nuove competenze e capacità. Più che ai tradizionali lavori socialmente utili, penso, per tornare alla metafora, ad una moltiplicazione delle tante possibili canne da pesca in mano a persone che non intendono ridursi ad assistite, ma credono che per essere cittadini è necessario investire le proprie capacità anche quando si è in difficoltà. Purtroppo gli operatori sociali e, ancora prima, i decisori politici, non «vedono», e non promuovono tali competenze, non investono per rinforzarle e, soprattutto, per creare condizioni anche giuridiche per esercitarle meglio. I doveri associati ai diritti possono essere una nuova frontiera verso cui incamminarsi, perché welfare non vuol dire assistenza, ma promozione di salute (in sanità) e promozione di socialità (nel sociale).

Linee d’azione per un welfare moltiplicatore

Come sostenere questo cambio di pensiero, senza correre il rischio che semplicemente venga a mancare il welfare, o che lo si carichi sulle spalle delle persone o degli operatori?

Le cose appena dette non possono essere ridotte a soluzioni ingenue, se non ciniche: chiedere ai poveri di salvare un welfare povero di risorse. Conosciamo ancora troppo poco i potenziali di un welfare moltiplicatore di risorse, generativo, come mi piace dire, dentro una società che sta smarrendo la prospettiva del proprio essere socialità solidale e la capacità di investire nel proprio futuro. Questo, ad esempio, ci porta a dire che l’assistenza sociale ha a disposizione poco più di 50 miliardi, e che non ha senso che vengano semplicemente consumati. Vanno fatti fruttare: per poi quantificare il valore rigenerativo, cioè gli altri miliardi da sommare ai 50 da destinare all’anno successivo. Chiunque – un imprenditore, un contadino, un pescatore – ragionerebbe così, ma non riusciamo ad applicarlo al nostro welfare riducendo le possibilità di prenderci cura di noi stessi e del futuro delle nuove generazioni. Il vero nodo con cui ci scontriamo ogni giorno con amministratori locali e operatori sociali è trasformare la spesa di welfare da costo a investimento, da welfare puramente redistributivo a un welfare moltiplicativo, grazie a nuove capacità di rigenerare le risorse.

welfareA livello di strategie politico-sociali, può essere complesso il passaggio da una rappresentazione del welfare come costo a un paradigma del welfare come investimento. Attraverso quali strade si può promuovere questo diverso approccio?

Mi rendo conto che non è facile muoversi in una simile prospettiva. Ci mancano competenze adeguate – di immaginazione e di pensiero, di azione e di apprendimento – per gestire un potenziale umano ed economico di ingenti dimensioni che non può essere trattato in termini assistenziali ma come fonte di dignità e valore per tutti. Si aprirebbero nuovi scenari sociali per il pubblico, il profit e il no profit. Pubblico e privato possono concorrere al bene comune, ad esempio gestendo il lavoro donato dagli assistiti, destinando i profitti a un fondo di solidarietà per l’inclusione sociale.

Facciamo un esempio. È opinione diffusa che in Italia i servizi per l’infanzia e per la famiglia siano sotto gli standard europei e che, pertanto, dovremmo investire di più. Che fare? Potremmo considerare che sono sei i miliardi di euro – una cifra analoga alla spesa dei comuni italiani per l’assistenza sociale – destinati ad assegni familiari che, in termini di aiuto alle famiglie con figli piccoli, consistono mediamente in pochi euro di più al mese. Proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se solo una parte di questa somma fosse destinata ai servizi per l’infanzia e la famiglia, senza togliere i diritti, ma dando di più ai titolari di diritti, con maggiore abbattimento del disagio e riducendo i costi per l’accesso ai servizi per l’infanzia, grazie al potenziamento dell’offerta. Se si vuole assecondare questa suggestione, non basta raccogliere risorse finanziarie e re-distribuirle. Bisogna anche investirle, mirando alla rigenerazione della risorsa ottenuta con il gettito fiscale e cercando il successivo rendimento etico del capitale a disposizione. Si può perseguire questo risultato solo responsabilizzando, visto che le principali risorse sono le persone.

