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Nel saggio “I rischi della libertà”, il sociologo tedesco Ulrich Beck affronta l’ostica questione sul significato ultimo del termine modernità mettendo in luce come, al centro di essa, sia custodita un’antica – e al contempo attualissima – “fonte di senso” autonoma e vitale, identificabile nella libertà politica. Tale libertà, che prevede una «società dei cittadini», non comporta una crisi culturale, né tantomeno una caduta dei valori, bensì sancisce la cultura democratica di un individualismo universale che – trasformandosi in azioni e in vita quotidiana – mette in discussione i fondamenti della convivenza così come l’abbiamo intesa fino ad oggi.

In questo scenario, dove i giovani vengono identificati da Beck con l’espressione «figli della libertà», il discorso sulla caduta dei valori – ad essi solitamente associato – nasconde in realtà qualcos’altro: «ossia la paura della libertà, e anche la paura dei suoi figli, i quali devono combattere con i problemi del tutto nuovi e diversi posti dall’interiorizzazione di questa stessa libertà» (Beck, 2000: 42). Per questo motivo – così come per altri – i giovani hanno scoperto, per proprio conto, una cosa con cui possono gettare nel panico gli adulti: il divertimento, sia esso sotto forma di musica, di sport, di consumo o di semplice gioia di vivere. Ma, poiché – continua Beck – la politica per come essa viene praticata e rappresentata non ha nulla a che vedere con tutto questo – anzi viene percepita come nemica mortale del divertimento – i giovani possono sembrare impolitici, e tali essi stessi si considerano (2000). Tuttavia, nel loro essere impolitici c’è qualcosa di molto politico: «i figli della libertà si ritrovano e si riconoscono in una variopinta ribellione contro la monotonia e i doveri che devono assolvere senza apparente ragione e quindi senza partecipazione» (Beck, 2000: 44). Dunque, nel complesso, la sfera politica non appare in grado di garantire – diversamente dal passato – il raccordo tra istituzioni e mondo giovanile, in quanto fondata su valori e concezioni ideologiche e non su proposte concrete e finalizzazioni visibili (Ranci, 1992).

Mentre sino agli anni Settanta le politiche giovanili nel nostro Paese erano attuate in gran parte dalle strutture centrali dello Stato e del sistema politico, nei decenni successivi si verifica – in questo senso – una sorta di latitanza dello Stato, che tende ad aggravarsi a causa del mancato riconoscimento di un luogo deputato a occuparsi dei problemi attinenti il mondo giovanile (ciò che, diversamente, viene previsto in diversi Paesi europei). Tra gli anni Settanta e Ottanta, dunque, l’intervento pubblico verso i giovani, anziché concentrarsi sulla proposta di ambiti di partecipazione e di coinvolgimento diretto, cerca nuove forme – intraprendendo strade innovative – più vicine all’offerta dei servizi, creando opportunità direttamente fruibili dagli stessi. Come sottolinea Ranci, questo ruolo “di servizio” viene giocato in prima istanza non dalle istituzioni centrali quanto dall’ente locale – ed in particolare dalle Amministrazioni comunali – «nell’ambito di una più generale valorizzazione della loro centralità come luoghi deputati alla gestione delle politiche sociali»» (1992: 74).

Dal punto di vista normativo, la realizzazione e il consolidamento delle istituzioni regionali[1] – e l’accessorio riordino di competenze – forniscono agli enti locali la legittimità per intervenire in settori in un certo senso similari o particolarmente affini agli ambiti d’interesse giovanile, quali – ad esempio – lo sport, l’educazione, il tempo libero, la prevenzione del disagio, la cultura. Ma la legislazione che disciplina il trasferimento delle funzioni dal livello regionale al livello comunale, non consente di individuare con esattezza le responsabilità – né tantomeno le competenze – in seno all’ente locale nei confronti della popolazione giovanile. Questo spazio di indeterminatezza che viene a crearsi se da un lato consente agli enti locali inattivi di godere di una certa immunità in quanto non viene resa “obbligatoria” alcuna iniziativa, dall’altro permette alle amministrazioni più volenterose di agire in piena autonomia e con la massima flessibilità (Ranci, 1992).

Si apre così una nuova stagione favorevole allo sviluppo – prettamente locale – di politiche giovanili propriamente dette, poiché finalizzate all’offerta di servizi rivolti a una fascia specifica della popolazione a cui, ormai, viene riconosciuto il diritto di rappresentanza e di espressione di bisogni. Tuttavia, queste esperienze innovative si concretizzano, realmente, solo laddove vi è una certa sensibilità per questo tipo di tematiche, e ciò si verifica solo grazie all’iniziativa e all’intraprendenza esercitata dalle amministrazioni locali di alcuni grandi centri del Nord – come Torino, Bologna, Modena, Provincia di Milano, Forlì, Reggio Emilia, Padova (Ranci, 1992; Mesa, 2006). Questi centri, strutturano e realizzano i primi progetti di intervento in favore dei giovani in una situazione, come ci ricorda Ranci, caratterizzata da diversi ordini di fattori (1992): la mancanza di una programmazione integrata; la scarsa presenza nell’amministrazione pubblica di una cultura della progettualità; la difficoltà nello stabilire precise responsabilità istituzionali – in assenza di una programmazione centrale dello Stato; la generale carenza di risorse e i forti vincoli finanziari posti all’autonomia locale; e in ultimo, la persistenza di una struttura organizzativa settoriale o poco flessibile. Quest’insieme di fattori concorrono – in maniera congiunta – a frenare di molto le iniziative effettivamente realizzate, che vengono quindi promosse solo – come già accennato – sulla base di un forte volontarismo politico e personale degli amministratori locali.

