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Renno Hokwerda - Fantasy Map

Renno Hokwerda – Fantasy Map

L’imponente acquisizione straniera e nazionale di edifici e terreni urbani da parte delle grandi corporation – che ha conosciuto un’impennata dopo la crisi del 2008 – può segnare una nuova fase emergente nelle città considerate più importanti? Dalla metà del 2013 fino alla metà del 2014, l’acquisto di proprietà esistenti da parte delle grandi corporation ha superato i 600 miliardi di dollari nelle prime 100 città più popolate, e 1 bilione un anno dopo – e queste cifre includono solo le maggiori acquisizioni (ad es. un minimo di 5 miliardi nel caso di New York City).

Vorrei esaminare i dettagli di quest’ondata di grandi investimenti aziendali, e perché è importante. Le città sono gli spazi dove le persone senza potere riescono a fare storia e cultura, in modo da rendere le loro incapacità inclusive. Se l’attuale acquisizione su larga scala dovesse continuare, perderemmo questo modo di fare che ha reso le nostre città cosmopolite.

Infatti, nella scala di acquisizioni attuale, è possibile vedere una trasformazione sistemica nello schema delle proprietà terriere delle città: una trasformazione che altera il significato storico della città stessa. Quest’ultima, ha delle profonde e significative implicazioni per l’equità, la democrazia e i diritti.

La città è un sistema complesso ma incompleto: in questo mix giace la capacità delle città, attraverso le storie e le geografie, di superare sistemi di potere del tutto formalizzati – dalle grandi corporation ai governi nazionali.  Londra, Beijing, Il Cairo, New York, Johannesburg e Bangkok – per dirne alcune – hanno tutte superato diversi tipi di governi e di mercati.

In questa miscela di complessità e incompletezza, esiste la possibilità per le persone senza potere di poter dire “siamo qui” e “questa è anche la nostra città”. O, come dice la leggendaria affermazione dei poveri in difficoltà in America Latina, “Estamos presentes”: siamo presenti, non vogliamo dei soldi; vogliamo solo farvi sapere che questa è anche la nostra città.

È proprio nelle città di larghe estensioni che chi non ha potere ha lasciato le proprie tracce – culturali, economiche e sociali: nella maggior parte dei casi nei loro quartieri, ma eventualmente queste tracce possono disperdersi verso zone urbane più vaste, come accade con il cibo “etnico”, la musica, le terapie e così via.

Tutto questo non potrebbe accadere in un “business park”, indipendentemente dalla sua densità – questi infatti sono spazi controllati privatamente, dove i lavoratori con una bassa remunerazione possono lavorare, però non possono “fare”. Non potrebbe neanche succedere nelle sempre più presenti piantagioni militarizzate, o nelle miniere. È solo nelle città che si può verificare l’inclusione di chi non ha alcun potere – perché nulla e nessuno può controllare del tutto tale diversità, composta da gente e coinvolgimenti.

Quelli che hanno un certo potere non vogliono essere disturbati dai poveri, ecco perché il modello dominante è quello di abbandonarli nelle loro realtà. In alcune città (ad esempio, negli Stati Uniti e in Brasile) c’è una violenza estrema da parte delle forze dell’ordine. Già questo può diventare una problematica pubblica, la quale, in una prospettiva di lungo raggio, potrebbe forse costituire un primo passo verso l’ottenimento di almeno alcuni diritti. È nelle città, infatti, che molte delle difficoltà trovano rivendicazione, potendo così ottenere nel lungo termine anche un successo parziale.

Però è questa la possibilità – cioè la capacità di fare storia, cultura e molto altro – che oggi è minacciata, a causa della crescita su larga scala della riconfigurazione aziendale delle città.

Factory work - Daniel Kempisty

Factory work – Daniel Kempisty

Una nuova fase

È facile spiegare la crescita smisurata degli investimenti urbani dopo il 2008 come “la stessa minestra riscaldata”. Dopo tutto, alla fine degli anni ’80 si è vista una rapida crescita nell’acquisto straniero di edifici e hotel, specialmente a New York e a Londra. Su “The global city”, ho scritto a proposito della grande quantità di edifici nella città di Londra che, in quel periodo, erano di proprietà straniera. Società finanziarie di paesi così diversi, come il Giappone e l’Olanda, si sono rese conto che necessitavano di un forte appoggio a Londra per accedere ai mercati e ai capitali dell’Europa continentale.

Ma un’analisi delle attuali tendenze mostra sia alcune differenze significative che diversi punti circa una nuova fase nel carattere e nelle logiche di acquisizione, straniera e nazionale, delle grandi corporation. (Non vedo una grande differenza, in termini di impatto urbano, tra gli investimenti nazionali e quelli stranieri. Il fatto è che entrambi sono aziendali e su larga scala). Emergono quattro caratteristiche:

Il brusco aumento nell’acquisto di edifici, anche nelle città che sono state oggetto di tali investimenti per molto tempo, in particolar modo a New York e a Londra. Per esempio, i cinesi sono emersi recentemente come i maggiori acquirenti nelle città come Londra e New York. Attualmente, ci sono circa 100 città in tutto il mondo che sono diventate delle destinazioni significative per tali acquisizioni – l’acquisizione di proprietà straniera delle grandi corporation è cresciuta del 248% dal 2013 al 2014 ad Amsterdam/Randstadt, del 180% a Madrid e del 475% a Nanjing. Al contrario, il tasso di crescita è stato relativamente più basso per le città più importanti in ogni regione: 68.5% per New York, 37.6% per Londra, e 160.8% per Beijing.

L’estensione delle nuove costruzioni. La rapida crescita nel periodo tra gli anni ’80 e ’90 ha riguardato spesso l’acquisto di edifici – in particolare edifici di lusso a Londra, e la Sachs Fifth Avenue e il Rockefeller Center a New York. Nel periodo successivo al 2008, la maggior parte dell’acquisto di edifici fu effettuata per la loro distruzione e il loro rimpiazzo con un tipo di edifici più alti, più aziendali e più lussuosi – sostanzialmente uffici e appartamenti di lusso.

Il diffondersi di mega-progetti con un vasto lascito che inevitabilmente uccide la maggior parte del tessuto urbano: piccole strade e piazze, la densità dei negozi di strada, uffici modesti e così via. Questi mega-progetti incrementano la densità delle città, in realtà però le de-urbanizzano – in tal modo è evidente che questo tipo di densità non è abbastanza per dare luogo a una città, e tutto questo viene facilmente sorvolato in molte discussioni su questi argomenti.

Il pignoramento nelle proprietà modeste possedute da famiglie con redditi-medi. Questo ha raggiunto livelli catastrofici negli Stati Uniti. La banca dati della Federal Reserve, mostra che più di 14 milioni di famiglie hanno perso le loro case tra il 2006 e il 2014. Uno degli esiti di questa catastrofe è una significativa quantità di terreno urbano che si presenta vuoto o inabitato; quantomeno una parte di esso sarà probabilmente riconfigurato.

A lungo termine, una delle caratteristiche più allarmanti di questo periodo è l’acquisizione di interi quartieri – appartenenti a zone industriali sottosviluppate o defunte – per lo sviluppo di determinate aree. Qui il prezzo pagato dagli acquirenti può raggiungere livelli molto elevati. Un esempio è l’acquisto di Atlantic Yards, un vasto ed esteso territorio di New York City da parte di una delle più grandi compagnie cinesi, per il valore di 5 bilioni di dollari. Attualmente, questo territorio è occupato da una mescolanza di fabbriche modeste e di servizi industriali, quartieri modesti, studi di artisti e luoghi d’incontro che sono stati espulsi dalla parte bassa di Manhattan per dare spazio allo sviluppo di enormi edifici adibiti ad appartamenti.

Questo mix molto urbano di occupanti sarà distrutto e rimpiazzato da 14 formidabili e lussuose torri residenziali – un intenso sviluppo di densità che ha l’effetto di de-urbanizzare lo spazio. Sarà una sorta di – de facto – spazio recintato (chiuso da cancelli) con molta gente; e non il denso mix di usi e tipologie di persone che ci viene in mente quando pensiamo alla parola “urbano”. Questo tipo di sviluppo sta decollando in molte città – e la maggior parte con muri virtuali, anche se qualche volta si tratta di muri veri e propri. Vorrei sostenere che con questo tipo di sviluppo, sia i muri virtuali che quelli fattuali hanno impatti similari nella de-urbanizzazione di interi pezzi di città.

La scala e il carattere di questi investimenti sono proiettati nelle grandi quantità di denaro speso per l’acquisto di proprietà urbane e terriere. Quegli investimenti aziendali e globali di 600 bilioni di dollari, che vanno dalla metà del 2013 fino alla metà del 2014, e quelli che superano il trilione di dollari dalla metà del 2014 alla metà del 2015, sono avvenuti solo per ottenere edifici esistenti. La cifra esclude lo sviluppo di determinate aree; un altro trend che va per la maggiore.

Questo proliferante gigantismo urbano è stato fortificato e abilitato dalle privatizzazioni e dalle deregolamentazioni che sono decollate negli anni ’90 nella maggior parte del mondo, e che da lì ha continuato il suo seguito senza troppe interruzioni. L’effetto generale è stato una diminuzione degli edifici pubblici, e una crescita smisurata delle proprietà aziendali private.

Il risultato è un diradamento della consistenza e della scala di spazi precedentemente accessibili al pubblico. Dove prima c’era un edifico di governo che gestiva la regolamentazione e la supervisione di questo o quel settore economico, o che indirizzava le lamentele dei quartieri locali, ora probabilmente c’è una sede centrale di un’azienda, un edificio di appartamenti di lusso o un grande centro commerciale sorvegliato.

Renno Hokwerda - Fantasy Map

Renno Hokwerda – Fantasy Map

De-urbanizzazione

Le geografie di estrazione globale sono state a lungo la chiave dello sviluppo economico del mondo occidentale. Ed ora si sono trasferite sul terreno urbano, andando ben oltre la tradizionale associazione tra piantagioni e miniere, anche se queste ultime sono state estese e rese più spietatamente efficienti.

L’aziendalizzazione degli accessi e dei controlli sopra il terreno urbano non è stata estesa solo sulle aree urbane esclusive, ma anche al di sotto di abitazioni di famiglie modeste e di uffici governativi. Negli ultimi anni, stiamo assistendo ad una eccezionale acquisizione su larga scala di interi pezzi di città da parte delle grandi corporation. I meccanismi di queste estrazioni sono spesso di gran lunga più complessi delle loro conseguenze, le quali possono essere abbastanza elementari nella loro brutalità.

Una trasformazione chiave è il cambiamento avvenuto dalla maggior parte delle piccole modalità di proprietà private alle più grandi modalità d’azienda, e dal pubblico al privato. Questo è un processo che prende piede in briciole e pezzi, alcuni grandi e alcuni piccoli, e fino ad un certo punto queste pratiche sono state una parte del mercato del terreno urbano e del suo sviluppo. Ma il loro attuale aumento smisurato le conduce ad una nuova dimensione, tale da alterare il significato storico delle città.

Tutto questo è talmente particolare perché quello che era piccolo e/o pubblico sta diventando grande e privato. Il trend si muove dalle piccole proprietà integrate nelle aree di città, che sono attraversate da strade e da piccole piazze pubbliche, a progetti che cancellano la maggior parte di questo tessuto pubblico di strade e piazze attraverso mega-progetti con grandi, qualche volta enormi, influenze. Questo privatizza e de-urbanizza lo spazio cittadino, non dando alcuna importanza alla densità intesa come valore aggiunto.

