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Arteaga, Coahuila, México

“- Perché sei andato via?

– Perché, tra le altre cose, il futuro dalle mie parti è sempre altrove, e credo proprio che questo luogo comune sia la semplificazione più complessa che io abbia mai dovuto vivere in tutta la mia vita…”

Ciao, mi chiamo Francesco, e se qualcuno mi dovesse fare la domanda di cui sopra risponderei esattamente allo stesso modo, perché è la stessa identica risposta che ho dato a me stesso tempo fa, e che continuo a darmi ancora adesso senza possibili variazioni.

Sono andato via quindi, e quel “via” si chiama Messico. La mia partenza è stata un mix di cose: raggiungere assolutamente una persona; frustrazione accumulata; disillusione reiterata; volontà di trovare un posto che mi facesse del bene; in una parola: cambiare vita. Ma sono partito senza pensarci troppo, perché o fai così o alla fine non parti più: era l’innocenza dell’atto che avevo bisogno di ripristinare dentro di me.

Quando vivevo in Italia, ero riuscito ad avere un incarico come ricercatore sociale (una cosa rarissima). Dopo tanto studio sudato, e svariate esperienze in giro per l’Europa e il mondo, finalmente ritornavo nella mia città più amata: Bologna. Mi avevano proposto un progetto di ricerca sociale che andava ad investigare le realtà degli asili nido presenti in un Comune limitrofe, per poi far emergere il tipo di qualità offerta dal Comune su quel tipo di servizi. Una cosa bellissima. Un’esperienza che non ha eguali nella mia lunga formazione. Dopo aver concluso i lavori infatti, mi diedero anche l’opportunità di curare una pubblicazione sulla ricerca stessa, in pratica: un libro di ricerca sociologica con sopra scritto il mio nome. Un sogno che si realizzava.

Purtroppo però viviamo in un mondo in cui il settore pubblico viene visto come il nemico numero uno da combattere (“perché è lento, perché spreca risorse, perché non è flessibile, perché in pratica non se ne può più”), e per questo motivo deve essere smantellato ad ogni costo, senza se e senza ma, a favore delle privatizzazioni selvagge senza quartiere; a favore di quel settore di mercato tanto decantato quanto tenuto a briglie sciolte perché è l’unico – dicono – in grado di fornire il servizio migliore in assoluto: perché è la sua indiscussa “mano invisibile” che poi sistemerà tutto quanto. Ma se questo settore non viene regolamentato a dovere, non potrà mai garantire l’uguaglianza delle opportunità: non potrà mai garantire l’uguaglianza dei diritti. Senza un settore pubblico forte, un Paese che si definisce tale può ritenersi solo allo sbando: non guarderà più tutti i suoi cittadini (o quello che ne resta) allo stesso modo, e solo chi potrà permetterselo potrà avrà accesso a certi servizi primari. In pratica, i diritti di tutti, e le garanzie universali, vengono soppiantati.

Così, visto il deserto di possibilità che si stagliava subito dopo quella mia esperienza – dove si cercava di salvare gli ultimi brandelli/rimasugli di un servizio pubblico ancora funzionante, (e parliamo della zona di Bologna, che qualche decennio fa era il fiore all’occhiello dell’Europa intera e punto di riferimento per quanto riguarda il comparto sociale) – mi sono ritrovato a mandare di nuovo curriculum per ogni dove, senza ovviamente ricevere risposta alcuna: un silenzio siderale, per vie telematiche e non.

Per sfogare dunque tutta la mia rabbia, e tramutarla in qualcosa di positivo, ho cominciato a scrivere e a buttare giù tutta la mia competente frustrazione, e con alcuni amici abbiamo aperto un blog parecchio impegnato (e piuttosto interessante) che di nome fa “Il Conformista”: un progetto interdisciplinare che osserva la complessità della realtà valorizzando le differenze, per poi metterle a sistema – fateci un giro se vi capita: contiene articoli che rimangono in testa. E per l’appunto quegli articoli, le letture appassionate e la continua ricerca innata, oltre a salvarmi la vita in un periodo di “pausa forzata”, hanno fatto da sfondo e da accompagnamento al mio passaggio oltre oceano.

