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graphics8.nytimes.com

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Ogni tanto, giusto per vezzo personale, mi faccio un giro per scovare qualche offerta di lavoro nel mio Paese. Come già si saprà, cercare lavoro è un vero e proprio lavoro, ed io – come penso tantissimi altri – mi sono dedicato a questa attività tempo fa, assiduamente: un’attività che non auguro proprio a nessuno.

Nonostante l’impegno aggiuntivo che va oltre l’aver studiato per tanti e lunghissimi anni (gli anni del cosiddetto “gettare il veleno”, come amava ripetere una mia Prof.); malgrado gli sbattimenti inimmaginabili per “venderti” in maniera diversa ad ogni diversa e “allettante” candidatura; nonostante la frustrazione annessa ai residui di quella che ti ostini ancora a chiamare la “tua voglia di fare” – una frustrazione inspiegabile che ti accompagna ogni santo giorno –, alla fine poche persone potranno veramente capirti, anche perché il risultato che porti a casa è quasi sempre nullo.

Dicevo, questo giro delle “meraviglie”, lo rifaccio ogni tanto per curiosità, per osservare da lontano cosa sta effettivamente cambiando; cosa succede di concreto in quel mio povero e abbandonato Paese: vorrei che si aprano spiragli di speranza una tantum, in quel deserto di possibilità che mi sono lasciato alle spalle.

Probabilmente, non sono mai stato bravo a cercare lavoro; o è più che probabile che non lo si trovi come l’ho sempre cercato io; o forse il lavoro non lo potrai mai trovare se sei da solo a cercarlo (in parole più povere: se non c’è il papà o lo zio che contatta l’amico che te lo trova); o molto probabilmente, i tanti corsi gratuiti sovvenzionati dall’Unione europea – presso i centri per l’impiego del Paese (dove esistono) – non servono ad un emerito nulla, nel senso di indirizzarti in base alle tue competenze, ed aiutarti nel presentarti al meglio ad un’ipotetica (plausibile?) offerta di lavoro; o molto più semplicemente c’è poco da fare: come si sente dappertutto – nei bar, nei vicoli, nei discorsi, nell’aria – il lavoro non c’è. Scarseggia. È una gemma preziosa introvabile.

Fatto sta, che mi diverte alquanto osservare (perché ci si può solo divertire davanti a delle oscenità del genere) come le uniche offerte di lavoro “pubblicate” (o “papabili”) restino ancora (dopo anni) i tanti e reiterati stage con un misero e (appunto) divertente rimborso spese, con il quale, forse, puoi pagarti a malapena il trasporto pubblico, e nient’altro. A meno che (a meno che), tu non sia il fortunato madrelingua di almeno tre lingue (tre, non due), che abbia la laurea specifica nella tal cosa, con la votazione specifica non inferiore a un tal punteggio, nell’università specifica (quella svizzera, quella tra le Alpi, non altre), con l’esperienza di almeno “dieci anni” (e specifica, mi raccomando!) segnalate da un “ghiotto” e raro bando pubblico che si è appena aperto da pochi giorni ma che, guarda caso, è già scaduto (i tuoi amici te lo hanno prontamente segnalato, ma aprendo il link non ce l’hai fatta: eri già fuori). “Ma che sfiga: mi è passata davanti l’occasione della vita.”

Insomma, come si sarà capito, continuo a divertirmi, e capisco perché una buona parte dei giovani del mio Paese continua ad andare al mare, o a non fare una beata minchia, il che forse è lo stesso – e lo dico da convinto sostenitore dell’ozio (è nell’ozio, nella perdita di tempo, che si dischiude la vita. O no?). Ma se non vuoi continuare a cazzeggiare per tutta la vita, e per caso (solo per caso) cominci a pensare a come dover sopravvivere dopo che le risorse di mamma e papà saranno prosciugate, il “sentire comune” ti consiglia vivamente di espatriare, di andare via, sradicarti volutamente una volte per tutte, e di tentare la fortuna altrove: perché in Italia, proprio non ce n’è.

Alëna Steiger

Alëna Steiger

Però, a tal proposito riflettevo… Se lo Stato Italiano mi costringe ad espatriare ci perdono tutti: il mio fornaio di fiducia, il mio fruttivendolo di fiducia, il mio salumiere di fiducia, il mio pescivendolo di fiducia, il mio caseificio di fiducia (qui, se non ci sono, ci perdo anch’io in ogni caso), la mia dentista di fiducia, la mia parrucchiera di fiducia, e non mi dilungo oltre, dato che la lista potrebbe benissimo continuare: come tutti gli altri, infatti, “consumo dunque sono”.

Se non c’è gente che consuma, e che vuole cominciare a costruirsi una vita (che, guarda caso, sono proprio quelli che sono incentivati a spendere di più – una vita non si costruisce dall’oggi al domani, quindi ci vorrà tempo e, di conseguenza, tante tantissime spese per costruirla), allora i discorsi sulla “crescita” non hanno più alcun senso. Se questa gente scompare drasticamente allora rimarrà solo chi ha una certa età (gli anziani, gli adulti-anziani), e cioè quella gente che ormai la vita se l’è fatta e non avrà più da spendere molto nel proprio Paese (solo in medicine ovviamente, ma quello è uno specifico cortocircuito mondiale della “sanità”, che crea malati anziché ridurne).

In sostanza, quello che ci guadagna col tempo sono solo io (siamo o no in una società terribilmente individualista? Che m’importa della mia collettività? di quella che ha speso per me e che per quasi un quarto della mia vita mi ha aiutato e visto crescere? Meglio espatriare, no? E finanziarne così un’altra di collettività, magari più gentile con me nel periodo decisivo – decisivo per lei e per me) e ovviamente in tutto questo, ci guadagna a sbafo anche quel Paese che mi ospita, e che in più, non avendo speso praticamente nulla per la mia formazione, si ritrova in casa una persona specializzata che è disposta a fare tutto con freschezza e vitalità, e che non vede l’ora di spendere tantissimo (oltre che spendersi tantissimo).

Ma si sa, il nostro è sempre stato un Paese generoso con gli altri – all’estero, la percezione che ne hanno, di questa nostra generosità, è a dir poco commovente. Dunque, un Paese che elargisce un’infinità di risorse pensanti (anche di braccia pensanti, nell’ultimo periodo); un Paese generoso con tutti, tranne che con i suoi figli, che sono, come abbiamo detto, iper-individualisti e fedifraghi nei confronti di quella bonaria collettività che li ha cresciuti e coccolati: in parole povere, questi figli scostumati se ne fregano, e non ci pensano su due volte prima di fare le valigie… Almeno, questa è una parte di ciò che pensa quel famigerato “sentire comune”, ma che preferisce non dire per non fare brutte figure…

Ora, si penserà che lasciare tutto e andare all’estero sia una figata pazzesca. Che sia la cosa più semplice di tutte: “E che ci vuole: due o tre contatti per iniziare, imparo una lingua e via”.

Qualcuno di più serio (non ricordo precisamente dove l’ho letto) sostiene che l’emigrazione odierna non sia una vera e propria forma di distacco, di abbandono, di sradicamento. Nulla è sancito una volta per tutte: le scelte, più di ieri, sono reversibili.

Viviamo nell’epoca che è allergica alle strutture fisse, ai percorsi definitivi, che tempo fa costruivano appartenenze uniche e longeve: il tempo, diventato simultaneo, corrode gli spazi di vita, che ci sembrano sempre più accessibili e vicini, da ogni dove. La tecnologia – più di tutti – ci aiuterebbe a mantenere salde quelle che sono le nostre percezioni quotidiane, i nostri facili linguaggi di riconoscimento (le “immagini di casa”), assieme alla creazione di quei mondi con cui manteniamo vispi certi legami.

Certo, in parte è così: a volte si ha l’impressione di non aver mai abbandonato il proprio universo identitario; di non aver mai lasciato definitivamente tutto ciò che ci è appartenuto e ancora ci appartiene. Forse, questa affermazione sarà vera ad un certo stadio “avanzato” dell’umanità, dove il contatto umano conterà quel tanto che basta da essere facilmente sostituito da uno schermo illuminato, da una fotografia solitaria, o da una voce distorta che lontana fuoriesce da un microfono…

Quello che volevo dire, per concludere, è che l’emigrazione, quando incomincia, lascia comunque delle tracce definitive, soprattutto quando il contatto umano che si è lasciati alle spalle (che, per la maggiore, preserva ancora in sé tutta la sua ricchezza emotiva) è lo stesso ma in forme diverse – si tocca uno schermo, non una persona. E il diverso sta proprio nella carenza tecnologia che è poco sintonizzata sul rituale umano, che è quella specifica cosa che provoca emotività e senso nella prassi quotidiana. Una cosa importantissima.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Matteo Zannoni

Matteo Zannoni

La precarietà è un giorno pieno di alti e bassi; più bassi che alti. La precarietà è l’imprevedibilità di ciò che ti vuole sempre prevedibile. La precarietà è un’”inedita scomposizione della vita quotidiana”, una permeabilità sconsiderata tra tanti ruoli oscillanti, dove la mescolanza tra vita e lavoro fa saltare irrimediabilmente la dicotomia tra pubblico e privato. La precarietà è un affitto da pagare ogni dannato mese, vissuto come una condanna che è stata emessa senza giusto processo. La precarietà è un guardiano di te stesso, senza volto, che gestisce e controlla ogni tua singola mossa economica.

