Posts contrassegnato dai tag ‘Servizi alla persona’

Cover

Riproponiamo una preziosa intervista sul “Welfare generativo” rilasciata da Tiziano Vecchiato, direttore (e sociologo) della fondazione Emanuela Zancan di Padova.

A cura di Francesco Caligaris e Maria Rosa Valetto.

Fonte: Animazione sociale, aprile 2013

Non ci si può ridurre a raccogliere e distribuire

E sotto gli occhi di tutti che la povertà è la vulnerabilità crescono, delineando un problema complesso, in cui si tende a scaricare molte colpe sul welfare. Ma con questo attacco al welfare, non si rischia di buttare via il bambino insieme all’acqua sporca? Non si tratta piuttosto di responsabilità strutturali che richiedono un cambiamento di paradigma?

Il problema è proprio questo: l’idea di un welfare in crisi ineludibile – e a cui non riusciremo a far fronte – e più di un’idea, è diventata una scelta di campo, un posizionamento dato per scontato per quanto non ancora dichiarato, di non pochi operatori sociali e – ancor di più – di molti rappresentanti delle pubbliche istituzioni. Al contrario, a mio avviso, non si può dimostrare che il welfare si trovi in una deriva di insostenibilità. I numeri non lo indicano; non mi riferisco al vissuto degli operatori o degli amministratori, ma proprio ai numeri. Per comprendere la situazione attuale occorre rivisitare il percorso attraverso cui ci siamo arrivati. In Italia, nell’interpretare la Costituzione, si è pensato di costruire il sistema di welfare principalmente basato su una strategia che potremmo definire di «solidarietà» che si sviluppa su due linee di azione: raccogliere e redistribuire.

Cinquanta anni fa, per rendere operativo il contenuto del patto costituzionale, per concretizzarlo in diritti e doveri, si scelse in effetti la modalità strutturata, quella di una solidarietà intesa come solidarietà fiscale, secondo cui ogni cittadino destina al bene comune una parte della propria capacità di reddito, della propria ricchezza, della propria disponibilità finanziaria. La solidarietà fiscale ha implementato così il nostro sistema di welfare, finanziando il diritto alla salute, l’istruzione, l’assistenza sociale, ecc. Si può affermare che questa scelta ha avuto e ha ancora oggi successo. Per esempio, in Italia, 110 miliardi di raccolta fiscale fanno lavorare in sanità 860mila persone e la stima complessiva, con l’occupazione «indotta», raggiunge circa un milione e 200mila persone. Un dato rilevante quanto a occupazione, ricchezza, dignità, per molte persone e famiglie.

Però, proprio a questo livello della strategia, che implica solidarietà per «raccogliere risorse necessarie per aiutare», si individua una grande criticità: per aiutare, bisogna disporre di capacità tecniche e professionali. Di conseguenza, i soldi raccolti non possono essere semplicemente dati a chi ne ha bisogno, ma vanno finalizzati a potenziare il lavoro di welfare. Altrimenti si riduce o elimina del tutto la possibilità di aiutare, nella misura in cui si passa frettolosamente alla seconda linea d’azione, il redistribuire. Partire dal concetto del dare di più a chi ha meno, pur essendo altamente significativo, non è sufficiente per risolvere il problema delle disuguaglianze, delle non capacità e della povertà. Questo è il punto: ma diversamente dai 110 miliardi destinati alla tutela del diritto alla salute, dei 51 miliardi destinati alla assistenza, protezione e promozione sociale, solo il 10% si converte in lavoro di welfare, mentre il 90% rappresenta solo speranza basata sul trasferimento economico. Il nostro sistema trasferisce molte risorse finanziarie a chi ne ha bisogno – a volte anche a chi non ne ha – immaginando che poi vengano impiegate per accedere a beni necessari o per acquistare aiuto.

Il sistema è sostenibile, ma spesso incapace

Eppure, nonostante questa criticità, si può ritenere che non siamo ancora in una deriva insostenibile?

community_raised-handsÈ facile dimostrarlo. Torniamo a considerare la spesa sanitaria e osserviamo la sua incidenza sul PIL: a parità di servizi la spesa dell’Italia è 1,5/2 punti inferiore a quella di altri Paesi europei. Questa differenza si spiega con strategie di gestione che rendono più efficiente il nostro sistema rispetto ad altri. Per esempio, in Francia e in Germania esiste un sistema di raccolta fondi differente dal nostro, che non è fiscale, ma si basa sulla solidarietà categoriale e quindi sul ricorso a mutue. Mentre la raccolta fiscale si fonda sull’imposizione dei redditi, quella mutualistica si basa su un accordo categoriale in cui ciascuno destina parte dei propri redditi alla protezione del proprio gruppo di solidarietà. Ora, questa forma di raccolta di risorse da una parte garantisce un tracciato più vicino – e quindi più sicuro – tra finanziatore e beneficiario, ma dall’altra ha in media un costo più elevato, di circa un punto e mezzo di PIL, come prima dicevo. Quindi non si può sostenere che il nostro welfare è alla deriva, visto che altri Paesi potrebbero prenderci come esempio. Restano innegabili, comunque, le inefficienze, il che fa intravedere i margini di miglioramento, senza innescare atteggiamenti catastrofisti.

Questo discorso, vale per il nostro sistema di assistenza sociale: se si guarda l’indice di finanziabilità rapportato al PIL e l’indice di occupazione, cioè quanto lavoro producono le risorse finanziarie destinate al welfare, si scopre che altri Paesi hanno indici di occupazione migliori, a parità di risorse. Il nostro non è un indice di degrado, bensì un segno che si potrebbe fare molto meglio, con le risorse che abbiamo a disposizione. Eppure, a confermare la tesi di una deriva del welfare, appaiono fattori quali le disfunzioni in sanità, l’incapacità dei Comuni di amministrare le risorse per l’assistenza sociale, la frammentazione delle gestioni, o criteri di accesso a prestazioni e servizi diversi da un Comune all’altro. In Italia, lo sappiamo, manca uno strumento unitario per configurare i livelli essenziali di assistenza (LEA). Sarebbero, invece, fondamentali per avere più equità di accesso ai servizi e un governo più efficiente della spesa. Tutto questo, però, non è dovuto al fatto che il sistema non è sostenibile, ma semplicemente all’incapacità di chi amministra i proventi della solidarietà fiscale.

Un luogo privilegiato di sviluppo della società

Da questo quadro emerge una situazione imperfetta, ma con opportunità e spazi di azione. Che cosa rispondere, allora, a chi suggerisce un passo indietro da parte dell’attore pubblico?

È proprio in un contesto del genere che un imprenditore non direbbe: «chiudo e faccio fallimento»; ma concentrerebbe le sue energie sui potenziali di miglioramento e investimento, alla ricerca di maggiore efficienza, migliore occupabilità, maggiore efficacia. Il sistema di welfare è stato creato per essere solidali, per trovare risposte ai bisogni, per non essere disperati, per intravedere opportunità, per offrirle alle nuove generazioni, per prenderci cura degli anziani, cioè per essere una società che ha a cuore la propria vita e il proprio futuro.