In questo contesto vengono concepiti e realizzati i cosiddetti “progetti giovani” che, promotori di una forma inedita d’intervento (Mesa, 2006), riescono a combinare azioni di vario tipo – cultura, sport, spettacolo, informazione, uso del tempo libero, programmi di prevenzione – nel tentativo di unificare i diversi settori di intervento dell’ente locale all’interno di una linea comune, cercando, al contempo, di favorire la rappresentanza dei bisogni e delle istanze giovanili. Come sottolinea Ranci «alla base di questa proposta sta l’intuizione che una risposta efficace alla questione giovanile presuppone l’integrazione degli interventi, l’adozione di un approccio unitario e complessivo alla problematicità, la predisposizione di una funzione politica visibile anche all’esterno che assuma la responsabilità complessiva del progetto» (1992: 75-76).

Tali progetti sono legati ad una fase pioneristica dell’intervento locale, presentandosi, inizialmente, come un intervento di reazione alla profonda frattura tra istituzioni e mondo giovanile, generatasi negli anni precedenti. In questo senso, vi è la volontà di ricercare una modalità inedita di relazione con i cittadini. Si tratta, infatti, di una politica senza domanda: non si «attribuisce alcun ruolo – né di domanda né di collaborazione – ad attori rappresentativi del mondo giovanile. È sempre l’ente locale a “suscitare la domanda”, più che il mondo giovanile a esprimerla e a rivolgerla all’ente locale» (Ranci, 1992: 79). Benché nella fase iniziale si presenti in maniera preponderante questo aspetto, tale da configurare i diversi progetti in senso “dirigistico” – a fronte di un clima culturale e politico ancora immerso nelle tensioni degli anni di piombo – tuttavia, comincia a segnalarsi un nuovo modo di operare dell’ente locale, che va oltre una funzione meramente repressiva o assistenziale.

Nel corso degli anni Ottanta, infatti, l’orientamento integrazionista e direttivo delle prime esperienze diviene meno accentuato (Ranci, 1992): il rischio e/o il timore di un’eccessiva istituzionalizzazione dei progetti incoraggia l’autogestione o la gestione coordinata tra amministratori locali e aggregazioni giovanili. In questo modo, i progetti si differenziano internamente, si articolano in diverse varianti puntando sull’intervento parziale delle amministrazioni, che viene privilegiato ad un intervento globale o “calato dall’alto”. L’ente locale, dunque, attua una politica che mira a coinvolgere risorse ed energie presenti nel contesto locale, riconoscendo – e al contempo salvaguardando – le differenze delle identità e degli obiettivi appartenenti alle organizzazioni già attive sul territorio e disponibili a collaborare. Questo si verifica, in particolar modo, nei centri di più ridotte dimensioni – quali ad esempio le amministrazioni comunali di Modena, Vicenza, Lucca, Lecco ecc. – caratterizzati da un tessuto sociale più omogeneo e meno frammentato rispetto a quello presente nelle grandi aree metropolitane. Tali centri, disponendo di risorse più limitate – e di un apparato amministrativo più debole – predispongono un’offerta di supporto e di assistenza alle iniziative private esistenti, assumendo una funzione di stimolo e di incentivazione alle iniziative concrete del mondo associativo.

A seguito di tali dinamiche, che vedono la co-partecipazione nella realizzazione di azioni ed interventi, si delinea sempre più la tendenza – a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta sino ad oggi – nel definire progetti limitati e mirati su specifiche aree problematiche, rendendo così marginale la scelta di istituire “progetti giovani” in luogo di programmi limitati temporalmente e settorialmente – ma chiaramente definiti nelle finalità quanto nelle modalità e negli strumenti attuativi. Riscontrata, dunque, una ri-organizzazione in tali senso, «la “qualità” delle iniziative non viene più misurata sull’estensione degli interventi, quanto sulle procedure e il metodo utilizzato, sulla capacità di adottare una progettazione flessibile e una politica non accentratrice. Pur perdendo di visibilità pubblica, e pur senza assumere l’alto profilo istituzionale dei primi “progetti giovani”, l’intervento locale verso i giovani guadagna forse in concretezza e operatività» (Ranci, 1992: 77).

Tra le molteplici forme di intervento, che sono state avviate da principio nell’ambito dei progetti giovani, quella che ha conosciuto un maggiore ed importante seguito è, a tutt’oggi, il centro Informagiovani (Mesa, 2006). Si tratta dell’unico servizio pensato per i giovani, diffuso – almeno per via teorica – su tutto il territorio nazionale, anche se, per l’appunto, bisogna sempre tener conto della disparità, a livello di macro-aree regionali, per quanto riguarda l’attivazione e l’implementazione di servizi rivolti alla popolazione giovanile. I punti di forza di questo specifico servizio fanno riferimento (Mesa, 2006): all’elevato livello di riconoscimento e istituzionalizzazione; alle sue caratteristiche peculiari, che consentono di occupare – trasversalmente – tutti i campi d’interesse dei giovani nonché di svolgere – a seconda della configurazione specifica del servizio – una pluralità di funzioni (ad esempio: informazione; consulenza; ascolto; facilitazione dei processi d’aggregazione; sostegno di iniziative e progetti promossi da giovani per altri giovani ecc…). Il successo che ha segnato negli anni l’Informagiovani – assieme ad una sua crescita costante – è stata assecondato da una tendenza – peculiare dei Comuni medio-piccoli – a delegare esclusivamente a tali servizi la gestione del rapporto tra giovani ed istituzioni (Mesa, 2006). Infatti, soprattutto in questi Comuni – dove regna incontrastata l’assenza di un progetto complessivo per i giovani – l’Informagiovani rappresenta l’unico intervento pubblico confacente le politiche giovanili.

