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Marina Muun - Democratic schools - Medium

Marina Muun – Democratic schools – Medium

Durante questi mesi, mi è capitato un gruppo di studenti davvero motivati: impazziscono per la nostra lingua, ne vanno avidi. Quando parlo, e cerco di farli immergere in un contesto diverso dal loro, hanno gli occhi grandi così dal desiderio di apprendere (e di ascoltarmi). E questo è un bene per me, perché, in tutta facilità, posso indirizzare la lezione verso uno svolgimento più dinamico e partecipativo: un piacevole ping-pong tra professore e studenti.

Tuttavia, mi rendo conto che la maggior parte delle domande che comunque nascono dalla loro curiosità sono frutto di disattenzioni impreviste: è come se fossero sintonizzati su canali differenti, avendo però difficoltà nel seguire quello principale a cui stanno assistendo; è come se fossero immersi in un grande ipertesto (una sfilza di pagine aperte), e fossero attratti da una marea d’informazioni che cliccano e sbucano da tutte le parti, senza che queste però riescano a fissarsi nelle loro menti in maniera risoluta.

È un po’ come quello che accade quando siamo su internet: “ci aggiriamo dappertutto, senza arrivare a nessuna esperienza; contiamo senza fine e non siamo in grado di raccontare. Si ha cognizione di ogni cosa, senza arrivare ad alcuna conoscenza.”

Mi accorgo di questa cosa perché, quando imperversano domande a scoppio ritardato (domande ripetitive solo per avere conferma), il più anziano del gruppo comincia a sbuffare, e a muovere il piede spazientito per le continue “interferenze”. È come se, quest’ultimo, fosse l’unico maggiormente sintonizzato sul “canale” della lezione in corso, e non riesca a comprendere bene il perché della continua disattenzione di tutti gli altri, che non riescono proprio a concentrarsi su un’unica cosa per un tempo più o meno prolungato: hanno bisogno di continue pause, di interruzioni, o di altri riferimenti isolati, come se avessero una necessità innata di spaziare liberamente, e di muoversi con facilità tra informazioni molto diverse tra loro. È stato quindi lo scarto generazionale che mi ha fatto riflettere sulla differenza dei loro atteggiamenti, e su come le dinamiche in classe riflettano perfettamente il loro differente modo di apprendere qualcosa.

Questo mi sembra un buon esempio per parlare dell’influenza del virtuale nel realtà di tutti i giorni – anche se i cellulari in classe sono momentaneamente fuori uso (durante la lezione, dovrebbero essere negli zaini e nelle borse; dovrebbero (!)). Questi episodi apparentemente “irrilevanti”, di domande che parlano della fatica dei ragazzi “di stare dietro ad un’unica cosa senza badare a tutte le altre”, ci possono illustrare indizi utili su come le nuove tecnologie stiano effettivamente modificando i nostri comportamenti, e in questo caso le modalità di apprendimento dei ragazzi in classe: abituati quotidianamente a muoversi e a saltare da una pagina all’altra per reperire più informazioni possibili, perdono fisiologicamente molto dal “sacco” che contiene le informazioni della realtà che stanno vivendo in quel momento (o della “pagina reale” in cui si dovrebbero trovare col corpo e la mente).

Se questi studenti trasudano una motivazione che poche volte ho visto in classe, d’altro canto avverto di quante cose si possano perdere per via dei loro continui cali di attenzione, e della memoria che vacilla facendo acqua da tutte le parti. Ovviamente, anch’io non sono esente da questa amnesia generalizzata. Come molte persone oggi, passo molte ore su internet, o smanetto ripetutamente col mio cellulare. Anch’io quindi – come i miei studenti – vivo in pieno questi nuovi tempi tecnologici.

Forte però di questa consapevolezza, cercherò in più occasioni – almeno in qualità di professore – di chiedere ai miei studenti se ogni tanto possono tentare di chiudere “qualche pagina” nelle loro menti, per concentrarsi solo su quello che stanno vedendo e ascoltando in quel momento dedicato; anche se so già che questo mio intento generoso si tradurrà, quasi certamente, in una richiesta velleitaria tutta in salita (anche perché questa difficoltà la comprendo perfettamente).

Editorial for Usbek & Rica on Behance

Editorial for Usbek & Rica on Behance

Probabilmente, tutto questo ha a che fare con il tempo di cui facciamo esperienza, che è per la maggiore un tempo presente e dilatato: un vero e proprio limbo in cui ci si trova quasi come imprigionati.

