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Urban Isolation – Alex Cherry

“Quasi senza dare notizie di sé la città è scomparsa”.

Presa così questa affermazione sembrerà strana. Si dirà infatti che, al contrario, le città esistono ancora, si ingigantiscono sempre di più, e si espandono senza controllo verso la campagna circostante: pulsano, anzi, di una nuova vitalità altamente diversificata. Secondo alcune proiezioni, per l’anno 2025 circa l’85% degli abitanti dei paesi sviluppati vivrà in città, mentre nei paesi in via di sviluppo la percentuale raggiungerà il 55%[1].

Ma se tale monito, già invocato decenni fa, poteva assomigliare quasi ad una divertente provocazione, oggi ha preso le sembianze di una vera e propria preoccupazione sotto altri aspetti. Nel discorso multidisciplinare sulla città, infatti, si parla e si scrive spesso di “fuga della città”, di “perdita di città”, di “città diffuse e immateriali”, intendendo con ciò la nascita di nuovi modelli di sviluppo spaziale e sociale associati alla dimensione urbana; modelli legati, soprattutto, alle nuove modalità assunte dalla produzione capitalistica, e alla ristrutturazione dei suoi processi economici, le cui dinamiche ormai – nelle nostre società liquide e post-moderne – assumono sempre più una connotazione transnazionale e globale.

Le città, quindi, sembrano colonizzare lentamente il territorio circostante, spalmandosi in tutte le direzioni senza seguire una logica ben precisa, se non quella della “specializzazione forzata” di aree adibite a servizi, accompagnata dalla susseguente – e vistosa – frammentazione territoriale. Tutto ciò implica la nascita di “sbarramenti” fisici e simbolici, che a loro volta danno vita a forme inedite di segregazione sociale, creando pertanto maggiori disparità e disuguaglianze tra gruppi sociali vicini solo fisicamente.

Age of loneliness - Invisiblemartyr

Age of loneliness – Invisiblemartyr

Tramonta dunque – e definitivamente – la “città del welfare”, la “città per tutti”, quella “città sociale” che, durante il secolo scorso, ha cercato di smussare gli aspetti più eclatanti delle disuguaglianze, creando così le condizioni di un’uguaglianza nelle opportunità di partenza. In fondo l’essenza del Welfare State non si manifesta(va) che nella garanzia – da parte dello stato – di un standard minimo di reddito, alimentazione, salute, alloggio ed istruzione, assicurato ad ogni cittadino come diritto e non come beneficenza (H. Wilensky, 1975), facendo in modo che tutti quanti – in virtù appunto dell’esser cittadini – potessero vivere in maniera più o meno accettabile.

In questa prospettiva, tra le diverse dinamiche in atto, è sicuramente da rintracciare il mancato equilibrio avvenuto tra il mercato immobiliare e il public housing, cioè l’intervento pubblico che prevedeva la casa per tutti con piani di edilizia popolare. La rottura di questo equilibrio ha visto, nella maggior parte dei casi, la vittoria delle forze del mercato sulle garanzie e i controlli da parte del settore pubblico. In questo scenario, i “capricci” del mercato spesso eludono ciò che una volta rientrava nei cosiddetti piani regolatori, creando così configurazioni urbane in preda alle oscillazioni del mercato immobiliare. E quindi un diritto fondamentale, come il diritto alla casa, viene messo definitivamente al bando, incentivando, sempre più, quelle forme di insediamento abitativo in “quartieri esclusivi e separati”, che rispecchiano fedelmente la “dicotomia estrema” delle nostre società attuali, le quali tendono a differenziarsi, nettamente, tra popolazione che detiene alti redditi e popolazione in prossimità della soglia di povertà – se non già al di sotto di essa.

Le diverse scienze della città, che si moltiplicano confusamente attorno al tema dell’”eclissi urbana”, si vedono dunque sfuggire il proprio oggetto d’analisi, e devono perciò modificare continuamente le proprie impostazioni di lettura, prendendo in considerazione le epocali trasformazioni – che sono avvenute e stanno avvenendo nelle città – dal punto di vista delle sue coordinate culturali.

IsolatedCity - SarahKirk

Isolated City – SarahKirk

Se vogliamo davvero comprendere gli sviluppi futuri e la portata dei cambiamenti in corso nelle nostre società, la città è ciò che fa per noi. Perché è nelle città che si verificano le prima avvisaglie dei cambiamenti che, seppur latenti, sono in corso d’opera. È nelle città che le dimensioni spaziali e sociali si modificano più velocemente rispetto al paesino di provincia. È negli agglomerati urbani che si deposita quel precipitato d’innovazioni e contraddizioni derivanti dall’incontro di popolazioni diverse che vivono a stretto contatto tra loro. Come intuì prima di tutti Georg Simmel, è solo nelle città che si verifica il fenomeno controverso della “minima distanza fisica compresente alla massima distanza sociale”.

Il fatto più importante però è che la città non sta scomparendo dal punto di vista fisico/spaziale. Come già accennato, nei prossimi decenni le conurbazioni urbane saranno sempre più interessate da massicci flussi migratori in entrata; persone, spesso disperate, che vedono ancora nelle città l’opportunità di lavoro che manca nei paesi d’origine: una speranza per la propria sopravvivenza che si rifà alla possibilità di una vita decente.

Un po’ come sta accadendo – ed è già avvenuto – in maniera vertiginosa nelle città terzomondiali (delle vere e proprie mega-città con ingenti problemi di governabilità, insediamenti spontanei, bidonvilles, povertà, disoccupazione strutturale, lavoro precario, etc.), anche nel resto del mondo, sempre più persone si riversano nei grandi centri abitati nella soggettiva convinzione di poter accedere alla propria “scalata sociale”; nonostante le città siano diventate, nei fatti, un “concentrato esplosivo” di problematiche sociali difficilmente risolvibili.

Come chiarisce a tal proposito Roland Pourtier: «gli studi urbani che hanno focalizzato l’attenzione sul malfunzionamento, sulla povertà, sulla disoccupazione, sulla mancanza di servizi, sull’insicurezza e sulla marginalità, in breve su tutto quello che deriva dalla precarietà dei modi di vita, conducono paradossalmente a dimenticare una realtà fondamentale: la città è un di più, la città è meglio. Almeno soggettivamente».

Contrariamente però a ciò che ancora si pensa, il proverbio reso popolare in filosofia da Gilles Deleuze, e cioè l’aria della città rende liberi, si sta pian piano svuotando di senso. Quella libertà si legava principalmente ad una promessa, ovvero a quella “libertà individuale come ideale di massa [che] significa sempre solo libertà “da qualcosa”, la liberazione dai vincoli del vicinato, della famiglia, dei padroni, lo sradicamento” (W. Sombart, 1967).

Come puntualizza efficacemente Agostino Petrillo, nel saggio “La città perduta”, “[nelle città] i livelli di vita sono sempre più bassi e le opportunità sempre minori per una parte crescente degli abitanti, ad alcuni dei quali vengono negate anche reali possibilità di partecipazione politica. Abitanti della città che non sono più cittadini in senso pieno, che non hanno peso, che non hanno voce. Non si tratta solo degli immigrati, la cui situazione è sempre più difficile nell’Europa di Schengen e dei campi di detenzione, ma di fasce consistenti della stessa popolazione autoctona che è respinta verso la no man’s land dei lavori dequalificati, precari e intermittenti, del reddito incerto e saltuario” (2000).

Nelle città dunque, ad attenuare di molto questa promessa di libertà, vi sono segregazioni in atto, frammentazioni spaziali e sociali, esclusioni controllate, piccoli e grandi conflitti urbani attraverso una contesa per lo spazio che non ha precedenti quanto a portata e dimensioni. “Quartieri interi, sensibles, défavorisés, de l’exclusion come recita un vario e articolato lessico d’oltralpe, portano le consuete stimmate dei luoghi dove non si conta nulla, non si fa nulla, non si spera nulla” (2000).

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Moon-Rapsody – Jakomin

A fronte di questi mutati scenari, possiamo affermare che “l’aria delle città” non rende più liberi i singoli individui dal punto di vista di una loro presunta mobilità/emancipazione sociale, ma al contrario li “rende soli” (parafrasando il titolo di un saggio di Bauman). Ma allora perché le città sono diventate così inospitali? Che cosa, dal punto di vista propriamente urbano, sta effettivamente scomparendo o è già scomparso?

Piano piano si sta perdendo la concezione – e la pratica – della vita urbana come l’ha conosciuta il Novecento. Assistiamo allo squagliamento del concetto di città come lo avevamo ereditato (L. Gambi, 1990). Il rischio – o l’attuale evidenza – è quello di perdere la città come “luogo d’incontro, di mescolanza, di felice anonimato”. La rinuncia all’attualità di alcune sue storiche proprietà, come la capacità di fungere appunto “da punto d’incontro, da luogo dell’integrazione e da sede privilegiata di palesamento e di espressione dei conflitti”, conduce al manifestarsi di una realtà altra, frammentata, “sempre più svincolata dalle necessità e determinazioni che furono caratteristiche della vecchia città industriale. (2000)”

E allora si verificano quei fenomeni di indifferenziazione spaziale, di non appartenenza al tessuto urbano, di “crescente” diffusione urbana, che dichiarano una volte per tutte la morte di un’idea di centralità della città stessa, legata fondamentalmente alla sua congenita dialettica pubblico/privato, incontro/distanza, in cui si verificavano quei fisiologici conflitti che “purificano l’aria” (come amava scrivere Simmel), e che trovavano il loro riferimento concreto nelle grandi piazze delle città europee, nella loro peculiare valenza fisica e politica.

Questi luoghi di traffico, di passaggio, di flussi ininterrotti di beni, capitali e idee; questi flussi di presenze vicendevolmente estranee che da sempre hanno stimolato le città a diventare i centri propulsivi dell’arte, della creatività e dell’innovazione; tutto questo rischia allora di diventare un agglomerato di individui isolati, parcellizzati, silenziosi, privi di un centro di riferimento fisso e facilmente riconoscibile, la piazza, che si attualizzava vivacemente in quella che viene definita la “dimensione pubblica tradizionale”.

Oggi, invece, le piazze sono vuote per la maggior parte del tempo, e hanno perso quella loro funzione di centralità per ricoprirne di altre, più votate alla frequentazione turistica, all’evento commerciale di turno, piuttosto che alla manifestazione, allo scontro, alla sociabilità, alla rivendicazione di quei diritti e bisogni sociali che, sempre collettivamente e pubblicamente, erano soliti essere espressi a gran voce.

E così la ristrutturazione sociale che ne deriva risulta fortemente frammentata, e le attuali società urbane possono essere divise in un numero crescente di differenti gruppi sociali che solo a volte hanno in comune reti di collegamento, ma che spesso vivono semplicemente fianco a fianco senza interazione alcuna, senza nessun genere di comunicabilità (2011). Tutto questo anche a causa della convergenza tra la già citata ristrutturazione economica e produttiva e l’azione determinante dei media, che “immiseriscono la dimensione pubblica tradizionale, suggerendo così altre forme di pubblicità” (2000).

Life NY - Jokamin

Life NY – Jokamin

A tal proposito, Petrillo precisa ulteriormente la questione affermando che “le modificazioni in corso limitano sempre più l’accessibilità ad una serie di servizi che continuano ad essere situati nei centri, e dato che l’accessibilità quotidiana diretta di spazi e servizi resta determinante per assicurare le occasioni d’incontro, finisce per venir meno la possibilità stessa dell’incontro casuale, che è fondata appunto sull’esistenza e sull’accessibilità di luoghi pubblici e semi-pubblici. […] Si fa strada perciò la consapevolezza di vivere in società in micro-realtà sempre più fondamentalmente eterogenee, divise, segmentate, “autoreferenziali”, tanto da un punto di vista sociale quanto da quello spaziale, non si tratta più di inscrivere la periferia in una relazione con un Centro, quello che si costituisce è un universo di periferie senza centro. In questo senso, la centralità urbana si propone oggi prima di tutto come assenza, come mancanza, come vuoto.”

Per contrastare dunque queste scoraggianti tendenze, bisognerebbe partire prima di tutto da degli assunti di base, e cioè: deve essere promossa l’uguaglianza delle differenze, non la diversità delle uguaglianze. La diversità è la ricchezza che il mondo globalizzato e interconnesso ci ha fornito, e andrebbe valorizzata al meglio. La diversità delle uguaglianze, invece, non fa che accentuare le disparità, ostacolando quella mobilità sociale di cui nessuno o quasi ne parla più.

In questo senso, quindi, è quanto mai necessario che la governance cittadina ascolti ed includa di più, perché ci sono sacche ingenti di esclusione vergognosa a fronte di una società enormemente polarizzata (ricchissimi/poverissimi); che integri di più, perché c’è troppa evidente segregazione, dove i muri non sono più invisibili e creano solo conflitti esacerbati (xenofobia, vecchi e nuovi nazionalismi che non “purificano più l’aria”, anzi); che accolga maggiormente il diverso, lo “straniero”, affinché possa godere degli stessi diritti di tutti; una governance urbana, insomma, che in ultimo sappia ripoliticizzare un senso aggiornato di quella che, una volta, veniva chiamata “passione civile”, e che oggi in pratica non esiste più.

Nel documento “Social challenges of cities of tomorrow”, scritto nel 2011 per la Commissione europea, il Prof. Jan Vranken sottolinea che “although there is no ideal model of urban and regional governance, it is clear that improving urban governance is not just about reforming institutions and finance, it is also about changing attitudes, the culture of governance, and questions of identity. […]‘Good’ (urban) governance then is understood as a political task to redirect traditional values into knowledge-based actor networks, which are able to give social needs the attention they serve, to make use of the economic potentials of diversity as an added value, and to assess different reform strategies for urban areas. Different models and different scenarios of urban governance (from closed circles to very open and participative policy-making systems; from voluntary networks to institutionalised and formalised systems with legally-binding direct democratic instruments) should be assessed to find out how they best foster the relation between exclusion and polarisation on the one hand and cohesion, inclusion and diversity on the other”.