Come rileva Ranci (1992), risulta evidente che la diffusione – dove è avvenuta – delle politiche giovanili locali non può essere spiegata solo – e semplicemente – facendo riferimento alla volontà politica di alcuni amministratori “illuminati”. Benché alcuni di essi si siano segnalati per la loro intraprendenza – nell’adottare iniziative così incisive da trovare in seguito terreno fertile di sviluppo – la politica giovanile da implementare deve anche rendere conto delle «sue implicazioni in termini di risorse da gestire, di delineazione dei processi decisionali, di significati politico-pratici che essa assume» (Ranci, 1992: 79). Diversi fattori, dunque, di natura politica, sociale e culturale concorrono per determinare, in un dato momento storico, l’attuazione di una politica giovanile che diventa, in questo modo, un’opportunità interessante e vantaggiosa per le amministrazioni locali. Quindi, in una fase di debolezza dei movimenti giovanili, questo tipo di interventi può fungere da utile strumento di consenso e di legittimazione alle classi politiche locali, nonché può configurarsi come un mezzo particolarmente efficace per ottenere – a basso costo – vantaggi politico-amministrativi non indifferenti (Ranci, 1992).

Nuovo_DSC_2456-1D’altra parte, però, c’è da considerare come la logica tradizionale di funzionamento dell’ente locale non riconosca, al suo interno, una specificità di interessi e di bisogni alla popolazione giovanile. Proprio per questo motivo, lo sviluppo di una politica giovanile – che sappia rispondere al meglio ai nuovi bisogni emergenti – dovrebbe prevedere un maggiore coinvolgimento del potere locale nella programmazione e nella gestione del sistema di welfare (Ranci, 1992). Difatti, a meno che l’attenzione rivolta ai giovani non venga soddisfatta per via indiretta – mantenendo il vecchio modello attraverso l’assolvimento di competenze istituzionali, rivolte formalmente a tutta la popolazione – l’ente locale, introducendo il “parametro giovanile”, deve assumere un maggiore controllo sulla programmazione delle iniziative e sull’allocazione delle risorse. In questo modo, potrà sviluppare capacità nuove – non rientranti negli adempimenti procedurali delle competenze istituzionalmente previste – per soddisfare aspettative e bisogni particolari e per rispondere, al contempo, alla richiesta di servizi qualitativamente più moderni. Ecco perché – rispetto al passato – nelle esperienze più fruttuose ed innovative, si sono sviluppati interventi a carattere meno assistenzialistico, incentrati soprattutto sul campo culturale. Come precisa Ranci, «le politiche giovanili emergono nell’alveo di una maggiore sensibilità degli enti locali e dei servizi territoriali verso le tematiche del tempo libero e della prevenzione sociale. Di qui anche la caratterizzazione essenzialmente culturale e aggregativa degli interventi per i giovani, ma anche il carattere talvolta effimero delle iniziative avviate» (Ranci, 1992: 80).

Vista quindi la mancanza di un intervento centralizzato da parte dello Stato, possiamo affermare che l’evoluzione delle politiche giovanili in Italia sia stata – e lo è tutt’ora – la storia di progetti e di interventi locali, nell’ambito dei quali il ruolo dei Comuni ha avuto un’importanza centrale, pur cambiando significativamente nel corso del tempo. Sul piano della governance (Mesa, 2008), si può dire, in definitiva, che le politiche giovanili abbiano rappresentato per i Comuni un utile terreno di sperimentazione di un ruolo più attivo – e quindi propositivo – nell’attivazione di interventi sul territorio.

In parallelo alla crescita dell’associazionismo e del terzo settore, il ruolo delle amministrazioni locali si è in un certo senso evoluto, passando dalla gestione diretta di servizi alla sperimentazione di forme di intervento co-gestite o affidate a terzi. Difatti, le leggi innovative in campo sociale, introdotte alla fine degli anni ’90 (L.285/97 e L.328/00), recepiscono pienamente la funzione di programmatore dell’ente locale, a cui viene ulteriormente attribuito l’importante compito di facilitare i processi partecipativi tra partner locali. Naturalmente assieme alle luci – in ragione di un maggior dinamismo caratterizzato dal ruolo dell’ente locale in termini promozionali – le ombre: la fase che si è aperta con l’istituzione dei Piani di Zona ha anche mostrato – e continua a farlo – le insidie legate alla dimensione locale della pianificazione, tra cui il concepimento – e la definizione – di un’agenda “debole” che, talvolta, mette in disparte le fasce giovanili, poiché ritenute poco emergenziali (Mesa, 2008).

Agli occhi dei giovani, si sa, la politica rischia di non essere più niente. Il suo farsi sociale può coesistere con la capacità di indicare qualcosa che valga la pena di pensare e sentire, ancor prima di provare a realizzarlo. Altrimenti prevarrà la figura di quella società stanca, in crisi di crescita e in deficit di risorse umane in grado di governare il futuro (Bonomi, 1997).[2]

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

[1] Tramite il D.P.R. 24 luglio 1977 n. 616.

[2] Bonomi, 1997 cit. in Tomasi L. (a cura di), Il rischio di essere giovani: quali politiche giovanili nella società globalizzata?, Milano, Angeli, 2000.

Bibliografia di riferimento

Beck U.,

2000, I rischi della libertà. L’individuo nell’epoca della globalizzazione, Bologna, Il Mulino.