Il cambiamento, ovviamente, non avviene mai d’incanto subito dopo che metti piede nell’altro paese (“la cosa più difficile è fare il primo passo”, dicono). Il cambiamento, al contrario, è un continuo costruirsi: è un continuo dialogo con se stessi. E quel primo passo esiste, certo, ma non è l’unico prima di una discesa libera; ce ne sono tanti altri dopo che te la fanno prendere bene o te la fanno prendere male, e il tutto dipende da quell’equilibrio sofisticato, da quel gioco infinito che si costruisce tra un prima e un dopo, tra quello che senti di essere e di portare dentro e quello che, pian piano e senza accorgertene, ti sta impercettibilmente trasformando.

Thomas Cristofoletti

Arrivato in terra straniera mi sono azzerato, mi sono “raschiato con un raschietto”: ho dovuto rifare tutto il percorso partendo dall’inizio. E così ho incominciato a lavorare in un pseudo-ristorante italiano come aiuto cuoco e lavapiatti (più come lavapiatti però). Le giornate passavano faticose, e l’adattamento alla nuova vita si scontrava con i dubbi, le perplessità, l’abbandono prematuro da parte del mio Paese, che ha speso così tanti soldi per formarmi da decidere poi di regalarmi senza rimpianti ad un altro paese, come se nulla fosse, come una risorsa già bella e pronta per l’utilizzo.

E di fatti, non è mancata occasione per farmi notare, e dopo alcuni mesi ecco il mio primo incarico come professore universitario d’italiano. Bastava una buona esperienza alle spalle (lauree, master e caterve di cose) e il fatto di essere madrelingua (cosa che qui, nell’insegnamento della lingua, scarseggia parecchio). Il resto, poi, è venuto da sé.

Dopo sei mesi di insegnamento, il direttore del centro di lingue – visti i risultati e i miglioramenti apportati ai corsi, e visto anche l’interesse suscitato negli studenti che ha incrementato di molto il numero d’iscrizioni – mi ha assegnato piena titolarità dell’insegnamento: ciò significava adottare un libro d’italiano per il centro di lingue, organizzare e pianificare tutti i livelli in cui si sviluppano i corsi, ed essere il responsabile che decide a che livello di conoscenza sei con la nostra amata lingua, per poi eventualmente firmarti una certificazione ufficiale dell’università.

(Ah, per inciso: insegnare la propria lingua è una delle cose più difficili che mi è capitato di fare nella vita: devi conoscere perfettamente te stesso, studiare come uno straniero la tua lingua perché certe cose “si dicono così e basta”, e riuscire a spiegarti nel modo più semplice che puoi: chi conosce veramente se stesso? perché “diciamo così”? come si fa a rendere la complessità di una lingua (e di un’intera cultura) intellegibile e interessante? Bisogna diventare degli attori: un insegnante di lingue è prima di tutto un attore, ed io, in questo ruolo, non mi ero mai cimentato).

Ovviamente non è stato tutto così semplice, e tuttora ancora non lo è. Non sono assolutamente un professore “a tempo pieno” assunto dall’università. Sono semplicemente “un libero professionista” che “offre servizi”. E per ritornare al nostro caro discorso sul settore di mercato, se non c’è domanda da parte di alcuni studenti curiosi io non posso avere delle classi mie; quindi, non posso avere il caro e tanto atteso stipendio alla fine del mese. Ecco perché ho dovuto, per necessità di sorta, guardarmi ancora una volta attorno, e cercare altro “di fisso” che mi aiutasse a pagare la sopravvivenza basilare.

Ora lavoro a tempo pieno in un’impresa metalmeccanica nel settore risorse umane, e sono professore all’università quando ci sono studenti con gli occhi grandi così per la curiosità. Lavoro tante ore al giorno (esco tutti i giorni di casa alle 7:30 di mattina, e ritorno verso le 9:30 di sera), e questa cosa non è buona (come in tanti dicono che sia). Quando ho qualche buco libero (raramente), vengo ricercato come risorsa scarsa da chi vuole viaggiare in Italia, e si crea quindi l’esigenza ad hoc di voler conoscere qualche espressione pratica da poter poi utilizzare come turista (in pratica, do anche lezioni particolari e su misura).