La precarietà è un tempo senza tempo: non sai mai se hai iniziato da un pezzo o se devi ricominciare tutto da capo. La precarietà è fare tutto purché si faccia qualcosa; o non fare nulla sperando in quel nulla. La precarietà sono due estremi lontani che si somigliano, che si somigliano tremendamente. La precarietà è uno specchio sempre uguale a se stesso, che, nel suo pallore, ha smesso di dire la sua verità. La precarietà sono una massa di giorni infiniti – “giornate “operose” che non hanno mai un vero inizio e una vera fine” – dove, ad un certo punto, uno di loro dà di matto e si diverte a fare il dittatore.

La precarietà sono gli stessi vestiti consunti, gli stessi vestiti per le stesse opportunità mancate, che al prossimo giro cedono, al prossimo lavaggio si sciolgono sicuramente. La precarietà non conosce regole, ma le impara strada facendo quasi sempre a suo discapito. La precarietà sono cumuli disordinati di pensieri accumulati; fiacche idee di ribellione contro un sistema che ridicolizza, sistematicamente, la volontà di emancipazione di soggettività rese infantili (bamboccioni; poco adattabili; viziati; perditempo; etc…).

La precarietà pare un presente senza vie d’uscita, un futuro senza-nome che non sa che farsene di un passato leso: il sacrificio imprudente di un tempo ormai perduto. La precarietà ti scava dentro, e come uno stillicidio ritmato logora, mestamente, la tua sete di certezza. La precarietà è per tutti i soggetti invisibili la vita contemporanea, la severa normalità di tutti i giorni, dove la difficoltà più grande è quella “di fare del mutamento un progetto”. Ma la precarietà è anche la visione spensierata di un giorno normale, scevra di allucinate e sempre complesse preoccupazioni. La precarietà è tutto ciò che devi sentirti dire, e tutto ciò che non vuoi sentirti dire.

La precarietà sono gli interminabili cambiamenti repentini, spazi intercambiabili con frequenti spostamenti di città e nazioni, di lingua e abitudini, con tutto ciò che concerne la conseguente demolizione delle relazioni affettive. La precarietà è la non-riconoscibilità per antonomasia: “instabilità del lavoro e contrattuale, mancato accesso alla distribuzione, mancato accesso alla cittadinanza, carenza di identità professionale, impossibilità di disporre del proprio tempo, tensione verso l’autonomia, scarsa mobilità sociale, iperqualificazione rispetto ai compiti assegnati, incertezza complessiva, trappola della povertà (o, meglio, della precarietà).” Lo stesso termine “precarietà” viene banalizzato, e generalizzato, e da chi dovrebbe essere preso in carico viene invece definitivamente rimosso (vedi Jobs act).

Joseph Wee - Precarious

Joseph Wee – Precarious

Allo stesso tempo però la precarietà è una soggettività numerosa, molteplice, una classe che non è classe in senso classico per via dei suoi contorni sfumati, ma che si presenta come una moltitudine sensata che vocifera una condizione. Condizione, questa, che “esalta il nostro essere sfaccettate creature sociali prima ancora che lavoratori o lavoratrici.” L’utilizzo della conoscenza e del linguaggio, delle emozioni e dei corpi, sono i tratti unificanti che accomunano persone lontane. “Il sorriso del precariato, la sua parola, è la cifra comune, in un supermercato, in un call center, per la badante che si occupa di un anziano, per il ricercatore che affronta l’ennesimo concorso, l’aspirante scrittore, la sex worker.”

L’orgoglio del precariato, la sua potenza quindi, si concentra laddove si rende fruibile una libertà svincolata dalle gerarchie, dalle routine che durano una vita, fatte di orari fissi e di cartellini da timbrare. La cancellazione di questi vincoli conduce ad altri tipi di identificazioni, identità non più reperite sul lavoro ma nella sfera delle forme di vita. In questo modo, infinite possibilità si stagliano sugli orizzonti della precarietà, e questo perché la condizione che la contraddistingue ha nelle sue mani “il possibile accesso massivo alla conoscenza, attraverso processi di formazione sempre più larghi nonché attraverso l’utilizzo delle tecnologie da cui deriva una spinta irreprimibile verso l’autonomia”. Un’autonomia dunque che cresce e si sviluppa, anche grazie all’importante apporto delle nuove tecnologie, che “minimizzano le distanze, aiutano nella presa di parola, approfondiscono le possibilità di rispecchiamento e di collegamento.”

La precarietà, infine, è solitudine esistenziale. Ma è una solitudine attiva, che recita una personale litania per rimanere in vita, per legittimarsi oltre l’indifferenza generalizzata, nominata “solo per contrapposizione (gli atipici)”, e dove lo status di cittadinanza viene svuotato di senso ogniqualvolta slogan semplicistici promettono uno spazio di diritti che, nella realtà disegnata da quegli stessi slogan, non ha modo di esistere.

Ecco perché te ne stai lì seduto, a consumare te stesso, a immergerti nella momentanea pausa dai giochi, contemplando in lontananza le scie spettrali di un tramonto qualunque, e scegliendo consapevolmente di risollevarti un po’, di sentirti meglio, per assaporare, senza interferenze, l’elettrocardiogramma del giorno che muore.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Cristina Morini, Orgoglio precario. Stati impermanenti, Doppiozero, 2015.

Giulio Bonasera

Giulio Bonasera

A Edna, per i consigli, le suggestioni

Più studio e più verrò pagato meno. Più mi specializzo e più contribuisco a confinarmi dentro una roba che capiranno solamente quei due o tre. Più faccio il bravo e l’onesto, e più le conseguenze delle mie azioni mi remeranno contro. Più sono innocente e innocuo e più c’è il rischio che venga ucciso. Più sono libero – godendo di diritti inalienabili – e più di fatto non lo sono. Più credo di elaborare dei pensieri miei intimi e personali, e più questi saranno il risultato di un incessante rumore di fondo, che ha fatto di infinite immagini scorrevoli il suo disturbo più assordante.

Più cerco il mio silenzio, e più mi ritrovo in mano il suo artefatto. Più credo di essere un cittadino consapevole e più divento un consumatore del nulla, un nulla che assomiglia inequivocabilmente a me stesso. Più mi dicono che – un domani – tutto potrà cambiare, e più questa affermazione nasconderà il suo più sicuro non-cambiamento. Più penso di aver individuato dei colpevoli a tutto questo, e più mi accanisco inutilmente su marionette pagate per farlo. Più mi vedo accerchiato da tutte queste contraddizioni, e più mi rendo conto che devo necessariamente imparare a conviverci.

E allora mi cerco, ma non mi trovo. Cerco da qualche parte un’uscita, e mi rendo mobile, mi sradico, proiettandomi ovunque sia, il posto non m’importa, pur di trovare una spicciola possibilità di lavoro che – dove sono al momento – si è dileguata: se c’è è riservata a quei pochi, ed è (anche) per questo che non mi viene assolutamente offerta. E quindi dovrò iniziare tutto daccapo, mi azzero, che importa, in un contesto che non è il mio, ed inizierò nuovamente a muovermi, piano piano, prima a piccoli passi, poi nuovamente con la mia testa, risvegliando minuziosamente tutte quelle mie singole percezioni che per troppo tempo ho permesso rimanessero assopite. Sì, troppo tempo: è questo il lastrico di vita in cui mi sono lasciato cullare dalla depressione, dove tra un’altalena e l’altra costantemente mi colpevolizzavo, ce l’avevo con me, e dove per tutto questo tempo ho pensato seriamente di non essere all’altezza, di non essere in grado di esperire ciò che le mie sensibilità volevano comunicare al mondo.

Quando finalmente ci riesci, riesci cioè a trovare quel tuo lavoretto semi-serio, che ti dura almeno quell’arco di tempo costituito da quei 3 mesi al massimo “di prova”, in cui sei quasi in grado (forse per miracolo) di pagare l’affitto di casa con i soli tuoi sforzi, senza beneficiare del welfare personale chiamato “mamma e papà”, allora significa che per un po’ puoi stare al caldo, e puoi tranquillamente espellere un po’ di quella robaccia che avevi iniziato ad accumulare su per la tua testa, (inconsapevolmente), in un angolo malriposto della tua mente, e che stava cominciando a crescere talmente tanto da cambiarti letteralmente i connotati: ti stava rendendo una persona che, assolutamente, non vuoi e non ti senti in alcun modo di essere. Ma non si può stare tranquilli. Quella robaccia cresciuta in testa rimane vivida, resta allerta, e a volte si incrosta così cocciutamente che devi fare doppia fatica per rimuoverla.

Giulio Bonasera - How austerity kills

Giulio Bonasera – How austerity kills

Quando potrai dire di averla forse eliminata del tutto, quella brutta robaccia, allora sarà proprio in quel preciso momento che dovrai riattivarti, perché quel contratto di lavoro che avevi così sudato sarà bello che scaduto, e tu dovrai necessariamente (se pensi di voler ancora sopravvivere) incominciare tutto daccapo. Perché le cose cambiano, ed è così che vanno le cose; non puoi farci nulla. Dicono, che se non sei al passo con i tempi, in questo vortice di cambiamento continuo (cambiamento di che? A me sembra sempre tutto uguale), verrai espulso, in un batter d’occhio, senza pensarci, e a nessuno importerà se hai alle spalle quell’esperienza oppure quell’altra, se sai fluentemente questa lingua straniera piuttosto che quell’altra, etc., etc.: devi essere “il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, e quindi devi rendere te stesso una prestazione vivente, devi diventare una persona-prestazione; in una parola: devi essere malleabile, flessibile, pronto a tutto.

