Archivio per marzo, 2014

La prossimità del virtuale

Pubblicato: marzo 26, 2014 da Francesco Paolo Cazzorla in Cultura
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Mark Lombardi

Narrative Structures; Mark Lombardi – 900 x 901

 

Viviamo in un mondo di veloci e ostinati cambiamenti, ma questo ormai è sotto gli occhi di tutti. La modernità ci ha lasciato in eredità pezzi di puzzle da rimettere insieme: non sappiamo con certezza se questi tasselli funzionino ancora, ma i tentativi che si fanno per ricomporli si sfaldano con un’immediatezza senza precedenti: oggi la vita sociale cerca un nuovo confronto e trova un’inedita urgenza nella ridefinizione di nuovi paradigmi. Questo discorso sui “massimi sistemi” si rende più evidente nel campo della politica: un terreno di confronti, di speranze, di dibattiti accesi, di idee forse non riciclate, che, in ultimo, dovrebbe far convergere – si auspica – i diversi interessi verso un comune obiettivo di benessere collettivo.

Dopo i moti studenteschi del 68’, dove il bisogno di cambiamento è sceso in piazza e ha fatto sentire la propria voce, è iniziata la fase della cosiddetta “disaffiliazione” dalla politica. I giovani di quella generazione scoraggiata entrarono in una fase di isolamento consapevole, in cui il privato era più appagante della piazza pubblica e dove il senso della propria esistenza veniva pian piano definito dalla partecipazione (sempre più maniacale) al mercato dei consumi. Da qui ha avuto inizio l’era che molti studiosi hanno definito dell’”individualizzazione”: la vita sociale, partecipata e condivisa, si riduce all’osso nella schiera dei soli intimi; la vita pubblica di piazza e l’esperienza di partito perdono sempre più importanza; la sfiducia nel prossimo, dettata dall’ostilità e dal narcisismo, si riversa anche e soprattutto sulle Istituzioni e sulla politica in particolare, che agli occhi di tutti diventano sempre più avverse e inavvicinabili.

Lo sviluppo delle nuove tecnologie, con il loro ormai facile accesso, ha ridisegnato con gli anni questo scenario, e fa sperare in un nuovo confronto fatto di idee e opinioni, che coprono la totalità della nostra esperienza del vivere. Non che l’individualizzazione abbia comportato solo mali: c’è chi vedeva in questo fenomeno la fine del sociale, e, per fortuna, non aveva tutte le ragioni per dirlo. No, perché oggi il sociale si avverte e come! Anche se in forma diversa, prossima e virtuale.

L’appropriarsi di soli oggetti disponibili sul mercato dei consumi non poteva, alla lunga, colmare quel senso di vuoto che si allargava inesorabilmente dentro le esperienze di ognuno: se la società vive e gira sulla giostra del globo un motivo pur ci sarà! E allora la tipicità di ognuno, che ha avuto modo di riflettere su se stesso e di formarsi a proprio piacimento attraverso la rete (chi consapevolmente, chi no, ovviamente!), si organizza e partecipa (sempre in maniera personalizzata!) a network, condividendo idee, contestandone delle altre, trovando quelle ragioni che poi si esplicitano nell’“incontro studiato ad hoc” nella vita reale di tutti i giorni. In molti casi l’esperienza si costruisce virtualmente, e l’incontro “per caso” tra persone segue contestualmente questa costruzione.

Paradossalmente, le nuove tecnologie consentono a chi se ne sta in disparte di tenersi in contatto, e a chi si tiene in contatto di restarsene in disparte. Ad ogni modo, è una nuova socialità che comunica, che si rende partecipe, che fa sentire nuovamente la propria voce, anche se scritta e forse, in maniera inaspettata, più invadente. Questo perché: “la prossimità virtuale riduce la pressione che la vicinanza non virtuale ha l’abitudine di esercitare. Detta anche il modello per qualunque altra forma di prossimità. Oggi qualunque forma di prossimità è destinata a misurare i propri pregi e difetti in base agli standard della prossimità virtuale” (Zygmunt Bauman, 2003).

I nuovi modi del comunicare disegnano, dunque, una nuova agorà virtuale, che si prende il suo spazio e si lascia raccontare. I social network non sono altro che spezzoni di società che si organizza, che desta gli animi e permette a quest’ultimi di immettere i propri contenuti nell’orbita del sentire comune.

Forse la politica, e tutto ciò che da essa deriva, lo ha capito e cerca di cimentarsi anch’essa: il luogo della discussione per eccellenza dovrebbe sfruttare il varco della prossimità virtuale e rendersi più vicina alle problematiche della gente. La pressione è ridotta e, per questo, le idee sono più libere e si moltiplicano su più fronti. Se le altre forme di prossimità – quelle non virtuali – attingono da ciò per sopravvivere allora ciò può rappresentare un surrogato di “socialità decente”. A patto che si tenga conto della “politica dal basso”, quella seria e partecipata, quella che tiene conto delle professionalità e delle esperienze significative, quella condivisa e quella che mira a obiettivi realistici e applicabili: un nuovo modo di intendere il benessere collettivo, che si rifà a paradigmi sostenibili, che rimetta insieme pezzi di puzzle che ci sono stati lasciati in eredità, che concepisca nuovi modi di vivere e comunicare, pur sempre nelle nostre diversità e nelle nostre comunanze.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

Sebastian Tory-Pratt

Sebastian Tory-Pratt

La conclamata questione del “fenomeno giovanile” si ripropone, sugli scenari urbani, come vecchia e nuova problematica sociale. Si pensava, infatti, che l’urbanizzazione, in concomitanza con l’aumento del livello della qualità della vita, avrebbe addolcito i costumi e che l’educazione, assieme ad una formazione prolungata, avrebbe allontanato cattive abitudini – spesso pericolose – tipiche degli individui in giovane età. Il paradosso attuale è che gli ordini di fattori crescono insieme.

Considerata, quella giovanile, una categoria di per sé ambivalente, in quanto depositaria di speranze e paure ma anche di problemi e di risorse, tuttavia l’attenzione sociale tende a focalizzarsi maggiormente sulle preoccupazioni, le inquietudini che ad essa fanno inequivocabilmente riferimento: si allude, in prima istanza, alle  «incognite che emergono dal presentarsi all’interno dello spazio sociale di un soggetto politico che si pone progressivamente in posizione di esplicita opposizione nei confronti dei valori riconosciuti e legittimanti dalla società» (Merico, 2002: 5).

Difatti, i riflettori della politica – e del senso comune – si accendono sui giovani segnalando in loro un problema sociale quando i meccanismi di controllo perdono efficacia o, comunque, non sono più in grado di modificarsi in relazione alle trasformazioni sociali. In conseguenza di ciò, vengono attivati tutta una serie di dispositivi atti alla conoscenza di questo mondo, proprio perché ne emerge un problema di governabilità e di controllo del comportamento, ma anche delle potenzialità del mutamento ad esso correlate. In questo senso, quando ci si rapporta alla diversità del mondo giovanile, si coglie appieno la contrarietà dei punti di vista che nascono dalle considerazioni elaborate a riguardo. Infatti, da un lato si sedimentano i timori dovuti alla percezione dell’emergere di una frattura interna alla società, dall’altro questa stessa frattura è ritenuta capace di svolgere un ruolo decisivo nel processo di innovazione, perché – in questa precisa ottica – i giovani sono considerati risorse indispensabili per l’arricchimento della società.