Le grandi città sono state per lungo tempo complesse e incomplete. Questo ha permesso l’integrazione di differenti persone, logiche, e politiche. Una grande città variegata è la zona di frontiera dove attori provenienti da diversi mondi possono avere un incontro nel quale non sono stabilite regole di coinvolgimento, e dove quelli che non hanno potere e quelli che lo hanno possono incontrarsi.

Questo rende le città spazi di innovazione, piccoli e grandi. E questo include innovazioni create per quelli senza potere: anche se quest’ultimi non acquisiscono necessariamente potere in questo processo, producono componenti di una città, lasciando un’eredità che si aggiunge al suo cosmopolitismo – un qualcosa che pochi altri luoghi possono permettere.

Tale miscela di complessità e incompletezza assicura una capacità di modellare un soggetto urbano e una soggettività urbana. Questo può parzialmente scavalcare il soggetto religioso, il soggetto etnico, il soggetto razziale e, in certi casi, anche le differenze di classe. Ci sono momenti nelle routine di una città dove tutti diventiamo soggetti urbani – l’ora di punta è uno di questi mix di tempo e spazio.

Inner Circle by Eleni Kalorkoti

Inner Circle by Eleni Kalorkoti

Ma oggi, piuttosto che uno spazio per l’inclusione di gente proveniente da contesti e culture diverse, le nostre città globali stanno escludendo la gente e la diversità. I loro proprietari, spesso abitanti part-time, sono molto internazionali – ma questo non significa che rappresentino tante culture e tradizioni diverse. Al contrario, rappresentano la nuova cultura globale del successo – e sono sorprendentemente omogenei, senza dare alcuna importanza alla diversità dei loro paesi di nascita e alla diversità delle loro lingue. Questo non è il soggetto urbano che le nostre grandi e miste città hanno prodotto storicamente. Questo è, soprattutto, un soggetto “aziendale” urbano.

La maggior parte di questo cambiamento urbano prevede inevitabilmente l’espulsione di ciò che era solito essere. Dai loro inizi, che siano 3000 anni o 100, le città hanno continuato a reinventarsi, ciò significa che ci sono sempre vincitori e perdenti. Le storie urbane sono piene di resoconti di persone che una volta erano povere e quasi outsiders, o modeste persone della classe media, e che poi hanno guadagnato terreno – dato che le città favorivano una straordinaria varietà.

Ma oggigiorno, l’acquisizione su larga scala dello spazio urbano da parte delle grandi corporation, nelle sue diverse applicazioni, introduce una dinamica de-urbanizzata. Quest’ultima non aggiunge varietà e diversità. Contrariamente immette un intero nuovo assetto nelle nostre città – nella forma di una tediosa moltiplicazione di edifici esclusivi e di lusso.

Un modo di spiegare questa nuova gamma di installazioni consiste nel fatto che contiene una logica propria – non può essere imbrigliata nelle logiche della città tradizionale. Mantiene la sua totale autonomia e, si potrebbe affermare, ci dà le spalle. E non sembra essere un’ottima cosa.

 

Saskia Sassen

Saskia Sassen è professoressa di sociologia alla Columbia University e co-presidente della Commissione sul pensiero globale. “Urban age” è una ricerca globale sul futuro delle città, organizzata da LSE Cities e dalla società Alfred Herrhausen, che fa parte della Deutsche Bank.

Traduzione di Edna Arauz e Francesco Paolo Cazzorla

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Articolo originale: Who owns our cities – and why this urban takeover should concern us all

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Modern Loneliness-LePere

Modern Loneliness-LePere

Di Leonardo Lippolis

Luogo storico dell’emancipazione dai vincoli oppressivi della tradizione e della comunità chiusa dell’epoca premoderna, la città, con il capitalismo, è divenuta strumento dei suoi processi di alienazione ma anche luogo della possibilità e della chance rivoluzionaria.

È difficile dire cos’è la città oggi; nonostante alcuni tratti comuni, sono tante le differenze tra quello che accade nel vecchio Occidente e nel resto del mondo, quello in espansione in Asia, Sudamerica, Cina e Africa. Il dato certo è che lo stucchevole dibattito di alcuni ambienti militanti sul contrasto città-campagna è surclassato dalla realtà, per cui l’urbanizzazione, ovvero l’espansione di giganteschi agglomerati abitativi dai confini sempre meno definiti, è una tendenza in atto in tutto il globo.

La Cina è lo specchio dei tempi; nelle sue megalopoli di decine di milioni di abitanti si sperimentano le forme più estreme del cambiamento. Da qualche mese, per esempio, a Pechino è in costruzione un muro che reclude in sterminate periferie circa due milioni di contadini da poco immigrati nella capitale, attratti dal boom economico e dalla possibilità del lavoro di fabbrica. Posti di guardia, telecamere e pattuglie militari controllano gli accessi e i confini tra la città e questi ghetti che rimangono chiusi dalle 23 alle 6 del mattino. Di giorno i reclusi della città-prigione possono entrare e uscire solo con un pass che certifica la loro identità, l’appartenenza etnica, l’occupazione e un numero di telefono.

Mentre questa soluzione semplice e brutale ai problemi determinati dallo sviluppo urbanistico è già in estensione alle altre grandi città cinesi, la ricca borghesia di Shangai ne ha trovata anche una più esclusiva. Shangai è considerata il più grande laboratorio sperimentale dell’architettura di oggi, ma i problemi sociali derivanti dalla sua continua trasformazione sono gli stessi di tutte le megalopoli del globo, in primis la nevrosi securitaria, e la sua borghesia preferisce togliersi dai riflettori e rifugiarsi in alcune cittadelle fortificate costruite apposta per le sue esigenze.

Mojo-Wang

Mojo-Wang

Sono ben dieci infatti le città “a misura d’uomo”, per un massimo di centomila abitanti l’una, che i principali studi architettonici europei e americani hanno costruito attorno a Shangai, riproducendo ognuna un tipico paesaggio urbano europeo (ci sono una piccola Londra, Parigi, Amsterdam ecc.). Di fatto queste città sono dei dormitori di lusso che al mattino si spopolano dei ricchi abitanti, diretti al lavoro nel cuore di Shangai, e restano deserte tutto il giorno, attraversate soltanto da truppe di guardie al servizio della sicurezza (?) delle strade e da squadre di immigrati sottopagati per tenerne pulito il deserto umano e sociale. Mentre i vecchi quartieri popolari di Shangai vengono rasi al suolo in nome della crescita economica, seppellendo sotto le proprie macerie forme di vita e socialità secolari, l’idea di felicità del nuovo che avanza è ben rappresentato dall’ordine, dalla geometria e dal silenzio di queste città nate morte.

Queste gated communities (“comunità recintate”), nate negli anni settanta negli Stati Uniti come utopia residenziale della borghesia ossessionata dai pericoli della metropoli e rapidamente diffusesi ai quattro angoli del globo, rappresentano la forma più compiuta della negazione della città come luogo del possibile. Nelle megalopoli in espansione del Terzo e Quarto Mondo esse sono assediate dai quartieri poveri dove si ammassano tutte quelle persone respinte da un’economia sempre più spietata. Esse concretizzano lo scenario urbanistico delle future tensioni sociali; i cancelli che separano le favelas da questi ghetti per ricchi suggeriscono un’imminente guerra civile planetaria. Per capire qualcosa di questi conflitti a venire è interessante leggere i rapporti con cui gli strateghi della NATO hanno da tempo previsto che il controllo delle future metropoli (il 2020, secondo loro, è l’anno critico, cfr. Urban Nato 2020) dovrà essere affidato a truppe militari specializzate, addestrate alla guerriglia urbana di Baghdad e Mogadiscio. Per avere invece un’immagine di ciò che, a livello umano, psicologico e sociale, cova nei ghetti dei privilegiati è sufficiente leggere i geniali ultimi romanzi scritti da J. Ballard: non è “il sonno della ragione” che cova lì, è qualcosa d’altro, partorito nei due secoli successivi a quel celebre monito illuminista, ma il risultato è lo stesso…

Ma la storia continua a non essere un percorso lineare, né nel bene (il progresso, la rivoluzione) né nel male (la catastrofe, la guerra civile) e anche alle latitudini dove si palesa in modo più evidente la crisi in atto esistono forme di autogestione sociale e di autocostruzione materiale che indicano una via d’uscita dall’autostrada spalancata verso il baratro.

Altrettanto certo è che le “nostre” città occidentali sono luoghi sempre più alienanti. Tutta l’organizzazione dello spazio urbano congiura per negare la natura storica della città come luogo dell’incontro e del possibile. Erosione dei legami sociali; concatenazione di luoghi anonimi dispersi e privi di confini riconoscibili; declino degli spazi pubblici, considerati territori pericolosi da disertare. Tutto ciò ha fatto delle nostre città delle città morte, dei luoghi in cui gli individui sono consegnati all’isolamento, all’autoreclusione e al reciproco controllo.

Aoki Tetsuo

Aoki Tetsuo

Eppure il progetto totalitario del capitale era già chiaro nei primi anni del Novecento. Mentre George Simmel, Walter Benjamin e Sigfried Kracauer avevano già descritto la natura di questa evoluzione a partire proprio dalla lettura delle trasformazioni delle forme di vita in atto nelle grandi città, il più grande architetto del secolo, Le Corbusier, l’inventore dell’idea che la casa è una “macchina per abitare”, sanciva che, prima di costruire le case in serie in cui rinchiudere i proletari, bisognava costruire e inventare lo spirito per abitarle, queste case in serie. E questo progetto di omologazione della vita delle persone in un periodo di grandi sommovimenti sociali avveniva al grido esplicito di “architettura o rivoluzione”. Quello di Le Corbusier era un discorso destinato ad essere storicamente vincente: i vecchi quartieri popolari dovevano essere rasi al suolo perché insalubri, ma soprattutto perché socialmente pericolosi, focolai per un rivoluzione allora possibile, e le persone dovevano essere deportate in quartieri-dormitorio anonimi e privi di socialità, funzionali alla città-macchina. Case in serie per un’umanità macchinizzata.

E cosa poteva significare inventare questo spirito se non stravolgere la vita delle persone secondo il principio che la vita dell’uomo deve ridursi alla soddisfazione di quattro bisogni fondamentali, ovvero, “lavorare, consumare, circolare e abitare”? Le città, per essere moderne, e cioè funzionali ai rinnovati bisogni del capitalismo, dovevano essere distrutte e ricostruite secondo questi parametri, come decretò la “Carta d’Atene”, il documento fondamentale dell’urbanistica contemporanea elaborato nel 1933 da un pool composto da Le Corbusier e dai più importanti architetti mondiali. E da allora questo progetto è stato portato avanti con costanza ed efficacia, magari non nel dettaglio dei farneticanti progetti urbanistici di allora (vedi la ville radieuse dello stesso Le Corbusier), ma sicuramente nella sua sostanza.