In effetti, uno dei tanti problemi dell’attuale lavoro associato alla “generazione ombra” – cioè quella generazione costantemente precaria e a cui è stato rubato ogni brandello di futuro – è che i giovani che le appartengono, e che si affacciano a questo-nuovo-mondo, devono costantemente dimostrare la loro più aperta disponibilità, la loro più “malleabile flessibilità elasticizzata”, senza riserve e a tutte le condizioni iper-immaginabili; devono in questo modo elargire la loro più grintosa ed “esilarante” voglia-di-voler-fare mai posseduta prima, fino all’abbattimento di ogni energia vitale, con disastrose ripercussioni emotive sia sul piano personale che sociale; insomma: devono aprirsi alla più completa predisposizione caratteriale, la quale deve necessariamente saper fare qualsiasi cosa (e anche la più specifica possibile) in breve tempo e in qualsiasi modo, – (in altri termini, devono “imparare a dare il culo”).

D’altra parte, invece, e cioè da parte di chi può dare un lavoro e non ha di questi problemi – assieme a tutta quella gente che, più fortunata, forse non conosce intimamente quelle conseguenze sociali e psicologiche che si celano dietro la prospettiva di un futuro inesistente – non vi è, dicevo, un minimo di apertura motivante, né una specie di minima comprensione empatica; c’è solo l’orrendo ed inequivocabile lascito che, perentoriamente, recita così: “Questo è. E se non ti sta bene tornatene pure a casa, tanto di altri come te ne trovo a palate: qui nessuno è indispensabile.” (Forse non proprio così, ma il concetto rimane quello e imperturbabile). È piuttosto facile rispondere a coloro che saranno già pronti a tacciare tali argomentazioni come “sconclusionatamente lamentevoli”: “la società è strutturalmente mutata in malo modo, e questo modo si è avviluppato soprattutto a causa vostra, e precisamente a seguito di quel vostro dannoso e maledetto pensiero unico”.

Viviamo nell’epoca del cambiamento forzato, di un qualcosa che è costantemente effimero e che non si lascia mai conoscere abbastanza. Anche se volessimo metterci d’impegno, il giorno dopo le nostre “acquisizioni” non varranno più: saranno già scadute (come i nostri innumerevoli contratti di lavoro – se si possono considerare tali). Viviamo in un tempo che è una specie di limbo, un crocevia trafficato a cui non gli è stato assegnato alcun nome. In questa specie di mondo sociale, virtuale e reale allo stesso tempo (non si riesce più a capire dove termina l’uno e inizia l’altro), il prematuro si spaccia per la verità, quella più in mostra, quella più visibile, quella con tanti like; le contraddizioni fanno a gara per essere accessibili a tutti, subito, immediatamente, in streaming: “La fiducia è un atto di fede che diventa obsoleto di fronte a informazioni facilmente disponibili. La società dell’informazione scredita ogni fede. La fiducia rende possibili relazioni con gli altri anche in mancanza di cognizioni precise su di essi: la possibilità di raccogliere in modo semplice e rapido le informazioni è nociva per la fiducia.” (Byung-Chul Han).

In questo modo, la generazione ombra impara a crescere nella disillusione: vive quest’epoca priva di illusioni positive, e comincia sin da subito a contare solo sulle proprie forze. È immersa quindi in un mondo in cui non è quasi più concepibile avere fiducia nel prossimo. Ecco perché avere fiducia in quelle istituzioni che dovrebbero avere il delicato compito di rappresentarla, di parlare per lei, di intervenire concretamente per promuovere e valorizzare il suo futuro (che è anche il futuro dell’intera società, tra parentesi) potrebbe essere poco più che un sogno.

Per risvegliarsi allora da questo torpore, intitolato “La nostra generazione è una generazione sfigata”, vi riporto brevemente un tratto della mia storia, del mio cammino, quello che mi sta succedendo da qualche mese a questa parte. È solo un’esperienza, e come tante altre può gettare luce su cose impreviste:

Vivo all’estero, da quasi un anno, e insegnando la lingua italiana ai miei studenti sto scoprendo tante cose nuove. Per esempio, quanto la nostra lingua sia allo stesso tempo comica, inamovibile, seria, completa, pura, mobile, scanzonata, immaginifica, sorprendente…

Ogni giorno, squarcio una sottile cortina data per scontata per addentrarmi in un mondo pieno zeppo di eccezioni, particolarità, regole smussate da singole situazioni irripetibili, che mi lasciano ogni volta sbigottito scolpendomi in viso un riso sordo; quel riso spontaneo e delicato che mi aiuta tutte le volte a comprendere meglio chi sono e da dove vengo. Un mondo, quello della lingua italiana, davvero allucinato, e che mi pare tanto un mix di personaggi a dir poco incredibili, tutti riuniti assieme per creare inconsapevolmente qualcosa di straordinario.

Ed è questa particolarità esagerata che ci deve rendere orgogliosi. È questa musica sempre nuova, attiva, piena di sali e scendi, ripetuti e devianti, che ci deve rendere orgogliosi di quello che siamo. È questa comunione di alternative sempre possibili che ci deve dare manforte per superare quel buio inesorabile che, da troppo tempo, si è instillato dentro ciascuno di noi, e che non ci permette più di vedere quanto è fortunato, quanto è bello, essere italiani.

Questo per dire che anche nelle situazioni più ingessate, apparentemente più scontate (come appunto insegnare la propria lingua), è possibile cercare una nuova musica, un dettaglio insignificante che può svelare molteplici scenari mai visti, mai attraversati prima.

Giulio Bonasera - Unemployment

Giulio Bonasera – Unemployment

La nostra è una generazione che cambia spesso, anche forzatamente, ma che non ha alcun problema a farlo, perché ormai ci è abituata: abbiamo tutti i mezzi per gestire i cambiamenti più impensabili: ce li siamo costruiti da noi, volta per volta, attraverso le distanze liberatorie e strazianti, per mezzo di quei continui distacchi alle stazioni, grazie a quei lunghi abbracci condivisi negli aeroporti. In più sappiamo re-inventarci: sappiamo vestire diversi panni in luoghi differenti, mantenendo un’integrità e una consapevolezza di noi stessi che finisce ogni volta per arricchirsi. Ogni dannata volta.

Sappiamo come viaggiare leggeri: il viaggio come tema, come trasformazione, e come esperienza personale è diventato ormai parte integrante di una biografia in continuo movimento: lo spazio è diventato relativo e il tempo è un continuo riscoprire se stessi. In questo modo, ci prepariamo ad affrontare meglio le difficoltà che ci presenta la vita, che è diventata complessa e che ogni giorno ci presenta ostacoli “bizzarri” e “innovativi” (eufemismi, chiaro!).

La calma e la stabilità non le diamo mai per scontate, e questo è un gran vantaggio: la nostra unica certezza è l’incertezza, ecco perché riconduciamo tutto alla vita presente, e cerchiamo di dare il giusto senso ad ogni esperienza che viviamo, perché conosciamo perfettamente la loro volatilità, il loro essere delicato, che può rarefarsi senza dir nulla; che può sparire da un momento all’altro senza un perché. E allora viviamo intensamente, conoscendo tante persone preziose che magari un giorno diventeranno degli amici lontani, ma sempre presenti; amici che si connetteranno per te dietro uno schermo freddo, per quando non ce la fai, per quando ti senti solo, per quando hai bisogno di parlare con qualcuno.

Questo vissuto, ci porta a prendere più di petto le situazioni con cui abbiamo a che fare: ci permette di essere maggiormente schietti, sfrontati e sinceri, con noi stessi, e poi anche con gli altri. E in questo modo scopriamo le diversità, quelle che popolano il mondo, quelle che lo arricchiscono continuamente, anche se spesso è il mondo stesso a non rendersene conto, facendo di tutto per dividerle, per separarle da barriere. Abbiamo un modo di comunicare che sì, viene veicolato per la maggior parte del tempo dalle nuove tecnologie, ma è alternativo e sa come comportarsi con la diversità, cercando il modo migliore per interfacciarsi con essa. Se dovessimo un giorno avere dei figli sarebbero molto fortunati ad avere dei genitori come noi: mentalmente aperti a palla, pronti a tutto, e più curiosi dell’inaspettato apparentemente irrilevante.

Per concludere, penso che il tratto distintivo più importante che abbiamo in comune sia proprio quello di voler conoscere al meglio questa massa informe della diversità, di esserne curiosi, oltre che del concetto (facile per tutti) proprio di quella pratica “oscura” che la contraddistingue, e che di primo acchito ci intimorisce, ci spiazza, e ci suggestiona, ma che alla fine ci insegna a conoscere noi stessi dopo aver perfezionato la conoscenza degli altri.