Se il welfare svolge il suo compito, ogni ragazzo ha la possibilità di imparare, per poi essere in grado di offrire il proprio contributo allo sviluppo sociale. Analogamente, un anziano non si sente un peso per la società nel momento in cui ha bisogno di cure, ma anzi può pensare: «Anche adesso che non sono autosufficiente, grazie a me qualcuno lavora e ha un reddito». Del resto, ce lo hanno insegnato le assistenti familiari – dette malamente badanti – che si sono inventate un lavoro, un’impresa diffusa in tutta l’Italia e hanno trovato da vivere per sé e per le proprie famiglie rimaste nei Paesi di origine. Questo è investimento e socialità positiva. Il nostro limite nel comprendere questo modello di welfare è che, quando consideriamo i due perni della questione – raccogliere e redistribuire –, pensiamo i proventi della raccolta come risorse economiche da «dare», da distribuire e basta. In realtà, questo non è welfare, ma solo assistenza e beneficenza istituzionale, amministrata tra l’altro con costi elevati. Ci tiene indietro nel tempo. Non è infatti un’interpretazione corretta della Costituzione dove, anche quando ci si riferisce – nell’articolo 38 – alle persone inabili o incapaci al lavoro, non si afferma di limitarsi alle erogazioni monetarie. Si parla di necessario per vivere sì, ma anche di lavoro. Il lavoro non come fatica, ma come ri-costruzione della dignità sociale, dell’integrazione, del contributo di ogni cittadino – nella misura delle proprie capacità – a una vita insieme, in cui tutti si prendono cura di tutti. La rilettura della Costituzione ci porterebbe ben oltre l’indispensabile, per riscoprire le funzioni del lavoro a sostegno dell’autonomia e per contrastare l’impoverimento, con tutte le sue ricadute sociali, etiche e poco democratiche.

L’ambigua connessione tra gettito e servizio

L’approccio alla base della Costituzione nella nostra epoca si scontra però con una drammatica fragilità di sistema: da una parte è diminuito il consenso sociale sulla solidarietà mediata dalla raccolta fiscale, dall’altra cresce la disponibilità alla mercatizzazione dei servizi.

La crisi della raccolta fiscale è anzitutto alla fonte. Il nostro sostegno al welfare si è storicamente basato su una capacità di raccolta fondi «tracciabile», perché legata al lavoro dipendente dominante negli anni ‘60-’80. Era una fase di sviluppo del Paese in cui era più facile raccogliere, investire, creare lavoro e redistribuire. Oggi, invece, il lavoro che produce risorse fiscali è sempre meno diffuso perché è diventato fragile, depotenziato, meno capace di gettito e quindi anche di solidarietà fiscale. È come se avessimo rimpicciolito le spalle per reggere il peso della montagna. Non si tratta, quindi, di una crisi del welfare, ma di una crisi della prima linea di azione strategica: la raccolta fondi. Va ripensata, in quanto sappiamo bene che ormai il reddito da lavoro dipendente non può bastare. È la ricchezza nelle sue diverse forme che deve produrre le risorse necessarie per il welfare.

Al momento non abbiamo una soluzione condivisa, dobbiamo cercarla, in modo da restituire speranza anche a chi non può averla, proprio perché la sua condizione non gliela garantisce. Penso soprattutto alla tutela pensionistica delle nuove generazioni, dato che si è affidato alla responsabilità individuale ciò che prima era strategia sociale. Una domanda rimane aperta, di conseguenza, e non solo per il problema della pensione dei giovani: dove può andare il consenso sociale in questo momento, verso soluzioni individualistiche o verso nuove strategie di solidarietà sociale? Il clima è inquinato dalla mala fede di chi sostiene che non ce la faremo e che dobbiamo affidarci al mercato. Chi sostiene questa tesi spera in un vantaggio dalla commercializzazione delle risposte di welfare meno protette dalla solidarietà fiscale. Si tratta di un ragionamento che non considera i costi complessivi, che saranno più elevati per tutti.

Gli imprenditori lungimiranti hanno compreso che non conviene portare a casa utili a breve, se poi perderemo tutti. Hanno attivato, di conseguenza, forme di welfare integrativo, dando non soldi, ma servizi. Non si sono limitati a offrire servizi sanitari integrativi, ma anche servizi sociali di vario genere: primi fra tutti i nidi aziendali, ma anche servizi di segretariato, per pratiche sociali, carrelli spesa, ecc. Sono imprese interessate ad avere persone che non solo lavorano, ma che, se stanno bene, diventano più capaci di esprimere una co-finalità con l’impresa e viverla come missione che può essere condivisa. Se fanno così le imprese più lungimiranti, perché assecondare le sirene catastrofiste e delegare al mercato la gestione del rapporto tra bisogni e diritti, in nome di scelte politiche incapaci di futuro? L’esito drammatico non sarebbero solo i costi immediati, che verrebbero scaricati sui cittadini più bisognosi, ma anche e soprattutto la distruzione di un’infrastruttura di solidarietà nel suo insieme, costruita in tanti anni, una vera e propria grande opera su cui basare futuri investimenti per lo sviluppo del Paese.

Costruire contesti di responsabilizzazione

A questo tentativo di smantellamento del welfare si accompagna un brusco invito ai singoli a darsi da fare, a rimboccarsi le maniche, a essere creativi. Ma le capacità – ci insegna Sen – sono legate alle opportunità e anche all’investimento pubblico sul costruire le capacità dei cittadini e le capacitazioni dei servizi…

learntoswimSiamo a una effettiva ingiunzione paradossale, del tutto estranea allo spirito e alla lettera della nostra Costituzione. Lanciare un messaggio del tipo «sii attivo, sii intraprendente» a una persona in grave difficolta è in fondo una rinuncia a quel patto. L’abbiamo sottoscritto tutti l’impegno a prenderci cura gli uni degli altri in modo giusto, equo e non pietistico. Tale ingiunzione sottende un cambiamento interpretativo dei primi articoli della Costituzione, con un costo enorme, perché porterà a delegittimare ulteriormente le istituzioni pubbliche, soprattutto quelle locali che, nello spirito della Costituzione sono come l’amministratore del condominio solidale che si chiama comunità locale. Se si perde la fiducia nell’amministratore, prima si pensa di cambiarlo, poi si pensa di modificare il regolamento di condominio, infine si smette di credere che ci possa essere una soluzione. È un rischio che stiamo vivendo da almeno venti anni, con l’enfasi di un decentramento esasperato che ha ulteriormente aggravato le incapacità delle amministrazioni territoriali e la leale collaborazione tra livelli di governo. La sfida in gioco è quindi alta e il moltiplicarsi delle ingiunzioni paradossali verso persone in difficili condizioni di vita ha innescato la rottura del sistema di fiducia su cui si basa la raccolta delle risorse finanziarie per il welfare. È invece una condizione indispensabile perché strutturale e necessaria per il bene di tutti. Nell’immediato i cittadini percepiscono che alcune richieste di beni e servizi non possono essere soddisfatte, subito dopo si chiedono perché essere solidali senza riscontri positivi e poi «si salvi chi può».

Dentro quali misure strutturali si può pensare, allora, di affrontare il nodo dell’autonomia dei soggetti? Tutti noi sappiamo che va abbandonato l’assistenzialismo, passando dalla distribuzione del pesce da mangiare alla fornitura della canna da pesca, ma sembra che il problema non trovi risposte serie ed organizzate.

