Archivio per aprile, 2014

gregory - School's out

Gregory – School’s out

Chissà quante volte vi è successo di stare lì, mezzo sbadigliando e mezzo finto/a-attento/a, a sorbirvi una litania di questo tipo: “Le facoltà umanistiche non servono a nulla! E che fai dopo, me lo spieghi? Il letterato? Il filosofo? Come pensi di mangiare, eh? Con due chiacchiere da prestigiatore che, forse, si spera, almeno quello, riuscirai a mettere insieme dopo la laurea?…

Caro alunno, in una prospettiva di lavoro futura, è consigliabile scegliere sempre le materie scientifiche, e non ti sbagli: quelle sì che sono ricercate sul mercato del lavoro, ti danno sicuramente uno sbocco, e lo dicono, pensa un po’, anche le molte proiezioni statistiche che si spendono a iosa sul tema”…

Ora, non so se “consigli” di questo tipo vengano ancora inculcati nelle scuole a giovani menti inesperte e impaurite, ingabbiate nei labirinti della scelta per un futuro che, anche se ci fosse, sarà sicuramente buio, funambolico e burrascoso. Ma se fosse davvero ancora così verrebbe da riderci un po’ sopra credo, dato che, anche se uno studente varcasse la soglia dell’università e scegliesse l’una o l’altra via, le cose non cambierebbero poi così molto: il lavoro comunque non c’è da nessuna parte, si è letteralmente disperso, prosciugato sin dall’indotto.

Al di là dei soliti discorsi molto tristi e rompipalle sulla crisi, e sul lavoro che non c’è, e sulle difficoltà che si trovano per avere anche una minima risposta dopo aver presentato una carta straccia di CV che ha la presuntuosa pretesa di riassumere e di riassumerti per quello che sei diventato e per tutto ciò che hai collezionato sino a lì, beh, passiamo ad altro.

Eh sì, perché è meglio guardare altrove e bere tanta birra o svariati cuba libre (come vorrebbero mie care conoscenze) e fottersene altamente, giusto? Dato che ormai si è palesemente rotta quel tipo di solidarietà che vede come protagonista l’incontro-dialogo tra le generazioni. Il cosiddetto “patto generazionale”; sì, quello lì. E dunque, a questo punto: Responsabilità. Responsabilità. Responsabilità. Quante volte al giorno sentiamo o leggiamo questa parola? Dio santo, non se ne può più! Ora si ricordano? Che ci hanno rubato praticamente ogni barlume di futuro e che si sono presi letteralmente tutto di quel poco, caduco, che era rimasto? Vergogna. Dopo una sbronza colossale si sono ritrovati nel post-festa con bottiglie pavimentate e rotte e ovunque e, con un gran mal di testa, continuano a brontolare: Responsabilità. Poveri, davvero.

Quello che volevo dire però è che, dopotutto, loro hanno fatto il loro e hanno attinto ogni tipo di risorsa dai rubinetti nazionali, e su questo non ci piove. Il problema però non è solo in casa nostra, il problema è anche europeo e anche e soprattutto globale, assieme: purtroppo dei casini che hanno combinato loro, non solo devono risponderne ai loro figli, ma anche ai figli degli investitori esteri che, diciamolo, sono stati un tantino più sobri dei nostri vecchi – sì, si sono sballati anche loro, ma in maniera più consapevole, ecco, come dire: in modo decisamente più responsabile!!

Ed ecco che si sono risvegliati, sempre ciondolanti e puzzosi di festini alcolici, accompagnati per le strade della città da guardie del corpo impeccabili dentro macchine lucenti e blu. Sì, proprio così: blu-notte-non-sognarti-di-cacarmi-neppure-di-striscio. E si sono accorti, non si sa come, che devono rispondere ai proverbiali dettami europei, che vedono come protagonista indiscusso il delicatissimo bilanciamento tra sviluppo economico e coesione sociale; sviluppo e coesione sociale costituiscono le parole d’ordine delle politiche europee impegnate a trovare un punto di equilibrio tra le due prospettive, a combinare la competizione con l’equità e l’economia con la società. Operazione non semplice da realizzarsi in presenza di un diffuso orientamento politico-economico (vedi le materie scientifiche sono più fighe) che identifica lo sviluppo con la crescita del Prodotto Interno Lordo e subordina la produzione di educazione e socialità – che è creazione di organizzazione sociale – alle ragioni prioritarie dello sviluppo economico (Vedi “Materie umanistiche? Cosa?”).

Ed ecco che arriviamo all’inizio. Se un ingegnere deve investire la propria istruzione e il suo lavoro sugli improrogabili criteri dell’efficienza e dell’efficacia, e dunque su un mercato del lavoro che pompa e spinge e adora unicamente lo sviluppo economico delle imprese, un tipo che si occupa di “materie umanistiche” si ritrova, per forza di cose, a fare da assistente sociale a questi tipi ultra-stressati; perché questi tipi umanisti, guarda caso, hanno studiato per questo tipo di cosa quà. Ma allora la domanda è: si vive per lavorare? O si lavora per vivere? This is the problem.

Mi sa che, oggigiorno, l’americanizzazione ci ha investiti tutti, senza distinzioni, e siamo diventati burattini-consumatori del primo stile vita che è stato appena pronunciato:vivere-solo-per-lavorare(-e-consumare-e-consumare-e-consumare). Quindi cara professoressa rompicoglioni, sa cosa le dico? Bilanciamento. Bilanciamento. Bilanciamento. Lei non ascolta l’Europa? Io sì: balance. E le consiglio una sua maggiore pianificazione mentale verso un approccio educativo che abbia a cuore la mente impaurita (per quelli che si preoccupano) dei giovani che ha sotto la sua ala, affinché (il suo approccio educativo) sia rivolto più al lavorare per vivere meglio e non viceversa: vivere per lavorare sempre peggio, o, meglio ancora, vivere per non lavorare affatto. Dia una motivazione “degna di nota”, su?

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Middlestep - Stefano Frosini Foto

Middlestep – Stefano Frosini Foto

In Europa si cominciò a parlare di uno sviluppo di politiche per la gioventù, in senso proprio, soltanto verso la fine degli anni Sessanta. Prima di allora, infatti, gli interventi avevano specificamente riguardato – e quindi sostenuto – le tradizionali politiche educative e del lavoro. A ribaltare questo scenario accorse una profonda mutazione culturale dei servizi e dei programmi di intervento, che impose un approccio integrato, multisettoriale e orientato ai fabbisogni dell’utente, per rispondere “a tutto campo” alla domanda di inserimento sociale espressa dalle giovani generazioni.

I primi interventi a livello europeo si ritrovano nel 1972 con l’istituzione, da parte del Consiglio d’Europa, della Fondazione e del Centro Europeo della Gioventù a Strasburgo. Questi due organismi avranno lo scopo di promuovere iniziative europee di carattere culturale. Tali iniziative – di tipo transnazionale – assumeranno nel corso del tempo varie forme: esperienze di scambi culturali con giovani di altre nazioni; viaggi-studio in istituti scolastici e atenei esteri; stage presso aziende estere; esperienze di volontariato europeo ecc… In questo modo, da soggetti indistinti, i giovani divengono un target di politiche specifiche – e quindi utenti di servizi a tutti gli effetti – non solo in rapporto alla loro condizione di studenti o lavoratori, ma anche in riferimento, nel complesso, alla loro condizione sociale.

Dunque negli anni Settanta e Ottanta le risposte – prevalentemente del sistema politico – si concentrarono sulla concessione, ai giovani, dei diritti e delle prestazioni tipiche del complesso di cittadinanza moderno, prevedendo l’elargizione di risorse che avrebbero comportato la loro integrazione sociale, mediante servizi appositamente progettati. In quello stesso periodo, però, ci furono importanti cambiamenti che cominciarono a riguardare – da allora in avanti – un generalizzato distacco dei giovani dalla vita politica e civile. Questo scollamento sociale fu interpretato – e rappresentato anche da varie ricerche – come un riflusso nel privato, da parte delle giovani generazioni, che cominciò a mostrare i suoi primi segnali dopo il definitivo tramonto della fase storica precedente. Quest’ultima – rilevante per la protesta studentesca del ‘68 – fu segnata, com’è noto, dall’ipotesi, tutta giovanile, di poter trasformare in maniera radicale la società. I giovani, quindi, dopo un periodo caratterizzato da un forte impegno politico, ripiegano nella dimensione privata mostrandosi pragmatici, attenti allo studio e all’inserimento lavorativo, ma anche – e questo si rileva decisivo – apatici, narcisisti e indifferenti. Si assiste, in questo modo, ad un cambiamento di prospettiva: al centro delle preoccupazioni dei policy maker non sono presenti solo – e soprattutto – le problematiche dell’occupazione e dell’erogazione di servizi sociali; quello che allarma le opinioni pubbliche di tutta Europa è un costante – e sempre più accentuato – distacco dalla partecipazione sociale, che comporta una progressiva non-condivisione dei valori fondanti del “complesso della cittadinanza”. Saranno proprio questi mutamenti significativi che contribuiranno ad innescare la più recente riflessione europea sulla politiche giovanili.

