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graphics8.nytimes.com

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Ogni tanto, giusto per vezzo personale, mi faccio un giro per scovare qualche offerta di lavoro nel mio Paese. Come già si saprà, cercare lavoro è un vero e proprio lavoro, ed io – come penso tantissimi altri – mi sono dedicato a questa attività tempo fa, assiduamente: un’attività che non auguro proprio a nessuno.

Nonostante l’impegno aggiuntivo che va oltre l’aver studiato per tanti e lunghissimi anni (gli anni del cosiddetto “gettare il veleno”, come amava ripetere una mia Prof.); malgrado gli sbattimenti inimmaginabili per “venderti” in maniera diversa ad ogni diversa e “allettante” candidatura; nonostante la frustrazione annessa ai residui di quella che ti ostini ancora a chiamare la “tua voglia di fare” – una frustrazione inspiegabile che ti accompagna ogni santo giorno –, alla fine poche persone potranno veramente capirti, anche perché il risultato che porti a casa è quasi sempre nullo.

Dicevo, questo giro delle “meraviglie”, lo rifaccio ogni tanto per curiosità, per osservare da lontano cosa sta effettivamente cambiando; cosa succede di concreto in quel mio povero e abbandonato Paese: vorrei che si aprano spiragli di speranza una tantum, in quel deserto di possibilità che mi sono lasciato alle spalle.

Probabilmente, non sono mai stato bravo a cercare lavoro; o è più che probabile che non lo si trovi come l’ho sempre cercato io; o forse il lavoro non lo potrai mai trovare se sei da solo a cercarlo (in parole più povere: se non c’è il papà o lo zio che contatta l’amico che te lo trova); o molto probabilmente, i tanti corsi gratuiti sovvenzionati dall’Unione europea – presso i centri per l’impiego del Paese (dove esistono) – non servono ad un emerito nulla, nel senso di indirizzarti in base alle tue competenze, ed aiutarti nel presentarti al meglio ad un’ipotetica (plausibile?) offerta di lavoro; o molto più semplicemente c’è poco da fare: come si sente dappertutto – nei bar, nei vicoli, nei discorsi, nell’aria – il lavoro non c’è. Scarseggia. È una gemma preziosa introvabile.

Fatto sta, che mi diverte alquanto osservare (perché ci si può solo divertire davanti a delle oscenità del genere) come le uniche offerte di lavoro “pubblicate” (o “papabili”) restino ancora (dopo anni) i tanti e reiterati stage con un misero e (appunto) divertente rimborso spese, con il quale, forse, puoi pagarti a malapena il trasporto pubblico, e nient’altro. A meno che (a meno che), tu non sia il fortunato madrelingua di almeno tre lingue (tre, non due), che abbia la laurea specifica nella tal cosa, con la votazione specifica non inferiore a un tal punteggio, nell’università specifica (quella svizzera, quella tra le Alpi, non altre), con l’esperienza di almeno “dieci anni” (e specifica, mi raccomando!) segnalate da un “ghiotto” e raro bando pubblico che si è appena aperto da pochi giorni ma che, guarda caso, è già scaduto (i tuoi amici te lo hanno prontamente segnalato, ma aprendo il link non ce l’hai fatta: eri già fuori). “Ma che sfiga: mi è passata davanti l’occasione della vita.”

Insomma, come si sarà capito, continuo a divertirmi, e capisco perché una buona parte dei giovani del mio Paese continua ad andare al mare, o a non fare una beata minchia, il che forse è lo stesso – e lo dico da convinto sostenitore dell’ozio (è nell’ozio, nella perdita di tempo, che si dischiude la vita. O no?). Ma se non vuoi continuare a cazzeggiare per tutta la vita, e per caso (solo per caso) cominci a pensare a come dover sopravvivere dopo che le risorse di mamma e papà saranno prosciugate, il “sentire comune” ti consiglia vivamente di espatriare, di andare via, sradicarti volutamente una volte per tutte, e di tentare la fortuna altrove: perché in Italia, proprio non ce n’è.

Alëna Steiger

Alëna Steiger

Però, a tal proposito riflettevo… Se lo Stato Italiano mi costringe ad espatriare ci perdono tutti: il mio fornaio di fiducia, il mio fruttivendolo di fiducia, il mio salumiere di fiducia, il mio pescivendolo di fiducia, il mio caseificio di fiducia (qui, se non ci sono, ci perdo anch’io in ogni caso), la mia dentista di fiducia, la mia parrucchiera di fiducia, e non mi dilungo oltre, dato che la lista potrebbe benissimo continuare: come tutti gli altri, infatti, “consumo dunque sono”.

Se non c’è gente che consuma, e che vuole cominciare a costruirsi una vita (che, guarda caso, sono proprio quelli che sono incentivati a spendere di più – una vita non si costruisce dall’oggi al domani, quindi ci vorrà tempo e, di conseguenza, tante tantissime spese per costruirla), allora i discorsi sulla “crescita” non hanno più alcun senso. Se questa gente scompare drasticamente allora rimarrà solo chi ha una certa età (gli anziani, gli adulti-anziani), e cioè quella gente che ormai la vita se l’è fatta e non avrà più da spendere molto nel proprio Paese (solo in medicine ovviamente, ma quello è uno specifico cortocircuito mondiale della “sanità”, che crea malati anziché ridurne).

In sostanza, quello che ci guadagna col tempo sono solo io (siamo o no in una società terribilmente individualista? Che m’importa della mia collettività? di quella che ha speso per me e che per quasi un quarto della mia vita mi ha aiutato e visto crescere? Meglio espatriare, no? E finanziarne così un’altra di collettività, magari più gentile con me nel periodo decisivo – decisivo per lei e per me) e ovviamente in tutto questo, ci guadagna a sbafo anche quel Paese che mi ospita, e che in più, non avendo speso praticamente nulla per la mia formazione, si ritrova in casa una persona specializzata che è disposta a fare tutto con freschezza e vitalità, e che non vede l’ora di spendere tantissimo (oltre che spendersi tantissimo).

Ma si sa, il nostro è sempre stato un Paese generoso con gli altri – all’estero, la percezione che ne hanno, di questa nostra generosità, è a dir poco commovente. Dunque, un Paese che elargisce un’infinità di risorse pensanti (anche di braccia pensanti, nell’ultimo periodo); un Paese generoso con tutti, tranne che con i suoi figli, che sono, come abbiamo detto, iper-individualisti e fedifraghi nei confronti di quella bonaria collettività che li ha cresciuti e coccolati: in parole povere, questi figli scostumati se ne fregano, e non ci pensano su due volte prima di fare le valigie… Almeno, questa è una parte di ciò che pensa quel famigerato “sentire comune”, ma che preferisce non dire per non fare brutte figure…

Ora, si penserà che lasciare tutto e andare all’estero sia una figata pazzesca. Che sia la cosa più semplice di tutte: “E che ci vuole: due o tre contatti per iniziare, imparo una lingua e via”.

Qualcuno di più serio (non ricordo precisamente dove l’ho letto) sostiene che l’emigrazione odierna non sia una vera e propria forma di distacco, di abbandono, di sradicamento. Nulla è sancito una volta per tutte: le scelte, più di ieri, sono reversibili.

Viviamo nell’epoca che è allergica alle strutture fisse, ai percorsi definitivi, che tempo fa costruivano appartenenze uniche e longeve: il tempo, diventato simultaneo, corrode gli spazi di vita, che ci sembrano sempre più accessibili e vicini, da ogni dove. La tecnologia – più di tutti – ci aiuterebbe a mantenere salde quelle che sono le nostre percezioni quotidiane, i nostri facili linguaggi di riconoscimento (le “immagini di casa”), assieme alla creazione di quei mondi con cui manteniamo vispi certi legami.