Certo occorrerà riformare una serie di cose – per esempio, gli assegni familiari, gli ammortizzatori sociali e altro ancora – ma per dare di più ai cittadini, non per dare meno. Il moltiplicatore delle risorse sono le persone, che vanno poste al centro dell’innovazione possibile, senza cadere nelle trappole della solidarietà qualunquista, quando si limita ad erogare soldi con pochi servizi o della beneficienza privata, spesso priva di corresponsabilità. Costruire welfare generativo implica, al contrario, collegare le istituzioni con le persone. Alle prime competono le azioni del raccogliere e del redistribuire. Alle persone competono le funzioni di rigenerare, rendere e responsabilizzare. Questo significa passare dal welfare attuale ad un welfare a maggiore capacità e potenza, perché non si limita a raccogliere e redistribuire, ma diventa promotore di capacità personali, a livello micro, a livello meso promuovendo contesti organizzativi capaci di lavorare sulle corresponsabilità locali, a livello macro rigenerando le risorse senza consumarle, anzi facendole rendere, grazie alla responsabilizzazione possibile dentro un modo più facile di coniugare diritti e doveri.

A riorientare il capitale rinnovando la cultura

Da dove ripartire per gestire una transizione di tale complessità? Quale ruolo possono svolgere le amministrazioni, i servizi e i singoli operatori?

Parto da una osservazione. Ragionare alla luce delle cinque linee d’azione appena descritte – da coniugare con intelligenza e tenacia – come base del welfare di domani ci permette, in primo luogo, di andare oltre un alibi, a cui spesso si ricorre per coltivare il senso di impotenza. Non è detto che servano in questo momento maggiori risorse finanziare per il welfare. Stiamo maneggiando un capitale ingente, in termini di servizi e professionalità dispiegate sul territorio, anche se in modo diseguale. Va riorientato e con coraggio, perché è un prodotto «maturo». Se non rinasce si deteriora, diventa vittima dei rischi finora descritti: cioè la sua messa in crisi e il conseguente sostanziale abbandono delle persone in condizioni disagiate e problematiche. Dovrebbero acquistare aiuti loro necessari nel mercato o invocare la beneficenza che il welfare voluto dalla nostra Costituzione non sarà in grado di dare. L’aumento dei ticket prepara psicologicamente questa eventualità. Dico questo tenendo conto del fatto che già oggi, non è vero che le persone, soprattutto nell’aerea dell’assistenza sociale, possono contare su un welfare solidaristico, perché il concorso alla spesa per i servizi sociali incide molto sui redditi delle famiglie. Lo stesso sta avvenendo per l’assistenza sanitaria, quando viene aumentato il concorso economico al momento della fruizione.

Insomma, se consideriamo la distinzione tra la raccolta fondi alla fonte (la solidarietà fiscale) e quella al consumo (per esempio al distributore della benzina), ci accorgiamo che anche nel welfare pubblico si sta potenziando l’idea della fruizione al consumo come sede di concorso al finanziamento.

Sì, ma è paradossale in quanto si chiede il concorso anche a chi è in condizioni di maggior bisogno. Il consumo di carburante riguarda quasi tutti, mentre il consumo di welfare si concentra su chi ha più bisogno. Assecondare questa deriva è molto grave, può far saltare la fiducia nel patto costituzionale. C’è una soglia da non superare e, anzi, occorre trovare soluzioni perché nell’area dell’assistenza sociale il concorso alla spesa dei servizi al momento della fruizione si riduca invece di aumentare. Non è accettabile che si paghino 500 euro al mese per portare un bambino al nido: non è welfare, ma un’offerta di mercato gestita da amministrazioni pubbliche. L’accoglienza welfare-dependencydei bambini piccoli è un bene comune, e non un bene con corrispettivo, senza solidarietà sociale. I Comuni si difendo adducendo i costi di gestione, ma è anche loro compito trovare modalità meno costose che a volte non vengono prese in considerazione. Più in generale, va un po’ smontato il lamento sulla mancanza di risorse, perché i tagli effettuati negli ultimi anni hanno inciso relativamente sul sociale e ben di più su altre voci. I tagli effettivi sul sociale sono stati quelli al Fondo nazionale, che sono di entità limitata: circa 1 miliardo di euro sui 51 totali mentre in altri settori si è intervenuti in modo più pesante. Purtroppo i cosiddetti vecchi welfaristi preferiscono chiedere altre risorse per dare ulteriori sussidi economici, cioè più assistenzialismo. Anche per questo molte persone e famiglie si sentono abbandonate al proprio destino, purtroppo percepito come irreversibile.

