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mau_tweety - The black sheep...

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E’ bastato che il Sole 24 Ore  ventilasse l’ipotesi di un probabile abbassamento della soglia di esenzione dall’imposta di successione nella prossima finanziaria – dall’attuale 1 milione di euro a 300.000 euro – per scatenare il finimondo: Daniele Capezzone e altri parlamentari di Forza Italia tuonano contro l’ ennesima “mazzata sui contribuenti”, mentre l’economista Francesco Forte scrive su “il Giornale” di nuova “nefandezza fiscale”. Questa opposizione pregiudiziale del fronte liberale all’imposta di successione appare errata per le seguenti ragioni.

L’IMPOSTA DI SUCCESSIONE: UNA TASSA LIBERALE

L’imposta di successione grava – in modo progressivo – sui patrimoni che ognuno ha avuto la fortuna di ereditare senza merito alcuno; favorendo così l’eguaglianza dei punti di partenza e quindi delle opportunità tra gli individui (Luigi Einaudi). Se l’imposta sul reddito disincentiva lo sforzo lavorativo e quella sul patrimonio il risparmio, incidendo negativamente sulla crescita, quella di successione è il perno di un sistema economico fondato sulla mobilità sociale. Non a caso i Paesi dove le aliquote fiscali sui patrimoni trasmessi hanno storicamente raggiunto i valori più elevati sono quelli anglosassoni.

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IL CONFRONTO INTERNAZIONALE

In Italia la tassa di successione è stata eliminata dal governo Berlusconi nel 2001, e poi reintrodotta, con franchigia molto elevata (1 milione di euro) e con aliquota massima molto bassa (8%), da Prodi nel 2007. In Germania l’aliquota più alta applicabile alle successioni fra parenti diretti è il 50%, in Francia il 48%, in Inghilterra il 40%, negli Stati Uniti il 35% (Fonte: Piketty, 2014); in Belgio addirittura il 60%. Intendiamoci, in nessuno di questi paesi l’imposta costituisce una fonte di prelievo elevata. Ma il gettito fiscale procurato è dovunque maggiore che in Italia.

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L’ASCENSORE BLOCCATO

L’Italia è un Paese contraddistinto da alta disuguaglianza e bassa mobilità sociale, come certificano due recenti rapporti pubblicati dall’Ocse (Growing Unequal? del 2008 e Divided We Stand del 2011). Nonostante tanta retorica sul merito, le condizioni socioeconomiche della famiglia d’origine rimangono i fattori che più di ogni altro spiegano le differenze di reddito e ricchezza tra gli italiani. In uno studio pubblicato nel 2012, la Banca d’Italia scrive che “i trasferimenti ricevuti sotto forma di eredità o donazioni rappresentano una quota consistente della ricchezza netta delle famiglie, valutabile tra il 30 e il 55 per cento” – specificando inoltre che “ i trasferimenti di ricchezza ereditaria sono relativamente concentrati e fonte di disuguaglianza ( pp. 17-18); Per tutti questi motivi, una riforma fiscale organica che contempli un’imposta ampia e progressiva sulle eredità – alleggerendo quella sui redditi da lavoro e impresa – appare opportuna per far uscire l’Italia dall’attuale stato di Ancien Régime. Che ha però nei liberali nostrani i difensori più accaniti.

Federico Stoppa

Fonte: NeXt Quotidiano

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IlConte

IlConte

Tra le ermeneutiche prevalenti della pluriennale stagnazione economica dell’Italia c’è quella che attribuisce la caduta della produttività totale dei fattori all’insufficiente sforzo nel porre in essere innovazioni di processo[1] e di prodotto da parte delle imprese italiane. La mancata crescita dell’output per ora lavorata sarebbe così spiegata dalla debole dinamica degli investimenti produttivi.