Quando infatti spiego in classe “il tempo presente”, lo faccio senza pensarci troppo: dopotutto, in quella sede, devo semplicemente illustrare le sue implicazioni grammaticali con la lingua. È quando torno a casa che le cose si complicano, dato che le sue implicazioni riguardano anche la mia vita e quella in generale, e il fatto inequivocabile di quanto esso abbia fatto piazza pulita tutto attorno, liquidando il passato (un vuoto mnemonico inesorabile) e non contemplando alcun genere di futuro (qualcuno oggi parla mai di futuro? che nome ha?). La vita attuale è talmente immersa in questo tempo (presente) che ci stanchiamo anche di viverlo, non prendendolo seriamente in considerazione, e lasciandolo sfumare come se nulla fosse: tanto ce n’è, ed è tantissimo.

Forse sarebbe meglio tornare in aula, e riprendere in mano “la grammatica del tempo”, riscoprendo così, con una leggerezza pensosa, la legittimità degli altri tempi: la ricchezza e le radici del passato; la visione e l’immaginazione del futuro. È come se la continua connessione che viviamo nel presente ci privasse sistematicamente di altre connessioni necessitanti per la nostra vita (passato e futuro); connessioni che, per loro natura, sono causa ed effetto del tempo in cui viviamo, ma che attualmente non sono disponibili.

Così tra un po’, quando terminerò di scrivere qui, riprenderò in mano il mio cellulare, e userò nuovamente le dita: il digitale significa sostanzialmente questo: toccare con le dita un presente prolungato e sempre disponibile. Tantissime immagini, quindi, scorreranno con facilità, perché è come se fossero trasparenti: sono immagini prive di sguardi (le posso toccare, ingrandire, posso fare quello che voglio – sono quasi costretto a fare quello che voglio).

In questo modo, il digitale cancella gli sguardi e crea uno spazio positivo, dove tutti si ritrovano insieme essendo isolati, creando così un regno sterminato dell’Uguale. Non deve dunque sorprendermi se, stando dall’altra parte del mondo, leggo la stessa roba con le stesse immagini con i medesimi commenti; solo le lingue cambiano: la roba che si ammucchia inutilmente rimane sempre la stessa.

Gli sguardi, al contrario, irrompono su di noi, e ci mettono davanti la diversità, il rischio di una negatività necessaria. Senza sguardi è semplice gestire un finto controllo, ma diventa complicato parlare con noi stessi, salvaguardare le nostre preziose capacità auto-riflessive. Senza la possibile negatività del diverso (negatività intesa come scarto, come interruzione dal circolo d’auto-specchiamento di noi stessi; come slittamento semantico in grado di produrre qualcosa) ci disabituiamo a pensare, a pensare in maniera complessa. E possedere in mano tutte quelle immagini trasparenti per trarne furtivamente qualcosa non ci porta a nulla, se non ad un presente privo di sguardi veri; ad un presente privo di sguardo che si rivolge al passato o al futuro.

Al contrario, è uno sguardo prolungato sulle cose (altri sguardi, le stesse immagini con una data impressa, o le immagini di un futuro possibile) a condurci verso una soddisfazione più profonda del vedere, del percepire, con l’essere che si dipana in un racconto sensato senza la necessità inconvulsa di contare – ad esempio – il numero dei like.

Concludendo con le parole del filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, “la cultura digitale rimanda al dito (digitus), che – soprattutto – conta. La cultura digitale si basa sul dito che conta: la storia, invece, è un racconto. La storia non conta: contare è una categoria poststorica. Né i tweet né le informazioni si combinano in un racconto: neppure il diario di Facebook racconta la storia di una vita, una biografia. È additivo, non narrativo. L’uomo digitale gioca con le dita nel senso che conta e calcola ininterrottamente: il digitale assolutizza il numerare e il contare. Anche gli amici su Facebook vengono soprattutto contati; ma l’amicizia è un racconto. L’era digitale totalizza l’additivo, il contare e il contabile. Persino le simpatie vengono contate sotto forma del “mi piace”. Il narrativo perde notevolmente di significato: oggi tutto viene trasformato in qualcosa di contabile, per poter essere tradotto nel linguaggio della prestazione e dell’efficienza. Così, tutto ciò che non è contabile cessa di essere.”

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti 

Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, nottetempo, 2015.