Non si esce dalla povertà con le sole erogazioni

Questa è la sfida cruciale che indicate nel vostro rapporto e ha un obiettivo ambizioso, come si evince dal titolo stesso del volume: Vincere la lotta alla povertà…

Dobbiamo riorientare le scelte di welfare, non c’è dubbio, spinti dalla drammaticità dei problemi. Il bivio in cui ci troviamo è tra assistenzialismo improduttivo e ricerca di strategie per riorientare l’utilizzo, anzi l’investimento del capitale a disposizione. Molti poveri non possono che limitarsi a consumare gli aiuti ricevuti, senza poter uscire dallo stato di povertà. Per molti versi in Italia abbiamo sempre inteso la lotta alla povertà come impegno a sedarla, permettendo alla gente di tirare avanti, come se avessimo deciso che non è possibile vincerla. In altri Paesi invece si riesce a vincere, con indici di uscita di povertà positivi, come avviene quando si può sperare di guarire da una malattia. Riorientare l’uso del capitale sociale ed economico è l’unica strategia seria per pensare a nuove politiche di lotta alla povertà. Altre proposte rappresentano cure palliative che non intervengono sulla condizione di cronicità. Se non incide sugli indici di uscita dalla povertà, si toglie speranza, oltretutto in una situazione in cui l’impoverimento complessivo, ogni giorno più diffuso, mostra che il problema non è dei poveri ma di tutti. I servizi di assistenza sanitaria, sociale, educativa, di sostegno abitativo in Europa, riducono le disuguaglianze di un terzo. Va, quindi, rovesciato il ragionamento che negli ultimi anni ha portato ad accettare la povertà come un dato strutturale e a ridurre le politiche sociali a politiche di trasferimento monetario.

Anche per questo ci siamo domandati a quanto ammontano i trasferimento monetari, ad esempio, in una città come Milano. Abbiamo calcolato che chi vive condizioni di povertà e disagio ha 65 possibilità di ottenere trasferimenti monetari (dal Comune, dalla Regione, dall’INPS). Non è certo poco: il problema è che manca un controllo sulle ricadute di tali erogazioni e sulle possibili «restituzioni» da parte degli aiutati. L’accesso agli aiuti fa parte del patto del cittadinanza di cui parlavo, ma non si è dentro il patto se ci si limita a riscuotere diritti senza ricreare condizioni in cui le persone possano contribuire al benessere proprio e di altri. In altre parole, i servizi non fanno abbastanza leva sulle capacità di emancipazione e di restituzione dei beneficiari, sapendo che nell’aver cura degli altri si apprende ad aver cura di sé. Invece chi ha bisogno si sente nel giusto nel prendere quello che c’è a disposizione, mentre nessuno gli chiede: «come rigenerare l’aiuto?». Anche l’aiutato, chiunque sia, può contribuire ad essere solidale. Magari non ha contribuito con le tasse in quanto senza reddito, però può mostrare in altro modo la propria capacità di servizio, dando una mano come volontario, occupandosi di qualcuno, restituendo se possibile parte del bene ricevuto, come arrivare nel microcredito. Insomma, le canne da pesca possono essere tante. È possibile costruirle dove i servizi, gli operatori sociali e le persone incrociano le loro strade, per passare dalla logica del consumatore alla logica del rigenerare grazie all’incontro delle responsabilità. Senza di questo l’appello a restituire non è che un’ingiunzione paradossale.

Il patto costituzionale rilanciato «dal basso»

Dunque, non usciamo dalla povertà se i poveri non ci danno una mano. E il fatto che il povero ci dia una mano viene vissuto come dignità ritrovata.