Il 1985 fu proclamato dall’ONU anno internazionale della Gioventù e rappresentò, per la Comunità Europea e per gli Stati membri, un importante momento di sensibilizzazione. In quello stesso anno, infatti, il Consiglio d’Europa promosse la prima Conferenza Europea dei Ministri responsabili per la gioventù che, in conclusione dei lavori, approvò un documento che impegnava gli Stati membri ad istituire un Consiglio Nazionale della Gioventù, indipendente ed autonomo. In questa direzione fu compiuto uno dei primi passi verso i percorsi di partecipazione che si riveleranno, con il passare degli anni, uno dei cardini fondamentali delle politiche giovanili in Europa. In riferimento a ciò, il cambiamento di rotta – e la chiave innovativa delle politiche in favore dei giovani – consiste nell’attivazione di processi che facilitino, per l’appunto, la partecipazione dei giovani alle decisioni che li riguardano, anziché in un “pacchetto” determinato di diritti di cittadinanza da tutelare.

Dopo alcuni anni, nel 1990, la conferenza permanente dei poteri locali e regionali d’Europa adotta la “Carta di partecipazione dei giovani alla vita municipale e regionale”. Questo specifico documento, traccia gli indirizzi di riferimento per lo sviluppo delle politiche giovanili a livello locale, puntando sul valore strategico della città come luogo di iniziazione dei giovani alla partecipazione attiva alla vita pubblica. Dunque, in definitiva, anche a livello locale – così come in precedenza era stato auspicato a livello nazionale – viene prevista la costituzione di organismi di rappresentanza giovanile con lo scopo di accogliere modalità e forme di coinvolgimento, caratterizzate da gradi diversi di istituzionalizzazione.

Negli anni successivi, vengono avviati diversi programmi strutturali riguardanti la Gioventù sulla scia di quelli già implementati. Ad esempio: il programma a cadenza triennale “Gioventù per l’Europa”, lanciato per la prima volta nel 1989, viene riproposto – e quindi prorogato – fino ad attivare nel 2000 il nuovo programma “Gioventù”. Quest’ultimo include tutte le azioni finalizzate alla promozione dell’istruzione e della formazione informale divenendo, in questo modo, il principale programma non settoriale di politiche giovanili dell’Unione Europea. Sempre questo stesso programma comprende, tra gli altri, il Servizio Volontariato Europeo (SVE), istituito dalla Commissione Europea nel 1996 con «lo scopo di valorizzare le esperienze d’apprendimento interculturale dei giovani attraverso attività di volontariato di medio-lungo periodo a beneficio delle comunità locali» (Mesa, 2006: 114).

Nel 2001 viene redatto il “Libro bianco della Commissione Europea, un nuovo impulso per la gioventù europea”, che costituisce il nuovo documento programmatico d’indirizzo delle politiche giovanili a livello europeo. Tale documento rappresenta, inoltre, il momento di sintesi degli elementi raccolti in un lungo e articolato processo di consultazione di rappresentanze di giovani a livello comunitario. Frutto, dunque, di una consultazione durata quasi un anno, il Libro Bianco analizza somiglianze e differenze della gioventù europea (qui intesa come classe di età compresa tra i 15 e i 25 anni). Le somiglianze fanno riferimento sia agli avvicendamenti sempre più frequenti tra lavoro e studio, che ad un ritardo – sempre più marcato –  dell’accesso all’occupazione e della formazione di un nuovo nucleo famigliare. Le differenze, invece, riguardano la cosiddetta de-standardizzazione dei percorsi di vita giovanile e la conseguente “individualizzazione” dei percorsi di crescita.

A questo proposito, si sottolinea come il contesto sociale non riesce più a svolgere – o comunque lo fa in maniera diversa rispetto al passato – le funzioni di integrazione sociale. In modo particolare, le istituzioni politiche sono considerate chiuse ed autoreferenziali rispetto alla partecipazione e, inoltre, le forme associative tradizionali non sembrano più essere adeguate alla nuova condizione giovanile. Per questi – e per altri motivi – vengono ricercate, da parte dei giovani, forme di partecipazione più individualizzanti e meno formalistiche. In definitiva, l’analisi della condizione dei giovani è considerata fondamentale per la costruzione della cittadinanza europea, cioè del suo sistema di diritti e doveri e – in particolar modo – della sua identità.

A seguito di tali considerazioni, si può evidenziare come il Libro bianco sia strutturato in due differenti sezioni: nella prima vengono, per l’appunto, individuate le caratteristiche della condizione giovanile europea che, per il livello di problematicità ad esse correlate, si profilano come delle sfide da affrontare a livello politico; nella seconda parte, invece, si fa riferimento alle priorità delle politiche giovanili da perseguire su scala europea (Commissione Europea, 2001).

  • Le sfide individuate nel documento si rifanno principalmente a tre questioni: il problema del riequilibrio dei rapporti intergenerazionali a seguito del’invecchiamento pronunciato della popolazione europea; il problema del coinvolgimento dei giovani alla vita delle istituzioni pubbliche, con particolare riguardo al livello sovranazionale; il problema dell’integrazione dei giovani in società europee dai tratti sempre più pluralistici.
  • Per quanto concerne invece le priorità, esse delineano, nel complesso, la proposta di intervento della Commissione, che si indirizza principalmente verso due linee direttive: la prima prevede l’applicazione del metodo aperto di coordinamento nel campo più specifico della gioventù;[1] la seconda auspica una maggiore considerazione – e dunque un miglior inserimento – della tematica della gioventù all’interno delle altre politiche.

Inoltre, tra i temi ritenuti pertinenti all’ambito della gioventù – e che si prestano quindi al metodo di coordinamento prima citato – la Commissione Europea propone: la partecipazione, il volontariato, l’informazione, il miglioramento delle conoscenze sulla gioventù da parte dei poteri pubblici (Commissione Europea, 2001). In merito a ciò, come sostiene Mesa, «più che individuare obiettivi e strumenti innovativi, dunque, il Libro bianco ridisegna le azioni delineate dai programmi europei esistenti entro un quadro organico di priorità di interventi» (2006: 116).

In conclusione, dopo aver tratteggiato – per linee generali – l’evoluzione degli interventi per i giovani a livello europeo, si può cogliere sempre di più la progressiva definizione di un quadro transnazionale che, da un lato, pone come finalità di fondo lo sviluppo della cittadinanza attiva nelle politiche giovanili e, dall’altro, continua a prevedere – come suo metodo principale – la promozione della partecipazione dei giovani a tutti i livelli di governo. Quest’ultima considerazione comporta, nello specifico, un’attenzione particolare per quanto concerne il coinvolgimento attivo a livello transnazionale, dove è previsto il consolidamento di una struttura di consultazione di giovani su scala europea, a completamento di quelle già previste a livello nazionale e locale. «A livello comunitario ciò produrrà, a sua volta, un incremento del livello di accettazione delle istituzioni dell’Unione Europea da parte dei giovani. Quindi, la partecipazione dei giovani è un dei diritti sociali che l’Unione Europea dovrebbe rafforzare» (Iard, 2001).

 

[1] Il metodo aperto di coordinamento – in questo caso facendo riferimento alle indicazioni del Libro bianco – consiste in una modalità specifica per promuovere la cooperazione e lo scambio delle pratiche migliori, concordando obiettivi e orientamenti comuni agli Stati membri. Tale metodo, inoltre, prevede il regolare controllo dei progressi compiuti per il conseguimento degli obiettivi comuni, consentendo agli Stati membri di comparare le proprie iniziative e di trarre insegnamento dalle esperienze altrui.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Fonte: Queste Itituzioni

workers

Leggendo i quotidiani, ascoltando i discorsi della gente nella metropolitana, o persino quelli degli amici, durante una cena, si è colpiti dalla straordinaria centralità, direi onnipresenza, che l’economia, il lavoro, hanno assunto nelle nostre vite, oscurandone quasi tutti gli altri aspetti. Banale costatazione, si dirà. E invece no: se si stacca per un attimo lo sguardo dai problemi del quotidiano, e si adotta una prospettiva di lungo termine, ci si dovrebbe aspettare piuttosto un minor interesse da parte nostra per le questioni legate alla sussistenza materiale.

Qualche dato per motivare questa tesi. L’ammontare di merci che noi fortunati occidentali abbiamo oggi a disposizione – misurata dal Prodotto lordo pro capite – è di circa cinque volte superiore a quella che avevamo agli inizi degli anni ’30 (Jackson, 2011). Per produrle occorre un numero sempre minore di persone. Prendiamo l’Italia: ancora negli anni Settanta, il 20% dei lavoratori era impiegato nel settore primario, ora è il 4%. Negli altri paesi OCSE tale quota oscilla oggi attorno al 2-3%.

