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Il futuro, sostiene il sociologo tedesco Wolfgang Streeck, appartiene allo Stato-nazione e non agli organismi sovranazionali. Solo all’interno degli Stati-nazione può essere esercitato un vero potere di controllo democratico.

D: Signor Streeck, in Europa c’è ancora bisogno di singole nazioni, oppure è l’Unione Europea che deve risolvere i nostri problemi politici?

R: La democrazia moderna è nata dai conflitti all’interno degli stati nazionali. E fino ad oggi ha la sua patria (Heimat) negli stati nazionali. Al contrario, le organizzazioni internazionali sono dominate dagli esperti. Mancano di quella che chiamerei la dimensione plebea della democrazia.

D: Cosa intende con ciò?

R: La democrazia non è prerogativa di una classe colta, istruita, i cui membri si comportano in modo gentile e garbato tra di loro, e cercano di risolvere insieme i problemi. Anche quelli che stanno ai gradini inferiori della società devono poter alzare la voce e dire quello che vogliono.

D: Però questa possibilità di alzare la voce ha recentemente causato molti problemi in Europa.

R: I problemi di alcuni sono le soluzioni di altri – e viceversa. In una democrazia, si deve discutere su quali sono i problemi.

D: Secondo Lei, la nazione è garanzia di democrazia?

R: Non la nazione ma lo Stato-nazione. Il tipo di democrazia a cui mi riferisco esiste solo negli stati, e gli unici stati che esistono sono Stati-nazione – più o meno.

D: Si potrebbe far crescere la democrazia anche a livello sovranazionale. Angela Merkel ed Emmanuel Macron – entrambi democraticamente legittimati – vogliono riparare la UE e stabilizzare l’euro.

 R: Probabilmente non avverrà nulla di tutto ciò. Gli interessi di Francia e Germania riguardo l’euro sono così diversi che, a parte qualche politica simbolica per salvare il capitale politico dei governi coinvolti, non c’è molto che si possa fare. Prenda il ministro dellle finanze europeo. Per i tedeschi è qualcuno che deve assicurare che i piani di risparmio e di austerity siano rispettati. Per i francesi, invece, è l’unico che dispone di un budget per fare investimenti in Francia, che altrimenti non potrebbero essere finanziati se venissero osservati i vincoli sui deficit di bilancio. Gli italiani, similmente, vorrebbero fare questi investimenti, così come i greci e portoghesi.

D: Questa è la ragione per cui le nazioni dovrebbero essere superate.

R: Che significa superate? Contro la volontà dei loro cittadini? E cosa si dovrebbe mettere al loro posto? Non dovremmo voler abolire lo Stato-nazione come luogo di democrazia prima di avere un sostituto. Ogni tentativo di portare l’Europa sotto un unico governo conduce alla divisione. Guardi ai cattivi rapporti che si sono creati tra i paesi dell’Euro nel nord Europa e nell’area mediterranea. L’Europa da Hammerfest a Palermo sotto un unico governo sarebbe solo una tecnocrazia, sconnessa dagli immaginari dei suoi cittadini, governata da uomini che si sentono moralmente e intellettualmente superiori. Sarebbe una comunità politica senza un linguaggio comune, senza tradizioni comuni, senza una comune comprensione di problemi e soluzioni – un prodotto artificiale.

D: Lei come uomo di sinistra sostiene l’idea di Stato-nazione? Vuole tornare indietro al 19° secolo?

R: Ma che retorica! Lo Stato-nazione non è un passo indietro ma un passo in avanti. Il numero di stati nazionali è in costante crescita. Ce ne sono circa 200 oggi. Quando fu fondata l’ONU, dopo la seconda guerra mondiale, non erano più di 60. Lo Stato-nazione democratico sembra essere un modello di successo. È interessante notare che molti stati sono piccoli; la popolazione media è di 17 milioni. Sembra che ci sia una certa preferenza per l’omogeneità: di regola, più piccola è una società, più è omogenea. Lo Stato-nazione come organizzazione politica consente di rappresentare gli interessi regionali delle popolazioni locali nel mondo. Questo non va fatto con la violenza. Il mondo delle nazioni europee occidentali è pacificato da sette decenni.

D: Gli stati nazionali come possono difendere gli interessi della loro popolazione in un’economia globale?

R: Creandosi – attraverso una politica economica intelligente – uno spazio nel mercato globale, in modo che la propria popolazione possa vivere bene. Per farlo, non è necessario trasformarsi in un paradiso fiscale. Prenda un paese come la Danimarca, che ha trovato una sua nicchia grazie al Design, ai servizi di Consulenza, alla Logistica. I danesi hanno legato la loro moneta all’euro, ma, quando questo crea problemi, possono ancora svalutare la loro moneta. La sovranità nazionale, utilizzata in maniera saggia e temperata, può essere uno strumento utile nel mondo globalizzato.

D: Lei ha affermato che la dimensione “plebea” della democrazia – che altri chiamano populismo – ha prodotto effetti reali. Dove e come?

R: Anche uno come Macron, banchiere e tecnocrate, deve prendere atto del fatto che solo un paio di punti percentuali hanno impedito che il secondo turno delle elezioni presidenziali si tenesse tra i populisti Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon. Il fatto che lo stesso Macron si sia lamentato della mancanza di una dimensione sociale dell’UE potrebbe significare che certi segnali sono arrivati.

D: Quindi le democrazie nazionali possono cambiare l’Unione europea più di quanto si pensa?

R: La politica di apertura delle frontiere del governo Merkel – unilaterale e motivata da ragioni di politica interna – con i suoi effetti distruttivi per l’Unione europea, sarebbe potuta continuare a lungo se l’AfD (Alternative für Deutschland, partito di estrema destra xenofoba, ndr) non fosse cresciuta nei consensi alle elezioni regionali della primavera del 2016. Senza la politica immigratoria tedesca della seconda metà del 2015, probabilmente il voto sulla Brexit sarebbe andato diversamente; in fondo, la distanza tra le due fazioni era solo di alcuni punti percentuali.

D: Il concetto di nazione desta particolare sospetto in Germania. I tedeschi sognano più di altri una società senza frontiere?

R: Potrebbe essere così. Da nessuna altra parte come in Germania il desiderio di società senza frontiere sembra così diffuso, anche quando si tratta in realtà della società senza frontiere di tipo neoliberista. Questo è probabilmente dovuto al fatto che ci si vuole sbarazzare della storia nazionale. Si spera che in futuro il nazionalismo tedesco possa essere sostituito dal nazionalismo europeo.

D: Affinché l’Unione europea possa sopravvivere, deve diventare un’unione più stretta – o separarsi ulteriormente. Quale sarebbe l’opzione migliore?