Dawid Ryski - Modern type of love

Dawid Ryski – Modern type of love

La tua vita è profondamente cambiata, lo senti. Lo percepisci dentro e a attorno a te, e senti che questo cambiamento presenta qualcosa di grave. Te ne accorgi perché sei costantemente distratto, e accorgersi della propria distrazione è una frustrazione latente per te, un fiume carsico, che risale alla tua memoria solo quando l’ha completamente solcata, e spazzata via, rimpiazzandola con una sensazione distonica che avverti quando uno schermo ti fissa, e sfrigola, perché privo di un canale di riferimento.

Quello sfrigolio, ti rimanda alla frammentazione che vivi ogni giorno, in un’altra realtà, una dimensione parallela chiamata social network, e che ha la pretesa di sostituirsi all’altra di realtà, quella più sbiadita, quella che invece dovresti assaporare, sentire e toccare: vivere con tutto te stesso. Uno sciame d’episodi invade il tuo spettro visivo, scorrendo dal basso verso l’alto, come una testata infinita piena zeppa d’informazioni; un rullo magnetico ingannatore che con tutte quelle sue immagini “seducenti” ti sta pian piano trasformando in un consumatore seriale, e silenzioso: un consumatore furtivo di vite altrui.

In questo mondo strano, anche la tua vita è in pasto al consumo degli altri, e diventa ogni giorno un lungo e tedioso episodio spacchettato: i suoi singoli segmenti devono essere da te incorniciati, pubblicati e resi visibili, altrimenti puoi dire di non averli mai vissuti prima, rischiando di perdere memoria di loro. Quella mancanza di memoria che avverti dietro l’angolo, e che fuggi continuamente, dipende da un tuo automatismo acquisito; dalla tua costante esposizione a quella che oggi viene definita “ipertrofia informativa”: una mole esorbitante d’informazioni priva di senso, e che arriva da tutte le epoche e da tutte le parti, senza indicazioni rassicuranti.

Fuggi dunque la mancanza di memoria creando altra memoria. Metti costantemente in circolo le tue immagini, le tue informazioni, molte versioni di te, non sapendo però che sono proprio questi tuoi “pacchetti di memoria” a causarti l’amnesia. Sudi dimenticanza da tutti i pori, e sei nel bel mezzo di un cortocircuito a catena. Ti distanzi da te, e da tutti gli altri, pur continuando a rincorrere te e tutti gli altri.

Il tempo e lo spazio, allora, si sono modificati. La loro percezione ti risulta forte e debole al contempo. Il primo non ha una linearità, ed è composto da tanti punti dispersi che si collezionano a casaccio (passato e presente convivono); il secondo invece aggrega tutto assieme – esperienze, luoghi, persone – per poi catapultarlo verso una lontananza ignota, verso un dimenticatoio globalizzato.

In questo scenario, non puoi esimerti dall’offrire e dal consumare anche tu una promessa di simultaneità, d’istantaneità, che è solo una tra le tante “promesse spot” che oggi viviamo avidamente, e poi non vengono mantenute, perché – come dice una citazione trovata in quel rullo virtuale – “[i media], a cominciare da Internet, tendono a modificare la nostra percezione del tempo. Infatti, determinano un effetto di natura paradossale: in apparenza promettono di raggiungere la simultaneità e l’istantaneità, ma in realtà proiettano in una dimensione che è quella del già avvenuto. E indeboliscono il valore di tutto quello che registrano affinché possiamo evitare di ricordarlo. Vale a dire che il presente, attraverso la fissazione, è privato del suo vero valore.” (Vanni Codeluppi).

Quando le chiamate erano a gettoni il tempo era un bene prezioso: donava valore. Le chiamate illimitate hanno cancellato quel valore, e lo schermo delle chat – che “protegge” le nuove generazioni dall’ansia da chiamata – non lo prende più neppure in considerazione: ora, siamo tutti irrimediabilmente collegati.

Così accade che meno siamo collegati e più siamo vicini. E più siamo collegati e meno viviamo quel valore che è l’attesa, perché l’illusione di essere più vicini di prima, disponibili sempre, sta edificando silenziosamente le nostre nuove distanze solitarie.

Thomas Danthony

Thomas Danthony

Ma che cosa sono oggi le distanze? Esistono davvero? Sono quel resto che realmente mi separa da qualcos’altro? o sono solo quelle parti che stanno al di là e non riesco a toccare o sentire? E se le sentissi lo stesso, quelle parti lontane, che cos’è allora la realtà? è solo quella che calpesto e percorro? o è anche quella che percepisco, che sento comunque vicino a me, pur avendo solo in mano uno schermo freddo?