Ecco perché, a lungo andare, sappiamo come coltivare la nostra imperfezione, che significa essenzialmente darsi dei limiti, sapere che non è importante valicarli, quanto invece lavorarci su. Perché non essere troppo rigidi con se stessi è un pregio, ed essere troppo calati nei nostri giudizi porta alla perdita e alla continua disattenzione di ciò che senza saperlo è prezioso, e ci passa accanto.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Si sono spenti i riflettori sulla “Buona Scuola”. I dibattiti politici, spesso infuocati, che hanno caratterizzato la gestazione di una riforma così importante non hanno lasciato echi nelle orecchie dei più. Forse perché ci siamo abituati: da almeno quindici anni i governi che si avvicendano al potere cambiano le regole del gioco, scaricando sulla scuola un diluvio di norme. Così diverse, ma in realtà così simili: la direzione è quella di rendere la scuola pubblica più autonoma, più meritocratica, più digitale, più vicina al mondo del lavoro, meno dipendente dai finanziamenti pubblici e più accogliente verso quelli privati.

Il confine tra scuola e azienda si fa sempre più sfumato. L’autonomia degli istituti viene rafforzata con la figura del preside-manager, che ha la potestà di chiamare direttamente gli insegnanti (presunti) migliori, disfacendosi dei (presunti) mediocri. La meritocrazia è introdotta premiando i docenti che contribuiscono al “miglioramento della propria scuola, al successo formativo degli alunni, alla capacità di lavorare in team”[1]. I criteri per l’assegnazione dei bonus monetari saranno stabiliti, scuola per scuola, da comitati composti da insegnanti, presidi, genitori e studenti. La nuova scuola promette di traghettarci nelle magnifiche sorti e progressive della società della conoscenza con gli strumenti tecnologici più all’avanguardia, come i tablet, e nuovi piani dell’offerta formativa che daranno maggior spazio alle lingue straniere, alle competenze digitali, all’economia. Nella didattica, Il passaggio dal sapere al saper fare è sancito dal potenziamento, anche nei licei, dei tirocini formativi dentro le aziende.  Si spalancano le porte ai finanziamenti dei privati, che possono godere di un credito d’imposta del 65% in sede di dichiarazione Irpef per manutenére gli edifici scolastici – quasi la metà a rischio sismico –  in cui studiano i figli e per favorire progetti che puntano alla loro occupabilità.

La “Buona Scuola” è all’altezza delle emergenze che affronta il Paese? È lecito dubitarne. La meritocrazia dei premi e delle punizioni è un’arma spuntata contro la piaga dell’abbandono scolastico, che riguarda il 15% dei ragazzi italiani sotto i 25 anni, contro l’11,2% della media Europea;  non tiene conto dei fattori che influenzano maggiormente il rendimento scolastico, come le sperequazioni di reddito e d’opportunità tra famiglie e territori[2].  La modernità luccicante dei tablet[3] e la retorica della società della conoscenza si scontrano con l’analfabetismo di ritorno: l’incapacità di comprendere un articolo di giornale, di calcolare una semplice percentuale, di essere inseriti appieno nella cittadinanza attiva riguarda il 70% degli adulti italiani[4].  Che, nel confronto internazionale, si distinguono per la bassa partecipazione a programmi di formazione continua e per la modestissima spesa in consumi culturali – in media, solo il 7,1% del reddito, meno di quanto fanno i lettoni, i bulgari e i ciprioti. L’enfasi data a un modello scolastico che si adatti alle esigenze del mercato nasconde l’arretratezza di un sistema produttivo che investe poche briciole in ricerca e innovazione – lo 0,7% del PIL contro il 2% della Germania – e che, in assenza di flessibilità nel tasso di cambio della moneta, si illude di recuperare competitività abbassando il già relativamente contenuto costo del lavoro.  Viene da chiedersi a che cosa possa servire utilizzare tirocini formativi dentro le aziende in un Paese dove queste non fanno formazione e domandano personale sempre più povero di qualifiche[5]. La risposta è ovvia: ad abbattere costi e salari.

Nel profluvio normativo che ha sommerso il mondo dell’istruzione negli ultimi decenni, ci si è scordati che le più belle pagine della storia scolastica italiana sono state scritte nei territori, grazie alla creatività di educatori straordinari – da Mario Lodi a Don Lorenzo Milani. Solo successivamente si sono tradotte in leggi[6]. Dovremmo fare tesoro di quelle esperienze d’avanguardia. Ci hanno insegnato l’importanza della cultura umanistica e del pensiero critico per formare cittadini, per dare sostanza alla democrazia. Una scuola che sacrifica la cultura umanistica e il sapere critico sull’altare del progresso tecnologico e dell’ossessione per la crescita economica non è degna di questo nome[7]. Né va trascurata l’esigenza di rilanciare l’educazione tecnica e professionale –  che alimentò negli anni Ottanta il boom dei distretti industriali, assi portanti della nostra manifattura di qualità. Infine, per contrastare il  neoanalfabetismo degli adulti, la scuola deve darsi nuovi compiti: accogliere chi vuole continuare a studiare, anche dopo il diploma[8]. Ma “studio” è la parola tabù delle “riforme”. È tutto uno sbrodolamento di skills, employability, human capital, bonus. L’unico antidoto allo status quo è studiare[9]. In modo continuativo, permanente, dalla culla alla bara. Per migliorare se stessi e gli altri.

Federico Stoppa

NOTE:

[1] https://labuonascuola.gov.it/documenti/LA_BUONA_SCUOLA_SINTESI_SCHEDE.pdf?v=0b45ec8

[2] Rapporto Bes 2015: Il benessere equo e sostenibile in Italia. Link

[3] Per una critica delle nuove tecnologie applicate al mondo della scuola si veda  A. Scotto di Luzio, Senza Educazione. I rischi della scuola 2.0, Il Mulino, 2015

[4] vedi PIAAC-OCSE- Rapporto Nazionale sulle competenze degli adulti 2014

[5] Nel 2007 i laureati che occupavano un posto di lavoro che non avrebbe richiesto una laurea erano il 14,2 per cento del totale. Nel 2012, erano saliti quasi al 20 per cento. 1 neoassunto su 3 in Italia ha qualifiche maggiori del lavoro che svolge. lhttp://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/07/20/ripresa-senza-qualita-il-capitale-umano-avvilito-dagli-anni-di-crisi10.html

[6] Si leggano le riflessioni di Walter Tocci, La scuola, le api e le formiche, Donzelli, 2015

[7] Sul rapporto tra cultura umanistica e democrazia vedi  M. Nussbaum, Non per profitto, Il Mulino, 2013

[8] Magari aggiornando la legge sulle 150 ore per il diritto allo studio e alla formazione che il sindacato italiano strappò negli anni Settanta. Vedi la testimonianza di Bruno Trentin,  Lavoro e Libertà, Donzelli, 1994

[9]Abbiamo solo un modo di cambiare le cose: metterci a studiare (…). Ti ribelli, spegni cellulari, computer, mail, messaggi, tivù, radio, carriere, piani finanziari, viaggi, relazioni. Spegni. Te ne vai. Tanti saluti. Pensi. Studi. Allora sì che lo studio diventerebbe il gesto più rivoluzionario che possiamo compiere”  P. Mastrocola, la passione ribelle, Laterza, 2015

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JON KRAUSE - Uncertanty and punshment

Jon Krause – Uncertanty and punshment

La nostra è una generazione che per certi aspetti si trova ad affrontare problemi del tutto inediti. I modelli del passato spesso risultano inadeguati e devono lasciare spazio a soluzioni sperimentali. È auspicabile che si dia inizio ad una riflessione collettiva sulla nostra condizione comune, sulla nostra identità e sul significato che vogliamo dare alle nostre vite. Iniziare a pensarsi come una generazione accomunata da esperienze condivise è utile per poter riflettere sulle traiettorie personali di ognuno di noi. Noi giovani dobbiamo iniziare a proporre una nostra visione, sganciandoci dalle rappresentazioni di “bamboccioni” che arrivano da un’altra generazione. Non si tratta di creare una sterile contrapposizione, ma di alimentare una dialettica costruttiva al fine di conquistare un’identità propria.

Filippo Gibiino

A tutti coloro schiacciati sul presente, perché il futuro è un frastuono d’incertezze; a tutti quelli che si barcamenano tra due o più lavori pur di pagarsi un affitto, e conquistarsi così un barlume d’indipendenza; a tutti quei ragazzi italiani emigrati all’estero, che continuano ad elogiare il proprio paese nonostante li abbia cacciati fuori a pedate per mancanza d’opportunità; a tutti quei ragazzi italiani che affrontano le mille difficoltà in patria, e che cercano comunque d’inventarsi qualcosa: a tutti quelli che progettano geniali idee imprenditoriali; a tutti coloro che si muovono in associazioni per risollevare il sociale – un sociale tramortito e inesistente; a tutti quelli che, pur avendo sempre lavorato, non hanno mai visto in vita loro una busta paga; a tutti quelli impegnati nei mille tirocini schiavizzanti, perché, arrivati a una certa, la gavetta è solo una bruta invenzione creata ad hoc; a tutti coloro che studiano ogni giorno, per sé e per gli altri; a tutti i pendolari che si svegliano presto la mattina e tornano a casa stremati la sera; a tutti coloro che svolgono attività invisibili e “fast food”: lavapiatti, camerieri, commessi-col-cappellino-orribile-di-ogni-genere; a tutti quelli che vivono una vita semplice in virtù della complessità che li circonda; a tutti quelli che vivono appartenenze multiple cercando di capire come si fa; a tutti quelli che vengono lasciati soli, ai bordi delle strade, in preda ad una emorragia pubblica, perché non c’è più una visione comune, un senso collettivo che sappia indicargli una via.