Nel settore manifatturiero, dove si sono formate la classe operaia, la Sinistra, il Welfare previdenziale e assistenziale e una robusta classe media, gli occupati nei paesi sviluppati sono in media il 15% del totale. Nel dettaglio: in Italia sono un quarto della forza lavoro totale, una percentuale relativamente elevata. In Germania, il 18%; in Giappone il 16%, in Francia il 12%, negli Stati Uniti meno del 10%. Il peso dei “colletti blu” sul totale degli occupati è sceso drammaticamente dagli anni ’70 ad oggi: di circa 8 punti percentuali in Italia, addirittura di 13 punti negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, di 16 punti in Germania, 12 in Francia, 9,7 in Giappone. La globalizzazione e la Grande recessione hanno certo accelerato questo processo di deindustrializzazione, che però ha avuto inizio molto prima. E per un’altra ragione.

Quota occupati nel settore manifatturiero, in % del totale. Fonte: Ocse

quota occupati manifattura

  Composizione % occupati in Italia. Fonte: Istat

quota occupati primario secondario terziario

E’ stato infatti l’aumento senza soluzione di continuità della produttività del lavoro che ha permesso, grazie al progresso tecnologico, di produrre sempre più beni alimentari e manufatti con una quota declinante di persone. Prima in agricoltura, poi nelle fabbriche, le macchine hanno sostituito il lavoro dell’uomo, permettendogli di soddisfare bisogni fondamentali come mangiare, bere, vestirsi, curarsi, avere un tetto, disporre di beni di consumo durevole, affrancandolo (solo apparentemente, come vedremo) dalla maledizione biblica del lavorare con il sudore sulla fronte per sopravvivere. Un risultato straordinario.

John Maynard Keynes era sicuro che – di questo passo – entro il 2020 lo sviluppo della tecnologia ci avrebbe consentito di lavorare tutti per 3-4 ore al giorno. Secondo l’economista britannico, una volta risolto per sempre il problema economico, le popolazioni affluenti avrebbero potuto dedicarsi alle cose veramente importanti della vita: la cultura, l’arte, l’aiuto disinteressato di chi è in difficoltà.

In parte ciò si è realizzato. La maggior produttività del lavoro nel settore primario e secondario ha fatto crollare i prezzi dei beni alimentari e industriali. Tale fenomeno, assieme alle lotte sindacali e operaie dal basso, e alle riforme sociali dei governi socialdemocratici e cristiano democratici nel secondo dopoguerra dall’alto, hanno innalzato il nostro potere d’acquisto reale, e ci hanno consentito di lavorare di meno (le 40 ore, le ferie pagate, il sabato libero, la tredicesima, le pensioni)  [1].  Il maggior reddito reale si è trasformato in nuova domanda di beni e soprattutto, di servizi, generando nuova occupazione e nuovi lavori nel settore pubblico e privato. E’ cresciuta la classe impiegatizia, gli insegnanti, il personale ospedaliero, gli avvocati, i medici, i burocrati. E poi il turismo e l’industria del tempo libero, i ristoranti, le beauty farms. In sintesi: solo 1 persona su 5, nelle economie avanzate, è impegnata direttamente nella produzione di beni più o meno utili alla nostra sopravvivenza materiale. 

working hours over time

Tuttavia, nonostante questi dati attestino come il lavoro sia diventato meno urgente a causa della tecnologia, siamo molto lontani dal lavorare 15 ore a settimana come auspicava Keynes. Anzi, nelle nostre società non c’è stigma più grande di quello della disoccupazione, attribuita alla pigrizia dell’individuo e alla sua indisponibilità a sacrificarsi.

Per questo, negli anni passati abbiamo creato migliaia di lavori inutili, se non dannosi, soprattutto nel settore finanziario e amministrativo: solo per tenere la gente occupata e dargli un reddito da spendere, in modo da continuare a far girare la giostra dei consumi. Sottolinea il professor David Graeber : “non è del tutto chiaro se l’umanità soffrirebbe qualora sparissero tutti gli amministratori delegati, lobbisti, public relation managers, addetti al telemarketing, ufficiali giudiziari o consulenti legali. (Molti sospettano che il mondo, in loro assenza, potrebbe addirittura sensibilmente migliorare)”(On the phenomenon of bullshit jobs, Strike! Magazine, Agosto, 2013).

La domanda a questo punto è inevitabile: perché invece di realizzare l’(e)utopia keynesiana di un incremento del tempo dedicato ad attività piacevoli e ad alta utilità sociale, continuiamo a votare le nostre vite alla competizione esasperata, che crea ansia da prestazione, frustrazione, infelicità?

Una prima risposta concerne l’iniqua ripartizione dei guadagni di produttività. Se la maggior parte di questi se li prende il capitale, i lavoratori sono costretti a lavorare più ore per conservare lo stesso tenore di vita. Questo è quanto accaduto nelle economie avanzate negli ultimi trent’anni. Il lavoro ha lasciato sul campo ben 10 punti di PIL, intascato dai profitti e dalle rendite [2].

La concentrazione della ricchezza e dei redditi in poche mani fa si che la composizione dei beni e dei servizi che si producono e la struttura del mercato del lavoro siano giocoforza espressione delle preferenze dei più ricchi. Purtroppo le nuove elités politiche ed economiche non hanno i gusti raffinati di quelle del Rinascimento, che chiedevano cultura e arte. Piuttosto domandano gadgets tecnologici sempre più perfezionati, capi di abbigliamento à la page, cene in ristoranti esclusivi, hotel di lusso, nonché avvocati di grido, commercialisti, consulenti finanziari per gestire i loro ipertrofici patrimoni.

Seconda risposta: l’apparente insaziabilità dei bisogni non fisiologici. I consumi vistosi e lo stile di vita dei più ricchi mettono in moto un meccanismo di emulazione da parte della classe media e bassa, disposta a lavorare di più e anche ad indebitarsi pur di possedere i cosiddetti beni di status. Ciò traspare anche dagli ultimi dati Istat:  anche nel bel mezzo di una spaventosa crisi come questa, gli italiani rinunciano alle cure o risparmiano sul cibo, ma non all’ultima versione di cellulare o ai prodotti di bellezza (vedi Legrenzi, Frugalità, Il Mulino, 2014).

Resta il fatto che questo sistema è destinato prima o poi ad andare a sbattere contro un muro.

Infatti, chi genererà tutta la domanda di consumi necessaria per continuare a crescere e dare lavoro, se i salari sono sempre più bassi e l’era dell’indebitamento privato e pubblico è giunta alla fine? Quali meccanismi verranno inventati per farci continuare a lavorare, e quindi a desiderare e a spendere, se il progresso tecnico sostituirà nei prossimi anni con macchine super intelligenti la metà dei lavori attuali?

E pensare che mai come ora avremmo l’occasione di realizzare un antico sogno: servirci della tecnologia per liberare definitivamente il lavoro dalla sue componenti di alienazione, noia, ripetitività. Un lavoro che, lungi dal rappresentare soltanto una mera fonte di sopravvivenza o profitto per chi lo compie, sia diretto piuttosto alla piena realizzazione del sé.

In tedesco, la parola Beruf presenta la doppia accezione di professione lavorativa e vocazione. “Was bist du von Beruf?” può essere reso sia con “Che lavoro fai? che con “Qual è la tua vocazione?” [3].  E’ un retaggio dell’etica protestante, che compie nel XVI sec. una clamorosa riabilitazione del lavoro; non più spiacevole sudore sulla fronte che il credente deve evitare ad ogni costo per dedicarsi all’ascesi della preghiera, ma via maestra per raggiungere la pienezza della vita religiosa. Ciascuno di noi ha la sua vocazione, la sua chiamata, non solo i mistici e i preti, dice Lutero: rispondere a questa chiamata significa coltivare i propri talenti, far bene il proprio lavoro; il compito supremo che il cristiano ha su questa Terra. E aggiunge Primo Levi nella Chiave a Stella: “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono”.

Il punto di partenza per edificare una nuova “civiltà del lavoro” sta nel comprendere che il problema economico, almeno nel Primo Mondo, è risolto, che siamo saturi di merci e non abbiamo bisogno di altre. Per questo, la crescita illimitata del PIL è un obiettivo stupido da perseguire, oltre che esiziale per la tenuta dell’ecosistema. Dovremmo invece concentrarci su come distribuire in modo più equo la ricchezza prodotta. Utilizzare gli incrementi di produttività per aumentare il tempo libero dei lavoratori e non per espellerli. Indirizzare l’innovazione e la ricerca verso produzioni a minimo contenuto di materia-energia e riequilibrare il rapporto tra beni pubblici e privati. Sviluppare posti di lavoro in settori a basso rischio d’automazione, capaci di creare soddisfazione e godimento sia per chi produce che per chi consuma: cultura, arte, cura della persona, artigianato. Promuovere quell’economia della partecipazione e della cooperazione che ci hanno descritto, nei loro lavori visionari, James Meade e Martin Weitzman. Sostituire un obsoleto Welfare monetario basato su pensioni e sussidi di disoccupazione e pensato per operai di grandi fabbriche fordiste e impiegati a tempo indeterminato, con un reddito di cittadinanza che ci tuteli dalla ciclotimia del capitalismo post-moderno [4].