Se continuo così, tra un anno esatto, lo Stato messicano mi dà la residenza permanente… E anche a ragione, direi… Come già detto, ho due lavori: uno a tempo pieno e l’altro praticamente uguale (ricordiamolo ancora una volta: la lingua italiana è tra le più studiate al mondo). Pago regolarmente le tasse per ogni cosa che faccio, contribuendo al benessere di una collettività di soli privilegiati (perché lo sappiamo benissimo: quello che paghiamo a quell’entità che dovrebbe essere e rappresentare tutti, poche volte viene distribuito equamente). In più – cosa che spesso si dimentica – come ogni persona, sono un vero e proprio generatore di conoscenze: facendo quello che faccio, non sono solamente un numero per le statistiche, ma arricchisco continuamente il Paese in cui agisco con tutto il bagaglio che mi porto dietro. Allo stesso tempo, cresco e mi arricchisco a mia volta di rimando. Quindi, per così dire, sono (una risorsa e) un immigrato modello: una persona a posto e con le carte in regola.

Ecco, sarebbe bello se un giorno anche il mio Paese si degnasse anche lui di darmi la residenza permanente che mi spetta, ma non quella del passaporto (il passaporto è solo una carta ignorante che costruisce muri e denigra le complessità); sto parlando di quella che mi dovrebbe appartenere come persona, per quello che sono e voglio essere come italiano nel mondo. E non si tratta di un lamento. Se mi stessi lamentando, ora starei a casa in riva al mare a non fare nulla, a fare “la lotta armata al bar” tra una birra e l’altra. Più che altro, si tratta di parole concesse al vento, parole pregne di pensieri e osservazioni soggettivamente vissuti. Tutto qui. (L’obbiettività, se esistesse davvero, avrebbe già dato a molti – e non solo a me – quello che ci spetta da tempo: un minimo di riconoscenza).

Per questo penso sempre al mio Paese, e ad un mio probabile – e sempre più lontano – ritorno. Quando mio padre incontra qualcuno per strada che gli chiede di me, risponde con convinzione che “sì, sta lì, ma il suo posto dovrebbe essere qui” …

Ho rinunciato a tante cose per vedere questo cielo dalle “famose nuvole”: il sorriso inconfondibile di mamma, l’eterno abbraccio di papà, la birra l’estate con i miei insostituibili fratelli, il matrimonio siciliano di un altro fratello acquisito, le chiacchiere metafisiche alle due di notte sulle panchine di mare con gli amici di sempre, tanti incontri di altri amici sparsi per ogni dove, etc etc etc.

Ma qui al mio fianco ho la persona più preziosa e straordinaria che possa esistere, una persona che non ti toglie l’anima, ma te l’arricchisce con disinvoltura con le tante sfaccettature che più desideri per te, e ho anche i miei pittoreschi “alumnos”, che vedono in me un punto di riferimento che cerca di aprire le finestre giuste su un’altra cultura: la nostra.

Non si può avere tutto dalla vita, e chi lo vuole è solo un vile. Bisogna imparare ad essere il lavapiatti di se stessi, e quindi fare ordine, strofinare le cose che si hanno dentro, pazientare, fare pulizia distratta ma minuziosa, lavorare sulla temperatura dell’acqua, essere umili, farsi scorrere quell’acqua addosso, e chissà se un giorno quel mio stesso “essere in movimento” possa essere impercettibilmente paragonato alla qualità inconfondibile che hanno quelle nuvole: la radicale libertà di poter assumere tutte le forme che vogliono.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Ogni tanto, giusto per vezzo personale, mi faccio un giro per scovare qualche offerta di lavoro nel mio Paese. Come già si saprà, cercare lavoro è un vero e proprio lavoro, ed io – come penso tantissimi altri – mi sono dedicato a questa attività tempo fa, assiduamente: un’attività che non auguro proprio a nessuno.

Nonostante l’impegno aggiuntivo che va oltre l’aver studiato per tanti e lunghissimi anni (gli anni del cosiddetto “gettare il veleno”, come amava ripetere una mia Prof.); malgrado gli sbattimenti inimmaginabili per “venderti” in maniera diversa ad ogni diversa e “allettante” candidatura; nonostante la frustrazione annessa ai residui di quella che ti ostini ancora a chiamare la “tua voglia di fare” – una frustrazione inspiegabile che ti accompagna ogni santo giorno –, alla fine poche persone potranno veramente capirti, anche perché il risultato che porti a casa è quasi sempre nullo.