Certo, in parte è così: a volte si ha l’impressione di non aver mai abbandonato il proprio universo identitario; di non aver mai lasciato definitivamente tutto ciò che ci è appartenuto e ancora ci appartiene. Forse, questa affermazione sarà vera ad un certo stadio “avanzato” dell’umanità, dove il contatto umano conterà quel tanto che basta da essere facilmente sostituito da uno schermo illuminato, da una fotografia solitaria, o da una voce distorta che lontana fuoriesce da un microfono…

Quello che volevo dire, per concludere, è che l’emigrazione, quando incomincia, lascia comunque delle tracce definitive, soprattutto quando il contatto umano che si è lasciati alle spalle (che, per la maggiore, preserva ancora in sé tutta la sua ricchezza emotiva) è lo stesso ma in forme diverse – si tocca uno schermo, non una persona. E il diverso sta proprio nella carenza tecnologia che è poco sintonizzata sul rituale umano, che è quella specifica cosa che provoca emotività e senso nella prassi quotidiana. Una cosa importantissima.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Giulio Bonasera

Giulio Bonasera

A Edna, per i consigli, le suggestioni

Più studio e più verrò pagato meno. Più mi specializzo e più contribuisco a confinarmi dentro una roba che capiranno solamente quei due o tre. Più faccio il bravo e l’onesto, e più le conseguenze delle mie azioni mi remeranno contro. Più sono innocente e innocuo e più c’è il rischio che venga ucciso. Più sono libero – godendo di diritti inalienabili – e più di fatto non lo sono. Più credo di elaborare dei pensieri miei intimi e personali, e più questi saranno il risultato di un incessante rumore di fondo, che ha fatto di infinite immagini scorrevoli il suo disturbo più assordante.

Più cerco il mio silenzio, e più mi ritrovo in mano il suo artefatto. Più credo di essere un cittadino consapevole e più divento un consumatore del nulla, un nulla che assomiglia inequivocabilmente a me stesso. Più mi dicono che – un domani – tutto potrà cambiare, e più questa affermazione nasconderà il suo più sicuro non-cambiamento. Più penso di aver individuato dei colpevoli a tutto questo, e più mi accanisco inutilmente su marionette pagate per farlo. Più mi vedo accerchiato da tutte queste contraddizioni, e più mi rendo conto che devo necessariamente imparare a conviverci.

E allora mi cerco, ma non mi trovo. Cerco da qualche parte un’uscita, e mi rendo mobile, mi sradico, proiettandomi ovunque sia, il posto non m’importa, pur di trovare una spicciola possibilità di lavoro che – dove sono al momento – si è dileguata: se c’è è riservata a quei pochi, ed è (anche) per questo che non mi viene assolutamente offerta. E quindi dovrò iniziare tutto daccapo, mi azzero, che importa, in un contesto che non è il mio, ed inizierò nuovamente a muovermi, piano piano, prima a piccoli passi, poi nuovamente con la mia testa, risvegliando minuziosamente tutte quelle mie singole percezioni che per troppo tempo ho permesso rimanessero assopite. Sì, troppo tempo: è questo il lastrico di vita in cui mi sono lasciato cullare dalla depressione, dove tra un’altalena e l’altra costantemente mi colpevolizzavo, ce l’avevo con me, e dove per tutto questo tempo ho pensato seriamente di non essere all’altezza, di non essere in grado di esperire ciò che le mie sensibilità volevano comunicare al mondo.

Quando finalmente ci riesci, riesci cioè a trovare quel tuo lavoretto semi-serio, che ti dura almeno quell’arco di tempo costituito da quei 3 mesi al massimo “di prova”, in cui sei quasi in grado (forse per miracolo) di pagare l’affitto di casa con i soli tuoi sforzi, senza beneficiare del welfare personale chiamato “mamma e papà”, allora significa che per un po’ puoi stare al caldo, e puoi tranquillamente espellere un po’ di quella robaccia che avevi iniziato ad accumulare su per la tua testa, (inconsapevolmente), in un angolo malriposto della tua mente, e che stava cominciando a crescere talmente tanto da cambiarti letteralmente i connotati: ti stava rendendo una persona che, assolutamente, non vuoi e non ti senti in alcun modo di essere. Ma non si può stare tranquilli. Quella robaccia cresciuta in testa rimane vivida, resta allerta, e a volte si incrosta così cocciutamente che devi fare doppia fatica per rimuoverla.

Giulio Bonasera - How austerity kills

Giulio Bonasera – How austerity kills

Quando potrai dire di averla forse eliminata del tutto, quella brutta robaccia, allora sarà proprio in quel preciso momento che dovrai riattivarti, perché quel contratto di lavoro che avevi così sudato sarà bello che scaduto, e tu dovrai necessariamente (se pensi di voler ancora sopravvivere) incominciare tutto daccapo. Perché le cose cambiano, ed è così che vanno le cose; non puoi farci nulla. Dicono, che se non sei al passo con i tempi, in questo vortice di cambiamento continuo (cambiamento di che? A me sembra sempre tutto uguale), verrai espulso, in un batter d’occhio, senza pensarci, e a nessuno importerà se hai alle spalle quell’esperienza oppure quell’altra, se sai fluentemente questa lingua straniera piuttosto che quell’altra, etc., etc.: devi essere “il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, e quindi devi rendere te stesso una prestazione vivente, devi diventare una persona-prestazione; in una parola: devi essere malleabile, flessibile, pronto a tutto.

In effetti, uno dei tanti problemi dell’attuale lavoro associato alla “generazione ombra” – cioè quella generazione costantemente precaria e a cui è stato rubato ogni brandello di futuro – è che i giovani che le appartengono, e che si affacciano a questo-nuovo-mondo, devono costantemente dimostrare la loro più aperta disponibilità, la loro più “malleabile flessibilità elasticizzata”, senza riserve e a tutte le condizioni iper-immaginabili; devono in questo modo elargire la loro più grintosa ed “esilarante” voglia-di-voler-fare mai posseduta prima, fino all’abbattimento di ogni energia vitale, con disastrose ripercussioni emotive sia sul piano personale che sociale; insomma: devono aprirsi alla più completa predisposizione caratteriale, la quale deve necessariamente saper fare qualsiasi cosa (e anche la più specifica possibile) in breve tempo e in qualsiasi modo, – (in altri termini, devono “imparare a dare il culo”).

D’altra parte, invece, e cioè da parte di chi può dare un lavoro e non ha di questi problemi – assieme a tutta quella gente che, più fortunata, forse non conosce intimamente quelle conseguenze sociali e psicologiche che si celano dietro la prospettiva di un futuro inesistente – non vi è, dicevo, un minimo di apertura motivante, né una specie di minima comprensione empatica; c’è solo l’orrendo ed inequivocabile lascito che, perentoriamente, recita così: “Questo è. E se non ti sta bene tornatene pure a casa, tanto di altri come te ne trovo a palate: qui nessuno è indispensabile.” (Forse non proprio così, ma il concetto rimane quello e imperturbabile). È piuttosto facile rispondere a coloro che saranno già pronti a tacciare tali argomentazioni come “sconclusionatamente lamentevoli”: “la società è strutturalmente mutata in malo modo, e questo modo si è avviluppato soprattutto a causa vostra, e precisamente a seguito di quel vostro dannoso e maledetto pensiero unico”.