Vorrei concludere con una attualissima “fotografia” di Alessandro Dal Lago:

“La libertà collettiva, l’unica degna di essere vissuta al di fuori di quella domestica, è oggi impensabile. Le associazioni sono private o privato-sociali ma raramente pubbliche, come un tempo erano i partiti o i movimenti politici. La folla si riunisce nei quartieri svago ma sempre meno per dire la sua in pubblico, per approvare, per protestare o per condannare. Ciò d’altra parte è effetto di una trasformazione economica senza precedenti, o meglio dell’assorbimento della società nell’economia, che fornisce oggi non solo il linguaggio dominante, gli scopi e i valori della vita, ma anche le sole possibilità di entrare in relazione con gli altri. È vero, disponiamo della rete, ma questa per definizione non connette persone (essere dotati cioè di un corpo, di un aspetto) ma utenti astratti, siti e indirizzi elettronici. La libertà delle città nell’era globale è solo quella delle merci, materiali o immateriali, ma per il resto nessuno si illude di essere libero se non nel proprio bunker domestico, davanti allo schermo di un computer. […] È chiaro che la partita della convivenza urbana si gioca nelle città ma si vince nella capacità della società in generale di ritrovare un’alternativa reale a un dominio apparentemente incontrastato dell’egoismo organizzato. Oggi, rivendicare il primato del pubblico sul privato (e quindi perseguire un senso collettivo della libertà, privilegiando la socialità sul profitto, gli interessi comuni su quelli delle imprese), sembra poco più di un sogno quando non appare una nostalgia da reduci. Ma è solo da questo sogno che può rinascere un senso della libertà urbana. Altrimenti le città non saranno che vuoti contenitori di esistenze solitarie.”

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Agostino Petrillo, La città Perduta, Edizioni Dedalo, 2000.

Jan Vranken, 2011, Social challenges of cities of tomorrow; issue paper commissioned by the European Commission.

[1] K. Husa, E. Pilz e I. Stacher, Wien 1997.

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Jean Jullien

Jean Jullien

Tanti automi. Siamo diventati tantissimi automi. Tanta gente che, col capo reclinato verso il basso, si avventura per ogni dove. Gente che ancora cammina, sì, nell’oscurità della sera che avanza, ma con i volti illuminati da aggeggi febbrili, raccolti nel palmo delle mani. Il mondo circostante è diventato quasi un dettaglio.

A malapena ci si preoccupa di guardare a destra e a sinistra per attraversare le strade, per affrontare i pochi incroci ancora rimasti: ora c’è solo una schiera infinita di rotonde, e tutto diventa più veloce: le macchine scivolano senza sosta, e il pedone che un tempo trovava nell’incrocio l’occasione della pausa, della chiacchiera estemporanea o del saluto da passeggio, si ritrova solo, quasi impotente: non sa più come orientarsi in questa giungla macchinosa. È smarrito per sempre.

Siete a cena, una cena con vecchi amici che non vedete da un sacco di tempo, e con cui avete convissuto storie incredibili, e che magari, proprio per questo motivo, desideravate rincontrare calorosamente. Non riuscite a ricordare con certezza l’ultima volta in cui avete avuto modo di stare tutti insieme, tutti di nuovo così, a tavola, appassionatamente. Quel tempo macigno che si è intromesso tra di voi ha pensato bene di riempire tutte le falle, arricchendo la vostra vita con tanto altro e altro ancora, il ché è normale. Tra le vostre presenze sul quel tavolo c’è dunque qualcosa di invisibile: le vostre esperienze lontane e vicendevolmente estranee; una materia che ormai fa luce su tutte le cose e che appartiene propriamente alle vostre vite; un qualcosa che non potrete mai e poi mai condividere pienamente con tutti loro, nonostante i vostri più efferati tentativi. E dunque persone del passato si rifanno vive nel vostro presente, forse con un volto nuovo e bizzarro, e quasi tutti i vostri dialoghi – per avere una loro propria e viva legittimazione – devono rifarsi quasi necessariamente ad un passato, né tanto vicino né troppo lontano, benché ormai inesorabilmente andato. La vita, quindi, ha fatto il suo corso, e nessuno può farci niente.

Ad un certo punto (presumibilmente all’inizio della presa di posto), un tipo abbastanza audace, un tipo che ci vede lungo sulle sorti di una cena cosiddetta da “rimpatriata”, si alza col bicchiere in mano e, tintinnando con decisione quel povero bicchiere con una posata qualunque, chiede la parola. Ha in mente una proposta inconsueta e altamente provocatoria: deporre tutti i prolungamenti tecnologici (nella fattispecie smartphone o consimili) e allontanarli, ammucchiandoli in un angolo lontano del tavolo, dimodoché l’atto in sé possa essere da monito per tutti: chiunque si arrischi nel cercare di sbirciare o di gironzolare in un’altra realtà che non sia quella della serata in corso verrà penalizzato duramente: pagherà, senza sconti, l’intera cena a tutti, nessuno escluso. Tuttavia viene contemplata un’unica, quanto remota, eccezione al caso: si potrà eventualmente rispondere solo ad un’inaspettata (?) “chiamata della mamma”, poiché ritenuta, dalle circostanze, plausibilmente improrogabile (nel caso in oggetto, al suo congedo con il figlio/o la figlia, la mamma in questione dovrà confermare a tutti quanti – preferibilmente in vivavoce – l’effettiva veridicità del suo ruolo di mamma del soggetto che ha ricevuto la chiamata, salutando così collettivamente tutti i commensali presenti alla cena; non importa se non li conosce tutti: deve farlo comunque!). Lo scopo del gioco è la deterrenza dalla nuova trascendenza in formato digitale: riusciranno i nostri eroi nel motivato e tanto ricercato intento? (di motivazione, in questi casi, ce ne vorrebbe a palate!).

phone_cover2Tutto ciò sembra esser diventato difficilmente attualizzabile al giorno d’oggi. Una volta capitava di osservare il cielo per trovare una qualunque ispirazione; oppure c’era chi preferiva il mare per staccare un attimino dal quotidiano e per collegarsi all’altrove (chi ha il mare a portata di mano sa di cosa sto parlando); o ancora si tendeva, molto innocentemente, ad essere per lo meno partecipi al cospetto di una conversazione seppur di circostanza, o magari ad una cena, come nell’esempio di fantasia sopra riportato. Tutto, in qualche modo, prendeva quelle sembianze che riuscivano a trasportarci in una dimensione altra, in cui si poteva riconoscere ancora un barlume di momentanea sensatezza. In quelle occasioni, c’era il pensiero che ci faceva compagnia. Ora quel pensiero sta pian piano morendo.

Anche se tutte queste belle cose continuiamo comunque a farle, sembra che il quadro della situazione non sia più lo stesso: che lo vogliamo o no le cose sono piuttosto cambiate. Con un occhio si osserva l’interlocutore per non tradire il proprio ascolto (che si presume attivo) e con l’altro si dà una sbirciatina ad uno schermo digitale: il mondo si è concentrato in una sola mano ed è peggio di una calamita scorrevole, piena di informazioni imbizzarrite: anche se cerchi di sfuggirle lei prima o poi ti troverà: basta sollecitare e toccare quello schermo così inspiegabilmente attratto da te (forse è inspiegabile perché è il contrario, ovvero: sei tu ad essere attratto da lui!).

Tutto questo può anche essere un nuovo tipo di distrazione da dipendenza senza speranze ma, effettivamente, sta modificando il nostro modo di concepire il contesto in cui siamo inseriti, assieme ai legami sociali che vogliamo o tentiamo, affannati, di costruire, rinsaldare, e sviluppare in divenire. E dunque le cene sono diventate parecchio noiose con tutta questa gente che alla prima occasione utile evade, si fa letteralmente assente, cercando non si sa cosa in quell’aggeggio così utile e “spettacolare” (tu non lo sai; l’aggeggio forse sì); sempre con quel capo chinato verso il basso, simile ad una strana e obbligata deferenza che la estranea da tutto e da tutti. E quelle dita trafficanti sono così impegnate a scorrere e a smanettare che non ce la possono fare e, penso, che preferirebbero di gran lunga gesticolare caldamente con persone reali, presenti, piuttosto che stare lì, unte delle proprie sudaticce impronte digitali, per tastare a tentoni un freddo – ma così sorprendentemente accessibile – schermo bombardato di meraviglie.

Nei primi anni del ‘900, lo scrittore satirico austriaco Karl Kraus, figura centrale della vita culturale viennese fin de siècle, nel suo saggio Apocalisse scriveva: “La cultura non riesce a prendere fiato, e alla fine ci ritroviamo con un’umanità morta e distesa accanto alle sue opere, che ci sono costate così tanta intelligenza per inventarle che non ce n’è rimasta più per utilizzarle. Siamo stati abbastanza complicati da costruire la macchina e siamo troppo primitivi per farci servire da essa.”

Jonathan Franzen, in un suo bellissimo articolo uscito sul Guardian più di un anno fa, dal titolo What’s wrong with the modern world – in cui introduce l’uscita del suo libro Kraus project, incentrato proprio sulla figura dello scrittore austriaco – scriveva:

phone_2«Oggi il ritornello è che “non si possono fermare le nostre nuove potenti tecnologie”. La resistenza popolare a queste tecnologie è quasi interamente limitata a questioni di salute e sicurezza, e nel frattempo varie logiche – di teoria della guerra, di tecnologia, di mercato – continuano a svilupparsi automaticamente. Ci troviamo a vivere in un mondo dotato di bombe all’idrogeno, perché quelle all’uranio non bastavano a finire il lavoro; ci troviamo a passare la maggior parte del nostro tempo a mandare sms, email e tweet, e a pubblicare foto su aggeggi dallo schermo a colori; perché la legge di Moore ci ha autorizzati a farlo. Ci dicono che, per rimanere economicamente competitivi, dobbiamo dimenticare le discipline umanistiche e insegnare ai nostri figli la “passione” per le tecnologie digitali, preparandoli a trascorrere tutta la vita a tenersi al passo con le novità. La logica dice che se vogliamo cose come comprare vestiti e scarpe online o un videoregistratore digitale – e chi non le vorrebbe? – dobbiamo dire addio alla stabilità del lavoro e dare il benvenuto a una vita di ansia. Dobbiamo diventare instabili come il capitalismo stesso. […] Kraus aveva solo immaginato un mondo futuro in cui la gente non fosse più capace di fare somme e sottrazioni; adesso è difficile cenare con amici senza che qualcuno tiri fuori un iPhone per richiamare alla mente qualcosa che un tempo era il cervello a dover ricordare. Certo, i tecnoentusiasti non ci vedono niente di male. Fanno notare che gli esseri umani hanno sempre subappaltato la loro memoria: ai poeti, agli storici, al coniuge, ai libri. Ma un figlio degli anni sessanta come me riesce a vedere la differenza tra lasciare che il coniuge si ricordi del compleanno delle nostre nipoti e deferire funzioni mnemoniche essenziali al sistema di controllo globale di un’azienda» [Fonte: Internazionale, ottobre 2013].

Purtroppo accade che questa pratica delle nuove tecnologie, che come dice Bauman – “consente a chi se ne sta in disparte di tenersi in contatto, e a chi si tiene in contatto di restarsene in disparte” –, a lungo andare accentua l’imperante individualismo negativo che c’è in tutti noi. E quindi ciò comporta, il più delle volte, un pararsi dietro un “muro digitale”, mettendo in bella mostra il nostro protagonismo più eclatante, le nostre più fulgide apparenze, le nostre finte conoscenze su tutto, legittimati a sparare a zero su chiunque esponga un pensiero diverso dal nostro.

È inutile blaterare sull’esaltazione del proprio ego: questo esercizio auto-riflettente non è altro che un efficace gargarismo per strozzarsi la mente. Quella malsana predisposizione nel tacciare prontamente tutti coloro che non ci meritano e che, proprio per questo, non avranno più nulla a che fare con le nostre vite, deriva, quasi principalmente, da un sofisticato abbindolamento commerciale, abile nel raccontare come tutto, ma proprio tutto, “ruota intorno a te”.

La nostra ricchezza non sarà mai il soggetto isolato che si autocompiace; quello che scrive chilometri di pagine di diario personale – pubblicamente in rete – solo perché crede veramente che a qualcuno importi; o ancora quello che pensa che tutto gli sia dovuto, ma proprio tutto(!), solo perché digitando il PIN della propria carta di credito pensa di accedere alla sua presunta felicità-formato-oggetto.

No, non è così. La nostra ricchezza è ben altro. La ricchezza delle persone sono le persone stesse, nel bene e nel male. E prima si arriva a capirlo, a riscoprirlo, a sfogliarlo interessandosi a più non posso di questa cosa e prima si può cominciare a reinventare, insieme, questa macchina infernale di società in cui ci è capitato di vivere. La società ha sempre dialogato con il soggetto che inter-agisce, che si fa sociale: questo è uno scambio che non deve finire mai, altrimenti finisce tutto. Come disse una volta qualcuno, il soggetto è importante. Allora, una volta tanto, facciamolo pensare (e dialogare).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Di Stefano Tomelleri, docente di sociologia all’Università di Bergamo.