Rich and Poor fishingProprio la metafora della canna da pesca può aiutarci a ripensare il welfare nel nostro Paese. È una metafora che ha alimentato una precisa strategia di pensiero e di azione nell’affrontare i problemi della povertà nei Paesi in via di sviluppo. Da noi invece non è stata presa sul serio. La nostra assistenza sociale ha messo in primo piano i trasferimenti monetari, i pesci da distribuire, a scapito dell’attivazione dei servizi adeguati (le canne per pescarli) offrendo aiuto senza chiedere di essere attivi e responsabili mettendo in gioco le proprie risorse. Diamo troppi pesci e poche canne da pesca. Cosa può significare tutto questo in un Paese industrializzato, dove sono garantiti molti diritti? Se ripartiamo dai doveri si capisce più facilmente che la canna da pesca non si traduce nell’imparare ad «arrangiarsi», a cercare privilegi per se stessi, bensì ad imparare che i diritti non sono da riscuotere, ma da socializzare con i doveri. Ogni diritto prende forma nel difficile equilibrio con la responsabilità, con i doveri di ogni persona. Ogni aiuto che si riceve deve poter aiutare qualcun altro con il proprio concorso. Non solo dunque ad imparare a pescare per se stessi: ogni sostengo sociale che si riceve, può essere impiegato nell’aiutare altri che ne hanno bisogno. Ogni diritto diventa «sociale» quando genera benefici per la persona che lo riceve e per tutta la comunità. Quando non rigenera, chi ne beneficia sottrae bene pubblico per fini individuali. Si tratta di una potenzialità riconducibile a possibili «beatitudini sociali». «Avevo sete e mi avete dato da bere, avevo fame e mi avete dato da mangiare»: sono comportamenti che possono essere chiesti a tutti, anche a chi riceve aiuto. Le beatitudini sociali sono essenza di umanità se in esse non c’è posto per il «riceve senza dare». È un controsenso esigere diritti senza farli fruttare per sé e per gli altri. Siamo, come si vede, in una prospettiva antropologica difficile da proporre nella cultura del welfare tradizionale, dove spesso ci limitiamo a trasformare gli aiutati in «assistiti», chiedendo loro (e non sempre) di impegnarsi solo per se stessi.

Oltretutto, facendo sentire l’altro un «assistito» a tempo indeterminato, gli si trasmette anche la sensazione che non si abbia bisogno di lui.

Esatto, ma si può andare nella direzione opposta: per sostenere quanti sono in difficoltà nel costruire la propria autonomia, per produrre insieme un nuovo welfare con beni socialmente rilevanti. Le svolte possibili e ormai irrinunciabili non sono poche. Per esempio, le persone in cassa integrazione, purtroppo migliaia, ricevono giustamente un reddito garantito. Insieme con il diritto ad accedere agli ammortizzatori sociali, però, potrebbero anche rivendicare il diritto al sentirsi utili, a realizzarsi socialmente, a non sentirsi assistiti, facendo qualcosa per gli altri. Può sembrare banale dirlo, ma sono molte le cose che ogni persona saprebbe fare senza un corrispettivo economico diretto, se già remunerata, mettendosi a disposizione di altri che hanno bisogno. Se ci aiutiamo ad aiutarci non è difficile accumulare un capitale economico di «reinvestimento», con la possibilità di acquisire nuove competenze e capacità. Più che ai tradizionali lavori socialmente utili, penso, per tornare alla metafora, ad una moltiplicazione delle tante possibili canne da pesca in mano a persone che non intendono ridursi ad assistite, ma credono che per essere cittadini è necessario investire le proprie capacità anche quando si è in difficoltà. Purtroppo gli operatori sociali e, ancora prima, i decisori politici, non «vedono», e non promuovono tali competenze, non investono per rinforzarle e, soprattutto, per creare condizioni anche giuridiche per esercitarle meglio. I doveri associati ai diritti possono essere una nuova frontiera verso cui incamminarsi, perché welfare non vuol dire assistenza, ma promozione di salute (in sanità) e promozione di socialità (nel sociale).

Linee d’azione per un welfare moltiplicatore

Come sostenere questo cambio di pensiero, senza correre il rischio che semplicemente venga a mancare il welfare, o che lo si carichi sulle spalle delle persone o degli operatori?

Le cose appena dette non possono essere ridotte a soluzioni ingenue, se non ciniche: chiedere ai poveri di salvare un welfare povero di risorse. Conosciamo ancora troppo poco i potenziali di un welfare moltiplicatore di risorse, generativo, come mi piace dire, dentro una società che sta smarrendo la prospettiva del proprio essere socialità solidale e la capacità di investire nel proprio futuro. Questo, ad esempio, ci porta a dire che l’assistenza sociale ha a disposizione poco più di 50 miliardi, e che non ha senso che vengano semplicemente consumati. Vanno fatti fruttare: per poi quantificare il valore rigenerativo, cioè gli altri miliardi da sommare ai 50 da destinare all’anno successivo. Chiunque – un imprenditore, un contadino, un pescatore – ragionerebbe così, ma non riusciamo ad applicarlo al nostro welfare riducendo le possibilità di prenderci cura di noi stessi e del futuro delle nuove generazioni. Il vero nodo con cui ci scontriamo ogni giorno con amministratori locali e operatori sociali è trasformare la spesa di welfare da costo a investimento, da welfare puramente redistributivo a un welfare moltiplicativo, grazie a nuove capacità di rigenerare le risorse.

welfareA livello di strategie politico-sociali, può essere complesso il passaggio da una rappresentazione del welfare come costo a un paradigma del welfare come investimento. Attraverso quali strade si può promuovere questo diverso approccio?

Mi rendo conto che non è facile muoversi in una simile prospettiva. Ci mancano competenze adeguate – di immaginazione e di pensiero, di azione e di apprendimento – per gestire un potenziale umano ed economico di ingenti dimensioni che non può essere trattato in termini assistenziali ma come fonte di dignità e valore per tutti. Si aprirebbero nuovi scenari sociali per il pubblico, il profit e il no profit. Pubblico e privato possono concorrere al bene comune, ad esempio gestendo il lavoro donato dagli assistiti, destinando i profitti a un fondo di solidarietà per l’inclusione sociale.

Facciamo un esempio. È opinione diffusa che in Italia i servizi per l’infanzia e per la famiglia siano sotto gli standard europei e che, pertanto, dovremmo investire di più. Che fare? Potremmo considerare che sono sei i miliardi di euro – una cifra analoga alla spesa dei comuni italiani per l’assistenza sociale – destinati ad assegni familiari che, in termini di aiuto alle famiglie con figli piccoli, consistono mediamente in pochi euro di più al mese. Proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se solo una parte di questa somma fosse destinata ai servizi per l’infanzia e la famiglia, senza togliere i diritti, ma dando di più ai titolari di diritti, con maggiore abbattimento del disagio e riducendo i costi per l’accesso ai servizi per l’infanzia, grazie al potenziamento dell’offerta. Se si vuole assecondare questa suggestione, non basta raccogliere risorse finanziarie e re-distribuirle. Bisogna anche investirle, mirando alla rigenerazione della risorsa ottenuta con il gettito fiscale e cercando il successivo rendimento etico del capitale a disposizione. Si può perseguire questo risultato solo responsabilizzando, visto che le principali risorse sono le persone.