Learning to Fly: coping with anxiety in an uncertain world - Gérard Dubois

Gérard Dubois – Learning to Fly: coping with anxiety in an uncertain world

A tutti quelli che non ho nominato, e a tutta quanta la mia generazione, nessuno escluso, perché questa è una generazione con le palle, e voglio dirle grazie, per tutto quello che fa, ogni giorno. Un grazie sconfinato, perché di grazie così ne riceve sempre pochi…

Un sorriso d’intesa a tutti coloro che – ne sono certo – mi capiranno, in questa nostra comune e dilatata nomade condizione; perché se è vero che questo cambiamento epocale ce lo portiamo pesantemente caricato sulle nostre spalle, è anche vero che di tutto questo nessuno ne parla mai: poco spesso siamo nominati e riconosciuti, e proprio per questo pian piano dimenticati, soprattutto da quelli che sono solo bravi a giudicare, o a tacere, e che solo per uno scherzo del destino hanno contribuito consapevolmente a buttarci nella mischia, colpevoli e ignari di quel danno che, così maledettamente egoista, ci avrebbero lasciato in eredità.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Felice Casorati

Felice Casorati

Sono arrabbiato. Sono arrabbiato e incazzato, punto e basta. È inutile che ci giriamo attorno: siamo tutti raccolti qui, al capezzale di una bellezza fuori di testa, e non sappiamo cosa fare (quasi quasi prendo un’altra birra, giusto per temporeggiare, e aspetto che gli altri terminino rassegnati il loro giro tra i corridoi).

Budi Satria Kwan

Budi Satria Kwan

Sembra che tutto non debba cambiare mai. Qui tutto è sempre lo stesso. Forse, ogni tanto, cambiano i sensi unici delle strade, ma – come ben si saprà dalle scuole elementari – cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia mai. Il loro nuovo senso intrapreso verrà immediatamente risucchiato nella consuetudine, che da queste parti si radica a fondo, e farà di tutto per non mollarti più, in quei passi, in quel sole, e addirittura in quelle nuvole, che dovrebbero muoversi, salutare nella loro effimera presenza, ma che per il momento si piantano lì, e non ne vogliono proprio sapere di andarsene. Nuvole, sole, passi: il tempo non è mai esistito, ma tu fai finta che scorra lo stesso, proprio lì, accanto a te, esattamente quando l’onda del mare s’infrange sullo scoglio schizzando per aria, sbeffeggiando i frangiflutti.

Fai fatica a camminare spensierato, tutto l’asfalto è butterato da mini-medi-grandi-crateri, da evitare: la pioggia ha recato solo danni a quelle strade bisunte, bistrattate. Quelle strade. Continuamente rattoppate, coperta su coperta, tampone su tampone, solo per ridurre momentaneamente il danno; un po’ come si fa con i tossicodipendenti, quando si distribuisce loro le siringhe nuove di zecca. Si cerca, alla meno peggio, di limitare inutilmente il (loro?) danno. È la stessa cosa, non cambia nulla: si prolunga solo un’agonia annunciata, uno sguardo perso, sempre per quelle strade. Ah, quelle strade! Se fossero frequentate di più, e non si limitassero ad essere luogo di anonima circolazione fasulla…. Quanto più belle sarebbero.

Mentre cammini vai respirando un’asfissia deleteria, una mancanza di ossigeno che, anche nel peggiore dei casi, sarebbe di beneficio, perché potrebbe portare con sé quell’alito di speranza che riesce a strapparti un sorriso, una visione, un desiderio mai pensato… Manco quello ci resta più: il cielo sembra non voler fare più concessioni. Sono cambiati i tempi in cui ci si poteva prendere il lusso di camminare con la testa per aria, sotto un cielo inutilizzato…

Oggi, invece, cammini per le strade e vedi gente – per la maggiore – costantemente imbronciata, che si ostina a blaterare al vento fatti e tragedie apparentemente insolubili, e che appartengono solo alle proprie insignificanti e minute vite, tutte rigorosamente al singolare. E il vento se le porta vie tutte, tutte puntualmente con quei loro versi piagnucolosi, quelle loro storie da quattro soldi mangiucchiate da labbra pompose e raggrinzite, assieme. Ed è il delirio dell’io, del me riferito solo a me stesso, del “si fa a modo mio”, sempre e unicamente, ad ogni singola occasione raccontabile.

Che ci fosse mai una volta una specie di coralità, un teatrino audace e al contempo collettivo, una rappresentazione in piazza, dove tutti sono parte indispensabile del tutto e contribuiscono, nei loro rimandi complementari, ad elevarlo su ogni cosa, su ogni interesse, su ogni genere di pregiudizio, rivitalizzando quell’alterità che oggi risulta massacrata. Dov’è l’alterità? Che fine ha fatto? Da queste parti, forse, non ha neppure un nome per poter essere indicata col dito.

Frederick Marriot

Frederick Marriot

Sembra che questo “genere di cose” sia rinchiuso nei desideri reconditi di ognuno, lì, da qualche parte, e che non abbia mai accesso ad uno spazio adeguato per muoversi, per dire la sua, per esprimersi nella vita: stenta, tutte le volte, ad avere un riconoscimento per agire, per farsi allusione, quindi concretezza, e alla fine se ne rimane appollaiato lì, a marcire, come se ci fosse sempre bisogno di un’autorizzazione firmata da non so chi per animarlo e smuoverlo… È triste. È davvero tutto molto triste. C’è uno spreco sconsiderato di capitale umano che si potrebbe fare vita ludica a vita. Io credo molto in questa gente, ma questa gente crede troppo a ciò che la gente dice, affidandosi religiosamente a tutto ciò che annuncia perentoriamente il notiziario in TV, alla radio, sul web. Tutti i giorni. È solo lo straniero non regolarizzato che commette il misfatto più efferato, il connazionale è sempre innocente in queste occasioni, o risulta essere solo una sagoma sullo sfondo, che passa di lì per caso. Strano. I dati effettivi sulla criminalità (soprattutto sulla micro-criminalità, cioè quella che dà più fastidio ai cuori e morde più le pance) mostrano un quadro diverso dalla realtà. Forse si saranno sbagliati, i dati. Ma chi ci crede ai dati? Talvolta, sono così freddi… Meglio credere alle persone, no?

E quindi le code si fanno sempre più lunghe e fragorose, agli sportelli di un’amministrazione che dovrebbe essere più trasparente, più chiara, più telematica, in una parola, più veloce. Forse nel medioevo le cose giravano meglio, chissà! (I cavalli sono così eleganti dopotutto). Quella gente stipata, e in attesa di un numero luminoso che dovrebbe squillare tra molti altri numeri prima di lui, non fa che lamentarsi in continuazione, per ogni cosa che non va, per ogni presunto sgarro subito, per ogni cosa che deve essere solo e solamente dovuta, e non fa assolutamente nulla (sempre quella gente) per essere più comprensiva, più smorzante, più da “ti aiuto io se posso, dimmi cosa posso fare”, cercando soluzioni, promuovendone magari di altre, di più innovative, di sua spontanea ispirazione. E invece no, scatta e basta, come una molla che, seppur arrugginita, non delude mai nel suo sobbalzo gracchiante (e a volte anche graffiante – certe vecchie molle fanno davvero male, AHI!) In contro-risposta, dall’altra parte, avviene puntualmente l’erigersi della barricata, dei funzionari, degli impiegati tutti, che si murano dietro la procedura inattaccabile, e che utilizzano prontamente la “formulina magica” per ogni occasione, per ogni evenienza, per eludere lo scontato battibecco, e che fa più o meno sempre così: “Non dipende da me, non è di mia competenza… Queste sono le regole.” Questa è la magia! In Italia, forse, ci sono troppe regole, ed è questo un altro problema: la “gabbia d’acciaio”, che quelle regole provvedono ad allestire, non fa che intorpidire gli animi.

Dov’è finita la famosa partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica – tanto millantata da quei politicanti strozzati di falsità nelle loro sgargianti cravatte – che prevedeva il loro inedito e atteso coinvolgimento ai processi decisionali che li riguardavano più da vicino? Dov’è? Chi riesce a spiegarmelo? Io non so proprio da dove cominciare a cercare… Tutte chiacchiere. Chiacchiere e fuffa.

Questi personaggi giacca e cravatta – che fra un po’, una volta eliminati dalla scena politica, faranno carte false per approdare anche loro all’isola dei famosi – mi ricordano tanto quei “professionisti” che vanno a parlare nelle gremite sale delle università private, pagati profumatamente per non dire assolutamente nulla, per giocare con parole che neppure conoscono a fondo, giusto la patina, e per abbindolare a profusione un pubblico attento ma quasi sempre ignaro del raggiro; di quest’ultimo, il mal capitato pubblico se ne accorge solitamente verso la fine del corso, a giochi quasi fatti (si presuppone, in linea generale, che nella sfera di mercato i tanti soldi spesi conducano necessariamente alla qualità del prodotto acquistato, recando presumibilmente con sé quella cieca rassicurazione “scacciapensieri”. “Pago tanto quindi avrò il prodotto migliore”. Mi spiace, non è sempre una conseguenza logica, anzi – il mercato, per definizione, è sempre bello che incasinato: è capriccioso, come ultimamente lo è il tempo atmosferico: non affiderei a lui (al mercato) il destino “del mio avere” – ops! Volevo dire “del mio essere”, che sbadato!).