Sono tutte cose fattibili. Ma dobbiamo liberare la nostra mente prigioniera. Bisogna guardare con occhi diversi alla produzione, al consumo, al risparmio, all’occupazione. Al futuro. Le lenti che abbiamo utilizzato finora sono da buttare. Va inventata una nuova saggezza per una nuova era. E, nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo seguire il consiglio di Keynes: apparire eretici, problematici e disobbedienti agli occhi di chi ci ha preceduto.

Federico Stoppa

NOTE:

[1] “Per (permetterci) una lavatrice nuova lavoriamo in media non più di 3 giorni (nel 1960: 27 giorni), per dieci uova solo 8 minuti (nel 1960: 51 minuti).  Spendiamo solo il 15% dei nostri bilanci familiari per gli alimenti […]nel 1970 era il 25%” Dieter Schnaas, Das Bedrohnte Idyll, in “Wirtschafts Woche”, April 2014.

[2] A questo proposito, è clamoroso quanto accaduto negli Stati Uniti dagli anni Ottanta in poi. Nonostante il pil pro capite statunitense sia cresciuto di tre volte in termini reali, quasi i due terzi di questa crescita sono andati all’1% più ricco della popolazione, che ora si appropria del 20% del reddito totale (contro il 10% negli anni ’80). Inoltre, la quota di reddito nazionale che va allo 0,01% delle famiglie più ricche americane è quadruplicata: dall’1% negli anni  ottanta al 5% attuale. (Cfr. Gallegati M., Stiglitz J., Se l’1% detta legge, in MicroMega, marzo 2013).

[3] Contrariamente,  nelle lingue neolatine, l’etimologia della parola “lavoro” conserva un connotato negativo: trabajo in spagnolo, travail in francese, che rimandano al travaglio, al dolore, alla sofferenza. Persino in qualche dialetto italiano come quello marchigiano (oltre che nell’immaginario comune), lavoro e fatica sono inscindibili.

[4] Per approfondire queste idee si rimanda all’ultimo libro di Mauro Gallegati, Oltre la siepe. L’economia che verrà, Chiarelettere, 2014, oltre che ai contributi di Tim Jackson, Prosperità senza Crescita. Economia per il pianeta reale, Edizioni Ambiente, 2011, e di Robert e Edward Skidelsky, Quanto è abbastanza, Mondadori, 2013.

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“Un falò generale dei debiti è una necessità talmente grande che, se non riusciamo a farne un’operazione ordinata e mite, nella quale a nessuno sia fatta alcuna seria ingiustizia, quando alla fine arriverà, potrà crescere fino a diventare una conflagrazione tale da distruggere non solo tutti i debiti, ma molto altro

J. M. Keynes, The Economic Consequences Of The Peace, London, Macmillan, 1919, pp. 177-78

 

I DIFETTI STRUTTURALI DELLA REPUBBLICA DI WEIMAR

La crisi economica del 1929 mise in luce alcune fragilità strutturali della Repubblica tedesca, nata a Weimar nel 1919. Dal punto di vista economico, la Repubblica soffriva, già dai primi anni ’20, di una carenza di risparmio privato da mobilizzare a fini produttivi[1].  Di conseguenza, la crescita economica del paese rimase fortemente dipendente dai capitali internazionali a breve termine, soprattutto americani[2].

I capitali d’oltreoceano andarono a sovvenzionare le amministrazioni statali e i Lander, che li impiegarono nella costruzione di infrastrutture (strade), opere pubbliche (stadi, piscine, aeroporti), edilizia popolare, misure di welfare[3].  Così, la crescita del reddito nazionale tedesco nel periodo 1924-1928 fu trainata principalmente dagli investimenti e dai consumi pubblici, che contribuirono a far lievitare il debito dello Stato[4], mentre l’iniziativa economica privata, a corto di capitali, risultò praticamente irrilevante.  Allorché gli americani dreneranno i loro capitali fuori dall’Europa nel 1928 per alimentare la speculazione finanziaria nella borsa di New York, paesi come la Germania si ritrovarono improvvisamente senza finanziamenti, e con un ingente debito estero da rimborsare, costituito per la maggior parte dalle riparazioni di guerra decise a Versailles nel 1919.

Date queste premesse, si comprende facilmente perché la crisi economica del 1929 colpì qui in maniera più forte che altrove.  Ciò dipese anche dall’imperfetta architettura istituzionale della Repubblica.  Il sistema proporzionale “secco” della legge elettorale tedesca creò infatti una forte instabilità politica durante gli anni della crisi, rendendo necessario il ricorso sempre più frequente ad elezioni e a nuove, effimere maggioranze parlamentari. Inoltre, l’articolo 48 della Costituzione, che attribuiva al presidente del Reich il potere di sospendere alcuni articoli della Carta in casi di emergenza, fu responsabile dell’eccessivo utilizzo dei decreti legge durante il governo Bruening, che di fatto condusse all’esautoramento del Parlamento nella sua funzione di controllo e di bilanciamento del potere esecutivo, e della messa al bando dei partiti politici d’opposizione dopo la presa del potere di Hitler (1933)[5].

 

LA POLITICA ECONOMICA DEL GOVERNO BRUENING (1930-1932).

  Bruening-Heinrich3-kasNel marzo del 1930, il presidente della repubblica tedesca Hindenburg nomina Cancelliere l’esponente del Zentrum cattolico Heinrich Bruening, intenzionato a varare tempestive misure anticrisi improntate sul rigore fiscale. Queste verranno fatte approvare ricorrendo perlopiù allo strumento del decreto legge. Metodo discutibile, che avrà come effetto quello di svuotare di fatto i poteri del parlamento, rendendo i provvedimenti ancora più invisi all’opinione pubblica.  La severità dei provvedimenti anticrisi è legata alla necessità di ottenere, dalle potenze creditrici dei tedeschi, condizioni più favorevoli per saldare il debito di guerra.

I pesanti tagli alle spese e gli inasprimenti fiscali posti in essere da Bruening sono tutti pensati in chiave di politica estera[6]. Infatti, data la chiusura dei rubinetti del credito internazionale, per compensare lo squilibrio della bilancia dei pagamenti, la Germania deve tornare ad essere competitiva sui mercati. Ciò significa che, nell’impossibilità di svalutare il Reichsmark (che era una condizione posta dal piano Dawes), si dovranno praticare politiche di svalutazione salariale e, per questa via, di calmieramento dei prezzi per incrementare le esportazioni. Per ridurre le importazioni, si agirà invece sulla domanda interna ed in particolare sui consumi, attraverso aumenti della tassazione indiretta (accise, in particolare) e tagli delle spese sociali.

Le chiusure protezionistiche dei maggiori paesi occidentali, però,  renderanno velleitarie queste politiche: la Germania non recupererà competitività sui mercati. La situazione economica interna, nel frattempo, si fa sempre più grave. Nel luglio del 1931, infatti, si raggiunge l’acme della crisi economica in Germania, con il crollo della Banca nazionale e di Darmstadt (Danat bank), seconda banca mista del paese. Altre banche (e imprese) si troveranno in grandissima difficoltà. Bruening ordina la chiusura degli sportelli per 3 settimane. Poi, rifinanzia gli istituti di credito. Con il piano di salvataggio del sistema bancario, lo Stato diventa socio di maggioranza della Danat (che si fonde con Dresdner Bank), e acquisisce un terzo del capitale sociale di Deutsche Bank. Per evitare l’emorragia di capitali, la Reichsbank aumenta il tasso di sconto al 10%, si impegna a difendere attivamente il tasso di cambio con l’estero (ciò porterà ad un assottigliamento delle riserve auree, passate da circa 3 miliardi di marchi nel 1930 a 100 milioni nel 1933); il governo, inoltre, introduce provvedimenti restrittivi sui movimenti di capitale. Intanto la moratoria Hoover (fine luglio 1931), che proroga di un anno il pagamento delle riparazioni di guerra, dà un po’ di respiro alle finanze tedesche.

