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Il mondo spera, il mondo spara, il mondo spira.” (#Soliloquio)

Benché l’uomo abbia sempre avuto una smisurata capacità inventiva, la sua migliore invenzione è la non-invenzione, l’abilità cioè di trasmettere intatti e immutati da una generazione all’altra i modi fondamentali di fare le cose che egli ha appreso dalla generazione precedente. Il modo di concepire e allevare i bambini, di costruire le case, di pescare i pesci e di uccidere i nemici è identico per la maggior parte dei membri di una società: e questi modelli restano immutati per periodi di tempo relativamente lunghi…

Ora, lo so che ti sembra una cosa lontana, tanto lontana da sembrarti assolutamente normale; e so anche che il meccanismo della conoscenza pre-confenzionata ci salva dal caos e consente il quieto e normale svolgimento della vita quotidiana di tutti i giorni, del riconoscimento quasi immediato dello sviluppo dei rapporti tra di noi. Ma devi anche sapere che esistono le eccezioni, le variazioni, impregnate di inconsuete esplorazioni. La variazione è una presa d’atto, uno schiaffo che ti sveglia dal torpore quotidiano. Quasi come una farfalla, che col suo andamento leggero e spezzettato, ti svela imprevedibilmente nuovi cammini.

Quindi è inutile che ci stai a pensare: siamo nel bel mezzo di una formattazione sociale indefinita; un processo vitale costante e ripetuto che spazza via velocemente tutto ciò che forma. Quella forma per così dire, la stessa che ci consente di vedere il flusso zampillante della vita, muore in un istante, si sgretola dinnanzi alla vita ciecamente irrompente che relativizza ogni sua formazione, che le scetticizza tutte. E dunque lo sviluppo dello spirito è un eterno fallire la verità: “ciò che solo esiste e permane è la non permanenza, l’assoluta verità è che tutto è errore, l’assoluta permanenza è che tutto passa, l’assoluto è che tutto è relativo, l’assoluto è il relativo – chiamare ciò assoluto non è che un giuoco di parole” (Georg Simmel).

E allora, dato che è tutto lì, nella vita che zampillante rifiuta il concetto stesso di forma, immergiti in quella escrescenza, e raccogli le risposte che senti più vicine al tuo modo di essere. Lo so che il cambiamento è come un frastuono, e che le routine le abbiamo inventate fisiologicamente per distoglierci dal pensiero di pensare. Ma noi siamo fatti anche per questo. Ci siamo evoluti e siamo cresciuti grazie a questo. Riusciamo a comunicare oltre l’istinto tramite questo, attraverso il pensiero. E non c’è nulla di più autentico di un’intesa racchiusa in un batter ciglio, perché se è vero che è anche un riflesso fisiologico, può anche diventare altro – per mezzo della passione, della vicinanza, della complicità minuziosamente costruita – può diventare un rapporto sui generis, un codice tutto nostro che possiamo decifrare in segreto, solo io e te…

Quello che alla fine vorrei (semplicemente) dirti è che la semplicità delle selezioni che compiamo continuamente senza neppure accorgercene alla lunga si ingessano, e diventano forme fisse e convinte di sé, e in questo mondo governato da accelerazioni ripetute e repentine, tutto questo, tutto questo arresto nel mutamento del pensiero, non puoi assolutamente permettertelo.