Dicevo, questo giro delle “meraviglie”, lo rifaccio ogni tanto per curiosità, per osservare da lontano cosa sta effettivamente cambiando; cosa succede di concreto in quel mio povero e abbandonato Paese: vorrei che si aprano spiragli di speranza una tantum, in quel deserto di possibilità che mi sono lasciato alle spalle.

Probabilmente, non sono mai stato bravo a cercare lavoro; o è più che probabile che non lo si trovi come l’ho sempre cercato io; o forse il lavoro non lo potrai mai trovare se sei da solo a cercarlo (in parole più povere: se non c’è il papà o lo zio che contatta l’amico che te lo trova); o molto probabilmente, i tanti corsi gratuiti sovvenzionati dall’Unione europea – presso i centri per l’impiego del Paese (dove esistono) – non servono ad un emerito nulla, nel senso di indirizzarti in base alle tue competenze, ed aiutarti nel presentarti al meglio ad un’ipotetica (plausibile?) offerta di lavoro; o molto più semplicemente c’è poco da fare: come si sente dappertutto – nei bar, nei vicoli, nei discorsi, nell’aria – il lavoro non c’è. Scarseggia. È una gemma preziosa introvabile.

Fatto sta, che mi diverte alquanto osservare (perché ci si può solo divertire davanti a delle oscenità del genere) come le uniche offerte di lavoro “pubblicate” (o “papabili”) restino ancora (dopo anni) i tanti e reiterati stage con un misero e (appunto) divertente rimborso spese, con il quale, forse, puoi pagarti a malapena il trasporto pubblico, e nient’altro. A meno che (a meno che), tu non sia il fortunato madrelingua di almeno tre lingue (tre, non due), che abbia la laurea specifica nella tal cosa, con la votazione specifica non inferiore a un tal punteggio, nell’università specifica (quella svizzera, quella tra le Alpi, non altre), con l’esperienza di almeno “dieci anni” (e specifica, mi raccomando!) segnalate da un “ghiotto” e raro bando pubblico che si è appena aperto da pochi giorni ma che, guarda caso, è già scaduto (i tuoi amici te lo hanno prontamente segnalato, ma aprendo il link non ce l’hai fatta: eri già fuori). “Ma che sfiga: mi è passata davanti l’occasione della vita.”

Insomma, come si sarà capito, continuo a divertirmi, e capisco perché una buona parte dei giovani del mio Paese continua ad andare al mare, o a non fare una beata minchia, il che forse è lo stesso – e lo dico da convinto sostenitore dell’ozio (è nell’ozio, nella perdita di tempo, che si dischiude la vita. O no?). Ma se non vuoi continuare a cazzeggiare per tutta la vita, e per caso (solo per caso) cominci a pensare a come dover sopravvivere dopo che le risorse di mamma e papà saranno prosciugate, il “sentire comune” ti consiglia vivamente di espatriare, di andare via, sradicarti volutamente una volte per tutte, e di tentare la fortuna altrove: perché in Italia, proprio non ce n’è.

Alëna Steiger

Alëna Steiger

Però, a tal proposito riflettevo… Se lo Stato Italiano mi costringe ad espatriare ci perdono tutti: il mio fornaio di fiducia, il mio fruttivendolo di fiducia, il mio salumiere di fiducia, il mio pescivendolo di fiducia, il mio caseificio di fiducia (qui, se non ci sono, ci perdo anch’io in ogni caso), la mia dentista di fiducia, la mia parrucchiera di fiducia, e non mi dilungo oltre, dato che la lista potrebbe benissimo continuare: come tutti gli altri, infatti, “consumo dunque sono”.

Se non c’è gente che consuma, e che vuole cominciare a costruirsi una vita (che, guarda caso, sono proprio quelli che sono incentivati a spendere di più – una vita non si costruisce dall’oggi al domani, quindi ci vorrà tempo e, di conseguenza, tante tantissime spese per costruirla), allora i discorsi sulla “crescita” non hanno più alcun senso. Se questa gente scompare drasticamente allora rimarrà solo chi ha una certa età (gli anziani, gli adulti-anziani), e cioè quella gente che ormai la vita se l’è fatta e non avrà più da spendere molto nel proprio Paese (solo in medicine ovviamente, ma quello è uno specifico cortocircuito mondiale della “sanità”, che crea malati anziché ridurne).