Nonostante ciò, l’austerità non viene allentata, facendo sprofondare l’economia tedesca nel baratro. I numeri parlano chiaro: nel 1932, la produzione industriale crolla del 42% rispetto al 1929; l’attività edilizia si contrae di quasi la metà in due anni; il Prodotto interno lordo del 1932 è del 30% inferiore a quello del 1929[8]. La domanda aggregata è depressa dal maggior costo del denaro (che significa meno investimenti) e dall’aumento della pressione fiscale diretta ed indiretta (che impatta negativamente sulla propensione al consumo). Le conseguenze sociali e soprattutto politiche di tale situazione sono rilevanti. La disoccupazione , che era pari al 6,5% della forza lavoro nel 1929, raggiunge il 30% nel 1932. Ciò significa che quasi 6 milioni di tedeschi risultano senza lavoro nel 1932. La maggior parte dei quali abbandonati a se stessi, visti i drastici tagli ai sussidi di disoccupazione operati dal governo Bruening.

Il risentimento popolare contro la Repubblica democratica e il “Cancelliere affamatore” ha un pesante effetto collaterale: fa crescere i consensi verso il partito nazionalsocialista dei lavoratori (NASDP) e il partito comunista (KDP) nel triennio 1929-‘32. La NASDP di Adolf Hitler, che nel 1928 ottiene meno dell’1% dei consensi, diventa il secondo partito politico già nel 1930 (6, 5 milioni di voti), e, con un boom di suffragi (13,7 milioni), risulta il partito più votato del Reichstag nella prima tornata elettorale del 1932[9]. È evidente il nesso causale tra crisi economica ed ascesa del movimento nazista[10]. La retorica hitleriana ha successo soprattutto tra i contadini, gli artigiani, il ceto medio impiegatizio, gli studenti. Sa interpretare le loro paure, dovute da un lato alla perdita della sicurezza economica erosa dalla crisi, dall’altro all’avanzata del proletariato industriale guidato dal partito comunista, che minacciava la rivoluzione. Inoltre, si conquista l’appoggio dei vecchi gruppi conservatori, i proprietari terrieri e gli industriali (Krupp, Thyssen), nonostante “l’anelito anticapitalista” della prima fase del movimento nazista[11]. Saranno infatti gli industriali, alcuni banchieri (Schroder), ed influenti esponenti della destra moderata (von Papen) a portare avanti un  tentativo, poi vincente, di moral suasion nei confronti del presidente Hindenburg, per nominare Hitler cancelliere, in funzione anticomunista. Hitler diventerà effettivamente presidente di un governo conservatore, nel gennaio 1933. Sarà la fine della Repubblica. Hitler si sbarazzerà prima del KPD (messo fuori legge dopo l’incendio del Reichstag, nel febbraio 1933), poi, un mese dopo, di tutti gli altri partiti.

 

NOTE BIBLIOGRAFICHE:

[1] Il Paese fu colpito nel 1923 da una straordinaria inflazione, provocata da una massiccia stampa di banconote da parte del governo tedesco, per pagare le riparazioni di guerra e i salari dei minatori dell’area carbonifera della Ruhr, impegnati nella resistenza passiva contro l’occupazione francese. Di conseguenza: “l’unità monetaria perse di un milione di milioni il valore che aveva nel 1913, cioè a dire il valore della moneta si ridusse in pratica a zero[…]in breve, il risparmio privato scomparve completamente” H.J. Hobsbawm, Il secolo breve. 1914-1991, Milano, Rizzoli, 1994, pp. 121-123

[2] “La Germania da sola assorbì quasi la metà di tutta l’esportazione mondiale di capitali nel 1928 e prese in prestito tra i 20.000 e i 30.000 miliardi di marchi, metà dei quali probabilmente a breve termine. Questo rese l’economia tedesca molto vulnerabile”. Ibidem, p. 113

[3] Tutto questo comportava una forte crescita della spesa pubblica: ”Mentre nel 1929 il carico fiscale ammontava ad una quota che era il doppio della percentuale del 1913,[…] le spese del Reich, dei Lander e dei comuni passarono nello stesso periodo da 337 marchi annui a 4 miliardi e 751 milioni di marchi, aumentando dunque più di tredici volte. Lo Stato della Repubblica di Weimar, che godeva di scarsa simpatia, si procurò in tal modo la fedeltà dei gruppi sociali d’interesse con promesse di sovvenzioni e aiuti”. H. Schulze., Storia della Germania, Roma, Donzelli, 2000, p. 154

[4] Per dettagliate statistiche economiche relative alla Repubblica di Weimar, si veda G. Alvi, Dell’estremo occidente. Il Secolo Americano in Europa: storie economiche 1916-33, Firenze, Marco Nardi, 1933, Tabelle Statistiche p. 546

[5] D’altro canto, l’art. 48 ebbe anche un ruolo positivo nell’ “affermazione dell’autorità statale contro la dilagante criminalità politica di destra e di sinistra”. H. Schulze, op. citata, p. 156

[6] C. P. Kindleberger, La grande depressione nel mondo 1929-1939, Milano, Etas Libri, 1982, pp. 151-152.

[7] C. P. Kindleberger, op. citata, pp. 127-130

[8] M. Broszat, Da Weimar a Hitler, Bari, Laterza, 2001, Tabella n. 1, p.277

[9] M. Broszat, op. citata, Tabella n. 2, p.278

[10] “Chiaramente fu la Grande Crisi a trasformare Hitler da personaggio ai margini della scena politica nel padrone potenziale, ed infine effettivo, del paese” E. J. Hobsbawm, op. citata, p. 159

[11] Nei discorsi di guerra hitleriani sono frequenti gli strali contro il potere corruttore del denaro, l’ingordigia della speculazione finanziaria, le banche usuraie (si veda a questo proposito l’analisi di L. Pellicani, Anatomia dell’anticapitalismo, Catanzaro, Rubbettino, 2010, pp. 157-173).  Quando si trattò però di prendere il potere, la corrente di “sinistra” del partito, rappresentata dai fratelli Strasser, fu rapidamente marginalizzata e poi definitivamente liquidata da Hitler.

 

Federico Stoppa

iñaki de luis - youth

iñaki de luis – youth

Stralci d’intervista a Marita Rampazi. 

Insegna Sociologia generale e Sociologia della globalizzazione all’università di Pavia.

Riassumiamo l’ipotesi di partenza che vorremmo discutere. Le nuove generazioni, nate e cresciute nell’incertezza, stanno sviluppando nuove modalità di fare esperienza che sono segnate da una dinamica di attraversamento continuo dei confini. In altre parole oggi sembra che per andare alla ricerca dell’appuntamento tra sé e il mondo sia necessario “sconfinare”. Come dire, non basta attraversare una volta per tutte la linea d’ombra, ma occorre disporsi a un processo di sconfinamento permanente. Pensa che sia un’ipotesi plausibile per comprendere alcuni fenomeni che caratterizzano il modo di essere al mondo dei giovani?

Il concetto di “sconfinamento” è molto suggestivo, tuttavia, ritengo che esso vada precisato, per evitare il rischio di cogliere solo una parte della realtà giovanile contemporanea, che è molto diversificata e connotata da forti ambiguità e ambivalenze. Per “sconfinare”, bisogna avere dei “confini” da attraversare, muovendo da un habitat definito e familiare, per proiettarsi in un “altrove” relativamente poco conosciuto, da esplorare e, se possibile, da conquistare. Tuttavia, non tutti, oggi, si trovano in tale condizione. Anzi, la principale difficoltà, soprattutto per i giovani, alla ricerca di un senso per il proprio esistere, consiste nel fatto che l’esperienza del confine sta diventando sempre meno “normale”. A seguito del progressivo sbiadire delle delimitazioni – fisiche, culturali, normativa – con cui la razionalità otto-novecentesca ha contribuito a dare visibilità e significato a luoghi, appartenenze, sfere dell’agire, le nuove generazioni si affacciano su un mondo, i cui orizzonti si sono enormemente dilatati, ma sono diventati anche più nebulosi nei loro significati. Il rischio, come ormai si rileva da più parti, è quello non solo di non sapere verso che cosa si sta andando, ma persino di non avere una chiara consapevolezza dei contorni del proprio qui e ora. I confini sono un vincolo, che può delimitare, talvolta ingabbiare. Contemporaneamente, tuttavia, essi sono una risorsa per dare qualche forma d’intelligibilità al mondo. Al loro interno, troviamo un certo ordine, certi significati, certe pratiche, la cui fisionomia si precisa proprio per il fatto di trovarsi al di qua della linea – fisica e/o immateriale – lungo la quale scorre il confine. Al di là, si trova ciò che è lontano, altro, rispetto a qualche tipo di definizione di sé, su cui poggia la rassicurante consapevolezza di esistere.

Il confine non sembra dunque vissuto come risorsa?