In effetti, i media digitali danno l’impressione di eliminare le distanze: le percepiamo come nulle. In questo modo può dispiegarsi la spettacolarizzazione del tutto, e di noi stessi: il privato si fonde col pubblico, e quest’ultimo pian piano scompare, sgretolandosi: l’intimità viene deflorata. L’anonimato dello schermo ci protegge dalla mancanza di riguardo, e di rispetto. Il rispetto possiede un riguardo, una distanza, un volgere lo sguardo altrove; lo spettacolo no. Abbiamo perso le distanze e il rispetto.

Ma perdendo il rispetto perdiamo anche la vicinanza, il gioco reciproco, e il rimando vicendevole che ci unisce, e che contribuisce a creare quella fiducia che non riusciamo più a trovare da nessuna parte. Quindi fomentiamo altre distanze, quelle esistenziali: siamo soli e sfiduciati, ma affascinati e sedotti dai nostri spettacoli; siamo aggressivi e senza rispetto, ma poi ci lamentiamo perché non riceviamo comprensione e fiducia.

In definitiva, forse si sono annullate delle distanze, ma ne abbiamo create di nuove. Stanno cambiando le relazioni e i nostri comportamenti, ma non riusciamo a rendercene conto. Come afferma il filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, “arranchiamo dietro al medium digitale che, agendo sotto il livello di decisione cosciente, modifica in modo decisivo il nostro comportamento, la nostra percezione, la nostra sensibilità, il nostro pensiero, il nostro vivere insieme. Oggi ci inebriamo del medium digitale, senza essere in grado di valutare del tutto le conseguenze di una simile ebbrezza. Questa cecità e il simultaneo stordimento rappresentano la crisi dei nostri giorni.”

Probabilmente, tutto questo, ha a che fare con la caducità di ciò che viviamo, di ciò che si spegne prima ancora di mettersi in moto. E ha a che fare anche con il tempo, che ci appare veloce e sfuggente, immerso com’è in un eterno presente che ci inchioda alle tante scelte da poter compiere; che ci immobilizza sulle miriade di possibilità ancora sconosciute che si stagliano sui nostri (smarriti) orizzonti di senso.

Ma non è il tempo ad essere diventato veloce. Quello è solo l’allenamento forzato delle nostre percezioni, che essendo continuamente infarcite d’inutili steroidi si spengono, fino a collassare. È quindi l’illusione della simultaneità per ogni cosa, “il tempo reale e trasparente”, che toglie il ritmo alla calda attesa, alla cerimonia rituale delle relazioni (non delle “transazioni”), e all’irta pazienza che tramonta piano dietro i monti… Tutte cose che, diversamente, riescono ad alimentare quella percezione del tempo che non si preoccupa inutilmente di quello che ancora non c’è, ma lo vive, sedimentandolo con cura nella nostra preziosa memoria confortante.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti 

Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, nottetempo, 2015.

Vanni Codeluppi, Tempo, Doppiozero, 2016.

 

Flickr - bikash01

Flickr – bikash01

Viviamo nell’epoca della dimenticanza, di un oblio crescente e perpetuo. Mi sa che ci siamo talmente dentro che ormai le nostre braccia sollevate in alto non riescono più a gesticolare per imitare un seppur lontano SOS (“Save our souls” – oppure “Siamo Ostinatamente Spacciati”). Questo non vuol dire che dimentichiamo sempre più spesso cosa abbiamo mangiato ier l’altro; questa dimenticanza, penso, sia orami per tutti quanti all’ordine del giorno. È piuttosto un’amnesia più profonda quella di cui sto parlando, un’amnesia che identificheremo come collettiva, ovvero la dimenticanza del nostro povero e abbandonato e ormai chi se lo ricorda più patrimonio culturale (cioè quello che andava sedimentato, quello che doveva “incidersi” per sempre nelle nostre menti).

