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L’Esilio di Elena

Pubblicato: aprile 18, 2015 da Federico Stoppa in Cultura
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di Albert Camus

Il Mediterraneo ha la propria tragicità solare che non è quella delle nebbie. Certe sere, sul mare, ai piedi delle montagne, cade la notte sulla curva perfetta d’una piccola baia e allora sale dalle acque silenziose un angosciante senso di pienezza. In questi luoghi si può capire come i Greci abbiano sempre parlato della disperazione solo attraverso la bellezza e quanto essa ha di opprimente. In questa infelicità dorata la tragedia giunge al sommo. Invece la nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni. Ecco perché l’Europa sarebbe ignobile, se mai il dolore potesse esserlo.

Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa han preso le armi. È la prima differenza, ma risale molto addietro. Il pensiero greco si è sempre trincerato nell’idea di limite. Non ha spinto nulla all’estremo, nè il sacro, nè la ragione, perché non ha negato nulla, né il sacro, né la ragione. Ha tenuto conto di tutto, equilibrando l’ombra con la luce. Invece la nostra Europa, lanciata alla conquista della totalità, è figlia della dismisura. Essa nega la bellezza come nega tutto quello che non esalta. E, per quanto in modo diverso, esalta una sola cosa: l’impero futuro della ragione. Nella sua follia, essa allontana i limiti eterni e, nello stesso istante, oscure Erinni le si avventano sopra e la straziano. Vecchia Nemesi, dea della misura, non della vendetta. Chi supera il limite, ne è castigato senza pietà.

esilio di elenaI Greci, che per secoli si sono interrogati su che cosa sia giusto, non potrebbero capir nulla della nostra idea di giustizia. Per loro l’equità supponeva un limite mentre tutto il nostro continente spasima alla ricerca di una giustizia che vuole totale. Già all’aurora del pensiero greco, Eraclito immaginava che la giustizia ponga limiti allo stesso universo fisico. <<Il sole non oltrepasserà i suoi limiti, altrimenti le Erinni, custodi della giustizia, sapranno scoprirlo. >> Noi, che abbiamo scardinato l’universo e lo spirito, ridiamo di quella minaccia. Accendiamo in un cielo ebbro i soli che vogliamo. Ma questo non toglie che i limiti esistano, e noi lo sappiamo. All’estremo delle nostre demenze, fantastichiamo di un equilibrio che ci siamo lasciati alle spalle e che ingenuamente crediamo di ritrovare in fondo ai nostri errori. Presunzione puerile che giustifica come popoli infantili, eredi delle nostre follie, guidino oggi la storia.

Un frammento, attribuito sempre a Eraclito, enuncia semplicemente:  <<Presunzione, regresso del progresso. >> E molti secoli dopo il filosofo di Efeso, davanti alla minaccia di una condanna a morte, Socrate non si riconosceva altra superiorità che questa: non credeva di sapere quello che ignorava. La vita e il pensiero più esemplari di quei secoli terminano con una fiera ammissione di ignoranza. Dimenticandolo, abbiamo dimenticato la nostra virilità. Abbiamo preferito la potenza che scimmiotta la grandezza, prima Alessandro e poi i conquistatori romani che, con incomparabile bassezza d’animo, gli autori dei nostri manuali ci insegnano ad ammirare. Anche noi, a nostra volta, abbiamo conquistato, spostato limiti, dominato cielo e terra. La nostra ragione ha fatto il vuoto. Finalmente soli, portiamo a compimento il nostro dominio su un deserto. Come potremmo dunque immaginare quel superiore equilibrio in cui la natura bilanciava la storia, la bellezza il bene, e che portava la musica dei numeri fin nella tragedia del sangue? Noi voltiamo le spalle alla natura, ci vergogniamo della bellezza. Le nostre miserevoli tragedie si trascinano dietro un odore di scrivania e il sangue di cui grondano ha il colore dell’inchiostro grasso.

