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La lunga e appassionata riflessione che il grande geografo e politologo inglese David Harvey svolge in “Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo” (Feltrinelli, 2014, pp. 332) ha un effetto rivitalizzante, terapeutico, per tutti coloro che, nonostante lo sconfortante stato del Mondo, non vogliono cedere all’apatia, al cinismo, alla rassegnazione, al fatalismo.

Harvey illumina le forze e le tendenze contraddittorie sottostanti alla dinamica capitalistica, provando su questa base a delineare un progetto politico alternativo a quello neo-liberista. Le contraddizioni qui analizzate sono diciassette e vengono raggruppate in tre tipologie: fondamentali, in movimento, pericolose.  Le contraddizioni che appaiono più rilevanti sono quelle tra valore d’uso e valore di scambio delle merci; tra appropriazione privata e ricchezza comune, tra produzione e realizzazione. Indagarne il meccanismo di funzionamento, andando oltre le apparenze del quotidiano, si rivela indispensabile non solo per comprendere il mondo in cui viviamo ma soprattutto per trasformarlo.

VALORE D’USO E VALORE DI SCAMBIO

La contraddizione fondamentale tra valore d’uso e di scambio viene chiarita da Harvey con l’esempio della casa. L’abitazione, come tutte le merci, ha un valore d’uso – offre protezione e riparo, costituisce il centro della vita affettiva e familiare, etc – ma soprattutto un valore di scambio. Il valore di scambio delle abitazioni ha acquisito sempre più importanza in Occidente dagli anni Ottanta in poi, tanto che l’epicentro degli ultimi terremoti economico – finanziari (Stati Uniti, 1928, 2008; Spagna, Irlanda, 2008; Giappone, 1990; Svezia, 1993; Cina, 2012)  è sempre stato il mercato immobiliare. 9788807105098_quarta.jpg.448x698_q100_upscale

Nel secondo dopoguerra, almeno nell’Europa socialdemocratica, l’accesso alla casa per un’ampia fascia della popolazione avveniva attraverso l’edilizia pubblica  (o attraverso misure come il controllo degli affitti): lo scopo era garantire il valore d’uso dell’abitazione anche a quelli sprovvisti di valore di scambio adeguato. Smantellando l’edilizia pubblica o rendendola marginale in molti paesi, il neo-liberismo ha affidato al mercato autoregolato l’offerta di abitazioni alla popolazione .

La casa è diventata prima una forma di risparmio – contraggo un mutuo trentennale e alla fine ne acquisisco la proprietà – e, negli ultimi anni, una fonte di guadagno speculativo:  le banche ne spingono sia l’offerta, sovvenzionando i costruttori, che la domanda, concedendo mutui anche a persone a reddito basso o nullo (subprime); la crescita dei prezzi delle case consente ai proprietari di ottenere un plusvalore finanziario (capital gain), che a sua volta può essere impiegato per consumi o per accendere altri mutui. Si forma una gigantesca bolla immobiliare che, quando scoppia, lascia insolventi molti debitori. Le case vengono pignorate. “Nel crollo recente del mercato immobiliare negli States, circa 4 milioni di persone hanno perso la loro casa per espropriazione forzata. Per loro il perseguimento del valore di scambio ha distrutto l’accesso all’abitazione come valore d’uso” (p.33).

In definitiva, la gestione della “questione delle abitazioni” attraverso la via del mercato – celebrata dai leader politici neoliberisti con la retorica del “tutti proprietari” – si è rivelata disastrosa dal punto di vista economico e sociale, distruggendo ricchezza ed esacerbando le iniquità distributive.

APPROPRIAZIONE PRIVATA E RICCHEZZA COMUNE

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Assegnare un valore di scambio a ciò che non lo ha è un tratto distintivo del capitalismo neo-liberista. Si tratta di un processo – ben visibile ovunque – che Harvey chiama “ appropriazione e accumulazione per espropriazione” e che si realizza prevalentemente con la trasformazione di lavoro, terra e moneta in merci fittizie. Perché fittizie? Perché – come spiegato magistralmente dallo storico dell’economia Karl Polanyi nel suo capolavoro “La Grande Trasformazione” (Einaudi, 1974,  pp. 93-94) – “Il lavoro è soltanto un altro nome per un’attività umana che si accompagna alla vita stessa, la quale non è prodotta per essere venduta ma per ragioni del tutto diverse, né può essere distaccato dal resto della vita, essere accumulato o mobilitato; la terra è un altro nome per la natura che non è prodotta dall’uomo, la moneta infine è soltanto un simbolo del potere d’acquisto che di regola non è affatto prodotto ma si sviluppa attraverso il meccanismo della banca e della finanza di Stato. Nessuno di questi elementi è prodotto per la vendita. La descrizione, quindi, del lavoro, della terra e della moneta come merce è interamente fittizia” ( p. 93-94).