Va sottolineato che la quota del Prodotto interno lordo italiano destinato agli investimenti fissi lordi è pari a circa il 21% (dati Banca Mondiale, 2008), valore pressoché identico a quello che rileviamo in Francia e di poco superiore al dato tedesco (19%). L’accumulazione del capitale è continuata in maniera sostenuta per gran parte del primo decennio del nuovo secolo: la crescita media annua è stata pari al 2%, contro l’1,2% della media dell’Eurozona. Tuttavia, se ci si concentra sulla composizione degli investimenti, si scopre che in Italia si è investito con più vigore in altri macchinari, attrezzature e immobili, mentre si sono trascurati gli asset intangibili (brevetti, ricerca e sviluppo, formazione), veri driver di crescita della produttività in un’economia avanzata (fig.1 e 2). Tale fenomeno di bassa accumulazione di capitale ad elevata tecnologia sembra trovare una spiegazione plausibile in quello che Paolo Sylos Labini (2004, p.33) ha definito “Effetto di Ricardo”, il quale sosteneva che “le macchine e il lavoro sono in costante concorrenza fra loro e spesso le prime non possono essere impiegate fino a quando non diventa più caro il lavoro”. In Italia, infatti, “dalla metà degli anni novanta, infatti, l’aumento della flessibilità nell’utilizzo del lavoro, la lunga fase di moderazione salariale e la rapida crescita dei flussi migratori hanno reso meno costoso l’impiego del lavoro rispetto al capitale. Ne è seguito un rallentamento dell’intensità di capitale nei processi produttivi (Brandolini e Bugamelli, 2009, p. 47).

Appare quindi appropriata la sintesi di Pierluigi Ciocca (2003, p. 4), secondo il quale nel nostro Paese ”è mancato un balzo all’insù degli investimenti – segnatamente in R&D – per il quale pure vi erano i mezzi finanziari. Superata la recessione del 1992-93 la quota dei profitti sul reddito nazionale, il saggio del profitto sul capitale investito, il rendimento degli attivi d’impresa sono tendenzialmente aumentati. Si sono situati su valori in media superiori a quelli degli anni precedenti la recessione”.

 

Fig. 1: Investimenti fissi lordi, var.medie % in Italia. Fonte: Istat, Conti nazionali

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Fig. 2: Scomposizione investimenti fissi lordi, in % del totale. Fonte:Ocse

investimentiNonostante i processi di ristrutturazione che hanno avuto luogo all’interno del sistema produttivo italiano nella seconda parte del Duemila, la spesa in Ricerca & Sviluppo da parte delle imprese si è mantenuta su importi relativamente bassi. La spesa in R&S ammonta infatti allo 0,6% del Prodotto, contro l’1,1% della media UE, a 15 paesi, il 2% della Germania e l’1,5% della Francia (dati riferiti al 2010). Appare lontano il raggiungimento del target del 3% del PIL indicato dalla nuova agenda di crescita predisposta della Commissione Europea “Europa 2020. Considerando la sola industria manifatturiera, l’incidenza della R&S sul valore aggiunto nel 2007 era pari al 2,3% in Italia, contro il 7,4% della Germania e il 9,7% della Finlandia. Inoltre, i brevetti registrati all’Ufficio Brevetti Europeo (EPO) da parte dell’Italia nel 2001 ammontavano al 7,8% del totale, contro il 49,1% della Germania e il 16,1% della Francia.

In generale, la propensione all’innovazione è correlata positivamente con i seguenti fattori: a) la dimensione dell’impresa[2]; b) la disponibilità ad attingere a fonti di finanziamento esterne all’impresa c) l’autonomia decisionale del management dalla proprietà; d) la presenza di capitale umano qualificato.

L’Italia appare carente in ciascuna delle voci sopra citate.

In particolare, per unità produttive piccole e frammentate, come quelle che formano il capitalismo molecolare italiano, risulta estremamente complicato sopportare elevati costi fissi in laboratori di ricerca, acquisizioni di licenze e brevetti, attività di marketing[3]. Infatti, esse risultano sottocapitalizzate, dipendenti dal credito bancario di breve termine, escluse da un efficiente mercato dei capitali, chiuse in sistemi di proprietà e controllo estremamente rigidi e poco propensi al rischio.

Alcuni dati possono meglio evidenziare quanto appena affermato.

Le passività. Nel 2006, la quota dei debiti a breve termine delle imprese era pari, complessivamente, al 56,8% dei debiti finanziari. Nello stesso anno, per le piccole e medie imprese (fino a 250 addetti) il peso del debito a breve termine saliva al 67% del totale delle passività.