Dopotutto, a prescindere dalla divergenza di tali vedute, e per poter dialogare efficacemente con le nuove generazioni, come sostiene Rinaldi, le istituzioni pubbliche necessitano di una conoscenza accurata delle specificità, delle potenzialità e delle problematiche dei giovani e dei loro stili di vita, in luogo di una visione riduttiva ed omologante che si presta a facili strumentalizzazioni. A questo proposito, infatti, nella maggioranza dei casi, i giovani vengono costruiti e si costruiscono come categoria monolitica, come un gruppo autonomo per differenza da… comportando, in questo modo, lo sviluppo della percezione – divenuta ormai dominante nel senso comune – di una «sostanziale segregazione giovanile, nei tempi, nei luoghi, nelle forme di espressione e di identità» (Merico, 2002: 4).

Per cogliere appieno il perché si è giunti a tale interpretazione, si cercherà ora di approfondire come, con il passare del tempo, e a seguito di significativi mutamenti sociali, la caratterizzazione dell’età giovanile abbia assunto una tale – e questo tipo di – rilevanza nell’immaginario sociale e collettivo. La questione di cosa si debba intendere per giovinezza ha proposto molteplici soluzioni, anche tra loro discordanti, e questo porta ad affermare che non è stata trovata a tutt’oggi – o, come sostiene Merico, forse non si potrà mai trovare – una risposta univoca ed universale al suddetto quesito. In certe situazioni, tuttavia, si opta per soluzioni per così dire temporanee, necessarie – ad esempio – per costruire ed individuare una popolazione di riferimento nell’ambito di una ricerca empirica.

Il problema, infatti, non è esente da difficoltà interpretative: c’è chi ritiene che gli individui diventino adulti per il solo fatto che il tempo scorre (punto di vista biologico); chi invece concepisce il passaggio d’età come una tacca convenzionale definita socialmente (punto di vista culturale/sociale). Per i primi, quindi, basterebbe semplicemente assecondare i naturali ritmi di crescita per consentire il passaggio all’età adulta; diversamente, per i secondi questo passaggio è del tutto contingente, quindi dipendente da qualche variabile sociale o culturale e, per questo, manipolabile. Detto ciò, come sostiene Merico, si può affermare in definitiva che – per linee generali – la giovinezza debba essere intesa in primo luogo come una costruzione sociale: si è giovani perché la società o la cultura alla quale si appartiene individua delle esigenze specifiche e le assegna ad una fase della vita.

Il riconoscimento di una specificità interna all’età giovanile è il risultato di un processo molto lungo, il quale si è determinato – e continua a determinarsi – in maniera progressiva. Tuttavia, è possibile individuare ciò con l’avvento della società moderna e, dunque, nella transizione dall’epoca preindustriale e a quella industriale.

Nelle società precedenti, infatti, per la grande maggioranza di coloro che erano anagraficamente giovani, non esisteva una fase della vita chiamata giovinezza, dotata di caratteristiche sociali definite. La transizione tra l’età infantile e l’età adulta era un processo graduale senza soluzioni di continuità: «i ruoli adulti venivano appresi ed esperiti precocemente quasi sempre attraverso l’imitazione dei modelli familiari o parentali» (Cavalli, 2002: 54).

In queste società pre-moderne, tuttavia, l’assenza della gioventù era riferibile solamente alle classi sociali minoritarie e/o marginali. Difatti, l’attribuzione di determinate caratteristiche a questa fase della vita era una prerogativa – se non un privilegio esclusivo – delle classi superiori, nelle quali la giovinezza si configurava come un periodo di semidipendenza e di attesa: scandiva un processo incrementale del tutto prevedibile, che avrebbe consentito agli individui di transitare nel mondo adulto. Si trattava «di un processo non sempre lineare, anzi pieno di turbamenti, talvolta portatore di conflitti tra generazioni, ma comunque processo nel senso di complesso di pratiche sociali, norme e comportamenti che [avevano] una finalizzazione precisa» (Cavalli, 2002: 57), cioè l’accesso a posizioni adulte appartenenti ai ceti più abbienti.

In seguito, i processi di innovazione caratteristici della società moderna, hanno determinato profonde trasformazioni nella strutturazione dei legami sociali e nelle forme di riproduzione della società. Uno degli effetti più significativi di tali mutamenti sociali è riscontrabile nell’aumento della complessità sociale. Infatti le nuove generazioni, per essere incluse nella società – e per affrontare la complessità che essa comporta – devono acquisire competenze e conoscenze che non sono più tramandate all’interno delle famiglie, ma «diventano l’oggetto di un processo di apprendimento che si svolge all’interno di istituzioni specializzate (le scuole primarie e secondarie, l’università)» (Merico, 2004: 24). Per questo motivo, la giovinezza diviene un periodo specifico della vita, in cui vengono apprese regole e ruoli della società, e si diffonde dagli strati sociali più elevati della popolazione sino ad interessare l’intera società. In un certo senso, viene democratizzata una fase della vita che si estende trasversalmente alle classi sociali.

Gioventù (pellicola) per lubats

Gioventù (pellicola) per lubats

Con la modernità, dunque, nasce una nuova definizione di giovinezza, che trova una propria collocazione strutturale nei processi formativi e nella temporanea esclusione dal mondo del lavoro. In questo modo, la segregazione delle giovani generazioni – nelle istituzioni ad esse dedicate – consente l’emergere di un processo di autoriconoscimento interno alla giovinezza stessa che accresce l’importanza della funzione svolta dal gruppo dei pari, e che sottrae i giovani da una condizione di dipendenza nei confronti dei genitori. Questo processo però, che comporta dunque una sostanziale indipendenza e distanza dei giovani dai modelli culturali dominanti, per la prima volta prevede – ritornando alla questione da cui si è partiti – una sorta di stigmatizzazione del mondo giovanile inteso come problema sociale. A questo proposito, come sostiene Hareven (1976), la scoperta di un’età non è legata semplicemente alle forme di elaborazione del sentire comune, ma deve essere ricondotta alle profonde trasformazioni intervenute nel contesto sociale che, a fronte dell’angoscia indotta dall’incertezza e/o indeterminatezza del mutamento sociale, inducono ad istituire particolari forme di controllo.

Le ricerche condotte in passato sui giovani tendevano, prevalentemente, a rappresentare il loro mondo come un’entità sociale fortemente omogenea al suo interno e, al contempo, particolarmente diversa rispetto alle altre età della vita. «Tale processo di omologazione dei vissuti ha finito per trascurare o, al contrario, per estremizzare le differenze e le diseguaglianze interne al medesimo universo giovanile» (Merico, 2004: 81). Come sostengono più autori, il mondo giovanile di oggi non può più essere rappresentato tramite l’ausilio di tale modello – cioè come una categoria omogenea e coerente – ma bisogna render conto che, per una sua intrinseca complessità, esso manifesta i tratti di un universo eterogeneo e molteplice.

Tale molteplicità, oltre a definirsi in base alle classiche variabili di genere, età, classe socio-economica e appartenenza territoriale, viene dedotta ulteriormente in funzione delle modalità di consumo di beni e servizi, di gestione delle attività del tempo libero, di fruizione dei prodotti dell’industria della moda e della cultura e, in ultimo, di utilizzo delle nuove tecnologie. In aggiunta a tali criteri, secondo Rinaldi, l’eterogeneità dei giovani deve essere ricondotta anche alla loro capacità di negoziazione di una specificità identitaria autonoma, dovuta, nello specifico, alla combinazione – tipica di una società post-moderna – tra le accresciute capacità riflessive del soggetto e l’incertezza e/o l’imprevedibilità del contesto socio-economico. In questo mutato contesto, quindi, «il profilo identitario che ne emerge appare ricco di sfumature contrastanti, dove si alternano capacità di adeguamento ad una realtà che lascia spazio ad infinite opportunità di scelta, con difficoltà palesi a gestire i processi decisionali quando questi si presentano come opzioni esistenziali definitive» (Buzzi, 2007).