 R: Abbiamo bisogno di meno Unione Europea. Posso immaginare che l’Unione europea in futuro serva come piattaforma per varie forme di cooperazione volontaria tra le nazioni europee. Soprattutto, una futura Unione europea non dovrebbe essere regolata come quella attuale; cosa che oggi la rende praticamente irriformabile. Attualmente, sono praticamente impossibili modifiche ai trattati o correzioni alla giurisprudenza della Corte di giustizia europea. Questo è uno dei più gravi deficit democratici dell’Unione europea.

D: Per quanto tempo ancora esisterà l’Unione?

 R: L’UE, fra vent’anni, non esisterà più nella sua forma attuale. Anche all’euro toccherà la stessa sorte. Ma questo non dovrebbe valere per la semplice cooperazione, il coordinamento volontario, il rispetto reciproco, e sperabilmente per altre cose. Ovviamente, in Europa continueremo a conservare scartamenti ferroviari standardizzati, e forse saremo in grado di chiamare a casa con il cellulare anche dalla Svizzera senza dover pagare una fortuna. Ma il governo europeo tecnocratico dall’alto ha da lungo tempo cessato di funzionare, come dimostra l’euro. Anche se i loro funzionari non vogliono ammetterlo.

D: Lei ha affermato una volta che il problema più grande dell’Unione europea è lo stato di religiosa devozione in cui la gente cade quando sente la parola Unione Europea.

R: Assolutamente. Credo che per molte persone della classe media l’Europa sia diventata oggetto di una religione civile. Quando osserviamo le immense difficoltà che il capitalismo moderno sta affrontando – super-indebitamento, crescente disuguaglianza, diminuzione della crescita, problemi ambientali – non possiamo far finta di credere che i problemi europei stiano nell’organizzazione nazionale della politica europea. Non pochi sembrano credere che grazie all’aiuto di un Superstato, che dovrebbe evidentemente cadere dal cielo, si possano eludere i problemi strutturali del capitalismo globale. Questo si avvicina molto a una credenza religiosa.

D: Le democrazie nazionali sono uno strumento contro il capitalismo? Per esempio, lo scienziato politico belga Chantal Mouffe ha detto una volta: “Il nemico principale del neoliberismo è la sovranità del popolo”.

 R: Sì, aveva ragione.

D: Ma questo non potrebbe essere sostenuto anche da Marine Le Pen?

R: Non posso proibirmi di sostenere ciò che ritengo essere corretto dopo una seria riflessione, solo perché lo sostiene qualcun altro che non sopporto. I politici sono persone che tirano fuori dall’humus di idee delle loro società ciò che più gli conviene. Il Fronte nazionale era anti-semita e neoliberista, ora non è più antisemita e difende lo stato sociale. Quindi dovrei smettere di aborrire il razzismo e di sostenere una politica egualitaria democratica? Il neoliberismo è l’attuale ideologia della politica globale americana. In rapporto al neoliberismo e al suo impeto espansionistico, la sovranità nazionale può essere uno strumento di difesa utile, che non si dovrebbe disprezzare.

Wolfgang Streeck (Lengerich, 1946) è stato dal 1995 al 2014 direttore del Max Planck Institute per la ricerca sociale di Colonia, oltre che membro del partito socialdemocratico tedesco (SPD) per molti anni. Tra i suoi lavori recenti, ricordiamo How will capitalism end? (Verso Book, 2016) e Tempo Guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013).

 

Intervista di Thomas Isler per NZZamSonntag, 12/08/2017. Titolo originale:Wolfgang Streeck: «Die EU wird es in zwanzig Jahren so nicht mehr geben» – Traduzione di Federico Stoppa

 

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Letta euro

Più che al pensiero, alla logica, per difendere il progetto europeo dai venti e dalle maree del populismo, nel suo ultimo libro Enrico Letta ricorre all’emotività, alla narrativa, all’aneddoto autobiografico (Letta, 2017).

L’espediente gli serve per contrapporre le angustie dei vecchi Stati nazionali, nei quali “si attraversava la frontiera e c’erano i controlli” e “si viaggiava portandosi dietro i pacchi di pasta, perché non si trovavano gli stessi prodotti in Francia e in Italia” (pp. 21-22)  alle meraviglie del mercato unico europeo,  dove “qualunque supermercato in Francia propone un’ampia scelta di pasta” (pp. 22) e che permette di viaggiare “prendendo i voli low cost, compagnie che non esisterebbero senza la liberalizzazione dei trasporti aerei promossa a livello comunitario” (p.23).

Indiscutibili benefici per i consumatori, ma non solo. Per l’ex premier, il progetto europeo “tratta ogni popolo con la stessa dignità[..]il contrario di un progetto imperiale” (p.27).

Su quest’ultima affermazione, si è tentati di chiudere definitivamente il libro. Tanta retorica, non uno straccio di idea.

A un certo punto, però, Letta sembra colto da un improvviso attacco di lucidità, quando afferma che la crisi del progetto europeo del dopoguerra coinciderebbe con l’introduzione dell’euro (pp. 46-47). Una moneta fatta per i tempi buoni, ma non “per l’inverno”, priva delle istituzioni giuste per funzionare. Che ha finito per creare, inevitabilmente, malumori e divisioni fra i popoli europei. Tutti lo sapevano, compresi i maestri di Letta e padri dell’euro Andreatta, Delors, Prodi, Padoa Schioppa, Ciampi, che però erano convinti che tale architettura istituzionale monca sarebbe stata completata, senza particolari problemi, dopo l’unificazione monetaria. Che lungimiranza!

Letta comunque difende a spada tratta la moneta unica, perché avrebbe permesso di abbattere un debito pubblico italiano fuori controllo (pp. 47-49). Si potrebbe obiettare all’ex premier che, negli anni Duemila, mentre diminuiva il debito pubblico, esplodeva – in Italia come in tutta la periferia europea – il debito privato, processo largamente favorito dai tassi d’interesse bassi portati dall’euro, con tutte le conseguenze che conosciamo bene:  bolle immobiliari, stagnazione della produttività, perdita di competitività, deteriorarsi dei conti con l’estero, crisi (Stiglitz, 2017).

Per l’ex premier, tuttavia, la disoccupazione di massa che sconvolge i paesi del Sud non può essere addebitata all’euro e alle politiche di austerità. Per individuare i veri colpevoli bisogna volgere lo sguardo altrove. Il progresso tecnologico, internet, la robotizzazione, che, secondo il mantra,“distrugge più posti di lavoro di quanti ne crea”; l’impreparazione dei Paesi europei di fronte all’irrompere della globalizzazione.