Chi infatti può mettere in dubbio che nelle città di oggi la nostra vita è organizzata in modo da dare spazio a qualcosa di diverso che non sia lavorare, consumare, avere una casa (per tacere di “quali case” e a “quali condizioni” per ottenerle) e circolare tra i luoghi deputati a queste attività? Esiste ancora lo spazio pubblico? Esistono luoghi per qualche attività “inutile”, socializzante, creativa? Qualcuno può negare che la strada abbia perso qualsiasi funzione che non sia quella della pura circolazione? E Le Corbusier aveva predetto la necessità di “abolire la strada”…

Se lo sventramento dei centri urbani, la loro trasformazione in centri amministrativi (o, in casi “meritevoli”, in musei a cielo aperto), e la distruzione dei quartieri con la cacciata della popolazione in desolanti quartieri-dormitorio di periferia, sono gli innegabili tratti fondamentali delle trasformazioni urbanistiche del Novecento, l’applicazione dello stesso modello alle Pechino e alle Shangai di oggi dimostra quanto questo processo continui ad essere attuale.

Xiao Yang

Xiao Yang

Come non notare che la cultura del sospetto e del pericolo alla base della dilagante paranoia securitaria è insita nella logica di fondo del funzionalismo, ovvero nel fatto che se un abitante della metropoli fa qualcosa che non risponde a uno di questi quattro dogmi antropologico-urbanistici, è un sospetto? Ciò che non ha un’utilità al ciclo produzione-consumo-svago non ha diritto di esistere nella città; è attività non solo superflua, ma non concessa. La richiesta di maggior sicurezza, priorità nell’agenda di tutti i governi del mondo “sviluppato” o in sviluppo, è incentrata proprio sull’idea di rendere la vita urbana ancora più sterile e anonima, ed è la diretta conseguenza dell’isolamento a cui l’individuo è costretto nelle città nel momento in cui l’organizzazione dello spazio e della vita quotidiana rompe i legami sociali e le forme di vita tipiche del vecchio tessuto urbano.

È ovvio che strade che vivono solo in funzione delle merci e che si svuotano nel momento in cui il ciclo produttivo della giornata s’interrompe, diventano inospitali e “pericolose”, perché non ospitano più relazioni sociali consolidate. Decenni di organizzazione della solitudine e dell’alienazione hanno prodotto l’odierna cultura della paura.

Sarebbe semplice dimostrare come i situazionisti avessero colto l’essenza di queste trasformazioni così cariche di conseguenze nel momento in cui sorgevano, in Europa tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Basta constatare che tutta la critica sociale odierna utilizza categorie simili a quelle della “società dello spettacolo” per descrivere (ma non più per contestare, perché il pensiero debole dà per certo che il “futuro è morto”) il carattere totalitario del capitalismo e l’idea che a causa sua il mondo sia diventato un luogo inospitale sull’orlo della catastrofe.

Di fronte all’alienazione e all’istupidimento prodotti dalla società dello spettacolo, oggi tutti denunciano il pericolo combattuto dai situazionisti cinquant’anni fa, ovvero la scomparsa della possibilità stessa di pensare un mondo e relazioni umane sottratti alla logica mercantile.

Andrea Costantini

Andrea Costantini

Sarebbe altrettanto semplice constatare la lungimiranza dei situazionisti stessi nell’analisi delle trasformazioni delle città degli anni Cinquanta, ovvero la chiara percezione dello sradicamento e dell’insensatezza dei tempi di vita urbani soggetti al meccanismo spietato di produzione-consumo del neocapitalismo. In fondo, come esempio, basterebbe ricordare che nel 1961, nel pieno boom della costruzione delle “nuove città” francesi (le banlieues), l’IS scriveva che “i privilegiati delle città-dormitorio non potranno che distruggere”, e sottolineare quanto, nelle infinite analisi sulle rivolte scoppiate nel 2005 in quei “luoghi del bando”, siano state sottovalutate proprio l’importanza e il significato della dimensione urbanistica.

È meno scontato, ma forse più interessante, riflettere sull’attualità del progetto costruttivo dei situazionisti, apparentemente così demodè. Consapevoli che il processo di deumanizzazione portato avanti dal neocapitalismo si stava imponendo attraverso la colonizzazione della vita quotidiana in nome della necessità utilitaristica, i situazionisti erano convinti della necessità di creare e diffondere un diverso sentimento dello spazio e del tempo sociale. E ciò doveva e poteva avvenire sul terreno privilegiato delle città, luogo storico del conflitto e della possibilità di trasformazione dell’esistente. La città ospita e crea forme di vita ed esperienze; le forme di vita e le esperienze creano un immaginario; l’immaginario crea desideri e bisogni nuovi. Nell’ipotesi di questa concatenazione materialista sono racchiusi il senso della scommessa con la storia provata dai situazionisti e anche la sua possibile validità odierna.

Fino a ieri questa capacità d’invenzione della città come luogo del possibile è stata fortemente riconosciuta. Oggi, sulle ceneri della lotta di classe e all’ombra di una guerra civile che alcuni credono imminente, è proprio sulla critica della vita quotidiana alla base del discorso situazionista sulla città che si muovono alcune delle esperienze sociali più interessanti.

È la cronaca stessa che dimostra come la questione del territorio sia sempre più centrale nel campo delle lotte. Solo per restare in Italia ci sono almeno due situazioni che aprono le possibilità di una riflessione interessante: il movimento Notav e il terremoto dell’Aquila (ma si potrebbe parlare anche delle rivolte a Napoli sulla questione-rifiuti), sono solo gli esempi più eclatanti del fatto, evidenziato in particolare da Miguel Amoros, che i principali movimenti di lotta di oggi sono legati a tematiche che non hanno più a che fare con le categorie economicistiche care alla sinistra tradizionale, ma a qualcosa che mette in gioco il qualitativo del quotidiano di persone e comunità.

Per il capitale non esiste distinzione tra città e campagna. Il capitale non ha neanche più un’idea di città, tanto da averle di fatto annullate e spappolate. Il capitale ha bisogno soltanto di organizzare il territorio in funzione dei propri bisogni utilitari. È il territorio in sé che deve essere funzione della macchina economica. Per il capitale lo spazio stesso è un nemico, una perdita di tempo, un intoppo nel ciclo produzione-consumo. Il progetto della TAV dimostra questo: il treno ad alta velocità non è niente di più che uno strumento per annullare lo spazio tra due città, uno strumento che trasforma ancor più lo spazio extraurbano, quel che resta di valli e campagne, in funzione di una metropoli che a sua volta perde qualsiasi confine. Nella loro volontà di non vedere il proprio territorio sventrato dalle necessità assurde dell’alta velocità, gli abitanti della Val Susa mettono quindi in atto una critica pratica delle necessità del capitalismo. A L’Aquila, invece, dapprima la costruzione di campi di emergenza ad opera della Protezione Civile, costitutivamente parenti dei campi di concentramento, ha confermato una volta di più qual è il confine tra stato di diritto e stato d’eccezione nei moderni stati democratici; successivamente la creazione delle New Towns, orribili metastasi di cemento in cui deportare la popolazione sfollata dalla città, ha invece dato un ulteriore prova di quanto spazio il dominio conceda all’autonomia e all’autogestione della vita delle persone, anche in situazioni di eccezionale emergenza. In questo senso la sollevazione della popolazione aquilana contro la gestione totalitaria dell’emergenza terremoto ha messo in pratica una critica dello Stato, la messa in discussione della delega e il tentativo di rivendicare forme di democrazia diretta e di autogestione.

Clara Lieu

Clara Lieu

Ecco due esempi concreti di come, alla base delle lotte odierne che riescono a rompere i limiti angusti delle militanze politiche per essere dirompenti, ci sia volontà di non perdere qualcosa, come un territorio con le sue caratteristiche ambientali e sociali, che viene ancora ritenuto importante nella qualità della vita quotidiana di una collettività. Ma anche nelle disperate e disperanti metropoli d’oggi ci sono manifestazioni significative della stessa forza di opposizione alla rassegnazione. Nonostante la sua necessità di annullare lo spazio, il capitale non può di fatto materialmente riuscirci del tutto e nello scarto prodotto dal contrasto tra questa volontà e la realtà fisica delle città si aprono spazi imprevisti che offrono alle persone possibilità di infiltrarsi, appropriarsi e vivere diversamente dei luoghi, creare delle situazioni.

A distanza di cinquant’anni, nonostante i quartieri e le sue forme di socialità siano irrimediabilmente scomparsi, le pratiche antiutilitarie proposte dai situazionisti restano realizzabili e valide: utilizzare in modo creativo e ludico lo spazio-tempo sociale, riappropriarsi di spazi abbandonati per praticare forme di autogestione, ricostruire forme di solidarietà e di socialità, sono tutte forme di lotta non solo sempre possibili ma che dimostrano di attrarre le persone che non si rassegnano all’impotenza.

Gli orti urbani, nati negli anni Settanta e in continua espansione, sono un esempio concreto, semplice quanto significativo, di questa attitudine di riappropriazione della città. I situazionisti avevano suggerito che solo da un progetto di autocostruzione e autogestione di esperienze condivise può svilupparsi una possibilità di resistenza e ribaltamento della cappa totalitaria del dominio dell’economia. Oggi più che mai questo bivio è evidente. Di fronte allo spettro della barbarie, la rabbia nichilista che non riesce a nutrirsi di un progetto costruttivo, risulta sterile. I fuochi, pur appassionati e appassionanti, delle banlieues francesi stanno a dimostrarlo.

Contemporaneamente molte lotte portate avanti da schiere di volenterosi militanti ci suggeriscono che il richiamo all’etica e la mobilitazione dell’indignazione degli “altri” contro le peggiori nefandezze e nocività di questo sistema di morte non bastano. E il discrimine tra una lotta partecipata e una autoreferenziale non passa da questioni annose, come la falsa alternativa pacifismo o uso della violenza, ma dal coinvolgimento o meno delle persone in questioni che sentono riguardare da vicino il qualitativo del loro quotidiano.

Per questi motivi, a chi osserva e vuole influenzare i mutamenti in atto, il creare forme di vita ed esperienze condivise, così come l’inventare un nuovo immaginario e nuovi desideri, non appariranno slogan di una rivoluzione utopistica del passato, ma i possibili nodi di svolta per un’ipotesi concreta di una trasformazione dell’esistente, che risulta più necessaria e urgente che mai.

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Fonte: Rivista XX MILA LEGHE SOTTO, Catalogo Nautilus, gennaio 2011.

L’Internazionale Situazionista

 

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Urban Isolation – Alex Cherry

“Quasi senza dare notizie di sé la città è scomparsa”.

Presa così questa affermazione sembrerà strana. Si dirà infatti che, al contrario, le città esistono ancora, si ingigantiscono sempre di più, e si espandono senza controllo verso la campagna circostante: pulsano, anzi, di una nuova vitalità altamente diversificata. Secondo alcune proiezioni, per l’anno 2025 circa l’85% degli abitanti dei paesi sviluppati vivrà in città, mentre nei paesi in via di sviluppo la percentuale raggiungerà il 55%[1].

Ma se tale monito, già invocato decenni fa, poteva assomigliare quasi ad una divertente provocazione, oggi ha preso le sembianze di una vera e propria preoccupazione sotto altri aspetti. Nel discorso multidisciplinare sulla città, infatti, si parla e si scrive spesso di “fuga della città”, di “perdita di città”, di “città diffuse e immateriali”, intendendo con ciò la nascita di nuovi modelli di sviluppo spaziale e sociale associati alla dimensione urbana; modelli legati, soprattutto, alle nuove modalità assunte dalla produzione capitalistica, e alla ristrutturazione dei suoi processi economici, le cui dinamiche ormai – nelle nostre società liquide e post-moderne – assumono sempre più una connotazione transnazionale e globale.