Viviamo nell’epoca del cambiamento forzato, di un qualcosa che è costantemente effimero e che non si lascia mai conoscere abbastanza. Anche se volessimo metterci d’impegno, il giorno dopo le nostre “acquisizioni” non varranno più: saranno già scadute (come i nostri innumerevoli contratti di lavoro – se si possono considerare tali). Viviamo in un tempo che è una specie di limbo, un crocevia trafficato a cui non gli è stato assegnato alcun nome. In questa specie di mondo sociale, virtuale e reale allo stesso tempo (non si riesce più a capire dove termina l’uno e inizia l’altro), il prematuro si spaccia per la verità, quella più in mostra, quella più visibile, quella con tanti like; le contraddizioni fanno a gara per essere accessibili a tutti, subito, immediatamente, in streaming: “La fiducia è un atto di fede che diventa obsoleto di fronte a informazioni facilmente disponibili. La società dell’informazione scredita ogni fede. La fiducia rende possibili relazioni con gli altri anche in mancanza di cognizioni precise su di essi: la possibilità di raccogliere in modo semplice e rapido le informazioni è nociva per la fiducia.” (Byung-Chul Han).

In questo modo, la generazione ombra impara a crescere nella disillusione: vive quest’epoca priva di illusioni positive, e comincia sin da subito a contare solo sulle proprie forze. È immersa quindi in un mondo in cui non è quasi più concepibile avere fiducia nel prossimo. Ecco perché avere fiducia in quelle istituzioni che dovrebbero avere il delicato compito di rappresentarla, di parlare per lei, di intervenire concretamente per promuovere e valorizzare il suo futuro (che è anche il futuro dell’intera società, tra parentesi) potrebbe essere poco più che un sogno.

Per risvegliarsi allora da questo torpore, intitolato “La nostra generazione è una generazione sfigata”, vi riporto brevemente un tratto della mia storia, del mio cammino, quello che mi sta succedendo da qualche mese a questa parte. È solo un’esperienza, e come tante altre può gettare luce su cose impreviste:

Vivo all’estero, da quasi un anno, e insegnando la lingua italiana ai miei studenti sto scoprendo tante cose nuove. Per esempio, quanto la nostra lingua sia allo stesso tempo comica, inamovibile, seria, completa, pura, mobile, scanzonata, immaginifica, sorprendente…

Ogni giorno, squarcio una sottile cortina data per scontata per addentrarmi in un mondo pieno zeppo di eccezioni, particolarità, regole smussate da singole situazioni irripetibili, che mi lasciano ogni volta sbigottito scolpendomi in viso un riso sordo; quel riso spontaneo e delicato che mi aiuta tutte le volte a comprendere meglio chi sono e da dove vengo. Un mondo, quello della lingua italiana, davvero allucinato, e che mi pare tanto un mix di personaggi a dir poco incredibili, tutti riuniti assieme per creare inconsapevolmente qualcosa di straordinario.

Ed è questa particolarità esagerata che ci deve rendere orgogliosi. È questa musica sempre nuova, attiva, piena di sali e scendi, ripetuti e devianti, che ci deve rendere orgogliosi di quello che siamo. È questa comunione di alternative sempre possibili che ci deve dare manforte per superare quel buio inesorabile che, da troppo tempo, si è instillato dentro ciascuno di noi, e che non ci permette più di vedere quanto è fortunato, quanto è bello, essere italiani.

Questo per dire che anche nelle situazioni più ingessate, apparentemente più scontate (come appunto insegnare la propria lingua), è possibile cercare una nuova musica, un dettaglio insignificante che può svelare molteplici scenari mai visti, mai attraversati prima.

Giulio Bonasera - Unemployment

Giulio Bonasera – Unemployment

La nostra è una generazione che cambia spesso, anche forzatamente, ma che non ha alcun problema a farlo, perché ormai ci è abituata: abbiamo tutti i mezzi per gestire i cambiamenti più impensabili: ce li siamo costruiti da noi, volta per volta, attraverso le distanze liberatorie e strazianti, per mezzo di quei continui distacchi alle stazioni, grazie a quei lunghi abbracci condivisi negli aeroporti. In più sappiamo re-inventarci: sappiamo vestire diversi panni in luoghi differenti, mantenendo un’integrità e una consapevolezza di noi stessi che finisce ogni volta per arricchirsi. Ogni dannata volta.

Sappiamo come viaggiare leggeri: il viaggio come tema, come trasformazione, e come esperienza personale è diventato ormai parte integrante di una biografia in continuo movimento: lo spazio è diventato relativo e il tempo è un continuo riscoprire se stessi. In questo modo, ci prepariamo ad affrontare meglio le difficoltà che ci presenta la vita, che è diventata complessa e che ogni giorno ci presenta ostacoli “bizzarri” e “innovativi” (eufemismi, chiaro!).

La calma e la stabilità non le diamo mai per scontate, e questo è un gran vantaggio: la nostra unica certezza è l’incertezza, ecco perché riconduciamo tutto alla vita presente, e cerchiamo di dare il giusto senso ad ogni esperienza che viviamo, perché conosciamo perfettamente la loro volatilità, il loro essere delicato, che può rarefarsi senza dir nulla; che può sparire da un momento all’altro senza un perché. E allora viviamo intensamente, conoscendo tante persone preziose che magari un giorno diventeranno degli amici lontani, ma sempre presenti; amici che si connetteranno per te dietro uno schermo freddo, per quando non ce la fai, per quando ti senti solo, per quando hai bisogno di parlare con qualcuno.

Questo vissuto, ci porta a prendere più di petto le situazioni con cui abbiamo a che fare: ci permette di essere maggiormente schietti, sfrontati e sinceri, con noi stessi, e poi anche con gli altri. E in questo modo scopriamo le diversità, quelle che popolano il mondo, quelle che lo arricchiscono continuamente, anche se spesso è il mondo stesso a non rendersene conto, facendo di tutto per dividerle, per separarle da barriere. Abbiamo un modo di comunicare che sì, viene veicolato per la maggior parte del tempo dalle nuove tecnologie, ma è alternativo e sa come comportarsi con la diversità, cercando il modo migliore per interfacciarsi con essa. Se dovessimo un giorno avere dei figli sarebbero molto fortunati ad avere dei genitori come noi: mentalmente aperti a palla, pronti a tutto, e più curiosi dell’inaspettato apparentemente irrilevante.

Per concludere, penso che il tratto distintivo più importante che abbiamo in comune sia proprio quello di voler conoscere al meglio questa massa informe della diversità, di esserne curiosi, oltre che del concetto (facile per tutti) proprio di quella pratica “oscura” che la contraddistingue, e che di primo acchito ci intimorisce, ci spiazza, e ci suggestiona, ma che alla fine ci insegna a conoscere noi stessi dopo aver perfezionato la conoscenza degli altri.

Ecco perché, a lungo andare, sappiamo come coltivare la nostra imperfezione, che significa essenzialmente darsi dei limiti, sapere che non è importante valicarli, quanto invece lavorarci su. Perché non essere troppo rigidi con se stessi è un pregio, ed essere troppo calati nei nostri giudizi porta alla perdita e alla continua disattenzione di ciò che senza saperlo è prezioso, e ci passa accanto.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Felice Casorati

Felice Casorati

Sono arrabbiato. Sono arrabbiato e incazzato, punto e basta. È inutile che ci giriamo attorno: siamo tutti raccolti qui, al capezzale di una bellezza fuori di testa, e non sappiamo cosa fare (quasi quasi prendo un’altra birra, giusto per temporeggiare, e aspetto che gli altri terminino rassegnati il loro giro tra i corridoi).