Tutti fenomeni che non si potevano evitare, non si potranno rallentare.  La disoccupazione, in questa visione, è un fenomeno “naturale”, non la conseguenza di scelte politiche ( “C’entrano poco la destra o la sinistra”, p.59).

La politica deve limitarsi a preparare la società a questi cambiamenti.  Con la mitica “formazione continua” per facilitare il passaggio da un mestiere all’altro (p.63).  O spingendo i giovani a farsi imprenditori di sé stessi, inventarsi nuovi mestieri, piuttosto che “inserirsi in un organigramma stabile, capace di creare certezze, come quello dell’impiegato o dello stipendiato” (p.59).  Al limite, può indennizzare i perdenti con un’ indennità di disoccupazione europea (p.106). L’unica agenda di riforme possibile, per Letta, è quella basata sulla primazia del mercato.

Nei capitoli finali del libro (pp.71-81), l’ex premier tocca di nuovo le corde dell’emotività, facendo appello all’unità europea per difendere i suoi valori nel mondo: la tutela dell’ambiente, dei diritti umani, e, tenetevi forte, il suo diritto del lavoro (quando poche righe prima aveva ricordato che il lavoro stabile, perno del diritto del lavoro europeo, è ormai una cosa del passato).

Verrebbe da concludere, sconsolati, che la distanza che si è creata tra gli intellettuali della sinistra europeista e la realtà è ormai incolmabile.

Non un’idea, né una riflessione, da parte di costoro, sull’evento che spiega buona parte della crisi europea di oggi: la grande trasformazione economica e politica che sconvolge l’Occidente tra gli anni Ottanta e Novanta. L’Europa che prende forma in quegli anni è parte del progetto neoliberista di ristrutturazione delle società europee, attraverso la redistribuzione di reddito e ricchezza dal basso verso l’alto e l’attacco alle conquiste sociali del trentennio keynesiano post-bellico (Gallino, 2012; Streek, 2013). Il progetto europeo diventa, con Maastricht, un dispositivo per globalizzare la società europea.  La liberalizzazione radicale dei movimenti dei capitali, delle merci, della manodopera, sancita dal Trattato, è funzionale a questo scopo.  Tutto questo, nella trattazione di Letta, non passa neanche sullo sfondo. Per l’ex premier il nemico dell’Europa è il sovranismo populista. Ma, più che una lotta contro venti e maree, quella di Letta rischia di essere una lotta contro i mulini a vento. La sovranità in Europa è de facto prerogativa della sola Germania. Gli altri Stati hanno perso di gran lunga la capacità di esercitarla, specie su temi decisivi, come quelli economici e sociali.

L’Europa ha subìto una crisi di rigetto in molti paesi perché la globalizzazione neoliberista, con la quale si è identificato il progetto europeo, è andata troppo oltre, a corrodere il sociale. L’autodifesa della società europea dal mercato si è manifestata in varie forme, spesso contraddittorie, dalla Brexit, al referendum costituzionale italiano, al crescente consenso verso partiti o movimenti fuori dal perimetro politico tradizionale.

Per ricostruire l’Europa si dovrebbe partire da qua. È inutile affidarsi alle suggestioni emotive, al potere effimero delle narrazioni.  Uno stratagemma a cui la sinistra europeista ci ha abituato, e che serve solo a coprire il vuoto di idee, e di pensiero (critico) che la contraddistingue ormai da troppi anni.

Federico Stoppa

RIFERIMENTI

Gallino L., La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, 2012

Letta E, Contro venti e maree. Idee sull’Europa e sull’Italia, Il Mulino, 2017

Stiglitz J. The Euro, Penguin Book, 2016

Streek W., Tempo guadagnato, Feltrinelli, 2013

 

 

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Brexit, l’esplodere dei flussi migratori, il perdurare della crisi economica e sociale nei Paesi Mediterranei, l’avanzata elettorale dei partiti xenofobi in Austria, Germania e Francia, la perdita di consenso dei partiti tradizionali: tutti episodi che stanno sconquassando l’Unione Europea, tanto da farne temere l’implosione.

Confusa e assediata dal precipitare degli eventi, l’intellighenzia progressista reagisce chiamando a raccolta tutti gli europeisti – difensori degli ideali di pace, fratellanza e cosmopolitismo incarnati dall’Unione – contro la nuova minaccia populista, sostenitrice di un’anacronistica quanto pericolosa sovranità nazionale.

È giunto il momento di ricordare alle forze progressiste, obnubilate da questo europeismo vacuo ed ideologico, che la matrice dell’Unione europea attuale è il Trattato di Maastricht del 1992.  E Maastricht non è affatto l’embrione di un’Europa politica e sociale come si è voluto far credere, ma un’involuzione di quel progetto. Ricostruire criticamente le tappe di quell’involuzione aiuterebbere a comprendere, da parte della sinistra culturale e politica europea, gli errori che la stanno condannando all’irrilevanza.

È dagli anni Ottanta che il progetto europeo, dopo aver tentato con il Piano Werner la via dell’unione politica, viene incanalato su binari completamente diversi (1). Responsabile della svolta è la Commissione Europea guidata dal socialista francese Jacques Delors – oggi santino riverito della sinistra europea – che spingerà per la liberalizzazione totale dei movimenti dei capitali (Atto Unico europeo del 1987), e l’istituzione di una moneta unica europea, da cui discendeva la rinuncia alla sovranità monetaria e agli strumenti di gestione del ciclo economico da parte degli stati membri (Rapporto Delors, 1989). Tutto ciò si concretizzerà nel febbraio 1992 a Maastricht: nascono Unione Europea e Unione Monetaria e si formalizzano i vincoli sui deficit e il debito pubblico in rapporto al prodotto e i criteri di rientro dall’inflazione.

La filosofia che informa il Trattato è quel liberalismo delle regole (ordoliberismo) che vede nei mercati liberi e concorrenziali, nella disciplina fiscale e nella stabilità monetaria gli unici strumenti in grado di promuovere crescita economica e occupazione. Si tratta di una filosofia economica e sociale che ha ispirato l’azione di governo dei conservatori tedeschi dalla fine della seconda guerra mondiale, ma che tra gli anni Ottanta e Novanta viene fatta propria anche dai partiti socialisti e socialdemocratici europei, che prima di allora avevano sposato le tesi di J.M. Keynes sull’importanza del ruolo economico dello Stato non tanto sul piano delle fissazione delle regole del gioco, ma soprattutto come stabilizzatore della domanda aggregata e veicolo di redistribuzione egalitaria di reddito e ricchezza.