In effetti, per molti giovani – e meno giovani – è urgente recuperare, quantomeno in via provvisoria, il senso del confine, elaborando strategie assai diverse nella loro natura e nei loro esiti. Da un lato, ad esempio, abbiamo soggetti dotati di elevate risorse di riflessività, che tentano di dare consistenza al proprio percorso di vita, orientando l’agire all’affermazione di valori relativamente sottovalutati dai grandi “racconti della ragione” del passato. Penso, ad esempio, al rispetto per la dignità della persona e per l’ambiente, alla tutela della qualità della vita, all’affermazione di forme nuove di socialità. Dall’altro lato, troviamo individui paralizzati dalla paura del vuoto, che si racchiudono nel guscio del proprio microcosmo quotidiano, senza capacità/opportunità di effettivo sconfinamento. È quanto accade a quegli adolescenti, il cui unico orizzonte di senso è rappresentato dall’appartenenza a una banda, a un gruppo chiuso di amici. Oppure, nei casi-limite, a quanti circoscrivono tale orizzonte alle mura della propria camera, sviluppando forme patologiche di rifiuto del mondo, come testimoniato dal fenomeno degli hikikomori. Fra queste due modalità polarizzanti, se ne intravede una terza, tipica di soggetti che definirei “accumulatori seriali”, i quali esasperano il mito contemporaneo dell’accessibilità, puntando sull’accumulo indiscriminato di contatti, informazioni, sensazioni, per supplire, con la quantità, all’inconsistenza qualitativa della propria condizione esistenziale. Per tornare alla domanda, quindi, penso che l’immagine dello sconfinamento permanente sia molto utile per sottolineare il dilatarsi delle possibilità, per i giovani contemporanei, di dare libero corso al desiderio di esplorare l’intero universo dei possibili, con la prospettiva, molto realistica, di dover continuare tale esplorazione per un lungo periodo di tempo. Si tratta di un desiderio che è sempre stato connaturato agli anni dell’adolescenza e della giovinezza, anche se, in passato, era proiettato verso orizzonti più limitati di quelli odierni e riguardava una fase della vita meno indefinita nella sua durata. Ciò che l’immagine dello sconfinamento permanente lascia in ombra, invece, è l’altro polo dell’ambivalenza che caratterizza la condizione giovanile: il rischio della paralisi o del girare a vuoto, in una condizione dove non è possibile sconfinare, dato che il punto di partenza è privo di consistenza. Per tenere conto di entrambe le polarità, solitamente, faccio ricorso alla metafora della navigazione, che mi è suggerita da alcuni scritti di Arjun Appadurai. Questo autore ragiona sulla diseguale distribuzione della “capacità di navigare”, quando s’interroga sulle differenti opportunità che i soggetti hanno di proiettarsi nel futuro, in un contesto denso di incertezze, che – ritengo di dover aggiungere – sembrano privare di senso il concetto stesso di progettualità.

Come navigare nella provvisorietà?

La capacità di navigare ci riporta a una questione cruciale: come ci si orienta e come si impara in assenza di punti di riferimento consistenti. Da più parti si parla di apprendimento multitasking per indicare il modo contemporaneo di esplorare il mondo, di accumulare e produrre conoscenza: dall’informalità al formale, dagli scambi sociali a distanza a quelli in presenza, dalle forme di iper-specializzazione degli interessi agli sconfinamenti più inattesi. Se questo è il modo di apprendere oggi, quali sono i rischi e le opportunità in gioco?

Oggi non è più possibile formulare progetti di vita, in senso tradizionale. Non si può, cioè, pensare di orientare la propria biografia al raggiungimento di tappe ben definite socialmente, poste in successione e finalizzate alla conquista di un determinato status adulto, da non mettere più in discussione alla fine della moratoria giovanile. Si possono, però, elaborare delle ipotesi circa il senso che vorremmo imprimere al nostro “divenire” di persone, che aspirano a lasciare una traccia di sé nella memoria del proprio habitat. E si può tentare di costruire un percorso che ci consenta di declinare tale idea di “divenire” in qualche tipo di agire concreto, entro la realtà in cui ci troviamo a dimorare, in un dato momento della biografia. L’importanza di questa sperimentazione non è affatto sminuita dalla consapevolezza che, in futuro, potrebbe rendersi necessaria una modificazione delle ipotesi iniziali sulla strada da imboccare, per tenere conto degli imprevisti che s’incontrano lungo il cammino. Questo significa che l’unica possibilità, oggi, di pensare al futuro in modo costruttivo è quella di formulare dei progetti “a geometria varabile”, muovendo da ipotesi, necessariamente provvisorie, da sottoporre alla prova della realtà, tramite concrete forme di agire responsabile.

Come coniugare tale progettualità accettandone la provvisorietà?

Prendiamo, ad esempio, l’incertezza per il proprio futuro lavorativo e per il riconoscimento sociale ad esso collegato, che può tradursi in un vissuto di precarietà, potenzialmente paralizzante ai fini della costruzione di sé come durata, vale a dire, come soggetti capaci di raccontarsi in una prospettiva di divenire. È quanto denunciava alla fine del secolo scorso Richard Sennett, rappresentando l’uomo flessibile come prigioniero di una sorta di paralisi temporale, appiattito su un quotidiano, talvolta caratterizzato da un iperattivismo frenetico, ma privo di significato per la biografia. Questa lettura, tuttavia, non è l’unica possibile. In alcuni casi, anziché all’idea di precarietà sembra più corretto riferirsi al concetto di provvisorietà e al suo statuto ambivalente. Da un lato, evoca fenomeni di sradicamento, disagio identitario, frammentarietà della narrazione di sé, fonte di potenziale neutralizzazione affettiva. Dall’altro lato, la non-fissazione, implicita nell’idea di provvisorietà, rimanda all’autonomizzazione del soggetto favorita dal processo di individualizzazione.

francesco bongiorni

Francesco Bongiorni

Più nomadi che vagabondi

Da questo punto di vista, torna ancora in primo piano ciò che Zygmunt Bauman definisce la “strategia post-moderna generata dall’orrore di essere legati e fissati”, attualizzando le metafore del vagabondo, del turista, del flaneur e del giocatore. Fra queste metafore, quella del vagabondo sembra coniugarsi perfettamente con il senso di provvisorietà connesso alla destrutturazione delle carriere e alla mobilità – spaziale e funzionale – implicite nel modo con cui si tende a interpretare, oggi, la flessibilizzazione del lavoro. Il vagabondare contemporaneo descritto da Bauman non riguarda scelte o sfortune dei singoli, ma il progressivo sbriciolarsi della strutturazione sociale dello spazio, l’assenza di luoghi “organizzati” in cui potersi stabilizzare. Si tratta di una condizione oggettiva di disancoraggio, che si coglie nell’esperienza diffusa di molti giovani, che al tempo stesso non risulta esaustiva. Più frequentemente, la provvisorietà, si lega a una situazione di nomadismo: una mobilità, nel quotidiano e/o nella dimensione biografica, caratterizzata da molteplici passaggi, e ritorni, entro luoghi che, agli occhi degli intervistati, mantengono precisi caratteri di “organizzazione”. Ripensando ad alcune ricerche sulla condizione giovanile, il nomadismo emerge come un tratto normale dell’esperienza possibile agli occhi dei giovani, soprattutto in relazione alla necessità di saper cogliere, ovunque si trovino, le opportunità formative e lavorative prospettate dal mercato. A differenza del vagabondo, il nomade non gira a caso. Egli sceglie un percorso disegnato da una finalità precisa: trovare le risorse che consentano di “crescere” ed, eventualmente, imbattersi nel “posto giusto” dove potersi stanziare. Nella misura in cui gli scenari stessi del quotidiano sono mutevoli e imprevedibili, la risposta alla domanda: “Chi e che cosa posso diventare?” – alla base del dilemma identitario – si può cercare solo per approssimazione successive, attraverso una continua negoziazione interpersonale dei significati delle scelte. L’importante, è “attrezzarsi” per saper gestire questa negoziazione, sfruttando le opportunità che si presenteranno volta a volta, nell’immediatezza della vita quotidiana.

Che tipo di apprendimento ciò comporta per le nuove generazioni?

Riprendo la metafora della navigazione, che mi sembra molto utile per ragionare sul nostro interrogativo. Per navigare, occorrono, in primo luogo, delle risorse materiali: una barca, o una nave, dotata delle attrezzature necessarie. Se la navigazione è finalizzata a individuare delle opportunità occupazionali sul mercato del lavoro globale, ad esempio, bisogna disporre delle condizioni materiali che ci consentono l’accesso a questo mercato. In primo luogo, bisogna poter viaggiare e saper usare Internet. Un giovane proveniente da un ambiente svantaggiato sarà esposto alla situazione paradossale di vivere entro un orizzonte culturale che gli dice: “Puoi accedere a ciò che vuoi, purché tu sia capace e determinato” e contemporaneamente, di sperimentare una situazione familiare e personale che lo priva degli strumenti indispensabili anche solo per tentare l’accesso. Banalmente, non si può viaggiare, neppure con voli low cost, se si vive ai limiti della sopravvivenza; non si possono usare le risorse di Internet, se non si dispone di un computer e di un sistema di connessione in rete. Inevitabilmente, in questo caso, il rischio di una paralisi della volontà, dovuta al senso d’impotenza e frustrazione. Una volta garantito il possesso di queste risorse materiali, occorre imparare a navigare.