È un concetto profondo che, se venisse compreso sul piano etico e professionale, trasformerebbe l’aiuto dell’assistenza sociale, dell’educatore, dell’addetto all’assistenza, dello psicologo. Malgrado l’impegno di molti operatori, per ora il paradigma dominante garantisce l’accesso alle risposte (finanziarie e terapeutiche), ma senza trasformazione, mentre un’interpretazione più autentica della Costituzione chiede di coniugare diritti e doveri. I poveri possono uscire dalla povertà se concorrono a produrre beni comuni, non se gestiscono beni individuali per se stessi, mentre non si chiede loro di attivarsi e capacitarsi. Un povero rischia di restare povero ed emarginato, solo se entra nei circoli viziosi della profezia che si auto-avvera, con sempre meno speranza, fiducia, autostima. Alla base invece dei ragionamenti espressi finora sta una convinzione: «Non posso aiutarti senza di te». Siamo ben oltre l’enfasi della big society, che affida alla solidarietà circoscritta e generosa qualcosa di più impegnativo, che va alla radice del vivere sociale. Il rilancio del patto costituzionale implica un profondo mutamento nel modo di pensare ed agire delle persone e delle istituzioni, a fronte dei rischi del vivere nell’attuale organizzazione competitiva degli egoismi e dei diritti, a fruizione individuale e poco sociale. È dentro l’esigenza di questo profondo cambiamento che può muoversi chi oggi lavora a contatto con le fragilità della vita personale e sociale. Lavorando a contatto con i più deboli gli operatori non possono sottrarsi al compito di aiuto e sostegno ma devono anche meglio esplorare i potenziali di emancipazione e di «liberazione». L’enfasi sulla qualità di processo, basata sulle certificazioni e gli accreditamenti, ha purtroppo fatto rientrare in gioco i mansionari, privilegiando la buona gestione amministrativa dell’aiuto. Anche per questo non bisogna avere paura di chiedersi come invertire la rotta con una progressiva assunzione di responsabilità. A questa trasformazione etico-culturale siamo chiamati tutti, perché tutti usufruiamo di risposte di welfare (sanitario, sociale, educativo) e non possiamo esserne soltanto consumatori, mentre possiamo diventare generatori (di welfare) facendo rendere le risposte a disposizione.

Questo ritorno ai fondamentali nell’allestire localmente beni comuni è indispensabile per evitare le scorciatoie politiche, combattendo l’impotenza e la frustrazione professionale. Entrambe inibiscono il pensare e l’agire innovativo. I cinque verbi che ho utilizzato in questa conversazione (raccogliere, redistribuire, rigenerare, rendere, responsabilizzare), da una parte portano ad intravedere una nuova visione strategica del welfare futuro e dell’altra aprono a un diverso modo di vivere la quotidianità nel lavoro sociale praticando soluzioni di welfare generativo. In gioco c’è la micro-tessitura territoriale dell’aiuto che restituisce fiducia alle persone e alle istituzioni. Queste ultime non verrebbero più percepite come anonimi erogatori di prestazioni e risorse monetarie, ma come garanti di un patto d’aiuto e capacitazione necessarie per investire le risorse senza limitarsi a consumarle. Abbiamo bisogno di istituzioni più capaci di fare questo e quindi vicine ai cittadini. Per anni si è «denigrato» il capitale sociale pubblico e parlato in modo ideologico della solidarietà del mercato. Il pubblico, se inteso come bene di tutti, rappresenta una sfera molto più grande delle istituzioni. Anche per questo occorre riscrivere il senso del welfare come bene sociale e da socializzare per riscoprire il senso profondo del patto costituzionale, che non solo ci accomuna ma che può proiettarci in un futuro migliore.

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Per approfondire: “Verso un welfare generativo, da costo a investimento”, Fondazione Emanuela Zancan.