Nell’agenda dei partiti socialisti europei (dal New Labour di Blair, all’Ulivo di Prodi, dalla SPD di Schroeder, al PS di Mitterand e Jospin e al PSOE di Zapatero), le politiche di sviluppo economico e giustizia sociale da perseguire con welfare ed investimenti pubblici vengono accantonate, per far spazio a quelle di liberalizzazione, seguendo l’assioma neoliberista per il quale deregolamentare i mercati (del lavoro, del credito, della finanza) e ridurre spesa sociale e tassazione sulle imprese porta a maggior dinamismo economico e quindi aiuta anche chi abita i gradini inferiori della società. Proprie di questa visione sono l’esaltazione acritica della globalizzazione e del multiculturalismo ai danni di stato nazionale e comunità, l’enfasi data ai diritti civili in luogo di quelli sociali, l’idea di una scuola che deve prima di tutto formare “capitale umano”, cioè competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro.

Neanche la doppia crisi economica e sociale che ha travolto l’Eurozona dal 2010 ha modificato l’agenda della sinistra europea.  Al governo in Italia, Francia e Grecia, o stampella del governo conservatore in Germania, la sinistra ha scelto di rafforzare la stretta sui bilanci pubblici con il Fiscal Compact – introdotto nella Costituzione italiana nel 2012 – e attuato senza esitazioni le riforme strutturali imposte da Commissione e Banca Centrale, in primis quella del lavoro.  Mentre faceva macelleria sociale, ha continuato ad invocare “più Europa”, “Stati Uniti d’Europa” e altre formule prive di qualsiasi contenuto. Nel frattempo Il deficit di democrazia nelle istituzioni europee si aggravava, con un Consiglio europeo dominato dall’ideologia dell’austerity dei conservatori tedeschi, due organi “tecnici” non eletti, Commissione e Banca Centrale, che si intromettono nella scelte democratiche dei paesi membri prescrivendo le loro ricette neoliberiste, e  con l’unico organo eletto dai cittadini, il Parlamento, di fatto condannato alla marginalità.

Se questa è l’Europa reale, non c’è allora da stupirsi se i movimenti di estrema destra, che della battaglia contro questa Europa hanno da sempre rivendicato il copyright, abbiano acquisito consensi tra le classi più deboli, aiutati certo anche dalla crisi dei migranti.

Oggi è assai difficile, da parte delle forze progressiste, recuperare il terreno perduto,non solo dal punto di vista politico ma soprattutto da quello culturale. Significherebbe mettere in discussione i dogmi di Maastricht – libera circolazione di merci e capitali, autonomia della politica monetaria, pareggio di bilancio e moneta unica. Significherebbe rottamare, una volta per tutte, l’europeismo ideologico degli ultimi vent’anni (2) e riconquistare spazi di sovranità nazionale, specie nella politica economica. Vasto programma, direbbe il generale De Gaulle.

NOTE AL TESTO:

(1) Così Antonio Calafati: “Il progetto europeo come stava prendendo forma era un ostacolo per il progetto politico neo-liberista che si stava consolidando. Doveva essere una de-costruzione lenta tuttavia, poi le cose sono precipitate. Il pensiero liberale classico non è stato capace di reagire [..]Troppo lontano il pensiero liberale europeo dal riconoscere e comprendere le logiche, la forza e i meccanismi del neo-liberismo. Troppo ottimista sulla solidità della base economica dei paesi europei, del tutto incapace di riflettere sulle implicazioni dell’unificazione monetaria”. (Messinscene europeiste, 23/08/2016).

(2) Si veda, dello stesso autore, il post “Sovranità (Nazionale)” del 8/11/2015: “I liberali non hanno alcuna voglia di capire che cosa sta accadendo veramente al “progetto europeo”. Ma sanno dirci, ora, che quando sapremo parlare tutti l’inglese (quando?), allora sì che il “progetto europeo” lo potremo realizzare. Quando sapremo parlare tutti l’inglese!”

Federico Stoppa

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Laura Zulian - Ostuni

Laura Zulian – Ostuni

L’Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno (Svimez) combatte da anni una generosa e solitaria battaglia sul Sud Italia, picconando, uno dopo l’altro, i luoghi comuni che si sono sedimentati negli anni circa la sua dinamica economica. Il più duro a morire – e che condiziona ancora oggi il discorso sulle strategie di sviluppo del Sud – è quello sugli effetti perversi dell’intervento pubblico straordinario nel Meridione che caratterizzò il ventennio 1957-75, di cui si occupa un volume di recente pubblicazione (Svimez, 2016).

I sostenitori della tesi degli effetti perversi delle politiche di intervento straordinario (Trigilia, 1994; Barca 1999) ricorrono spesso, per suffragarla, all’immagine delle “cattedrali nel deserto”: grandi impianti ad alta intensità di capitale (siderurgici, energetici, petrolchimici) trapiantati nei territori meridionali da incentivi a fondo perduto dello Stato o da investimenti diretti delle Partecipazioni Statali, che non creano indotto né occupazione significativa e in definitiva alimentano solo clientelismo, sprechi e inefficienze. Da cui la proposta di sostituire l’intervento pubblico straordinario con un contesto di norme e incentivi (istituzioni) che avrebbe “liberato” il capitale sociale necessario per innescare uno sviluppo endogeno dell’economia meridionale, sull’esempio dei distretti industriali centro-settentrionali.

Il paradigma dello sviluppo endogeno diventa egemone negli anni Novanta, con la crisi politico-istituzionale che coinvolge il nostro Paese e il consolidamento dell’unione economica e monetaria europea (Calafati, 2016). Nel 1992 viene liquidato definitivamente l’intervento straordinario, e nel 1998 nasce la Nuova Programmazione Economica per il Mezzogiorno, che prevede che siano le Regioni ( e non più lo Stato) a prendersi in carico le politiche di sviluppo del Meridione, attraverso i fondi strutturali messi a disposizione dall’Unione Europea (mentre le risorse ordinarie diminuiscono). Si arriva quindi alla riforma del titolo V della Costituzione del 2001, in cui cade qualsiasi riferimento alla questione meridionale, e alle discussioni sulle virtù salvifiche del federalismo fiscale, nuova cura per un Sud malato e improduttivo che non farebbe altro che drenare risorse da un Nord laborioso e competitivo.