Certo occorrerà riformare una serie di cose – per esempio, gli assegni familiari, gli ammortizzatori sociali e altro ancora – ma per dare di più ai cittadini, non per dare meno. Il moltiplicatore delle risorse sono le persone, che vanno poste al centro dell’innovazione possibile, senza cadere nelle trappole della solidarietà qualunquista, quando si limita ad erogare soldi con pochi servizi o della beneficienza privata, spesso priva di corresponsabilità. Costruire welfare generativo implica, al contrario, collegare le istituzioni con le persone. Alle prime competono le azioni del raccogliere e del redistribuire. Alle persone competono le funzioni di rigenerare, rendere e responsabilizzare. Questo significa passare dal welfare attuale ad un welfare a maggiore capacità e potenza, perché non si limita a raccogliere e redistribuire, ma diventa promotore di capacità personali, a livello micro, a livello meso promuovendo contesti organizzativi capaci di lavorare sulle corresponsabilità locali, a livello macro rigenerando le risorse senza consumarle, anzi facendole rendere, grazie alla responsabilizzazione possibile dentro un modo più facile di coniugare diritti e doveri.

A riorientare il capitale rinnovando la cultura

Da dove ripartire per gestire una transizione di tale complessità? Quale ruolo possono svolgere le amministrazioni, i servizi e i singoli operatori?

Parto da una osservazione. Ragionare alla luce delle cinque linee d’azione appena descritte – da coniugare con intelligenza e tenacia – come base del welfare di domani ci permette, in primo luogo, di andare oltre un alibi, a cui spesso si ricorre per coltivare il senso di impotenza. Non è detto che servano in questo momento maggiori risorse finanziare per il welfare. Stiamo maneggiando un capitale ingente, in termini di servizi e professionalità dispiegate sul territorio, anche se in modo diseguale. Va riorientato e con coraggio, perché è un prodotto «maturo». Se non rinasce si deteriora, diventa vittima dei rischi finora descritti: cioè la sua messa in crisi e il conseguente sostanziale abbandono delle persone in condizioni disagiate e problematiche. Dovrebbero acquistare aiuti loro necessari nel mercato o invocare la beneficenza che il welfare voluto dalla nostra Costituzione non sarà in grado di dare. L’aumento dei ticket prepara psicologicamente questa eventualità. Dico questo tenendo conto del fatto che già oggi, non è vero che le persone, soprattutto nell’aerea dell’assistenza sociale, possono contare su un welfare solidaristico, perché il concorso alla spesa per i servizi sociali incide molto sui redditi delle famiglie. Lo stesso sta avvenendo per l’assistenza sanitaria, quando viene aumentato il concorso economico al momento della fruizione.

Insomma, se consideriamo la distinzione tra la raccolta fondi alla fonte (la solidarietà fiscale) e quella al consumo (per esempio al distributore della benzina), ci accorgiamo che anche nel welfare pubblico si sta potenziando l’idea della fruizione al consumo come sede di concorso al finanziamento.

Sì, ma è paradossale in quanto si chiede il concorso anche a chi è in condizioni di maggior bisogno. Il consumo di carburante riguarda quasi tutti, mentre il consumo di welfare si concentra su chi ha più bisogno. Assecondare questa deriva è molto grave, può far saltare la fiducia nel patto costituzionale. C’è una soglia da non superare e, anzi, occorre trovare soluzioni perché nell’area dell’assistenza sociale il concorso alla spesa dei servizi al momento della fruizione si riduca invece di aumentare. Non è accettabile che si paghino 500 euro al mese per portare un bambino al nido: non è welfare, ma un’offerta di mercato gestita da amministrazioni pubbliche. L’accoglienza welfare-dependencydei bambini piccoli è un bene comune, e non un bene con corrispettivo, senza solidarietà sociale. I Comuni si difendo adducendo i costi di gestione, ma è anche loro compito trovare modalità meno costose che a volte non vengono prese in considerazione. Più in generale, va un po’ smontato il lamento sulla mancanza di risorse, perché i tagli effettuati negli ultimi anni hanno inciso relativamente sul sociale e ben di più su altre voci. I tagli effettivi sul sociale sono stati quelli al Fondo nazionale, che sono di entità limitata: circa 1 miliardo di euro sui 51 totali mentre in altri settori si è intervenuti in modo più pesante. Purtroppo i cosiddetti vecchi welfaristi preferiscono chiedere altre risorse per dare ulteriori sussidi economici, cioè più assistenzialismo. Anche per questo molte persone e famiglie si sentono abbandonate al proprio destino, purtroppo percepito come irreversibile.

Non si esce dalla povertà con le sole erogazioni

Questa è la sfida cruciale che indicate nel vostro rapporto e ha un obiettivo ambizioso, come si evince dal titolo stesso del volume: Vincere la lotta alla povertà…

Dobbiamo riorientare le scelte di welfare, non c’è dubbio, spinti dalla drammaticità dei problemi. Il bivio in cui ci troviamo è tra assistenzialismo improduttivo e ricerca di strategie per riorientare l’utilizzo, anzi l’investimento del capitale a disposizione. Molti poveri non possono che limitarsi a consumare gli aiuti ricevuti, senza poter uscire dallo stato di povertà. Per molti versi in Italia abbiamo sempre inteso la lotta alla povertà come impegno a sedarla, permettendo alla gente di tirare avanti, come se avessimo deciso che non è possibile vincerla. In altri Paesi invece si riesce a vincere, con indici di uscita di povertà positivi, come avviene quando si può sperare di guarire da una malattia. Riorientare l’uso del capitale sociale ed economico è l’unica strategia seria per pensare a nuove politiche di lotta alla povertà. Altre proposte rappresentano cure palliative che non intervengono sulla condizione di cronicità. Se non incide sugli indici di uscita dalla povertà, si toglie speranza, oltretutto in una situazione in cui l’impoverimento complessivo, ogni giorno più diffuso, mostra che il problema non è dei poveri ma di tutti. I servizi di assistenza sanitaria, sociale, educativa, di sostegno abitativo in Europa, riducono le disuguaglianze di un terzo. Va, quindi, rovesciato il ragionamento che negli ultimi anni ha portato ad accettare la povertà come un dato strutturale e a ridurre le politiche sociali a politiche di trasferimento monetario.

Anche per questo ci siamo domandati a quanto ammontano i trasferimento monetari, ad esempio, in una città come Milano. Abbiamo calcolato che chi vive condizioni di povertà e disagio ha 65 possibilità di ottenere trasferimenti monetari (dal Comune, dalla Regione, dall’INPS). Non è certo poco: il problema è che manca un controllo sulle ricadute di tali erogazioni e sulle possibili «restituzioni» da parte degli aiutati. L’accesso agli aiuti fa parte del patto del cittadinanza di cui parlavo, ma non si è dentro il patto se ci si limita a riscuotere diritti senza ricreare condizioni in cui le persone possano contribuire al benessere proprio e di altri. In altre parole, i servizi non fanno abbastanza leva sulle capacità di emancipazione e di restituzione dei beneficiari, sapendo che nell’aver cura degli altri si apprende ad aver cura di sé. Invece chi ha bisogno si sente nel giusto nel prendere quello che c’è a disposizione, mentre nessuno gli chiede: «come rigenerare l’aiuto?». Anche l’aiutato, chiunque sia, può contribuire ad essere solidale. Magari non ha contribuito con le tasse in quanto senza reddito, però può mostrare in altro modo la propria capacità di servizio, dando una mano come volontario, occupandosi di qualcuno, restituendo se possibile parte del bene ricevuto, come arrivare nel microcredito. Insomma, le canne da pesca possono essere tante. È possibile costruirle dove i servizi, gli operatori sociali e le persone incrociano le loro strade, per passare dalla logica del consumatore alla logica del rigenerare grazie all’incontro delle responsabilità. Senza di questo l’appello a restituire non è che un’ingiunzione paradossale.