Nel merito di quest’ultima considerazione, occorre sottolineare come alcune evidenti trasformazioni della società (vedi fenomeni come: prolungamento generalizzato della scolarizzazione; incremento dei livelli di disoccupazione; diffusione del lavoro precario, permanenza prolungata nella casa dei genitori; differimento della costituzione di un nuovo nucleo familiare) hanno comportato un effetto complessivo di allungamento costante e generalizzato del tempo necessario per entrare a far parte – a tutti gli effetti e definitivamente – del mondo adulto. Il procrastinare continuamente le scelte determinanti che consentono l’accesso al mondo adulto vede, quindi, l’età giovanile odierna non più come un processo che scandisce di per sé delle tappe certe e prevedibili che condurranno a quel mondo ma, diversamente, come una condizione allungata con delle proprie e peculiari caratteristiche. Come sostiene Cavalli «mentre un processo è un complesso di pratiche tese verso un esito prevedibile, una condizione è una situazione di attesa di un esito imprevedibile. Questa imprevedibilità dipende dal numero praticamente illimitato di esiti possibili, alcuni sufficientemente noti (e, spesso, indesiderabili), altri vagamente percepiti, altri ancora del tutto ignoti ma di cui si avverte comunque la remota esistenza» (Cavalli, 2002: 37).

Questa condizione, può essere vissuta dai giovani in modi diametralmente diversi: da un lato può essere subita in maniera passiva; dall’altro sfruttata come opportunità. Il primo caso produce la difficoltà e/o l’incapacità del soggetto di formulare un progetto di vita e, quindi, di cogliere e mettere in atto le strategie per realizzarlo. Nel secondo caso, invece, la possibilità di rimandare il proprio ingresso nell’età adulta è vista, per l’appunto, come un’opportunità di sperimentazione e ricerca di un inserimento atto alle proprie condizioni, per non abbassare il livello delle proprie aspettative. In questo modo si avrà «un confronto attivo con la realtà sociale per renderla trasparente e per tracciare in essa la traiettoria del proprio divenire» (Cavalli, 2002: 59).

In conclusione, come sostiene Rinaldi – in un’ottica di valorizzazione dei giovani e tenendo conto delle trasformazioni che essi subiscono e devono fronteggiare – risulta tangibile il rischio che i giovani diventino sempre più invisibili e si ritaglino spazi sempre più privati per esprimere la loro vera identità. Questo perché – nella maggior parte dei casi e nelle forme di intervento che li riguardano specificatamente – si continua ad ignorare uno scambio e/o una comunicazione che contempli tanto le critiche quanto i molteplici contributi che possono derivare dall’universo giovanile.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Bibliografia di riferimento

Buzzi C., Cavalli A., de Lillo A., 2007, Rapporto giovani: sesta indagine dell’istituto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Bologna, Il Mulino.

Cavalli A., 2002, La gioventù: condizione o processo? in Merico M. (a cura di), Giovani come. Per una sociologia della condizione giovanile in Italia, Napoli, Liguori.

Merico M.,

2002, Giovani come. Per una sociologia della condizione giovanile in Italia, Napoli, Liguori. 2004,

2204, Giovani e società, Roma, Carocci.

Prandini R., Melli S. (a cura di), 2004, I giovani capitale sociale della futura Europa: Politiche di promozione della gioventù in un welfare societario plurale, Milano, Angeli.

Rinaldi E., 2008, I giovani tra bisogni, stili di vita e partecipazione in Colombo M., (a cura di), Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.

Will Boyd

Will Boyd

L’Italia, lo si dimentica spesso,  non è soltanto un Paese con un alto debito pubblico, ma è anche un Paese che presenta una ricchezza privata molto elevata.

Secondo un recente studio della Banca d’Italia, infatti, la ricchezza delle famiglie italiane (al netto delle passività) ammonta a 8.542 miliardi di euro. La fetta più grande di questa torta è composta da beni reali come abitazioni e terreni (circa il 61%), mentre le obbligazioni private e dello Stato, i depositi bancari e postali, le azioni e le quote di fondi comuni costituiscono la parte rimanente (39%).

La grandezza di questa torta è del tutto ragguardevole, basti pensare al fatto che l’Italia, nonostante abbia meno dell1% della popolazione mondiale e il 3% del reddito totale, detiene il 5,7% della ricchezza mondiale complessiva. Questa è cresciuta sensibilmente nel corso dei primi anni Duemila, con un picco massimo nel 2007. Dopo di che è scesa lievemente, fino al 2010, a causa della crisi finanziaria, per poi risalire negli ultimi tre anni. Nel 1995 valeva 4,5 volte il flusso totale del reddito nazionale lordo. Nel 2010 valeva 5,6 volte il Pil.

La ricchezza media per cittadino è circa 143mila euro, quasi 8 volte il reddito disponibile, quella per famiglia 357mila euro. Sono valori tra i più elevati di tutti i paesi Ocse (le famiglie italiane risultano più ricche di quelle tedesche, francesi, americane e inglesi). Se sottraessimo alla ricchezza pro capite la quota del debito pubblico che grava su ogni cittadino (circa 30mila euro), troveremmo un valore un po’ ridotto (112mila euro) ma ancora del tutto ragguardevole (pari a circa 4 volte e mezza il PIL pro capite e a circa 6 volte il reddito disponibile medio).

Sulla sola base di questi dati nessuno potrebbe ipotizzare difficoltà nell’accesso al credito per lo Stato italiano (perché saremmo perfettamente in grado di restituire interamente i capitali presi in prestito), quindi non ci sarebbe alcun bisogno di misure di austerità.

Purtroppo nel nostro Paese la distribuzione della ricchezza è molto più concentrata della distribuzione del reddito disponibile, e questo rende molto difficile attuare una politica fiscale efficace. Nel 2012, l’indice di Gini per i patrimoni risultava pari a 0,64, contro lo 0,34 del reddito disponibile. Le attività finanziarie risultavano più concentrate di quelle reali, con un indice di Gini pari a 0,77 contro lo 0,62 delle attività reali. Il 10% delle famiglie italiane (circa 2 milioni di famiglie) possiede il 46,6% della ricchezza complessiva e il 27% del reddito totale. Il 50% delle famiglie più povere detiene invece meno del 10% della ricchezza totale. Nel periodo 1998-2012, è aumentata la percentuale di famiglie con ricchezza netta negativa, che ha raggiunto il 4,1 % del totale .

Questa disuguaglianza patrimoniale ha avuto un’impennata nel corso degli anni Novanta, per poi mantenersi stabile durante gli anni duemila e crescere ancora dopo la Grande Crisi. Oggi l’Italia è uno dei paesi Ocse in cui è maggiore la sperequazione nella ricchezza, nonostante l’elevata diffusione della proprietà dell’abitazione principale tra le famiglie italiane contribuisca ad attenuare, almeno per le attività reali, questo fenomeno di concentrazione[1]. Ben si capisce quindi che al caso dell’Italia possano applicarsi le conclusioni del fondamentale Rapporto curato nel 2009 da tre grandi economisti – Joseph Stiglitz, Amartya Sen, Jean Paul Fitoussi – che invitava gli analisti a tenere in grande considerazione – ai fini di una misurazione più precisa del benessere di una nazione – lo stock di ricchezza privata detenuto delle famiglie e la sua distribuzione.