Le città, quindi, sembrano colonizzare lentamente il territorio circostante, spalmandosi in tutte le direzioni senza seguire una logica ben precisa, se non quella della “specializzazione forzata” di aree adibite a servizi, accompagnata dalla susseguente – e vistosa – frammentazione territoriale. Tutto ciò implica la nascita di “sbarramenti” fisici e simbolici, che a loro volta danno vita a forme inedite di segregazione sociale, creando pertanto maggiori disparità e disuguaglianze tra gruppi sociali vicini solo fisicamente.

Age of loneliness - Invisiblemartyr

Age of loneliness – Invisiblemartyr

Tramonta dunque – e definitivamente – la “città del welfare”, la “città per tutti”, quella “città sociale” che, durante il secolo scorso, ha cercato di smussare gli aspetti più eclatanti delle disuguaglianze, creando così le condizioni di un’uguaglianza nelle opportunità di partenza. In fondo l’essenza del Welfare State non si manifesta(va) che nella garanzia – da parte dello stato – di un standard minimo di reddito, alimentazione, salute, alloggio ed istruzione, assicurato ad ogni cittadino come diritto e non come beneficenza (H. Wilensky, 1975), facendo in modo che tutti quanti – in virtù appunto dell’esser cittadini – potessero vivere in maniera più o meno accettabile.

In questa prospettiva, tra le diverse dinamiche in atto, è sicuramente da rintracciare il mancato equilibrio avvenuto tra il mercato immobiliare e il public housing, cioè l’intervento pubblico che prevedeva la casa per tutti con piani di edilizia popolare. La rottura di questo equilibrio ha visto, nella maggior parte dei casi, la vittoria delle forze del mercato sulle garanzie e i controlli da parte del settore pubblico. In questo scenario, i “capricci” del mercato spesso eludono ciò che una volta rientrava nei cosiddetti piani regolatori, creando così configurazioni urbane in preda alle oscillazioni del mercato immobiliare. E quindi un diritto fondamentale, come il diritto alla casa, viene messo definitivamente al bando, incentivando, sempre più, quelle forme di insediamento abitativo in “quartieri esclusivi e separati”, che rispecchiano fedelmente la “dicotomia estrema” delle nostre società attuali, le quali tendono a differenziarsi, nettamente, tra popolazione che detiene alti redditi e popolazione in prossimità della soglia di povertà – se non già al di sotto di essa.

Le diverse scienze della città, che si moltiplicano confusamente attorno al tema dell’”eclissi urbana”, si vedono dunque sfuggire il proprio oggetto d’analisi, e devono perciò modificare continuamente le proprie impostazioni di lettura, prendendo in considerazione le epocali trasformazioni – che sono avvenute e stanno avvenendo nelle città – dal punto di vista delle sue coordinate culturali.

IsolatedCity - SarahKirk

Isolated City – SarahKirk

Se vogliamo davvero comprendere gli sviluppi futuri e la portata dei cambiamenti in corso nelle nostre società, la città è ciò che fa per noi. Perché è nelle città che si verificano le prima avvisaglie dei cambiamenti che, seppur latenti, sono in corso d’opera. È nelle città che le dimensioni spaziali e sociali si modificano più velocemente rispetto al paesino di provincia. È negli agglomerati urbani che si deposita quel precipitato d’innovazioni e contraddizioni derivanti dall’incontro di popolazioni diverse che vivono a stretto contatto tra loro. Come intuì prima di tutti Georg Simmel, è solo nelle città che si verifica il fenomeno controverso della “minima distanza fisica compresente alla massima distanza sociale”.

Il fatto più importante però è che la città non sta scomparendo dal punto di vista fisico/spaziale. Come già accennato, nei prossimi decenni le conurbazioni urbane saranno sempre più interessate da massicci flussi migratori in entrata; persone, spesso disperate, che vedono ancora nelle città l’opportunità di lavoro che manca nei paesi d’origine: una speranza per la propria sopravvivenza che si rifà alla possibilità di una vita decente.

Un po’ come sta accadendo – ed è già avvenuto – in maniera vertiginosa nelle città terzomondiali (delle vere e proprie mega-città con ingenti problemi di governabilità, insediamenti spontanei, bidonvilles, povertà, disoccupazione strutturale, lavoro precario, etc.), anche nel resto del mondo, sempre più persone si riversano nei grandi centri abitati nella soggettiva convinzione di poter accedere alla propria “scalata sociale”; nonostante le città siano diventate, nei fatti, un “concentrato esplosivo” di problematiche sociali difficilmente risolvibili.

Come chiarisce a tal proposito Roland Pourtier: «gli studi urbani che hanno focalizzato l’attenzione sul malfunzionamento, sulla povertà, sulla disoccupazione, sulla mancanza di servizi, sull’insicurezza e sulla marginalità, in breve su tutto quello che deriva dalla precarietà dei modi di vita, conducono paradossalmente a dimenticare una realtà fondamentale: la città è un di più, la città è meglio. Almeno soggettivamente».

Contrariamente però a ciò che ancora si pensa, il proverbio reso popolare in filosofia da Gilles Deleuze, e cioè l’aria della città rende liberi, si sta pian piano svuotando di senso. Quella libertà si legava principalmente ad una promessa, ovvero a quella “libertà individuale come ideale di massa [che] significa sempre solo libertà “da qualcosa”, la liberazione dai vincoli del vicinato, della famiglia, dei padroni, lo sradicamento” (W. Sombart, 1967).

Come puntualizza efficacemente Agostino Petrillo, nel saggio “La città perduta”, “[nelle città] i livelli di vita sono sempre più bassi e le opportunità sempre minori per una parte crescente degli abitanti, ad alcuni dei quali vengono negate anche reali possibilità di partecipazione politica. Abitanti della città che non sono più cittadini in senso pieno, che non hanno peso, che non hanno voce. Non si tratta solo degli immigrati, la cui situazione è sempre più difficile nell’Europa di Schengen e dei campi di detenzione, ma di fasce consistenti della stessa popolazione autoctona che è respinta verso la no man’s land dei lavori dequalificati, precari e intermittenti, del reddito incerto e saltuario” (2000).

Nelle città dunque, ad attenuare di molto questa promessa di libertà, vi sono segregazioni in atto, frammentazioni spaziali e sociali, esclusioni controllate, piccoli e grandi conflitti urbani attraverso una contesa per lo spazio che non ha precedenti quanto a portata e dimensioni. “Quartieri interi, sensibles, défavorisés, de l’exclusion come recita un vario e articolato lessico d’oltralpe, portano le consuete stimmate dei luoghi dove non si conta nulla, non si fa nulla, non si spera nulla” (2000).

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Moon-Rapsody – Jakomin

A fronte di questi mutati scenari, possiamo affermare che “l’aria delle città” non rende più liberi i singoli individui dal punto di vista di una loro presunta mobilità/emancipazione sociale, ma al contrario li “rende soli” (parafrasando il titolo di un saggio di Bauman). Ma allora perché le città sono diventate così inospitali? Che cosa, dal punto di vista propriamente urbano, sta effettivamente scomparendo o è già scomparso?

Piano piano si sta perdendo la concezione – e la pratica – della vita urbana come l’ha conosciuta il Novecento. Assistiamo allo squagliamento del concetto di città come lo avevamo ereditato (L. Gambi, 1990). Il rischio – o l’attuale evidenza – è quello di perdere la città come “luogo d’incontro, di mescolanza, di felice anonimato”. La rinuncia all’attualità di alcune sue storiche proprietà, come la capacità di fungere appunto “da punto d’incontro, da luogo dell’integrazione e da sede privilegiata di palesamento e di espressione dei conflitti”, conduce al manifestarsi di una realtà altra, frammentata, “sempre più svincolata dalle necessità e determinazioni che furono caratteristiche della vecchia città industriale. (2000)”

E allora si verificano quei fenomeni di indifferenziazione spaziale, di non appartenenza al tessuto urbano, di “crescente” diffusione urbana, che dichiarano una volte per tutte la morte di un’idea di centralità della città stessa, legata fondamentalmente alla sua congenita dialettica pubblico/privato, incontro/distanza, in cui si verificavano quei fisiologici conflitti che “purificano l’aria” (come amava scrivere Simmel), e che trovavano il loro riferimento concreto nelle grandi piazze delle città europee, nella loro peculiare valenza fisica e politica.

Questi luoghi di traffico, di passaggio, di flussi ininterrotti di beni, capitali e idee; questi flussi di presenze vicendevolmente estranee che da sempre hanno stimolato le città a diventare i centri propulsivi dell’arte, della creatività e dell’innovazione; tutto questo rischia allora di diventare un agglomerato di individui isolati, parcellizzati, silenziosi, privi di un centro di riferimento fisso e facilmente riconoscibile, la piazza, che si attualizzava vivacemente in quella che viene definita la “dimensione pubblica tradizionale”.

Oggi, invece, le piazze sono vuote per la maggior parte del tempo, e hanno perso quella loro funzione di centralità per ricoprirne di altre, più votate alla frequentazione turistica, all’evento commerciale di turno, piuttosto che alla manifestazione, allo scontro, alla sociabilità, alla rivendicazione di quei diritti e bisogni sociali che, sempre collettivamente e pubblicamente, erano soliti essere espressi a gran voce.

E così la ristrutturazione sociale che ne deriva risulta fortemente frammentata, e le attuali società urbane possono essere divise in un numero crescente di differenti gruppi sociali che solo a volte hanno in comune reti di collegamento, ma che spesso vivono semplicemente fianco a fianco senza interazione alcuna, senza nessun genere di comunicabilità (2011). Tutto questo anche a causa della convergenza tra la già citata ristrutturazione economica e produttiva e l’azione determinante dei media, che “immiseriscono la dimensione pubblica tradizionale, suggerendo così altre forme di pubblicità” (2000).

Life NY - Jokamin

Life NY – Jokamin

A tal proposito, Petrillo precisa ulteriormente la questione affermando che “le modificazioni in corso limitano sempre più l’accessibilità ad una serie di servizi che continuano ad essere situati nei centri, e dato che l’accessibilità quotidiana diretta di spazi e servizi resta determinante per assicurare le occasioni d’incontro, finisce per venir meno la possibilità stessa dell’incontro casuale, che è fondata appunto sull’esistenza e sull’accessibilità di luoghi pubblici e semi-pubblici. […] Si fa strada perciò la consapevolezza di vivere in società in micro-realtà sempre più fondamentalmente eterogenee, divise, segmentate, “autoreferenziali”, tanto da un punto di vista sociale quanto da quello spaziale, non si tratta più di inscrivere la periferia in una relazione con un Centro, quello che si costituisce è un universo di periferie senza centro. In questo senso, la centralità urbana si propone oggi prima di tutto come assenza, come mancanza, come vuoto.”

Per contrastare dunque queste scoraggianti tendenze, bisognerebbe partire prima di tutto da degli assunti di base, e cioè: deve essere promossa l’uguaglianza delle differenze, non la diversità delle uguaglianze. La diversità è la ricchezza che il mondo globalizzato e interconnesso ci ha fornito, e andrebbe valorizzata al meglio. La diversità delle uguaglianze, invece, non fa che accentuare le disparità, ostacolando quella mobilità sociale di cui nessuno o quasi ne parla più.