Gli assetti proprietari e il management. L’Italia si caratterizza per una quota rilevante delle imprese a conduzione familiare sul totale (85,4%), di poco più elevata della Francia (80%) e più bassa della Germania (89%). L’anomalia italiana riguarda invece il management. Questo è nel 66% dei casi scelto per legami più o meno stretti con la proprietà familiare, contro il 28% dei casi in Germania e il 62% in Francia.

Per quanto concerne la specializzazione settoriale, Bugamelli (2012, p.13) evidenzia che l’innovazione è più concentrata nella manifattura, ed in particolare in settori quali la fabbricazione di apparecchi radiotelevisivi, per le comunicazioni, medicali e di precisione, nel settore farmaceutico, nelle macchine per ufficio e negli altri mezzi di trasporto. Mentre l’attività innovativa è più contenuta in settori quali il tessile e l’abbigliamento, il cuoio e le calzature, nei prodotti in legno e la metallurgia. Comparti che hanno un’incidenza cospicua nel valore aggiunto manifatturiero italiano. In particolare, i dati della Banca d’Italia dimostrano che il peso (sul totale del valore aggiunto manifatturiero) dei settori manifatturieri nei quali è minore l’attività innovativa è del 13,6% in Italia, del 5,2% in Francia e del 3% in Germania. Mentre i settori più propensi all’innovazione incidono per il 16,4% del valore aggiunto in Italia, per il 19,7% in Francia e per il 20,8% in Germania. Tuttavia, come dimostrano Brandolini e Bugamelli (2009), la specializzazione produttiva non è in grado di spiegare in maniera esaustiva la scarsa innovazione delle imprese italiane: il gap innovativo tra l’Italia e gli altri paesi avanzati riguarda tutti i settori.

D’altro canto, gli indicatori formali dell’attività d’innovazione – spesa in R & S e numero dei brevetti depositati – proprio per la natura peculiare del nostro sistema produttivo, sembrerebbero sottostimare lo sforzo innovativo delle imprese. Tale sforzo, secondo le indagini della Community Innovation Survey, risulterebbe sì inferiore alla Germania e ai paesi scandinavi, ma superiore a Francia e Spagna[4]. In sintesi, le imprese italiane introducono innovazioni di prodotto di tipo incrementale, volte a migliorarne la qualità, che richiedono però una minore disponibilità di risorse finanziarie e una dotazione di capitale umano meno qualificata rispetto a quella che sarebbero richieste per porre in essere attività formale di ricerca in laboratori e centri di ricerca.

Un assetto produttivo siffatto è vulnerabile per due ragioni. In primo luogo, esso è soggetto ad un vincolo di tipo tecnologico: l’upgrading dei processi di produzione avviene acquistando beni di investimento (macchinari) ad alto valore aggiunto importati da paesi esteri, in specie dal Centro-Nord Europa. Le imprese italiane, non avendo una capacità autonoma di generare innovazione, sono fortemente dipendenti da quella estera. Ciò incide negativamente sulla bilancia dei pagamenti (competitività) e la produttività. In secondo luogo, il sistema produttivo italiano, così com’è configurato, offre poche possibilità di impiego alle persone più qualificate, e dunque risulta per questo meno predisposto all’innovazione. Secondo l’associazione Almalaurea (2012), dal 2004 al 2008 – cioè prima della crisi – la quota degli occupati nelle professioni ad alta specializzazione sul totale in Italia è diminuito dal 19% al 17%, mentre è cresciuto in media nei 27 paesi dell’Unione Europea (dal 20% al 22%). Rispetto alla media europea, nel 2010 l’Italia aveva, sul totale degli occupati, un’incidenza maggiore delle persone che avevano giusto completato la scuola dell’obbligo o che possedevano addirittura un titolo di studio inferiore – 35,8% contro 22%- e un numero inferiore di diplomati (-2,1% rispetto alla media EU27) e soprattutto di laureati (-12% circa,)

Per superare questi handicap strutturali, l’Italia dovrebbe progettare una politica industriale e dell’innovazione lungimirante e di ampio respiro, con degli obiettivi precisi. In primo luogo, si dovrebbe favorire la capitalizzazione e l’internazionalizzazione delle imprese più dinamiche – attraverso il potenziamento di nuovi soggetti semi-pubblici come la Cassa Depositi e Prestiti – ed indirizzare gli investimenti delle imprese verso l’implementazione di prodotti a più alta intensità tecnologica e a minor impatto ambientale.