Budi Satria Kwan

Budi Satria Kwan

Sembra che tutto non debba cambiare mai. Qui tutto è sempre lo stesso. Forse, ogni tanto, cambiano i sensi unici delle strade, ma – come ben si saprà dalle scuole elementari – cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia mai. Il loro nuovo senso intrapreso verrà immediatamente risucchiato nella consuetudine, che da queste parti si radica a fondo, e farà di tutto per non mollarti più, in quei passi, in quel sole, e addirittura in quelle nuvole, che dovrebbero muoversi, salutare nella loro effimera presenza, ma che per il momento si piantano lì, e non ne vogliono proprio sapere di andarsene. Nuvole, sole, passi: il tempo non è mai esistito, ma tu fai finta che scorra lo stesso, proprio lì, accanto a te, esattamente quando l’onda del mare s’infrange sullo scoglio schizzando per aria, sbeffeggiando i frangiflutti.

Fai fatica a camminare spensierato, tutto l’asfalto è butterato da mini-medi-grandi-crateri, da evitare: la pioggia ha recato solo danni a quelle strade bisunte, bistrattate. Quelle strade. Continuamente rattoppate, coperta su coperta, tampone su tampone, solo per ridurre momentaneamente il danno; un po’ come si fa con i tossicodipendenti, quando si distribuisce loro le siringhe nuove di zecca. Si cerca, alla meno peggio, di limitare inutilmente il (loro?) danno. È la stessa cosa, non cambia nulla: si prolunga solo un’agonia annunciata, uno sguardo perso, sempre per quelle strade. Ah, quelle strade! Se fossero frequentate di più, e non si limitassero ad essere luogo di anonima circolazione fasulla…. Quanto più belle sarebbero.

Mentre cammini vai respirando un’asfissia deleteria, una mancanza di ossigeno che, anche nel peggiore dei casi, sarebbe di beneficio, perché potrebbe portare con sé quell’alito di speranza che riesce a strapparti un sorriso, una visione, un desiderio mai pensato… Manco quello ci resta più: il cielo sembra non voler fare più concessioni. Sono cambiati i tempi in cui ci si poteva prendere il lusso di camminare con la testa per aria, sotto un cielo inutilizzato…

Oggi, invece, cammini per le strade e vedi gente – per la maggiore – costantemente imbronciata, che si ostina a blaterare al vento fatti e tragedie apparentemente insolubili, e che appartengono solo alle proprie insignificanti e minute vite, tutte rigorosamente al singolare. E il vento se le porta vie tutte, tutte puntualmente con quei loro versi piagnucolosi, quelle loro storie da quattro soldi mangiucchiate da labbra pompose e raggrinzite, assieme. Ed è il delirio dell’io, del me riferito solo a me stesso, del “si fa a modo mio”, sempre e unicamente, ad ogni singola occasione raccontabile.

Che ci fosse mai una volta una specie di coralità, un teatrino audace e al contempo collettivo, una rappresentazione in piazza, dove tutti sono parte indispensabile del tutto e contribuiscono, nei loro rimandi complementari, ad elevarlo su ogni cosa, su ogni interesse, su ogni genere di pregiudizio, rivitalizzando quell’alterità che oggi risulta massacrata. Dov’è l’alterità? Che fine ha fatto? Da queste parti, forse, non ha neppure un nome per poter essere indicata col dito.

Frederick Marriot

Frederick Marriot

Sembra che questo “genere di cose” sia rinchiuso nei desideri reconditi di ognuno, lì, da qualche parte, e che non abbia mai accesso ad uno spazio adeguato per muoversi, per dire la sua, per esprimersi nella vita: stenta, tutte le volte, ad avere un riconoscimento per agire, per farsi allusione, quindi concretezza, e alla fine se ne rimane appollaiato lì, a marcire, come se ci fosse sempre bisogno di un’autorizzazione firmata da non so chi per animarlo e smuoverlo… È triste. È davvero tutto molto triste. C’è uno spreco sconsiderato di capitale umano che si potrebbe fare vita ludica a vita. Io credo molto in questa gente, ma questa gente crede troppo a ciò che la gente dice, affidandosi religiosamente a tutto ciò che annuncia perentoriamente il notiziario in TV, alla radio, sul web. Tutti i giorni. È solo lo straniero non regolarizzato che commette il misfatto più efferato, il connazionale è sempre innocente in queste occasioni, o risulta essere solo una sagoma sullo sfondo, che passa di lì per caso. Strano. I dati effettivi sulla criminalità (soprattutto sulla micro-criminalità, cioè quella che dà più fastidio ai cuori e morde più le pance) mostrano un quadro diverso dalla realtà. Forse si saranno sbagliati, i dati. Ma chi ci crede ai dati? Talvolta, sono così freddi… Meglio credere alle persone, no?

E quindi le code si fanno sempre più lunghe e fragorose, agli sportelli di un’amministrazione che dovrebbe essere più trasparente, più chiara, più telematica, in una parola, più veloce. Forse nel medioevo le cose giravano meglio, chissà! (I cavalli sono così eleganti dopotutto). Quella gente stipata, e in attesa di un numero luminoso che dovrebbe squillare tra molti altri numeri prima di lui, non fa che lamentarsi in continuazione, per ogni cosa che non va, per ogni presunto sgarro subito, per ogni cosa che deve essere solo e solamente dovuta, e non fa assolutamente nulla (sempre quella gente) per essere più comprensiva, più smorzante, più da “ti aiuto io se posso, dimmi cosa posso fare”, cercando soluzioni, promuovendone magari di altre, di più innovative, di sua spontanea ispirazione. E invece no, scatta e basta, come una molla che, seppur arrugginita, non delude mai nel suo sobbalzo gracchiante (e a volte anche graffiante – certe vecchie molle fanno davvero male, AHI!) In contro-risposta, dall’altra parte, avviene puntualmente l’erigersi della barricata, dei funzionari, degli impiegati tutti, che si murano dietro la procedura inattaccabile, e che utilizzano prontamente la “formulina magica” per ogni occasione, per ogni evenienza, per eludere lo scontato battibecco, e che fa più o meno sempre così: “Non dipende da me, non è di mia competenza… Queste sono le regole.” Questa è la magia! In Italia, forse, ci sono troppe regole, ed è questo un altro problema: la “gabbia d’acciaio”, che quelle regole provvedono ad allestire, non fa che intorpidire gli animi.

Dov’è finita la famosa partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica – tanto millantata da quei politicanti strozzati di falsità nelle loro sgargianti cravatte – che prevedeva il loro inedito e atteso coinvolgimento ai processi decisionali che li riguardavano più da vicino? Dov’è? Chi riesce a spiegarmelo? Io non so proprio da dove cominciare a cercare… Tutte chiacchiere. Chiacchiere e fuffa.

Questi personaggi giacca e cravatta – che fra un po’, una volta eliminati dalla scena politica, faranno carte false per approdare anche loro all’isola dei famosi – mi ricordano tanto quei “professionisti” che vanno a parlare nelle gremite sale delle università private, pagati profumatamente per non dire assolutamente nulla, per giocare con parole che neppure conoscono a fondo, giusto la patina, e per abbindolare a profusione un pubblico attento ma quasi sempre ignaro del raggiro; di quest’ultimo, il mal capitato pubblico se ne accorge solitamente verso la fine del corso, a giochi quasi fatti (si presuppone, in linea generale, che nella sfera di mercato i tanti soldi spesi conducano necessariamente alla qualità del prodotto acquistato, recando presumibilmente con sé quella cieca rassicurazione “scacciapensieri”. “Pago tanto quindi avrò il prodotto migliore”. Mi spiace, non è sempre una conseguenza logica, anzi – il mercato, per definizione, è sempre bello che incasinato: è capriccioso, come ultimamente lo è il tempo atmosferico: non affiderei a lui (al mercato) il destino “del mio avere” – ops! Volevo dire “del mio essere”, che sbadato!).