In questo senso, quindi, è quanto mai necessario che la governance cittadina ascolti ed includa di più, perché ci sono sacche ingenti di esclusione vergognosa a fronte di una società enormemente polarizzata (ricchissimi/poverissimi); che integri di più, perché c’è troppa evidente segregazione, dove i muri non sono più invisibili e creano solo conflitti esacerbati (xenofobia, vecchi e nuovi nazionalismi che non “purificano più l’aria”, anzi); che accolga maggiormente il diverso, lo “straniero”, affinché possa godere degli stessi diritti di tutti; una governance urbana, insomma, che in ultimo sappia ripoliticizzare un senso aggiornato di quella che, una volta, veniva chiamata “passione civile”, e che oggi in pratica non esiste più.

Nel documento “Social challenges of cities of tomorrow”, scritto nel 2011 per la Commissione europea, il Prof. Jan Vranken sottolinea che “although there is no ideal model of urban and regional governance, it is clear that improving urban governance is not just about reforming institutions and finance, it is also about changing attitudes, the culture of governance, and questions of identity. […]‘Good’ (urban) governance then is understood as a political task to redirect traditional values into knowledge-based actor networks, which are able to give social needs the attention they serve, to make use of the economic potentials of diversity as an added value, and to assess different reform strategies for urban areas. Different models and different scenarios of urban governance (from closed circles to very open and participative policy-making systems; from voluntary networks to institutionalised and formalised systems with legally-binding direct democratic instruments) should be assessed to find out how they best foster the relation between exclusion and polarisation on the one hand and cohesion, inclusion and diversity on the other”.

Vorrei concludere con una attualissima “fotografia” di Alessandro Dal Lago:

“La libertà collettiva, l’unica degna di essere vissuta al di fuori di quella domestica, è oggi impensabile. Le associazioni sono private o privato-sociali ma raramente pubbliche, come un tempo erano i partiti o i movimenti politici. La folla si riunisce nei quartieri svago ma sempre meno per dire la sua in pubblico, per approvare, per protestare o per condannare. Ciò d’altra parte è effetto di una trasformazione economica senza precedenti, o meglio dell’assorbimento della società nell’economia, che fornisce oggi non solo il linguaggio dominante, gli scopi e i valori della vita, ma anche le sole possibilità di entrare in relazione con gli altri. È vero, disponiamo della rete, ma questa per definizione non connette persone (essere dotati cioè di un corpo, di un aspetto) ma utenti astratti, siti e indirizzi elettronici. La libertà delle città nell’era globale è solo quella delle merci, materiali o immateriali, ma per il resto nessuno si illude di essere libero se non nel proprio bunker domestico, davanti allo schermo di un computer. […] È chiaro che la partita della convivenza urbana si gioca nelle città ma si vince nella capacità della società in generale di ritrovare un’alternativa reale a un dominio apparentemente incontrastato dell’egoismo organizzato. Oggi, rivendicare il primato del pubblico sul privato (e quindi perseguire un senso collettivo della libertà, privilegiando la socialità sul profitto, gli interessi comuni su quelli delle imprese), sembra poco più di un sogno quando non appare una nostalgia da reduci. Ma è solo da questo sogno che può rinascere un senso della libertà urbana. Altrimenti le città non saranno che vuoti contenitori di esistenze solitarie.”

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Agostino Petrillo, La città Perduta, Edizioni Dedalo, 2000.

Jan Vranken, 2011, Social challenges of cities of tomorrow; issue paper commissioned by the European Commission.

[1] K. Husa, E. Pilz e I. Stacher, Wien 1997.

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Possono darsi spazi pubblici senza sfera pubblica? E viceversa, può la sfera pubblica sussistere nello spazio astratto dei media e in quello virtuale supportato dalle nuove tecnologie senza legami con gli spazi delle relazioni faccia a faccia, casuali o organizzate?

La crisi della politica o più in generale della democrazia – non solo nel nostro Paese, è sovente declinata in termini di disaffezione da parte dell’opinione pubblica per i partiti e di scarsa affluenza elettorale. Per spiegare il fenomeno, altri osservatori pongono invece l’accento sulle trasformazioni della dimensione materiale, concreta, dell’agire politico; in particolare, il restringimento (o lo stravolgimento) dello spazio pubblico urbano, inteso sia come spazio fisico che relazionale, generato quindi tanto dalla pianificazione urbana quanto dalle pratiche sociali. Tra questi osservatori figura Chiara Sebastiani, docente dell’Università di Bologna e autrice del volume Una città una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico (Pellegrini Editore, 2014).

In questa ricca intervista esclusiva per il Conformista, la prof.ssa Sebastiani – con un occhio rivolto alle vicende della Tunisia dopo le ultime elezioni, in specie alla questione islamica e femminile – ci aiuta a comprendere meglio lo stretto rapporto che esiste tra città pubblica e democrazia, ridimensionando, fra l’altro, il ruolo “salvifico” della Rete.

D: Per incominciare… Che cos’è per Chiara Sebastiani lo “Spazio pubblico”? Ci potrebbe dare una sua definizione di “tipo ideale”?

R: Uso l’espressione “spazio pubblico” (rifacendomi ad un paio di importanti pensatori come Juergen Habermas e Hannah Arendt), per designare uno spazio, concreto o astratto, accessibile a tutti, dove ci si tratta – per convenzione – da eguali anche se non lo si è, e dove si discute di questioni di interesse generale, usando argomenti e non posizioni precostituite. E’ lo spazio di formazione di un’opinione pubblica critica e autorevole, non manipolata. “Tipi ideali”, nel senso di “modelli” di spazio pubblico sono l’agorà greca e la piazza medievale. Nelle medine nordafricane il caffè e il barbiere, nei Balcani il bazar. Da notare che quando diciamo “tutti” intendiamo tutti coloro che una determinata società ritiene qualificati a comparire in pubblico. Inizialmente erano esclusi ovunque, o quasi, gli schiavi, gli stranieri, le donne. Quasi ovunque, oggi, si trovano ancora spazi pubblici che escludono le donne (non necessariamente per legge ma per costume). In alcune società esistono spazi pubblici separati per sesso, per esempio, in Nordafrica e Medio Oriente, il hammam.

D: Parliamo del dibattito culturale sull’Islam… Alla luce dell’esito delle ultime elezioni politiche, e vista quindi la sconfitta del partito di orientamento islamista moderato: quale carattere ha assunto, secondo Lei, la legittimazione delle trasformazioni in atto? Ci sono state delle cause particolari che hanno riproposto, sulla scena politica, la maggioranza del versante laico?

tunisia democracyR: Le ultime elezioni in Tunisia hanno innanzitutto consolidato le istituzioni democratiche: si è votato per la seconda volta in modo libero e trasparente, eleggendo un’assemblea legislativa “ordinaria”, legittimata dal voto popolare e destinata a restare in carica cinque anni. In secondo luogo le elezioni, con l’assetto tendenzialmente bipartitico che hanno dato al nuovo parlamento, hanno “sdoganato” – per quanto paradossale ciò possa sembrare – proprio Ennahdha, cioè quel partito islamista moderato che le opposizioni si proponevano di escludere dalla scena politica. La sconfitta di Ennhdha mostra che il suo elettorato non era costituito solo da uno zoccolo duro di sostenitori fideisti (il cosiddetto “voto di appartenenza”) ma anche da un elettorato di “opinione” di cui una parte, delusa, ha votato per il suo avversario, dando vita ad una “alternanza” propria di un sistema democratico. Inoltre, essendo comunque Ennhdha risultato il secondo partito in parlamento, i futuri assetti di governo e molte delle leggi (in particolare quelle che richiedono un voto a maggioranza qualificata) dovranno essere negoziate con quella forza politica.

E’ peraltro improprio parlare di “ritorno della maggioranza laica”: questa in Tunisia non è mai esistita e non esiste nemmeno oggi. Nel 2011 i partiti che si definivano “laico-modernisti” conobbero una pesante sconfitta; nel 2014 il vincitore, Nidaa Tounès, è un partito che rifiuta esplicitamente di definirsi “laico”. Più proprio è quindi parlare del successo di una formazione politica antislamista, creata ad hoc per riunire le forze che si oppongono all’islam politico.

Questa formazione ha attirato (in Tunisia dicono ha “syphonné” ha risucchiato) il voto di individui e gruppi con sensibilità diverse e motivazioni diverse. E’ stato un voto “voto-sanzione” nei confronti di Ennahdha degli elettori delusi e un voto strategico (o “voto utile”) di un’opposizione la cui precedente frammentazione aveva contribuito in buona parte al successo degli islamisti. Hanno votato Nidda Tounès coloro che aspettavano dalla rivoluzione un miglioramento delle loro condizioni di vita e hanno spesso visto un peggioramento (“non ci è arrivato nulla”), coloro che attentati terroristici, omicidi politici e lunga latenza delle forze dell’ordine hanno spaventato (“ai tempi di Ben Ali almeno si stava tranquilli”), coloro che si sono sentiti minacciati nel proprio modo di vita, soprattutto le donne (“volevano imporci il loro modello di società, ci avrebbero costrette tutte a portare il hijab“). Ai quadri di Nidda Tounès, partito in cui sono confluiti storici personaggi dell’epoca di Bourguiba e di Ben Ali – il leader Essebsi è stato ministro sotto ambedue – si attribuisce esperienza e competenza in virtù delle cariche pubbliche da loro occupate dall’Indipendenza ad oggi. Due parole sintetizzano le aspettative di quasi tutti gli elettori di Nidda Tounès: “sicurezza” (contro il terrorismo) e “stabilità” (per la ripresa economica).

Come si vede, il dibattito culturale sulla natura dell’islam ha avuto un ruolo secondario in queste elezioni, rispetto a quelle del 2011. I fallimenti e gli errori del governo a maggioranza islamista che gli hanno fatto perdere consensi sono altri, alcuni quasi inevitabili. La performance economica non è stata negativa come sostengono gli oppositori, tenuto conto delle ricadute inevitabili della rivoluzione su settori chiave quali il turismo. Le più grandi difficoltà il governo le ha incontrate nel suo rapporto con l’apparato statale, un apparato “di regime” costruito da Ben Ali, e con il sindacato unico UGTT i cui quadri in larga parte provengono dalla sinistra marxista, gli uni e gli altri da sempre avversari dell’islam politico. All’interno dell’apparato statale Ennahdha non ha saputo costruire alleanze con quella parte di personale attaccato alla imparzialità e alla correttezza della funzione pubblica, preferendo piazzare uomini di sua fiducia nei posti chiave, né è riuscita a rassicurare quella parte importante del ceto medio intellettuale, gli insegnanti in primis, formati nella tradizione illuminista del bourguibismo e del laicismo francese. In quanto al terrorismo, in Tunisia esso può venire da frange islamiste radicali (tipo Brigate Rosse), da jihadisti qaedisti delle aree interne (che approfittano dell’ingente penetrazione di armi dalle frontiere libica e algerina), e da settori dello stato non convertiti alla rivoluzione. In questo contesto difficile da gestire per chiunque gli uomini di Ennahdha (che non avevano nessuna esperienza di governo essendone stati sempre esclusi) di errori ne hanno commessi una quantità ingente.

D: Ritornando alle considerazioni sullo spazio pubblico… Durante la lettura del suo libro ci siamo più volte chiesti: perché, in generale, il corpo nello spazio pubblico, dopo una prima “riconquista” in senso civico, finisce poi per diventare quasi sempre uno strumento strategico per il raggiungimento del potere politico? Quali condizioni e quali variabili di luoghi e pratiche occorrono affinché quello spazio pubblico valorizzi, e quindi faccia durare nel tempo, una sfera pubblica di tipo “civico-sociale”? (Anziché, unicamente, una sfera pubblica di tipo “politico”?)