Come è potuto accadere tutto ciò? Che cosa significa che la nostra memoria viene abbandonata a se stessa senza alcuna preoccupazione da parte nostra? Perché siamo diventati talmente noncuranti da condannare sistematicamente le nostre personali, abituali e/o cognitive memorie all’oblio? Beh, a dire il vero, un po’ di timore c’è stato, e precisamente a partire da quell’infernale periodo in cui l’intero mondo era diventato carne da macello, e stava letteralmente implodendo in quelle che sono state le catastrofi più disumane di tutti i tempi: i due tremendi conflitti mondiali. E allora come si è cercato di rimediare a tutto ciò? Cosa ha fatto l’uomo saputello e così colmo di rimorso? Ha utilizzato l’antidoto dell’ipermnesia, ovvero quell’attività maniacale che si identifica, precisamente, nel recuperare tutto il recuperabile affinché questo materiale mnemonico non venga dimenticato; un’attività parecchio febbrile, a dire il vero.

“Se rappresentata attraverso un diagramma cronologico, la produzione virtualmente infinita di libri e articoli sulla memoria culturale a cui si è assistito negli ultimi vent’anni assomiglia a una febbre sempre crescente, come quella di un malato le cui condizioni sono registrate su una cartella clinica.” Sì, proprio così: viviamo in una società malata di amnesia, in uno stato di malattia terminale dovuta alla mancanza di memoria per ogni cosa. Ecco perché il tema della memoria è oggi tanto sentito, guai a toccarglielo: sarebbe un oltraggio!

In passato, l’”arte della memoria” garantiva un ordine alle cose utilizzando la topografia, e cioè la rappresentazione grafica dei luoghi. Il luogo o l’insieme di luoghi, reali o immaginati, funzionano un po’ come una griglia, su cui poi vengono situate in un certo ordine le cose che si dovrebbero ricordare: così si ripercorre mentalmente la griglia dei luoghi attraversandoli uno dopo l’altro. Il presupposto dell’intero sistema è che l’ordine dei luoghi possa preservare l’ordine delle cose da ricordare. In risposta alle atrocità delle due guerre prima menzionate cominciarono ad elevarsi monumenti commemorativi, perché fondamentalmente “la minaccia dell’oblio genera la commemorazione” ma, reciprocamente (e paradossalmente), “la costruzione di monumenti commemorativi genera a sua volta oblio”.

E perché mai tutto ciò? Perché, evidentemente, i monumenti ai caduti, ad esempio, nascondono in realtà il modo in cui i soldati morivano; nascondono i cosiddetti “incidenti” di guerra e quindi operano una selezione forzata su ciò che dobbiamo ricordare e su quello che verrà praticamente omesso. Con l’”aiuto” dei monumenti, non ricordiamo mica il sangue, i pezzi di corpi che volavano in aria, i cadaveri maleodoranti che rimanevano per mesi senza sepoltura; ma immagazziniamo solamente una piccolissima parte di tutto quello che, con le cose obbrobriose, davvero non c’entrano nulla: abbiamo una flebile memoria “distorta”. E quindi “il bisogno consolatorio di rendere le azioni passate apparentemente necessarie costringe la gente a dare senso a cose che non avevano senso”.

Il problema della dimenticanza ai giorni nostri però, è legato anche al modo di concepire e di vivere l’esperienza individuale del tempo. Si può parlare, ad esempio, del tempo del processo lavorativo, che ci viene completamente oscurato. Sappiamo qualcosa, per caso, riguardo al processo di lavorazione che c’è dietro, ad esempio, alla costruzione di quel divano dove ci accomodiamo ogni sera per cercare un ristoro al termine della giornata? Io so solo che è comodo (in realtà no; è comodo perché la sera sono distrutto). E ancora. Si può parlare del tempo di sopravvivenza degli oggetti che ci circondano, che hanno (non dimentichiamolo!) una vita propria; e sprizzano anche di sentimenti da tutti i pori… Dicevo, gli oggetti ormai vivono di più del loro valore di scambio piuttosto che del loro valore d’uso (quanti “iPhone” hai cambiato nella tua vita? Ti senti in colpa perché hai solo il modello precedente? Su, non fare così! Non vedi che a Milano, ovunque ti giri, i palazzi più elevati vogliono donarti una specie di conforto dicendoti, in maniera plateale, che solo per te, per la tua “salvezza”, è uscita l’ultimissima versione superfiga che non ha ancora nessuno? Dai corri! Che cosa stai aspettando? Sei già fuori moda bello mio, e ricorda: la tua “dea modasparisce altrettanto rapidamente quanto rapidamente compare; ecco che arriva la famosa obsolescenza programmata, sì, proprio lei…).