Daniele Gargano - Strisce

Daniele Gargano – Strisce

Ora, i dati riportati dalla Svimez raccontano un’altra storia. Le politiche attive dello Stato ridussero effettivamente il gap di PIL pro capite tra Centro-Nord e Sud di oltre 10 punti, tra il 1957 e il 1974. La convergenza economica fu favorita dell’introduzione del progresso tecnico in agricoltura, dalle infrastrutture finanziate dalla Cassa del Mezzogiorno e soprattutto dalle tanto biasimate “cattedrali nel deserto” pubbliche, che ebbero la funzione, essenziale, di fornitrici di input e beni intermedi a basso costo per le aziende tessili e meccaniche del Nord. Inoltre, nel periodo 1969-73 proliferarono, a seguito degli investimenti in capitale fisso delle multinazionali – anch’essi stimolati da contributi pubblici – piccole e medie aziende nei comparti meccanico, elettronico, aeronautico, dei mezzi di trasporto, con rilevanti ricadute occupazionali. Nel complesso, il saldo finale delle politiche attive al 1973 è in attivo per oltre 200mila addetti.

Per contro, Il Sud inizia il suo declino economico proprio negli anni dell’auspicato sviluppo endogeno, quando alla politica industriale e al sostegno agli investimenti si sostituisce il puntello ai consumi tramite sussidi pubblici ai redditi delle famiglie e delle imprese. Scelte di cui beneficiano soprattutto le imprese del Nord (che si trovano a disposizione, senza concorrenti, un mercato di 20 milioni di abitanti), senza effetti occupazionali né incrementi di produttività sul territorio. Negli anni Novanta la crisi del Meridione diventa patologica, ma il tentativo di curarla con i fondi europei assegnati alle Regioni si rivela un clamoroso abbaglioI criteri di assegnazione di queste risorse sono del tutto arbitrari, beneficiando in gran parte Paesi che praticano sistematiche politiche di dumping fiscale e salariale (Irlanda, Paesi dell’Est) oltre che – è il caso di molti paesi dell’ex Unione Sovietica non soggette alla moneta unica – svalutazioni del cambio per recuperare competitività. Per il Mezzogiorno, inoltre, le risorse europee non si aggiungono né compensano quelle ordinarie, che diminuiscono, e vengono sovente sprecate dalle classi politiche locali in progetti a bassissima redditività economica e sociale.

Negli anni Duemila si fa strada l’idea del federalismo fiscale, costruita sul teorema del Sud parassitario che vive sulle spalle del Nord produttivo. Ma i dati mostrano che proprio in quegli anni i trasferimenti di denaro dal Nord al Sud si riducono costantemente; ciò nonostante, la manifattura centro-settentrionale – privata dell’ossigeno delle svalutazioni competitive – segna il passo. Il Sud rende semmai meno drammatica questa situazione, nella misura in cui esprime una domanda di merci che è soddisfatta quasi interamente dal Centro Nord (il peso percentuale di importazioni nette sulle risorse disponibili è elevato nel Meridione). Quando, dopo l’ultima crisi, il mercato interno meridionale crollerà (-14% dal 2007), le imprese del Centro Nord subiranno perdite rilevanti, non compensate dalla tenuta dell’export nei mercati esteri.

Da quanto detto finora, si capisce come non abbia alcun senso leggere la questione meridionale con ottica micro, localistica, come è stato fatto negli ultimi trent’anni. Bisogna avere il coraggio di rimetterla al centro del dibattito pubblico come questione nazionale, occasione di sviluppo dell’intero Paese. La strategia di politica industriale per il Sud (e quindi per l’Italia) proposta dalla Svimez prevede la messa a valore del patrimonio naturale e culturale, la rigenerazione delle aree interne, lo sviluppo di filiere produttive incentrate sulle energie rinnovabili, la rinnovata operatività dei grandi porti come Gioia Tauro e Taranto, che possono (e devono) sfruttare la loro posizione privilegiata sul Mediterraneo, intercettando il grande flusso di merci che arriva da Cina e India, passa il Canale di Suez e infine raggiunge il Nord Europa. Il compito dello Stato, in questa strategia, non è quello di arbitro che mette qualche regola e lascia poi il campo alle Regioni e all’iniziativa privata, ma semmai quello di regista.  Recuperando quel mix di visione sistemica e capacità operativa e progettuale che contraddistinse, negli anni ’50, i paladini dell’intervento straordinario Pasquale Saraceno, Rodolfo Morandi, Gabriele Pescatore, ora finalmente riscattati dalla damnatio memoriae.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Francesco Paolo Cazzorla

 

Riferimenti bibliografici

Barca F. Il capitalismo italiano. Storia di un compromesso senza riforme, Donzelli, 1999

Calafati A., La Questione Meridionale (1992-2016): Un’analisi storico-critica, GSSI Working Papers, Aprile 2016

Svimez, La dinamica economica del Mezzogiorno, Il Mulino, 2016

Trigilia C. Sviluppo senza autonomia, Il Mulino, 1992

 

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david schweitzer

Leggo su Il Sole 24 ore che la metà degli italiani non ha mai sentito parlare di TTIP, il trattato sul commercio e gli investimenti che Stati Uniti e Unione Europea stanno negoziando in questi mesi. Una buona parte (il 35%) è contraria. La colpa non è della proverbiale ignoranza degli italiani, ma dei giornali, che solo ora (dopo ben 3 anni di trattative tra Commissione europea e Governo federale USA!)  cominciano a dedicare pagine di approfondimento ai contenuti del trattato.

Esso prevede, in sintesi, l’abbattimento definitivo delle barriere tariffarie sui flussi di merci che raggiungono le due sponde dell’Atlantico, la liberalizzazione degli investimenti nei servizi, l’armonizzazione degli standard tecnici e normativi in alcuni settori (farmaceutico, trasporti, telecom, agroalimentare), il completo accesso al succoso mercato degli appalti pubblici federali e locali statunitensi (ora aperto solo al 30% a causa del Buy American Act del 2009). Con benefici rilevanti per l’Europa: economici, sociali, geopolitici. Primo: sostegno alle esportazioni delle imprese (specie le piccole e medie), crescita del PIL, creazione di posti di lavoro. Secondo: prezzi più bassi per i consumatori senza sacrificare la qualità dei prodotti (specie nell’agroalimentare). Terzo: maggior integrazione delle economie occidentali per contenere l’avanzata del blocco russo-indo-cinese.