Ed ecco che balza alla mente il rispetto per l’altro. Questo rispetto è senza dubbio una forma sofisticata d’amore, un amore per se stessi tutto particolare. Non è un processo facile. Come tutti i processi d’apprendimento merita costanza, dedizione, scocciature il più delle volte, ma il risultato su se stessi – assieme alla sorprendente dinamica compositiva di linguaggi e saperi che lo imbandiscono – è meravigliosamente appagante. Non basta sbirciare dalla finestra, scostare un attimino la tenda-merlettata-anti-mondo e vociferare “Sì, io ho rispetto!”…No, non funziona così. Bisogna aprire quella finestra, anche quando fa freddo, e bisogna far cambiare aria alla tua stanza, tutti i giorni. Poi, dopo aver saggiato il tempo, scenderai in strada, e percorrerai quel paesaggio visualizzato solo a distanza, immettendoti in quel territorio che non corrisponderà mai alla “mappa”, perché il nome dato ad una cosa non è quasi mai la cosa in sé. E allora bisogna saper veicolare su se stessi la “sensibilità per l’inaspettato”, che non è assolutamente una forma di tolleranza, perché quest’ultima presuppone sempre una sorta di latente prevaricazione sull’altro, come una specie di sentirsi-sempre-di-più. Si tratta, al contrario, di esplorare “fatti nuovi”, cercare “nuove connessioni tra i fatti”, che possono rendere sconosciuti perfino contesti familiari o, diversamente, rendere familiari contesti che a priori consideriamo lontani ed esotici. Si tratta di duro e puro allenamento, mentale e pratico, e sicuramente non concerne solamente il labiale…

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“Il pittore non deve dipingere quello che vede, ma quello che si vedrà.” Paul Valéry

Certo, ogni agire sociale è prima di tutto individualistico, personale e bisognoso delle necessità immediate. Ma queste ultime prendono forma e vivono solo in un senso sociale, che è organizzato e tacito, e permette la sorprendente coordinazione di diversità ed eterogeneità individuali mozzafiato; un bacino inesauribile di risorse preziose… Ecco: è esattamente il tipo di coordinazione sociale vigente che si è andata ad inceppare, che non funziona più, e che vivendo di una formattazione indefinita quanto sfuggente, non rende ai popoli un tipo di giustizia che si avvicina ad una che può essere definita umana. Troppo della ricchezza e delle ultime risorse rimaste viene accumulato in poche mani, sadiche e spietate. E troppo poco, viceversa, rimane sulle braccia di chi, stanco per aver lavorato onestamente una vita, si ritrova a dover combattere ancora, e ancora, solo per strappare un semplice sorriso di benessere alle persone care. Non va bene così. Le opportunità devono essere equamente distribuite. Le possibilità di redenzione personale devono trovare un comune accordo in una collettività che esalta le qualità del singolo, perché uniche e preziose per le assetate e bisognose comunità.

Chi detiene e pratica e preserva quelle qualità deve poterle spenderle localmente, affinché ci sia una ripercussione sana e positiva in senso globale. Pensare globalmente e agire localmente è una strada positiva, ma solo se i contesti in cui la si intraprende riconoscano le risorse dei soggetti, mettendole a sistema, valorizzandole e permettendone uno sviluppo cosciente. Evitando quindi una loro mortificazione, che arriva subito in senso “assistenziale” qualora quelle stesse risorse risultano impoverite e in deficit. Il puro assistenzialismo non serve a nulla, non costruisce proprio nulla: sperpera solamente quei pochi e ultimi aiuti rimasti. Quest’ultimi, al contrario, dovranno essere spesi per uno sviluppo personale e cosciente delle risorse personali, e ciò significa riattivare le risorse latenti dei soggetti, ed espanderle, e immetterle nel circuito di queste nostre comunità così tremendamente sfilacciate di legami sociali.

Non esistono solo le risorse economiche: bisogna estirpare dalla testa questo cancro onnipresente. Non è che solo da questo tipo di risorse si ricavano tutte le altre importanti alla vita. Non è che aumentando a dismisura questo tipo di beni materiali si ottiene poi automaticamente un benessere diffuso, condiviso. È una visione straordinariamente sbagliata questa. Le risorse umane, quelle spirituali per semplificare, creano col tempo anche le prime, ma ci vuole pazienza, lungimiranza, senso di devozione: occorre la canalizzazione di pratiche sane e decenti alla vita buona. Solo così, con il lavoro sociale – nel sociale – per il sociale si può avere la ghiotta probabilità di moltiplicare la ricchezza, una ricchezza fatta di testa e braccia che è però prima di tutto umana.