Pure, il processo di commodification – complice la crisi fiscale dello Stato in molte economie avanzate – ha subìto un’impennata negli ultimi decenni: dai fenomeni di land grabbing in Africa e Sud America da parte della Cina, all’inflazione di diritti di edificabilità concessi ai grandi immobiliaristi sul suolo agricolo e urbano;  dalla cancellazione delle normative sul controllo dei flussi internazionali dei capitali, alla cessione della sovranità monetaria a organismi non soggetti a controllo democratico e ossessionati dall’inflazione come le banche centrali; dalla creazione di mercati per scambiare diritti di inquinamento, alla costruzione di un mercato del lavoro atomistico, individualistico, spietatamente concorrenziale; in cui i moventi del lavoro delle persone si riducono alla sete di profitto o al “timore della fame”.  La conseguenza è stata “ la crescita continua del potere dei redditieri non produttivi e parassitari, non semplicemente dei proprietari delle terre e di tutte le risorse che vi si trovano, ma dei possessori di beni patrimoniali, dei potentissimi detentori di bond, dei possessori di potere monetario indipendente e dei detentori di brevetti e diritti di proprietà che sono semplicemente esclusive sul lavoro sociale svincolate da ogni obbligo di mobilitarlo per usi produttivi” [..] mentre sulle persone incombe minaccioso un forte senso di alienazione universale. Questo costituisce una delle contraddizioni più pericolose, assieme a  quelle della crescita composta senza fine e del degrado ambientale, per il perpetuarsi del capitale e del capitalismo” (p.243).

PRODUZIONE E REALIZZAZIONE

capitalism isn't workingKarl Marx e John Maynard Keynes ci hanno insegnato che la ragione che muove il capitale non è la produzione di merci che soddisfino i bisogni delle persone, ma di valori di scambio che procurino sempre più denaro ai produttori. Ma questa logica alimenta un’altra contraddizione fondamentale – quella tra produzione e realizzazione – che spesso sfocia in una crisi. Ogni impresa, infatti, cerca di comprimere il più possibile il costo del lavoro: inibendo il sindacato, delocalizzando gli impianti dove la manodopera è meno cara e il fisco meno esoso, ricercando continuamente innovazioni tecnologiche che sostituiscano lavoro morto (macchinari) a lavoro vivo. Tale strategia, se può far spuntare margini di guadagno elevati nel breve termine, si scontra però con il limite della domanda di mercato nel medio-lungo termine. Infatti, se i lavoratori sono costi per la singola azienda, sono tuttavia anche potenziali clienti e quindi fonti di ricavo.  Se però il loro potere d’acquisto crolla, le merci rimangono dentro i magazzini, invendute. I profitti calano; le imprese licenziano ancora; ma così la domanda consumo cala ulteriormente; fino a generare fallimenti di massa. Lo Stato può intervenire trasferendo capacità di spesa ai lavoratori, creando lavoro e pagando stipendi, pensioni, sussidi di disoccupazione: compensando così il crollo della domanda privata (consumi + investimenti + esportazioni nette) con quella pubblica. La spesa pubblica in deficit è in questo caso perfettamente funzionale all’accumulazione capitalistica, al sostegno dei profitti privati. E’ la soluzione keynesiana alla crisi del capitalismo, che ha garantito all’Occidente tassi di crescita elevati nel trentennio 1945-75, prima di perdere la sua forza propulsiva. Il paradigma neoliberista – egemone dagli anni Ottanta in poi – stigmatizza invece il ruolo economico dello Stato ( a parte quando si fa garante dei “diritti acquisiti” dei più ricchi e quando è militare) e punta sulla finanza, sul debito privato, per sostenere la domanda di merci: è l’economia dei mutui subprime e delle carte di credito, delle bolle finanziarie e immobiliari, del consumismo sfrenato; rivelatesi iniqua e insostenibile.  Oggi, segnatamente in Europa, il pensiero economico dominante è quello degli ordoliberali tedeschi, per cui il debito privato e soprattutto il debito pubblico costituiscono peccato mortale (nella lingua tedesca, il termine “die Schuld” è sia “colpa” che “debito”). Non essendo forse perfettamente al corrente che mettere fine al debito equivale a condannare a morte il capitalismo.

FINE DEL CAPITALISMO?