Cyril Croucher

Cyril Croucher

È un paese alle strette, o meglio, si sta allargando di molto: tutti partono o sono in procinto di, partire. Lo so perché sono uno fra questi. Le poche cifre che, ogni tanto, spiattellano i centri di ricerca a tale riguardo sono di gran lunga sottostimate. Al contrario: è un vero e proprio esodo di massa, e pochi ne parlano, perché? È per caso un fenomeno che crea scoramento? Strano. Non ci si preoccupa, invece, quando c’è da lanciare bombe di notizie macabre che appaiono scorrendo ogni giorno per tutti quelli schermi illuminati senza freni.

Altro fattore. Ci sono tanti NEET… E chi saranno mai questi ora? Che cosa vogliono da noi? È semplicemente un acronimo inglese (tanto per cambiare), che sta per “Not (engaged) in Education, Employment or Training“, cioè quegli individui che non sono né impegnati nel ricevere un’istruzione né una formazione, o non hanno un impiego né lo cercano; o ancora, che non sono impegnati in altre attività assimilabili, quali ad esempio tirocini o lavori domestici etc.; dicevo, ci sono tutte queste persone (che sì, hanno un nome, ed è solo NEET!!), che se ne stanno a casa a non far nulla, TUTTO IL GIORNO, e continuano a consumare inesorabilmente le poche risorse che ci sono rimaste, come se non ci fosse un domani, e senza produrne di nuove, di risorse. Questi soggetti (queste persone (!)), continuano ad aumentare in maniera vertiginosa, e nessuno ne parla mai.

Ah, vero! La gente crede troppo ai giornali, come fa a credere anche a ste cose di cui i giornali accennano forse solamente? Ci sono troppe cose da credere, bisogna fare una selezione per sopravvivere: è la legge mentale. Io ci credo in questa gente (nei NEET), semplicemente perché – secondo le loro “argute” definizioni – dovrei essere, al momento, uno di loro; dovrei rientrare nello loro statistiche sconclusionate (ah, per la cronaca, sono uno di loro anche perché faccio un lavoro a nero (quindi sono “oscuro” e non figuro nelle loro statistiche)), come quasi tutte le persone della mia età che vogliono tirare avanti, e che cercano nel loro piccolo di far qualcosa; sempre per la cronaca – parte seconda, e sempre a proposito di statistiche che non servono a nulla, se non a romperti i coglioni mentre stai cercando di fare la tua vita – mi chiama “Alma laurea” (chi si è laureato in Italia sa per forza cos’è), e nella trafila nel suo inutile questionario telefonico mi fa la cruciale domanda concatenata: “Lei al momento svolge un’occupazione? E se sì, di che tipo?” Mia risposta (in pausa lavoro e in attesa di rientrare): “Sì, svolgo un’occupazione a nero e, per la precisione (“dato che siete precisi”, ho pensato), lo faccio indossando una felpa dell’Alma Mater Studiorum, sì, proprio quella comprata per farmi figo all’università… Posso andare ora? Abbiamo finito?”. Risultati dell’inchiesta: disastrosi. Ma non per i risultati in sé, quello è scontato. Parlo invece della loro utilità in termini di rinsavimento del fantomatico collegamento Università-Occupazione (o “mondo del lavoro”, come preferite).

untitled1E allora? Cosa succede? Succede che questo paese è in coma. È una bella ragazza con i capelli vaporosi e acciambellati sul cuscino, ben pettinati ogni giorno dalle vecchine sedute sulle sedie, e che si lascia impegnata in quel sonno misterioso e profondo lontano da tutti noi (soprattutto da noi giovani, che innamorati pazzi di lei siamo costretti a partire e dirle “ciao”, in lacrime, senza che lei abbia la premura di dirci nulla), e che anche se la smuovi leggermente lei non si muoverà da lì, mai, per nessuna ragione: sta bene come sta. Le puoi sussurrare all’orecchio, e raccontarle i tuoi desideri che hai in serbo per te e per lei da un sacco di tempo; ricordarle le gesta miracolose della sua storia, una storia che è a dir poco incredibile, forse la più bella di tutti i paesi che esistano al mondo. Puoi dirle che hai un assoluto bisogno di lei, ora, e che hai provato l’impossibile senza il suo aiuto, ma che ormai sei arrivato alla frutta, e non puoi proprio non chiamarla in causa. Nulla. Lei non ti risponderà mai: rimarrà lì, immobile, con il suo celestiale sorriso che ti prenderà per il culo. Quindi cos’altro dirvi: l’Italia è decisamente in coma, e non accenna minimamente a svegliarsi, a dare cenno alcuno.

E allora che si fa? Si stacca la spina e ci s’inventa, tutti insieme, una patria nuova? E da dove si comincerà mai? Come si incastrano i mattoni (e con cosa??) per mettere su un intero palazzo-Paese? È mai esistito un sistema-Paese-Italia? Mi chiedo. Forse si dovrebbe ricominciare guardando indietro al futuro, e guardando avanti al passato, assieme: due prospettive che si rimboccano le mani e se le stringono, vicendevolmente. Vi deve come essere una specie di sposalizio tra le due (tradizione e innovazione a braccetto: come sono belle messe insieme! Un unione di fatto!) Bisognerebbe rigenerare un welfare serio, pensando soprattutto a quelle nuove generazioni che non hanno (e non avranno) davvero nulla, e che non vengono minimamente considerate (che cosa sono le nuove generazioni? Di che cosa stiamo parlando? Mah!).

Errore straordinario questo, dato che sono l’unica ricchezza che ancora ci rimane, considerata l’instabilità del tipo di elettricità che alimenta ancora quelle macchine che la mantengono in vita, la nostra-patria-in-coma (i due tipi di elettricità che, per il momento, ci stanno salvando il culo dall’inevitabile baratro sono, nella fattispecie, le rendite patrimoniali e il “welfare dei nonni”, l’unico welfare ancora rimasto in Italia – per chi non lo sapesse, il “welfare dei nonni” è, riduttivamente, la paghetta che ti dà tua nonna (o tuo nonno) per comprarti un gelato, o per farti un viaggetto in provincia; rendendolo invece un tantino più complesso, questo welfare può essere indicato come l’aiuto che i nonni danno a genitori entrambi lavoratori con figli, e che non possono permettersi di pagare le rette degli asili nido perché rincarate a dismisura… I nonni, quindi, colmano un vuoto siderale di un welfare che non c’è (o se c’è è gestito malissimo, perché c’è uno spreco di risorse che va in tasca a chi non dovrebbe andare), e che non potrebbe essere colmato da quei genitori (e sono tanti oggi) che non riescono assolutamente a conciliare i tempi di cura con i tempi di lavoro (perché negli altri Paesi ci riescono? Sono così diversi da noi?) Questo welfare quindi, quello cioè messo-in-pratica-dai-nonni, è l’unico welfare ancora vigente in Italia; chiusa parentesi lunghissima, scusate)…

… Dicevo dell’instabilità di questi due tipi di elettricità, e cioè: le rendite patrimoniali, pian piano, se le prenderanno tutte gli stranieri-coi-soldi, e che sono talmente innamorati del nostro bel Paese da fare pazzie inimmaginabili: ci stanno letteralmente saccheggiano, e noi non ce ne accorgiamo perché abbiamo un immediato (e disperato) bisogno di soldi (vedi i cinesi che si presentano nei locali con valigette stracolme di contante). Quindi non facciamo che vendere al miglior offerente le nostre inestimabili proprietà.