Al contrario di quanto predica la vulgata degli oppositori, il TTIP non si sottrae alle procedure democratiche: prima di diventare operativo, va ratificato all’unanimità da Consiglio europeo, Parlamento europeo e parlamenti nazionali.  I meccanismi di arbitrato internazionale che dovranno dirimere le controversie tra grandi imprese e stati nazionali vengono resi equilibrati e trasparenti,  diradando i timori iniziali. Ogm e privatizzazione dei servizi pubblici locali sono fuori dal negoziato. Gli standard ambientali e sociali dell’Unione – come ha ripetuto la Commissione europea – non sono barattabili.

inthesetimes.com

Tutto bene, quindi? Le numerose voci contrarie al TTIP (associazioni ambientaliste, ONG, politici di spicco come Hollande, Sigmar Gabriel, fino a Bernie Sanders e Donald Trump) sono solo degli oscurantisti, nemici del free trade e del progresso? Se ci si accontenta dei grandi enunciati, si. Se si quantificano gli effetti del trattato sull’economia europea, però, qualche dubbio emerge. La Confindustria (favorevole all’accordo) stima una crescita media annua del PIL europeo dello 0, 48% nel decennio 2017-27 grazie al TTIP (Confindustria, 2015). Briciole. Cancellare del tutto i dazi sui prodotti Usa e Ue, già in media bassissimi, o armonizzare gli standard normativi, non paga. E l’occupazione? Una crescita del PIL così irrisoria, derivata esclusivamente dall’export, non crea posti di lavoro significativi: si dimentica, infatti, che l’economia europea è trainata dalla domanda interna, non dall’export. Produzione e occupazione crescono con la spesa per consumi e investimenti più che con la domanda estera. Difficile, inoltre, che, in piena deflazione, l’ulteriore ribasso dei prezzi sulle merci importate accresca il benessere dei consumatori. Dal punto di vista economico, il TTIP ha quindi un impatto trascurabile. Fa il solletico al mostro della disoccupazione. Non può certo contrastare lo scenario da stagnazione secolare a cui sembra affacciarsi l’Occidente (Summers, 2014).

Le ragioni del trattato transatlantico sono tutte (geo)politiche. Il blocco occidentale Ue-Usa (50% del Pil mondiale, 1/3 dei flussi commerciali globali, ma solo il 15% della popolazione mondiale) non è più egemone. Sta crescendo il peso demografico, economico, politico di altri paesi, spesso dittature che calpestano i diritti umani, come Cina e Russia. Il trattato transatlantico serve ad arginare la loro avanzata, a riportare la globalizzazione sotto le briglie della democrazia liberale. Ma difendere le istituzioni della democrazia in senso sostanziale (e non solo formale) passa necessariamente per la redistribuzione di redditi, lavoro, opportunità. Tema cruciale che il TTIP non sfiora neppure, ma al quale è sensibile, oggi, la maggioranza dei cittadini europei e americani, gravata da povertà, disoccupazione, perdita di speranze.  È questo il punto che le elités europee e americane liberali, ben educate, cosmopolite e sostenitrici del free trade  si ostinano ad ignorare. È questo il motivo per cui molti cittadini consegnano la loro rappresentanza parlamentare ai partiti xenofobi, nemici agguerriti della libera circolazione di merci e persone, simpatizzanti dichiarati del dispotismo russo (Trump, Salvini, Le Pen).

È tempo che i liberali rimettano in cima alla loro agenda politica la questione sociale. In caso contrario, i popoli non rigetteranno soltanto un semplice accordo commerciale, ma – cosa francamente più allarmante – la stessa democrazia.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz e Francesco Paolo Cazzorla

 

Riferimenti bibliografici

Calenda C., Sì all’accordo ma niente soluzioni al ribasso, Corriere della Sera, 30/05/2016

Cavestri L.,  Un italiano su due non ha mai sentito parlare del Ttip, Il Sole 24 Ore,31/05/2016

Confindustria,  Ttip: stato dell’arte e prospettive del negoziato, Position paper, Novembre 2015

Economist (the), Trade: at what price?, 2/04/2016

Summers L.  Reflections on the New Secular Stagnation Hypothesis, Vox, 2014

 

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L’Esilio di Elena

Pubblicato: aprile 18, 2015 da Federico Stoppa in Cultura
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camus

di Albert Camus

Il Mediterraneo ha la propria tragicità solare che non è quella delle nebbie. Certe sere, sul mare, ai piedi delle montagne, cade la notte sulla curva perfetta d’una piccola baia e allora sale dalle acque silenziose un angosciante senso di pienezza. In questi luoghi si può capire come i Greci abbiano sempre parlato della disperazione solo attraverso la bellezza e quanto essa ha di opprimente. In questa infelicità dorata la tragedia giunge al sommo. Invece la nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni. Ecco perché l’Europa sarebbe ignobile, se mai il dolore potesse esserlo.

Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa han preso le armi. È la prima differenza, ma risale molto addietro. Il pensiero greco si è sempre trincerato nell’idea di limite. Non ha spinto nulla all’estremo, nè il sacro, nè la ragione, perché non ha negato nulla, né il sacro, né la ragione. Ha tenuto conto di tutto, equilibrando l’ombra con la luce. Invece la nostra Europa, lanciata alla conquista della totalità, è figlia della dismisura. Essa nega la bellezza come nega tutto quello che non esalta. E, per quanto in modo diverso, esalta una sola cosa: l’impero futuro della ragione. Nella sua follia, essa allontana i limiti eterni e, nello stesso istante, oscure Erinni le si avventano sopra e la straziano. Vecchia Nemesi, dea della misura, non della vendetta. Chi supera il limite, ne è castigato senza pietà.

esilio di elenaI Greci, che per secoli si sono interrogati su che cosa sia giusto, non potrebbero capir nulla della nostra idea di giustizia. Per loro l’equità supponeva un limite mentre tutto il nostro continente spasima alla ricerca di una giustizia che vuole totale. Già all’aurora del pensiero greco, Eraclito immaginava che la giustizia ponga limiti allo stesso universo fisico. <<Il sole non oltrepasserà i suoi limiti, altrimenti le Erinni, custodi della giustizia, sapranno scoprirlo. >> Noi, che abbiamo scardinato l’universo e lo spirito, ridiamo di quella minaccia. Accendiamo in un cielo ebbro i soli che vogliamo. Ma questo non toglie che i limiti esistano, e noi lo sappiamo. All’estremo delle nostre demenze, fantastichiamo di un equilibrio che ci siamo lasciati alle spalle e che ingenuamente crediamo di ritrovare in fondo ai nostri errori. Presunzione puerile che giustifica come popoli infantili, eredi delle nostre follie, guidino oggi la storia.