L’ipotesi di questo breve saggio è che nel corso degli ultimi anni una vera e propria ideologia si stia diffondendo in modo acritico e subdolo nei più svariati contesti (educativi, sociali, assistenziali, sanitari, scolastici) della relazione di cura, intesa nella sua accezione più ampia. Educatori, insegnanti, operatori sociali e sanitari spesso denunciano con amarezza la loro totale impotenza e solitudine dinnanzi a una riduzione sistematica del valore delle loro professioni a mero fattore «economicistico». Più precisamente, i tanti professionisti della cura lamentano una progressiva erosione del legami sociali e della fiducia, causata dall’affermarsi di una specifica cultura del legame, che tende a degradare su un piano meramente strumentale e materiale la qualità delle relazioni interpersonali. L’ossessione per il risultato, il budget, la ricerca dell’ultimo tornaconto nel rapporto quotidiano con l’altro, gli incontri fuggenti, frammentati e frenetici sono alcuni dei tratti caratteristici di una ideologia diffusa e proliferante che qui chiameremo il «discorso del capitalista». Molti sono i contesti di vita quotidiana e professionale che possono essere portati a esempio degli effetti dirompenti di questo specifico discorso. Si pensi all’economia finanziaria, ai centri commerciali, alle intemperie consumistiche che invadono gli stili di vita delle nuove generazioni. Ma i luoghi delle relazioni di cura sono ancor più significativi per le loro implicazioni etiche, sociali e politiche. Negli ospedali, nei servizi sanitari, sociosanitari, sociali territoriali, nelle scuole, nella fitta trama di relazioni che compongono il welfare, si sta faticosamente elaborando la necessità di chiarire la natura di questo discorso.

Il «discorso del capitalista» 

L’espressione «discorso del capitalista» è dello psicoanalista Jacques Lacan. Si tratta di un vocabolario preciso che definisce il rapporto degli uni con gli altri, un discorso dello s-legame, della proliferazione della frammentazione e della precarietà della condizione esistenziale e sociale. Il «discorso del capitalista» non riguarda l’economia capitalista, ma una sua specifica interpretazione ideologica, né tanto meno si riferisce a un capitalista in particolare, ma appunto a un’ideologia diffusa nel senso comune, che interpella ciascuno di noi. Dopo due secoli di incontrastato sviluppo, J. Lacan intuisce che il capitalismo non è solo uno dei modi più potenti di trasformare la società, da feudale a industriale, da contadina a urbana, da nazionale a globale, ma è un discorso che può frantumare e pervertire le relazioni umane e gli altri discorsi (scientifico, medico, religioso, educativo, ecc.). Sono i discorsi, infatti, che segnano l’attribuzione di valore al nostro agire, al successo o all’insuccesso dei singoli soggetti e delle loro scelte. Specialmente in una società globale dell’informazione di massa e della conoscenza, l’identità personale, professionale e sociale è messa in crisi dall’informazione di cronaca e dalle proliferazioni di discorsi che vengono quotidianamente costruiti dai mezzi di comunicazione. Eppure, di solito, si tende a ignorare il fatto che quando facciamo un discorso, stiamo parlando del legame sociale che esiste tra di noi, lo stiamo costruendo, difendendo, presidiando. Nessun discorso è neutrale, ma è sempre estrinsecazione di un punto di vista, di un’azione specifica all’interno di un’interazione tra più persone. Raramente si allena la qualità mentale indispensabile per afferrare lo stretto nesso tra le vicende biografiche, gli scenari sociali e i discorsi quotidiani (Goffman, 1969).

Il «discorso del capitalista» è uno di quei discorsi che più di ogni altro impoverisce la complessità del presente e le nostre qualità mentali. Non è possibile in questa sede rendere conto della molteplicità degli esempi possibili in cui si declina il «discorso del capitalista» e i correlati processi di reificazione della realtà; si tratta delle derive dell’utilitarismo, la crisi della gerarchia, la mercificazione, la «liquefazione» dei rapporti e delle regole. Né, tanto meno, è possibile entrare nel merito di quale tipo di capitalismo stiamo parlando. Piuttosto, si può presentare una declinazione originale di questo discorso, attraverso un breve approfondimento di alcuni suoi tratti particolari e delle loro conseguenze sociali.

new-york-officeL’agire sociale ridotto a valore strumentale Esso indica la tendenza a trasformare il valore dell’azione sociale nel pervertimento dell’utile. L’utilità di un’azione diventa il principale parametro di attribuzione di valore, che annulla qualsiasi altra dimensione dell’agire. Bellezza, giustizia, solidarietà, evaporano, assumendo la fumosità retorica delle buone intenzioni. Nella relazione con l’altro diventa prioritario avere un congruo tornaconto e le relazioni sociali tendono ad assumere un valore strumentale.

L’enfasi sull’autonomia individualistica L’individuo e i suoi desideri diventano la misura di tutte le cose. L’agire sociale è sistematicamente ricondotto a motivazioni individualistiche, che considerano la relazione con l’altro un effetto secondario. L’individuo assume i tratti di un soggetto astratto, disancorato dai contesti locali e storici, sempre teso alla realizzazione consumistica dei suoi desideri illimitati e tutti legittimi, fintantoché rimangono confinabili nello scaffale di un centro commerciale. In nome di una non ben definita autonomia individualistica, è realizzabile tutto e il contrario di tutto, secondo la diffusa mentalità che l’individuo deve rendere conto solo a se stesso.

La performance a scapito della fiducia La rapidità e la velocità con cui si ottengono i risultati di successo è un altro valore prioritario dell’agire sociale. Il risultato di un’azione tende ad assumere maggiore importanza dell’azione e delle relazioni necessarie al suo raggiungimento. Ciò avviene spesso a discapito dei rapporti di fiducia e dei rapporti interpersonali. I contesti sociali in generale, e di cura in particolare, richiedono una velocità di esecuzione degli obiettivi imposti o sollecitati che lascia poco tempo per ritardi, eventi gratuiti, momenti di socialità, di ascolto, di condivisione, ecc. Sempre di più, ad esempio, i progetti educativi e sociali sono condizionati nella loro realizzazione dalla logica efficiente del risultato.

La riduzione del sapere a schemi standardizzati Un approfondimento a parte richiede il concetto di standardizzazione che durante gli ultimi anni, nei vari ambiti delle relazioni di cura, ha avuto una diffusione capillare. L’idea standard si basa sulla ferma certezza di poter separare nettamente i parametri generalizzabili, suscettibili di essere misurati e organizzati quantitativamente, come sono tipicamente gli indicatori numerici, dalle interferenze costituite dalle eccezionalità, singolarità o imprevedibilità. Da questo punto di vista, che presiede a una diffusa modalità di separare dualisticamente le scienze naturali da quelle sociali, le idiosincrasie intrinseche agli aspetti biografici, relazionali e culturali degli essere umani vengono messe tra parentesi. L’idea di fondo è che sulla realtà antropologica e sociale non si possa sviluppare una vera conoscenza scientifica, in quanto essa non è riconducibile nei parametri di prevedibilità controllabile, ovvero in una semiotica dell’evidenza dei dati oggettivi, che una mente onnisciente potrebbe cogliere in tutta la loro assoluta trasparenza. La dimensione esistenziale, sociale e antropologica, in questa rappresentazione, viene concepita unicamente in termini di pianificazione, di organizzazione formale e razionale del tempo e degli spazi, che diventano così principi normativi della società, utili a ridurre la realtà a schemi trasparenti, decifrabili e prevedibili che semplificano drasticamente la varietà culturale, religiosa, valoriale della condizione umana. La standardizzazione di procedure in ambito sanitario, ad esempio, è molto spesso chiaramente ispirata all’idea che la realtà sia governabile secondo schemi quantitativi e indicatori misurabili, operando una sistematica rimozione degli aspetti contingenti, casuali e caotici della condizione umana, che sono ritenuti marginali. La metafora del docile robot rende immediatamente il significato che si tende ad attribuire all’ottimizzazione della prestazione di cura. È l’inumano tecnologico riproducibile in modo seriale, dove la dimensione sociale e artigianale del lavoro rischia continuamente di essere ridotta a procedura standardizzabile e anonima (Sennett, 2009). L’umano del gesto tende a essere trasformato in una componente meccanica riproducibile, impersonale, volta alla veloce precisione di un gesto utile e puntuale, che non si deve permettere approssimazioni o improvvisazioni fuori dagli schemi protocollati.

hopper.chair-carLa diffusione di sfiducia e incertezza

L’incertezza diventa una condizione singolare delle relazioni sociali erose dal «discorso del capitalista». La società italiana, così come le altre società del capitalismo avanzato, è orientata a offrire molteplici possibilità di realizzazione personale, professionale, sociale, ma il prezzo da pagare per queste infinite opportunità sembra la diffusione di un’incertezza strutturale ed esistenziale. L’orizzonte di senso in cui viviamo è sempre più orientato a offrire infinite possibilità di scelta, ma le società appaiono incapaci di promuovere le condizioni di sicurezza sociale necessarie per realizzarle.

Una progressiva perdita delle tutele Le infinite possibilità di scelta si scontrano con una realtà selettiva e non sempre solidale. Le biografie individuali sono esposte agli effetti del «discorso del capitalista»: una crescente competizione, una progressiva perdita delle tutele garantite dal sistema di servizi sociali e dei modi tradizionali di interpretare l’azione. Il soggetto del «capitalismo societario» tipico dei primi decenni successivi alla seconda guerra mondiale (cfr. Magatti, 2009) si è emancipato da alcune costrizioni e dallo stato di indigenza economica, scoprendo nuove possibilità di realizzazione dei propri desideri e delle proprie potenzialità. Questo straordinario processo di liberazione soggettiva non era abbandonato a se stesso, perché importanti norme, istituzioni e strutture sociali garantivano alcune sicurezze fondamentali. I diritti di cittadinanza politica, civile e sociale e le garanzie crescenti per le condizioni dei lavoratori, sono stati dei punti di riferimento saldi e utili per pianificare le azioni individuali e per realizzare sempre nuovi propositi. Non si vuole con questo proporre un quadro idilliaco del «capitalismo societario», naturalmente. È fin troppo noto che le sue virtù stabilizzatrici avevano prezzi anche molto elevati. Nella tarda modernità del «capitalismo tecno-nichilista», per usare un’espressione di Mauro Magatti (2009) la situazione è però radicalmente cambiata. I punti di rottura all’epoca moderna sono sempre più distintamente visibili. A marcare una forte discontinuità tra modernità e tarda modernità è stato indubbiamente il processo di globalizzazione. Esso ha segnato una profonda accelerazione della crisi del welfare e della diffusione della concorrenza economica. Il legame tra liberazione dei desideri di autorealizzazione e nascita dello Stato moderno ha mantenuto un’efficacia considerevole fino a quando la mondializzazione dei mercati non ha trasformato in profondità i processi di costruzione delle identità sociali, i piani di realizzazione delle aspirazioni personali, il patto profondo implicito nel legame tra lo Stato, il territorio e i suoi cittadini.

Hopper-Sunday-1926Le politiche preannunciano una vita carica di rischi La competizione interna alle relazioni intersoggettive, la concorrenza nel lavoro, nei percorsi di formazione e nell’accesso all’istruzione hanno reso incerta la capacità degli attori sociali di previsione rispetto alle scelte e alle azioni necessarie per soddisfare i desideri. Nessun sociologo ha espresso questo concetto meglio di Zygmunt Bauman: «L’aleatorietà dell’occupazione prodotta dalla competizione sul mercato era allora, come ancora oggi, la principale fonte di incertezza riguardo al futuro e di insicurezza della posizione sociale e dell’autostima che ossessionava i cittadini. Lo stato sociale cercò di proteggere i suoi sudditi soprattutto da questa incertezza, rendendo il lavoro più sicuro e il futuro più garantito. Ma (…) questo non è più il caso. Lo stato contemporaneo non può più mantenere la promessa del welfare state e i suoi esponenti governanti non hanno più interesse a riproporla. Le loro politiche preannunziano, al contrario, una vita più precaria e carica di rischi, che esige molta capacità di destreggiarsi mentre rende la pianificazione a lungo termine, per non parlare di progetti per un’intera vita, quasi impossibile» (Il disagio della postmodernità, Mondadori 2002)

Questa immagine dell’incertezza inchioda alla precarietà e alla flessibilità cronica, alla paura del futuro, alla disgregazione dei legami sociali e alla crisi delle relazioni di fiducia. Il desiderio di prevedere e controllare il futuro tende a trasformarsi in un’ossessione per la prevedibilità e per la pianificazione, che non tollera l’aleatorietà dell’esistenza e della storia. È quella «vita più precaria e carica di rischi», nella quale la pianificazione a lungo termine si è fatta letteralmente impossibile, ad alimentare negli attori sociali la diffusione endemica di quel sentimento individuale di frustrazione e di rivalsa che altrove ho chiamato risentimento (Tomelleri, 2004). Ciò crea spaesamento, ma innanzitutto sofferenza esistenziale verso un futuro che diventa sempre più difficile da prefigurare, in assenza degli altri con cui immaginarlo (Bauman, 1999).

L’operatore bloccato dal «discorso del capitalista» Quanto il «discorso del capitalista» sia corrosivo del legame sociale, lo si vede dalle riforme del sistema di welfare, dove la relazione di cura è progressivamente ridotta a prestazione seriale in una logica di domanda e offerta finalizzata all’«erogazione». La serialità della cura non ha inficiato la qualità dei servizi – che anzi stanno ottimizzando le proprie procedure alla luce di un ideale diffuso di efficienza tecnica – quanto la dimensione fiduciaria della relazione di cura. La crisi della fiducia tra operatori del welfare e cittadini dipende principalmente dal fatto che il «discorso del capitalista» è prima di tutto un discorso sullo s-legame, mentre le professioni di cura accadono sempre all’interno di un legame sociale e affettivo. Il gesto di cura in un’ottica economicistica tende invece a trasformarsi in un gesto seriale finalizzato a risolvere il disagio in tempi rapidi, mettendo in secondo piano le molteplici implicazioni sociali, culturali e relazionali che rendono il vissuto e la biografia di una persona un caso sempre unico e irripetibile (Illich, 2005).