Perciò oggi è indecente proclamare che siamo figli della Grecia. Oppure ne siamo i figli rinnegati. Mettendo la storia sul trono di Dio, andiamo verso la teocrazia, come quelli che i Greci chiamavano barbari, combattendoli a morte nelle acque di Salamina. Per afferrare bene la differenza bisogna ricorrere a quello fra i nostri filosofi che è il vero rivale di Platone. <<Solo la città moderna>> osa scrivere Hegel, <<offre allo spirito il terreno in cui può prendere coscienza di sé>>. Cosi noi viviamo l’epoca delle grandi città. Il mondo è stato deliberatamente amputato di ciò che ne costituisce la permanenza: la natura, il mare, la collina, la meditazione serale. C’è coscienza ormai solo nelle strade, perché c’è storia solo nelle strade, questo è il decreto. E in quella scia, le nostre opere più significative attestano lo stesso partito preso. Dopo Dostoevskij, si cercano invano i paesaggi nella grande letteratura europea. La storia non spiega ne l’universo naturale che c’era prima, ne la bellezza che sta sopra alla storia. Quindi ha scelto di ignorare l’uno e l’altra. Mentre Platone comprendeva tutto in sé, l’assurdo, la ragione e il mito, i nostri filosofi, che hanno chiuso gli occhi sul resto, non contengono che l’assurdo o la ragione. La talpa medita.

l'eteHa cominciato il cristianesimo a sostituire alla contemplazione del mondo la tragedia dell’anima. Ma almeno si riferiva ad una natura spirituale, e, mediante quella, manteneva una certa fissità. Morto Dio, non rimane altro che la storia e  la potenza. Da molto tempo ogni sforzo dei nostri filosofi non mira ad altro che a sostituire alla nozione di natura umana quella di situazione, e all’armonia antica l’impeto disordinato del caso o il moto spietato della ragione. Mentre i Greci ponevano alla volontà i limiti della ragione, noi, per finire, abbiamo messo la spinta della volontà al centro della ragione, che ne è diventata micidiale. Per i Greci i valori preesistevano ad ogni azione e ne segnavano esattamente i limiti. La filosofia moderna colloca i propri valori al termine dell’azione. I valori non sono, divengono, e li conosceremo interamente solo aI compiersi della storia. Coi valori, sparisce il limite, e dal momento che le concezioni differiscono su quel ch’essi saranno, dal momento che non c’è lotta che, senza il freno di quegli stessi valori, non si estenda all’infinito, oggi i messianismi si affrontano e i loro clamori si fondono nell’urto degli imperi. Secondo Eraclito, la dismisura è un incendio. L’incendio avanza, Nietzsche è superato. L’Europa non filosofeggia più a colpi di martello, ma di cannone.

Però la natura è sempre lì. Alla follia degli uomini contrappone i cieli calmi e le proprie ragioni. Fino a che anche l’atomo prenda fuoco e la storia si compia col trionfo della ragione e l’agonia della specie. Ma i Greci non hanno mai detto che il limite non poteva essere varcato. Hanno detto che esisteva e che veniva colpito senza pietà chi osava oltrepassarlo. Nella storia di oggi non c’è nulla che li possa contraddire.

Lo storico e l’artista vogliono entrambi rifare il mondo. Ma l’artista, costrettovi dalla propria natura, conosce i suoi limiti e lo storico li disconosce. Perciò il fine di quest’ultimo è la tirannia, mentre la passione del primo è la libertà. Tutti coloro che oggi lottano per la libertà combattono in ultima analisi per la bellezza. Non si tratta, beninteso, di difendere la bellezza per se stessa. La bellezza non può fare a meno dell’uomo; ma solo seguendo la nostra epoca nella sua sventura noi le daremo grandezza e serenità. Non saremo mai più solitari. Ma è altrettanto vero che l’uomo non può fare a meno della bellezza e la nostra epoca finge di volerlo ignorare. Essa s’irrigidisce per raggiungere l’assoluto e il dominio, vuole trasfigurare il mondo prima di averlo esaurito, ordinarlo prima d’averlo capito. Per quanto dica, essa diserta da questo mondo.

Nell’isola di Calipso, Ulisse può scegliere fra l’immortalità e la terra della patria. Sceglie la terra, e insieme la morte. Oggi una grandezza cosi semplice ci è estranea. Altri dirà che manchiamo d’umiltà. Ma, tutto considerato, la parola è ambigua. Simili ai buffoni di Dostoevskij che si vantano di tutto, salgono alle stelle e finiscono con l’esibire la propria vergogna nel primo locale pubblico, noi manchiamo di quella fierezza dell’uomo che è fedeltà ai propri limiti, amore chiaroveggente della propria condizione.