Cyril Croucher

Cyril Croucher

È un paese alle strette, o meglio, si sta allargando di molto: tutti partono o sono in procinto di, partire. Lo so perché sono uno fra questi. Le poche cifre che, ogni tanto, spiattellano i centri di ricerca a tale riguardo sono di gran lunga sottostimate. Al contrario: è un vero e proprio esodo di massa, e pochi ne parlano, perché? È per caso un fenomeno che crea scoramento? Strano. Non ci si preoccupa, invece, quando c’è da lanciare bombe di notizie macabre che appaiono scorrendo ogni giorno per tutti quelli schermi illuminati senza freni.

Altro fattore. Ci sono tanti NEET… E chi saranno mai questi ora? Che cosa vogliono da noi? È semplicemente un acronimo inglese (tanto per cambiare), che sta per “Not (engaged) in Education, Employment or Training“, cioè quegli individui che non sono né impegnati nel ricevere un’istruzione né una formazione, o non hanno un impiego né lo cercano; o ancora, che non sono impegnati in altre attività assimilabili, quali ad esempio tirocini o lavori domestici etc.; dicevo, ci sono tutte queste persone (che sì, hanno un nome, ed è solo NEET!!), che se ne stanno a casa a non far nulla, TUTTO IL GIORNO, e continuano a consumare inesorabilmente le poche risorse che ci sono rimaste, come se non ci fosse un domani, e senza produrne di nuove, di risorse. Questi soggetti (queste persone (!)), continuano ad aumentare in maniera vertiginosa, e nessuno ne parla mai.

Ah, vero! La gente crede troppo ai giornali, come fa a credere anche a ste cose di cui i giornali accennano forse solamente? Ci sono troppe cose da credere, bisogna fare una selezione per sopravvivere: è la legge mentale. Io ci credo in questa gente (nei NEET), semplicemente perché – secondo le loro “argute” definizioni – dovrei essere, al momento, uno di loro; dovrei rientrare nello loro statistiche sconclusionate (ah, per la cronaca, sono uno di loro anche perché faccio un lavoro a nero (quindi sono “oscuro” e non figuro nelle loro statistiche)), come quasi tutte le persone della mia età che vogliono tirare avanti, e che cercano nel loro piccolo di far qualcosa; sempre per la cronaca – parte seconda, e sempre a proposito di statistiche che non servono a nulla, se non a romperti i coglioni mentre stai cercando di fare la tua vita – mi chiama “Alma laurea” (chi si è laureato in Italia sa per forza cos’è), e nella trafila nel suo inutile questionario telefonico mi fa la cruciale domanda concatenata: “Lei al momento svolge un’occupazione? E se sì, di che tipo?” Mia risposta (in pausa lavoro e in attesa di rientrare): “Sì, svolgo un’occupazione a nero e, per la precisione (“dato che siete precisi”, ho pensato), lo faccio indossando una felpa dell’Alma Mater Studiorum, sì, proprio quella comprata per farmi figo all’università… Posso andare ora? Abbiamo finito?”. Risultati dell’inchiesta: disastrosi. Ma non per i risultati in sé, quello è scontato. Parlo invece della loro utilità in termini di rinsavimento del fantomatico collegamento Università-Occupazione (o “mondo del lavoro”, come preferite).

untitled1E allora? Cosa succede? Succede che questo paese è in coma. È una bella ragazza con i capelli vaporosi e acciambellati sul cuscino, ben pettinati ogni giorno dalle vecchine sedute sulle sedie, e che si lascia impegnata in quel sonno misterioso e profondo lontano da tutti noi (soprattutto da noi giovani, che innamorati pazzi di lei siamo costretti a partire e dirle “ciao”, in lacrime, senza che lei abbia la premura di dirci nulla), e che anche se la smuovi leggermente lei non si muoverà da lì, mai, per nessuna ragione: sta bene come sta. Le puoi sussurrare all’orecchio, e raccontarle i tuoi desideri che hai in serbo per te e per lei da un sacco di tempo; ricordarle le gesta miracolose della sua storia, una storia che è a dir poco incredibile, forse la più bella di tutti i paesi che esistano al mondo. Puoi dirle che hai un assoluto bisogno di lei, ora, e che hai provato l’impossibile senza il suo aiuto, ma che ormai sei arrivato alla frutta, e non puoi proprio non chiamarla in causa. Nulla. Lei non ti risponderà mai: rimarrà lì, immobile, con il suo celestiale sorriso che ti prenderà per il culo. Quindi cos’altro dirvi: l’Italia è decisamente in coma, e non accenna minimamente a svegliarsi, a dare cenno alcuno.

E allora che si fa? Si stacca la spina e ci s’inventa, tutti insieme, una patria nuova? E da dove si comincerà mai? Come si incastrano i mattoni (e con cosa??) per mettere su un intero palazzo-Paese? È mai esistito un sistema-Paese-Italia? Mi chiedo. Forse si dovrebbe ricominciare guardando indietro al futuro, e guardando avanti al passato, assieme: due prospettive che si rimboccano le mani e se le stringono, vicendevolmente. Vi deve come essere una specie di sposalizio tra le due (tradizione e innovazione a braccetto: come sono belle messe insieme! Un unione di fatto!) Bisognerebbe rigenerare un welfare serio, pensando soprattutto a quelle nuove generazioni che non hanno (e non avranno) davvero nulla, e che non vengono minimamente considerate (che cosa sono le nuove generazioni? Di che cosa stiamo parlando? Mah!).

Errore straordinario questo, dato che sono l’unica ricchezza che ancora ci rimane, considerata l’instabilità del tipo di elettricità che alimenta ancora quelle macchine che la mantengono in vita, la nostra-patria-in-coma (i due tipi di elettricità che, per il momento, ci stanno salvando il culo dall’inevitabile baratro sono, nella fattispecie, le rendite patrimoniali e il “welfare dei nonni”, l’unico welfare ancora rimasto in Italia – per chi non lo sapesse, il “welfare dei nonni” è, riduttivamente, la paghetta che ti dà tua nonna (o tuo nonno) per comprarti un gelato, o per farti un viaggetto in provincia; rendendolo invece un tantino più complesso, questo welfare può essere indicato come l’aiuto che i nonni danno a genitori entrambi lavoratori con figli, e che non possono permettersi di pagare le rette degli asili nido perché rincarate a dismisura… I nonni, quindi, colmano un vuoto siderale di un welfare che non c’è (o se c’è è gestito malissimo, perché c’è uno spreco di risorse che va in tasca a chi non dovrebbe andare), e che non potrebbe essere colmato da quei genitori (e sono tanti oggi) che non riescono assolutamente a conciliare i tempi di cura con i tempi di lavoro (perché negli altri Paesi ci riescono? Sono così diversi da noi?) Questo welfare quindi, quello cioè messo-in-pratica-dai-nonni, è l’unico welfare ancora vigente in Italia; chiusa parentesi lunghissima, scusate)…

… Dicevo dell’instabilità di questi due tipi di elettricità, e cioè: le rendite patrimoniali, pian piano, se le prenderanno tutte gli stranieri-coi-soldi, e che sono talmente innamorati del nostro bel Paese da fare pazzie inimmaginabili: ci stanno letteralmente saccheggiano, e noi non ce ne accorgiamo perché abbiamo un immediato (e disperato) bisogno di soldi (vedi i cinesi che si presentano nei locali con valigette stracolme di contante). Quindi non facciamo che vendere al miglior offerente le nostre inestimabili proprietà.

Per quanto riguarda invece i nostri nonni (cioè gli anziani), è vero il fatto che sono tantissimi, ma prima o poi moriranno, come tutti noi, quindi gli effetti immediati che, nello specifico, subiranno le famiglie in loro mancanza saranno a dir poco disastrosi. Si potrà dire che, al contrario, con la loro morte, la spesa socio-sanitaria potrà respirare un po’, dato che in loro assenza diminuirà sensibilmente… Ma io di questo non ne sarei così sicuro, dato che l’Italia in prima fila, assieme alla “cattiva-mamma-Europa”, si appresta a diventare, tra pochi decenni (ma in realtà ne siamo già immersi fino al collo), il territorio con il più alto tasso di anzianità al mondo, relativamente al numero complessivo della popolazione che vi abita, naturalmente (!)…

Gatto Bravo

Gatto Bravo

I panni dunque sono sciorinati, e c’è un profumo che pervade l’aria da far invidia a tutte le bolle di sapone di tutte le lavanderie di tutto quanto il mondo intero: da queste parti, nei centri storici dimenticati da Dio, è uno degli odori più benefici e più rilassanti di tutti. Per non parlare poi delle fragranze tipiche di quei pranzi domenicali interminabili, con i loro succulenti ragù, le loro fritture fantasiose, le polpette saltellanti e gioiose su per i pendii di ciotole traboccanti, che indicano, da lontano, quelle sontuose parmiggiane di melenzane, armoniose e campeggianti su quelle tavole rigogliosamente imbandite: tutti questi odori si legheranno nelle stradine, quelle più nascoste, dove i vicoli della tua infanzia saranno raggiunti da quella brezza marina che ti mancherà, oh sì che ti mancherà…

Ti lascerò, a malincuore, mentre sei posata su quel letto eterno, e mentre chi rimane qui non farà altro che violentarti ancora, abusare di quel poco che ti rimane, per prendersi l’ultimo bagliore di bellezza che c’è sempre in te, nonostante il tuo stato precario di salute, nonostante gli scandali che ti vedono come protagonista a causa loro, nonostante tu stia diventando sempre di più la terra di nessuno.