20140731_200217E dunque, un mondo in continuo divenire, un flusso velocissimo che spazza via ogni traccia appena improntata, e quello che salta fuori evidente da tutto questo tafferuglio informe è il livello di complessità raggiunta, percepita… Tale livello si è talmente intensificato anche nelle piccole cose che ormai la semplicità non sappiamo più nemmeno com’è fatta. Che cos’è la semplicità? Riusciamo oggi a darle un volto? Potrebbe essere uno sguardo d’intesa ricambiato, o una risata spontanea e genuina, oppure un sussurro all’orecchio solo per te, o ancora quel fresco vento che ti accarezza delicatamente, quando sei intento a contemplare gli attimi arancioni del giorno che si nasconde… “O quella grazia bruciante che tutto usurpa e giustifica e che, diversamente dall’anima umana (spesso accessibile a possesso), non è in alcun modo acquistabile, proprio come non possiamo annoverare tra i nostri beni i colori di nubi sfilacciate al tramonto sopra le case nere, o l’effluvio di un fiore che continuiamo a inalare con narici tese, fino allo stordimento, senza poterlo completamente estrarre dalla corolla…” (Vladimir Nabokov)

Quando all’improvviso spunta per qualche miracolo, quella semplicità ci ricorda che ci è mancata un sacco, e che ne vorremmo ancora: si può ancora oggi, con la vittoria e la supremazia dell’oggetto sul soggetto, riprodurla e farla durare? Si potrebbe emulare la complessità delle piccole cose e convertirla, di converso, in meccanismi altamente sofisticati di semplicità?
È piuttosto difficile a mio parere, ma se ci riuscissimo sarebbe una gran cosa: saremmo tutti più pieni e meno vuoti; penseremmo di più e, di conseguenza, ci sporcheremmo di più le mani senza delegare più nulla a nessuno o a nessun oggetto; avremmo più memoria e ricorderemmo molte più cose, aspetto fondamentale della vita che sta pian piano scomparendo; saremmo tante cose in più, sicuramente, per noi stessi e per gli altri, ma soprattutto, saremmo più liberi, liberi e autentici, per apprezzare la colma gratuità del mondo che curiosamente abbiamo a portata di mano, e che ci circonda ancora senza stancarsi mai…

Arrivati a questo punto però potrai benissimo dirmi che non è così, e che le cose non stanno in questo modo. Puoi anche insistere sul fatto che tutto questo, come lo vedo e sento io, non corrisponde davvero alla realtà… Ma proprio qui sta il punto: quella che tu ritieni falsa realtà è la mia percezione, e i filtri con cui tendo a vederla, a sentirla, potrebbero essere sfasati distorti o poco affidabili quanto vuoi, ma sono proprio quest’ultimi che mi permettono di sentire e di provare determinate cose in questo modo; sono proprio queste lenti, questa specie di sensori, che mi rendono me, nel modo particolare in cui esisto e sono al mondo…Perché la realtà per me, così come lo sarà probabilmente anche per te – ma immagino in maniera del tutto diversa, è e sarà sempre proprio questo: una collezione di istanti, catalogati in certo modo e sentiti e avvertiti in una particolare e distinta maniera. Ed è proprio la distinzione di alcuni istanti rispetto ad altri, la mia caratteristica messa a fuoco, e quindi l’importanza che attribuisco ad alcuni piuttosto che ad altri che segnano, e segneranno sempre, il discrimine tra me e te… Si tratta di quello che impatta su di me, di quello che mi colpisce e mi costruisce al contempo. E di tutto questo, di tutti gli effetti che in me produce, tu puoi farci ben poco se non nulla, perché alla fine è semplicemente ciò che sento io, e tu, col tuo essere e sentire diverso, difficilmente potrai cambiarlo… Dunque, quello che possiamo incominciare a fare è imparare a venirci più incontro, a comunicare meglio e a rispettarci di più, verbalmente o anche in silenzio se a volte vorrai, e vedrai che una seppur minima definizione a tutta questa informe-formattazione-in-corso possiamo cominciare a darla, lentamente, e a stenderla consapevolmente assieme, io e te.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

Emiliano Ponzi

Emiliano Ponzi

In tutti i luoghi e in nessun luogo allo stesso tempo, dicembre 2013

Cara amica, caro amico,

mi occorrono più parole e più parole ancora per descrivertelo, non so come dirti.