<<Odio il mio tempo,>> scriveva Saint-Exupéry prima di morire, per ragioni che non sono molto lontane da quelle di cui ho parlato. Ma, per quanto conturbante sia questo grido che viene da chi aveva amato gli uomini in quel che hanno di ammirevole, noi non lo faremo nostro. Eppure, in certi momenti, che tentazione di abbandonare questo mondo triste e scarno! Ma questo tempo è il nostro, e noi non possiamo vivere odiandoci. L’uomo è caduto cosi in basso solo per l’eccesso delle sue virtù e per la grandezza dei suoi difetti. Lotteremo per quella fra le sue virtù che risale a tempi lontani. Quale? I cavalli di Patroclo piangono il loro padrone morto in battaglia.. Tutto è perduto. Ma il combattimento riprende con Achille e alla fine c’è la vittoria, perché l’amicizia è stata assassinata: l’amicizia è una virtù.

Ammettere l’ignoranza, rifiutare il fanatismo, por limiti al mondo e all’uomo, il viso amato, la bellezza insomma, è questo il terreno su cui ci ricongiungeremo ai Greci. Il senso della storia di domani non è in certo modo quel che si crede. Esso è nella lotta fra creazione e inquisizione. Nonostante il prezzo che agli artisti costeranno le loro mani vuote, si può sperare nella loro vittoria. Sopra il mare scintillante ancora una volta si dissiperà la filosofia delle tenebre. O pensiero meridiano, la guerra di Troia viene combattuta lontano dai campi di battaglia! Anche questa volta le terribili mura della città moderna cadranno, per darci, <<anima serena come la calma dei mari>>, la bellezza di Elena.

(da L’ Estate e altri saggi solari, Bompiani, 2003)

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“Non è necessario offrirsi agli altri: solo a coloro che si amano. Andare fino in fondo significa saper serbare il proprio segreto”. Ascolto l’ultimo disco di Francesco De Gregori, Vivavoce, e mi viene in mente questa frase di Albert Camus. Le canzoni di De Gregori non ti spiegano niente; piuttosto alludono, lasciano immaginare. Somigliano a un grande affresco, in cui ciascuno può cogliere un particolare diverso, tracciare un suo itinerario interpretativo, costruire una sua storia. Solo se si arriva in fondo alla sua discografia, mettendo assieme pazientemente i tasselli del mosaico musicale, il senso diventa via via più chiaro. Risaltano alcune figure principali.

Ci sono i centomila volti dell’Amore. Quello descritto in Cardiologia. “Che si gioca per vincere/ e non per partecipare/ che è ferito e non cade/ ma continua ad andare/ a sbattersi nel buio/ e a farsi vedere/ a sanguinare di nascosto/ e a pagare da bere/ a goccia a goccia”. L’amore sepolto nei fondali della mente e del cuore, che qualche volta riaffiora  (Atlantide, la dylaniana Non dirle che non è così).  L’amore benedetto, che è acqua nel deserto (“Deriva”) e lampada nella sera (“Bellamore”). L’amore prepotente ed effimero di “Dammi da mangiare” (Ci sono amori disordinati/ nei tuoi passati e nei miei passati/ e Notti come questa/ passate a rubare), quello che brucia in una notte (“Compagni di viaggio”, “Baci da Pompei”). L’amore che può essere riparo dalla tempesta (L’amore comunque) o maledizione (Ciao Ciao/ andarsene è un peccato però Ciao Ciao/ Bella donna alla porta che mi saluti /e baci abbracci e sputi/ e io che sputo amore..Ciao Ciao/ Bella ragazza che non m’hai capito mai). L’amore che si nasconde e si confonde, ma non si perde (Un guanto) e quello illogico di “Pezzi di vetro”(e non hai capito ancora come mai/ ma hai lasciato in un minuto tutto quel che hai); quello che insegna ma non si fa imparare di “Caldo e scuro”.