Mesa D.,

2006, L’incerto statuto delle politiche giovanili in Colombo M., Giovannini G., Landri P. (a cura di), Sociologia delle politiche e dei processi formativi, Milano, Guerini Scientifica.

2008, Il ruolo dell’ente locale nell’evoluzione delle politiche giovanili in Italia in Colombo M., (a cura di), Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.

Ranci C.,

1992, Le politiche per i giovani in Italia, in Neresini F., Ranci C., Disagio giovanile politiche sociali, Roma, Nis.

Fabrizio Carotti - Giovanile incoscienza

Fabrizio Carotti – Giovanile incoscienza

A differenza degli altri paesi europei, l’Italia non ha saputo sviluppare una coerente politica per i giovani quando ciò sarebbe stato possibile, cioè negli anni Sessanta. Concorsero a quell’inerzia tutta una serie di condizioni e ordini di fattori tipici del nostro Paese: le derive di un modello familistico tradizionale insieme alla delega al sociale-associativo; il timore di una direzione politica dei giovani che ricordasse la mobilitazione eterodiretta del passato regime; il non ancora avvertito logoramento del modelli scolastici istituzionalizzati.

Prima della metà degli anni ottanta, dunque, l’intervento dell’amministrazione centrale dello Stato italiano a favore delle politiche giovanili – considerate nell’accezione specifica[1] –  appariva insufficiente, se non assente. Le diverse competenze riguardanti i giovani – lavoro, istruzione, formazione, tempo libero – erano suddivise tra vari i ministeri, non trovando un raccordo sufficientemente organico in un quadro nazionale di riferimento.

Considerata tale premessa, si può affermare che – nel nostro Paese – è dunque risultato assente sia un organismo politico centrale che si occupasse in maniera specifica della questione giovanile, sia un progetto politico capace di implementare una forma d’intervento di tipo assistenziale. Come sostiene Ranci, «la mancanza in sede centrale di un piano coordinato di interventi ha comportato non solo disorganicità e frammentarietà delle iniziative, ma anche la tendenza a preferire il provvedimento-tampone a una seria programmazione a medio-lungo termine» (Ranci, 1992: 73). Prima di quel periodo, quindi, non si può parlare di una puntale e compiuta politica giovanile ma, al contrario, di una serie di interventi che hanno oltremodo privilegiato la necessità del controllo sociale, intervenendo solo laddove si fossero presentate le problematiche più urgenti, e potenzialmente pericolose, per l’ordine pubblico.

In seguito, nel 1986, venne istituito – presso il ministero degli Esteri – il Comitato italiano per l’Anno internazionale della gioventù. Con l’istituzione del Comitato, si ponevano le basi per l’attivazione di alcune connessioni, attraverso la formazione e il coordinamento di cinque gruppi di lavoro – pace, occupazione, formazione, ambiente, prevenzione del disagio giovanile – affidati ai rispettivi Ministeri[2] dell’epoca. Come precisa Pattarin, i lavori del Comitato hanno avuto il merito non solo di indicare l’esigenza di sviluppare politiche in ambito locale, ma di conferire, in questo modo, precise responsabilità a Comuni, Provincie, Regioni, introducendo logiche di decentramento amministrativo e di coordinamento. A prescindere da ciò, è da considerare indicativo come ancora una volta, tra i lavori delle diverse commissioni, quello riguardante la prevenzione del disagio abbia assunto una certa – quanto indiscussa – centralità. L’importanza riposta nella prevenzione del disagio, infatti, non solo ha dato seguito ad interventi legislativi di rilievo, ma ha contraddistinto – fissandone un’impostazione esclusiva – l’approccio alle problematiche giovanili per almeno tutto il decennio successivo.

Come evidenzia Tomasi, questa priorità si fondava su alcuni dati empirici che, nella seconda metà degli anni Ottanta, vedevano un elevato incremento della gravità dei reati contro il patrimonio e la persona, e un diffuso allarme sociale. È proprio in questo contesto che vengono varati due provvedimenti legislativi: il D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 sulla prevenzione/cura/riabilitazione delle tossicodipendenze; la legge 19 luglio 1991, n. 216 sui minori a rischio di coinvolgimento in attività criminose.

Preme sottolineare come queste normative – mirate principalmente alle aree depresse del mezzogiorno – abbiano sortito degli effetti di natura ambivalente sul sistema delle politiche giovanili. Da un lato, infatti, furono utilizzate dagli enti locali per finanziare, metter a punto e dare avvio a progetti di prevenzione a favore dei giovani, dato che le risorse messe a disposizione a livello nazionale rappresentavano l’unica possibilità per dare continuità a certe esperienze già attivate o per attivarne di nuove. Dall’altro, tracciavano «una linea di demarcazione larga e netta fra normalità e devianza» (Tomasi, 2000: 56). Tale approccio, infatti, ancorava le politiche giovanili ad una prospettiva che vedeva gli adolescenti e i giovani eminentemente come soggetti a rischio, anziché come risorsa della società futura su cui investire. Alla base degli interventi finanziati – e dei progetti presentati – si poneva, quindi, non la condizione giovanile come tale, bensì il bisogno conclamato, la concentrazione della criminalità in certi territori, lo status di tossicodipendente, il rischio incombente di devianza ecc. Come sottolinea Mesa, con il passare del tempo, tale prospettiva avrebbe inoltre favorito «la diffusione di una rappresentazione “manichea” del mondo giovanile tendente a distinguere nettamente tra normalità e devianza a discapito di una visione più articolata, capace [al contrario] di ricondurre determinati atteggiamenti e comportamenti nell’ambito delle sperimentazioni e ricerche tipiche di una condizione di cambiamento individuale e sociale» (Mesa, 2006: 119).