Dawid Ryski - "Governement promises - pie in the sky"

Dawid Ryski – “Governement promises – pie in the sky”

Negli ultimi anni si è assistito a degli importanti cambiamenti sul fronte sociale. L’importante architettura del welfare state è andata in contro ad una crisi senza precedenti che, in un certo qual modo, ha cercato di mantenere quelli che in principio erano i suoi obiettivi e le sue funzioni caratterizzanti. Il problema principale, oggigiorno, è l’enorme squilibrio che si è venuto a creare tra bisogni e risorse disponibili, soprattutto legato all’incapacità di fondo del sistema di adattarsi ai nuovi bisogni che sono emersi e che si fanno sempre più pressanti.

Il fatto è che la società è in continuo cambiamento, e anche piuttosto velocemente. Alcuni dati demografici, accompagnati da importanti fenomeni sociali, hanno determinato l’aumento a dismisura della domanda di servizi e prestazioni. Solo per farsi un’idea si accenneranno, di seguito, alcuni mutamenti sociali oltremodo evidenti:

  • L’invecchiamento della popolazione ha certamente determinato un aumento della domanda sia di pensioni che di servizi sanitari e sociali; e questa domanda è legata alla sempre meno autosufficienza degli anziani dettata dalle loro condizioni di salute;
  • i mutamenti delle famiglie e del loro ruolo, assieme all’aumento dell’occupazione femminile, hanno consentito la crescita della domanda di servizi per l’infanzia e per il lavoro di cura;
  • è presente un’inedita domanda di interventi proveniente da un fenomeno che si consolida sempre di più e che appartiene al comparto delle nuove esigenze e dei nuovi bisogni afferente l’immigrazione della popolazione extra UE;
  • la crisi del mercato del lavoro e la precarietà delle professioni, oltre a comportare un alto livello di disoccupazione giovanile, mette in condizioni di “immobilità” numerosi nuclei familiari, i cui componenti – per ragioni che si legano o alla perdita di lavoro o alle difficoltà che si incontrano per trovarne uno nuovo – fanno richieste sempre maggiori in termini di agevolazioni e contributi sociali.

Bisogna sempre ricordare che l’invecchiamento della popolazione viaggia assieme al calo della natività, e tutto questo ha come conseguenza immediata la diminuzione del rapporto tra persone in età lavorativa e anziani e minori. «La redistribuzione intergenerazionale vede cioè calare coloro che producono ricchezza (le classi demografiche centrali) e aumentare coloro che devono fruire di sostegni (i minori, ma soprattutto gli anziani)» (Franzoni, Anconelli, 2003: 21).

Esiste una realtà, un mondo variegato, che di rado raggiunge la visibilità che meriterebbe, una visibilità fatta di attenzione, di comprensione e anche, perché no, di discussione costruttiva. Questa importante realtà è una realtà fin troppo spesso trascurata nel nostro Paese, un mondo fatto di localismi così specifici e così diversi tra di loro che è meglio lasciare ai “tecnici” le redini delle loro sorti, perché a quelli che dovrebbero informarsi, e a tutti cittadini che ne trarrebbero beneficio, non è dato sapere.

I servizi alla persona in Italia, lo dice il nome stesso, sono stati istituiti per tutelare i diritti di cittadinanza delle persone. È lo stesso diritto di cittadinanza che dovrebbe, con la parallela nascita dello Stato Sociale, legittimare l’erogazione di prestazioni di benessere.

I diritti soggettivi (diritti umani) erano già sanciti nella nostra Costituzione del ’48; solo negli anni ’70 e ’80, però, si sono sollevate delle rivendicazioni e dei movimenti politico-culturali che hanno portato all’attenzione della collettività tante e diverse situazioni in cui quegli stessi diritti dichiarati non venivano assolutamente garantiti, o poco più.

Ecco perché, quelle poche volte in cui si parla di servizi alla persona, si fa subito riferimento alle molteplici condizioni del disagio più che alle garanzie che dovrebbero salvaguardare: le persone vengono trattate secondo principi e criteri collegati a ciò che li differenzia, invece che permettere loro di entrare in una dimensione dove si vede garantito ciò di cui tutti dovrebbero godere per diritto: dignità, rispetto, salute, istruzione, partecipazione, ecc. “I diritti soggettivi infatti non vengono garantiti da sanzioni come accade per il diritto di proprietà; sono tutelati solo se si creano le condizioni che consentono di esercitarli: i servizi sono stati chiamati a promuovere e mantenere queste condizioni” (Manoukian, 2013).