Candles_1C’è la coerenza verso sé stessi e i propri ideali. La convinzione che – nonostante pioggia e sole cambino spesso faccia alle persone – “se mi cercherai, sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai” (Sempre e per sempre). La stessa coerenza che è poi incompatibilità radicale con gli atteggiamenti opportunistici di alcune persone di successo, anche ex amici “che hanno perduto l’anima e le ali” (Pentathlon, Vecchi Amici). Una coerenza che però non sfocia mai nel moralismo e nel cinismo, ma che prevede la pietas verso gli avversari sconfitti (il Cuoco di Salò).  Ancora Camus: “Bisogna incontrare l’amore prima di aver incontrato la morale. Altrimenti, lo strazio”.

C’è l’Italia. Paese, oggi, “di pecore e pescecani/ di figli di donne di strada; di uomini tutti d’un pezzo/che tutti hanno un prezzo e niente c’ha valore; di dolcezza chiusa a chiave nei buchi neri delle città”. Eppure Paese con il maggior numero di persone che si dedicano al volontariato (cfr. Emmott, Good Italy, Bad Italy, 2012); persone che sanno stupirti,  rimanendo unite, con gli occhi asciutti nelle tante notti tristi della nostra Storia (Viva l’Italia). Eppoi la gente/ quando si tratta di scegliere e di andare/ te li ritrovi sempre con gli occhi aperti che sanno benissimo cosa fare/ quelli che hanno letto un milione di libri, insieme a quelli che sanno soltanto parlare/ ed è per questo che la Storia dà i brividi. (da “La Storia”).

C’è il Vangelo. La Donna Cannone, autentica imago Christi (voleremo in cielo in carne e ossa/non torneremo più), come il personaggio della Cattiva Strada (Senza dir niente lo seguì/ per la sua cattiva strada). Nell’”Agnello di Dio”, Cristo si confonde tra prostitute, ladri, spacciatori, militari; sempre scandaloso, senza posto dove stare, sempre in esilio, “condannato a morte per la vita” , ma “finché non troverà il suo posto al sole/ tutto questo mondo sarà prigione”.

C’è l’Apocalisse (nel senso biblico di Rivelazione) di “Futuro”, riuscita cover di Leonard Cohen, e quella di “l’aggettivo mitico”, spietata rassegna di una contemporaneità in cui la comunicazione, perduto qualsiasi ancoraggio ai contenuti, è arte della manipolazione e della menzogna, è “ l’ultimo rifugio dei vigliacchi”; in cui la guerra sanguinaria dei predatori si contrappone a quella serena degli aviatori; in cui l’economia reale non tiene il passo di quella virtuale (si abbassano le vetrine/ ma i prezzi continuano a scintillare). jack-kerouac-on-the-road-shellorz_h_partb

Sono tante le preghiere del cantautore romano. Dedicate a chi riesce a ritrovare la leggerezza dei gigli dei campi, l’allegria degli uccelli del cielo (a Pà); a chi dal fondo della miniera della tristezza trova ancora una voce per cantare (la ragazza e la miniera), anche se in modo improvvisato e stonato (il violino dei poveri è un ragazzino che al secondo piano piange ride e stona/ perché vada lontano/ fa’ che gli sia dolce anche la pioggia nelle scarpe/ anche la solitudine, in” Santa Lucia”)..

Il fil rouge della poetica di De Gregori- in continuità con i suoi amati Céline, Melville, McCarthy, Kerouac e Conrad – è però il Viaggio, la Strada. Dove si mescolano marinai, emigranti di oggi (Natale di seconda mano, Raggio di Sole) e di ieri (l’abbigliamento di un fuochista, Titanic, La ragazza e la miniera), straccioni, piloti d’aereo, ragazze appena maggiorenni (Ragazza del ’95), uomini semplicemente senza collari e padroni, armati solo della loro bussola interiore, pronti a rischiare la notte, il vino, la malinconia, la solitudine, pur di (in)seguire fino in fondo la loro Stella, la loro Follia, il loro Amore.“Che viaggiare non è solamente partire/partire e tornare/ma è imparare le lingue degli altri/imparare ad amare”..