Supporters-of-Beji-Caid-E-012R: In tutte le società patriarcali il corpo delle donne è sempre stato la posta in gioco di lotte per il potere politico e di competizioni per l’esercizio dell’egemonia culturale. Nel modo in cui appare e agisce nello spazio pubblico esso rinvia sempre simbolicamente a determinati assetti sociali e culturali sicché chi vuole conquistare una società e imporle la sua supremazia cerca di farlo conquistando e controllando il corpo delle donne. Ciò non avviene solo nelle forme brutali dello stupro etnico. I colonizzatori francesi in Algeria combatterono strenuamente il velo delle donne perché quello era il simbolo di una intera cultura e dei suoi valori. Oggi la battaglia ideologica è più sofisticata. In Tunisia i diritti delle donne sono stati invocati in funzione anti islamista ma rischiano di essere dimenticati non appena raggiunto l’obiettivo, come non mancano di sottolineare alcune leader del femminismo storico.

L’unico modo per impedire che lo spazio pubblico diventi spazio di lotta per il potere è un presidio costante dei cittadini. Affinché uno spazio pubblico sia davvero luogo di pratiche discorsive civiche e sociali che consentano la formazione di un’opinione pubblica libera e critica occorrono due cose. La prima è che esso abbia la sua base in una dimensione spaziale fisica, urbana, dove i rapporti sono faccia a faccia. In ultima analisi, la possibilità sempre presente – anche quando si frequentano spazi mediatici e virtuali – di ritrovarsi in uno spazio di compresenza fisica è l’unica garanzia contro le manipolazioni dell’opinione pubblica. La seconda è che questo spazio materiale – quali che siano le sue forme: strade e piazze, caffè e teatri, cinema e mercati –  sia “appropriato” dai cittadini, cioè venga investito, materialmente, simbolicamente, affettivamente, da pratiche spontanee o auto-organizzate che nascono dal basso, non da attività programmate dall’alto. Ciò peraltro è possibile soltanto se i cittadini conservano il gusto per l’incontro e il confronto tra sconosciuti, e finché apprezzano la possibilità di avere spazi in cui “tutti parlano con tutti” come dice una delle mie intervistate nel libro. Nelle nostre città lo abbiamo perso in gran parte. Basti guardare un qualsiasi potenziale “spazio pubblico”: ognuno è ripiegato sul proprio cellulare e isolato dalle proprie cuffie nelle orecchie. In Tunisia potrebbe perdersi o se i cittadini cedono alla paura della violenza o se si lasciano convincere dalle voci interessate che sostengono che la libertà d’espressione è conquista di poco conto a fronte dei problemi materiali del popolo. Lo spazio pubblico, infatti, si conserva solo nella misura in cui viene ricreato e praticato quotidianamente dai cittadini. Non distinguerei tra spazio “civico” e “politico”; ritengo che questa distinzione (che riduce il politico a lotta tra i partiti) abbia una forte connotazione ideologica e sia funzionale ad una depoliticizzazione della società che favorisca il dominio del mercato. “Politico” e “civico” derivano ambedue (l’uno in greco, l’altro in latino) dal termine “città” inteso non solo come habitat ma come comunità e come corpo che determina cosa è il bene comune.

D: Abbiamo visto come nel dibattito mass-mediatico si tenda oggi a ridurre la sfera pubblica al solo livello astratto e virtuale, senza tener conto delle “ragioni della strada”; (come è avvenuto, d’altronde, anche in occasione di questa particolare rivoluzione). Lo stesso Bauman afferma che “oggi qualunque forma di prossimità è destinata a misurare i propri pregi e difetti in base agli standard della prossimità virtuale” … Cosa risponde a queste affermazioni, considerata anche la “compressione” della sfera pubblica da Lei stessa constatata in Tunisia due anni dopo la rivoluzione? Il virtuale, da questo punto di vista (cioè considerando una presunta vitalità della sfera pubblica), sta davvero prendendo il sopravvento sul reale?

R: La sfera pubblica virtuale è fatta di individui (malgrado il grande uso del termine “community”); la sfera pubblica materiale costituisce un collettivo. Sono due tipi di spazi pubblici dotati di caratteristiche, pregi e difetti, molto diversi tra di loro. Una rivoluzione non può farsi online anche se la rete e le sue piattaforme possono essere utilissime per preparare una mobilitazione e per fornirle un appoggio logistico prolungato nel tempo. La presenza dei corpi nello spazio è il fondamento stesso della politica (altrimenti perché ci preoccuperemmo tanto dell’accesso delle donne agli spazi pubblici materiali?). La Rivoluzione tunisina si è fatta negli spazi, e molti di questi sono diventati simboli: l’avenue Bourguiba, la Kasbah di Tunisi, ma anche la Piazza dei Martiri di Kasserine, per esempio.

Il regime di Ben Ali è convissuto per anni con una sfera pubblica virtuale critica: sottoposta a censura, certo, ma spesso in grado di aggirarla. Il gesto che ha trasformato i sollevamenti di strada in rivoluzione – il suicidio di protesta con il fuoco di Bouazizi – non aveva nulla di virtuale. Due anni dopo la rivoluzione la sfera pubblica, più che “compressa”, si è frammentata. All’unità del popolo che ha voluto la cacciata di Ben Ali sono subentrati schieramenti politici con visioni contrastanti sul tipo di paese che si vuole costruire dopo la Rivoluzione. Tuttavia la libertà di espressione nelle strade è a tutt’oggi totale e in generale lo stesso si può dire per le associazioni e i media. La sfera pubblica oggi è più minacciata dalla disaffezione che dalla repressione. La svalutazione della libertà di espressione, la voglia di toglierla agli avversari, possono far venir meno quella che è stata la prima conquista del popolo e la più strenuamente difesa. Ma anche le illusioni sulla sfera virtuale hanno lasciato il posto a una visione più critica: molti oggi lamentano un eccesso di violenza verbale e insulti sulla rete.

Lo scenario possibile, in certi momenti realizzato, non si configura come “sopravvento del virtuale” ma piuttosto come riflusso: la gente si rifugia nel proprio spazio privato e da lì “partecipa” con il pc. Per contrasto, la campagna elettorale di queste legislative, e anche quella in corso per le presidenziali, sta rivalorizzando il contatto diretto, faccia a faccia.

An artist rendering of retail shops at the redeveloped World Trade Center, a New York landmarkD: Siamo arrivati alle conclusioni. Ci preme farle un’ultima domanda in riferimento al nostro contesto occidentale, più precisamente riguardo alla crisi della “città pubblica” e, più in generale, alla crisi delle democrazie… Quali sono, secondo lei, le maggiori cause che hanno portato allo “sfiatamento” della sfera pubblica nei classici “luoghi praticati”, come piazze, strade, biblioteche etc…? È possibile che incontri e pratiche di queste genere, se ancora esistono, debbano avvenire – giusto per generalizzare al massimo – nei centri commerciali? Quali sono i rimedi a queste scoraggianti tendenze?

R: Già Habermas attribuiva la dissoluzione della sfera pubblica alla sua “colonizzazione” da parte del mercato da un lato, dei partiti e delle istituzioni pubbliche dall’altro. Nel contesto attuale, che è quello del trionfo del mercato sul politico, alla “città pubblica” viene negata ragione di esistere nella misura in cui non genera reddito e non attira investimenti. Ciò è reso possibile dal fatto che i cittadini da tempo hanno rinunciato a difenderla e intere città (penso al centro storico di Venezia o di Firenze) che per secoli furono liberi comuni orgogliosamente difesi dai cittadini sono state abbandonate e svendute a forestieri arrivati non con le armi ma con il denaro.

Perché ciò sia avvenuto è stato necessario fare dell’individuo (non dell’uomo) il valore supremo, distruggendo le forme di solidarietà (si pensi alle trasformazioni dell’organizzazione del lavoro) e rendendo ogni aggregazione (in primis la famiglia) esclusivamente funzionale al consumo. Non stupisce quindi che oggi si moltiplichino spazi “pseudo-pubblici” come i centri commerciali che Bauman definisce “templi del consumo”.

Sembra insomma che capitalismo avanzato e democrazia di massa siano incompatibili con quella “sfera pubblica borghese” nata in Europa tre secoli fa. D’altra parte sono questi che hanno fatto dell’Europa il posto a cui tantissimi giovani oggi in Tunisia, malgrado la Rivoluzione o a causa di essa, guardano, aspirando disperatamente a viverci o a modellare il paese a sua somiglianza: per via del grandissimo benessere materiale, della enorme ricchezza culturale, della straordinaria bellezza e varietà dei suoi paesaggi e delle sue città, dell’infinita libertà di ciascuno di vivere, comportarsi e consumare come meglio crede. E occorre fare un grande sforzo di spostamento di prospettiva per capire che tutte queste affermazioni, oggi, sono vere e false al tempo stesso, corrispondono da un lato a realtà dall’altro a illusioni.

I “rimedi” in questa fase, in Europa (“Occidente” è termine che non regge più, il confine invisibile che passa attraverso la Manica, separando un mondo anglo-sassone da un mondo euro-continentale è assai più profondo di quello che attraversa il Mediterraneo), sono da un lato pratiche di resistenza e conservazione, dall’altro pratiche di apertura. All’interno, si tratta di conservare e trasmettere il più possibile tutti quei beni e valori elencati, più o meno come hanno fatto i monaci medievali dopo la dissoluzione dell’impero romano. All’esterno, si tratta di guardare a ciò che succede lungo quell’ “arco di crisi” a est e a sud dove un fiume in piena preme sulla fortezza Europa. Dalle mie parti (una delle mie tante parti) quando la piena del Po arriva a livelli minacciosi il Magistrato alle Acque può ordinare di tagliare l’argine in certi punti, permettendo un allagamento controllato di pezzi di territorio per salvare l’insieme da inondazioni disastrose.  Forse l’Europa ha meno da perdere ad aprirsi che ad insistere a difendersi chiudendosi.

Francesco Paolo Cazzorla

Federico Stoppa

Un ringraziamento alla Prof.ssa Chiara Sebastiani per la sua preziosa disponibilità nel rispondere alle nostre domande.

Un ringraziamento speciale a Francesca Bartoli dell’Ufficio stampa Comunicattive per aver reso possibile tutto questo.

Chiara Sebastiani: insegna Teoria della sfera pubblica e Politiche locali e urbane presso l’Università di Bologna.  Nata a Vienna, ha vissuto all’Aja, a Sidney e a Tunisi. Ha intrapreso la carriera universitaria di sociologa e politologa alla Sapienza di Roma, proseguita presso l’università della Calabria e approdata infine all’Alma Mater di Bologna. La ricerca sul campo è sempre stata una parte importante della sua attività: ha partecipato a indagini empiriche su larga scala – sui militanti e i quadri del Pci, sui lavoratori dell’Italsidier di Taranto, sulle donne nei governi locali – e ha svolto ricerca qualitativa indipendente. È autrice di La politica delle città (il Mulino 2007). Ha curato Conversazioni, storie, discorsi (con G. Chiaretti e M. Rampazi, Carocci 2001). Ha tradotto e curato l’edizione italiana della Sociologia della Religioni (2 voll., Utet 1988) di Max Weber.

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ionescu bogdan - urban

ionescu bogdan – urban

Le aree abitate sono definite «urbane e vengono chiamate città quando sono caratterizzate da una densità di popolazione e da tassi di interazione e comunicazione relativamente alti» (Bauman, 2007: 81). Dunque, l’elevata densità dell’interazione umana che contraddistingue le città coincide, nei luoghi urbani, con il diffondersi della paura, e cioè con quel tipico sentimento di insicurezza correlato, solitamente, all’incontro-scontro con il diverso.