A fronte di cambiamenti prima riportati, e degli acclamati problemi che ne derivano, si è cercato di mettere in campo degli aggiustamenti che, in base ai casi, non andassero ad intaccare gli obiettivi e l’impostazione generale dello Stato Sociale (2003): ridefinizione di vecchi e nuovi obiettivi; ritorni sperimentali alla selettività degli utenti; nuovi mix tra copertura pubblica e privata, obbligatoria e volontaria, occupazionale, nazionale, locale ecc.; nuovi mix tra servizi pubblici e privati. A seguito di ciò, per quanto riguarda per l’appunto l’elargizione di prestazioni e servizi sociali, si sono venute a creare delle linee di tendenza che hanno disegnato, sul territorio italiano, una geografia a “macchia di leopardo”; ovvero si sono venute a creare delle situazioni di marcata differenza da regione a regione (e a volte anche all’interno di una stessa regione), che hanno condotto a luci e a punti di eccellenza in alcuni luoghi e a mancanze e a zone d’ombra in altri. Questi cambiamenti significativi (per dove sono effettivamente avvenuti) possono essere rintracciati nei seguenti punti (2003):

  • la collaborazione ormai consolidata tra pubblico e privato, con una particolare attenzione al privato sociale, in cui operano e agiscono diversi soggetti sociali come l’associazionismo di promozione sociale e non, il volontariato, e le cooperative sociali;
  • la riscoperta e la “rimobilitazione” della comunità e delle sue relazioni di mutuo-aiuto, che hanno permesso, e permettono tutt’ora, a famiglie e a singoli individui di costruirsi autonomamente risposte ai propri bisogni, puntando su un insieme di risorse e di relazioni di scambio che si fondano sulla fiducia reciproca e che migliorano la qualità della convivenza (community care) 1;
  • un equilibrio inedito tra servizi per tutti (secondo il principio universalistico) e la limitazione dell’accesso alle prestazioni in base a specifiche condizioni di bisogno e reddito (selettività).
Jack Daly

Jack Daly

Benché queste ri-definizioni portino al consolidarsi nei territori di innovativi approcci di rete rivolti ai servizi, rimangono ancora inevasi tanti bisogni sociali, e tutto questo perché le attese e le risposte vengono ricercate in sistemi lenti e ultra-burocratizzati, dove la miopia del non-intervento (soprattutto per mancanza di risorse) dipende da sistemi di pensiero desueti e non più rispondenti alla sfuggente e veloce realtà. Quindi, proprio per questo motivo, spesso ci si trova di fronte a Istituzioni più focalizzate sui loro adempimenti che realmente predisposte all’incontro con le persone. Ad esempio. In alcuni zone del nord Italia operano dei servizi nido per l’infanzia altamente innovativi, dove vi è una certa attenzione alle relazioni con i bimbi e con le famiglie. Alle volte però (non sempre) si rischia «di essere esclusivi, e i bambini che ne avrebbero più bisogno non è detto che li possano utilizzare. Poi abbiamo nidi che sono molto centrati sulla propria eccellenza, per cui accade un po’ come con i genitori affidatari: per mettere in evidenza e per confermare che sono dei bravi genitori o che i nidi sono eccezionali, si può anche fare in modo che il bambino venga indirizzato e trattato in modo da dimostrare queste prerogative, al di là delle sue esigenze e delle sue difficoltà» (Manoukian, 2013: 33).

Occorre invece un pensiero fluido, laterale, che possieda un bagaglio ben accessoriato di disparate competenze che possano essere spendibili nelle singole situazioni e che, in un’ottica inter-disciplinare, cerchino il modo di lavorare assieme in maniera complementare. Lo spirito di collaborazione dunque farà la rete, pazientemente la tesserà, e tutti sapranno gestire, nei loro singoli saperi, la cultura comune del coordinamento necessario. «Questo è possibile se gli operatori riescono a prendere un po’ di distanza dal proprio servizio e forse anche dalla propria posizione professionale. […] Perché l’integrazione richiede un parziale allontanamento dalla propria collocazione stretta, dalla collocazione a cui ci si sente più legati e appartenenti. Non dico distaccarsi totalmente, ma allontanarsi» (Manoukian, 2013: 37).