Federico Stoppa

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Formula della mia felicità: un si, un no, una linea diritta, uno scopo

Friedrich Nietzsche, Crepuscolo degli idoli

“Siate decisi a non servire più, ed eccovi liberi”

Etienne Le Boétie, Discorso sulla servitù volontaria

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Il destino di tutti i pensatori più avanti del loro tempo è quello di ricevere sputi mentre sono in vita e sperticati elogi, tributi e beatificazioni una volta resi inoffensivi dalla morte. Così è stato per Albert Camus, di cui oggi si celebra il centenario dalla nascita. In Francia, la gauche caviar erede del partito filosovietico di Jean Paul Sartre lo rivendica per il suo antifascismo; la destra gollista lo esalta per aver denunciato,  in piena guerra fredda, gli orrori dello stalinismo; i cristiani lo descrivono come un ateo “gentile”, sensibile alle questioni di fede. Per dipanare la nebbia che si è addensata su questo grande scrittore franco-algerino – premio Nobel per la letteratura nel 1957 – è molto utile leggere due belle biografie recentemente tradotte in italiano: Albert CamusUna vita per la verità di Virgil Tanase e L’ordine libertario. Vita filosofica di Albert Camus del filosofo francese Michel Onfray. Attraverso una ricca documentazione, i due autori smentiscono tutti coloro che tentano di fossilizzare il pensiero di Albert Camus in uno schema politico o dottrinario. E lo  restituiscono alla schiera ideale di quegli intellettuali eretici e libertari che, nel corso del Novecento,  si sono messi al servizio di coloro che subivano la Storia, non di quelli che la facevano:  gli Orwell, le Simone Weil, le Hannah Arendt.

La vita di Albert Camus è una testimonianza di coerenza morale e difesa ostinata della verità. Laureato in filosofia, si considera un dilettante del campo. Da pensatore concreto, prova scarso interesse per i grandi sistemi di pensiero elaborati dai filosofi di professione nelle aule prive di ossigeno; preferisce il filosofo-artista Nietzsche agli algidi professori come Hegel. Per Camus la vera filosofia ha valenza pratica, non speculativa: deve insegnare a vivere e morire. “Io non sono un filosofo. Quello che mi interessa è sapere come bisogna comportarsi. E più precisamente come ci si può comportare quando non si crede in Dio o nella Ragione”. Nato e cresciuto in Algeria, è innamorato del Mare e della Luce meridiana, due temi ricorrenti nei suoi saggi. La povertà in cui trascorre l’infanzia, trasfigurata dal Sole del Mediterraneo e dall’odore degli assenzi, è una benedizione, un motivo per dichiarare eterna fedeltà alla gente che abita la sua Terra. La povertà, secondo Camus, diventa miseria solo quando è assente la Luce, quando manca l’abbraccio del clima meridionale: sotto i cieli color piombo del Nord Europa. Mentre in questi luoghi – Tipasa, Djemila, Algeri – ci si sentirà sempre in accordo con il Mondo, felici. “Spesso mi è stato detto: non esiste nulla di cui essere fiero. Si, qualcosa c’è: questo sole, questo mare, l’immenso scenario dove s’incontrano l’amore e la gloria nel giallo e nell’azzurro. E’ per conquistare questo che devo adoperare la mia forza e le mie risorse”. Parla così, il ragazzo edonista e dionisiaco dell’Estateche pensa, come il suo maestro Nietzsche, che il più grande peccato in assoluto sia non amare in toto questa vita, per sperarne un’altra. Esiste una volontà di vivere senza rifiutare nulla della vita, ed è la virtù che onoro di più in questo mondoC’è la bellezza e ci sono gli umiliati. Vorrei non essere mai infedele né all’una né agli altri”.

Negli anni Quaranta Camus lascia Algeri, la sua “Itaca”, per lavorare, da giornalista, a Parigi. Il suo morale è a pezzi. Si ammala di tubercolosi; forse gli restano pochi giorni da vivere. La città è fredda, invivibile, ostile. Non ci sono il sole e il mare, gli elementi da cui si sente protetto e da cui trae la sua forza. Al dolore causato dalla malattia personale si aggiunge l’angoscia per la peste collettiva che contagia l’Europa. La Peste della guerra e del nazismo. Gli uomini si uccidono con una ferocia mai sperimentata prima. Aver cacciato Dio dal mondo – come annunciato da Zarathustra Nietzsche – non ha portato al trionfo della giustizia e della solidarietà. Aver fatto tabula rasa di tutti i valori morali – nota Camus – ha condotto al nichilismo. Se Dio non c’è, tutto è permesso. Tutto si equivale, bene e il male sono intercambiabili e restano solo gli istinti più bestiali dell’essere umano – cioè la violenza e la volontà di prevaricazione – ad assegnare il torto e la ragione. Per uno come Camus, però,  non ci si può rassegnare all’idea che il mondo si divida in padroni e schiavi e genuflettersi di fronte ai vincenti, dando torto a chi è sommerso dallo spietato incedere della Storia. L’amor fati indifferente alle sorti dell’umanità dello Straniero è così sostituito dalla resistenza al presente dell’Uomo in Rivolta. Che rivendica, nell’assurdità dell’esistenza, la presenza di valori positivi, di doveri e di obblighi concreti verso l’umanità (Simone Weil) che non possono essere traditi.