Sto cercando di spiegare cosa mi sta passando per la mente in questo preciso momento e tu non lo saprai mai di preciso che cosa in questo momento ci sta passando, se non cerco di rendertelo leggibile, raffigurabile, io, a parole mie, con tutto quanto ciò che sempre in questo preciso momento dovrebbe essere in mio precario quanto tangibile possesso, almeno stando a quello che gli esperti dicono.

Sembra un’assurdità, ma è un esercizio di funzionamento esplicativo tremendamente difficile se ci pensi, al cospetto delle tue orecchie che ascoltano e dei tuoi occhi che osservano, quegli occhi che impercettibilmente cercano anche di cogliere le movenze di quelle sonorità che provengono da quelle mie parole a fatica concatenate e che, guarda caso, si fanno addirittura gesto per venirti in contro, pensa un po’: siamo delle roccaforti di pensiero indipendenti e cerchiamo continuamente di gettare ponti in qua e in là per cercare di farci capire, tutt’al più; ma, in realtà, quando ci capacitiamo per rendere possibile tutto ciò arriva solo una coda di bagliore di quello che la nostra mente ha così ingegnosamente architettato per rendersi fruibile. E questo non vuol dir certo che io ci riesca per davvero a fare tutto quanto questo, sappilo.

Devi cercare di immaginare ponti che si costruiscono per attingere e dunque per accumulare, ma anche ponti per comunicare la risorsa esterna agli altri, ponti che si presuppone, alla cieca, siano possibilmente solidi e stabili, ma anche suscettibili di quelle vibrazioni afferenti il consenso e il dissenso per rimanerci in piedi, sai, non si sa mai, in base ai casi. Non si tratta più di gestire il lineare delle informazioni e renderle altrettanto lineari in uscita, a quel nostro interlocutore diretto o a quella schiera di potenziali interlocutori che sono lì e attendono con occhioni sornioni le risposte alle nostre bizzarre e animalesche movenze. Si tratta, più che altro, di rendere spendibile il concreto funzionamento della nostra mente che pesca alla rinfusa e crea altre connessioni che derivano da altre afferrate in precedenza: parliamo, per farla breve, di connessioni di connessioni che si connettono con un altro tipo di connessioni attivate precedentemente da molto più lontano e sì, lo so, anche tu c’hai ragione, è piuttosto un gran casino riuscirci a cavarci qualcosa, in base ai casi.

E cerca di capirmi però quando te lo dico: un resoconto dettagliato di tutto ciò sarebbe pressappoco impossibile attuarlo, anche se ci metto tutta la premura di questo mondo, e lo sai che, in fondo, e questo spero che riuscirai a farlo tuo, lo sai nel tuo intimo che ti voglio bene.

E dunque collegamenti che si trasformano in verbo, rimandi di parole che disegnano altrettanti mondi paralleli: devo raffigurarti e dipingere, per mezzo di pennelli inzuppati di cerebrale, il caleidoscopio che c’ho in testa per fartelo capire, e devo rendertelo più intellegibile che posso affinché vi sia una presunto incontro conoscitivo tra noi due, qui ed ora, che così a raccoglimento ci studiamo amorevolmente in volto, seduti a dialogo, sorseggiando un tè caldo i cui fumi lenti e ascensionali aleggiano dietro una finestra riparata dal frastuono raggelante di un inverno prorompente.

E devo cercare di fare tutto ciò attraverso quella minuta cassetta degli attrezzi che conosco solo io e che a te è completamente fuori portata, credimi, non so come spiegartelo, perché semplicemente si tratta di attrezzi che so usare solo io, e no so credimi il perché; forse perché vengono forgiati da una formazione esperenziale tutta mia e sola mia, insomma: questo è quello che chiamano la portata individuale, nulla di più. Quello che chiamano “il background personale” cerca di svelarsi e di emergere e di fecondare in pensieri prima e in parole poi, in un miscuglio singolare e sui generis che avrà un suo risvolto reale o immaginifico, o tutte e due assieme se è necessario, sempre in base ai casi.