Nella seconda metà degli anni Novanta, l’iniziativa più innovativa a livello nazionale – che si configura come vero e proprio spartiacque rispetto al periodo precedente – è rappresentata dalla legge n. 285, presentata dal Ministro per la solidarietà sociale nel febbraio del 1997. Approvata il 28 agosto e intitolata “Disposizioni per la promozione di diritti ed opportunità per l’infanzia e l’adolescenza”, tale legge promuove ed incentiva la progettualità degli enti locali sia nel campo del disagio conclamato, sia nel campo della partecipazione dei minorenni e della promozione dei loro diritti, prevedendo, in questo modo, una sorta di bilanciamento tra i due orientamenti.

La legge in questione, dunque, oltre a rifinanziare fino al 1999 la 216/91 sulla prevenzione della devianza e criminalità minorile, introduce un fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza per finanziare anche – e in un’ottica innovativa – progetti e servizi rivolti alla ordinaria condizione di vita. Dunque, a differenza delle leggi dei primi anni Novanta, quest’ultima non incorpora un approccio emergenziale o riparatorio, ma parte dal presupposto di una positiva affermazione dei diritti del fanciullo. Seppur concepita per interventi rivolti esclusivamente ai minori, introduce, in definitiva, una nuova prospettiva d’intervento che fonda la sua azione su un approccio di tipo promozionale, oltre a dare avvio – per la prima volta – ad una nuova logica di lavoro sociale, basata sulla pianificazione locale degli interventi.

La logica di lavoro, sopra menzionata, promuoverà una cultura della pianificazione in campo sociale (sostituendo la logica della progettazione), anticipando quello che sarà il modello di lavoro adottato nella legge quadro del sistema integrato di interventi e servizi sociali (Legge-quadro n.328/00). Tale legge affida ad organismi locali di pianificazione (i cosiddetti Uffici di piano) la gestione dei diversi settori d’intervento con i relativi finanziamenti. Pur tuttavia, in questo contesto di forti mutamenti – che prevede un netto cambiamento di rotta nelle strategie di gestione del welfarele politiche giovanili non rientreranno in maniera organica nella pianificazione territoriale. Infatti «nell’articolato della L. 328/00 […] non si fa menzione degli interventi sui giovani in quanto tali perché non considerati in sé categoria a rischio o necessitante assistenza sociale» (Mesa, 2008: 80). Considerato che la legge in oggetto ha tra i suoi scopi quello di riorganizzare le diverse leggi di settore in materia di interventi sociali, e constatata inoltre la mancanza di una legge di settore sui giovani a livello nazionale – che dovrebbe prevedere un relativo fondo di finanziamento – anche un’inclusione teorica dei giovani nel sistema di pianificazione risulterebbe un’operazione difficilmente fattibile.

Dopo un lungo periodo di stasi – che registra nel complesso pochi interventi a favore dei giovani – nel maggio del 2006 viene istituito dal governo italiano il Ministero per le politiche giovanili e le attività sportive (Pogas). A tale ministero viene conferita la delega per le funzioni di competenza statale in materia di sport, e per le funzioni che concernono  l’indirizzo e il coordinamento in materia di politiche giovanili. La preoccupazione principale e, allo stesso tempo, una delle finalità prioritarie in seno agli interventi nazionali consiste nella rimozione degli ostacoli strutturali, che impediscono ai giovani di compiere il processo di transizione alla vita adulta.

“Dunque dal 2006, anno di costituzione del Ministero alla gioventù, sono state adottate logiche più promozionali ed innovative nel lavoro con i giovani. Inoltre sono stati elaborati sia un Piano Nazionale Giovani nel 2007 (presentato dalla Ministra Melandri e relativi risultati), che le Linee Guida nel 2008, da parte della Ministra Meloni. Interessante è il “Piano Operativo Nazionale 2007/2013 Per la gioventù”, pubblicato nel febbraio 2009 dal Ministero, nell’ambito dell’Obiettivo Convergenza (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), per il rafforzamento delle capacità di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. In questo documento sono ripresi gli obiettivi delle politiche giovanili fino al 2013, nell’ambito del Quadro Strategico Nazionale.
L’azione del Ministero per i primi anni è stata di slancio ad una nuova progettualità per colmare il gap con gli altri Paesi europei in questo ambito.
Il Fondo Nazionale per le Politiche Giovanili, istutuito a partire dal 2007, con 130 milioni di euro per i primi tre anni, ha permesso lo sviluppo di azioni di interesse nazionale, ma anche il coinvolgimento attivo delle Regioni in sede di Conferenza Unificata, dove avvengono le intese sulla ripartizione del Fondo tra Stato, Regioni, Province e Comuni. Questo Accordo viene rinegoziato annualmente e, nel 2013, l’Intesa del 17 ottobre ha visto la riduzione a circa 5,3 mln di risorse per il Fondo nazionale.” [Fonte: Politichegiovanili.it]

In questo modo si è verificato, a livello nazionale, un netto e sostanziale cambiamento di registro in materia di politiche giovanili, in quanto si tende a privilegiare un approccio più generale in luogo di quello specifico, adottato tradizionalmente nel contesto italiano. Infatti – come visto – gli interventi sono stati per lo più calibrati o sulla prevenzione delle devianza e della criminalità, oppure in seguito – cercando una sorta di contro-bilanciamento – anche sulla promozione dell’aggregazione e della partecipazione attiva alla comunità locale.