Che cosa significa?

Significa avere al proprio fianco qualcuno che ci insegni i rudimenti della navigazione, sostenendoci nei nostri tentativi di far muovere la barca su cui ci troviamo. E significa anche disporre di una serie di mappe, fisiche e mentali, che ci consentano di cogliere il mutare delle condizioni del mare, dei venti, al fine di adeguare la nostra rotta a tali cambiamenti. Come è sottolineato nella domanda, i giovani sanno di doversi munire di tali “mappe”, accumulando e producendo conoscenza, allo scopo di essere “attrezzati” culturalmente per affrontare la navigazione in mare aperto. Tornando all’esempio precedente, bisogna sapere l’inglese, essere capaci di trovare i siti di domanda e offerta di lavoro e saperne valutare l’affidabilità, sviluppare le conoscenze e competenze soprattutto personali, oggi più apprezzate sui mercati internazionali. Tuttavia, questi stessi giovani percepiscono anche la difficoltà di dover elaborare e costruire tali mappe in modo relativamente autonomo, senza poter contare su carte e bussole già sperimentate e, soprattutto, senza avere al fianco qualche marinaio esperto che li sostenga nei primi, maldestri, tentativi di uscire dal porto. Per sintetizzare questo punto, fuori di metafora, è inevitabile che, di fronte all’incertezza degli orizzonti contemporanei, sia indispensabile dotarsi di “un’attrezzatura” ampia e diversificata, per rispondere prontamente alle opportunità e agli ostacoli che il caso, il destino, o semplicemente la vita, ci potrebbero proporre. Si tratta di un’attrezzatura che, tuttavia, non serve a nulla se non poggia sulla capacità riflessiva di leggere il mondo e interpretare il senso di quello che accade.

Le appartenenze di una generazione poligama

Un’altra dimensione che ci sembra interessata dagli sconfinamenti riguarda i processi di partecipazione. Come stanno cambiando le modalità di sentirsi parte? Sono davvero tramontate le dinamiche di affiliazione, le appartenenze esclusive? Siamo forse di fronte a una generazione poligama?

Tutti gli osservatori concordano sul fatto che, oggi, non abbia più senso parlare di appartenenze esclusive. Per certi versi, questo è vero, ma, per altri, non mi sembra che cose le stiano così. Di fronte alla progressiva destrutturazione della vita pubblica, troviamo, da un lato, giovani che cercano di ricostruire un senso dell’essere insieme in un progetto condiviso, facendo leva su grandi ideali universali di giustizia, equità, rispetto e, dall’altro, altri soggetti che si chiudono in una difesa strenua e acritica di identità tradizionali, intese come l’unico baluardo possibile contro la dissoluzione della propria identità. Certo, per i primi, le affiliazioni sono vissute come forme di identificazione non necessariamente durevoli: ciò che dura è il valore, mentre l’affiliazione è transuente, soggetta al rapido mutamento degli scenari, locali, nazionali e internazionali, nei quali si proietta la propria volontà di azione. Riferendoci ad essi, possiamo effettivamente parlare di poligamia, mentre i secondi sono soggetti a pericolose tentazioni integraliste, o al vuoto del cinismo e del disincanto. D’altra parte il concetto di poligamia e in particolare di poligamia di luogo emergeva già in una ricerca realizzata qualche anno fa sulla costruzione dello spazio-tempo dei giovani, per segnalare una precisa strategia di stabilizzazione di un’immagine di sé coerente, indipendentemente dalla frammentarietà del contesto.

Come comporre questa poligamia?

Si tratta di un fenomeno che sottintende una temporalità giostrata fra più “tavoli” fortemente organizzati e connotati dal punto di vista identitario: analoga, a ben vedere, a quella che caratterizza la doppia presenza femminile. Il tratto distintivo della poligamia di luogo non è tanto la provvisorietà, quanto la sovrapposizione di spezzoni di vita, ciascuno dei quali ha una propria logica temporale e una specifica valenza etica. Questo concetto è stato coniato da Ulrich Beck in relazione alla fine dell’esclusività delle identificazioni territorialmente fondate – quella nazionale, in particolare. La non esclusività cui allude Beck deriva dall’accresciuta mobilità geografica fra stati e continenti diversi, innescata dalla globalizzazione economica, che ha spostato sino ai limiti del globo i confini dell’agire professionale di numerose categorie di soggetti e oggi produce i suoi effetti ben oltre la sfera dell’economia e del lavoro. Gli individui sono così in condizione di potersi costruire percorsi identitari che si alimentano in una pluralità di identificazioni con contesti culturalmente assai diversificati. Nella ricerca che citavo abbiamo trovato alcuni casi di poligamia di luogo à la Beck, tuttavia, la declinazione più interessante di tale metafora riguarda il modo in cui si organizza la vita quotidiana: un patchwork, per riprendere un concetto di Laura Balbo che si compone e ricompone ogni giorno, “tenendo insieme” la pluralità di contesti, tutti egualmente importanti, nei quali si vivono lo studio e/o il lavoro – spesso distribuito fra più “lavoretti” svolti contemporaneamente – , l’intimità con il/la partner, lo “stare con” gli amici e i famigliari, l’andare in palestra – un appuntamento importantissimo, da non mancare –, il volontariato e così via. La riduzione a unità di questi frammenti è possibile, a condizione di potersi ritagliare un po’ di tempo per sé, in cui “riannodare le fila”, “ritrovarsi” in un processo di costante autoriflessione.

Fonte: Gennaio 2014, Rivista Animazione Sociale, Gruppo Abele, Torino.

IlConte

IlConte

Tra le ermeneutiche prevalenti della pluriennale stagnazione economica dell’Italia c’è quella che attribuisce la caduta della produttività totale dei fattori all’insufficiente sforzo nel porre in essere innovazioni di processo[1] e di prodotto da parte delle imprese italiane. La mancata crescita dell’output per ora lavorata sarebbe così spiegata dalla debole dinamica degli investimenti produttivi.

Va sottolineato che la quota del Prodotto interno lordo italiano destinato agli investimenti fissi lordi è pari a circa il 21% (dati Banca Mondiale, 2008), valore pressoché identico a quello che rileviamo in Francia e di poco superiore al dato tedesco (19%). L’accumulazione del capitale è continuata in maniera sostenuta per gran parte del primo decennio del nuovo secolo: la crescita media annua è stata pari al 2%, contro l’1,2% della media dell’Eurozona. Tuttavia, se ci si concentra sulla composizione degli investimenti, si scopre che in Italia si è investito con più vigore in altri macchinari, attrezzature e immobili, mentre si sono trascurati gli asset intangibili (brevetti, ricerca e sviluppo, formazione), veri driver di crescita della produttività in un’economia avanzata (fig.1 e 2). Tale fenomeno di bassa accumulazione di capitale ad elevata tecnologia sembra trovare una spiegazione plausibile in quello che Paolo Sylos Labini (2004, p.33) ha definito “Effetto di Ricardo”, il quale sosteneva che “le macchine e il lavoro sono in costante concorrenza fra loro e spesso le prime non possono essere impiegate fino a quando non diventa più caro il lavoro”. In Italia, infatti, “dalla metà degli anni novanta, infatti, l’aumento della flessibilità nell’utilizzo del lavoro, la lunga fase di moderazione salariale e la rapida crescita dei flussi migratori hanno reso meno costoso l’impiego del lavoro rispetto al capitale. Ne è seguito un rallentamento dell’intensità di capitale nei processi produttivi (Brandolini e Bugamelli, 2009, p. 47).

Appare quindi appropriata la sintesi di Pierluigi Ciocca (2003, p. 4), secondo il quale nel nostro Paese ”è mancato un balzo all’insù degli investimenti – segnatamente in R&D – per il quale pure vi erano i mezzi finanziari. Superata la recessione del 1992-93 la quota dei profitti sul reddito nazionale, il saggio del profitto sul capitale investito, il rendimento degli attivi d’impresa sono tendenzialmente aumentati. Si sono situati su valori in media superiori a quelli degli anni precedenti la recessione”.

 

Fig. 1: Investimenti fissi lordi, var.medie % in Italia. Fonte: Istat, Conti nazionali

tabella investimenti 1

Fig. 2: Scomposizione investimenti fissi lordi, in % del totale. Fonte:Ocse

investimentiNonostante i processi di ristrutturazione che hanno avuto luogo all’interno del sistema produttivo italiano nella seconda parte del Duemila, la spesa in Ricerca & Sviluppo da parte delle imprese si è mantenuta su importi relativamente bassi. La spesa in R&S ammonta infatti allo 0,6% del Prodotto, contro l’1,1% della media UE, a 15 paesi, il 2% della Germania e l’1,5% della Francia (dati riferiti al 2010). Appare lontano il raggiungimento del target del 3% del PIL indicato dalla nuova agenda di crescita predisposta della Commissione Europea “Europa 2020. Considerando la sola industria manifatturiera, l’incidenza della R&S sul valore aggiunto nel 2007 era pari al 2,3% in Italia, contro il 7,4% della Germania e il 9,7% della Finlandia. Inoltre, i brevetti registrati all’Ufficio Brevetti Europeo (EPO) da parte dell’Italia nel 2001 ammontavano al 7,8% del totale, contro il 49,1% della Germania e il 16,1% della Francia.