La mia mente perciò, come la tua di certo (ma posso solo immaginare in quale altra inconsueta combinazione), funziona un po’ come un motore di ricerca, e attraverso immagini e la ricerca di parole e di significati ad esse sottesi è una spugna di ipertesto che rilascia liquidi conoscitivi, e tu mi capirai quando cerco di farti arrivare il mio filtrato afflusso di pensiero, perché è di amorevoli filtri costruiti con la dovuta cura che stiamo parlando.

Devo ogni volta trovare quei filtri congeniali che mi consentono di governare l’ingovernabile, di ordinare la complessità assordante che si fa caos, e si catapulta senza mezzi termini contro di me, e per me, affinché io possa spiegarmi con te. E poi quei filtri che ho fatto miei a fatica devo renderteli più filtrati di prima, e si tratta di un tipo d’amore per l’altro che non tutti proprio riescono a possedere.

L’ascolto attivo è il riuscire a mettersi nei panni dell’altro. L’empatia non è altro che cercare di comprendere quella fatica che contraddistingue il tuo interlocutore, e dirgli poi semplicemente: “Sì ok ti seguo. Ma aiutami anche tu a seguirti perché più in là potrei non poterlo più fare”.

Il mettere nelle condizioni l’altro di emergere e di farsi suo e potersi donare in quei termini così peculiari è tutt’altro che farsi una passeggiata disinteressata: questa è la vera ricchezza del discorso conoscitivo e reciproco. E non importa dove sei, ma importa con chi ti trovi, e se quel tè è ancora caldo e fumante, intervalla tutti quei pensieri e cerca di prenderti una pausa una volta ogni tanto, perché ci vuole molto tempo per collegarti alle connessioni di chi ti sta parlando.

Prenditi quel tempo e attendi, e vedrai che, assieme, i vostri scambi di parole usciranno dal loro recinto e andranno ad immettersi in quei movimenti umani che vedi in questo momento proiettati da quella finestra: perché, se trattati bene e con la massima cura, andranno a suggellare lo sposalizio discorsivo che fa muovere tutta quella gente incappucciata per strada, tutta racchiusa in protezione dal freddo: tutta quella gente che, come te, non vede l’ora di padroneggiare i propri ipertesti mentali al caldo, in compagnia, solo con l’intento finale di dare un seppur lontano minimo contributo alle movenze di tutto quanto il mondo che verrà, assieme.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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gregory - School's out

Gregory – School’s out

Chissà quante volte vi è successo di stare lì, mezzo sbadigliando e mezzo finto/a-attento/a, a sorbirvi una litania di questo tipo: “Le facoltà umanistiche non servono a nulla! E che fai dopo, me lo spieghi? Il letterato? Il filosofo? Come pensi di mangiare, eh? Con due chiacchiere da prestigiatore che, forse, si spera, almeno quello, riuscirai a mettere insieme dopo la laurea?…

Caro alunno, in una prospettiva di lavoro futura, è consigliabile scegliere sempre le materie scientifiche, e non ti sbagli: quelle sì che sono ricercate sul mercato del lavoro, ti danno sicuramente uno sbocco, e lo dicono, pensa un po’, anche le molte proiezioni statistiche che si spendono a iosa sul tema”…

Ora, non so se “consigli” di questo tipo vengano ancora inculcati nelle scuole a giovani menti inesperte e impaurite, ingabbiate nei labirinti della scelta per un futuro che, anche se ci fosse, sarà sicuramente buio, funambolico e burrascoso. Ma se fosse davvero ancora così verrebbe da riderci un po’ sopra credo, dato che, anche se uno studente varcasse la soglia dell’università e scegliesse l’una o l’altra via, le cose non cambierebbero poi così molto: il lavoro comunque non c’è da nessuna parte, si è letteralmente disperso, prosciugato sin dall’indotto.

Al di là dei soliti discorsi molto tristi e rompipalle sulla crisi, e sul lavoro che non c’è, e sulle difficoltà che si trovano per avere anche una minima risposta dopo aver presentato una carta straccia di CV che ha la presuntuosa pretesa di riassumere e di riassumerti per quello che sei diventato e per tutto ciò che hai collezionato sino a lì, beh, passiamo ad altro.