Interessa in particolare lo stretto nesso esistente tra la distribuzione della ricchezza e la formazione del reddito. La distribuzione dei diritti di proprietà incide infatti sul potere contrattuale che ciascuna parte può esercitare sul mercato, dove si determina il livello del reddito [2]. Comprendere come si è formato lo stock di ricchezza in Italia significa pertanto valutare se l’attuale distribuzione dei diritti di proprietà nella società italiana sia o meno giustificabile.  In altre parole, si tratta di capire se tali diseguaglianze siano il frutto di capacità e meriti individuali o il lascito di fattori non direttamente ascrivibili a quest’ultimi.

Lo studio condotto dalla Banca d’Italia ci aiuta a fare un po’ di chiarezza in questo senso. L’indagine ha portato alla luce l’elevata incidenza che hanno avuto le eredità sulla formazione della ricchezza delle famiglie italiane[3]. Come sottolineato da D’Alessio (2012), le eredità e le donazioni, riguardando pochi fortunati, hanno contribuito ad accentuare le disparità patrimoniali tra le famiglie. Peraltro, tali disparità hanno assunto un peso rilevante anche a causa di determinati provvedimenti politici, come la riduzione dell’imposta di successione. Un ruolo analogo alle eredità nella formazione (e nella distribuzione) della ricchezza lo hanno avuto i capital gains, guadagni di conto capitale dovuti all’aumento dei prezzi delle attività che si è avuto la fortuna ( o l’abilità) di possedere in un determinato istante. Gli esempi in questo campo sono molteplici. Si pensi all’acquisto di un titolo finanziario prima che questo aumenti di valore (anche sfruttando informazioni privilegiate) o di un terreno che diventa improvvisamente edificabile.

Un ultimo elemento da prendere in esame è l’alta incidenza dell’evasione ed elusione fiscale nella nostra economia[4], che provoca l’aumento fittizio di risparmi, i quali vengono sovente reinvestiti in attività reali o finanziarie che fruttano elevate rendite ai possessori[5].

Tutti gli aspetti finora analizzati consentono di formulare un giudizio ponderato sul grado di legittimità dell’attuale distribuzione della ricchezza in Italia. Se tale assetto distributivo – come risulta dall’evidenza empirica – dipende, per una parte non trascurabile, da circostanze, fattori esogeni rispetto allo sforzo e l’impegno individuale, allora è necessario affrontare con meno pudore il tema di un suo riequilibrio ai fini d’una maggiore equità e giustizia. Un tale impegno si imporrebbe anche solo per realizzare un’economia di mercato veramente funzionante, in cui venga in qualche modo ridimensionata l’attuale asimmetria di potere tra i contraenti nei mercati principali – con riferimento particolare a quello del lavoro, al mercato delle abitazioni,  a quello del credito.

 Federico Stoppa

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 [1] Nel 2008, il 72,4% degli italiani possedeva l’abitazione in cui viveva, percentuale superiore alla media dell’Area Euro (66,7%). Cfr. D’Alessio (2012, p.10) e Cnel-Istat (2013, p. 95)

[2]“Secondo stime riferite al 2002, i trasferimenti ricevuti sotto forma di eredità o donazioni rappresentano una quota consistente della ricchezza netta delle famiglie, valutabile tra il 30 e il 55 per cento a seconda se si attribuiscano al trasferimento anche i redditi nel tempo prodotti. Questa quota ha mostrato una tendenza alla crescita” D’Alessio (2012, p.17)

[3]La perdita di introiti derivanti dall’evasione e l’elusione è stimata in 120 miliardi all’anno. Per dare una dimensione del fenomeno, si possono ricordare i seguenti dati. Su 41 milioni e mezzo di contribuenti Irpef, l’entrata principale dello Stato, solo 28 milioni di pensionati e dipendenti (il 68% del totale dei contribuenti) ha pagato il 93,8% dell’imposta. Il 90% dei contribuenti ha dichiarato meno di 35mila euro, la metà addirittura meno di 15mila. Su 143mila contribuenti che hanno dichiarato più di 150mila euro, 125mila sono lavoratori dipendenti e pensionati. Cfr Santoro (2010) e Livadiotti (2014).

[4] È emblematico il caso del debito pubblico. Molti italiani, una volta riusciti a sottrarre i propri redditi al fisco, investivano tali risparmi in titoli di Stato, lucrando così interessi reali elevati. Questi comportamenti hanno contribuito a far accumulare ricchezza privata mentre il debito pubblico lievitava. Cfr. Crainz (2009, pp.127-182). Sul rapporto tra giustizia distributiva e debito pubblico italiano si veda Calafati (1997,2007).

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Banca d’Italia (2014), I bilanci delle famiglie italiane nellanno 2012 (link)

Calafati A. (1997) LItalia e il tabù della ricchezza, in “il Ponte” (link)

Calafati A. (2007) Oltre la crisi fiscale, in “Lo Straniero” (link)

Cnel-Istat (2013), Il Benessere equo e sostenibile in Italia

Crainz G. (2009), Autobiografia di una repubblica, Donzelli, Roma.

D’Alessio G. (2012) Ricchezza e disuguaglianza in ItaliaOccasional Paper Banca dItalia (link)

Fitoussi J.P Sen A.,. Stiglitz J. (2009),Report by the Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress

Livadiotti S (2014) Ladri. Gli evasori fiscali e i politici che li proteggono, Bompiani, Milano

Santoro A. (2010) Levasione fiscale. Quanto, come e perché, Bologna, Il Mulino

ionescu bogdan - urban

ionescu bogdan – urban

Le aree abitate sono definite «urbane e vengono chiamate città quando sono caratterizzate da una densità di popolazione e da tassi di interazione e comunicazione relativamente alti» (Bauman, 2007: 81). Dunque, l’elevata densità dell’interazione umana che contraddistingue le città coincide, nei luoghi urbani, con il diffondersi della paura, e cioè con quel tipico sentimento di insicurezza correlato, solitamente, all’incontro-scontro con il diverso.

Come sostiene Ellin,[1] la protezione dal pericolo è stato un incentivo primario alla costruzione delle città, i cui confini erano spesso definiti da mura imponenti o da palizzate. Coloro che rimanevano al di fuori di questi confini erano solitamente i nemici, a cui non era permesso di valicarli. Tali linee di demarcazione permettevano, inoltre, di individuare una distinzione simbolica – e soprattutto rassicurante – tra un noi e un loro. Tuttavia negli ultimi cent’anni, poco più poco meno, la città, da luogo di relativa sicurezza, è giunta ad essere associata più al pericolo che all’incolumità (Ellin, 2003). Per questo si può sostenere che le diverse fonti del pericolo si siano interamente insediate e trasferite nelle aree urbane, e che le categorie identificative del noi e del loro convivano strettamente a contatto mescolandosi nelle strade cittadine (Bauman, 2007).

In chiave antropologica, si può parlare di luoghi (in questo caso di luoghi urbani) come spazi culturalmente connotati, e cioè nel duplice senso che trasmettono cultura essendo però anche contemporaneamente manipolati dai soggetti stessi che li vivono. (Callari Galli, 2007). Detto ciò, si può affermare che lo spazio è sia contenitore che contenuto di cultura; in questo modo si presenta sia come agente della produzione culturale che come agito dal punto di vista culturale. Si vede così come, proprio in questa azione culturale – che viene esercitata nello spazio e sullo spazio –, si possano sviluppare le potenziali divergenze e conflittualità tipiche di quei gruppi e di quelle popolazioni a stretto contatto tra loro e che, per l’appunto, vivono e fruiscono quello spazio attraverso le loro diverse rappresentazioni, simbolicamente e/o culturalmente connotate. Ecco che allora «gli usi e i valori conferiti allo spazio entrano nella costruzione della quotidianità dei soggetti, del loro orizzonte di senso, e questo concorre a performare, quando non propriamente trasformare, gli spazi» (Callari Galli, 2007: 187).