Partirò, mi informerò, studierò ancora e sempre di più, e ti porterò la cura, te lo prometto: dovessi lambiccarmi il cervello sino all’esaurimento. Ti porterò tutto quello che ti occorre, affinché i tuoi occhi possano incontrare nuovamente i miei, ancora una volta, giusto per ricordarmi che effetto fa. Ma ora scusami, devo andare.

Ciao mia bella ragazza, ciao mia bella Italia.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

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Questa lettera è stata scritta da un ragazzo figlio del suo tempo: disoccupato e in costante ricerca di un lavoro, si ritrova nel periodo Natalizio ad avere le sue speranze, i suoi sogni, completamente infranti: in altre parole, sente di aver gettato un po’ la spugna. Così, senza una motivazione logica, decide di fare una cosa che non faceva da tantissimo tempo. Infatti, l’ultima volta che ha fatto questa cosa non se la ricorda proprio più: scrivere una lettera a Babbo Natale. Pur consapevole di essersi deciso a scriverla un po’ in ritardo (non si sa se la lettera arriverà in tempo, visto l’impazzito traffico natalizio), confida che, in un modo o nell’altro, Babbo natale riuscirà ad aprire la sua busta, a tastare la carta e leggere questa sua lettera, perché, in questa, ha cercato di scrivere tutto quello che, per una cosa o per l’altra, non è riuscito a dire a nessun altro in tutto questo suo tempo di frustrazione e di rassegnazione prematura. Per circostanze fortuite, noi abbiamo la possibilità di leggere questa sua lettera…Mi chiedete il perché? Perché, fondamentalmente, c’è stata una violazione della sua privacy, e un postino parecchio ubriaco ha deciso di scartare la sua busta spinto dal piacevole tatto che gli provocava tra le dita, e mosso inoltre da una sua insondabile curiosità di scoprirne l’effettivo contenuto – questo è quanto ci ha riferito (questi ubriachi!). Altre motivazioni non ci sono pervenute, ma questo poco importa: importa solo che la lettera sia stata definitivamente spedita e che, in questo momento, stia viaggiando per arrivare al suo effettivo destinatario: il Babbo dalla barba più bianca che c’è. Ad ogni modo, dato che siamo troppo curiosi come quel postino, e a breve saremo anche noi – ce lo auguriamo – piuttosto alticci, leggiamo insieme cosa ha scritto prima che sia troppo tardi. Forse, in atmosfera natalizia, tutto ciò potrebbe oltremodo interessarci:

Caro Babbo Natale,

non ricordo sinceramente l’ultima volta in cui ti ho scritto una lettera, ma sarà stato parecchio tempo fa. Probabilmente all’epoca pensavo sul serio che tu esistessi, e che scendessi da quella specie di camino (che camino esattamente non era) dove Papà era solito arrostire i polipetti appena pescati; e mi preoccupavo tantissimo per te, non sai quanto, perché la canna fumaria era veramente nera, e quando sbirciavo in su constatavo, assurdamente, di quanto il suo buco in cima fosse davvero piccolo; uno spiraglio di luce. Allora mi chiedevo come diavolo facevi, tutte le volte, a calarti giù da quella sporca angusta strettoia (anche se l’odore dei polipetti arrostiti doveva essere stata una cosa mondiale, dico bene??). Quando ritrovavo però i miei regali sotto l’albero pensavo sempre che eri stato un grande, e per questo mi meravigliavo ogni volta della tua dimestichezza con questo genere di cose. Mi sorprendevo del tuo trasporto, della tua magia: riuscivi, non si sapeva come, a portare a tutti i bambini i loro regali, qualsiasi fosse stato l’ostacolo che te lo avesse impedito.

Col tempo però scoprii che tutta questa magia non era altro che un’elaborata e sofisticata menzogna; che tu in realtà non esistevi per davvero, e che eri solo una figura inventata lì per lì per instillare nei bambini sogni e speranze. Incarnavi, in quei nostri sogni, la consapevolezza di un Babbo buono che dispensava doni a tutti, anche se noi bambini avevamo fatto un po’ i cattivi durante quell’anno. Eri, insomma, quella figura così umana che riusciva a ristabilire, con la sua risata da orco buono, la pace e la felicità in un mondo di ansie e di frenesie: che riusciva, in un certo senso, a ripristinare l’equilibrio ovunque andasse, e ovunque fosse trasportato dalle sue renne – anche qui non si sapeva come – volanti; esattamente come quando, lentamente e in un dolce balletto, cadono i fiocchi di neve ricoprendo tutto: non importa cosa ricoprono ma lo ricoprono e basta, e tutto sembra più bello come un sincero sorriso dalla finestra.

Ormai sono diventato grande e non penso di credere più a queste cose: non penso, insomma, che tu esista per davvero. Nonostante questa mia incredulità però, e la mia ormai tramontata propensione verso questo genere di credenze, ho deciso di scriverti una lettera lo stesso, sperando che in qualche modo (non so davvero ancora come) tu riesca a leggere cosa avevo da dirti per questo Natale.

Forse in questi tempi di crisi ho perso davvero il mio personale trasporto per ogni cosa, mi sento come se fossi in scacco e tutto fosse vano, nonostante i miei tenaci tentativi di creare qualcosa, di dare qualcosa a me stesso e a gli altri. Non so come siamo capitati a vivere questa orrenda situazione, ma so di per certo che quello che provo io lo provano tanti altri ragazzi come me: lo sento da loro, lo percepisco quando vedo i loro stanchi volti, lo vedo ripetutamente nei loro sorrisi spenti. E questi sono gli stessi ragazzi che in passato sono stati bambini, esattamente come me, e credevano ciecamente e incondizionatamente in te, nella magia della speranza che dispensavi ad ogni Natale. Ora, questi ragazzi si ritrovano ad essere dei bambini cresciuti: non solo sono disillusi da quel genere di magia che tu non facevi altro che trasportare con la tua polvere di stelle, ma si ritrovano anche ad essere completamente rassegnati e impotenti di fronte ad un futuro che si prefigurano sempre più come oscuro, sempre peggio, senza alcuna via d’uscita. Forse starò esagerando, forse non è tutto negativo come lo sto descrivendo io, ma è quello che sento, e penso che troverei tanti ragazzi della mia età pronti a sottoscriverlo così, parola per parola.

A dire il vero, non so perché io ti stia scrivendo. Forse perché davvero ho perso tutte le speranze e volevo ancora una volta illudermi. O forse perché, anche non credendoci più, credo nel luccichio festoso di quei bambini che ci credono ancora, in quel poco che basta a farli viaggiare con le loro menti, incredibilmente, da bambini.

Santa_by_jinnyLa crisi d’identità della nostra epoca è parecchio profonda. Probabilmente da lassù, dal Polo Nord, te ne potrai chiaramente rendere conto, avendo sicuramente una sguardo più prospettico e più comprensivo sulle cose. Quello che però voglio dirti, al di là di quello che tu possa realmente fare, è di presentarti nei pensieri di quei ragazzi che vivono brutalmente questa situazione, e dispensare uno di quei tuoi famosi e barbosi sorrisi; e magari anche un abbraccio di speranza, se ti va, perché oggi, più che mai in questo natale, ne abbiamo un estremo bisogno.

Forse sto parlando a nome di tutti impropriamente. Forse ancora una volta starò esagerando. Ma non penso che i ragazzi in generale si sentano utili a far qualcosa oggi. Non penso che siano veramente motivati nel fare quello che potrebbero fare in maniera eccellente; e magari non hanno ancora capito cosa possono fare di concreto perché semplicemente nessuno li riconosce come umane potenzialità; perché, fondamentalmente, nessuno li riconosce, punto. Noi giovani dovremmo essere la risorsa del futuro, il motore del domani che verrà, e invece veniamo trattati continuamente come lo scarto, come un qualcosa che più passa il tempo e più si rendere invisibile. Invisibile a se stessi, prima che agli altri.