Nell’epilogo del libro, Harvey sviluppa idee interessanti per una prassi politica alternativa, all’insegna di un nuovo umanesimo che liberi “potenzialità, capacità, e poteri umani” (p.279). L’orizzonte verso cui tendere è un sistema economico dove l’offerta di valori d’uso adeguati per tutti (casa, istruzione, sicurezza alimentare, assistenza sanitaria, accesso ai trasporti, etc) abbia la precedenza sulla loro offerta attraverso un sistema di mercato orientato alla massimizzazione dei profitti, che concentra i valori di scambio nelle mani di pochi privati e distribuisce i beni sulla base delle possibilità di pagarli. Proposte concrete in questo senso sono quelle di istituire una moneta che funga da lubrificante degli scambi ma non da riserva di valore (il modello è la stamped money di Silvio Gesell);  implementare un reddito di base per garantire il risparmio e sconfiggere la povertà; tutelare i beni comuni attraverso nuovi regimi giuridici che superino la dicotomia Stato-privato; dar vita a imprese che innovino le modalità e soprattutto i fini della produzione. In queste proposte c’è più Polanyi che Marx, più l’Olivetti del “socializzare senza statizzare” che Keynes. Nell’idea di contromovimento di Polanyi, infatti, è la società – non lo Stato – che organizza contrappesi istituzionali alla mercificazione di terra, lavoro e denaro.  Questa società si trova, oggi, nella realtà –  magmatica, frammentata e alienata – di chi produce e riproduce la vita urbana. Soggetti che devono trovare il modo di parlarsi, di ricompattarsi, per riprendere in mano il loro destino.  Poiché, oggi più che mai, “l’innovazione politica sta nel comporre in modo diverso possibilità politiche già esistenti ma fin qui isolate e separate” (p. 220).

Federico Stoppa

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Il Golpe silenzioso

Pubblicato: dicembre 2, 2013 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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Otto Dettmer

Otto Dettmer

La narrazione della crisi che sembra aver attecchito maggiormente nell’opinione pubblica europea è la seguente: abbiamo campato a lungo al di sopra dei nostri mezzi; gli Stati hanno contratto debiti per finanziare spese sociali crescenti ed insostenibili nel lungo termine, condannando le nuove generazioni ad un presente di disoccupazione e povertà. Bisogna rassegnarsi: il modello sociale europeo – pensioni generose, sanità e istruzione pressoché gratuite e universali, sostegni al reddito nei periodi di disoccupazione – che ha garantito, per circa un trentennio, ad un gran numero di individui degli standard di vita mai conosciuti prima, è definitivamente morto. Certo, i giovani subiscono oggi più di tutti – attraverso un drastico ridimensionamento delle loro opportunità di realizzazione professionale – le politiche di austerità fiscale; ma devono sapere che queste sono inevitabile conseguenza dell’ingordigia dei loro genitori e nonni, nonché dell’irresponsabilità di uno Stato sprecone che li ha viziati con elargizioni cospicue per acquisire consensi.

Questo racconto è indubbiamente seducente, ma non ha alcuna evidenza empirica. E’ servito ai governi per legittimare, a colpi di tagli e riforme dettate da organismi non eletti, lo smantellamento della democrazia sociale europea. Un vero e proprio Colpo di Stato, come lo chiama Luciano Gallino nel suo ultimo libro. Un progetto, in verità, portato avanti fin dai primi anni Ottanta dai governi dei maggiori Stati europei – pressati dei “fondamentalisti del mercato” (l’Ocse, Il Fondo Monetario Internazionale, la Commissione Europea) – attraverso la liberalizzazione dei movimenti di capitali e l’abbattimento di ogni vincolo regolativo dell’attività bancaria. Le conseguenze di tali decisioni sui bilanci pubblici e sulle democrazie europee sono state rilevanti.

L’imposizione fiscale è diventata dappertutto meno progressiva per non far fuggire i capitali o per attirare investimenti dall’estero[1]. L’erosione della base imponibile ha fatto si che il finanziamento dei programmi di spesa pubblica venisse attuato con il ricorso al debito e/o con il solo contributo fiscale delle classi medie, sgravando quelle ricche; da qui i malumori crescenti della popolazione verso lo Stato “vessatore” di cui si sono serviti i leaders populisti europei per conquistare consensi (Streek, 2013).