Un compito di ricomposizione

La serialità dei gesti e delle procedure settoriali parcellizza i contesti sociali in una moltitudine di frammenti individualistici che richiedono un faticoso lavoro di ricomposizione per essere ristrutturati in un quadro concettuale unitario. È come se gli operatori dovessero continuamente ricomporre un puzzle di cui colgono tuttavia solo una minima parte, a causa della moltiplicazione di voci, spesso solitarie (pazienti, famigliari, manager, politici, giornalisti, avvocati, ecc.), e di relazioni s-legate.

L’esposizione a scelte manageriali perverse A partire da una serie di materiali sociologici raccolti nel corso di diversi anni di ricerche e di percorsi di formazione all’interno di strutture di cura, ambulatori di medicina di base, ospedali, aziende sanitarie locali, scuole, comunità per minori, istituti penitenziari, residenze per anziani, ecc. abbiamo constatato che gli operatori hanno spesso la sensazione che le loro attività professionali siano esposte a una serie di complotti e che i loro problemi e difficoltà risentano degli effetti a volte perversi dei cambiamenti organizzativi ed economici imposti dalla classe dirigente o da un sistema aziendalistico in cui non si riconoscono. La loro sensazione è di non riuscire a cogliere un legame sensato tra la vita quotidiana e i cambiamenti che li coinvolgono. Questa sensazione il più delle volte ha una conferma giorno per giorno: il lavoro sociale, l’esperienza formativa e professionale, l’azione terapeutica, sono circoscritte alla loro orbita operativa. I poteri di un professionista della relazione di cura sono proporzionati alla cerchia di persone che frequenta: i colleghi, gli utenti e i loro famigliari. Accade che rimanga spettatore o attore maldestro quando interagisce con gli altri saperi professionali, con i colleghi di altre realtà o ancor di più con i contesti di vita sociale estranei alla sua pratica professionale, tribunali, giornali, talk show, ecc. Secondo il caso, può trattarsi di malasanità, di tagli alla spesa, di riforme regionali, provinciali o locali oppure della diffusione di un virus quasi letale o fantomatico, o chissà cos’altro, alcuni professionisti rischiano di trovarsi immersi in un turbinio operativo, altri rischiano di perdere l’impiego. Ogni operatore sociale, ormai da alcuni anni, si sveglia ogni mattina sapendo che sarà oberato da protocolli, linee guida, ricettari aggiornati, montagne di carta, e che dovrà assistere a una scena primaria che si ripete secondo schemi di routine, a volte privi di senso, dove la sua scrivania è stracolma di richieste urgenti, che più o meno rapidamente aspettano di essere soddisfatte. Si fa sempre più strada la consapevolezza che molte delle trasformazioni avvenute nel passato recente (creazione delle aziende sanitarie territoriali, aziendalizzazione, esternalizzazione dei servizi) trascendono il mondo quotidiano e professionale.

Quale percezione dell’intreccio tra micro e macro? Di solito l’operatore non vede che i suoi problemi sono legati ai discorsi che concretamente si costruiscono nelle conversazioni quotidiane o mediatiche. Non attribuisce il suo malessere o il suo benessere ai discorsi sulla società in cui viviamo, alle teorie più o meno implicite della società. L’operatore (ma anche il cosiddetto «uomo comune»), raramente è consapevole delle complesse interdipendenze tra i discorsi che facciamo, il mondo vitale che abitiamo e le grandi trasformazioni storiche e sociali in cui viviamo. Non dobbiamo meravigliarci se gli operatori sociali e gli altri professionisti della relazione di cura sentono di non poter dominare e comprenderei molteplici mondi frammentati e settoriali in cui si ritrovano freneticamente e ripetutamente immersi. Non è una questione di mere competenze tecniche o cognitive. In questa nostra società della conoscenza e dell’informazione diffusa, i discorsi spesso superano la nostra capacità di assimilarli o di comprenderli nella loro unità. Non è nemmeno un problema legato a una specifica professione, o alle arti della speculazione filosofica, anche se spesso i tanti corsi di formazione tecnici sulla comunicazione esauriscono le limitate energie rimaste.

Nighthawks_by_Edward_Hopper_1942Uno sforzo di analisi critica

Ascoltando i racconti degli operatori abbiamo compreso che il «discorso del capitalista» è il discorso dominante. Non investe solo la dimensione delle pratiche professionali o dell’aziendalizzazione, ma più in generale riguarda l’ordine simbolico delle professioni. Non è l’unico discorso, però. Ciò vale per tutti quei medici, infermieri, operatori socio-sanitari, educatori professionali, assistenti sociali, insegnanti che quotidianamente cercano di discutere diversamente tra loro, con i loro utenti e i famigliari. Il problema è che il «discorso del capitalista» tende all’egemonia, marginalizzando o disgregando altri possibili discorsi sul legame sociale e sulla cura. Per resistere a questa deriva egemonica e ossessiva dobbiamo accogliere la possibilità, inedita rispetto al passato, di riconoscere e coltivare l’analisi teorica come competenza critica. Se vogliamo, possiamo immaginare l’incertezza come la rottura dell’ordine meccanico e seriale: un guasto imprevisto nel docile robot, la possibilità dell’improbabile. Questo sforzo di analisi critica e di immaginazione, non è richiesto solo agli operatori sanitari. Certo, la relazione di cura è forse oggi uno degli ambiti dove il «discorso del capitalista» fa emergere, in modo più crudo rispetto ad altri contesti, le sue spinte disgreganti il tessuto sociale. Eppure, anche al cosiddetto «uomo comune» oggi serve una buona dose di immaginazione relazionale e sociale per cercare una difficile ricomposizione dei molteplici frammenti biografici, spesso fragili e a volte solitari. Se vogliamo un nuovo progetto per il futuro dobbiamo abbandonare la mentalità neoliberistica, manipolatoria e consumistica e metterci alla ricerca di alleanze, sebbene faticose, e di legami sociali solidali, sempre meno scontati.

Fonte: Rivista Animazione Sociale, mensile per gli operatori sociali, N. 247, novembre 2010.

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Possono darsi spazi pubblici senza sfera pubblica? E viceversa, può la sfera pubblica sussistere nello spazio astratto dei media e in quello virtuale supportato dalle nuove tecnologie senza legami con gli spazi delle relazioni faccia a faccia, casuali o organizzate?

La crisi della politica o più in generale della democrazia – non solo nel nostro Paese, è sovente declinata in termini di disaffezione da parte dell’opinione pubblica per i partiti e di scarsa affluenza elettorale. Per spiegare il fenomeno, altri osservatori pongono invece l’accento sulle trasformazioni della dimensione materiale, concreta, dell’agire politico; in particolare, il restringimento (o lo stravolgimento) dello spazio pubblico urbano, inteso sia come spazio fisico che relazionale, generato quindi tanto dalla pianificazione urbana quanto dalle pratiche sociali. Tra questi osservatori figura Chiara Sebastiani, docente dell’Università di Bologna e autrice del volume Una città una rivoluzione. Tunisi e la riconquista dello spazio pubblico (Pellegrini Editore, 2014).

In questa ricca intervista esclusiva per il Conformista, la prof.ssa Sebastiani – con un occhio rivolto alle vicende della Tunisia dopo le ultime elezioni, in specie alla questione islamica e femminile – ci aiuta a comprendere meglio lo stretto rapporto che esiste tra città pubblica e democrazia, ridimensionando, fra l’altro, il ruolo “salvifico” della Rete.

D: Per incominciare… Che cos’è per Chiara Sebastiani lo “Spazio pubblico”? Ci potrebbe dare una sua definizione di “tipo ideale”?

R: Uso l’espressione “spazio pubblico” (rifacendomi ad un paio di importanti pensatori come Juergen Habermas e Hannah Arendt), per designare uno spazio, concreto o astratto, accessibile a tutti, dove ci si tratta – per convenzione – da eguali anche se non lo si è, e dove si discute di questioni di interesse generale, usando argomenti e non posizioni precostituite. E’ lo spazio di formazione di un’opinione pubblica critica e autorevole, non manipolata. “Tipi ideali”, nel senso di “modelli” di spazio pubblico sono l’agorà greca e la piazza medievale. Nelle medine nordafricane il caffè e il barbiere, nei Balcani il bazar. Da notare che quando diciamo “tutti” intendiamo tutti coloro che una determinata società ritiene qualificati a comparire in pubblico. Inizialmente erano esclusi ovunque, o quasi, gli schiavi, gli stranieri, le donne. Quasi ovunque, oggi, si trovano ancora spazi pubblici che escludono le donne (non necessariamente per legge ma per costume). In alcune società esistono spazi pubblici separati per sesso, per esempio, in Nordafrica e Medio Oriente, il hammam.

D: Parliamo del dibattito culturale sull’Islam… Alla luce dell’esito delle ultime elezioni politiche, e vista quindi la sconfitta del partito di orientamento islamista moderato: quale carattere ha assunto, secondo Lei, la legittimazione delle trasformazioni in atto? Ci sono state delle cause particolari che hanno riproposto, sulla scena politica, la maggioranza del versante laico?

tunisia democracyR: Le ultime elezioni in Tunisia hanno innanzitutto consolidato le istituzioni democratiche: si è votato per la seconda volta in modo libero e trasparente, eleggendo un’assemblea legislativa “ordinaria”, legittimata dal voto popolare e destinata a restare in carica cinque anni. In secondo luogo le elezioni, con l’assetto tendenzialmente bipartitico che hanno dato al nuovo parlamento, hanno “sdoganato” – per quanto paradossale ciò possa sembrare – proprio Ennahdha, cioè quel partito islamista moderato che le opposizioni si proponevano di escludere dalla scena politica. La sconfitta di Ennhdha mostra che il suo elettorato non era costituito solo da uno zoccolo duro di sostenitori fideisti (il cosiddetto “voto di appartenenza”) ma anche da un elettorato di “opinione” di cui una parte, delusa, ha votato per il suo avversario, dando vita ad una “alternanza” propria di un sistema democratico. Inoltre, essendo comunque Ennhdha risultato il secondo partito in parlamento, i futuri assetti di governo e molte delle leggi (in particolare quelle che richiedono un voto a maggioranza qualificata) dovranno essere negoziate con quella forza politica.

E’ peraltro improprio parlare di “ritorno della maggioranza laica”: questa in Tunisia non è mai esistita e non esiste nemmeno oggi. Nel 2011 i partiti che si definivano “laico-modernisti” conobbero una pesante sconfitta; nel 2014 il vincitore, Nidaa Tounès, è un partito che rifiuta esplicitamente di definirsi “laico”. Più proprio è quindi parlare del successo di una formazione politica antislamista, creata ad hoc per riunire le forze che si oppongono all’islam politico.

Questa formazione ha attirato (in Tunisia dicono ha “syphonné” ha risucchiato) il voto di individui e gruppi con sensibilità diverse e motivazioni diverse. E’ stato un voto “voto-sanzione” nei confronti di Ennahdha degli elettori delusi e un voto strategico (o “voto utile”) di un’opposizione la cui precedente frammentazione aveva contribuito in buona parte al successo degli islamisti. Hanno votato Nidda Tounès coloro che aspettavano dalla rivoluzione un miglioramento delle loro condizioni di vita e hanno spesso visto un peggioramento (“non ci è arrivato nulla”), coloro che attentati terroristici, omicidi politici e lunga latenza delle forze dell’ordine hanno spaventato (“ai tempi di Ben Ali almeno si stava tranquilli”), coloro che si sono sentiti minacciati nel proprio modo di vita, soprattutto le donne (“volevano imporci il loro modello di società, ci avrebbero costrette tutte a portare il hijab“). Ai quadri di Nidda Tounès, partito in cui sono confluiti storici personaggi dell’epoca di Bourguiba e di Ben Ali – il leader Essebsi è stato ministro sotto ambedue – si attribuisce esperienza e competenza in virtù delle cariche pubbliche da loro occupate dall’Indipendenza ad oggi. Due parole sintetizzano le aspettative di quasi tutti gli elettori di Nidda Tounès: “sicurezza” (contro il terrorismo) e “stabilità” (per la ripresa economica).

Come si vede, il dibattito culturale sulla natura dell’islam ha avuto un ruolo secondario in queste elezioni, rispetto a quelle del 2011. I fallimenti e gli errori del governo a maggioranza islamista che gli hanno fatto perdere consensi sono altri, alcuni quasi inevitabili. La performance economica non è stata negativa come sostengono gli oppositori, tenuto conto delle ricadute inevitabili della rivoluzione su settori chiave quali il turismo. Le più grandi difficoltà il governo le ha incontrate nel suo rapporto con l’apparato statale, un apparato “di regime” costruito da Ben Ali, e con il sindacato unico UGTT i cui quadri in larga parte provengono dalla sinistra marxista, gli uni e gli altri da sempre avversari dell’islam politico. All’interno dell’apparato statale Ennahdha non ha saputo costruire alleanze con quella parte di personale attaccato alla imparzialità e alla correttezza della funzione pubblica, preferendo piazzare uomini di sua fiducia nei posti chiave, né è riuscita a rassicurare quella parte importante del ceto medio intellettuale, gli insegnanti in primis, formati nella tradizione illuminista del bourguibismo e del laicismo francese. In quanto al terrorismo, in Tunisia esso può venire da frange islamiste radicali (tipo Brigate Rosse), da jihadisti qaedisti delle aree interne (che approfittano dell’ingente penetrazione di armi dalle frontiere libica e algerina), e da settori dello stato non convertiti alla rivoluzione. In questo contesto difficile da gestire per chiunque gli uomini di Ennahdha (che non avevano nessuna esperienza di governo essendone stati sempre esclusi) di errori ne hanno commessi una quantità ingente.