Un frammento, attribuito sempre a Eraclito, enuncia semplicemente:  <<Presunzione, regresso del progresso. >> E molti secoli dopo il filosofo di Efeso, davanti alla minaccia di una condanna a morte, Socrate non si riconosceva altra superiorità che questa: non credeva di sapere quello che ignorava. La vita e il pensiero più esemplari di quei secoli terminano con una fiera ammissione di ignoranza. Dimenticandolo, abbiamo dimenticato la nostra virilità. Abbiamo preferito la potenza che scimmiotta la grandezza, prima Alessandro e poi i conquistatori romani che, con incomparabile bassezza d’animo, gli autori dei nostri manuali ci insegnano ad ammirare. Anche noi, a nostra volta, abbiamo conquistato, spostato limiti, dominato cielo e terra. La nostra ragione ha fatto il vuoto. Finalmente soli, portiamo a compimento il nostro dominio su un deserto. Come potremmo dunque immaginare quel superiore equilibrio in cui la natura bilanciava la storia, la bellezza il bene, e che portava la musica dei numeri fin nella tragedia del sangue? Noi voltiamo le spalle alla natura, ci vergogniamo della bellezza. Le nostre miserevoli tragedie si trascinano dietro un odore di scrivania e il sangue di cui grondano ha il colore dell’inchiostro grasso.

Perciò oggi è indecente proclamare che siamo figli della Grecia. Oppure ne siamo i figli rinnegati. Mettendo la storia sul trono di Dio, andiamo verso la teocrazia, come quelli che i Greci chiamavano barbari, combattendoli a morte nelle acque di Salamina. Per afferrare bene la differenza bisogna ricorrere a quello fra i nostri filosofi che è il vero rivale di Platone. <<Solo la città moderna>> osa scrivere Hegel, <<offre allo spirito il terreno in cui può prendere coscienza di sé>>. Cosi noi viviamo l’epoca delle grandi città. Il mondo è stato deliberatamente amputato di ciò che ne costituisce la permanenza: la natura, il mare, la collina, la meditazione serale. C’è coscienza ormai solo nelle strade, perché c’è storia solo nelle strade, questo è il decreto. E in quella scia, le nostre opere più significative attestano lo stesso partito preso. Dopo Dostoevskij, si cercano invano i paesaggi nella grande letteratura europea. La storia non spiega ne l’universo naturale che c’era prima, ne la bellezza che sta sopra alla storia. Quindi ha scelto di ignorare l’uno e l’altra. Mentre Platone comprendeva tutto in sé, l’assurdo, la ragione e il mito, i nostri filosofi, che hanno chiuso gli occhi sul resto, non contengono che l’assurdo o la ragione. La talpa medita.

l'eteHa cominciato il cristianesimo a sostituire alla contemplazione del mondo la tragedia dell’anima. Ma almeno si riferiva ad una natura spirituale, e, mediante quella, manteneva una certa fissità. Morto Dio, non rimane altro che la storia e  la potenza. Da molto tempo ogni sforzo dei nostri filosofi non mira ad altro che a sostituire alla nozione di natura umana quella di situazione, e all’armonia antica l’impeto disordinato del caso o il moto spietato della ragione. Mentre i Greci ponevano alla volontà i limiti della ragione, noi, per finire, abbiamo messo la spinta della volontà al centro della ragione, che ne è diventata micidiale. Per i Greci i valori preesistevano ad ogni azione e ne segnavano esattamente i limiti. La filosofia moderna colloca i propri valori al termine dell’azione. I valori non sono, divengono, e li conosceremo interamente solo aI compiersi della storia. Coi valori, sparisce il limite, e dal momento che le concezioni differiscono su quel ch’essi saranno, dal momento che non c’è lotta che, senza il freno di quegli stessi valori, non si estenda all’infinito, oggi i messianismi si affrontano e i loro clamori si fondono nell’urto degli imperi. Secondo Eraclito, la dismisura è un incendio. L’incendio avanza, Nietzsche è superato. L’Europa non filosofeggia più a colpi di martello, ma di cannone.

Però la natura è sempre lì. Alla follia degli uomini contrappone i cieli calmi e le proprie ragioni. Fino a che anche l’atomo prenda fuoco e la storia si compia col trionfo della ragione e l’agonia della specie. Ma i Greci non hanno mai detto che il limite non poteva essere varcato. Hanno detto che esisteva e che veniva colpito senza pietà chi osava oltrepassarlo. Nella storia di oggi non c’è nulla che li possa contraddire.

Lo storico e l’artista vogliono entrambi rifare il mondo. Ma l’artista, costrettovi dalla propria natura, conosce i suoi limiti e lo storico li disconosce. Perciò il fine di quest’ultimo è la tirannia, mentre la passione del primo è la libertà. Tutti coloro che oggi lottano per la libertà combattono in ultima analisi per la bellezza. Non si tratta, beninteso, di difendere la bellezza per se stessa. La bellezza non può fare a meno dell’uomo; ma solo seguendo la nostra epoca nella sua sventura noi le daremo grandezza e serenità. Non saremo mai più solitari. Ma è altrettanto vero che l’uomo non può fare a meno della bellezza e la nostra epoca finge di volerlo ignorare. Essa s’irrigidisce per raggiungere l’assoluto e il dominio, vuole trasfigurare il mondo prima di averlo esaurito, ordinarlo prima d’averlo capito. Per quanto dica, essa diserta da questo mondo.

Nell’isola di Calipso, Ulisse può scegliere fra l’immortalità e la terra della patria. Sceglie la terra, e insieme la morte. Oggi una grandezza cosi semplice ci è estranea. Altri dirà che manchiamo d’umiltà. Ma, tutto considerato, la parola è ambigua. Simili ai buffoni di Dostoevskij che si vantano di tutto, salgono alle stelle e finiscono con l’esibire la propria vergogna nel primo locale pubblico, noi manchiamo di quella fierezza dell’uomo che è fedeltà ai propri limiti, amore chiaroveggente della propria condizione.

<<Odio il mio tempo,>> scriveva Saint-Exupéry prima di morire, per ragioni che non sono molto lontane da quelle di cui ho parlato. Ma, per quanto conturbante sia questo grido che viene da chi aveva amato gli uomini in quel che hanno di ammirevole, noi non lo faremo nostro. Eppure, in certi momenti, che tentazione di abbandonare questo mondo triste e scarno! Ma questo tempo è il nostro, e noi non possiamo vivere odiandoci. L’uomo è caduto cosi in basso solo per l’eccesso delle sue virtù e per la grandezza dei suoi difetti. Lotteremo per quella fra le sue virtù che risale a tempi lontani. Quale? I cavalli di Patroclo piangono il loro padrone morto in battaglia.. Tutto è perduto. Ma il combattimento riprende con Achille e alla fine c’è la vittoria, perché l’amicizia è stata assassinata: l’amicizia è una virtù.