La deregulation finanziaria ha trasformato l’attività bancaria in un casinò. Le banche europee hanno creato fiumi di denaro dal nulla, senza alcun nesso con l’andamento dell’economia reale. Basti pensare che nei maggiori istituti finanziari europei il rapporto tra attivi e capitale proprio (quella che in gergo si chiama leva finanziaria) era, in media, di 30 a 1 (dati 2008 citati in Gallino, pp.117-18). Cioè: le esposizioni creditizie delle banche superavano di trenta volte le risorse che queste avevano in cassa! Così, appena le attività in cui avevano irresponsabilmente investito (soprattutto titoli derivati altamente rischiosi) hanno perso valore, gli istituti finanziari si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano e con enormi buchi nei loro bilanci, prontamente ripianati dagli Stati con l’immissione di una gigantesca quantità di denaro. Nello specifico, tra ottobre 2008 e ottobre 2010 la Commissione Europea ha approvato 4600 miliardi di aiuti di Stato per il salvataggio del sistema bancario europeo. A causa di questi interventi emergenziali, nel biennio considerato (2008-10) il debito pubblico aggregato dei paesi Ue è passato da una media del 60% all’ 80% del PIL (dati Eurostat). Da notare che la spesa pubblica per le prestazioni sociali è invece da tempo inchiodata, nei paesi europei, intorno al 27% del PIL .

Altro che debito pubblico causato dall’eccessiva generosità dello Stato sociale, quindi[2]. Altro che Keynes. Il debito pubblico è originariamente lievitato a causa della selvaggia liberalizzazione del mercato dei capitali, che ha comportato la riduzione delle imposte ai più ricchi, e quindi la necessità per lo Stato di prendere a prestito denaro a tassi crescenti; poi, negli ultimi anni, è esploso a causa dalla scialuppa di salvataggio – piena di trilioni di euro – che gli Stati europei hanno gettato alle istituzioni finanziarie in agonia. La grande operazione di occultamento della realtà dei fatti che è stata fatta fino ad oggi è servita in ultima analisi per scaricare i costi della crisi sui ceti medi e bassi e portare avanti un Golpe silenzioso.

Federico Stoppa

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Editing grafico a cura di Edna Arauz

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[1] L’aliquota più elevata sui redditi è passata in Europa da una media del 70% negli anni Ottanta al 45% nel 2008; l’imposta sugli utili delle grandi società è scesa di un terzo nello stesso periodo (in Germania addirittura del 50%); infine, i governi europei hanno abolito o ridimensionato le imposte sui grandi patrimoni finanziari e sulle successioni (vedi Fitoussi, 2013, p.86 e Gallino, 2013, p.61).

[2] Anche l’ingente debito pubblico italiano, passato dal 58% al 124% del PIL in soli quindici anni (1980-1994) non è stato determinato, contrariamente a quanto recita la vulgata, da un eccesso di spesa pubblica, che al netto degli interessi è sempre stata al di sotto della media europea; ma alla spesa per interessi sul debito, superiore di circa 7 punti rispetto alla media dell’eurozona. Sulla crescita degli interessi pesò la scelta, fatta nel 1981 dalla Banca d’Italia, di non acquistare più i titoli di stato rimasti invenduti nelle aste pubbliche; lo Stato italiano è stato così costretto a finanziarsi sui mercati a tassi enormemente più elevati (vedi Moro, 2012 e Gallino, 2013, pp.179-80).

“il folle è colui che ha perduto tutto fuorché la ragione” G.K. Chesterton

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La crisi nazionale ed europea che stiamo attraversando è dovuta ad un’eccessiva accumulazione di attività finanziarie (moneta e titoli) a scopo speculativo da parte degli agenti economici, che blocca l’espansione del capitale produttivo e impedisce il raggiungimento della piena occupazione. In particolare, il problema riguarda:

  • Le banche europee,  che non canalizzano la liquidità ottenuta dalla BCE verso il sistema produttivo;
  • I cittadini europei più ricchi – a minor propensione al consumo – i cui risparmi si dirigono sovente in investimenti finanziari senza alcuna ricaduta occupazionale;
  • Gli Stati europei, che perseguono cieche politiche di tagli alle spese e aumento di imposte, incrementando il rapporto debito / PIL. Il fallimento delle politiche di austerità fiscale appare clamoroso quando si esamina il caso italiano.  Lo Stato italiano ha infatti registrato, tra il 1991 e il 2012, un avanzo primario cumulato (eccesso di entrate sulle spese al netto degli interessi passivi sul debito) di più di 700 miliardi di euro (dati Istat); eppure lo stock di debito è diminuito solo lievemente e oggi non si riescono a saldare neppure i debiti della pubblica amministrazione (Pa) verso le imprese fornitrici;
  • La classe media che, costretta a sopportare il peso del maggior carico fiscale, taglia le spese e deprime la domanda di beni e servizi;
  • Gli Stati del Nord Europa (Germania e paesi satelliti) che, non accettando di ridurre a livelli fisiologici i loro ingenti surplus commerciali – via espansione della domanda interna –  soffocano la ripresa economica dei paesi periferici (che dipende ormai solo dall’export).