In secondo luogo, si dovrebbero sviluppare, mediante una gestione attiva e mirata della domanda pubblica, nuove tecnologie che riguardino priorità di interesse collettivo: il risparmio energetico, la messa in sicurezza del territorio, la salute e la mobilità sostenibile.

Infine, si dovrebbe dare vita a centri pubblici di ricerca di base ed applicata – sul modello tedesco del Fraunhofer – che scambino conoscenza e tecnologie con il mondo delle imprese.

Oltre ad una serie di politiche pubbliche ben congegnate, c’è soprattutto bisogno di un salto qualitativo di tipo culturale da parte del mondo dell’impresa. Se le imprese italiane non sono state finora capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti tecnologici degli ultimi venticinque anni [..] ora, sono chiamate a uno sforzo eccezionale per garantire il successo della trasformazione, investendo risorse proprie, aprendosi alle opportunità di crescita, adeguando la struttura societaria e i modelli organizzativi, puntando sull’innovazione, sulla capacità di essere presenti sui mercati più dinamici. Hanno mostrato di saperlo fare in altri momenti della nostra storia. Alcune lo stanno facendo. Troppo poche hanno però accettato fino in fondo questa sfida. (Ignazio Visco, Considerazioni finali, 2013, p.10).

Federico Stoppa

 

NOTE:

[1] Le innovazioni di processo riguardano l’introduzione di nuovi macchinari che risparmiano lavoro per unità di prodotto o in generale l’implementazione di nuove combinazioni dei fattori produttivi. Si veda Bugamelli ed al. (2012, p.56). Un contributo imprescindibile per comprendere l’importanza dell’innovazione nell’economia capitalista è quello di Jospeh Schumpeter, Teoria dello Sviluppo economico (1912).

[2] In Italia, nel triennio 2008-11, il 64,1% delle imprese con 250 addetti e oltre ha introdotto innovazioni, contro il 47,1% delle imprese con 50-249 addetti e il 29,1% di quelle con 10-49 addetti. V. Istat, 2012 http://www.istat.it/it/archivio/74035.

[3] Cfr. Brandolini e Bugamelli (2009, p.27). Il 70% delle imprese innovatrici italiane giudica eccessivi i costi dell’innovazione. In particolare, il 64% lamenta la mancanza di risorse proprie disponibili per finanziare l’innovazione e il 58% dichiara di avere difficoltà nel reperire fonti di finanziamento esterne all’impresa. V. Istat (2012, p. 9).

[4] In particolare, “secondo i dati del CIS per il 2008, svolgeva un’attività innovativa di processo e di prodotto il 40% delle imprese italiane, una quota inferiore a quella di Germania e Danimarca (64%), ma superiore a Francia (35%) e Spagna (32%)” (Bugamelli, 2012, p.11).

Will Boyd

Will Boyd

L’Italia, lo si dimentica spesso,  non è soltanto un Paese con un alto debito pubblico, ma è anche un Paese che presenta una ricchezza privata molto elevata.

Secondo un recente studio della Banca d’Italia, infatti, la ricchezza delle famiglie italiane (al netto delle passività) ammonta a 8.542 miliardi di euro. La fetta più grande di questa torta è composta da beni reali come abitazioni e terreni (circa il 61%), mentre le obbligazioni private e dello Stato, i depositi bancari e postali, le azioni e le quote di fondi comuni costituiscono la parte rimanente (39%).

La grandezza di questa torta è del tutto ragguardevole, basti pensare al fatto che l’Italia, nonostante abbia meno dell1% della popolazione mondiale e il 3% del reddito totale, detiene il 5,7% della ricchezza mondiale complessiva. Questa è cresciuta sensibilmente nel corso dei primi anni Duemila, con un picco massimo nel 2007. Dopo di che è scesa lievemente, fino al 2010, a causa della crisi finanziaria, per poi risalire negli ultimi tre anni. Nel 1995 valeva 4,5 volte il flusso totale del reddito nazionale lordo. Nel 2010 valeva 5,6 volte il Pil.