Ammettere l’ignoranza, rifiutare il fanatismo, por limiti al mondo e all’uomo, il viso amato, la bellezza insomma, è questo il terreno su cui ci ricongiungeremo ai Greci. Il senso della storia di domani non è in certo modo quel che si crede. Esso è nella lotta fra creazione e inquisizione. Nonostante il prezzo che agli artisti costeranno le loro mani vuote, si può sperare nella loro vittoria. Sopra il mare scintillante ancora una volta si dissiperà la filosofia delle tenebre. O pensiero meridiano, la guerra di Troia viene combattuta lontano dai campi di battaglia! Anche questa volta le terribili mura della città moderna cadranno, per darci, <<anima serena come la calma dei mari>>, la bellezza di Elena.

(da L’ Estate e altri saggi solari, Bompiani, 2003)

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gregory - School's out

Gregory – School’s out

Chissà quante volte vi è successo di stare lì, mezzo sbadigliando e mezzo finto/a-attento/a, a sorbirvi una litania di questo tipo: “Le facoltà umanistiche non servono a nulla! E che fai dopo, me lo spieghi? Il letterato? Il filosofo? Come pensi di mangiare, eh? Con due chiacchiere da prestigiatore che, forse, si spera, almeno quello, riuscirai a mettere insieme dopo la laurea?…

Caro alunno, in una prospettiva di lavoro futura, è consigliabile scegliere sempre le materie scientifiche, e non ti sbagli: quelle sì che sono ricercate sul mercato del lavoro, ti danno sicuramente uno sbocco, e lo dicono, pensa un po’, anche le molte proiezioni statistiche che si spendono a iosa sul tema”…

Ora, non so se “consigli” di questo tipo vengano ancora inculcati nelle scuole a giovani menti inesperte e impaurite, ingabbiate nei labirinti della scelta per un futuro che, anche se ci fosse, sarà sicuramente buio, funambolico e burrascoso. Ma se fosse davvero ancora così verrebbe da riderci un po’ sopra credo, dato che, anche se uno studente varcasse la soglia dell’università e scegliesse l’una o l’altra via, le cose non cambierebbero poi così molto: il lavoro comunque non c’è da nessuna parte, si è letteralmente disperso, prosciugato sin dall’indotto.

Al di là dei soliti discorsi molto tristi e rompipalle sulla crisi, e sul lavoro che non c’è, e sulle difficoltà che si trovano per avere anche una minima risposta dopo aver presentato una carta straccia di CV che ha la presuntuosa pretesa di riassumere e di riassumerti per quello che sei diventato e per tutto ciò che hai collezionato sino a lì, beh, passiamo ad altro.

Eh sì, perché è meglio guardare altrove e bere tanta birra o svariati cuba libre (come vorrebbero mie care conoscenze) e fottersene altamente, giusto? Dato che ormai si è palesemente rotta quel tipo di solidarietà che vede come protagonista l’incontro-dialogo tra le generazioni. Il cosiddetto “patto generazionale”; sì, quello lì. E dunque, a questo punto: Responsabilità. Responsabilità. Responsabilità. Quante volte al giorno sentiamo o leggiamo questa parola? Dio santo, non se ne può più! Ora si ricordano? Che ci hanno rubato praticamente ogni barlume di futuro e che si sono presi letteralmente tutto di quel poco, caduco, che era rimasto? Vergogna. Dopo una sbronza colossale si sono ritrovati nel post-festa con bottiglie pavimentate e rotte e ovunque e, con un gran mal di testa, continuano a brontolare: Responsabilità. Poveri, davvero.

Quello che volevo dire però è che, dopotutto, loro hanno fatto il loro e hanno attinto ogni tipo di risorsa dai rubinetti nazionali, e su questo non ci piove. Il problema però non è solo in casa nostra, il problema è anche europeo e anche e soprattutto globale, assieme: purtroppo dei casini che hanno combinato loro, non solo devono risponderne ai loro figli, ma anche ai figli degli investitori esteri che, diciamolo, sono stati un tantino più sobri dei nostri vecchi – sì, si sono sballati anche loro, ma in maniera più consapevole, ecco, come dire: in modo decisamente più responsabile!!

Ed ecco che si sono risvegliati, sempre ciondolanti e puzzosi di festini alcolici, accompagnati per le strade della città da guardie del corpo impeccabili dentro macchine lucenti e blu. Sì, proprio così: blu-notte-non-sognarti-di-cacarmi-neppure-di-striscio. E si sono accorti, non si sa come, che devono rispondere ai proverbiali dettami europei, che vedono come protagonista indiscusso il delicatissimo bilanciamento tra sviluppo economico e coesione sociale; sviluppo e coesione sociale costituiscono le parole d’ordine delle politiche europee impegnate a trovare un punto di equilibrio tra le due prospettive, a combinare la competizione con l’equità e l’economia con la società. Operazione non semplice da realizzarsi in presenza di un diffuso orientamento politico-economico (vedi le materie scientifiche sono più fighe) che identifica lo sviluppo con la crescita del Prodotto Interno Lordo e subordina la produzione di educazione e socialità – che è creazione di organizzazione sociale – alle ragioni prioritarie dello sviluppo economico (Vedi “Materie umanistiche? Cosa?”).

Ed ecco che arriviamo all’inizio. Se un ingegnere deve investire la propria istruzione e il suo lavoro sugli improrogabili criteri dell’efficienza e dell’efficacia, e dunque su un mercato del lavoro che pompa e spinge e adora unicamente lo sviluppo economico delle imprese, un tipo che si occupa di “materie umanistiche” si ritrova, per forza di cose, a fare da assistente sociale a questi tipi ultra-stressati; perché questi tipi umanisti, guarda caso, hanno studiato per questo tipo di cosa quà. Ma allora la domanda è: si vive per lavorare? O si lavora per vivere? This is the problem.

Mi sa che, oggigiorno, l’americanizzazione ci ha investiti tutti, senza distinzioni, e siamo diventati burattini-consumatori del primo stile vita che è stato appena pronunciato:vivere-solo-per-lavorare(-e-consumare-e-consumare-e-consumare). Quindi cara professoressa rompicoglioni, sa cosa le dico? Bilanciamento. Bilanciamento. Bilanciamento. Lei non ascolta l’Europa? Io sì: balance. E le consiglio una sua maggiore pianificazione mentale verso un approccio educativo che abbia a cuore la mente impaurita (per quelli che si preoccupano) dei giovani che ha sotto la sua ala, affinché (il suo approccio educativo) sia rivolto più al lavorare per vivere meglio e non viceversa: vivere per lavorare sempre peggio, o, meglio ancora, vivere per non lavorare affatto. Dia una motivazione “degna di nota”, su?

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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