Se la diagnosi dei nostri mali è corretta, allora l’unica soluzione per guarire è sgonfiare il bubbone finanziario.  Si era parlato molto di riforma dei mercati finanziari dopo lo scoppio del primo incendio: il fallimento della Lehman Brothers, il 15 settembre 2008. Poi più nulla. In compenso, è ripreso molto presto- da parte degli stessi “piromani” di ieri – il  martellante refrain “fate le riforme strutturali!”, che riguardano, manco a dirlo, il mercato del lavoro – da rendere più flessibile – le pensioni, il sistema sanitario (che non possiamo più permetterci), il costo del lavoro (contributi sociali e previdenziali), che non dovrebbe essere più sostenuto dalle imprese ma da tutti i cittadini attraverso le imposte indirette, per loro natura regressive (cioè: meno cuneo fiscale più IVA).

In controtendenza con questa visione, riteniamo sia necessario – se vogliamo veramente uscire dalla crisi- tornare ad occuparci di come restituire al sistema finanziario le funzioni che gli competono: finanziare gli investimenti e facilitare gli scambi commerciali. A questo proposito, è utile richiamare le riflessioni visionarie di alcuni grandi economisti eretici del passato.

UNA MONETA A SCADENZA PER RILANCIARE LA DOMANDA

cover_gesellIl primo personaggio che ricordiamo è Silvio Gesell (1862-1930), semisconosciuto commerciante tedesco di fede socialista, a cui Keynes dedica un paragrafo nella Teoria Generale (cap.23, par.VI, p.547).  Nella sua opera capitale, L’Ordine economico naturale (1916), Gesell descrive una comunità immaginaria dove viene utilizzata una moneta “a scadenza” per scongiurare le crisi da insufficiente domanda aggregata. L’idea è quella di togliere alla moneta l’attributo di riserva di valore, assoggettandola a costi di deperimento simili alle altre merci. Come funziona in pratica? A scadenza mensile, i cittadini devono recarsi presso un ufficio postale e acquistare un bollo di valore molto basso da applicare alle banconote, per mantenerne il corso legale. Il comune utilizza gli introiti per dare lavoro ai disoccupati e sostenerne il reddito.  Il bollo non è altro che un’imposta patrimoniale sulla liquidità, che ha lo scopo di scoraggiare la tesaurizzazione di moneta e di favorire i consumi e gli investimenti, rimettendo in moto l’economia nei momenti di deflazione. La proposta della “stamp money” fu presa in seria considerazione da Irving Fischer, uno dei massimi economisti del Novecento, che giunse a proporla a Rooselvelt nel 1933, in piena Grande Depressione, senza risultato. Nonostante l’ovvia opposizione delle banche centrali, la moneta “ad interesse negativo” è stata applicata successivamente in altre piccole realtà e può essere riproposta con successo anche oggi, come moneta complementare, per sostenere la domanda di prodotti locali. Come scrisse Keynes: ”Ritengo che l’avvenire avrà più da imparare dallo spirito di Gesell che da quello di Marx”(p.549).

L’EUTOPIA DI KEYNES PER CORREGGERE I DIFETTI DELL’EURO

Non è facile, a quanto sembra, per gli uomini comprendere che la loro moneta è un mero intermediario, senza significato in sé, e che scorre da una mano all’altra, è ricevuto e speso, e, quando il suo lavoro è compiuto, sparisce dalla somma delle ricchezze di una nazione” (Keynes, 1923, p.124)

KeynesPIl fantasma di Gesell fa capolino a Bretton Woods, nel 1944; quando Keynes sta progettando l’architettura istituzionale del sistema monetario internazionale del dopoguerra.  Egli ha in mente un sistema valutario a cambi fissi ma aggiustabiliSa che per consentire ai singoli Stati di implementare politiche monetarie e fiscali dirette alla piena occupazione, va favorita la convergenza nelle loro bilance dei pagamenti, il ripianamento delle posizioni debitorie e creditorie. In assenza di un tale meccanismo correttivo, l’espansione della domanda interna in un dato paese manda in rosso i suoi conti con l’estero – le importazioni superano le esportazioni –  costringendolo a finanziare il deficit con afflussi di capitali esteri. Ciò è molto pericoloso: se il debito esterno cresce troppo, gli investitori stranieri possono esercitare ricatti e indebite ingerenze sulle scelte di politica economica del paese, svuotando di senso la stessa democrazia.