In tutto questo però è sempre mancata una visione ad ampio raggio, che tenesse conto delle variabili strutturali tipiche del mondo giovanile, e che oggi, più che mai, trova sempre più spesso ingenti difficoltà a compiere il passaggio all’età adulta. Nonostante ci siano stati questi ulteriori sviluppi – seguiti da significativi cambiamenti – sul terreno della politica nazionale, non esiste attualmente una legge quadro sulle politiche giovanili.

[1] Per politiche giovanili si identificano, per via generale, «tutte quelle azioni e norme, promosse o riconosciute dalle istituzioni politiche, mirate alla piena realizzazione dei diritti dei cittadini in età giovanile» (Mesa, 2006: 111). Tali politiche possono presentarsi – e quindi essere distinte – in due diverse accezioni (Mesa, 2006).

  • L’accezione specifica ha come finalità la partecipazione dei giovani alla vita sociale e civile della collettività e, per questo, fa riferimento a quegli indirizzi o provvedimenti che riguardano esclusivamente la categoria dei giovani. In questo modo si cerca di rispondere alle varie necessità che derivano dalla loro specifica condizione.
  • L’accezione generale, invece, tiene conto della valorizzazione – e con essa l’accrescimento – dell’autonomia individuale dei giovani nella prospettiva di un loro inserimento societario. Ecco perché, in quest’ottica, si fa riferimento a tutti quegli interventi che vengono attuati in diversi settori – come ad esempio le politiche dell’istruzione, le politiche dell’occupazione, della casa, della cultura – nell’ambito dei quali si prevedono delle specifiche attenzioni per i giovani, ma che di per sé non sono ad essi esclusivamente indirizzati.

Gli interventi e le azioni che rientrano nell’accezione specifica, pur non riuscendo ad esaudire per intero il campo delle politiche giovanili, consentono di mettere in luce gli aspetti peculiari di queste politiche (Mesa, 2006). Diversamente, poiché gli interventi generali rientrano in ambiti potenzialmente riferibili al resto della popolazione, viene sottratta loro quell’esclusività verso il mondo giovanile tipica dei primi. Per questo motivo, in questa trattazione, si concentrerà l’attenzione sull’evoluzione delle politiche giovanili facendo esclusivamente riferimento all’eccezione specifica.

[2] Come evidenzia Mesa, i Ministeri ai quali erano affidati i cinque gruppi di lavoro erano rispettivamente: Ministero degli Esteri, del Lavoro, della Pubblica istruzione, dell’Ambiente e degli Interni.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Bibliografia di riferimento

Tomasi L. (a cura di), 2000, Il rischio di essere giovani. Quali politiche giovanili nella società globalizzata?, Milano, Angeli.

Ranci C., 1992, Le politiche per i giovani in Italia, in Neresini F., Ranci C., Disagio giovanile politiche sociali, Roma, Nis;

2004, Politica sociale, Bologna, Il Mulino.

Pattarin E., 2002, Tratti di gioventù. Le politiche sociali giovanili, Roma, Carocci.

Mesa D., 2006, L’incerto statuto delle politiche giovanili in Colombo M., Giovannini G., Landri P. (a cura di), Sociologia delle politiche e dei processi formativi, Milano, Guerini Scientifica;

2008, Il ruolo dell’ente locale nell’evoluzione delle politiche giovanili in Italia in Colombo M., (a cura di), Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.

ionescu bogdan - urban

ionescu bogdan – urban

Le aree abitate sono definite «urbane e vengono chiamate città quando sono caratterizzate da una densità di popolazione e da tassi di interazione e comunicazione relativamente alti» (Bauman, 2007: 81). Dunque, l’elevata densità dell’interazione umana che contraddistingue le città coincide, nei luoghi urbani, con il diffondersi della paura, e cioè con quel tipico sentimento di insicurezza correlato, solitamente, all’incontro-scontro con il diverso.

Come sostiene Ellin,[1] la protezione dal pericolo è stato un incentivo primario alla costruzione delle città, i cui confini erano spesso definiti da mura imponenti o da palizzate. Coloro che rimanevano al di fuori di questi confini erano solitamente i nemici, a cui non era permesso di valicarli. Tali linee di demarcazione permettevano, inoltre, di individuare una distinzione simbolica – e soprattutto rassicurante – tra un noi e un loro. Tuttavia negli ultimi cent’anni, poco più poco meno, la città, da luogo di relativa sicurezza, è giunta ad essere associata più al pericolo che all’incolumità (Ellin, 2003). Per questo si può sostenere che le diverse fonti del pericolo si siano interamente insediate e trasferite nelle aree urbane, e che le categorie identificative del noi e del loro convivano strettamente a contatto mescolandosi nelle strade cittadine (Bauman, 2007).

In chiave antropologica, si può parlare di luoghi (in questo caso di luoghi urbani) come spazi culturalmente connotati, e cioè nel duplice senso che trasmettono cultura essendo però anche contemporaneamente manipolati dai soggetti stessi che li vivono. (Callari Galli, 2007). Detto ciò, si può affermare che lo spazio è sia contenitore che contenuto di cultura; in questo modo si presenta sia come agente della produzione culturale che come agito dal punto di vista culturale. Si vede così come, proprio in questa azione culturale – che viene esercitata nello spazio e sullo spazio –, si possano sviluppare le potenziali divergenze e conflittualità tipiche di quei gruppi e di quelle popolazioni a stretto contatto tra loro e che, per l’appunto, vivono e fruiscono quello spazio attraverso le loro diverse rappresentazioni, simbolicamente e/o culturalmente connotate. Ecco che allora «gli usi e i valori conferiti allo spazio entrano nella costruzione della quotidianità dei soggetti, del loro orizzonte di senso, e questo concorre a performare, quando non propriamente trasformare, gli spazi» (Callari Galli, 2007: 187).