Per quanto riguarda invece i nostri nonni (cioè gli anziani), è vero il fatto che sono tantissimi, ma prima o poi moriranno, come tutti noi, quindi gli effetti immediati che, nello specifico, subiranno le famiglie in loro mancanza saranno a dir poco disastrosi. Si potrà dire che, al contrario, con la loro morte, la spesa socio-sanitaria potrà respirare un po’, dato che in loro assenza diminuirà sensibilmente… Ma io di questo non ne sarei così sicuro, dato che l’Italia in prima fila, assieme alla “cattiva-mamma-Europa”, si appresta a diventare, tra pochi decenni (ma in realtà ne siamo già immersi fino al collo), il territorio con il più alto tasso di anzianità al mondo, relativamente al numero complessivo della popolazione che vi abita, naturalmente (!)…

Gatto Bravo

Gatto Bravo

I panni dunque sono sciorinati, e c’è un profumo che pervade l’aria da far invidia a tutte le bolle di sapone di tutte le lavanderie di tutto quanto il mondo intero: da queste parti, nei centri storici dimenticati da Dio, è uno degli odori più benefici e più rilassanti di tutti. Per non parlare poi delle fragranze tipiche di quei pranzi domenicali interminabili, con i loro succulenti ragù, le loro fritture fantasiose, le polpette saltellanti e gioiose su per i pendii di ciotole traboccanti, che indicano, da lontano, quelle sontuose parmiggiane di melenzane, armoniose e campeggianti su quelle tavole rigogliosamente imbandite: tutti questi odori si legheranno nelle stradine, quelle più nascoste, dove i vicoli della tua infanzia saranno raggiunti da quella brezza marina che ti mancherà, oh sì che ti mancherà…

Ti lascerò, a malincuore, mentre sei posata su quel letto eterno, e mentre chi rimane qui non farà altro che violentarti ancora, abusare di quel poco che ti rimane, per prendersi l’ultimo bagliore di bellezza che c’è sempre in te, nonostante il tuo stato precario di salute, nonostante gli scandali che ti vedono come protagonista a causa loro, nonostante tu stia diventando sempre di più la terra di nessuno.

Partirò, mi informerò, studierò ancora e sempre di più, e ti porterò la cura, te lo prometto: dovessi lambiccarmi il cervello sino all’esaurimento. Ti porterò tutto quello che ti occorre, affinché i tuoi occhi possano incontrare nuovamente i miei, ancora una volta, giusto per ricordarmi che effetto fa. Ma ora scusami, devo andare.

Ciao mia bella ragazza, ciao mia bella Italia.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

routine

Per Edna, ad un palmo d’oceano

A casa, da qualche parte…

Ogni giorno è la solita solfa. Apri gli occhi e pensi “Non ho alcun impegno oggi, che mi alzo a fare? A che pro?!”, così cerchi il tuo secondo cuscino, sparito chissà dove durante la notte, e che solitamente abbracci in mancanza d’altro (o di qualcun altro/a?) … A tentoni lo ritrovi, lo ghermisci e te lo avvolgi addosso; concluse queste goffe operazioni, in un calore che non sapevi di poter sprigionare, ti rimetti a dormire. Dopodiché ti alzi, più infuriato di prima, e prepari la tua consueta colazione: un caffè solitario e qualche biscottino, giusto per rimettere in moto le mandibole e il ricordo di un gusto (almeno, a prima mattina, ci si può concedere qualcosa di piacevole). Fatto questo, ti metti a sedere: i tuoi gesti, e i movimenti che ne conseguono, sono diventati tutti così tremendamente automatici. Non sai mai che giorno è: la linea di confine tre ieri e oggi pare l’abbiano abolita. Mentre la tazza fumante di purga mattutina è al tuo fianco, il suo calore si dipana, e con tutta la sua disarmante tranquillità ti svela una routine che è diventata quasi quasi angosciante: uno schermo elettronico, apparentemente inerme, illumina artificialmente il tuo viso, che risulta spento. Sembra che l’unico amico fidato rimasto, che voglia sentire quelle tue elucubrazioni di prima mattina, sia quel povero PC, che soffre ogni giorno con te, gracchiando in continuazione con quelle sue ventole asfissiate per il duro lavoro. Dunque quell’aggeggio, macchinoso e spompato, è diventato – sempre a quanto pare – l’unica tua distrazione, l’unica tua finestra sul mondo, e tu, per questo, non puoi farci assolutamente nulla.

Per mondo intendo un mondo pieno zeppo di opportunità, grondante di occasioni imperdibili, di paesaggi esotici “lontano da qui”; un mondo dove puoi essere finalmente te stesso (l’”essere finalmente qualcuno”, invece, lo lasciamo tranquillamente a qualcun altro – qui assolutamente non ci interessa). Perché se provi un attimino a dare uno sguardo fuori, dalle finestre di casa tua, non penso riuscirai a vedere qualcosa di interessante; forse vedrai uno dei paesaggi più belli sul pianeta terra, pennellato qua e là da qualche simpatica collinetta, o da delle montagne maestose, o ancora dall’inconfondibile eterno movimento del mare… Ma oltre a questo, non vedrai assolutamente più nulla: ogni tanto c’è un anziano passante che sputa in terra e che parla al vento; qualche minuto più tardi ce ne sarà ancora un altro che passa, che saluta anche lui con la manina, e che disquisisce volgendosi ad un autentico deserto sociale: quando a prima mattina non senti più in giro le scorribande di bambini che urlano e si fiondano nelle scuole, vuol dire che è finita; significa, per usare un eufemismo, che il tuo paese è già morto e sepolto, o forse – per essere proprio buoni – è in dirittura d’arrivo, e tu, anche qui, per tutto questo, non potrai farci molto.

Ti riaffacci così a quella finestra che potrebbe darti un input salvifico, un lampo di genio, e “sfogli” prontamente le diverse notizie che si caricano, ad un velocità supersonica, sulle pagine virtuali dei giornali: un eterno disastro. Articoli ridondanti, brutti (con sequele d’immagini di brutta gente sempre ritratta con quegli occhietti pregni di squallide connivenze), deleteri (assieme, gli articoli e quella brutta gente), incomprensibili, che non ti servono praticamente a nulla, se il tuo intento – correggimi se sbaglio – è solo quello di comprendere un tantino come funziona quel mondo che speravi di esplorare. Tutti quegli “specialisti” che scrivono e che parlano per te, e che pretendono di sapere per te, sono solo pagati per appannarti la mente, in misura maggiore di quello che già vivi normalmente – “Un’eccessiva informazione, sembra, è uno dei migliori stimoli a dimenticare”; non dimentichiamolo mai. Allora, annoiato come non mai, controlli le tue email: “messaggi in arrivo”… Nulla. Refresh di pagina, non si sa mai… Ancora nulla.

Sei da mesi su questo tuo atavico PC e avrai inviato una cosa come quaranta, cinquanta candidature, quasi ogni giorno. Il problema fondamentale, che la generazione che ci ha preceduto non potrà mai capire, è che non basta inviare il nostro solito CV, la nostra unica “carta d’identità argomentata” che ci presenterà all’ignoto. No, non basta. Dobbiamo diventare tante persone differenti quante sono differenti le destinazioni che vogliamo dare a quelle nostre candidature: un lavoro massacrante, oltre che ingiusto e auto-denigratorio: una specie di legge razziale verso se stessi (perché, per molte candidature, bisogna necessariamente mentire, togliere deliberatamente qualcosa, ritoccare delle informazioni qua e là, essere meno specializzati e ancor meno formati di quanto siamo realmente, altrimenti, udite udite, “costiamo troppo!”, e nessuno avrà voglia di assumerci). Ma se fosse solamente per il CV, il sacrificio lo si può anche fare: ti prepari una bella cartella e organizzi le diverse tipologie di CV in base ai possibili lavori che cerchi. Il problema ulteriore, come se non bastasse, è che bisognerebbe – per sperare di essere minimamente presi in considerazione – corredare il nostro resume con tanto di lettera motivazionale: in altre parole dobbiamo ridurci ad una pagina sintetica, scriverla ultra-convincente da ogni angolazione (noi siamo fighi, il nostro interlocutore è figo = saremmo troppo fighi se lavorassimo insieme, che ne dici? Si può fare?), e scriverne delle altre, ripetutamente, sempre differenti una dall’altra, per infine aspettare, sì, aspettare, indefinitamente… Aspettare che qualcuno, da qualche remota oscurità, abbia solamente la premura – e l’educazione – di inviare qualche segnale.