Attualmente, gli sviluppi dei mutamenti che stanno interessando la città vanno anche in questa direzione, e la significatività con cui si manifestano gli indici di diversità al suo interno – attraverso la presenza di estranei sfuggenti, misteriosi ed inquietanti – non fa che incrementare la percezione dell’insicurezza urbana. Quest’ultima però, è bene precisare, fa riferimento ad una pluralità di dimensioni problematiche, le quali non possono essere sempre ricondotte ai comportamenti devianti o agli atti di microcriminalità compiuti dai soggetti diversi che si ritrovano a “scontrarsi” e a vivere insieme. Infatti, l’ambiguità del termine “insicurezza”, e i discordanti punti di vista che nascono da riflessioni in proposito, prendono atto della contingenza delle dimensioni ad esso correlate, rendendo così difficoltosa una presa di posizione in chiave risolutiva, e dunque politica.
Sicuramente, tra queste dimensioni, il cosiddetto degrado urbano e sociale tende ad emergere tra quelle che, maggiormente, contribuiscono ad incrementare il senso di insicurezza percepito (Pavarini, 2008). Come sostiene Pavarini «è degradato quel territorio metropolitano segnato da fenomeni e da comportamenti sociali che nel loro manifestarsi violano norme che ad alcuni (molti o pochi) sembrano condivise, concernenti lo spazio pubblico e una certa regolazione convenzionale del tempo sociale; e questo può manifestarsi per la presenza di fenomeni di disordine fisico (graffiti, accumulo di sporcizia ecc…) e/o sociale (tossicodipendenti, spacciatori, vagabondi ecc…); [oppure] per altre testimonianze di incuria che danno la sensazione di un’Amministrazione pubblica inadempiente e inefficiente» (2008: 117).

C’è da dire, inoltre, che l’insicurezza – anche in riferimento a ciò che si intende per degrado – prende forma da due modi di intendere e di rilevare la sicurezza stessa, e che può essere distinta in: sicurezza oggettiva e sicurezza soggettiva. La prima si riferisce ad un basso rischio di subire reati (e quindi di essere vittima da reati); la seconda, invece, fa riferimento alla percezione prettamente soggettiva di essere al riparo da quello stesso rischio. La complessità che deriva da questa distinzione, pone questi due versanti della sicurezza in un rapporto tra loro problematico: infatti «può accadere che un alto tasso di paura possa non essere collegato a un’oggettiva alta probabilità di vittimizzazione, rilevata in base al numero di reati commessi per zona, ma può accadere anche l’inverso, cioè che un alto rischio di vittimizzazione può non essere collegato ad un corrispondente livello di preoccupazione/insicurezza» (Callari Galli, 2007: 180).
Così, al crescere della percezione di insicurezza, dovuta come visto ad una molteplicità di dimensioni – ma anche distinguibile in base al tipo di sicurezza a cui si fa riferimento –, si rende sempre più pressante una domanda di sicurezza da parte dei cittadini, che si rivolge a chi la governa ponendo inoltre la questione di come le istituzioni possano e debbono rispondere a tale sollecitazione (Sebastiani, 2007). Nella maggior parte dei casi, la costruzione dei problemi di insicurezza urbana – soprattutto nelle rappresentazioni di molti soggetti locali – crea un allarme sociale generalizzato, a causa di una loro maggiore visibilità e concretezza all’interno di un quadro quotidiano di interazioni e contatti sociali, esperiti sul terreno dello spazio della città. Diversamente, poiché si è visto che tali problematiche hanno una natura composita e multidimensionale, questa loro evidente precipitazione spaziale deve essere intesa solo come una conseguenza ultima di processi e percorsi che hanno un origine lontana, e che provengono dunque da emergenze meno manifeste (Bricocoli, 2005). Ecco perché la palese complessità con cui si presentano tali problematiche sembrerebbe richiedere, soprattutto al governo locale, una capacità di ricomposizione dell’azione pubblica «a partire dalla ridefinizione specifica e successiva dei problemi prima ancora che delle “soluzioni”» (Bricocoli, 2005: 174).

Christopher Rees - Urban landscape

Christopher Rees – Urban landscape

Dunque in quest’ottica, e come già è stato già accennato, la sicurezza urbana dovrebbe essere rappresentata come un insieme di problematiche che non possono far riferimento solo ed esclusivamente ad atti criminali o a questioni di ordine pubblico. Seppure molto spesso la domanda di sicurezza viene accolta in questi termini, le strategie di intervento vanno in tutt’altra direzione (Bricocoli, 2005): infatti, invece di costruire delle politiche di carattere comprensivo – che rispondano dunque coerentemente ad una certa complessità – si fa unicamente affidamento all’implementazione di interventi orientati ad una visione fortemente riduttiva. In questo modo, vengono coinvolte le strutture della polizia locale e altri soggetti esterni (vedi soggetti privati per la sorveglianza, gruppi di volontari ecc…) che hanno una maggiore presa, in quanto predispongono – in tempi rapidi – delle risposte maggiormente visibili alle pressanti sollecitazioni dei cittadini.

Come sostiene Bricocoli, in conseguenza di ciò – e quindi in riferimento ad una certa connotazione delle politiche per la sicurezza centrate solo sugli interventi della polizia locale – avviene un doppio processo, che vede da un lato «la sottrazione delle istanze di insicurezza alla problematizzazione che la loro natura composita e articolata invece richiederebbe, e [dall’altro] la sottrazione dal campo dell’azione pubblica di una serie di soggetti ed attori che fanno riferimento al dominio delle politiche e dei servizi sociali» (2005: 174-175). In ultimo, proprio nel merito di queste considerazioni, si può affermare che il tema della sicurezza, e in particolare della sicurezza urbana, funga da “collettore” di tutta una serie di questioni e criticità che, sottratte ad altre rappresentazioni e possibili forme di intervento, vengono convogliate in quello specifico campo di saperi – e di forme d’azione – che fa esclusivamente riferimento al controllo sociale e all’ordine pubblico. Per questo motivo, l’individuazione da parte dei decisori politici della polizia locale come unica risposta plausibile alle diverse problematiche emergenti, rende marginali altri settori del governo locale, che potrebbero rivestire il ruolo di interlocutori privilegiati nella programmazione di interventi ed azioni (Bricocoli, 2005).

Come suggerisce Olivetti Manoukian (2008), la scarsa o debole legittimazione dei servizi (intesi come servizi sociali in senso lato) da parte della cittadinanza, può essere ricondotta al fatto che non accolgono e/o intercettano, in maniera efficace, il disagio sociale che è collegato alla percezione di insicurezza. Dunque si potrebbe supporre che, poiché i servizi intervengono solo laddove viene esplicitamente richiesto, «sono più orientati a svolgere degli interventi individuali che a realizzare lavoro sociale nel sociale» (Olivetti Manoukian, 2008: 4). Questa specifica predisposizione, tende in un certo senso a svilire la potenziale presenza dei servizi sul territorio in termini rassicuranti per la cittadinanza, occupandosi al contrario – ed unicamente – di quelle situazioni che, una volta accolte, vengono trattate secondo le solite procedure standard, per giunta non sufficientemente adeguate a cogliere l’essenza del disagio nella sua globalità (Olivetti Manoukian, 2008).