Attualmente, gli sviluppi dei mutamenti che stanno interessando la città vanno anche in questa direzione, e la significatività con cui si manifestano gli indici di diversità al suo interno – attraverso la presenza di estranei sfuggenti, misteriosi ed inquietanti – non fa che incrementare la percezione dell’insicurezza urbana. Quest’ultima però, è bene precisare, fa riferimento ad una pluralità di dimensioni problematiche, le quali non possono essere sempre ricondotte ai comportamenti devianti o agli atti di microcriminalità compiuti dai soggetti diversi che si ritrovano a “scontrarsi” e a vivere insieme. Infatti, l’ambiguità del termine “insicurezza”, e i discordanti punti di vista che nascono da riflessioni in proposito, prendono atto della contingenza delle dimensioni ad esso correlate, rendendo così difficoltosa una presa di posizione in chiave risolutiva, e dunque politica.
Sicuramente, tra queste dimensioni, il cosiddetto degrado urbano e sociale tende ad emergere tra quelle che, maggiormente, contribuiscono ad incrementare il senso di insicurezza percepito (Pavarini, 2008). Come sostiene Pavarini «è degradato quel territorio metropolitano segnato da fenomeni e da comportamenti sociali che nel loro manifestarsi violano norme che ad alcuni (molti o pochi) sembrano condivise, concernenti lo spazio pubblico e una certa regolazione convenzionale del tempo sociale; e questo può manifestarsi per la presenza di fenomeni di disordine fisico (graffiti, accumulo di sporcizia ecc…) e/o sociale (tossicodipendenti, spacciatori, vagabondi ecc…); [oppure] per altre testimonianze di incuria che danno la sensazione di un’Amministrazione pubblica inadempiente e inefficiente» (2008: 117).

C’è da dire, inoltre, che l’insicurezza – anche in riferimento a ciò che si intende per degrado – prende forma da due modi di intendere e di rilevare la sicurezza stessa, e che può essere distinta in: sicurezza oggettiva e sicurezza soggettiva. La prima si riferisce ad un basso rischio di subire reati (e quindi di essere vittima da reati); la seconda, invece, fa riferimento alla percezione prettamente soggettiva di essere al riparo da quello stesso rischio. La complessità che deriva da questa distinzione, pone questi due versanti della sicurezza in un rapporto tra loro problematico: infatti «può accadere che un alto tasso di paura possa non essere collegato a un’oggettiva alta probabilità di vittimizzazione, rilevata in base al numero di reati commessi per zona, ma può accadere anche l’inverso, cioè che un alto rischio di vittimizzazione può non essere collegato ad un corrispondente livello di preoccupazione/insicurezza» (Callari Galli, 2007: 180).
Così, al crescere della percezione di insicurezza, dovuta come visto ad una molteplicità di dimensioni – ma anche distinguibile in base al tipo di sicurezza a cui si fa riferimento –, si rende sempre più pressante una domanda di sicurezza da parte dei cittadini, che si rivolge a chi la governa ponendo inoltre la questione di come le istituzioni possano e debbono rispondere a tale sollecitazione (Sebastiani, 2007). Nella maggior parte dei casi, la costruzione dei problemi di insicurezza urbana – soprattutto nelle rappresentazioni di molti soggetti locali – crea un allarme sociale generalizzato, a causa di una loro maggiore visibilità e concretezza all’interno di un quadro quotidiano di interazioni e contatti sociali, esperiti sul terreno dello spazio della città. Diversamente, poiché si è visto che tali problematiche hanno una natura composita e multidimensionale, questa loro evidente precipitazione spaziale deve essere intesa solo come una conseguenza ultima di processi e percorsi che hanno un origine lontana, e che provengono dunque da emergenze meno manifeste (Bricocoli, 2005). Ecco perché la palese complessità con cui si presentano tali problematiche sembrerebbe richiedere, soprattutto al governo locale, una capacità di ricomposizione dell’azione pubblica «a partire dalla ridefinizione specifica e successiva dei problemi prima ancora che delle “soluzioni”» (Bricocoli, 2005: 174).

Christopher Rees - Urban landscape

Christopher Rees – Urban landscape

Dunque in quest’ottica, e come già è stato già accennato, la sicurezza urbana dovrebbe essere rappresentata come un insieme di problematiche che non possono far riferimento solo ed esclusivamente ad atti criminali o a questioni di ordine pubblico. Seppure molto spesso la domanda di sicurezza viene accolta in questi termini, le strategie di intervento vanno in tutt’altra direzione (Bricocoli, 2005): infatti, invece di costruire delle politiche di carattere comprensivo – che rispondano dunque coerentemente ad una certa complessità – si fa unicamente affidamento all’implementazione di interventi orientati ad una visione fortemente riduttiva. In questo modo, vengono coinvolte le strutture della polizia locale e altri soggetti esterni (vedi soggetti privati per la sorveglianza, gruppi di volontari ecc…) che hanno una maggiore presa, in quanto predispongono – in tempi rapidi – delle risposte maggiormente visibili alle pressanti sollecitazioni dei cittadini.