Allora, dato che fino ad oggi avrò collezionato decine e decine di lettere, e decine e decine di CV, di volta in volta modificati, differenziati, in base alla pluralità di circostanze che sono venute fuori, ho deciso di inserire – in tutte le differenti versioni del mio CV – il mio ultimo impiego, quello cioè più caratterizzante di tutti; quello che designa, più di ogni altro, la nostra bellissima e perduta generazione: IL LAVORO DEL CERCARE LAVORO. Ma da quando ho deciso di inserire questa mia ultima e fruttuosa e davvero appagante esperienza, le risposte hanno incominciato a scarseggiare ancor di più, se non ad annullarsi, vicendevolmente, come se fosse in palio un tentativo ancestrale di raggiungere affannosamente la mia posta elettronica: tanto era urgente il loro appassionato desiderio di cercarmi e contattarmi che questa loro frenesia le ha estinte tutte, si sono polverizzate in un miasma rissoso, e a me, finora, non è pervenuta alcuna notizia – semmai ne fosse sopravvissuta una. Visti dunque i tratti eclatanti di questa tragedia, che non ha nessunissima intenzione di cessare nel breve periodo, ho cominciato a preparare la valigia e a contattare mondi molto più lontani da questo paese, e la mia casella di posta elettronica, così, dal nulla, ha incominciato timidamente a rinvenire, dopo un lunghissimo stato comatoso: da quelle parti saranno sicuramente più pacati, ho pensato; sapranno certamente organizzare al meglio i flussi delle candidature e, in un paio di giorni, voilà, ecco che ti spuntano le risposte vittoriose che ti riportano la gioiosa notizia di candidature sopravvissute; più risposte di quante ne immaginavi. Incredibile! Con sorpresa, tali risposte risultano molto educate e dichiarano, chi l’avrebbe mai detto, di essere interessate al tuo “inaspettato” (per loro) interessamento: fra non molto nascerà una storia d’amore, pensi stranamente gratificato.

Quello che volevo dire però, preso atto della realtà più vera del vero, è che andare via dal proprio paese non deve essere una necessità forzata, ma solamente una scelta di vita, tutta intimamente personale. Ovviamente quest’affermazione, oltre che scontata, lascia il tempo che trova. E allora, alla luce di queste ultime considerazioni, emerge ancor di più il vivido contrasto generazionale che molti a più riprese negano. Bisogna ammettere che le generazioni precedenti, con le loro azioni sociali volontarie e involontarie, non ci hanno lasciato molto in eredità. Neppure le briciole di quello che potevamo racimolare, a forza di volontà, in questi tempi bui (che dico: “tenebrosi”). A parer loro, sembra quasi normale che, col deserto di possibilità che si staglia all’orizzonte, debbano lasciar partir via i propri figli, lontano da casa, e noi diciamo “complimenti, davvero!” (Una domandina al volo: mi spiegate chi vi pagherà le pensioni? Da dove li andrete a prendere i “vostri” soldi?).

Chris Yakimov - unemployment

Chris Yakimov – unemployment

A tal proposito, ricordo, con una tale nitidezza di emozioni repulsive, una giornata di lezione per i “futuri specialisti della comunicazione pubblica” (cioè io con altri colleghi, i “clienti” di un’università privata ciuccia-soldi), in cui una vecchia sgualdrina (un’improbabile ghostwriter di un sindaco di un paese vattelapesca), venuta ad elargire le sue acclamate esperienze in fatto di vita e di carriera professionale, ad un certo punto incominciò ad agitarsi irrimediabilmente, puntando il dito su ognuno di noi (che in quel caso eravamo un campione altamente rappresentativo dell’attuale generazione giovanile italiana – dato che, in quell’occasione, la nostra provenienza toccava parti diverse della penisola –  per inciso, non ricordo perché iniziò ad accendersi in quel modo contro di noi; probabilmente qualcuno aveva accennato alla disastrosa situazione in cui i giovani d’oggi si barcamenano nella disperata ricerca di un lavoro precario, e da lì, la miccia di un suo perfido tacco, scalpitò!). “Voi non sapete cos’è il sacrificio!”, cominciò convinta. “Siete sempre stati abituati ad avere la minestra pronta, a lamentarvi alla prima occasione… Dovreste smetterla! Imparate ad assumervi le vostre responsabilità una volta tanto, e poi ne riparliamo! Noi, a differenza vostra, ce le siamo sudate le nostre carriere professionali: le possibilità non cadono dal cielo… Non pensiate che per noi sia stato tutto così facile come vi ostinate a ripetere sempre, ecc.” … E continuò così, in questo suo orribile sproloquio, per parecchi minuti buoni. Seguì un’accesa discussione tra le parti, lei contro noi: mai avevo visto una sfida generazionale tanto animata, sintomo palese che, chi ha torto, solitamente sbraita di più.

Ora, lungi da me ogni volontà avvelenata di generalizzare al massimo contro una precedente generazione, che per certi versi adorerò per tutta la vita (anche perché mi ha dato i natali :)), a quella signora, (di cui, non so perché, mentre parlava, ho serbato più il ricordo delle sue labbra voluttuose (!) che tutto il resto – compreso tutto ciò che di inconcludente aveva da blaterare), avrei voluto risponderle che sì, certamente abbiamo anche noi i nostri problemi; siamo annoiati dalla vita, viviamo in un deserto emozionale e, probabilmente, per eludere questo scenario, beviamo un po’ troppo, e forse ci droghiamo di più rispetto a tutte le generazioni precedenti – questa non è una giustificazione, sia chiaro. Solamente ci mancano delle prospettive, quel qualcosa che serve a “dare senso”. D’altra parte però avrei voluto anche risponderle, dal mio finto e acquattato silenzio osservatore (perché il piacere della vita, per me, consiste anche nell’osservare perpetuamente la realtà come un occhio vigile e vitreo), che noi, la nostra attuale e giovane generazione, che vive questi tempi liquidi, post-moderni o dopo-moderni (a seconda delle diverse accezioni e delle differenti scuole di pensiero), probabilmente siamo la generazione più responsabile di tutte le altre, al pari dei nostri nonni che, versando praticamente tutto il loro sangue, hanno liberato questo paese dal male più efferato… Le capacità di adattamento che abbiamo fin qui acquisito la loro generazione (sempre la generazione della ghostwriter) non se le sogna nemmeno, perché semplicemente non sa concepirle. Avrei voluto dirle che noi siamo nati e cresciuti in un mondo altamente globalizzato, ricco di stimoli, influenze diversissime, dove il rispetto per il “meticciato” che ne deriva è per noi pane quotidiano, e che sappiamo più facilmente interfacciarci alla diversità più di quanto sappiano far loro (a volte l’ostinata chiusura mentale di taluni soggetti è disarmante! Per fortuna non sono tutti così: ci sono anche le bellissime eccezioni, i nostri punti di riferimento – come dovrebbe essere normale per giunta); perché altrimenti, se non hai rispetto e non cominci a conoscere “il diverso” sei uno sfigato senza speranza, e non riuscirai mai a sopravvivere in questo mondo (soprattutto sopravvivere a te stesso); e che inoltre, abbiamo imparato a prenderci tutte le responsabilità di tutte le sfaccettature che questo cambiamento epocale poteva comportare, e che ancora comporterà, ad un ritmo velocissimo. A differenza loro, noi preserviamo un più alto grado di dimestichezza con la flessibilità, che per certi versi è a dir poco inaudita. Forse nessuno prima di noi ha cambiato così repentinamente vita da un giorno all’altro e più volte all’anno (solitamente, in passato, chi cambiava bruscamente la propria esistenza era per quella volta e per sempre). Noi siamo dei nomadi, non dei vagabondi che non sanno quello che fanno e non pensano sul dove stanno andando, e siamo fieri di esserlo. Siamo fieri della nostra “poligamia dei luoghi”, che ci consente di stabilizzare un’immagine di noi stessi indipendentemente dalla frammentarietà dei contesti che attraversiamo.