Eh sì, perché è meglio guardare altrove e bere tanta birra o svariati cuba libre (come vorrebbero mie care conoscenze) e fottersene altamente, giusto? Dato che ormai si è palesemente rotta quel tipo di solidarietà che vede come protagonista l’incontro-dialogo tra le generazioni. Il cosiddetto “patto generazionale”; sì, quello lì. E dunque, a questo punto: Responsabilità. Responsabilità. Responsabilità. Quante volte al giorno sentiamo o leggiamo questa parola? Dio santo, non se ne può più! Ora si ricordano? Che ci hanno rubato praticamente ogni barlume di futuro e che si sono presi letteralmente tutto di quel poco, caduco, che era rimasto? Vergogna. Dopo una sbronza colossale si sono ritrovati nel post-festa con bottiglie pavimentate e rotte e ovunque e, con un gran mal di testa, continuano a brontolare: Responsabilità. Poveri, davvero.

Quello che volevo dire però è che, dopotutto, loro hanno fatto il loro e hanno attinto ogni tipo di risorsa dai rubinetti nazionali, e su questo non ci piove. Il problema però non è solo in casa nostra, il problema è anche europeo e anche e soprattutto globale, assieme: purtroppo dei casini che hanno combinato loro, non solo devono risponderne ai loro figli, ma anche ai figli degli investitori esteri che, diciamolo, sono stati un tantino più sobri dei nostri vecchi – sì, si sono sballati anche loro, ma in maniera più consapevole, ecco, come dire: in modo decisamente più responsabile!!

Ed ecco che si sono risvegliati, sempre ciondolanti e puzzosi di festini alcolici, accompagnati per le strade della città da guardie del corpo impeccabili dentro macchine lucenti e blu. Sì, proprio così: blu-notte-non-sognarti-di-cacarmi-neppure-di-striscio. E si sono accorti, non si sa come, che devono rispondere ai proverbiali dettami europei, che vedono come protagonista indiscusso il delicatissimo bilanciamento tra sviluppo economico e coesione sociale; sviluppo e coesione sociale costituiscono le parole d’ordine delle politiche europee impegnate a trovare un punto di equilibrio tra le due prospettive, a combinare la competizione con l’equità e l’economia con la società. Operazione non semplice da realizzarsi in presenza di un diffuso orientamento politico-economico (vedi le materie scientifiche sono più fighe) che identifica lo sviluppo con la crescita del Prodotto Interno Lordo e subordina la produzione di educazione e socialità – che è creazione di organizzazione sociale – alle ragioni prioritarie dello sviluppo economico (Vedi “Materie umanistiche? Cosa?”).

Ed ecco che arriviamo all’inizio. Se un ingegnere deve investire la propria istruzione e il suo lavoro sugli improrogabili criteri dell’efficienza e dell’efficacia, e dunque su un mercato del lavoro che pompa e spinge e adora unicamente lo sviluppo economico delle imprese, un tipo che si occupa di “materie umanistiche” si ritrova, per forza di cose, a fare da assistente sociale a questi tipi ultra-stressati; perché questi tipi umanisti, guarda caso, hanno studiato per questo tipo di cosa quà. Ma allora la domanda è: si vive per lavorare? O si lavora per vivere? This is the problem.

Mi sa che, oggigiorno, l’americanizzazione ci ha investiti tutti, senza distinzioni, e siamo diventati burattini-consumatori del primo stile vita che è stato appena pronunciato:vivere-solo-per-lavorare(-e-consumare-e-consumare-e-consumare). Quindi cara professoressa rompicoglioni, sa cosa le dico? Bilanciamento. Bilanciamento. Bilanciamento. Lei non ascolta l’Europa? Io sì: balance. E le consiglio una sua maggiore pianificazione mentale verso un approccio educativo che abbia a cuore la mente impaurita (per quelli che si preoccupano) dei giovani che ha sotto la sua ala, affinché (il suo approccio educativo) sia rivolto più al lavorare per vivere meglio e non viceversa: vivere per lavorare sempre peggio, o, meglio ancora, vivere per non lavorare affatto. Dia una motivazione “degna di nota”, su?

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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