D: Ritornando alle considerazioni sullo spazio pubblico… Durante la lettura del suo libro ci siamo più volte chiesti: perché, in generale, il corpo nello spazio pubblico, dopo una prima “riconquista” in senso civico, finisce poi per diventare quasi sempre uno strumento strategico per il raggiungimento del potere politico? Quali condizioni e quali variabili di luoghi e pratiche occorrono affinché quello spazio pubblico valorizzi, e quindi faccia durare nel tempo, una sfera pubblica di tipo “civico-sociale”? (Anziché, unicamente, una sfera pubblica di tipo “politico”?)

Supporters-of-Beji-Caid-E-012R: In tutte le società patriarcali il corpo delle donne è sempre stato la posta in gioco di lotte per il potere politico e di competizioni per l’esercizio dell’egemonia culturale. Nel modo in cui appare e agisce nello spazio pubblico esso rinvia sempre simbolicamente a determinati assetti sociali e culturali sicché chi vuole conquistare una società e imporle la sua supremazia cerca di farlo conquistando e controllando il corpo delle donne. Ciò non avviene solo nelle forme brutali dello stupro etnico. I colonizzatori francesi in Algeria combatterono strenuamente il velo delle donne perché quello era il simbolo di una intera cultura e dei suoi valori. Oggi la battaglia ideologica è più sofisticata. In Tunisia i diritti delle donne sono stati invocati in funzione anti islamista ma rischiano di essere dimenticati non appena raggiunto l’obiettivo, come non mancano di sottolineare alcune leader del femminismo storico.

L’unico modo per impedire che lo spazio pubblico diventi spazio di lotta per il potere è un presidio costante dei cittadini. Affinché uno spazio pubblico sia davvero luogo di pratiche discorsive civiche e sociali che consentano la formazione di un’opinione pubblica libera e critica occorrono due cose. La prima è che esso abbia la sua base in una dimensione spaziale fisica, urbana, dove i rapporti sono faccia a faccia. In ultima analisi, la possibilità sempre presente – anche quando si frequentano spazi mediatici e virtuali – di ritrovarsi in uno spazio di compresenza fisica è l’unica garanzia contro le manipolazioni dell’opinione pubblica. La seconda è che questo spazio materiale – quali che siano le sue forme: strade e piazze, caffè e teatri, cinema e mercati –  sia “appropriato” dai cittadini, cioè venga investito, materialmente, simbolicamente, affettivamente, da pratiche spontanee o auto-organizzate che nascono dal basso, non da attività programmate dall’alto. Ciò peraltro è possibile soltanto se i cittadini conservano il gusto per l’incontro e il confronto tra sconosciuti, e finché apprezzano la possibilità di avere spazi in cui “tutti parlano con tutti” come dice una delle mie intervistate nel libro. Nelle nostre città lo abbiamo perso in gran parte. Basti guardare un qualsiasi potenziale “spazio pubblico”: ognuno è ripiegato sul proprio cellulare e isolato dalle proprie cuffie nelle orecchie. In Tunisia potrebbe perdersi o se i cittadini cedono alla paura della violenza o se si lasciano convincere dalle voci interessate che sostengono che la libertà d’espressione è conquista di poco conto a fronte dei problemi materiali del popolo. Lo spazio pubblico, infatti, si conserva solo nella misura in cui viene ricreato e praticato quotidianamente dai cittadini. Non distinguerei tra spazio “civico” e “politico”; ritengo che questa distinzione (che riduce il politico a lotta tra i partiti) abbia una forte connotazione ideologica e sia funzionale ad una depoliticizzazione della società che favorisca il dominio del mercato. “Politico” e “civico” derivano ambedue (l’uno in greco, l’altro in latino) dal termine “città” inteso non solo come habitat ma come comunità e come corpo che determina cosa è il bene comune.

D: Abbiamo visto come nel dibattito mass-mediatico si tenda oggi a ridurre la sfera pubblica al solo livello astratto e virtuale, senza tener conto delle “ragioni della strada”; (come è avvenuto, d’altronde, anche in occasione di questa particolare rivoluzione). Lo stesso Bauman afferma che “oggi qualunque forma di prossimità è destinata a misurare i propri pregi e difetti in base agli standard della prossimità virtuale” … Cosa risponde a queste affermazioni, considerata anche la “compressione” della sfera pubblica da Lei stessa constatata in Tunisia due anni dopo la rivoluzione? Il virtuale, da questo punto di vista (cioè considerando una presunta vitalità della sfera pubblica), sta davvero prendendo il sopravvento sul reale?

R: La sfera pubblica virtuale è fatta di individui (malgrado il grande uso del termine “community”); la sfera pubblica materiale costituisce un collettivo. Sono due tipi di spazi pubblici dotati di caratteristiche, pregi e difetti, molto diversi tra di loro. Una rivoluzione non può farsi online anche se la rete e le sue piattaforme possono essere utilissime per preparare una mobilitazione e per fornirle un appoggio logistico prolungato nel tempo. La presenza dei corpi nello spazio è il fondamento stesso della politica (altrimenti perché ci preoccuperemmo tanto dell’accesso delle donne agli spazi pubblici materiali?). La Rivoluzione tunisina si è fatta negli spazi, e molti di questi sono diventati simboli: l’avenue Bourguiba, la Kasbah di Tunisi, ma anche la Piazza dei Martiri di Kasserine, per esempio.

Il regime di Ben Ali è convissuto per anni con una sfera pubblica virtuale critica: sottoposta a censura, certo, ma spesso in grado di aggirarla. Il gesto che ha trasformato i sollevamenti di strada in rivoluzione – il suicidio di protesta con il fuoco di Bouazizi – non aveva nulla di virtuale. Due anni dopo la rivoluzione la sfera pubblica, più che “compressa”, si è frammentata. All’unità del popolo che ha voluto la cacciata di Ben Ali sono subentrati schieramenti politici con visioni contrastanti sul tipo di paese che si vuole costruire dopo la Rivoluzione. Tuttavia la libertà di espressione nelle strade è a tutt’oggi totale e in generale lo stesso si può dire per le associazioni e i media. La sfera pubblica oggi è più minacciata dalla disaffezione che dalla repressione. La svalutazione della libertà di espressione, la voglia di toglierla agli avversari, possono far venir meno quella che è stata la prima conquista del popolo e la più strenuamente difesa. Ma anche le illusioni sulla sfera virtuale hanno lasciato il posto a una visione più critica: molti oggi lamentano un eccesso di violenza verbale e insulti sulla rete.

Lo scenario possibile, in certi momenti realizzato, non si configura come “sopravvento del virtuale” ma piuttosto come riflusso: la gente si rifugia nel proprio spazio privato e da lì “partecipa” con il pc. Per contrasto, la campagna elettorale di queste legislative, e anche quella in corso per le presidenziali, sta rivalorizzando il contatto diretto, faccia a faccia.

An artist rendering of retail shops at the redeveloped World Trade Center, a New York landmarkD: Siamo arrivati alle conclusioni. Ci preme farle un’ultima domanda in riferimento al nostro contesto occidentale, più precisamente riguardo alla crisi della “città pubblica” e, più in generale, alla crisi delle democrazie… Quali sono, secondo lei, le maggiori cause che hanno portato allo “sfiatamento” della sfera pubblica nei classici “luoghi praticati”, come piazze, strade, biblioteche etc…? È possibile che incontri e pratiche di queste genere, se ancora esistono, debbano avvenire – giusto per generalizzare al massimo – nei centri commerciali? Quali sono i rimedi a queste scoraggianti tendenze?

R: Già Habermas attribuiva la dissoluzione della sfera pubblica alla sua “colonizzazione” da parte del mercato da un lato, dei partiti e delle istituzioni pubbliche dall’altro. Nel contesto attuale, che è quello del trionfo del mercato sul politico, alla “città pubblica” viene negata ragione di esistere nella misura in cui non genera reddito e non attira investimenti. Ciò è reso possibile dal fatto che i cittadini da tempo hanno rinunciato a difenderla e intere città (penso al centro storico di Venezia o di Firenze) che per secoli furono liberi comuni orgogliosamente difesi dai cittadini sono state abbandonate e svendute a forestieri arrivati non con le armi ma con il denaro.

Perché ciò sia avvenuto è stato necessario fare dell’individuo (non dell’uomo) il valore supremo, distruggendo le forme di solidarietà (si pensi alle trasformazioni dell’organizzazione del lavoro) e rendendo ogni aggregazione (in primis la famiglia) esclusivamente funzionale al consumo. Non stupisce quindi che oggi si moltiplichino spazi “pseudo-pubblici” come i centri commerciali che Bauman definisce “templi del consumo”.

Sembra insomma che capitalismo avanzato e democrazia di massa siano incompatibili con quella “sfera pubblica borghese” nata in Europa tre secoli fa. D’altra parte sono questi che hanno fatto dell’Europa il posto a cui tantissimi giovani oggi in Tunisia, malgrado la Rivoluzione o a causa di essa, guardano, aspirando disperatamente a viverci o a modellare il paese a sua somiglianza: per via del grandissimo benessere materiale, della enorme ricchezza culturale, della straordinaria bellezza e varietà dei suoi paesaggi e delle sue città, dell’infinita libertà di ciascuno di vivere, comportarsi e consumare come meglio crede. E occorre fare un grande sforzo di spostamento di prospettiva per capire che tutte queste affermazioni, oggi, sono vere e false al tempo stesso, corrispondono da un lato a realtà dall’altro a illusioni.

I “rimedi” in questa fase, in Europa (“Occidente” è termine che non regge più, il confine invisibile che passa attraverso la Manica, separando un mondo anglo-sassone da un mondo euro-continentale è assai più profondo di quello che attraversa il Mediterraneo), sono da un lato pratiche di resistenza e conservazione, dall’altro pratiche di apertura. All’interno, si tratta di conservare e trasmettere il più possibile tutti quei beni e valori elencati, più o meno come hanno fatto i monaci medievali dopo la dissoluzione dell’impero romano. All’esterno, si tratta di guardare a ciò che succede lungo quell’ “arco di crisi” a est e a sud dove un fiume in piena preme sulla fortezza Europa. Dalle mie parti (una delle mie tante parti) quando la piena del Po arriva a livelli minacciosi il Magistrato alle Acque può ordinare di tagliare l’argine in certi punti, permettendo un allagamento controllato di pezzi di territorio per salvare l’insieme da inondazioni disastrose.  Forse l’Europa ha meno da perdere ad aprirsi che ad insistere a difendersi chiudendosi.

Francesco Paolo Cazzorla

Federico Stoppa

Un ringraziamento alla Prof.ssa Chiara Sebastiani per la sua preziosa disponibilità nel rispondere alle nostre domande.

Un ringraziamento speciale a Francesca Bartoli dell’Ufficio stampa Comunicattive per aver reso possibile tutto questo.

Chiara Sebastiani: insegna Teoria della sfera pubblica e Politiche locali e urbane presso l’Università di Bologna.  Nata a Vienna, ha vissuto all’Aja, a Sidney e a Tunisi. Ha intrapreso la carriera universitaria di sociologa e politologa alla Sapienza di Roma, proseguita presso l’università della Calabria e approdata infine all’Alma Mater di Bologna. La ricerca sul campo è sempre stata una parte importante della sua attività: ha partecipato a indagini empiriche su larga scala – sui militanti e i quadri del Pci, sui lavoratori dell’Italsidier di Taranto, sulle donne nei governi locali – e ha svolto ricerca qualitativa indipendente. È autrice di La politica delle città (il Mulino 2007). Ha curato Conversazioni, storie, discorsi (con G. Chiaretti e M. Rampazi, Carocci 2001). Ha tradotto e curato l’edizione italiana della Sociologia della Religioni (2 voll., Utet 1988) di Max Weber.

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Tsatsralt Erdenebileg - Ulaanbaatar city

Tsatsralt Erdenebileg – Ulaanbaatar city

I mutamenti storici che stiamo vivendo, attraverso la loro carica innovativa, tendono a manifestarsi più che altrove – e con una modalità al contempo più incisiva ed esplicita – all’interno dei centri urbani che abitiamo o attraversiamo a vario titolo. La portata di tale affermazione, nell’ottica di una società complessa, consiste nel riconoscere le città come dei nuovi punti di “condensazione”, in cui vanno a  confluire i flussi e le dinamiche che si manifestano a livello planetario. Proprio per questo motivo, tali punti andranno a configurarsi sempre più come i nodi della cosiddetta “rete globale”. In merito a ciò, occorre sottolineare come i processi di globalizzazione non riguardino solamente le trasformazioni che stanno investendo i rapporti tra economia e politica, né tantomeno possano identificarsi principalmente, e nello specifico, come dei fenomeni innovativi dal punto di vista economico o culturale. Quello che si sta manifestando ulteriormente, e che vede come protagoniste indiscusse le città, prevede una ri-organizzazione spaziale della vita sociale, che si esplica nella tensione incessante della dialettica tra globale e locale.

Ecco che allora la globalizzazione, oltre ad estendere le tipologie e la quantità di relazioni possibili, modifica altresì il modo in cui esse vengono vissute e agite all’interno dei contesti urbani. Per realizzare ciò viene operato un doppio processo (Magatti, 2007): da un lato una despazializzazione, che mette in crisi i precedenti assetti riguardanti gli spazi sociali – con riferimento particolare agli stati nazionali; dall’altro una rispazializzazione, riguardante la creazione di nuove geografie, che permette una ridefinizione strutturale dell’organizzazione della vita sociale nelle città. Per questo motivo «le città contemporanee sono il palcoscenico o il campo di battaglia su cui i poteri globali e significati e identità ostinatamente locali, si scontrano, lottano e cercano un accordo soddisfacente, o appena sopportabile, una modalità di coabitazione che si spera sia una pace duratura ma che di norma si rileva soltanto un armistizio» (Bauman, 2007: 92-93).