Infatti, volendo risalire ai tratti prevalenti di questo disagio non si può solo fare riferimento a chi vive in uno stato di deprivazione, di indigenza, di dipendenza da sostanze, ecc… Il disagio sociale, al contrario, ha assunto una pluralità di forme, e va identificato anche – e non solo – nelle difficoltà di interazione che la maggior parte della gente ha con singoli e gruppi diversi, additati molto spesso come unica minaccia o unico pericolo. Inoltre bisogna considerare l’influenza dell’immaginario rispetto al futuro che, mostrandosi così gravido di incertezze per le traiettorie delle singole carriere biografiche, costringe gli individui a focalizzarsi maggiormente sul presente, per difendere il più possibile quello che si è e quello che si ha. L’angoscia derivante dall’esposizione a rischi imprevedibili, pertanto, «si riversa in una pluralità di attese/pretese, in domande che devono ottenere risposte innanzi tutto rassicuranti al di là di quello che specificamente contengono, in paure che devono trovare degli oggetti a cui riferirsi per poter almeno essere nominate» (Olivetti Manoukian, 2008: 4).

Ecco perché si richiede, tanto frequentemente, l’intervento della polizia locale, trasformando in questo modo dei problemi di natura sociale in problemi di ordine pubblico (Olivetti Manoukian, 2008), che necessitano non solo di un controllo capillare sul territorio, ma anche di un trattamento repressivo se non violento. Tuttavia, a fronte delle nuove forme di disagio, gli operatori dei servizi hanno delle conoscenze e competenze molto importanti da valorizzare e, in questo senso, come sostiene Olivetti Manoukian, i servizi possono avere un ruolo decisivo per contribuire a rendere più esplicite e più leggibili le scelte che si fanno rispetto al disagio sociale.

In conclusione è utile dire che la promozione di progettualità e di integrazione degli interventi può offrire ai servizi un’opportunità di contatto e di comunicazione, non solo con chi si rapporta e richiede direttamente quel servizio – perché in uno stato di evidente difficoltà – ma anche con coloro che vivono quel territorio e che, molto spesso, tendono a semplificare i problemi richiedendo soluzioni di stampo autoritario. In questo modo, il compito dei servizi presenti sul territorio risulta cruciale, in quanto essi possono offrire letture meno semplificate di quelle circolanti e indicare «strade un po’ più promettenti di quelle che paiono riscuotere unanimi consensi» (Olivetti Manoukian, 2008: 1).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

 
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Bibliografia di riferimento

Bauman Z., 2007, Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Bari, Laterza.

Bricocoli M., 2005, Insicurezza, città e politiche in affanno in Bifulco L. (a cura di), Le politiche sociali: temi e prospettive emergenti, Roma, Carocci.

Callari Galli M., 2007, (a cura di), Mappe urbane. Per un’etnografia della città, Rimini, Guaraldi.

Olivetti Manoukian F., Maggio 2008, La domanda di sicurezza può non investire i servizi? Tracce per una discussione pubblica, Rivista Animazione Sociale, Gruppo Abele.

Pavarini M., 2005, Il governo del bene pubblico della sicurezza a Bologna: analisi di fattibilità, 2008, Bologna: riflessioni sul degrado, Bologna, Rivista Il Mulino n°1.

Romania V., Zamperini A., 2009, La città interculturale: politiche di comunità e strategie di convivenza a Padova, Milano, Angeli.

Sebastiani C., 2007, La politica delle città, Bologna, Il Mulino.

Siza R.,  2002, Progettare nel sociale. Regole, metodi e strumenti per una progettazione sostenibile, Milano, Angeli.


[1] Ellin N., 2003, cit. in Bauman Z., Modus vivendi: inferno e utopia del mondo liquido, Roma, Laterza, 2007.
Alessia Izzo - Bologna

Alessia Izzo – Bologna

La “questione urbana” – il dibattito sul futuro delle città – occupa ormai da molti anni una posizione preminente nel discorso pubblico europeo, ma non sembra attecchire in quello italiano. Nessun grande quotidiano nazionale – figuriamoci la televisione – ha dato spazio al workshop, organizzato dalla Commissione Europea a Bruxelles il 17-18 febbraio scorso, sui contenuti programmatici della nuova Agenda Urbana Europea integrata per il 2020. Un’iniziativa che ha rimarcato il ruolo strategico delle città nella realizzazione di un’economia sociale di mercato orientata alla conoscenza, inclusiva ed ecologicamente sostenibile: l’architrave del Progetto europeo.

L’Agenda urbana Europea integrata è il punto di arrivo di un lungo percorso di riflessione partito nel 1997, che ha i suoi tratti salienti nella Carta di Lipsia sulle città sostenibili (2007), nella Dichiarazione di Toledo (2010) e nel report “Cities of Tomorrow” del 2011. Un discorso maturato sullo sfondo dei grandi cambiamenti tecnologici e istituzionali – la liberalizzazione dei movimenti dei capitali e delle merci e la diffusione dell’Information and communication technology nei processi di produzione – che hanno segnato la società europea negli ultimi decenni, in termini di de-industrializzazione, perdita di posti di lavoro qualificato, crisi dei bilanci pubblici, disparità sociali.

In questo contesto, l’Unione Europea ha assegnato principalmente alle città (e alle regioni) il compito di gestire le politiche pubbliche per la crescita e la coesione sociale[1].  Esse sono state così chiamate a ri-pensare, ri-progettare le proprie traiettorie di sviluppo economico di lungo periodo per attrarre individui e imprese, oltre che i finanziamenti europei. Gli agenti economici sono in cerca di città capaci di trasformare reddito in benessere e di creare un ambiente favorevole all’innovazione, tramiteinfrastrutture in grado di ridurre i costi individuali e sociali della mobilità, spazi verdi ampi e diffusi,  servizi pubblici accessibili, politiche dell’alloggio per i giovani.

Negli ultimi decenni, alcune città europee – Berlino, Monaco, Barcellona, Rotterdam, Amsterdam – hanno saputo ri-configurare la propria struttura economica e istituzionale, adattandola ai vincoli di tipo ecologico e alle mutate preferenze (e valori) dei cittadini e delle imprese globali. Non si può dire altrettanto per le città italiane, vittime, secondo Antonio G. Calafati (Economie in cerca di città, Donzelli, 2009) dell’incapacità – da parte di politici e società civile – di elaborare una strategia comune per mitigare gli effetti degli shock esogeni (globalizzazione, moneta unica) sui nostri territori. Un  “blocco cognitivo” ci ha impedito di prendere atto che gli spostamenti quotidiani degli individui – per lavorare, socializzare, scambiare merci -, quelli che descrivono l’”area urbana funzionale” (FUA), non coincidevano più con i confini politico-amministrativi dei singoli comuni[2], e che quindi era necessario un accorpamento delle funzioni politico-amministrative locali ad un unico livello, inter (o sovra) – comunale.

Elena Colombo - Bologna

Elena Colombo – Bologna

Un governo unico della città si imponeva per adeguare – attraverso congrui investimenti pubblici – le prestazioni economiche e sociali dei territori italiani agli standard europei, impossibili da sostenere (finanziariamente) per il singolo comune.  Nonostante gli ostacoli normativi per una simile operazione fossero venuti meno (la legge n. 142/90 individuava 9 Aree metropolitane e dava il nulla osta alla formazione delle Città metropolitane[3]), si è preferito mantenere una anacronistica poliarchia territoriale – regioni, province, 8092 comuni, di cui il 70% con meno di 5000 abitanti), che ha reso impossibile una pianificazione sistemica, generando costi sociali e ambientali enormi (dispersione insediativa, consumo e impermeabilizzazione dei suoli, carenza di servizi e spazi pubblici, infrastrutture inadeguate, congestione automobilistica, inquinamento), oltre che una straordinaria perdita di competitività economica del Paese.