Ma su cosa costruire la Rivolta? Sul binomio Misura e Bellezza.  Termini che richiamano il pensiero greco, di cui Camus si dichiara “figlio indegno ma ostinatamente fedele”. Combattere per la Libertà è, come ogni vero artista sa, combattere per la Bellezza; l’estetica è importante tanto quanto l’etica: “Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa han preso le armi”. La Misura è riconoscimento di un limite che non si deve oltrepassare, di una regola morale che non si può violare senza cadere nell’arbitrio e nella violenza. “Per i Greci l’equità presupponeva un limite, mentre tutto il nostro continente spasima alla ricerca di una giustizia che vuole totale”. Questo è il punto nodale su cui la Rivolta camusiana diverge dalla Rivoluzione di matrice giacobina e marx-leninista che, subordinando la morale all’utile, i mezzi al Fine – una futura umanità redenta – legittima l’omicidio. I Rivoluzionari, in nome della Storia e del Progresso istituiscono tribunali in cui condannare a morte i presunti “reazionari”, i nemici politici. Ma così finiscono soltanto per sostituire il vecchio ordine con un altro, sovente più crudele e spietato. La lunga scia di sangue che va dal Terrore giacobino all’Arcipelago Gulag lo testimonia. Camus, in quasi totale solitudine, denuncia i crimini storici del marxleninismo scontrandosi con gli intellettuali organici al PC stalinista, in particolare Jean Paul Sartre. Quest’ultimo, da marxista, crede che basti rovesciare i rapporti di produzione per realizzare il regno della libertà della giustizia sulla Terra. Seguendo l’ antropologia roussoniana e marxiana, egli asserisce che l’uomo nasca buono ma venga corrotto da istituzioni come proprietà privata e capitalismo, che lo trasformano in un essere vile, egoista, bramoso solo di profitto e di potere. Ma una volta soppresse queste – ricorrendo, perchè no, anche alle ghigliottine e alle fucilazioni – l’uomo ritornerebbe d’incanto alla purezza originaria.

Camus, da socialista libertario, ritiene invece che i démoni del male, della guerra, della servitù sorgano dalla parte oscura della natura umana, non da forze esogene di tipo economico e materiale. Nel romanzo allegorico la Peste, egli presenta il fascismo non come nemico esterno e straniero ma come predisposizione latente del carattere umano, pronta a manifestarsi e a riprendere il sopravvento nei momenti di crisi. Ne consegue che la battaglia contro questo debba essere combattuta non sul campo dell’economia e della sociologia, ma su quello dell’etica e della cultura. Come? Sollecitando gli istinti positivi presenti in ciascun essere umano: l’empatia, la solidarietà, la mutua assistenza. Riconoscendo a ciascun uomo una dignità inviolabile. Aprendo agli altri l’orizzonte della nostra Rivolta personale (“Mi rivolto, dunque siamo”). Infine, prendendo coscienza di un destino comune, che ci porta a resistere insieme alla sofferenza, come nella Ginestra di Leopardi. Come afferma – nella Peste – il medico Rieux, alter ego di Camus, rivolgendosi al padre gesuita Panelux:” «Quello che odio, è la morte e il male, lei lo sa. E che lei lo voglia o no, noi siamo insieme per sopportarli e combatterli».  Il male, certo, non verrà mai estirpato definitivamente dal consesso umano. Gli innocenti continueranno a morire, anche in una società perfetta. Ma ingiustizia e sofferenza, agli occhi degli uomini in Rivolta, non cesseranno di apparire come scandalo, e non avranno l’ultima parola.