Queste tensioni, dunque, prevedono un incontro-scontro tra le logiche macrosistemiche e la vita concreta dei singoli e dei gruppi. La logica dei flussi – con tutto ciò che essa comporta, in termini di mobilità generata da interessi, spostamenti delle popolazioni e tecnologie – viene ricontestualizzata e ricondotta alle esperienze e alle relazioni della logica dei luoghi, i frames principali della memoria e delle sedentarietà. Quest’ultimi, infatti, detengono una certa importanza per la vita sociale di ciascun individuo, in quanto i processi identitari sono strutturati dalle specifiche rappresentazioni simboliche di un territorio, che la comunità riceve ed insieme costruisce.

Da tale dialettica, però, consegue una riorganizzazione spaziale del mondo sociale che si presenta dai tratti inediti: la città non aspira più ad essere il “luogo del vissuto”, in cui viene sedimentata l’esperienza comune ma, al contrario, diviene il “luogo del vivente” in cui il luogo stesso assume un valore prettamente strumentale, prefigurandosi, dunque, come un sistema di disparate opportunità per l’azione e la realizzazione individuale. Pertanto, i diversi luoghi che compongono la città assumono significati diversificati e, acquisendo funzioni sempre più specializzate, esprimono un codice tecnico specifico che consente loro di collegarsi con altri luoghi simili sparsi in tutto il mondo.

Tutto ciò comporta uno scollamento del tessuto sociale che, invece di tenere insieme queste diverse funzioni, riduce drasticamente il valore integrativo del luogo, permettendo al contempo il dileguarsi di una socialità che si rende sempre meno diffusa e spontanea. In definitiva, la differenziazione marcata di funzioni, all’interno della città, prevede la convivenza forzata di mondi diversi e disuguali che, non avendo alcun interesse ad incrociarsi, rischiano di rilevarsi una pericolosa alchimia sociale. La città in questo modo diventa «un agglomerato di funzioni e di popolazioni diverse, che rischiano di non sapere più esattamente da che cosa sono tenute insieme» (Magatti, 2007: 27). A fronte di queste trasformazioni, e delle esigenze di mediazione tra tensioni globali e locali, la città diviene – nel suo complesso – una nuova questione sociale, poiché «è l’oggetto forse più utile mediante il quale leggere la trasformazione contemporanea» (Magatti, 2007: 19).

d3sign – yiu yu hoi

d3sign – yiu yu hoi

Considerati questi nuovi sviluppi che, come visto, concernono le dinamiche di riorganizzazione spaziale delle città sotto le spinte globali, si approfondirà ora la questione di come quest’ultime assumano delle funzioni proprie in merito all’acquisizione di una presunta capacità politica. Le tensioni tra globale e locale, prima discusse, necessitano un ripensamento della loro gestione, in termini di nuove letture e governabilità da parte delle città stesse. Per questo motivo, nell’ambito di una differenziazione di competenze, bisogna distinguere, secondo Sebastiani, tra politiche della città e politica delle città.

Le prime possono essere ricondotte in maniera generale alle politiche urbane e fanno riferimento alle tante possibili categorie delle politiche pubbliche. In questo senso, bisogna prendere in considerazione l’insieme delle azioni che un governo centrale mette in atto per rispondere a problemi specifici della città. Quindi, quando si parla di politiche della città, il soggetto politico – che mette in opera gli interventi – si riconosce solitamente nello Stato e, poiché le azioni che esso emana avranno come oggetto la città (in generale), di conseguenza quest’ultima non assumerà nessuna qualifica politica. Quando si parla invece di politica delle città (al plurale), si vuole rimarcare come una pluralità di soggetti – che vengono identificati per l’appunto nelle città – acquisiscano un potere politico, che viene esercitato in maniera autonoma e diversificata. Quindi, gli interventi emanati da parte delle singole città faranno capo ad un soggetto politico che non viene più considerato solamente – e in un’ottica periferica – come oggetto di intervento pubblico, ma che – in ordine della sua nuova qualifica – detiene un potere politico esercitato autonomamente.

Questo cambiamento di prospettiva, che vede la rinascita politica delle città, si rifà ad un mutamento semantico dello spazio locale. Mentre per le politiche della città il locale assume un valore minore e secondario – poiché subordinato ad un centro – al contrario per la politica delle città il locale è uno spazio qualitativamente diverso, contraddistinto da forme proprie e originali di azione. Nella prima caratterizzazione vi è, dunque, una definizione gerarchica dei rapporti tra un centro – che rappresenta un vertice – rispetto alle diverse località formalmente subordinate ad esso. Nella seconda, invece, tenendo conto dei processi di indebolimento dello Stato-nazione, le singole città si inscrivono in una relazione orizzontale con la rete globale. Poiché quest’ultima dimensione non detiene una propria centralità in nessun vertice predefinito, le città possono assumere – e quindi acquisire – una posizione maggiormente vantaggiosa. In definitiva «una molteplicità di luoghi – le città – possono aspirare ad affermare una propria centralità in un sistema che si configura come policentrico» (Sebastiani, 2007: 22).

Tuttavia, affinché si strutturi un ambiente reticolare di tal genere, è necessario che le città – i nodi della rete – non rivestano solo il ruolo di ricettori, ma anche quello di generatori di impulsi. Per questo motivo, sono costrette da un lato ad accogliere ed aprirsi sempre più a persone, beni, servizi e capitali, dall’altro devono poter attivare quelle capacità che consentono loro di collegarsi al reticolo globale, cercando così di attirare a sé una certa attenzione, di richiamare visitatori e vendere le proprie produzioni. In questo modo, le città spostano «il proprio baricentro da quello che accade al loro interno verso ciò che le attraversa, le collega, le trasforma» (Magatti, 2007: 23). Il disporre di certe autonomie e di determinate capacità politiche non deriva necessariamente da riconoscimenti giuridici specifici (come per esempio quelli accordati alle regioni), ma bensì dalla loro capacità di gestire particolari mix, che si generano dall’incontro tra le istanze storico-culturali, appartenenti alle città stesse, e i processi più generali di innovazione, che riguardano la globalizzazione economica, sociale e culturale.

In merito all’acquisizione di determinate competenze – esercitate dalle singole città in completa autonomia – se ne possono individuare alcune che, a fronte di un marcato scollamento del tessuto sociale, hanno l’obiettivo di ripensare il modo in cui la città viene vissuta dai cittadini, puntando – tramite l’apporto integrato di un complesso di azioni – alla qualità della vita urbana. Tali azioni, tradizionalmente rientranti nelle competenze tipiche di una città, assumono oggi una nuova valenza nell’ambito di un ri-equilibrio tra politiche competitive rivolte all’esterno e politiche solidaristiche rivolte all’interno, quindi rispettivamente tra politiche per la città e politiche per i cittadini. La progettazione di interventi in tal senso – sfruttando la tendenza ad operare per piani integrati – ha risentito in primis dell’influenza europea, che promuove l’applicazione di progetti intersettoriali, tenendo conto non solo del territorio in sé – e delle sue rispettive funzioni – ma anche delle relazioni sociali che formano il tessuto urbano.

Questa convergenza applicativa, va principalmente nella direzione di un potenziale superamento – e risoluzione – di determinate problematiche che si rendono manifeste nei cosiddetti quartieri sensibili. Con tale denominazione, per Magatti, bisogna intendere tutte quelle zone della città, sia periferiche che centrali, investite – e interessate – da uno fra questi due processi speculari: il primo prevede una marcata funzionalizzazione di intere porzioni di territorio che, ricomponendo per l’appunto funzioni e popolazioni diverse, attivano interconnessioni funzionali con l’altrove; il secondo riguarda le dinamiche di impoverimento che hanno per oggetto altri e determinati territori, svuotati da funzioni e popolazioni legate alla fase storica precedente. Nel complesso «le vecchie periferie in trasformazione e le nuove zone dove più intenso è il fenomeno della dislocazione definiscono quelli che possiamo chiamare “quartieri” o “aree sensibili” che si caratterizzano […] per la presenza simultanea, anche se variabile, di una molteplicità di fattori di debolezza» (Magatti, 2007: 33) dal punto di vista abitativo, sociale, culturale e infrastrutturale.

In definitiva, entrambi questi processi provocano lo sradicamento del tessuto sociale di un luogo comportando, viceversa, un’accentuata mobilità di persone diverse che determina modi differenziati di intendere e di usufruire un certo spazio pubblico, provocando, in ultimo, importanti trasformazioni sulla vita sociale che, molto frequentemente, vanno ad intaccare la qualità urbana.

Traendo spunto da questo quadro, e per assicurare una certa qualità della vita urbana, secondo Sebastiani, bisogna tener conto che quest’ultima è influenzata sia da dalla posizione della singola città in relazione ad altre città – perché produce vantaggi competitivi – sia dalla condizione di coloro che la abitano – perché produce coesione sociale. Si può pensare, dunque, che un piano integrato di intervento consenta di conciliare politiche competitive e politiche solidaristiche. Molto spesso, però, nella realtà ciò non accade. Questo perché, al contrario, tende a manifestarsi una divaricazione delle logiche dominanti che riflettono la complessità del sistema urbano, portatore di per sé della frammentazione degli interessi da cui deriva. In definitiva, alla luce di quanto detto, sorge la necessità di concepire la qualità della vita urbana come un prodotto complessivo di tante azioni che si influenzano reciprocamente, tenendo bene a mente che la città, in quanto «spazio politico» (Sebastiani, 2007: 36), manifesta specifiche problematiche del conflitto, riguardanti sia la diversità degli interessi di parte, che la divergenza semantica delle concezioni sul bene comune.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Bibliografia di riferimento

Bauman Z., 2007, Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Bari, Laterza.

Callari Galli M.,2007, (a cura di), Mappe urbane. Per un’etnografia della città, Rimini, Guaraldi.

Magatti M. (a cura di), 2007, La città abbandonata. Dove sono e come cambiano le periferie italiane, Bologna, Il Mulino.

Sebastiani C., 2007, La politica delle città, Bologna, Il Mulino.

iñaki de luis - youth

iñaki de luis – youth

Stralci d’intervista a Marita Rampazi. 

Insegna Sociologia generale e Sociologia della globalizzazione all’università di Pavia.

Riassumiamo l’ipotesi di partenza che vorremmo discutere. Le nuove generazioni, nate e cresciute nell’incertezza, stanno sviluppando nuove modalità di fare esperienza che sono segnate da una dinamica di attraversamento continuo dei confini. In altre parole oggi sembra che per andare alla ricerca dell’appuntamento tra sé e il mondo sia necessario “sconfinare”. Come dire, non basta attraversare una volta per tutte la linea d’ombra, ma occorre disporsi a un processo di sconfinamento permanente. Pensa che sia un’ipotesi plausibile per comprendere alcuni fenomeni che caratterizzano il modo di essere al mondo dei giovani?

Il concetto di “sconfinamento” è molto suggestivo, tuttavia, ritengo che esso vada precisato, per evitare il rischio di cogliere solo una parte della realtà giovanile contemporanea, che è molto diversificata e connotata da forti ambiguità e ambivalenze. Per “sconfinare”, bisogna avere dei “confini” da attraversare, muovendo da un habitat definito e familiare, per proiettarsi in un “altrove” relativamente poco conosciuto, da esplorare e, se possibile, da conquistare. Tuttavia, non tutti, oggi, si trovano in tale condizione. Anzi, la principale difficoltà, soprattutto per i giovani, alla ricerca di un senso per il proprio esistere, consiste nel fatto che l’esperienza del confine sta diventando sempre meno “normale”. A seguito del progressivo sbiadire delle delimitazioni – fisiche, culturali, normativa – con cui la razionalità otto-novecentesca ha contribuito a dare visibilità e significato a luoghi, appartenenze, sfere dell’agire, le nuove generazioni si affacciano su un mondo, i cui orizzonti si sono enormemente dilatati, ma sono diventati anche più nebulosi nei loro significati. Il rischio, come ormai si rileva da più parti, è quello non solo di non sapere verso che cosa si sta andando, ma persino di non avere una chiara consapevolezza dei contorni del proprio qui e ora. I confini sono un vincolo, che può delimitare, talvolta ingabbiare. Contemporaneamente, tuttavia, essi sono una risorsa per dare qualche forma d’intelligibilità al mondo. Al loro interno, troviamo un certo ordine, certi significati, certe pratiche, la cui fisionomia si precisa proprio per il fatto di trovarsi al di qua della linea – fisica e/o immateriale – lungo la quale scorre il confine. Al di là, si trova ciò che è lontano, altro, rispetto a qualche tipo di definizione di sé, su cui poggia la rassicurante consapevolezza di esistere.

Il confine non sembra dunque vissuto come risorsa?