Come antidoto alla distruttività dei movimenti di capitali, il Piano dell’economista inglese prevede l’istituzione di una moneta di conto internazionale, il Bancor, emessa da una Camera di Compensazione sovranazionale. Ciascun Paese conserva entro i propri confini la valuta nazionale, ma è intestatario anche di un conto corrente presso la Camera nella nuova moneta, che utilizza per scambiare merci col settore estero. Il meccanismo è il seguente: ogni volta che il Paese A vende al Paese B un bene, la Camera accredita il valore corrispondente in Bancor sul suo conto. Il credito di cui gode A, però, non è solo verso B ma verso tutti i paesi registrati nella Camera.  Così, il Paese A può utilizzare questo attivo per importare un bene da un altro paese C. Alla fine, crediti e debiti dei paesi si compensano: il saldo contabile della Camera è zero e il Bancor letteralmente scompare. Può succedere che un paese finisca le sue riserve in Bancor perché in deficit strutturale di parte corrente (importazioni cronicamente superiori alle esportazioni). In questo caso, deve pagare una multa e ripristinare la competitività, comprimendo la domanda interna. Ma attenzione: nel sistema anche chi ha un avanzo commerciale troppo elevato è soggetto al pagamento di una tassa – che non è altro che un tasso d’interesse negativo sulla moneta, il bollo di Gesell – ed è tenuto a spendere i suoi crediti aumentando le importazioni dagli altri paesi. Il Bancor, infatti, non può essere infinitamente accumulato – dando luogo a debiti che non si ripagano mai – ma ad un certo punto deve essere rimesso in circolo, speso, facilitando il riequilibrio commerciale.  Così l’onere del riaggiustamento è sostenuto insieme dai debitori e dai creditori.

Il Bancor  è a tutti gli effetti una moneta a scadenza, che si decumula: viene creata con un tratto di penna, utilizzata nei commerci e poi, a scambi conclusi, fatta scomparire, grazie al principio della compensazione. La proposta di Keynes, respinta dagli americani a Bretton Woods, fu recepita negli anni ’50 dai paesi europei prostrati dalla guerra, dando vita all’Unione Europea dei Pagamenti; questa fu alla base del grande decollo industriale di quei paesi negli anni Sessanta.  Oggi si potrebbe ritentare quell’esperimento trasformando il sistema di finanziamento delle banche europee, Target 2, in una Camera di Compensazione Comunitaria, per ovviare agli squilibri nelle bilance dei pagamenti dei paesi membri. Con l’Euro a fare le veci del Bancor. Fantascienza? Utopia? No, piuttosto una Eutopia: un “luogo del buon vivere”.

BANCHE PUBBLICHE LOCALI PER RIDARE CREDITO ALLE IMPRESE

thumbs.1Infine, un circuito di finanziamento locale basato sulla compensazione potrebbe essere pensato in favore delle piccole e medie imprese, che ora subiscono la stretta creditizia da parte degli istituti finanziari e il mancato rimborso dei loro crediti verso la Pa. Anche in questo caso, si potrebbe emettere una valuta complementare (o un certificato di credito) costituendo delle banche pubbliche locali, che avrebbero il compito di registrare i flussi di beni scambiati dalle imprese clienti e fornitrici, favorendo il pareggio delle posizioni finanziarie. Funzionerebbe tutto, in scala più piccola (e con le imprese al posto degli Stati), come nella proposta di Keynes.  Inoltre, come illustrato da Massimo Amato e Luca Fantacci nel loro libro “Come salvare il mercato dal capitalismo” (Donzelli, 2012), la valuta locale potrebbe andare a pagare, in parte, i salari dei dipendenti; ciò andrebbe a beneficio dell’economia locale, in quanto la valuta non verrebbe riconosciuta al di fuori di un certo territorio. Questo comporterebbe giocoforza “un sostegno alla produzione e all’occupazione locale e un disincentivo alla delocalizzazione” (p.168). Per i dettagli della proposta rimandiamo al libro di Fantacci e Amato (pp.157-191). Qui basti ricordare che con un esperimento analogo – l’emissione di certificati garantiti dalla Banca Centrale che venivano fatti circolare tra le imprese – Hjialmar Schacht risollevò l’economia tedesca negli anni trenta.