Probabilmente, ci siamo ritrovati a vivere in una contingenza del tutto particolare in cui, come diceva il caro zio Jeremy, in un suo famoso saggio intitolato “La fine del lavoro” (ah! per chi non lo sapesse, lo zio Jeremy fa di cognome Rifkin, ed è un personaggio davvero spassoso! Vi consiglio vivamente di leggerlo ogni tanto, saprà come non farvi schiodare da uno dei suoi lungimiranti saggi!), dicevo, un particolare periodo storico in cui calcolatori e robot sostituiranno sempre di più l’uomo in un numero crescente di settori produttivi; un fenomeno, questo, che non riusciranno ad arginare neppure le professioni emergenti: in questa economia globalizzata ogni Stato dovrà fare i conti con una massa sempre più consistente di disoccupati. Cioè, in altre parole, il lavoro non c’è più, e bisogna assolutamente armarsi di pazienza e pensare a nuove coordinante di senso e, soprattutto, a nuovi “discorsi” su come vogliamo cambiare questa nostra società (quindi è inutile che ci rinfacci di tutto, vecchia sgualdrina dalle labbra voluttuose; sicuramente il vecchio zio Jeremy ne sa più di te!) …

Quando penso a queste cose, a questo tema martellante oltremodo dibattuto che è il lavoro, e malgrado ciò, senza apparenti via d’uscita, penso sempre ad un libricino bellissimo, scoperto per caso in terra veneta, tempo fa. Questo libricino, intitolato “The abolition of work”, mi incuriosì alquanto, poiché riportava come data e luogo di pubblicazione l’anno della mia nascita e la capitale dello Stato di New York, Albany, città che personalmente ho conosciuto e calpestato con fierezza. Coincidenze bizzarre quindi, meritevoli, da parte mia, di un’assoluta attenzione. Il suo autore si chiama Bob Black, e personalmente ritengo che abbia scritto una delle chicche più sensate sul tema-lavoro che io abbia mai letto. Vi lascio al suo incipit, e anche al suo link virtuale (sono davvero poche pagine), in modo tale che, oltre a prendervi una meritata pausa dai vostri ripetuti e vani invii di candidature, possiate deliziarvi con questa brusca e rivitalizzante presa di coscienza.

Il libricino intero, rigorosamente in pdf, lo trovate comodamente qui. Io invece, come già accennato, vi conduco giusto al primo assaggino (grassetto mio)… À bientôt!

Nessuno dovrebbe mai lavorare. Il lavoro è la fonte di quasi tutte le miserie del mondo. Quasi tutti i mali che si possono enumerare traggono origine dal lavoro o dal fatto che si vive in un mondo finalizzato al lavoro. Per eliminare questa tortura, dobbiamo abolire il lavoro. Questo non significa che si debba porre fine ad ogni attività produttiva. Ciò vuol dire invece creare un nuovo stile di vita fondato sul gioco; in altre parole, compiere una rivoluzione ludica. Nel termine “gioco” includo anche i concetti di festa, creatività, socialità, convivialità, e forse anche arte. Per quanto i giochi a carattere infantile siano già di per sé apprezzabili, i giochi possibili sono molti di più. Propongo un’avventura collettiva nella felicità generalizzata, in un’esuberanza libera ed interdipendente. Il gioco non è un’attività passiva. Indubbiamente noi tutti necessitiamo di dedicare tempo alla pigrizia e all’inattività assolute molto più di quanto facciamo ora, e ciò senza doversi preoccupare del reddito e dell’occupazione; ma è anche vero che, una volta superato lo stato di prostrazione determinato dal lavoro, pressoché ognuno desidererebbe svolgere una vita attiva. L’oblomovismo e lo stakanovismo sono due facce di una stessa moneta falsa. La vita ludica è totalmente incompatibile con la realtà attuale. E allora tanto peggio per la “realtà”, questo buco nero che succhia la residua vitalità da quel poco che ancora distingue la nostra vita nella semplice sopravvivenza. E strano — o forse non tanto — che tutte le vecchie ideologie appaiano conservatrici, e ciò proprio in quanto tutte danno credito al lavoro. Per alcune di esse, come il marxismo, e la maggior parte delle varianti dell’anarchismo, la loro fede nel lavoro appare tanto più salda in quanto non vi è molto d’altro cui esse prestino fede. I progressisti dicono che dovremmo abolire le discriminazioni sul lavoro. Io dico che dovremmo abolire il lavoro. I conservatori appoggiano le leggi sul diritto al lavoro. Allo stesso modo dell’ostinato genero di Karl Marx, Paul Lafargue, io sostengo il diritto alla pigrizia. La sinistra è a favore della piena occupazione. Come i surrealisti — a parte il fatto che sto parlando seriamente – io sono a favore della piena disoccupazione. I trotskisti diffondono l’idea di una rivoluzione permanente. Io quella di una baldoria permanente. Ma se tutti gli ideologi, così come accade, sono a favore del lavoro — e non solo perché hanno in mente di far fare ad altri la parte di esso che loro compete — tuttavia sono stranamente riluttanti ad ammetterlo. Continuano a disquisire all’infinito su salari, orari, condizioni di lavoro, sfruttamento, produttività e profitto. Parleranno volentieri di qualunque argomento tranne che del lavoro stesso. Questi esperti, che sempre si offrono di pensare per noi, raramente ci renderanno partecipi delle loro conclusioni riguardo al lavoro, e ciò malgrado il rilievo che esso assume nella vita di noi tutti. Fra di loro arzigogolano sui dettagli. Sindacati ed imprenditori concordano sul fatto che sia necessario vendere tempo della nostra vita in cambio della sopravvivenza, benché poi contrattino sul prezzo. I marxisti pensano che dovremmo essere diretti dai burocrati. I “libertari” da uomini d’affari. Le femministe non si pongono il problema di quale forma debba assumere la subordinazione, purché i dirigenti siano donne. Chiaramente questi mercanti di ideologie mostrano un notevole disaccordo su come dividersi le spoglie del potere. Ma è ancora più chiaro che nessuno di loro ha nulla da obiettare sul potere in quanto tale, e che tutti costoro vogliono che noi si continui a lavorare. Forse vi state chiedendo se stia scherzando o parlando seriamente. L’uno e l’altro. Essere ludici non significa essere incongruenti. Il gioco non è necessariamente un’attività frivola, ancorché l’essere frivoli non significhi essere superficiali: molte volte è necessario prendere seriamente ciò che appare frivolo. Vorrei che la vita fosse un gioco, ma che la posta in gioco fosse alta. Vorrei continuare a giocare per sempre.”

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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