La ricchezza media per cittadino è circa 143mila euro, quasi 8 volte il reddito disponibile, quella per famiglia 357mila euro. Sono valori tra i più elevati di tutti i paesi Ocse (le famiglie italiane risultano più ricche di quelle tedesche, francesi, americane e inglesi). Se sottraessimo alla ricchezza pro capite la quota del debito pubblico che grava su ogni cittadino (circa 30mila euro), troveremmo un valore un po’ ridotto (112mila euro) ma ancora del tutto ragguardevole (pari a circa 4 volte e mezza il PIL pro capite e a circa 6 volte il reddito disponibile medio).

Sulla sola base di questi dati nessuno potrebbe ipotizzare difficoltà nell’accesso al credito per lo Stato italiano (perché saremmo perfettamente in grado di restituire interamente i capitali presi in prestito), quindi non ci sarebbe alcun bisogno di misure di austerità.

Purtroppo nel nostro Paese la distribuzione della ricchezza è molto più concentrata della distribuzione del reddito disponibile, e questo rende molto difficile attuare una politica fiscale efficace. Nel 2012, l’indice di Gini per i patrimoni risultava pari a 0,64, contro lo 0,34 del reddito disponibile. Le attività finanziarie risultavano più concentrate di quelle reali, con un indice di Gini pari a 0,77 contro lo 0,62 delle attività reali. Il 10% delle famiglie italiane (circa 2 milioni di famiglie) possiede il 46,6% della ricchezza complessiva e il 27% del reddito totale. Il 50% delle famiglie più povere detiene invece meno del 10% della ricchezza totale. Nel periodo 1998-2012, è aumentata la percentuale di famiglie con ricchezza netta negativa, che ha raggiunto il 4,1 % del totale .

Questa disuguaglianza patrimoniale ha avuto un’impennata nel corso degli anni Novanta, per poi mantenersi stabile durante gli anni duemila e crescere ancora dopo la Grande Crisi. Oggi l’Italia è uno dei paesi Ocse in cui è maggiore la sperequazione nella ricchezza, nonostante l’elevata diffusione della proprietà dell’abitazione principale tra le famiglie italiane contribuisca ad attenuare, almeno per le attività reali, questo fenomeno di concentrazione[1]. Ben si capisce quindi che al caso dell’Italia possano applicarsi le conclusioni del fondamentale Rapporto curato nel 2009 da tre grandi economisti – Joseph Stiglitz, Amartya Sen, Jean Paul Fitoussi – che invitava gli analisti a tenere in grande considerazione – ai fini di una misurazione più precisa del benessere di una nazione – lo stock di ricchezza privata detenuto delle famiglie e la sua distribuzione.

Interessa in particolare lo stretto nesso esistente tra la distribuzione della ricchezza e la formazione del reddito. La distribuzione dei diritti di proprietà incide infatti sul potere contrattuale che ciascuna parte può esercitare sul mercato, dove si determina il livello del reddito [2]. Comprendere come si è formato lo stock di ricchezza in Italia significa pertanto valutare se l’attuale distribuzione dei diritti di proprietà nella società italiana sia o meno giustificabile.  In altre parole, si tratta di capire se tali diseguaglianze siano il frutto di capacità e meriti individuali o il lascito di fattori non direttamente ascrivibili a quest’ultimi.

Lo studio condotto dalla Banca d’Italia ci aiuta a fare un po’ di chiarezza in questo senso. L’indagine ha portato alla luce l’elevata incidenza che hanno avuto le eredità sulla formazione della ricchezza delle famiglie italiane[3]. Come sottolineato da D’Alessio (2012), le eredità e le donazioni, riguardando pochi fortunati, hanno contribuito ad accentuare le disparità patrimoniali tra le famiglie. Peraltro, tali disparità hanno assunto un peso rilevante anche a causa di determinati provvedimenti politici, come la riduzione dell’imposta di successione. Un ruolo analogo alle eredità nella formazione (e nella distribuzione) della ricchezza lo hanno avuto i capital gains, guadagni di conto capitale dovuti all’aumento dei prezzi delle attività che si è avuto la fortuna ( o l’abilità) di possedere in un determinato istante. Gli esempi in questo campo sono molteplici. Si pensi all’acquisto di un titolo finanziario prima che questo aumenti di valore (anche sfruttando informazioni privilegiate) o di un terreno che diventa improvvisamente edificabile.