In generale, la propensione all’innovazione è correlata positivamente con i seguenti fattori: a) la dimensione dell’impresa[2]; b) la disponibilità ad attingere a fonti di finanziamento esterne all’impresa c) l’autonomia decisionale del management dalla proprietà; d) la presenza di capitale umano qualificato.

L’Italia appare carente in ciascuna delle voci sopra citate.

In particolare, per unità produttive piccole e frammentate, come quelle che formano il capitalismo molecolare italiano, risulta estremamente complicato sopportare elevati costi fissi in laboratori di ricerca, acquisizioni di licenze e brevetti, attività di marketing[3]. Infatti, esse risultano sottocapitalizzate, dipendenti dal credito bancario di breve termine, escluse da un efficiente mercato dei capitali, chiuse in sistemi di proprietà e controllo estremamente rigidi e poco propensi al rischio.

Alcuni dati possono meglio evidenziare quanto appena affermato.

Le passività. Nel 2006, la quota dei debiti a breve termine delle imprese era pari, complessivamente, al 56,8% dei debiti finanziari. Nello stesso anno, per le piccole e medie imprese (fino a 250 addetti) il peso del debito a breve termine saliva al 67% del totale delle passività.

Gli assetti proprietari e il management. L’Italia si caratterizza per una quota rilevante delle imprese a conduzione familiare sul totale (85,4%), di poco più elevata della Francia (80%) e più bassa della Germania (89%). L’anomalia italiana riguarda invece il management. Questo è nel 66% dei casi scelto per legami più o meno stretti con la proprietà familiare, contro il 28% dei casi in Germania e il 62% in Francia.

Per quanto concerne la specializzazione settoriale, Bugamelli (2012, p.13) evidenzia che l’innovazione è più concentrata nella manifattura, ed in particolare in settori quali la fabbricazione di apparecchi radiotelevisivi, per le comunicazioni, medicali e di precisione, nel settore farmaceutico, nelle macchine per ufficio e negli altri mezzi di trasporto. Mentre l’attività innovativa è più contenuta in settori quali il tessile e l’abbigliamento, il cuoio e le calzature, nei prodotti in legno e la metallurgia. Comparti che hanno un’incidenza cospicua nel valore aggiunto manifatturiero italiano. In particolare, i dati della Banca d’Italia dimostrano che il peso (sul totale del valore aggiunto manifatturiero) dei settori manifatturieri nei quali è minore l’attività innovativa è del 13,6% in Italia, del 5,2% in Francia e del 3% in Germania. Mentre i settori più propensi all’innovazione incidono per il 16,4% del valore aggiunto in Italia, per il 19,7% in Francia e per il 20,8% in Germania. Tuttavia, come dimostrano Brandolini e Bugamelli (2009), la specializzazione produttiva non è in grado di spiegare in maniera esaustiva la scarsa innovazione delle imprese italiane: il gap innovativo tra l’Italia e gli altri paesi avanzati riguarda tutti i settori.

D’altro canto, gli indicatori formali dell’attività d’innovazione – spesa in R & S e numero dei brevetti depositati – proprio per la natura peculiare del nostro sistema produttivo, sembrerebbero sottostimare lo sforzo innovativo delle imprese. Tale sforzo, secondo le indagini della Community Innovation Survey, risulterebbe sì inferiore alla Germania e ai paesi scandinavi, ma superiore a Francia e Spagna[4]. In sintesi, le imprese italiane introducono innovazioni di prodotto di tipo incrementale, volte a migliorarne la qualità, che richiedono però una minore disponibilità di risorse finanziarie e una dotazione di capitale umano meno qualificata rispetto a quella che sarebbero richieste per porre in essere attività formale di ricerca in laboratori e centri di ricerca.

Un assetto produttivo siffatto è vulnerabile per due ragioni. In primo luogo, esso è soggetto ad un vincolo di tipo tecnologico: l’upgrading dei processi di produzione avviene acquistando beni di investimento (macchinari) ad alto valore aggiunto importati da paesi esteri, in specie dal Centro-Nord Europa. Le imprese italiane, non avendo una capacità autonoma di generare innovazione, sono fortemente dipendenti da quella estera. Ciò incide negativamente sulla bilancia dei pagamenti (competitività) e la produttività. In secondo luogo, il sistema produttivo italiano, così com’è configurato, offre poche possibilità di impiego alle persone più qualificate, e dunque risulta per questo meno predisposto all’innovazione. Secondo l’associazione Almalaurea (2012), dal 2004 al 2008 – cioè prima della crisi – la quota degli occupati nelle professioni ad alta specializzazione sul totale in Italia è diminuito dal 19% al 17%, mentre è cresciuto in media nei 27 paesi dell’Unione Europea (dal 20% al 22%). Rispetto alla media europea, nel 2010 l’Italia aveva, sul totale degli occupati, un’incidenza maggiore delle persone che avevano giusto completato la scuola dell’obbligo o che possedevano addirittura un titolo di studio inferiore – 35,8% contro 22%- e un numero inferiore di diplomati (-2,1% rispetto alla media EU27) e soprattutto di laureati (-12% circa,)

Per superare questi handicap strutturali, l’Italia dovrebbe progettare una politica industriale e dell’innovazione lungimirante e di ampio respiro, con degli obiettivi precisi. In primo luogo, si dovrebbe favorire la capitalizzazione e l’internazionalizzazione delle imprese più dinamiche – attraverso il potenziamento di nuovi soggetti semi-pubblici come la Cassa Depositi e Prestiti – ed indirizzare gli investimenti delle imprese verso l’implementazione di prodotti a più alta intensità tecnologica e a minor impatto ambientale.

In secondo luogo, si dovrebbero sviluppare, mediante una gestione attiva e mirata della domanda pubblica, nuove tecnologie che riguardino priorità di interesse collettivo: il risparmio energetico, la messa in sicurezza del territorio, la salute e la mobilità sostenibile.

Infine, si dovrebbe dare vita a centri pubblici di ricerca di base ed applicata – sul modello tedesco del Fraunhofer – che scambino conoscenza e tecnologie con il mondo delle imprese.

Oltre ad una serie di politiche pubbliche ben congegnate, c’è soprattutto bisogno di un salto qualitativo di tipo culturale da parte del mondo dell’impresa. Se le imprese italiane non sono state finora capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti tecnologici degli ultimi venticinque anni [..] ora, sono chiamate a uno sforzo eccezionale per garantire il successo della trasformazione, investendo risorse proprie, aprendosi alle opportunità di crescita, adeguando la struttura societaria e i modelli organizzativi, puntando sull’innovazione, sulla capacità di essere presenti sui mercati più dinamici. Hanno mostrato di saperlo fare in altri momenti della nostra storia. Alcune lo stanno facendo. Troppo poche hanno però accettato fino in fondo questa sfida. (Ignazio Visco, Considerazioni finali, 2013, p.10).

Federico Stoppa

 

NOTE:

[1] Le innovazioni di processo riguardano l’introduzione di nuovi macchinari che risparmiano lavoro per unità di prodotto o in generale l’implementazione di nuove combinazioni dei fattori produttivi. Si veda Bugamelli ed al. (2012, p.56). Un contributo imprescindibile per comprendere l’importanza dell’innovazione nell’economia capitalista è quello di Jospeh Schumpeter, Teoria dello Sviluppo economico (1912).

[2] In Italia, nel triennio 2008-11, il 64,1% delle imprese con 250 addetti e oltre ha introdotto innovazioni, contro il 47,1% delle imprese con 50-249 addetti e il 29,1% di quelle con 10-49 addetti. V. Istat, 2012 http://www.istat.it/it/archivio/74035.

[3] Cfr. Brandolini e Bugamelli (2009, p.27). Il 70% delle imprese innovatrici italiane giudica eccessivi i costi dell’innovazione. In particolare, il 64% lamenta la mancanza di risorse proprie disponibili per finanziare l’innovazione e il 58% dichiara di avere difficoltà nel reperire fonti di finanziamento esterne all’impresa. V. Istat (2012, p. 9).

[4] In particolare, “secondo i dati del CIS per il 2008, svolgeva un’attività innovativa di processo e di prodotto il 40% delle imprese italiane, una quota inferiore a quella di Germania e Danimarca (64%), ma superiore a Francia (35%) e Spagna (32%)” (Bugamelli, 2012, p.11).