Il patto costituzionale rilanciato «dal basso»

Dunque, non usciamo dalla povertà se i poveri non ci danno una mano. E il fatto che il povero ci dia una mano viene vissuto come dignità ritrovata.

È un concetto profondo che, se venisse compreso sul piano etico e professionale, trasformerebbe l’aiuto dell’assistenza sociale, dell’educatore, dell’addetto all’assistenza, dello psicologo. Malgrado l’impegno di molti operatori, per ora il paradigma dominante garantisce l’accesso alle risposte (finanziarie e terapeutiche), ma senza trasformazione, mentre un’interpretazione più autentica della Costituzione chiede di coniugare diritti e doveri. I poveri possono uscire dalla povertà se concorrono a produrre beni comuni, non se gestiscono beni individuali per se stessi, mentre non si chiede loro di attivarsi e capacitarsi. Un povero rischia di restare povero ed emarginato, solo se entra nei circoli viziosi della profezia che si auto-avvera, con sempre meno speranza, fiducia, autostima. Alla base invece dei ragionamenti espressi finora sta una convinzione: «Non posso aiutarti senza di te». Siamo ben oltre l’enfasi della big society, che affida alla solidarietà circoscritta e generosa qualcosa di più impegnativo, che va alla radice del vivere sociale. Il rilancio del patto costituzionale implica un profondo mutamento nel modo di pensare ed agire delle persone e delle istituzioni, a fronte dei rischi del vivere nell’attuale organizzazione competitiva degli egoismi e dei diritti, a fruizione individuale e poco sociale. È dentro l’esigenza di questo profondo cambiamento che può muoversi chi oggi lavora a contatto con le fragilità della vita personale e sociale. Lavorando a contatto con i più deboli gli operatori non possono sottrarsi al compito di aiuto e sostegno ma devono anche meglio esplorare i potenziali di emancipazione e di «liberazione». L’enfasi sulla qualità di processo, basata sulle certificazioni e gli accreditamenti, ha purtroppo fatto rientrare in gioco i mansionari, privilegiando la buona gestione amministrativa dell’aiuto. Anche per questo non bisogna avere paura di chiedersi come invertire la rotta con una progressiva assunzione di responsabilità. A questa trasformazione etico-culturale siamo chiamati tutti, perché tutti usufruiamo di risposte di welfare (sanitario, sociale, educativo) e non possiamo esserne soltanto consumatori, mentre possiamo diventare generatori (di welfare) facendo rendere le risposte a disposizione.

Questo ritorno ai fondamentali nell’allestire localmente beni comuni è indispensabile per evitare le scorciatoie politiche, combattendo l’impotenza e la frustrazione professionale. Entrambe inibiscono il pensare e l’agire innovativo. I cinque verbi che ho utilizzato in questa conversazione (raccogliere, redistribuire, rigenerare, rendere, responsabilizzare), da una parte portano ad intravedere una nuova visione strategica del welfare futuro e dell’altra aprono a un diverso modo di vivere la quotidianità nel lavoro sociale praticando soluzioni di welfare generativo. In gioco c’è la micro-tessitura territoriale dell’aiuto che restituisce fiducia alle persone e alle istituzioni. Queste ultime non verrebbero più percepite come anonimi erogatori di prestazioni e risorse monetarie, ma come garanti di un patto d’aiuto e capacitazione necessarie per investire le risorse senza limitarsi a consumarle. Abbiamo bisogno di istituzioni più capaci di fare questo e quindi vicine ai cittadini. Per anni si è «denigrato» il capitale sociale pubblico e parlato in modo ideologico della solidarietà del mercato. Il pubblico, se inteso come bene di tutti, rappresenta una sfera molto più grande delle istituzioni. Anche per questo occorre riscrivere il senso del welfare come bene sociale e da socializzare per riscoprire il senso profondo del patto costituzionale, che non solo ci accomuna ma che può proiettarci in un futuro migliore.

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Per approfondire: “Verso un welfare generativo, da costo a investimento”, Fondazione Emanuela Zancan.

Annunci
ionescu bogdan - urban

ionescu bogdan – urban

Le aree abitate sono definite «urbane e vengono chiamate città quando sono caratterizzate da una densità di popolazione e da tassi di interazione e comunicazione relativamente alti» (Bauman, 2007: 81). Dunque, l’elevata densità dell’interazione umana che contraddistingue le città coincide, nei luoghi urbani, con il diffondersi della paura, e cioè con quel tipico sentimento di insicurezza correlato, solitamente, all’incontro-scontro con il diverso.

Come sostiene Ellin,[1] la protezione dal pericolo è stato un incentivo primario alla costruzione delle città, i cui confini erano spesso definiti da mura imponenti o da palizzate. Coloro che rimanevano al di fuori di questi confini erano solitamente i nemici, a cui non era permesso di valicarli. Tali linee di demarcazione permettevano, inoltre, di individuare una distinzione simbolica – e soprattutto rassicurante – tra un noi e un loro. Tuttavia negli ultimi cent’anni, poco più poco meno, la città, da luogo di relativa sicurezza, è giunta ad essere associata più al pericolo che all’incolumità (Ellin, 2003). Per questo si può sostenere che le diverse fonti del pericolo si siano interamente insediate e trasferite nelle aree urbane, e che le categorie identificative del noi e del loro convivano strettamente a contatto mescolandosi nelle strade cittadine (Bauman, 2007).

In chiave antropologica, si può parlare di luoghi (in questo caso di luoghi urbani) come spazi culturalmente connotati, e cioè nel duplice senso che trasmettono cultura essendo però anche contemporaneamente manipolati dai soggetti stessi che li vivono. (Callari Galli, 2007). Detto ciò, si può affermare che lo spazio è sia contenitore che contenuto di cultura; in questo modo si presenta sia come agente della produzione culturale che come agito dal punto di vista culturale. Si vede così come, proprio in questa azione culturale – che viene esercitata nello spazio e sullo spazio –, si possano sviluppare le potenziali divergenze e conflittualità tipiche di quei gruppi e di quelle popolazioni a stretto contatto tra loro e che, per l’appunto, vivono e fruiscono quello spazio attraverso le loro diverse rappresentazioni, simbolicamente e/o culturalmente connotate. Ecco che allora «gli usi e i valori conferiti allo spazio entrano nella costruzione della quotidianità dei soggetti, del loro orizzonte di senso, e questo concorre a performare, quando non propriamente trasformare, gli spazi» (Callari Galli, 2007: 187).

Attualmente, gli sviluppi dei mutamenti che stanno interessando la città vanno anche in questa direzione, e la significatività con cui si manifestano gli indici di diversità al suo interno – attraverso la presenza di estranei sfuggenti, misteriosi ed inquietanti – non fa che incrementare la percezione dell’insicurezza urbana. Quest’ultima però, è bene precisare, fa riferimento ad una pluralità di dimensioni problematiche, le quali non possono essere sempre ricondotte ai comportamenti devianti o agli atti di microcriminalità compiuti dai soggetti diversi che si ritrovano a “scontrarsi” e a vivere insieme. Infatti, l’ambiguità del termine “insicurezza”, e i discordanti punti di vista che nascono da riflessioni in proposito, prendono atto della contingenza delle dimensioni ad esso correlate, rendendo così difficoltosa una presa di posizione in chiave risolutiva, e dunque politica.
Sicuramente, tra queste dimensioni, il cosiddetto degrado urbano e sociale tende ad emergere tra quelle che, maggiormente, contribuiscono ad incrementare il senso di insicurezza percepito (Pavarini, 2008). Come sostiene Pavarini «è degradato quel territorio metropolitano segnato da fenomeni e da comportamenti sociali che nel loro manifestarsi violano norme che ad alcuni (molti o pochi) sembrano condivise, concernenti lo spazio pubblico e una certa regolazione convenzionale del tempo sociale; e questo può manifestarsi per la presenza di fenomeni di disordine fisico (graffiti, accumulo di sporcizia ecc…) e/o sociale (tossicodipendenti, spacciatori, vagabondi ecc…); [oppure] per altre testimonianze di incuria che danno la sensazione di un’Amministrazione pubblica inadempiente e inefficiente» (2008: 117).