PER CONCLUDERE: L’UNICA RIFORMA STRUTTURALE DI CUI ABBIAMO BISOGNO

Le considerazioni appena svolte smentiscono il ritornello che risuona spesso in questi ultimi anni: non abbiamo più risorse, siamo condannati, da un destino cinico e baro, ad un futuro di privazioni e di stenti. Al contrario: ci sono un sacco di soldi nel sistema, solo che rimangono fermi o vanno a finire dove non si trasformano in lavoro e ricchezza comune ma in rendita individuale. Perciò, l’unica vera riforma strutturale di cui abbiamo bisogno – non più rinviabile – non è quella del lavoro, non è quella previdenziale, non sono le liberalizzazioni: è quella del sistema finanziario, da rimettere al servizio dello sviluppo economico e civile. L’imperativo è ridare credito. Che significa: far rinascere e diffondere la fiducia, il carburante essenziale per la crescita. Nonostante i tempi che corrono, dobbiamo essere cautamente ottimisti. In fondo, là di fronte a noi, a bloccare la via non ci sono altro che un po’ di anziani signori, stretti nei loro abiti talari, che hanno bisogno di essere trattati con un po’ di amichevole irriverenza e buttati giù come birilli (Keynes, 1929).

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IL MARZIANO DISORIENTATO

Un marziano sbarca sul continente europeo e accende la Televisione. Sente che la Banca Centrale Europea (BCE) ha abbassato il costo del denaro allo 0,25%, e che continua ad inondare di liquidità le banche europee. Ascolta che, dal 2011 ad oggi, il governatore della banca centrale ha erogato un trilione di euro al sistema bancario europeo. Spegne la tivù e scende in strada. Si trova in Italia. Parla con la gente. Gli dicono che le imprese chiudono perché le banche non danno credito, e perché non c’è domanda dei loro prodotti. Che lo Stato deve alle imprese circa 50 miliardi di euro, e non li può erogare. Che molti dipendenti non ricevono da mesi gli stipendi. Il marziano apre un giornale qualsiasi. Legge: disoccupato un giovane su due sotto i 25 anni.  Si guarda in giro: vede strade dissestate, parchi pubblici fatiscenti, case, ospedali, scuole che rischiano di crollare ad ogni alluvione o terremoto, beni culturali sfigurati, anziani che annegano nella loro solitudine, giovani anime che vagano senza una meta. A questo punto si ferma a riflettere. Si chiede come sia possibile che le imprese falliscano quando grandi quantità di denaro vengono stampate e prestate a costo zero. Stenta a credere che venga tollerata una disoccupazione così alta, quando i beni pubblici cadono a pezzi ed esistono bisogni sociali insoddisfatti dappertutto.

LA POVERTA’ IN MEZZO ALL’ABBONDANZA

keynesAl marziano bisogna chiarire il paradosso della povertà in mezzo all’abbondanza, una caratteristica peculiare del nostro sistema economico. Il primo a parlarne in modo organico fu John Maynard Keynes nella sua Teoria generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta (1936).  Secondo l’economista britannico, il fenomeno della disoccupazione è causato dalla debolezza della domanda di beni di consumo ed investimento da parte di famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche. La disoccupazione è una malattia che si manifesta più facilmente nelle comunità ricche e sperequate, che in quelle povere.  All’aumentare del reddito della popolazione, infatti, una quota sempre minore di questo viene speso in consumi, mentre la parte rimanente è destinata al risparmio. E quasi mai il risparmio si traduce interamente in domanda di beni capitali e forza lavoro, ovvero in investimento capace di garantire la piena occupazione. Il motivo, afferma Keynes, è che noi viviamo in un’economia monetaria di produzione, dove, contrariamente ad un sistema di baratto, vi è un particolare elemento che si frappone  tra la percezione del reddito e la spesa dello stesso: la moneta. In più, gli individui prendono le loro decisioni d’investimento in condizioni di radicale incertezza riguardo al futuro, affidandosi più a componenti viscerali della natura umana (gli animal spirits) che a calcoli ragionieristici. Tali animal spirits sono soggetti a continue ondate di ottimismo e depressione. Durante i periodi di crisi economica – quando le aspettative sul futuro sono particolarmente negative –  la moneta costituisce così un bene rifugio sicuro, dove conservare i propri risparmi in attesa di tempi migliori. Essa, a differenza di altre merci, gode di diversi privilegi: ha costi di mantenimento nulli, è perfettamente liquida e non perde valore nel tempo. La moneta ci tutela da possibili perdite in cui potremmo incorrere se investissimo i nostri risparmi in qualche altra attività.