Come sostiene Ellin,[1] la protezione dal pericolo è stato un incentivo primario alla costruzione delle città, i cui confini erano spesso definiti da mura imponenti o da palizzate. Coloro che rimanevano al di fuori di questi confini erano solitamente i nemici, a cui non era permesso di valicarli. Tali linee di demarcazione permettevano, inoltre, di individuare una distinzione simbolica – e soprattutto rassicurante – tra un noi e un loro. Tuttavia negli ultimi cent’anni, poco più poco meno, la città, da luogo di relativa sicurezza, è giunta ad essere associata più al pericolo che all’incolumità (Ellin, 2003). Per questo si può sostenere che le diverse fonti del pericolo si siano interamente insediate e trasferite nelle aree urbane, e che le categorie identificative del noi e del loro convivano strettamente a contatto mescolandosi nelle strade cittadine (Bauman, 2007).

In chiave antropologica, si può parlare di luoghi (in questo caso di luoghi urbani) come spazi culturalmente connotati, e cioè nel duplice senso che trasmettono cultura essendo però anche contemporaneamente manipolati dai soggetti stessi che li vivono. (Callari Galli, 2007). Detto ciò, si può affermare che lo spazio è sia contenitore che contenuto di cultura; in questo modo si presenta sia come agente della produzione culturale che come agito dal punto di vista culturale. Si vede così come, proprio in questa azione culturale – che viene esercitata nello spazio e sullo spazio –, si possano sviluppare le potenziali divergenze e conflittualità tipiche di quei gruppi e di quelle popolazioni a stretto contatto tra loro e che, per l’appunto, vivono e fruiscono quello spazio attraverso le loro diverse rappresentazioni, simbolicamente e/o culturalmente connotate. Ecco che allora «gli usi e i valori conferiti allo spazio entrano nella costruzione della quotidianità dei soggetti, del loro orizzonte di senso, e questo concorre a performare, quando non propriamente trasformare, gli spazi» (Callari Galli, 2007: 187).

Attualmente, gli sviluppi dei mutamenti che stanno interessando la città vanno anche in questa direzione, e la significatività con cui si manifestano gli indici di diversità al suo interno – attraverso la presenza di estranei sfuggenti, misteriosi ed inquietanti – non fa che incrementare la percezione dell’insicurezza urbana. Quest’ultima però, è bene precisare, fa riferimento ad una pluralità di dimensioni problematiche, le quali non possono essere sempre ricondotte ai comportamenti devianti o agli atti di microcriminalità compiuti dai soggetti diversi che si ritrovano a “scontrarsi” e a vivere insieme. Infatti, l’ambiguità del termine “insicurezza”, e i discordanti punti di vista che nascono da riflessioni in proposito, prendono atto della contingenza delle dimensioni ad esso correlate, rendendo così difficoltosa una presa di posizione in chiave risolutiva, e dunque politica.
Sicuramente, tra queste dimensioni, il cosiddetto degrado urbano e sociale tende ad emergere tra quelle che, maggiormente, contribuiscono ad incrementare il senso di insicurezza percepito (Pavarini, 2008). Come sostiene Pavarini «è degradato quel territorio metropolitano segnato da fenomeni e da comportamenti sociali che nel loro manifestarsi violano norme che ad alcuni (molti o pochi) sembrano condivise, concernenti lo spazio pubblico e una certa regolazione convenzionale del tempo sociale; e questo può manifestarsi per la presenza di fenomeni di disordine fisico (graffiti, accumulo di sporcizia ecc…) e/o sociale (tossicodipendenti, spacciatori, vagabondi ecc…); [oppure] per altre testimonianze di incuria che danno la sensazione di un’Amministrazione pubblica inadempiente e inefficiente» (2008: 117).

C’è da dire, inoltre, che l’insicurezza – anche in riferimento a ciò che si intende per degrado – prende forma da due modi di intendere e di rilevare la sicurezza stessa, e che può essere distinta in: sicurezza oggettiva e sicurezza soggettiva. La prima si riferisce ad un basso rischio di subire reati (e quindi di essere vittima da reati); la seconda, invece, fa riferimento alla percezione prettamente soggettiva di essere al riparo da quello stesso rischio. La complessità che deriva da questa distinzione, pone questi due versanti della sicurezza in un rapporto tra loro problematico: infatti «può accadere che un alto tasso di paura possa non essere collegato a un’oggettiva alta probabilità di vittimizzazione, rilevata in base al numero di reati commessi per zona, ma può accadere anche l’inverso, cioè che un alto rischio di vittimizzazione può non essere collegato ad un corrispondente livello di preoccupazione/insicurezza» (Callari Galli, 2007: 180).
Così, al crescere della percezione di insicurezza, dovuta come visto ad una molteplicità di dimensioni – ma anche distinguibile in base al tipo di sicurezza a cui si fa riferimento –, si rende sempre più pressante una domanda di sicurezza da parte dei cittadini, che si rivolge a chi la governa ponendo inoltre la questione di come le istituzioni possano e debbono rispondere a tale sollecitazione (Sebastiani, 2007). Nella maggior parte dei casi, la costruzione dei problemi di insicurezza urbana – soprattutto nelle rappresentazioni di molti soggetti locali – crea un allarme sociale generalizzato, a causa di una loro maggiore visibilità e concretezza all’interno di un quadro quotidiano di interazioni e contatti sociali, esperiti sul terreno dello spazio della città. Diversamente, poiché si è visto che tali problematiche hanno una natura composita e multidimensionale, questa loro evidente precipitazione spaziale deve essere intesa solo come una conseguenza ultima di processi e percorsi che hanno un origine lontana, e che provengono dunque da emergenze meno manifeste (Bricocoli, 2005). Ecco perché la palese complessità con cui si presentano tali problematiche sembrerebbe richiedere, soprattutto al governo locale, una capacità di ricomposizione dell’azione pubblica «a partire dalla ridefinizione specifica e successiva dei problemi prima ancora che delle “soluzioni”» (Bricocoli, 2005: 174).

Christopher Rees - Urban landscape

Christopher Rees – Urban landscape

Dunque in quest’ottica, e come già è stato già accennato, la sicurezza urbana dovrebbe essere rappresentata come un insieme di problematiche che non possono far riferimento solo ed esclusivamente ad atti criminali o a questioni di ordine pubblico. Seppure molto spesso la domanda di sicurezza viene accolta in questi termini, le strategie di intervento vanno in tutt’altra direzione (Bricocoli, 2005): infatti, invece di costruire delle politiche di carattere comprensivo – che rispondano dunque coerentemente ad una certa complessità – si fa unicamente affidamento all’implementazione di interventi orientati ad una visione fortemente riduttiva. In questo modo, vengono coinvolte le strutture della polizia locale e altri soggetti esterni (vedi soggetti privati per la sorveglianza, gruppi di volontari ecc…) che hanno una maggiore presa, in quanto predispongono – in tempi rapidi – delle risposte maggiormente visibili alle pressanti sollecitazioni dei cittadini.

Come sostiene Bricocoli, in conseguenza di ciò – e quindi in riferimento ad una certa connotazione delle politiche per la sicurezza centrate solo sugli interventi della polizia locale – avviene un doppio processo, che vede da un lato «la sottrazione delle istanze di insicurezza alla problematizzazione che la loro natura composita e articolata invece richiederebbe, e [dall’altro] la sottrazione dal campo dell’azione pubblica di una serie di soggetti ed attori che fanno riferimento al dominio delle politiche e dei servizi sociali» (2005: 174-175). In ultimo, proprio nel merito di queste considerazioni, si può affermare che il tema della sicurezza, e in particolare della sicurezza urbana, funga da “collettore” di tutta una serie di questioni e criticità che, sottratte ad altre rappresentazioni e possibili forme di intervento, vengono convogliate in quello specifico campo di saperi – e di forme d’azione – che fa esclusivamente riferimento al controllo sociale e all’ordine pubblico. Per questo motivo, l’individuazione da parte dei decisori politici della polizia locale come unica risposta plausibile alle diverse problematiche emergenti, rende marginali altri settori del governo locale, che potrebbero rivestire il ruolo di interlocutori privilegiati nella programmazione di interventi ed azioni (Bricocoli, 2005).

Come suggerisce Olivetti Manoukian (2008), la scarsa o debole legittimazione dei servizi (intesi come servizi sociali in senso lato) da parte della cittadinanza, può essere ricondotta al fatto che non accolgono e/o intercettano, in maniera efficace, il disagio sociale che è collegato alla percezione di insicurezza. Dunque si potrebbe supporre che, poiché i servizi intervengono solo laddove viene esplicitamente richiesto, «sono più orientati a svolgere degli interventi individuali che a realizzare lavoro sociale nel sociale» (Olivetti Manoukian, 2008: 4). Questa specifica predisposizione, tende in un certo senso a svilire la potenziale presenza dei servizi sul territorio in termini rassicuranti per la cittadinanza, occupandosi al contrario – ed unicamente – di quelle situazioni che, una volta accolte, vengono trattate secondo le solite procedure standard, per giunta non sufficientemente adeguate a cogliere l’essenza del disagio nella sua globalità (Olivetti Manoukian, 2008).

Infatti, volendo risalire ai tratti prevalenti di questo disagio non si può solo fare riferimento a chi vive in uno stato di deprivazione, di indigenza, di dipendenza da sostanze, ecc… Il disagio sociale, al contrario, ha assunto una pluralità di forme, e va identificato anche – e non solo – nelle difficoltà di interazione che la maggior parte della gente ha con singoli e gruppi diversi, additati molto spesso come unica minaccia o unico pericolo. Inoltre bisogna considerare l’influenza dell’immaginario rispetto al futuro che, mostrandosi così gravido di incertezze per le traiettorie delle singole carriere biografiche, costringe gli individui a focalizzarsi maggiormente sul presente, per difendere il più possibile quello che si è e quello che si ha. L’angoscia derivante dall’esposizione a rischi imprevedibili, pertanto, «si riversa in una pluralità di attese/pretese, in domande che devono ottenere risposte innanzi tutto rassicuranti al di là di quello che specificamente contengono, in paure che devono trovare degli oggetti a cui riferirsi per poter almeno essere nominate» (Olivetti Manoukian, 2008: 4).

Ecco perché si richiede, tanto frequentemente, l’intervento della polizia locale, trasformando in questo modo dei problemi di natura sociale in problemi di ordine pubblico (Olivetti Manoukian, 2008), che necessitano non solo di un controllo capillare sul territorio, ma anche di un trattamento repressivo se non violento. Tuttavia, a fronte delle nuove forme di disagio, gli operatori dei servizi hanno delle conoscenze e competenze molto importanti da valorizzare e, in questo senso, come sostiene Olivetti Manoukian, i servizi possono avere un ruolo decisivo per contribuire a rendere più esplicite e più leggibili le scelte che si fanno rispetto al disagio sociale.

In conclusione è utile dire che la promozione di progettualità e di integrazione degli interventi può offrire ai servizi un’opportunità di contatto e di comunicazione, non solo con chi si rapporta e richiede direttamente quel servizio – perché in uno stato di evidente difficoltà – ma anche con coloro che vivono quel territorio e che, molto spesso, tendono a semplificare i problemi richiedendo soluzioni di stampo autoritario. In questo modo, il compito dei servizi presenti sul territorio risulta cruciale, in quanto essi possono offrire letture meno semplificate di quelle circolanti e indicare «strade un po’ più promettenti di quelle che paiono riscuotere unanimi consensi» (Olivetti Manoukian, 2008: 1).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

 
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Bibliografia di riferimento

Bauman Z., 2007, Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Bari, Laterza.