C’è da dire, inoltre, che l’insicurezza – anche in riferimento a ciò che si intende per degrado – prende forma da due modi di intendere e di rilevare la sicurezza stessa, e che può essere distinta in: sicurezza oggettiva e sicurezza soggettiva. La prima si riferisce ad un basso rischio di subire reati (e quindi di essere vittima da reati); la seconda, invece, fa riferimento alla percezione prettamente soggettiva di essere al riparo da quello stesso rischio. La complessità che deriva da questa distinzione, pone questi due versanti della sicurezza in un rapporto tra loro problematico: infatti «può accadere che un alto tasso di paura possa non essere collegato a un’oggettiva alta probabilità di vittimizzazione, rilevata in base al numero di reati commessi per zona, ma può accadere anche l’inverso, cioè che un alto rischio di vittimizzazione può non essere collegato ad un corrispondente livello di preoccupazione/insicurezza» (Callari Galli, 2007: 180).
Così, al crescere della percezione di insicurezza, dovuta come visto ad una molteplicità di dimensioni – ma anche distinguibile in base al tipo di sicurezza a cui si fa riferimento –, si rende sempre più pressante una domanda di sicurezza da parte dei cittadini, che si rivolge a chi la governa ponendo inoltre la questione di come le istituzioni possano e debbono rispondere a tale sollecitazione (Sebastiani, 2007). Nella maggior parte dei casi, la costruzione dei problemi di insicurezza urbana – soprattutto nelle rappresentazioni di molti soggetti locali – crea un allarme sociale generalizzato, a causa di una loro maggiore visibilità e concretezza all’interno di un quadro quotidiano di interazioni e contatti sociali, esperiti sul terreno dello spazio della città. Diversamente, poiché si è visto che tali problematiche hanno una natura composita e multidimensionale, questa loro evidente precipitazione spaziale deve essere intesa solo come una conseguenza ultima di processi e percorsi che hanno un origine lontana, e che provengono dunque da emergenze meno manifeste (Bricocoli, 2005). Ecco perché la palese complessità con cui si presentano tali problematiche sembrerebbe richiedere, soprattutto al governo locale, una capacità di ricomposizione dell’azione pubblica «a partire dalla ridefinizione specifica e successiva dei problemi prima ancora che delle “soluzioni”» (Bricocoli, 2005: 174).

Christopher Rees - Urban landscape

Christopher Rees – Urban landscape

Dunque in quest’ottica, e come già è stato già accennato, la sicurezza urbana dovrebbe essere rappresentata come un insieme di problematiche che non possono far riferimento solo ed esclusivamente ad atti criminali o a questioni di ordine pubblico. Seppure molto spesso la domanda di sicurezza viene accolta in questi termini, le strategie di intervento vanno in tutt’altra direzione (Bricocoli, 2005): infatti, invece di costruire delle politiche di carattere comprensivo – che rispondano dunque coerentemente ad una certa complessità – si fa unicamente affidamento all’implementazione di interventi orientati ad una visione fortemente riduttiva. In questo modo, vengono coinvolte le strutture della polizia locale e altri soggetti esterni (vedi soggetti privati per la sorveglianza, gruppi di volontari ecc…) che hanno una maggiore presa, in quanto predispongono – in tempi rapidi – delle risposte maggiormente visibili alle pressanti sollecitazioni dei cittadini.

Come sostiene Bricocoli, in conseguenza di ciò – e quindi in riferimento ad una certa connotazione delle politiche per la sicurezza centrate solo sugli interventi della polizia locale – avviene un doppio processo, che vede da un lato «la sottrazione delle istanze di insicurezza alla problematizzazione che la loro natura composita e articolata invece richiederebbe, e [dall’altro] la sottrazione dal campo dell’azione pubblica di una serie di soggetti ed attori che fanno riferimento al dominio delle politiche e dei servizi sociali» (2005: 174-175). In ultimo, proprio nel merito di queste considerazioni, si può affermare che il tema della sicurezza, e in particolare della sicurezza urbana, funga da “collettore” di tutta una serie di questioni e criticità che, sottratte ad altre rappresentazioni e possibili forme di intervento, vengono convogliate in quello specifico campo di saperi – e di forme d’azione – che fa esclusivamente riferimento al controllo sociale e all’ordine pubblico. Per questo motivo, l’individuazione da parte dei decisori politici della polizia locale come unica risposta plausibile alle diverse problematiche emergenti, rende marginali altri settori del governo locale, che potrebbero rivestire il ruolo di interlocutori privilegiati nella programmazione di interventi ed azioni (Bricocoli, 2005).

Come suggerisce Olivetti Manoukian (2008), la scarsa o debole legittimazione dei servizi (intesi come servizi sociali in senso lato) da parte della cittadinanza, può essere ricondotta al fatto che non accolgono e/o intercettano, in maniera efficace, il disagio sociale che è collegato alla percezione di insicurezza. Dunque si potrebbe supporre che, poiché i servizi intervengono solo laddove viene esplicitamente richiesto, «sono più orientati a svolgere degli interventi individuali che a realizzare lavoro sociale nel sociale» (Olivetti Manoukian, 2008: 4). Questa specifica predisposizione, tende in un certo senso a svilire la potenziale presenza dei servizi sul territorio in termini rassicuranti per la cittadinanza, occupandosi al contrario – ed unicamente – di quelle situazioni che, una volta accolte, vengono trattate secondo le solite procedure standard, per giunta non sufficientemente adeguate a cogliere l’essenza del disagio nella sua globalità (Olivetti Manoukian, 2008).

Infatti, volendo risalire ai tratti prevalenti di questo disagio non si può solo fare riferimento a chi vive in uno stato di deprivazione, di indigenza, di dipendenza da sostanze, ecc… Il disagio sociale, al contrario, ha assunto una pluralità di forme, e va identificato anche – e non solo – nelle difficoltà di interazione che la maggior parte della gente ha con singoli e gruppi diversi, additati molto spesso come unica minaccia o unico pericolo. Inoltre bisogna considerare l’influenza dell’immaginario rispetto al futuro che, mostrandosi così gravido di incertezze per le traiettorie delle singole carriere biografiche, costringe gli individui a focalizzarsi maggiormente sul presente, per difendere il più possibile quello che si è e quello che si ha. L’angoscia derivante dall’esposizione a rischi imprevedibili, pertanto, «si riversa in una pluralità di attese/pretese, in domande che devono ottenere risposte innanzi tutto rassicuranti al di là di quello che specificamente contengono, in paure che devono trovare degli oggetti a cui riferirsi per poter almeno essere nominate» (Olivetti Manoukian, 2008: 4).