Un ultimo elemento da prendere in esame è l’alta incidenza dell’evasione ed elusione fiscale nella nostra economia[4], che provoca l’aumento fittizio di risparmi, i quali vengono sovente reinvestiti in attività reali o finanziarie che fruttano elevate rendite ai possessori[5].

Tutti gli aspetti finora analizzati consentono di formulare un giudizio ponderato sul grado di legittimità dell’attuale distribuzione della ricchezza in Italia. Se tale assetto distributivo – come risulta dall’evidenza empirica – dipende, per una parte non trascurabile, da circostanze, fattori esogeni rispetto allo sforzo e l’impegno individuale, allora è necessario affrontare con meno pudore il tema di un suo riequilibrio ai fini d’una maggiore equità e giustizia. Un tale impegno si imporrebbe anche solo per realizzare un’economia di mercato veramente funzionante, in cui venga in qualche modo ridimensionata l’attuale asimmetria di potere tra i contraenti nei mercati principali – con riferimento particolare a quello del lavoro, al mercato delle abitazioni,  a quello del credito.

 Federico Stoppa

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 [1] Nel 2008, il 72,4% degli italiani possedeva l’abitazione in cui viveva, percentuale superiore alla media dell’Area Euro (66,7%). Cfr. D’Alessio (2012, p.10) e Cnel-Istat (2013, p. 95)

[2]“Secondo stime riferite al 2002, i trasferimenti ricevuti sotto forma di eredità o donazioni rappresentano una quota consistente della ricchezza netta delle famiglie, valutabile tra il 30 e il 55 per cento a seconda se si attribuiscano al trasferimento anche i redditi nel tempo prodotti. Questa quota ha mostrato una tendenza alla crescita” D’Alessio (2012, p.17)

[3]La perdita di introiti derivanti dall’evasione e l’elusione è stimata in 120 miliardi all’anno. Per dare una dimensione del fenomeno, si possono ricordare i seguenti dati. Su 41 milioni e mezzo di contribuenti Irpef, l’entrata principale dello Stato, solo 28 milioni di pensionati e dipendenti (il 68% del totale dei contribuenti) ha pagato il 93,8% dell’imposta. Il 90% dei contribuenti ha dichiarato meno di 35mila euro, la metà addirittura meno di 15mila. Su 143mila contribuenti che hanno dichiarato più di 150mila euro, 125mila sono lavoratori dipendenti e pensionati. Cfr Santoro (2010) e Livadiotti (2014).

[4] È emblematico il caso del debito pubblico. Molti italiani, una volta riusciti a sottrarre i propri redditi al fisco, investivano tali risparmi in titoli di Stato, lucrando così interessi reali elevati. Questi comportamenti hanno contribuito a far accumulare ricchezza privata mentre il debito pubblico lievitava. Cfr. Crainz (2009, pp.127-182). Sul rapporto tra giustizia distributiva e debito pubblico italiano si veda Calafati (1997,2007).

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Banca d’Italia (2014), I bilanci delle famiglie italiane nellanno 2012 (link)

Calafati A. (1997) LItalia e il tabù della ricchezza, in “il Ponte” (link)

Calafati A. (2007) Oltre la crisi fiscale, in “Lo Straniero” (link)

Cnel-Istat (2013), Il Benessere equo e sostenibile in Italia

Crainz G. (2009), Autobiografia di una repubblica, Donzelli, Roma.

D’Alessio G. (2012) Ricchezza e disuguaglianza in ItaliaOccasional Paper Banca dItalia (link)

Fitoussi J.P Sen A.,. Stiglitz J. (2009),Report by the Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress

Livadiotti S (2014) Ladri. Gli evasori fiscali e i politici che li proteggono, Bompiani, Milano

Santoro A. (2010) Levasione fiscale. Quanto, come e perché, Bologna, Il Mulino