Dunque si parla di spostamenti più che di veri e propri cambiamenti, che permettono il realizzarsi di “organizzazioni temporanee” orientate all’obiettivo, delle task force per intenderci: un gruppo dinamico non più operativo su singoli progetti (perché di progetti nel sociale se ne fanno tanti e rischiano così di essere dei soli e meri adempimenti), ma un’equipe di lavoro organizzata in rete verso una progettualità. E dunque sarà presente il consueto livello della quotidianità, della gestione dei singoli casi, e un altro livello più innovativo, più necessario, dove «l’attivazione di un coordinamento tra tutti i soggetti istituzionali [e non] permette un confronto serrato non solo sulle pratiche sociali […], ma anche e soprattutto sulle metodologie da attivare e sul metodo dei processi di rete da condividere […], con l’intento di poter costruire, all’interno delle differenze, una progettualità comune e condivisibile» (Amodio, 2006: 9). Dunque, la ricerca costante di modi di lavorare, di comunicare, di coordinarsi e controllarsi reciprocamente per situazioni ricorrenti e per tipologie di casi permetterà il riconoscersi, il ri-sperimentarsi, entro dei codici operativi e di senso che saranno un po’ diversi da quello di cui siamo abituati. Quindi, in ultimo, non basta definire solo i ruoli e le competenze istituzionali. Si tratta piuttosto di esaminare quello che c’è di operativo sul territorio in termini di vincoli e risorse, ciò che contraddistingue una situazione nel suo specifico assieme al complesso degli attori sociali implicati e che, proprio per questo, possono agire inter-attivamente (2013). Questo per consentire infine l’implementazione di interventi sociali mirati – e più rispondenti – alle reali istanze e necessità riscontrate e/o invocate nei singoli territori.

Certo, una maggiore consapevolezza e un continuo scambio su questi temi aiuterebbe non solo a far circolare le eccellenze e i tanti esempi di buone prassi che già si sperimentano in zone “motivate” del nostro Paese, ma questo stesso impulso conoscitivo potrebbe gettare una luce di speranza proprio su quelle tante altre zone d’ombra in cui è necessario, oltre che di una pratica consolidata e di uno spirito di intraprendenza sociale, prima di tutto di una paziente quanto rinnovata bonifica del senso civico.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Bibliografia

Amodio G. (a cura di),
2006, Tra virtuale e reale: itinerari attraverso le adolescenze, Roma, Carocci.

Bifulco L. (a cura di),
2005, Le politiche sociali: temi e prospettive emergenti, Roma, Carocci.

Carrà Mittini E.,
2008, Un’osservazione che progetta. Strumenti per l’analisi e la progettazione relazionale di interventi nel sociale, Milano, Led.

Colombo M., (a cura di),
2008, Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.

Franzoni F., Anconelli M.,
2003, La rete dei servizi alla persona: dalla normativa all’organizzazione, Roma, Carocci.

Olivetti Manoukian F.,
gennaio 2013, La tutela in un’ottica di territorio, Torino, Rivista Animazione Sociale, Gruppo Abele.

Nota

1. La cosiddetta community care (Colombo, 2008), consiste in un sistema di cura e di organizzazione di servizi alla persona regolato da servizi sociali di vario tipo e natura (pubblici, privati, terzo settore), e dai cittadini che usufruiscono di tali servizi. In questo modo, chi ha bisogno di un sostegno e/o di un aiuto lo riceve rimanendo nel proprio ambiente di vita, nel presupposto che gli interventi vengano concepiti e praticati come empowerment, ovvero mettendo i soggetti destinatari nelle condizioni di collaborare alla costruzione interattiva di un bene comune, tenendo conto del contesto relazionale in cui sono inseriti (Mittini, 2008).