Ecco perché si richiede, tanto frequentemente, l’intervento della polizia locale, trasformando in questo modo dei problemi di natura sociale in problemi di ordine pubblico (Olivetti Manoukian, 2008), che necessitano non solo di un controllo capillare sul territorio, ma anche di un trattamento repressivo se non violento. Tuttavia, a fronte delle nuove forme di disagio, gli operatori dei servizi hanno delle conoscenze e competenze molto importanti da valorizzare e, in questo senso, come sostiene Olivetti Manoukian, i servizi possono avere un ruolo decisivo per contribuire a rendere più esplicite e più leggibili le scelte che si fanno rispetto al disagio sociale.

In conclusione è utile dire che la promozione di progettualità e di integrazione degli interventi può offrire ai servizi un’opportunità di contatto e di comunicazione, non solo con chi si rapporta e richiede direttamente quel servizio – perché in uno stato di evidente difficoltà – ma anche con coloro che vivono quel territorio e che, molto spesso, tendono a semplificare i problemi richiedendo soluzioni di stampo autoritario. In questo modo, il compito dei servizi presenti sul territorio risulta cruciale, in quanto essi possono offrire letture meno semplificate di quelle circolanti e indicare «strade un po’ più promettenti di quelle che paiono riscuotere unanimi consensi» (Olivetti Manoukian, 2008: 1).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

 
Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

 

Bibliografia di riferimento

Bauman Z., 2007, Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Bari, Laterza.

Bricocoli M., 2005, Insicurezza, città e politiche in affanno in Bifulco L. (a cura di), Le politiche sociali: temi e prospettive emergenti, Roma, Carocci.

Callari Galli M., 2007, (a cura di), Mappe urbane. Per un’etnografia della città, Rimini, Guaraldi.

Olivetti Manoukian F., Maggio 2008, La domanda di sicurezza può non investire i servizi? Tracce per una discussione pubblica, Rivista Animazione Sociale, Gruppo Abele.

Pavarini M., 2005, Il governo del bene pubblico della sicurezza a Bologna: analisi di fattibilità, 2008, Bologna: riflessioni sul degrado, Bologna, Rivista Il Mulino n°1.

Romania V., Zamperini A., 2009, La città interculturale: politiche di comunità e strategie di convivenza a Padova, Milano, Angeli.

Sebastiani C., 2007, La politica delle città, Bologna, Il Mulino.

Siza R.,  2002, Progettare nel sociale. Regole, metodi e strumenti per una progettazione sostenibile, Milano, Angeli.


[1] Ellin N., 2003, cit. in Bauman Z., Modus vivendi: inferno e utopia del mondo liquido, Roma, Laterza, 2007.
Dawid Ryski - "Governement promises - pie in the sky"

Dawid Ryski – “Governement promises – pie in the sky”

Negli ultimi anni si è assistito a degli importanti cambiamenti sul fronte sociale. L’importante architettura del welfare state è andata in contro ad una crisi senza precedenti che, in un certo qual modo, ha cercato di mantenere quelli che in principio erano i suoi obiettivi e le sue funzioni caratterizzanti. Il problema principale, oggigiorno, è l’enorme squilibrio che si è venuto a creare tra bisogni e risorse disponibili, soprattutto legato all’incapacità di fondo del sistema di adattarsi ai nuovi bisogni che sono emersi e che si fanno sempre più pressanti.

Il fatto è che la società è in continuo cambiamento, e anche piuttosto velocemente. Alcuni dati demografici, accompagnati da importanti fenomeni sociali, hanno determinato l’aumento a dismisura della domanda di servizi e prestazioni. Solo per farsi un’idea si accenneranno, di seguito, alcuni mutamenti sociali oltremodo evidenti:

  • L’invecchiamento della popolazione ha certamente determinato un aumento della domanda sia di pensioni che di servizi sanitari e sociali; e questa domanda è legata alla sempre meno autosufficienza degli anziani dettata dalle loro condizioni di salute;
  • i mutamenti delle famiglie e del loro ruolo, assieme all’aumento dell’occupazione femminile, hanno consentito la crescita della domanda di servizi per l’infanzia e per il lavoro di cura;
  • è presente un’inedita domanda di interventi proveniente da un fenomeno che si consolida sempre di più e che appartiene al comparto delle nuove esigenze e dei nuovi bisogni afferente l’immigrazione della popolazione extra UE;
  • la crisi del mercato del lavoro e la precarietà delle professioni, oltre a comportare un alto livello di disoccupazione giovanile, mette in condizioni di “immobilità” numerosi nuclei familiari, i cui componenti – per ragioni che si legano o alla perdita di lavoro o alle difficoltà che si incontrano per trovarne uno nuovo – fanno richieste sempre maggiori in termini di agevolazioni e contributi sociali.

Bisogna sempre ricordare che l’invecchiamento della popolazione viaggia assieme al calo della natività, e tutto questo ha come conseguenza immediata la diminuzione del rapporto tra persone in età lavorativa e anziani e minori. «La redistribuzione intergenerazionale vede cioè calare coloro che producono ricchezza (le classi demografiche centrali) e aumentare coloro che devono fruire di sostegni (i minori, ma soprattutto gli anziani)» (Franzoni, Anconelli, 2003: 21).

Esiste una realtà, un mondo variegato, che di rado raggiunge la visibilità che meriterebbe, una visibilità fatta di attenzione, di comprensione e anche, perché no, di discussione costruttiva. Questa importante realtà è una realtà fin troppo spesso trascurata nel nostro Paese, un mondo fatto di localismi così specifici e così diversi tra di loro che è meglio lasciare ai “tecnici” le redini delle loro sorti, perché a quelli che dovrebbero informarsi, e a tutti cittadini che ne trarrebbero beneficio, non è dato sapere.

I servizi alla persona in Italia, lo dice il nome stesso, sono stati istituiti per tutelare i diritti di cittadinanza delle persone. È lo stesso diritto di cittadinanza che dovrebbe, con la parallela nascita dello Stato Sociale, legittimare l’erogazione di prestazioni di benessere.

I diritti soggettivi (diritti umani) erano già sanciti nella nostra Costituzione del ’48; solo negli anni ’70 e ’80, però, si sono sollevate delle rivendicazioni e dei movimenti politico-culturali che hanno portato all’attenzione della collettività tante e diverse situazioni in cui quegli stessi diritti dichiarati non venivano assolutamente garantiti, o poco più.

Ecco perché, quelle poche volte in cui si parla di servizi alla persona, si fa subito riferimento alle molteplici condizioni del disagio più che alle garanzie che dovrebbero salvaguardare: le persone vengono trattate secondo principi e criteri collegati a ciò che li differenzia, invece che permettere loro di entrare in una dimensione dove si vede garantito ciò di cui tutti dovrebbero godere per diritto: dignità, rispetto, salute, istruzione, partecipazione, ecc. “I diritti soggettivi infatti non vengono garantiti da sanzioni come accade per il diritto di proprietà; sono tutelati solo se si creano le condizioni che consentono di esercitarli: i servizi sono stati chiamati a promuovere e mantenere queste condizioni” (Manoukian, 2013).