La Rivolta non è un corpus di idee teoretiche disincarnate, uno di quei sistemi di pensiero astratti che Camus tanto aborriva. Al contrario, essa ha dato vita ad esperienze feconde; tutte con una collocazione geografica e politico-religiosa ben precisa: il Sud, il Mediterraneo, la Grecia, il cattolicesimo solare di San Francesco, il sindacalismo libertario spagnolo. Una tradizione che l’Europa tende a misconoscere, ieri come oggi. “La storia della Prima Internazionale, in cui il socialismo tedesco lotta senza posa contro il pensiero libertario dei Francesi, degli Spagnoli, degli Italiani, è la storia delle lotte tra ideologia tedesca e spirito mediterraneo. Comune contro Stato, federalismo solidale contro centralismo burocratico, società concreta contro società assolutista, sono allora le antinomie che traducono il lungo affrontarsi di misura e dismisura che anima la storia dell’Occidente. Forse il conflitto profondo di questi secoli è tra i sogni tedeschi e la tradizione mediterraneaL’Europa non è mai stata altrimenti che questo conflitto tra Meriggio e Mezzanotte. Beninteso, non si tratta di esaltare una civiltà contro l’altra, ma semplicemente di dire che esiste un pensiero cui il mondo di oggi non potrà più a lungo rinunciare”. E’ ingenuo riproporre oggi la forza di questo pensiero meridiano, la luce di questo Sole invincibile contro l’hybris del Dio mercato e di una Crescita economica incurante dei suoi limiti sociali ed  ecologici? Noi crediamo di no.

Il-sole-1921-by-Pippo-RizzoIn particolare, siamo persuasi che le intuizioni di Camus possano aiutarci ad immaginare un futuro diverso per l’Europa. Che, mentre scriviamo, continua ad essere percepita dai suoi cittadini come un Leviatano burocratico e un opprimente potere economico-finanziario. Ed in effetti, questa Europa non si regge su una Costituzione democratica, su una tavola di valori condivisi, ma solo un insieme di Trattati ratificati  – spesso malvolentieri – dai Paesi membriDichiarandosi agnostica sul piano dei valori, l’Europa ha scelto, come identità propria, la sola dimensione mercantile: la moneta, la finanza, la concorrenza spietata e al ribasso. Siamo così risprofondati nel regno del nichilismo e della volontà di potenza. Non c’è da stupirsi allora che chi risulta perdente dalla lotta economica venga lasciato al proprio destino, ad espiare le proprie colpe in solitudine. Gli altri, i vincitori, hanno ragione e possono dettare le proprie regole. Ecco la divisione manichea tra paesi virtuosi e viziosi.  Ecco l’austerità imposta ai “cattivi” come rito d’espiazione dei peccati. Ecco la convinzione che un unico modello economico e sociale vada bene per tutti i paesi, e debba essere adottato con le buone o con le cattive, con la persuasione o la spada. Ecco l’inevitabile avvelenamento dello spirito solidale ed europeista delle origini, lo scatenarsi della Peste sotto forma di nuovi xenofobismi e fascismi, la caccia a streghe e capri espiatori, l’illusione di salvarsi da soli con ritorni a passati oscuri. In questo scenario desolante e apparentemente senza sbocco,  che ne è dello Spirito della Rivolta? Esso vive in tutti quelli che ritengono che l’Europa si possa salvare solo tornando a pensarsi come Civiltà – non solo come unione monetaria – che ha le sue peculiari radici nel pensiero greco, nella giurisprudenza romana, nel cristianesimo dei monasteri, delle cattedrali, delle università, nella Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, nel Welfare State di Keynes e Beveridge. Questo straordinario patrimonio culturale e civile deve trovare lo spazio che merita in una vera Costituzione Federale, che punti inoltre a conservare le diverse  “anime”  e forme di vita dei popoli europei. Con attenzione particolare alla salvaguardia di quei valori tipicamente mediterranei – l’individualismo solidale, la misura,  l’armonia con la natura e la promozione della bellezza – che Camus ha ostinatamente difeso per tutta la vita e che oggi rischiano di venire schiacciati dall’egemonia teutonica: Il contributo più importante della nostra civiltà mi sembra sia quel pluralismo che è sempre stato il fondamento della nozione di libertà europea. Oggi per l’appunto è questo ad essere in pericolo ed è ciò che bisogna cercare di preservare”.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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