D’altro canto, qualcuno che ha preso sul serio la questione urbana, in Italia, c’è stato. Nell’agosto 2012, l’ex Ministro della coesione territoriale (governo Monti) Fabrizio Barca ha istituito un Comitato interministeriale per le politiche urbane (Cipu). Ne è scaturito un Rapporto, presentato a Marzo 2013,  che offre spunti di grande interesse per disegnare politiche della città all’altezza delle migliori esperienze europee.  Dalla necessità di ristrutturare le reti di trasporto pubblico regionale su ferro per favorire la mobilità sostenibile, all’adozione di norme che limitino drasticamente la distruzione dei suoli; da una tassazione più gravosa sulla rendita fondiaria urbana per procurare adeguati servizi e spazi pubblici; al ritorno di una vera politica pubblica della casa, con la fissazione di quote minime di edilizia sociale nell’offerta abitativa.  C’è poi il grande tema della riqualificazione urbana, a cominciare dal “rammendo” delle periferie di cui parla Renzo Piano, per proseguire con i siti industriali dismessi (si guardi, in proposito, cosa sono stati capaci di fare i tedeschi con l’ex area carbonifera della Ruhr!) e con la manutenzione degli edifici pubblici.

L’innovazione più urgente da introdurre è però di tipo istituzionale: dare un “governo” e quindi un “progetto” di sviluppo futuro alle città. Il disegno di legge Delrio – approvato alla Camera e in discussione al Senato – sembra andare nella giusta direzione. “Svuota” di poteri le Province, spinge i comuni verso forme di aggregazione e fusione, e soprattutto rende operative le Città metropolitane. È un passo avanti importante: le città più grandi potranno attuare piani di sviluppo economico e spaziale senza dover subire il veto dei mille comuni limitrofi, godendo inoltre di maggiori risorse per fornire servizi migliori ai cittadini.  Ma ci si potrebbe spingere più in là, riscaldando l’asettico linguaggio delle leggi con la fiamma dell’Ideale. Si tratterebbe di riprendere la grande riforma dello Stato su base federale immaginata da Adriano Olivetti nel 1946[4]“sciogliere” i comuni in 400-500 Comunità autonome – strutturate poi in macro regioni da 3 a 5 milioni di abitanti – governate sinergicamente da tre ordini distinti: politico, economico, culturale[5]. Alle Comunità verrebbero assegnati ampi poteri decisionali nel campo dell’urbanistica, dei trasporti, dell’ambiente, dell’economia, del sociale. In questo modo le città, attualmente sequestrate dalle cattedrali del consumo e dalle automobili, rinascerebbero come spazi “pubblici”; luoghi di confronto aperto dove i cittadini  tornerebbero a progettare insieme il loro futuro.

Federico Stoppa

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[1] Il paradigma territoriale delle politiche europee si è consolidato con i seguenti documenti: lo Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo (1999), l’Agenda Territoriale dell’Unione Europea (2007), il Trattato di Lisbona (2008) e l’Agenda Territoriale dell’Unione Europea 2020 (2011). Inoltre, ammontano a 351,8 i miliardi di fondi comunitari stanziati nel periodo 2014-20 per la coesione sociale territoriale.

[2] Alcuni esempi per rendere l’idea (v. Calafati, 2009, p. 135): l’area funzionale di Milano conta più di 3,5 milioni di individui, mentre la sola città amministrativa è pari a 1, 3 milioni di abitanti; la FUA di Bologna racchiude  più di 500mila individui, contro i 350mila del comune; ad Ancona la FUA è 220mila abitanti contro i 100mila che popolano la città amministrativa.

[3] “Un’Area Metropolitana è costituita da uno dei 9 comuni-capoluogo identificati ex-lege (Torino, Milano, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Bari) e dai comuni ad essi integrati dal punto di vista territoriale, delle attività economiche, dei servizi essenziali alla vita sociale e delle relazioni culturali. il comune capoluogo e gli altri comuni ad esso uniti da contiguità territoriale e da rapporti funzionali possono costituirsi in Città Metropolitane ad ordinamento differenziato”  (Compagnucci, 2013).

[4] L’Ordine Politico delle Comunità. Dello Stato secondo le leggi dello Spirito, Edizioni di Comunità, 1946.

[5] Nello schema olivettiano, tre persone costituiscono il nucleo centrale dell’autorità di una Comunità:1) un Presidente eletto a suffragio universale; 2) un Vicepresidente eletto solo dai lavoratori; 3) un rappresentante della cultura, cooptato per meriti scientifici.

jep gambardella

La grande bellezza è il film più malinconico, decadente e reazionario degli ultimi anni, epitaffio a ciglio asciutto sulla modernità e i suoi disastri, ostinata quanto patetica difesa della memoria e del ricordo, nostalgia del passato, lancinante proprio perché inutile, consapevolezza che il futuro è solo una morte a credito.

Fa piacere che abbia vinto, sorprende, ma non più di tanto, che ad applaudire di più in Italia sia tutto quel milieu genericamente progressista che in esso è ritratto spietatamente e senza sconti.
Le avanguardie e/o post-avanguardie artistiche di cui ormai nessuno capisce più né il senso né il significato; gli intellettuali legati a una stagione «rivoluzionaria», il comunismo di lotta e di governo del tempo che fu, riciclatisi adesso in custodi di un moralismo accigliato da garanti di una democrazia possibilmente senza popolo; i giovani emergenti che hanno dalla loro solo l’età e la voglia selvaggia di apparire

È una sorpresa relativa, perché ormai da più di mezzo secolo il camaleontismo che l’ha permeata le ha consentito le più incredibili capriole dialettiche: la condanna a morte delle tradizioni e lo slow food; il rifiuto del romanzo borghese e la logica del bestseller; la mitizzazione delle piazze, della «gggente», della vita in diretta e la tv pedagogica; il disprezzo per la propria storia nazionale e lo stupore sussiegoso se all’estero ci prendono a calci; l’estetica del brutto tenacemente difesa in nome del nuovo che avanza e la retorica della bellezza affidata a comici e presentatori. Sicché, verrebbe voglia di dire a Paolo Sorrentino, che il premio Oscar se l’è più che meritato, di guardarsi dagli abbracci della cosiddetta «classe dei colti»: nel migliore dei casi fingono, nel peggiore non hanno capito nulla.

Naturalmente, La grande bellezza non è solo un sermone funebre sulla decadenza di Roma e dell’Italia. Racconta anche la dissipazione del talento che ne è alla base, l’angoscia esistenziale di chi si trova ad assistere a un finale di partita e per molti versi è il Tempo il suo tema più grande, quel tempo che abbiamo sprecato, ce lo siamo lasciati sfuggire fra le mani e ora non resta altro che il rimpianto, il non aver colto l’attimo, illudendosi che sempre ci sarebbe stato il momento propizio, che sempre lo si potesse fermare. E invece dopo c’erano solo cenere e illusione. È che nel frattempo è avvenuta la «grande mutazione» e non resta che muoversi fra i fantasmi e la realtà di una città talmente eterna nel suo aver visto tutto e il suo contrario, da poter irridere l’attualità.

celineRegista molto letterario, per il quale ciò che si dice vale quanto, e non meno, di ciò che visivamente si racconta, Sorrentino dissemina La grande bellezza di citazioni colte, a cominciare dal Céline di Viaggio al termine della notte con cui il film si apre: «Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. È dall’altra parte della vita». C’è spazio per Flaubert, Dostoevksy, Bellow e una delle sue chiavi, quella del Tempo, è in un altro scrittore francese, Paul Morand, di cui il protagonista parafrasa il fastidio di dover trascorrere la sera con una donna che, una volta fatto l’amore, si rivela vacua, nessun interesse in comune: «Non ho più l’età per sopportare una serata perduta».
Il senso del film è però racchiuso nel mai citato Ferito a morte di Raffaele La Capria, uno dei grandi romanzi del Novecento italiano: il mito della «bella giornata», dell’armonia che si pensava fosse gratuita ed eterna e che invece, proprio perché data per scontata, si perde per insipienza e malagrazia.