A fronte di cambiamenti prima riportati, e degli acclamati problemi che ne derivano, si è cercato di mettere in campo degli aggiustamenti che, in base ai casi, non andassero ad intaccare gli obiettivi e l’impostazione generale dello Stato Sociale (2003): ridefinizione di vecchi e nuovi obiettivi; ritorni sperimentali alla selettività degli utenti; nuovi mix tra copertura pubblica e privata, obbligatoria e volontaria, occupazionale, nazionale, locale ecc.; nuovi mix tra servizi pubblici e privati. A seguito di ciò, per quanto riguarda per l’appunto l’elargizione di prestazioni e servizi sociali, si sono venute a creare delle linee di tendenza che hanno disegnato, sul territorio italiano, una geografia a “macchia di leopardo”; ovvero si sono venute a creare delle situazioni di marcata differenza da regione a regione (e a volte anche all’interno di una stessa regione), che hanno condotto a luci e a punti di eccellenza in alcuni luoghi e a mancanze e a zone d’ombra in altri. Questi cambiamenti significativi (per dove sono effettivamente avvenuti) possono essere rintracciati nei seguenti punti (2003):

  • la collaborazione ormai consolidata tra pubblico e privato, con una particolare attenzione al privato sociale, in cui operano e agiscono diversi soggetti sociali come l’associazionismo di promozione sociale e non, il volontariato, e le cooperative sociali;
  • la riscoperta e la “rimobilitazione” della comunità e delle sue relazioni di mutuo-aiuto, che hanno permesso, e permettono tutt’ora, a famiglie e a singoli individui di costruirsi autonomamente risposte ai propri bisogni, puntando su un insieme di risorse e di relazioni di scambio che si fondano sulla fiducia reciproca e che migliorano la qualità della convivenza (community care) 1;
  • un equilibrio inedito tra servizi per tutti (secondo il principio universalistico) e la limitazione dell’accesso alle prestazioni in base a specifiche condizioni di bisogno e reddito (selettività).
Jack Daly

Jack Daly

Benché queste ri-definizioni portino al consolidarsi nei territori di innovativi approcci di rete rivolti ai servizi, rimangono ancora inevasi tanti bisogni sociali, e tutto questo perché le attese e le risposte vengono ricercate in sistemi lenti e ultra-burocratizzati, dove la miopia del non-intervento (soprattutto per mancanza di risorse) dipende da sistemi di pensiero desueti e non più rispondenti alla sfuggente e veloce realtà. Quindi, proprio per questo motivo, spesso ci si trova di fronte a Istituzioni più focalizzate sui loro adempimenti che realmente predisposte all’incontro con le persone. Ad esempio. In alcuni zone del nord Italia operano dei servizi nido per l’infanzia altamente innovativi, dove vi è una certa attenzione alle relazioni con i bimbi e con le famiglie. Alle volte però (non sempre) si rischia «di essere esclusivi, e i bambini che ne avrebbero più bisogno non è detto che li possano utilizzare. Poi abbiamo nidi che sono molto centrati sulla propria eccellenza, per cui accade un po’ come con i genitori affidatari: per mettere in evidenza e per confermare che sono dei bravi genitori o che i nidi sono eccezionali, si può anche fare in modo che il bambino venga indirizzato e trattato in modo da dimostrare queste prerogative, al di là delle sue esigenze e delle sue difficoltà» (Manoukian, 2013: 33).

Occorre invece un pensiero fluido, laterale, che possieda un bagaglio ben accessoriato di disparate competenze che possano essere spendibili nelle singole situazioni e che, in un’ottica inter-disciplinare, cerchino il modo di lavorare assieme in maniera complementare. Lo spirito di collaborazione dunque farà la rete, pazientemente la tesserà, e tutti sapranno gestire, nei loro singoli saperi, la cultura comune del coordinamento necessario. «Questo è possibile se gli operatori riescono a prendere un po’ di distanza dal proprio servizio e forse anche dalla propria posizione professionale. […] Perché l’integrazione richiede un parziale allontanamento dalla propria collocazione stretta, dalla collocazione a cui ci si sente più legati e appartenenti. Non dico distaccarsi totalmente, ma allontanarsi» (Manoukian, 2013: 37).

Dunque si parla di spostamenti più che di veri e propri cambiamenti, che permettono il realizzarsi di “organizzazioni temporanee” orientate all’obiettivo, delle task force per intenderci: un gruppo dinamico non più operativo su singoli progetti (perché di progetti nel sociale se ne fanno tanti e rischiano così di essere dei soli e meri adempimenti), ma un’equipe di lavoro organizzata in rete verso una progettualità. E dunque sarà presente il consueto livello della quotidianità, della gestione dei singoli casi, e un altro livello più innovativo, più necessario, dove «l’attivazione di un coordinamento tra tutti i soggetti istituzionali [e non] permette un confronto serrato non solo sulle pratiche sociali […], ma anche e soprattutto sulle metodologie da attivare e sul metodo dei processi di rete da condividere […], con l’intento di poter costruire, all’interno delle differenze, una progettualità comune e condivisibile» (Amodio, 2006: 9). Dunque, la ricerca costante di modi di lavorare, di comunicare, di coordinarsi e controllarsi reciprocamente per situazioni ricorrenti e per tipologie di casi permetterà il riconoscersi, il ri-sperimentarsi, entro dei codici operativi e di senso che saranno un po’ diversi da quello di cui siamo abituati. Quindi, in ultimo, non basta definire solo i ruoli e le competenze istituzionali. Si tratta piuttosto di esaminare quello che c’è di operativo sul territorio in termini di vincoli e risorse, ciò che contraddistingue una situazione nel suo specifico assieme al complesso degli attori sociali implicati e che, proprio per questo, possono agire inter-attivamente (2013). Questo per consentire infine l’implementazione di interventi sociali mirati – e più rispondenti – alle reali istanze e necessità riscontrate e/o invocate nei singoli territori.

Certo, una maggiore consapevolezza e un continuo scambio su questi temi aiuterebbe non solo a far circolare le eccellenze e i tanti esempi di buone prassi che già si sperimentano in zone “motivate” del nostro Paese, ma questo stesso impulso conoscitivo potrebbe gettare una luce di speranza proprio su quelle tante altre zone d’ombra in cui è necessario, oltre che di una pratica consolidata e di uno spirito di intraprendenza sociale, prima di tutto di una paziente quanto rinnovata bonifica del senso civico.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Bibliografia

Amodio G. (a cura di),
2006, Tra virtuale e reale: itinerari attraverso le adolescenze, Roma, Carocci.

Bifulco L. (a cura di),
2005, Le politiche sociali: temi e prospettive emergenti, Roma, Carocci.

Carrà Mittini E.,
2008, Un’osservazione che progetta. Strumenti per l’analisi e la progettazione relazionale di interventi nel sociale, Milano, Led.

Colombo M., (a cura di),
2008, Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.

Franzoni F., Anconelli M.,
2003, La rete dei servizi alla persona: dalla normativa all’organizzazione, Roma, Carocci.

Olivetti Manoukian F.,
gennaio 2013, La tutela in un’ottica di territorio, Torino, Rivista Animazione Sociale, Gruppo Abele.

Nota

1. La cosiddetta community care (Colombo, 2008), consiste in un sistema di cura e di organizzazione di servizi alla persona regolato da servizi sociali di vario tipo e natura (pubblici, privati, terzo settore), e dai cittadini che usufruiscono di tali servizi. In questo modo, chi ha bisogno di un sostegno e/o di un aiuto lo riceve rimanendo nel proprio ambiente di vita, nel presupposto che gli interventi vengano concepiti e praticati come empowerment, ovvero mettendo i soggetti destinatari nelle condizioni di collaborare alla costruzione interattiva di un bene comune, tenendo conto del contesto relazionale in cui sono inseriti (Mittini, 2008).