LA MONETA COME MERCE: IL DENARO PARTORISCE ALTRO DENARO

1216_keynes_updateLa moneta, nell’economia capitalistica, è una merce. Il suo prezzo è il tasso d’interesse. Il mercato in cui viene scambiata è il mercato finanziario. Chi la possiede accetta di prestarla solo in cambio di un’attività più remunerativa, sia essa reale o finanziaria. Per comprendere meglio tale meccanismo, Keynes invita ad assumere il punto di vista di una banca o di un altro grande intermediario professionale (fondi pensione, fondi d’investimento, società assicurative, etc), i grandi attori che gestiscono il denaro nel sistema capitalistico. Devono decidere se impiegarlo nel finanziamento a lungo termine di un’impresa, oppure se acquistare un’attività finanziaria (titolo di stato, azione, obbligazione corporate, derivato) con ottica di breve periodo. Nel primo caso, dovranno immobilizzare quel credito nel proprio bilancio per molto tempo, con prospettive di guadagno incerte e comunque ritardate. Nel secondo caso, sanno che possono cedere (“liquidare”) quel titolo quando vogliono sul mercato, lucrando rendite elevate in brevissimo tempo. In un momento come questo, l’attività d’impresa è percepita come troppo rischiosa – per l’assenza di domanda di prodotti e quindi per gli scarsi utili che questo comporta – e quindi si preferisce ottenere profitti facili con la compravendita dei titoli nei mercati finanziari. Così, nonostante il denaro pompato dalle banche centrali nel circuito bancario sia abbondante, questo non si trasforma in investimenti ed occupazione ma resta fermo, partorendo altro denaro grazie al potere taumaturgico dei mercati: ci troviamo in quella specifica situazione che Keynes chiama trappola della liquidità“Fra le massime della finanza ortodossa, niente è più antisociale del feticcio della liquidità, la dottrina che sia virtù da parte delle istituzioni di investimento concentrare i propri mezzi sul possesso di titoli liquidi. Essa dimentica che non esiste liquidità dell’investimento per la collettività in complesso. Lo scopo sociale dell’investimento consapevole dovrebbe essere di sconfiggere le oscure forze del tempo e dell’ignoranza che avviluppano il nostro futuro. Invece lo scopo privato dei più esperti investitori di oggi è to beat the gun, mettere nel sacco la gente, riuscire a passare al prossimo la moneta cattiva  o svalutata”(TG, p.314)

USCIRE DALLA TRAPPOLA DELLA LIQUIDITA’

9788842072898Nella trappola della liquidità, il tasso d’interesse rimane ad un livello eccessivamente elevato – rispetto al guadagno atteso – per incentivare investimenti produttivi. L’unico modo per fare profitti è  la speculazione finanziaria. Lo sviluppo del capitale di un paese diventa così “un sottoprodotto delle attività di un casinò”(TG, p.345). Ciò è conseguenza dei “mercati di investimento liquidi, che con tanto successo noi abbiamo organizzato” (TG, p.346).  Ne deriva che l’unico modo  per uscire dalla crisi aumentando l’occupazione è quello di abbattere i tassi d’interesse che frenano gli investimenti produttivi, accrescere le aspettative di profitto degli imprenditori e aumentare la propensione al consumo della popolazione.  Nel vecchio schema utilizzato dagli economisti classici, si tratta di combattere la rendita (finanziaria) a vantaggio di profitti e salari. La nota ricetta keynesiana è quella di fissare ad un basso livello il tasso d’interesse – mettendo la banca centrale sotto controllo pubblico – e di finanziare così investimenti pubblici in deficit capaci di sopperire al vuoto di investimenti privati e assorbire la disoccupazione. Inoltre, per aumentare la propensione al consumo degli individui va redistribuita la ricchezza, attraverso una tassazione progressiva dei patrimoni e delle successioni, e uno sgravio fiscale sui redditi da lavoro. Infine, per attenuare la pericolosità della speculazione finanziaria, va tassata la compravendita dei titoli, in modo da incentivare gli investimenti con ottica di medio lungo periodo. O arrivare addirittura vietare tout court i capitali “impazienti”, cioè gli investimenti di portafoglio di breve termine. Un programma del genere, tanto radicale quanto necessario, per avere i suoi effetti deve essere attuato soprattutto a livello comunitario. Banca centrale come prestatrice di ultima istanza; emissione di titoli di debito pubblico europeo con cui finanziare progetti nell’ambito dell’energia, dell’ambiente, della mobilità sostenibile, della sanità, dell’educazione (Eurobonds); Tobin Tax; separazione tra banche commerciali e d’investimento.  Sono questi i punti fondamentali di un’agenda keynesiana, che però oggi, dopo decenni di ubriacatura neoliberista, appaiono lontani anni luce dalla mentalità e dalle priorità dei policy makers.

 

Federico Stoppa