In effetti, per molti giovani – e meno giovani – è urgente recuperare, quantomeno in via provvisoria, il senso del confine, elaborando strategie assai diverse nella loro natura e nei loro esiti. Da un lato, ad esempio, abbiamo soggetti dotati di elevate risorse di riflessività, che tentano di dare consistenza al proprio percorso di vita, orientando l’agire all’affermazione di valori relativamente sottovalutati dai grandi “racconti della ragione” del passato. Penso, ad esempio, al rispetto per la dignità della persona e per l’ambiente, alla tutela della qualità della vita, all’affermazione di forme nuove di socialità. Dall’altro lato, troviamo individui paralizzati dalla paura del vuoto, che si racchiudono nel guscio del proprio microcosmo quotidiano, senza capacità/opportunità di effettivo sconfinamento. È quanto accade a quegli adolescenti, il cui unico orizzonte di senso è rappresentato dall’appartenenza a una banda, a un gruppo chiuso di amici. Oppure, nei casi-limite, a quanti circoscrivono tale orizzonte alle mura della propria camera, sviluppando forme patologiche di rifiuto del mondo, come testimoniato dal fenomeno degli hikikomori. Fra queste due modalità polarizzanti, se ne intravede una terza, tipica di soggetti che definirei “accumulatori seriali”, i quali esasperano il mito contemporaneo dell’accessibilità, puntando sull’accumulo indiscriminato di contatti, informazioni, sensazioni, per supplire, con la quantità, all’inconsistenza qualitativa della propria condizione esistenziale. Per tornare alla domanda, quindi, penso che l’immagine dello sconfinamento permanente sia molto utile per sottolineare il dilatarsi delle possibilità, per i giovani contemporanei, di dare libero corso al desiderio di esplorare l’intero universo dei possibili, con la prospettiva, molto realistica, di dover continuare tale esplorazione per un lungo periodo di tempo. Si tratta di un desiderio che è sempre stato connaturato agli anni dell’adolescenza e della giovinezza, anche se, in passato, era proiettato verso orizzonti più limitati di quelli odierni e riguardava una fase della vita meno indefinita nella sua durata. Ciò che l’immagine dello sconfinamento permanente lascia in ombra, invece, è l’altro polo dell’ambivalenza che caratterizza la condizione giovanile: il rischio della paralisi o del girare a vuoto, in una condizione dove non è possibile sconfinare, dato che il punto di partenza è privo di consistenza. Per tenere conto di entrambe le polarità, solitamente, faccio ricorso alla metafora della navigazione, che mi è suggerita da alcuni scritti di Arjun Appadurai. Questo autore ragiona sulla diseguale distribuzione della “capacità di navigare”, quando s’interroga sulle differenti opportunità che i soggetti hanno di proiettarsi nel futuro, in un contesto denso di incertezze, che – ritengo di dover aggiungere – sembrano privare di senso il concetto stesso di progettualità.

Come navigare nella provvisorietà?

La capacità di navigare ci riporta a una questione cruciale: come ci si orienta e come si impara in assenza di punti di riferimento consistenti. Da più parti si parla di apprendimento multitasking per indicare il modo contemporaneo di esplorare il mondo, di accumulare e produrre conoscenza: dall’informalità al formale, dagli scambi sociali a distanza a quelli in presenza, dalle forme di iper-specializzazione degli interessi agli sconfinamenti più inattesi. Se questo è il modo di apprendere oggi, quali sono i rischi e le opportunità in gioco?

Oggi non è più possibile formulare progetti di vita, in senso tradizionale. Non si può, cioè, pensare di orientare la propria biografia al raggiungimento di tappe ben definite socialmente, poste in successione e finalizzate alla conquista di un determinato status adulto, da non mettere più in discussione alla fine della moratoria giovanile. Si possono, però, elaborare delle ipotesi circa il senso che vorremmo imprimere al nostro “divenire” di persone, che aspirano a lasciare una traccia di sé nella memoria del proprio habitat. E si può tentare di costruire un percorso che ci consenta di declinare tale idea di “divenire” in qualche tipo di agire concreto, entro la realtà in cui ci troviamo a dimorare, in un dato momento della biografia. L’importanza di questa sperimentazione non è affatto sminuita dalla consapevolezza che, in futuro, potrebbe rendersi necessaria una modificazione delle ipotesi iniziali sulla strada da imboccare, per tenere conto degli imprevisti che s’incontrano lungo il cammino. Questo significa che l’unica possibilità, oggi, di pensare al futuro in modo costruttivo è quella di formulare dei progetti “a geometria varabile”, muovendo da ipotesi, necessariamente provvisorie, da sottoporre alla prova della realtà, tramite concrete forme di agire responsabile.

Come coniugare tale progettualità accettandone la provvisorietà?

Prendiamo, ad esempio, l’incertezza per il proprio futuro lavorativo e per il riconoscimento sociale ad esso collegato, che può tradursi in un vissuto di precarietà, potenzialmente paralizzante ai fini della costruzione di sé come durata, vale a dire, come soggetti capaci di raccontarsi in una prospettiva di divenire. È quanto denunciava alla fine del secolo scorso Richard Sennett, rappresentando l’uomo flessibile come prigioniero di una sorta di paralisi temporale, appiattito su un quotidiano, talvolta caratterizzato da un iperattivismo frenetico, ma privo di significato per la biografia. Questa lettura, tuttavia, non è l’unica possibile. In alcuni casi, anziché all’idea di precarietà sembra più corretto riferirsi al concetto di provvisorietà e al suo statuto ambivalente. Da un lato, evoca fenomeni di sradicamento, disagio identitario, frammentarietà della narrazione di sé, fonte di potenziale neutralizzazione affettiva. Dall’altro lato, la non-fissazione, implicita nell’idea di provvisorietà, rimanda all’autonomizzazione del soggetto favorita dal processo di individualizzazione.

francesco bongiorni

Francesco Bongiorni

Più nomadi che vagabondi

Da questo punto di vista, torna ancora in primo piano ciò che Zygmunt Bauman definisce la “strategia post-moderna generata dall’orrore di essere legati e fissati”, attualizzando le metafore del vagabondo, del turista, del flaneur e del giocatore. Fra queste metafore, quella del vagabondo sembra coniugarsi perfettamente con il senso di provvisorietà connesso alla destrutturazione delle carriere e alla mobilità – spaziale e funzionale – implicite nel modo con cui si tende a interpretare, oggi, la flessibilizzazione del lavoro. Il vagabondare contemporaneo descritto da Bauman non riguarda scelte o sfortune dei singoli, ma il progressivo sbriciolarsi della strutturazione sociale dello spazio, l’assenza di luoghi “organizzati” in cui potersi stabilizzare. Si tratta di una condizione oggettiva di disancoraggio, che si coglie nell’esperienza diffusa di molti giovani, che al tempo stesso non risulta esaustiva. Più frequentemente, la provvisorietà, si lega a una situazione di nomadismo: una mobilità, nel quotidiano e/o nella dimensione biografica, caratterizzata da molteplici passaggi, e ritorni, entro luoghi che, agli occhi degli intervistati, mantengono precisi caratteri di “organizzazione”. Ripensando ad alcune ricerche sulla condizione giovanile, il nomadismo emerge come un tratto normale dell’esperienza possibile agli occhi dei giovani, soprattutto in relazione alla necessità di saper cogliere, ovunque si trovino, le opportunità formative e lavorative prospettate dal mercato. A differenza del vagabondo, il nomade non gira a caso. Egli sceglie un percorso disegnato da una finalità precisa: trovare le risorse che consentano di “crescere” ed, eventualmente, imbattersi nel “posto giusto” dove potersi stanziare. Nella misura in cui gli scenari stessi del quotidiano sono mutevoli e imprevedibili, la risposta alla domanda: “Chi e che cosa posso diventare?” – alla base del dilemma identitario – si può cercare solo per approssimazione successive, attraverso una continua negoziazione interpersonale dei significati delle scelte. L’importante, è “attrezzarsi” per saper gestire questa negoziazione, sfruttando le opportunità che si presenteranno volta a volta, nell’immediatezza della vita quotidiana.

Che tipo di apprendimento ciò comporta per le nuove generazioni?

Riprendo la metafora della navigazione, che mi sembra molto utile per ragionare sul nostro interrogativo. Per navigare, occorrono, in primo luogo, delle risorse materiali: una barca, o una nave, dotata delle attrezzature necessarie. Se la navigazione è finalizzata a individuare delle opportunità occupazionali sul mercato del lavoro globale, ad esempio, bisogna disporre delle condizioni materiali che ci consentono l’accesso a questo mercato. In primo luogo, bisogna poter viaggiare e saper usare Internet. Un giovane proveniente da un ambiente svantaggiato sarà esposto alla situazione paradossale di vivere entro un orizzonte culturale che gli dice: “Puoi accedere a ciò che vuoi, purché tu sia capace e determinato” e contemporaneamente, di sperimentare una situazione familiare e personale che lo priva degli strumenti indispensabili anche solo per tentare l’accesso. Banalmente, non si può viaggiare, neppure con voli low cost, se si vive ai limiti della sopravvivenza; non si possono usare le risorse di Internet, se non si dispone di un computer e di un sistema di connessione in rete. Inevitabilmente, in questo caso, il rischio di una paralisi della volontà, dovuta al senso d’impotenza e frustrazione. Una volta garantito il possesso di queste risorse materiali, occorre imparare a navigare.

Che cosa significa?

Significa avere al proprio fianco qualcuno che ci insegni i rudimenti della navigazione, sostenendoci nei nostri tentativi di far muovere la barca su cui ci troviamo. E significa anche disporre di una serie di mappe, fisiche e mentali, che ci consentano di cogliere il mutare delle condizioni del mare, dei venti, al fine di adeguare la nostra rotta a tali cambiamenti. Come è sottolineato nella domanda, i giovani sanno di doversi munire di tali “mappe”, accumulando e producendo conoscenza, allo scopo di essere “attrezzati” culturalmente per affrontare la navigazione in mare aperto. Tornando all’esempio precedente, bisogna sapere l’inglese, essere capaci di trovare i siti di domanda e offerta di lavoro e saperne valutare l’affidabilità, sviluppare le conoscenze e competenze soprattutto personali, oggi più apprezzate sui mercati internazionali. Tuttavia, questi stessi giovani percepiscono anche la difficoltà di dover elaborare e costruire tali mappe in modo relativamente autonomo, senza poter contare su carte e bussole già sperimentate e, soprattutto, senza avere al fianco qualche marinaio esperto che li sostenga nei primi, maldestri, tentativi di uscire dal porto. Per sintetizzare questo punto, fuori di metafora, è inevitabile che, di fronte all’incertezza degli orizzonti contemporanei, sia indispensabile dotarsi di “un’attrezzatura” ampia e diversificata, per rispondere prontamente alle opportunità e agli ostacoli che il caso, il destino, o semplicemente la vita, ci potrebbero proporre. Si tratta di un’attrezzatura che, tuttavia, non serve a nulla se non poggia sulla capacità riflessiva di leggere il mondo e interpretare il senso di quello che accade.

Le appartenenze di una generazione poligama

Un’altra dimensione che ci sembra interessata dagli sconfinamenti riguarda i processi di partecipazione. Come stanno cambiando le modalità di sentirsi parte? Sono davvero tramontate le dinamiche di affiliazione, le appartenenze esclusive? Siamo forse di fronte a una generazione poligama?

Tutti gli osservatori concordano sul fatto che, oggi, non abbia più senso parlare di appartenenze esclusive. Per certi versi, questo è vero, ma, per altri, non mi sembra che cose le stiano così. Di fronte alla progressiva destrutturazione della vita pubblica, troviamo, da un lato, giovani che cercano di ricostruire un senso dell’essere insieme in un progetto condiviso, facendo leva su grandi ideali universali di giustizia, equità, rispetto e, dall’altro, altri soggetti che si chiudono in una difesa strenua e acritica di identità tradizionali, intese come l’unico baluardo possibile contro la dissoluzione della propria identità. Certo, per i primi, le affiliazioni sono vissute come forme di identificazione non necessariamente durevoli: ciò che dura è il valore, mentre l’affiliazione è transuente, soggetta al rapido mutamento degli scenari, locali, nazionali e internazionali, nei quali si proietta la propria volontà di azione. Riferendoci ad essi, possiamo effettivamente parlare di poligamia, mentre i secondi sono soggetti a pericolose tentazioni integraliste, o al vuoto del cinismo e del disincanto. D’altra parte il concetto di poligamia e in particolare di poligamia di luogo emergeva già in una ricerca realizzata qualche anno fa sulla costruzione dello spazio-tempo dei giovani, per segnalare una precisa strategia di stabilizzazione di un’immagine di sé coerente, indipendentemente dalla frammentarietà del contesto.

Come comporre questa poligamia?

Si tratta di un fenomeno che sottintende una temporalità giostrata fra più “tavoli” fortemente organizzati e connotati dal punto di vista identitario: analoga, a ben vedere, a quella che caratterizza la doppia presenza femminile. Il tratto distintivo della poligamia di luogo non è tanto la provvisorietà, quanto la sovrapposizione di spezzoni di vita, ciascuno dei quali ha una propria logica temporale e una specifica valenza etica. Questo concetto è stato coniato da Ulrich Beck in relazione alla fine dell’esclusività delle identificazioni territorialmente fondate – quella nazionale, in particolare. La non esclusività cui allude Beck deriva dall’accresciuta mobilità geografica fra stati e continenti diversi, innescata dalla globalizzazione economica, che ha spostato sino ai limiti del globo i confini dell’agire professionale di numerose categorie di soggetti e oggi produce i suoi effetti ben oltre la sfera dell’economia e del lavoro. Gli individui sono così in condizione di potersi costruire percorsi identitari che si alimentano in una pluralità di identificazioni con contesti culturalmente assai diversificati. Nella ricerca che citavo abbiamo trovato alcuni casi di poligamia di luogo à la Beck, tuttavia, la declinazione più interessante di tale metafora riguarda il modo in cui si organizza la vita quotidiana: un patchwork, per riprendere un concetto di Laura Balbo che si compone e ricompone ogni giorno, “tenendo insieme” la pluralità di contesti, tutti egualmente importanti, nei quali si vivono lo studio e/o il lavoro – spesso distribuito fra più “lavoretti” svolti contemporaneamente – , l’intimità con il/la partner, lo “stare con” gli amici e i famigliari, l’andare in palestra – un appuntamento importantissimo, da non mancare –, il volontariato e così via. La riduzione a unità di questi frammenti è possibile, a condizione di potersi ritagliare un po’ di tempo per sé, in cui “riannodare le fila”, “ritrovarsi” in un processo di costante autoriflessione.