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Quindi il valore d’uso degli oggetti se ne va a farsi friggere. Se il valore d’uso va a farsi benedire, noi dimentichiamo la nostra storia “romantica” con quell’oggetto. E ancora. La temporalità delle nuove carriere lavorative, tutte precarie e tutte con una data di scadenza che ritma la nostra “grande motivazione” al lavoro; e sì, perché si sa, noi giovani siamo troppo choosy. Questo fenomeno, della carriere lavorative precarie, non fa che concentrare il nostro lavoro sull’esperienza immediata, e non ci permette di dare una continuità storica a quello che facciamo. E quindi? Anche qui oblio, sfiducia culturale.

Poi c’è la celebre dimenticanza provocata dallo sviluppo scriteriato delle grandi città, delle scale di insediamento urbano, che non si sviluppano più attorno ad un unico centro focale (prima, infatti, c’erano le grandi cattedrali che davano un gran esempio di memorabilità), quel punto d’incontro e di sensibilità culturale che permetteva un orientamento spaziale per le strade della città. Ora ci si sono questi sviluppi urbani un po’ amorfi, che si propagano ovunque e per ogni direzione: le cosiddette città policentriche. Questi centri urbani sconnessi sradicano letteralmente la loro memoria storica (questo per fortuna in Italia è ancora un processo limitato; ma non temete: ci stiamo arrivando anche noi).

Ci sarebbe ancora molto da dire… Ma arriviamo a quello che ci tocca di più da vicino, anche ora, in questo momento: il bombardamento informativo. “Un’eccessiva informazione, sembra, è uno dei migliori stimoli a dimenticare”.

ARCHIV - Menschenmassen sind auf einer Straße in Tokio unterwegs, Archivbild vom 30.03.2010. Das Risiko, an Depressionen oder Angststörungen zu erkranken ist Studien zufolge bei Städtern deutlich höher als bei Menschen, die auf dem Land leben. Bei Kindern, die in Großstädten aufwachsen, ist zudem das Schizophrenie-Risiko zwei- bis dreimal so groß. Wissenschaftler haben jetzt herausgefunden, dass zwei für die Regulierung von Stress und Emotionen zuständige Hirnregionen durch das Stadtleben beeinflusst werden, wie Professor Andreas Meyer-Lindenberg vom Zentralinstitut für seelische Gesundheit (ZI) in Mannheim der Nachrichtenagentur dpa sagte. EPA/KIMIMASA MAYAMA (ACHTUNG: Sperrfrist 22. Juni 1900 Uhr, zu dpa-Text "Städter haben höheres Depressionsrisiko" vom 22.06.2011) +++(c) dpa - Bildfunk+++

DPA – Menschenmassen sind auf einer Straße in Tokio unterwegs, Archivbild vom 30.03.2010.

Vi lascio  alle parole di Paul Connerton, l’amico che, sussurrandomi all’orecchio, mi ha aperto gli occhi su questa nostra tremenda, e spesso inconsapevole, tendenza a dimenticare: “Accelerando il tempo, l’uso del computer immerge gli individui in un iperpresente, in un’immediatezza intensificata che, allenando l’attenzione dello spettatore a una rapida successione di microeventi, rende ancora più difficile concepire come “reale”anche il passato a breve termine, poiché il presente è percepito come un periodo di tempo rigorosamente delimitato e del tutto slegato dalle cause passate. Non è forse un caso se il termine “connessione”acquistò un tale rilievo nel discorso pubblico grosso modo all’epoca della guerra del Golfo: esso segnala una mancanza che cominciava a farsi sentire. […] L’informazione che oggi inonda l’ambiente in cui viviamo – ed è forse significativo che in questa espressione corrente il verbo faccia riferimento all’elemento acquatico, che non si può tenere in mano – sposta le cose che non si possono afferrare fuori dal nostro milieu. Una memoria di computer o un’immagine elettronica sono delle “non cose”, nel senso che non si possono prendere in mano; sono accessibili solo con la punta delle dita. Qualsiasi tentativo di afferrare le immagini elettroniche su uno schermo televisivo, o i dati contenuti in un computer, è destinato a fallire. […] Oggi, una parte sempre più grande dell’umanità produce informazione e una parte sempre più piccola produce cose. L’umanità è sempre più dominata da coloro che controllano questo tipo di informazione. La mancanza di solidità di una cultura da cui le cose sono sempre più assenti sta diventando parte dell’esperienza quotidiana. Tutto ciò che è solido si scioglie e diventa informazione”.

Tanta roba. Grazie Paul.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Paul Connerton, Come la modernità dimentica, Einaudi, 2010.