Bricocoli M., 2005, Insicurezza, città e politiche in affanno in Bifulco L. (a cura di), Le politiche sociali: temi e prospettive emergenti, Roma, Carocci.

Callari Galli M., 2007, (a cura di), Mappe urbane. Per un’etnografia della città, Rimini, Guaraldi.

Olivetti Manoukian F., Maggio 2008, La domanda di sicurezza può non investire i servizi? Tracce per una discussione pubblica, Rivista Animazione Sociale, Gruppo Abele.

Pavarini M., 2005, Il governo del bene pubblico della sicurezza a Bologna: analisi di fattibilità, 2008, Bologna: riflessioni sul degrado, Bologna, Rivista Il Mulino n°1.

Romania V., Zamperini A., 2009, La città interculturale: politiche di comunità e strategie di convivenza a Padova, Milano, Angeli.

Sebastiani C., 2007, La politica delle città, Bologna, Il Mulino.

Siza R.,  2002, Progettare nel sociale. Regole, metodi e strumenti per una progettazione sostenibile, Milano, Angeli.


[1] Ellin N., 2003, cit. in Bauman Z., Modus vivendi: inferno e utopia del mondo liquido, Roma, Laterza, 2007.
Flickr - bikash01

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Viviamo nell’epoca della dimenticanza, di un oblio crescente e perpetuo. Mi sa che ci siamo talmente dentro che ormai le nostre braccia sollevate in alto non riescono più a gesticolare per imitare un seppur lontano SOS (“Save our souls” – oppure “Siamo Ostinatamente Spacciati”). Questo non vuol dire che dimentichiamo sempre più spesso cosa abbiamo mangiato ier l’altro; questa dimenticanza, penso, sia orami per tutti quanti all’ordine del giorno. È piuttosto un’amnesia più profonda quella di cui sto parlando, un’amnesia che identificheremo come collettiva, ovvero la dimenticanza del nostro povero e abbandonato e ormai chi se lo ricorda più patrimonio culturale (cioè quello che andava sedimentato, quello che doveva “incidersi” per sempre nelle nostre menti).

Come è potuto accadere tutto ciò? Che cosa significa che la nostra memoria viene abbandonata a se stessa senza alcuna preoccupazione da parte nostra? Perché siamo diventati talmente noncuranti da condannare sistematicamente le nostre personali, abituali e/o cognitive memorie all’oblio? Beh, a dire il vero, un po’ di timore c’è stato, e precisamente a partire da quell’infernale periodo in cui l’intero mondo era diventato carne da macello, e stava letteralmente implodendo in quelle che sono state le catastrofi più disumane di tutti i tempi: i due tremendi conflitti mondiali. E allora come si è cercato di rimediare a tutto ciò? Cosa ha fatto l’uomo saputello e così colmo di rimorso? Ha utilizzato l’antidoto dell’ipermnesia, ovvero quell’attività maniacale che si identifica, precisamente, nel recuperare tutto il recuperabile affinché questo materiale mnemonico non venga dimenticato; un’attività parecchio febbrile, a dire il vero.

“Se rappresentata attraverso un diagramma cronologico, la produzione virtualmente infinita di libri e articoli sulla memoria culturale a cui si è assistito negli ultimi vent’anni assomiglia a una febbre sempre crescente, come quella di un malato le cui condizioni sono registrate su una cartella clinica.” Sì, proprio così: viviamo in una società malata di amnesia, in uno stato di malattia terminale dovuta alla mancanza di memoria per ogni cosa. Ecco perché il tema della memoria è oggi tanto sentito, guai a toccarglielo: sarebbe un oltraggio!

In passato, l’”arte della memoria” garantiva un ordine alle cose utilizzando la topografia, e cioè la rappresentazione grafica dei luoghi. Il luogo o l’insieme di luoghi, reali o immaginati, funzionano un po’ come una griglia, su cui poi vengono situate in un certo ordine le cose che si dovrebbero ricordare: così si ripercorre mentalmente la griglia dei luoghi attraversandoli uno dopo l’altro. Il presupposto dell’intero sistema è che l’ordine dei luoghi possa preservare l’ordine delle cose da ricordare. In risposta alle atrocità delle due guerre prima menzionate cominciarono ad elevarsi monumenti commemorativi, perché fondamentalmente “la minaccia dell’oblio genera la commemorazione” ma, reciprocamente (e paradossalmente), “la costruzione di monumenti commemorativi genera a sua volta oblio”.

E perché mai tutto ciò? Perché, evidentemente, i monumenti ai caduti, ad esempio, nascondono in realtà il modo in cui i soldati morivano; nascondono i cosiddetti “incidenti” di guerra e quindi operano una selezione forzata su ciò che dobbiamo ricordare e su quello che verrà praticamente omesso. Con l’”aiuto” dei monumenti, non ricordiamo mica il sangue, i pezzi di corpi che volavano in aria, i cadaveri maleodoranti che rimanevano per mesi senza sepoltura; ma immagazziniamo solamente una piccolissima parte di tutto quello che, con le cose obbrobriose, davvero non c’entrano nulla: abbiamo una flebile memoria “distorta”. E quindi “il bisogno consolatorio di rendere le azioni passate apparentemente necessarie costringe la gente a dare senso a cose che non avevano senso”.

Il problema della dimenticanza ai giorni nostri però, è legato anche al modo di concepire e di vivere l’esperienza individuale del tempo. Si può parlare, ad esempio, del tempo del processo lavorativo, che ci viene completamente oscurato. Sappiamo qualcosa, per caso, riguardo al processo di lavorazione che c’è dietro, ad esempio, alla costruzione di quel divano dove ci accomodiamo ogni sera per cercare un ristoro al termine della giornata? Io so solo che è comodo (in realtà no; è comodo perché la sera sono distrutto). E ancora. Si può parlare del tempo di sopravvivenza degli oggetti che ci circondano, che hanno (non dimentichiamolo!) una vita propria; e sprizzano anche di sentimenti da tutti i pori… Dicevo, gli oggetti ormai vivono di più del loro valore di scambio piuttosto che del loro valore d’uso (quanti “iPhone” hai cambiato nella tua vita? Ti senti in colpa perché hai solo il modello precedente? Su, non fare così! Non vedi che a Milano, ovunque ti giri, i palazzi più elevati vogliono donarti una specie di conforto dicendoti, in maniera plateale, che solo per te, per la tua “salvezza”, è uscita l’ultimissima versione superfiga che non ha ancora nessuno? Dai corri! Che cosa stai aspettando? Sei già fuori moda bello mio, e ricorda: la tua “dea modasparisce altrettanto rapidamente quanto rapidamente compare; ecco che arriva la famosa obsolescenza programmata, sì, proprio lei…).

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Quindi il valore d’uso degli oggetti se ne va a farsi friggere. Se il valore d’uso va a farsi benedire, noi dimentichiamo la nostra storia “romantica” con quell’oggetto. E ancora. La temporalità delle nuove carriere lavorative, tutte precarie e tutte con una data di scadenza che ritma la nostra “grande motivazione” al lavoro; e sì, perché si sa, noi giovani siamo troppo choosy. Questo fenomeno, della carriere lavorative precarie, non fa che concentrare il nostro lavoro sull’esperienza immediata, e non ci permette di dare una continuità storica a quello che facciamo. E quindi? Anche qui oblio, sfiducia culturale.

Poi c’è la celebre dimenticanza provocata dallo sviluppo scriteriato delle grandi città, delle scale di insediamento urbano, che non si sviluppano più attorno ad un unico centro focale (prima, infatti, c’erano le grandi cattedrali che davano un gran esempio di memorabilità), quel punto d’incontro e di sensibilità culturale che permetteva un orientamento spaziale per le strade della città. Ora ci si sono questi sviluppi urbani un po’ amorfi, che si propagano ovunque e per ogni direzione: le cosiddette città policentriche. Questi centri urbani sconnessi sradicano letteralmente la loro memoria storica (questo per fortuna in Italia è ancora un processo limitato; ma non temete: ci stiamo arrivando anche noi).

Ci sarebbe ancora molto da dire… Ma arriviamo a quello che ci tocca di più da vicino, anche ora, in questo momento: il bombardamento informativo. “Un’eccessiva informazione, sembra, è uno dei migliori stimoli a dimenticare”.

ARCHIV - Menschenmassen sind auf einer Straße in Tokio unterwegs, Archivbild vom 30.03.2010. Das Risiko, an Depressionen oder Angststörungen zu erkranken ist Studien zufolge bei Städtern deutlich höher als bei Menschen, die auf dem Land leben. Bei Kindern, die in Großstädten aufwachsen, ist zudem das Schizophrenie-Risiko zwei- bis dreimal so groß. Wissenschaftler haben jetzt herausgefunden, dass zwei für die Regulierung von Stress und Emotionen zuständige Hirnregionen durch das Stadtleben beeinflusst werden, wie Professor Andreas Meyer-Lindenberg vom Zentralinstitut für seelische Gesundheit (ZI) in Mannheim der Nachrichtenagentur dpa sagte. EPA/KIMIMASA MAYAMA (ACHTUNG: Sperrfrist 22. Juni 1900 Uhr, zu dpa-Text "Städter haben höheres Depressionsrisiko" vom 22.06.2011) +++(c) dpa - Bildfunk+++

DPA – Menschenmassen sind auf einer Straße in Tokio unterwegs, Archivbild vom 30.03.2010.

Vi lascio  alle parole di Paul Connerton, l’amico che, sussurrandomi all’orecchio, mi ha aperto gli occhi su questa nostra tremenda, e spesso inconsapevole, tendenza a dimenticare: “Accelerando il tempo, l’uso del computer immerge gli individui in un iperpresente, in un’immediatezza intensificata che, allenando l’attenzione dello spettatore a una rapida successione di microeventi, rende ancora più difficile concepire come “reale”anche il passato a breve termine, poiché il presente è percepito come un periodo di tempo rigorosamente delimitato e del tutto slegato dalle cause passate. Non è forse un caso se il termine “connessione”acquistò un tale rilievo nel discorso pubblico grosso modo all’epoca della guerra del Golfo: esso segnala una mancanza che cominciava a farsi sentire. […] L’informazione che oggi inonda l’ambiente in cui viviamo – ed è forse significativo che in questa espressione corrente il verbo faccia riferimento all’elemento acquatico, che non si può tenere in mano – sposta le cose che non si possono afferrare fuori dal nostro milieu. Una memoria di computer o un’immagine elettronica sono delle “non cose”, nel senso che non si possono prendere in mano; sono accessibili solo con la punta delle dita. Qualsiasi tentativo di afferrare le immagini elettroniche su uno schermo televisivo, o i dati contenuti in un computer, è destinato a fallire. […] Oggi, una parte sempre più grande dell’umanità produce informazione e una parte sempre più piccola produce cose. L’umanità è sempre più dominata da coloro che controllano questo tipo di informazione. La mancanza di solidità di una cultura da cui le cose sono sempre più assenti sta diventando parte dell’esperienza quotidiana. Tutto ciò che è solido si scioglie e diventa informazione”.

Tanta roba. Grazie Paul.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Paul Connerton, Come la modernità dimentica, Einaudi, 2010.