E allora ripieghiamo sul falso divertimento, sulle droghe, leggere e pesanti, per dimenticare. Per non pensare. Per staccare la spina da questa realtà: brutta, fredda e brutale… Senza emozione. Un realtà dominata dalle disuguaglianze più marcate. Dai ricchi che diventano sempre più ricchi e dai poveri che diventano sempre più poveri. Da una realtà egoisticamente concepita, che si fa beffa di tutto e di tutti e che acquista ogni dannata cosa al mercato dei consumi, perché solo lì e solo così, oggi, gira il mondo. Il neoliberismo ha sradicato il sociale che ci rendeva uniti, e tutti noi non abbiamo più un’identità solida con la quale interfacciarci, un sentimento condiviso con cui scambiare idee e parole di conforto. Certo, forse siamo dotati di più identità, quelle identità plurali che ci permettono di vivere in una società globalizzata dalle mille possibilità. Ma queste identità pluri-genere non hanno un filo conduttore che le riconduce ad un’unica personalità: il mio carattere, la mia persona che crea e agisce nel mondo non avrà mai una dignità se non gli sarà concessa l’opportunità di averla; se non gli sarà data la possibilità di creare qualcosa per il futuro dei suoi figli. E quindi tutti questi ragazzi spossati si ritrovano oggi a casa, senza fare nulla, senza avere un lavoro da fare e un lavoro che consente loro di autonomizzarsi, di andare via di casa, di avere una propria dignità: quel lavoro che possa redimerli dalla nullafacenza della loro deleteria condizione. Forse tu mi dirai: “Beh, dovrai impegnarti un pochino di più se vuoi ottenere qualcosa. Lo so che attualmente è più difficile di qualche tempo fa, ma se non muovi i primi passi non arriverai mai a nulla: nessuna possibilità piove dal cielo se non incominci davvero a fare qualcosa”… Questa mia immaginaria tua affermazione potrebbe avere un senso, probabilmente, ma non quando i giovani, risorsa preziosa per il futuro, sono completamente lasciati a se stessi; non quando il mondo gliel’hanno consegnato guastato e poi sono pronti a dire “Vedetevela voi, noi non possiamo farci più nulla, e questo è…”.

La verità è che troppe politiche sbagliate sono state fatte nell’ultimo trentennio. Politiche di “sganciamento” e di riduzione dello Stato, nella convinzione che questo fosse il male in terra e che usurpasse le nostre individuali libertà. Si pensò che era meglio lasciare la società senza una direzione da seguire, senza una pianificata programmazione all’alto, perché solo così si potevano realmente realizzare le singole libertà di ognuno: lo Stato-Nazione, la concezione di bene comune, era troppo limitante in questo senso: bisognava cambiare. In America, un gruppo di studiosi di Chicago pensò bene di riesumare delle idee “contro lo Stato”, idee e concezioni che erano state concepite, in origine, da degli intellettuali austriaci. Quest’ultimi pensarono che era meglio limitare i poteri dello Stato, perché avevano troppo vissuto male il periodo tra le due guerre mondiali, e non volevano assolutamente rivivere un ulteriore periodo in cui lo Stato si trasforma in uno Stato dispotico, in un dittatore che si arroga il diritto di “dirigere” e di dettare le sorti della vita di ogni singolo individuo.

Così scrissero le loro idee di Società e, in un primo momento, non se li cacò nessuno. Poi questi giovanotti americani ritrovarono queste scritture e cominciarono a proporle alla nuova politica che avrebbe cambiato il mondo, che lo avrebbe reso più “libero”, più “autonomo”, più capace di creare “ricchezza per tutti”: e come non poteva sposarsi tutto questo con una cultura americana votata al progresso e che celebra lo slogan del “Self-Made Man”, e cioè dell’” uomo che si fa da sé”? E così abbiamo avuto la globalizzazione, che è stata, in un primo tempo, una sorta di americanizzazione, e che, se da un lato ci ha permesso di confrontarci sempre più spesso con tante altre diversità e tanti altri popoli della terra (una figata assoluta!), dall’altro ci ha pian piano prosciugato delle nostre autentiche identità, quelle identità sedimentate nei nostri luoghi, quegli stessi luoghi che abitiamo e attraversiamo nelle nostre vite. E allora per poter sopravvivere a tutto questo dovevamo diventare egoisti, idolatrare il Dio denaro e fregarcene di tutti, proprio di tutti quanti, nessuno escluso, per poter andare avanti e pensare solo a noi stessi.

SantaTwainDetto ciò, io per questo natale non vorrei proprio nulla, te lo dico proprio col cuore in mano, perché, altrimenti, se
cominciassi a chiedere qualcosa poi vorrei troppo. Tuttavia, se ci penso un attimino, su quel che desidero davvero, non penso che sia così difficile ottenerlo: da uno come te poi, tutto è possibile! Ecco, se proprio dovrei avanzare dei desideri vorrei…

Vorrei che le persone fossero un po’ più gentili, le une con le altre, perché è con la gentilezza che si misura il grado di civiltà in una società che si ritiene tale.

Vorrei che si cominci solo a sospettare (solo a sospettare, non a pensare seriamente) che il denaro, e tutto ciò che esso comporta, non è la vera felicità, e che porta solo alla miseria individuale, sempre e comunque: è una cosa che corrode e poi ti rende ancora più misero di prima.

Vorrei che i potenti della terra si rendessero conto di quanto siano soli e spregevoli nelle loro “gabbie” piene di lussi sfrenati, perché le loro fortune, e sono solo fortune (ereditate e guadagnate a discapito di altri), diventano davvero fortune se vanno condivise con gli altri.

Vorrei che si facesse più beneficenza, quella vera, quella anonima, e non solo quella di facciata che si fa solo per avere un tornaconto di immagine.

Vorrei che alle forme si sostituissero di più i contenuti, e che l’apparenza ceda il passo al senso autentico che sempre c’è dietro, bello o brutto che sia.

Vorrei un mondo più uguale, con meno sperequazioni inique che fanno soffrire sempre di più la povera gente, che ha sempre lavorato e che si è sempre spaccata la schiena solo per un sorriso: vorrei più giustizia sociale, dato che ormai è passata di moda.

Vorrei meno televisione e più libri: una biblioteca nella mia città piena di libri.

Vorrei più piazze piene e meno gente che riempie i supermercati.

Vorrei che a tutti i ragazzi fosse data la possibilità di studiare, come è stata data a me, perché lo studio è ricchezza, lo studio è saper leggere il mondo ma è, soprattutto, emancipazione da sé.

Vorrei che fossero valorizzate le nostre distinzioni, le nostre differenze di qualsiasi tipo, di razza, di genere, differenze nei gusti sessuali, perché sono solo le differenze che creano le scenografie migliori: il piattume del gruppo dove tutti sono fotocopie degli altri mi annoia.

Vorrei che si pensasse di più agli altri e meno a se stessi egoisticamente, anche se questa cosa pare una cosa trita e ritrita e, ciononostante, non si riesce mai a fare per davvero.

Vorrei dei veri amici, e non quelli che ti girano le spalle alla prima difficoltà, o quelli ancora che ti sfruttano perché vogliono solo qualcosa per sé (tristezza).

Vorrei una ragazza che vuole viversi una relazione, seriamente e spensieratamente, e non che debba avere sistematicamente paura del dolore che potrà manifestarsi dopo, cioè quando la relazione volgerà al termine: la vita è piena di alti e bassi e va preso tutto il pacchetto se si vuole vivere veramente, altrimenti cedi il biglietto ad un altro e rinuncia al tuo viaggio.

Vorrei che ci fosse più coscienza comune, in un popolo disorientato e ormai allo sbando.

Vorrei che si facesse più politica seria, perché la politica non è un male in sé: parla del nostro futuro. Sono quei poveri che al palazzo credono di avere le risposte per noi che l’hanno svuotata di senso.

Vorrei un mondo più globale, ma più globale in senso umano.

Vorrei che ci fosse più Stato e meno mercato. Lo Stato è la garanzia per i nostri diritti. Il mercato, invece, se non ben regolamentato, è solo la giungla degli egoismi e dell’usa e getta per antonomasia.

Vorrei godermi un tramonto senza preoccuparmi di respirare delle polveri sottili e nocive, derivanti da un inquinamento selvaggio che ha ormai portato al collasso la nostra terra, che è malata e si ribellerà, fra non molto.

Vorrei più amore e meno menefreghismo.

Vorrei più considerazione per gli altri e meno quel via vai di gente che non si considera nemmeno.

Vorrei che tutti i soldi spesi per gli addestramenti militari, per le armi, e per la realizzazione di guerre fossero impiegati per rivitalizzare i paesi che non hanno davvero nulla (tante cose si potrebbero risolvere tramite quegli “investimenti”, che chiamarli in questo modo mi viene il vomito); perché queste pratiche, oltre a disumanizzare e togliere un cervello a chi di mestiere fa il soldato, non portano davvero a nulla, se non alla distruzione e alla morte. Questi addestramenti disumanizzanti non servirebbero neppure a fronteggiare un’improbabile invasione da parte di simpatici extraterrestri venuti da molto lontano: tanto ci farebbero il culo lo stesso.

Vorrei più luoghi e meno non-luoghi.

Vorrei stringere la mano a più persone che posso, perché so che, anche se a prima impatto possono non piacermi, avranno sempre qualcosa di diverso da dirmi.

Vorrei un mondo in cui i giovani contano, perché se ci viene data una possibilità, noi la sapremo di certo sfruttare, e vi renderete conto, voi, poveri padri increduli e sfiduciati e miscredenti – e che vi siete pappati davvero tutto – che noi, seppur con le nostre debolezze, siamo gli esseri al momento più innovativi sulla faccia di questo pianeta. E spacchiamo.

Vorrei, vorrei… Lo sapevo che se ti avessi scritto sarebbe andata a finire così: era da tanto che volevo scriverti tutte queste cose. Ecco perché.

Un saluto affettuoso, e un felice natale anche a te.

Anonimo

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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