Il falò delle vanità e delle volgarità che il film racconta sta anche in questo, nell’esibizione insistita e orgiastica con cui si celebra il proprio funerale, privato e insieme nazionale: la mancanza di certezze, il venir meno delle fedi (lo strepitoso cardinale che dall’esorcismo è approdato all’arte culinaria) e delle certezze individuali: «“Ti ha deluso la gente?”. “No, io sono stato deludente”». L’esagerazione non è che una cartina di tornasole: «Ho esagerato. È quello che fanno gli scrittori falliti».

L’altro grande protagonista è Roma, e all’estero il film lo vedranno per questo: Palazzo Barberini e il Palazzo dei Cavalieri di Malta, villa Medici, l’Isola Tiberina e il lungo-Tevere, la Roma monumentale, miracolosamente intatta prima dell’invasione di tutto il brutto che con essa convive: il traffico, gli eterni lavori in corso, la sporcizia, la romanità sempre più becera, il turismo di massa sempre più sbracato… Una Roma che vive solo in quanto città morta, che respira solo in virtù di ciò che è stata, bellezza in rovina, fragile e inafferrabile, coinvolgente e deludente, in grado di fiaccare ogni volontà, di ridurre tutto a recita, di spegnere ogni soffio vitale. Anche il sindaco Ignazio Marino ha ringraziato il regista per il film. Un altro che non ha capito niente. O che fa finta. Del resto, è di Genova, ha fatto carriera negli Stati Uniti…

Stenio Solinas

Fonte: ilgiornale

European Union flag

According to forecasts contained in the latest report of the European Commission (Quarterly Report on the Euro area, December 2013), if there is no structural intervention the potential per capita GDP of the Eurozone will grow by less than 1% over the next decade, about half of the growth posted during the pre-crisis period 1998-2007. This would mean a widening gap with the United States: by 2023 per capita GDP of the Eurozone would fall to 60% of that of the US, reversing a converging trend which, beginning in the post-war period, appeared to have ended in the mid-1990s. According to the Commission, the causes of the disappointing long-term performance of the European economy are not related solely to the current economic situation, but rather are due to structural factors, such as the low rate of growth of labour productivity and an ageing population.

This worrying diagnosis can be summarised as follows. In the long run, GDP per capita depends on the average productivity of labour (calculated as value added per hour worked) and on participation in the labour market (the ratio working age population to total population). In Europe the growth in labour productivity had been adversely affected by the poor performance (on average) of total-factor productivity (TFP), a measure of the organisational efficiency of output and technical progress. The low birth rate and ageing of the population also led to a drop in labour supply. The conclusion reached is that, “under a no policy-change scenario”, the growth rate of GDP per inhabitant will continue to drop.

Despite the apparent pessimism of the Commission, it is not resigned to such a future: the Eurozone may be able to safeguard wellbeing and competitiveness if member States implement the necessary structural reforms. So the aim is to raise productivity and participation in the labour market. To this end the Commission has presented some proposals, already present, in embryonic form, in the Lisbon Agenda (2000) and in “Europe 2020″ Strategy” (2010):

  • Liberalisation of goods and services markets. This would facilitate access to markets and raise competition, reducing excess profits of producers and keeping prices under control. There would be tangible advantages for consumers and for the international competitiveness of nations;

  • Rise in labour supply, with raising of the retirement age and facilities to encourage the hiring of women, youngsters and low-skilled workers. To incentivise the participation of women day nursery services will be expanded;

  • Actions to mitigate unemployment, matching supply and demand in the labour market. Proposals include a reduction in unemployment benefits (so-called reservation wages), better active policies to encourage vocational retraining, and appropriate tax breaks for businesses;

  • Tax reforms shifting the tax burden from direct taxation on labour and businesses to indirect taxation on consumption. This measure favours in particular export firms, which are not weighed down by higher VAT, but take advantage of relief on labour costs;

  • Actions in the area of school education and training to raise human capital levels;

  • Support for productivity and technological innovation, using instruments such as tax credits for private spending on Research & Development.

According to forecasts, if this package of reforms were enacted by each country it would raise aggregate GDP of the Eurozone by 6% by the end of the next decade. There would be spillovers on incomes, domestic demand and competitiveness in overseas markets. The public deficit and public debt would become more sustainable, and trade imbalances between core and peripheral nations would be reduced. The only proviso is that since the effects of these reforms would be seen only after a few years, it is crucial for all countries to introduce them as soon as possible, overcoming corporative resistance within them.

While we share the concerns about the future of the Union, and agree with the need to adopt prompt measures to correct the route being taken by Europe, we have strong reservations about the reformist efficacy of the Commission’s agenda. We are not convinced about the general framework of the reforms, being overly biased on the supply side, with instruments such as tax reductions, tax breaks, liberalisations, reductions in social safety nets and social security spending. Reforms on the supply side are based on the assumption that the market, through the pricing system, is the best way of allocating production factors, maximising general wellbeing and employment. When this does not happen, and there is higher unemployment or lower GDP, it is because there are rigidities – to be ascribed to external factors – that do not allow prices (and wages) to find their own equilibrium. This is the case of overly generous unemployment benefits, which lead to a decline in labour supply, or restrictive rules on redundancies, which discourage firms from hiring workers. The task of economic policy should be to eliminate such distortions.

merkelThis vision has no empirical confirmation. In the period 2008-2013 the number of jobless rose by 4 percentage points in the Eurozone (source: Eurostat), despite peripheral countries injecting massive amounts of flexibility into the labour market, reduced social protection, benefits and labour costs per product unit, and introduced important reforms to raise the age of retirement. Far from depending on supply conditions, the exponential rise in unemployment is due to the lack of demand for consumer goods and capital goods on the part of businesses and households, which in turn is caused by brutal tax consolidation policies (spending cuts and higher taxes) imposed by European institutions on member States. It is clear that unless there is a radical change in economic policy, Europe is at risk of coming undone at the seams.

The new driving force of growth in the Union must come above all from domestic demand, thus reducing the incidence of exports. For this to happen (demand side) policies are needed that can put a stop to the intolerable social suffering of the people and steer long-term economic development towards paths of environmental sustainability, social justice and material wellbeing. Public investments should be undertaken in support of these efforts, as they have immediate multiplier effects on income and employment. If they are channelled to specific sectors, for example research, physical and non-physical infrastructures, environmental protection, they can also improve the quality of product supply in the medium and long term.

 A huge amount of resources needs to be mobilised for such an investment plan, yet funding sources are available: Eurobonds, environmental and financial transactions taxes, more structural funds, and a radically reformed European Central Bank, whose new target is full employment.

Obstacles to change are all of the political (and ideological) variety. We shall see whether in the forthcoming European elections in May the ideas of change will finally prevail over vested interests.

Federico Stoppa

Fonte: questeistituzioni