Fonte: Gennaio 2014, Rivista Animazione Sociale, Gruppo Abele, Torino.

ionescu bogdan - urban

ionescu bogdan – urban

Le aree abitate sono definite «urbane e vengono chiamate città quando sono caratterizzate da una densità di popolazione e da tassi di interazione e comunicazione relativamente alti» (Bauman, 2007: 81). Dunque, l’elevata densità dell’interazione umana che contraddistingue le città coincide, nei luoghi urbani, con il diffondersi della paura, e cioè con quel tipico sentimento di insicurezza correlato, solitamente, all’incontro-scontro con il diverso.

Come sostiene Ellin,[1] la protezione dal pericolo è stato un incentivo primario alla costruzione delle città, i cui confini erano spesso definiti da mura imponenti o da palizzate. Coloro che rimanevano al di fuori di questi confini erano solitamente i nemici, a cui non era permesso di valicarli. Tali linee di demarcazione permettevano, inoltre, di individuare una distinzione simbolica – e soprattutto rassicurante – tra un noi e un loro. Tuttavia negli ultimi cent’anni, poco più poco meno, la città, da luogo di relativa sicurezza, è giunta ad essere associata più al pericolo che all’incolumità (Ellin, 2003). Per questo si può sostenere che le diverse fonti del pericolo si siano interamente insediate e trasferite nelle aree urbane, e che le categorie identificative del noi e del loro convivano strettamente a contatto mescolandosi nelle strade cittadine (Bauman, 2007).

In chiave antropologica, si può parlare di luoghi (in questo caso di luoghi urbani) come spazi culturalmente connotati, e cioè nel duplice senso che trasmettono cultura essendo però anche contemporaneamente manipolati dai soggetti stessi che li vivono. (Callari Galli, 2007). Detto ciò, si può affermare che lo spazio è sia contenitore che contenuto di cultura; in questo modo si presenta sia come agente della produzione culturale che come agito dal punto di vista culturale. Si vede così come, proprio in questa azione culturale – che viene esercitata nello spazio e sullo spazio –, si possano sviluppare le potenziali divergenze e conflittualità tipiche di quei gruppi e di quelle popolazioni a stretto contatto tra loro e che, per l’appunto, vivono e fruiscono quello spazio attraverso le loro diverse rappresentazioni, simbolicamente e/o culturalmente connotate. Ecco che allora «gli usi e i valori conferiti allo spazio entrano nella costruzione della quotidianità dei soggetti, del loro orizzonte di senso, e questo concorre a performare, quando non propriamente trasformare, gli spazi» (Callari Galli, 2007: 187).

Attualmente, gli sviluppi dei mutamenti che stanno interessando la città vanno anche in questa direzione, e la significatività con cui si manifestano gli indici di diversità al suo interno – attraverso la presenza di estranei sfuggenti, misteriosi ed inquietanti – non fa che incrementare la percezione dell’insicurezza urbana. Quest’ultima però, è bene precisare, fa riferimento ad una pluralità di dimensioni problematiche, le quali non possono essere sempre ricondotte ai comportamenti devianti o agli atti di microcriminalità compiuti dai soggetti diversi che si ritrovano a “scontrarsi” e a vivere insieme. Infatti, l’ambiguità del termine “insicurezza”, e i discordanti punti di vista che nascono da riflessioni in proposito, prendono atto della contingenza delle dimensioni ad esso correlate, rendendo così difficoltosa una presa di posizione in chiave risolutiva, e dunque politica.
Sicuramente, tra queste dimensioni, il cosiddetto degrado urbano e sociale tende ad emergere tra quelle che, maggiormente, contribuiscono ad incrementare il senso di insicurezza percepito (Pavarini, 2008). Come sostiene Pavarini «è degradato quel territorio metropolitano segnato da fenomeni e da comportamenti sociali che nel loro manifestarsi violano norme che ad alcuni (molti o pochi) sembrano condivise, concernenti lo spazio pubblico e una certa regolazione convenzionale del tempo sociale; e questo può manifestarsi per la presenza di fenomeni di disordine fisico (graffiti, accumulo di sporcizia ecc…) e/o sociale (tossicodipendenti, spacciatori, vagabondi ecc…); [oppure] per altre testimonianze di incuria che danno la sensazione di un’Amministrazione pubblica inadempiente e inefficiente» (2008: 117).

C’è da dire, inoltre, che l’insicurezza – anche in riferimento a ciò che si intende per degrado – prende forma da due modi di intendere e di rilevare la sicurezza stessa, e che può essere distinta in: sicurezza oggettiva e sicurezza soggettiva. La prima si riferisce ad un basso rischio di subire reati (e quindi di essere vittima da reati); la seconda, invece, fa riferimento alla percezione prettamente soggettiva di essere al riparo da quello stesso rischio. La complessità che deriva da questa distinzione, pone questi due versanti della sicurezza in un rapporto tra loro problematico: infatti «può accadere che un alto tasso di paura possa non essere collegato a un’oggettiva alta probabilità di vittimizzazione, rilevata in base al numero di reati commessi per zona, ma può accadere anche l’inverso, cioè che un alto rischio di vittimizzazione può non essere collegato ad un corrispondente livello di preoccupazione/insicurezza» (Callari Galli, 2007: 180).
Così, al crescere della percezione di insicurezza, dovuta come visto ad una molteplicità di dimensioni – ma anche distinguibile in base al tipo di sicurezza a cui si fa riferimento –, si rende sempre più pressante una domanda di sicurezza da parte dei cittadini, che si rivolge a chi la governa ponendo inoltre la questione di come le istituzioni possano e debbono rispondere a tale sollecitazione (Sebastiani, 2007). Nella maggior parte dei casi, la costruzione dei problemi di insicurezza urbana – soprattutto nelle rappresentazioni di molti soggetti locali – crea un allarme sociale generalizzato, a causa di una loro maggiore visibilità e concretezza all’interno di un quadro quotidiano di interazioni e contatti sociali, esperiti sul terreno dello spazio della città. Diversamente, poiché si è visto che tali problematiche hanno una natura composita e multidimensionale, questa loro evidente precipitazione spaziale deve essere intesa solo come una conseguenza ultima di processi e percorsi che hanno un origine lontana, e che provengono dunque da emergenze meno manifeste (Bricocoli, 2005). Ecco perché la palese complessità con cui si presentano tali problematiche sembrerebbe richiedere, soprattutto al governo locale, una capacità di ricomposizione dell’azione pubblica «a partire dalla ridefinizione specifica e successiva dei problemi prima ancora che delle “soluzioni”» (Bricocoli, 2005: 174).

Christopher Rees - Urban landscape

Christopher Rees – Urban landscape

Dunque in quest’ottica, e come già è stato già accennato, la sicurezza urbana dovrebbe essere rappresentata come un insieme di problematiche che non possono far riferimento solo ed esclusivamente ad atti criminali o a questioni di ordine pubblico. Seppure molto spesso la domanda di sicurezza viene accolta in questi termini, le strategie di intervento vanno in tutt’altra direzione (Bricocoli, 2005): infatti, invece di costruire delle politiche di carattere comprensivo – che rispondano dunque coerentemente ad una certa complessità – si fa unicamente affidamento all’implementazione di interventi orientati ad una visione fortemente riduttiva. In questo modo, vengono coinvolte le strutture della polizia locale e altri soggetti esterni (vedi soggetti privati per la sorveglianza, gruppi di volontari ecc…) che hanno una maggiore presa, in quanto predispongono – in tempi rapidi – delle risposte maggiormente visibili alle pressanti sollecitazioni dei cittadini.

Come sostiene Bricocoli, in conseguenza di ciò – e quindi in riferimento ad una certa connotazione delle politiche per la sicurezza centrate solo sugli interventi della polizia locale – avviene un doppio processo, che vede da un lato «la sottrazione delle istanze di insicurezza alla problematizzazione che la loro natura composita e articolata invece richiederebbe, e [dall’altro] la sottrazione dal campo dell’azione pubblica di una serie di soggetti ed attori che fanno riferimento al dominio delle politiche e dei servizi sociali» (2005: 174-175). In ultimo, proprio nel merito di queste considerazioni, si può affermare che il tema della sicurezza, e in particolare della sicurezza urbana, funga da “collettore” di tutta una serie di questioni e criticità che, sottratte ad altre rappresentazioni e possibili forme di intervento, vengono convogliate in quello specifico campo di saperi – e di forme d’azione – che fa esclusivamente riferimento al controllo sociale e all’ordine pubblico. Per questo motivo, l’individuazione da parte dei decisori politici della polizia locale come unica risposta plausibile alle diverse problematiche emergenti, rende marginali altri settori del governo locale, che potrebbero rivestire il ruolo di interlocutori privilegiati nella programmazione di interventi ed azioni (Bricocoli, 2005).

Come suggerisce Olivetti Manoukian (2008), la scarsa o debole legittimazione dei servizi (intesi come servizi sociali in senso lato) da parte della cittadinanza, può essere ricondotta al fatto che non accolgono e/o intercettano, in maniera efficace, il disagio sociale che è collegato alla percezione di insicurezza. Dunque si potrebbe supporre che, poiché i servizi intervengono solo laddove viene esplicitamente richiesto, «sono più orientati a svolgere degli interventi individuali che a realizzare lavoro sociale nel sociale» (Olivetti Manoukian, 2008: 4). Questa specifica predisposizione, tende in un certo senso a svilire la potenziale presenza dei servizi sul territorio in termini rassicuranti per la cittadinanza, occupandosi al contrario – ed unicamente – di quelle situazioni che, una volta accolte, vengono trattate secondo le solite procedure standard, per giunta non sufficientemente adeguate a cogliere l’essenza del disagio nella sua globalità (Olivetti Manoukian, 2008).

Infatti, volendo risalire ai tratti prevalenti di questo disagio non si può solo fare riferimento a chi vive in uno stato di deprivazione, di indigenza, di dipendenza da sostanze, ecc… Il disagio sociale, al contrario, ha assunto una pluralità di forme, e va identificato anche – e non solo – nelle difficoltà di interazione che la maggior parte della gente ha con singoli e gruppi diversi, additati molto spesso come unica minaccia o unico pericolo. Inoltre bisogna considerare l’influenza dell’immaginario rispetto al futuro che, mostrandosi così gravido di incertezze per le traiettorie delle singole carriere biografiche, costringe gli individui a focalizzarsi maggiormente sul presente, per difendere il più possibile quello che si è e quello che si ha. L’angoscia derivante dall’esposizione a rischi imprevedibili, pertanto, «si riversa in una pluralità di attese/pretese, in domande che devono ottenere risposte innanzi tutto rassicuranti al di là di quello che specificamente contengono, in paure che devono trovare degli oggetti a cui riferirsi per poter almeno essere nominate» (Olivetti Manoukian, 2008: 4).

Ecco perché si richiede, tanto frequentemente, l’intervento della polizia locale, trasformando in questo modo dei problemi di natura sociale in problemi di ordine pubblico (Olivetti Manoukian, 2008), che necessitano non solo di un controllo capillare sul territorio, ma anche di un trattamento repressivo se non violento. Tuttavia, a fronte delle nuove forme di disagio, gli operatori dei servizi hanno delle conoscenze e competenze molto importanti da valorizzare e, in questo senso, come sostiene Olivetti Manoukian, i servizi possono avere un ruolo decisivo per contribuire a rendere più esplicite e più leggibili le scelte che si fanno rispetto al disagio sociale.

In conclusione è utile dire che la promozione di progettualità e di integrazione degli interventi può offrire ai servizi un’opportunità di contatto e di comunicazione, non solo con chi si rapporta e richiede direttamente quel servizio – perché in uno stato di evidente difficoltà – ma anche con coloro che vivono quel territorio e che, molto spesso, tendono a semplificare i problemi richiedendo soluzioni di stampo autoritario. In questo modo, il compito dei servizi presenti sul territorio risulta cruciale, in quanto essi possono offrire letture meno semplificate di quelle circolanti e indicare «strade un po’ più promettenti di quelle che paiono riscuotere unanimi consensi» (Olivetti Manoukian, 2008: 1).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

 
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Bibliografia di riferimento

Bauman Z., 2007, Modus vivendi. Inferno e utopia del mondo liquido, Bari, Laterza.

Bricocoli M., 2005, Insicurezza, città e politiche in affanno in Bifulco L. (a cura di), Le politiche sociali: temi e prospettive emergenti, Roma, Carocci.

Callari Galli M., 2007, (a cura di), Mappe urbane. Per un’etnografia della città, Rimini, Guaraldi.

Olivetti Manoukian F., Maggio 2008, La domanda di sicurezza può non investire i servizi? Tracce per una discussione pubblica, Rivista Animazione Sociale, Gruppo Abele.

Pavarini M., 2005, Il governo del bene pubblico della sicurezza a Bologna: analisi di fattibilità, 2008, Bologna: riflessioni sul degrado, Bologna, Rivista Il Mulino n°1.

Romania V., Zamperini A., 2009, La città interculturale: politiche di comunità e strategie di convivenza a Padova, Milano, Angeli.

Sebastiani C., 2007, La politica delle città, Bologna, Il Mulino.

Siza R.,  2002, Progettare nel sociale. Regole, metodi e strumenti per una progettazione sostenibile, Milano, Angeli.


[1] Ellin N., 2003, cit. in Bauman Z., Modus vivendi: inferno e utopia del mondo liquido, Roma, Laterza, 2007.