Come sostiene Bricocoli, in conseguenza di ciò – e quindi in riferimento ad una certa connotazione delle politiche per la sicurezza centrate solo sugli interventi della polizia locale – avviene un doppio processo, che vede da un lato «la sottrazione delle istanze di insicurezza alla problematizzazione che la loro natura composita e articolata invece richiederebbe, e [dall’altro] la sottrazione dal campo dell’azione pubblica di una serie di soggetti ed attori che fanno riferimento al dominio delle politiche e dei servizi sociali» (2005: 174-175). In ultimo, proprio nel merito di queste considerazioni, si può affermare che il tema della sicurezza, e in particolare della sicurezza urbana, funga da “collettore” di tutta una serie di questioni e criticità che, sottratte ad altre rappresentazioni e possibili forme di intervento, vengono convogliate in quello specifico campo di saperi – e di forme d’azione – che fa esclusivamente riferimento al controllo sociale e all’ordine pubblico. Per questo motivo, l’individuazione da parte dei decisori politici della polizia locale come unica risposta plausibile alle diverse problematiche emergenti, rende marginali altri settori del governo locale, che potrebbero rivestire il ruolo di interlocutori privilegiati nella programmazione di interventi ed azioni (Bricocoli, 2005).

Come suggerisce Olivetti Manoukian (2008), la scarsa o debole legittimazione dei servizi (intesi come servizi sociali in senso lato) da parte della cittadinanza, può essere ricondotta al fatto che non accolgono e/o intercettano, in maniera efficace, il disagio sociale che è collegato alla percezione di insicurezza. Dunque si potrebbe supporre che, poiché i servizi intervengono solo laddove viene esplicitamente richiesto, «sono più orientati a svolgere degli interventi individuali che a realizzare lavoro sociale nel sociale» (Olivetti Manoukian, 2008: 4). Questa specifica predisposizione, tende in un certo senso a svilire la potenziale presenza dei servizi sul territorio in termini rassicuranti per la cittadinanza, occupandosi al contrario – ed unicamente – di quelle situazioni che, una volta accolte, vengono trattate secondo le solite procedure standard, per giunta non sufficientemente adeguate a cogliere l’essenza del disagio nella sua globalità (Olivetti Manoukian, 2008).

Infatti, volendo risalire ai tratti prevalenti di questo disagio non si può solo fare riferimento a chi vive in uno stato di deprivazione, di indigenza, di dipendenza da sostanze, ecc… Il disagio sociale, al contrario, ha assunto una pluralità di forme, e va identificato anche – e non solo – nelle difficoltà di interazione che la maggior parte della gente ha con singoli e gruppi diversi, additati molto spesso come unica minaccia o unico pericolo. Inoltre bisogna considerare l’influenza dell’immaginario rispetto al futuro che, mostrandosi così gravido di incertezze per le traiettorie delle singole carriere biografiche, costringe gli individui a focalizzarsi maggiormente sul presente, per difendere il più possibile quello che si è e quello che si ha. L’angoscia derivante dall’esposizione a rischi imprevedibili, pertanto, «si riversa in una pluralità di attese/pretese, in domande che devono ottenere risposte innanzi tutto rassicuranti al di là di quello che specificamente contengono, in paure che devono trovare degli oggetti a cui riferirsi per poter almeno essere nominate» (Olivetti Manoukian, 2008: 4).

Ecco perché si richiede, tanto frequentemente, l’intervento della polizia locale, trasformando in questo modo dei problemi di natura sociale in problemi di ordine pubblico (Olivetti Manoukian, 2008), che necessitano non solo di un controllo capillare sul territorio, ma anche di un trattamento repressivo se non violento. Tuttavia, a fronte delle nuove forme di disagio, gli operatori dei servizi hanno delle conoscenze e competenze molto importanti da valorizzare e, in questo senso, come sostiene Olivetti Manoukian, i servizi possono avere un ruolo decisivo per contribuire a rendere più esplicite e più leggibili le scelte che si fanno rispetto al disagio sociale.

In conclusione è utile dire che la promozione di progettualità e di integrazione degli interventi può offrire ai servizi un’opportunità di contatto e di comunicazione, non solo con chi si rapporta e richiede direttamente quel servizio – perché in uno stato di evidente difficoltà – ma anche con coloro che vivono quel territorio e che, molto spesso, tendono a semplificare i problemi richiedendo soluzioni di stampo autoritario. In questo modo, il compito dei servizi presenti sul territorio risulta cruciale, in quanto essi possono offrire letture meno semplificate di quelle circolanti e indicare «strade un po’ più promettenti di quelle che paiono riscuotere unanimi consensi» (Olivetti Manoukian, 2008: 1).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

 
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Bibliografia di riferimento

Bauman Z., 2007, Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Bari, Laterza.

Bricocoli M., 2005, Insicurezza, città e politiche in affanno in Bifulco L. (a cura di), Le politiche sociali: temi e prospettive emergenti, Roma, Carocci.

Callari Galli M., 2007, (a cura di), Mappe urbane. Per un’etnografia della città, Rimini, Guaraldi.

Olivetti Manoukian F., Maggio 2008, La domanda di sicurezza può non investire i servizi? Tracce per una discussione pubblica, Rivista Animazione Sociale, Gruppo Abele.

Pavarini M., 2005, Il governo del bene pubblico della sicurezza a Bologna: analisi di fattibilità, 2008, Bologna: riflessioni sul degrado, Bologna, Rivista Il Mulino n°1.

Romania V., Zamperini A., 2009, La città interculturale: politiche di comunità e strategie di convivenza a Padova, Milano, Angeli.

Sebastiani C., 2007, La politica delle città, Bologna, Il Mulino.

Siza R.,  2002, Progettare nel sociale. Regole, metodi e strumenti per una progettazione sostenibile, Milano, Angeli.


[1] Ellin N., 2003, cit. in Bauman Z., Modus vivendi: inferno e utopia del mondo liquido, Roma, Laterza, 2007.