In sostanza, quello che ci guadagna col tempo sono solo io (siamo o no in una società terribilmente individualista? Che m’importa della mia collettività? di quella che ha speso per me e che per quasi un quarto della mia vita mi ha aiutato e visto crescere? Meglio espatriare, no? E finanziarne così un’altra di collettività, magari più gentile con me nel periodo decisivo – decisivo per lei e per me) e ovviamente in tutto questo, ci guadagna a sbafo anche quel Paese che mi ospita, e che in più, non avendo speso praticamente nulla per la mia formazione, si ritrova in casa una persona specializzata che è disposta a fare tutto con freschezza e vitalità, e che non vede l’ora di spendere tantissimo (oltre che spendersi tantissimo).

Ma si sa, il nostro è sempre stato un Paese generoso con gli altri – all’estero, la percezione che ne hanno, di questa nostra generosità, è a dir poco commovente. Dunque, un Paese che elargisce un’infinità di risorse pensanti (anche di braccia pensanti, nell’ultimo periodo); un Paese generoso con tutti, tranne che con i suoi figli, che sono, come abbiamo detto, iper-individualisti e fedifraghi nei confronti di quella bonaria collettività che li ha cresciuti e coccolati: in parole povere, questi figli scostumati se ne fregano, e non ci pensano su due volte prima di fare le valigie… Almeno, questa è una parte di ciò che pensa quel famigerato “sentire comune”, ma che preferisce non dire per non fare brutte figure…

Ora, si penserà che lasciare tutto e andare all’estero sia una figata pazzesca. Che sia la cosa più semplice di tutte: “E che ci vuole: due o tre contatti per iniziare, imparo una lingua e via”.

Qualcuno di più serio (non ricordo precisamente dove l’ho letto) sostiene che l’emigrazione odierna non sia una vera e propria forma di distacco, di abbandono, di sradicamento. Nulla è sancito una volta per tutte: le scelte, più di ieri, sono reversibili.

Viviamo nell’epoca che è allergica alle strutture fisse, ai percorsi definitivi, che tempo fa costruivano appartenenze uniche e longeve: il tempo, diventato simultaneo, corrode gli spazi di vita, che ci sembrano sempre più accessibili e vicini, da ogni dove. La tecnologia – più di tutti – ci aiuterebbe a mantenere salde quelle che sono le nostre percezioni quotidiane, i nostri facili linguaggi di riconoscimento (le “immagini di casa”), assieme alla creazione di quei mondi con cui manteniamo vispi certi legami.

Certo, in parte è così: a volte si ha l’impressione di non aver mai abbandonato il proprio universo identitario; di non aver mai lasciato definitivamente tutto ciò che ci è appartenuto e ancora ci appartiene. Forse, questa affermazione sarà vera ad un certo stadio “avanzato” dell’umanità, dove il contatto umano conterà quel tanto che basta da essere facilmente sostituito da uno schermo illuminato, da una fotografia solitaria, o da una voce distorta che lontana fuoriesce da un microfono…

Quello che volevo dire, per concludere, è che l’emigrazione, quando incomincia, lascia comunque delle tracce definitive, soprattutto quando il contatto umano che si è lasciati alle spalle (che, per la maggiore, preserva ancora in sé tutta la sua ricchezza emotiva) è lo stesso ma in forme diverse – si tocca uno schermo, non una persona. E il diverso sta proprio nella carenza tecnologia che è poco sintonizzata sul rituale umano, che è quella specifica cosa che provoca emotività e senso nella prassi quotidiana. Una cosa importantissima.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Matteo Zannoni

Matteo Zannoni

La precarietà è un giorno pieno di alti e bassi; più bassi che alti. La precarietà è l’imprevedibilità di ciò che ti vuole sempre prevedibile. La precarietà è un’”inedita scomposizione della vita quotidiana”, una permeabilità sconsiderata tra tanti ruoli oscillanti, dove la mescolanza tra vita e lavoro fa saltare irrimediabilmente la dicotomia tra pubblico e privato. La precarietà è un affitto da pagare ogni dannato mese, vissuto come una condanna che è stata emessa senza giusto processo. La precarietà è un guardiano di te stesso, senza volto, che gestisce e controlla ogni tua singola mossa economica.

La precarietà è un tempo senza tempo: non sai mai se hai iniziato da un pezzo o se devi ricominciare tutto da capo. La precarietà è fare tutto purché si faccia qualcosa; o non fare nulla sperando in quel nulla. La precarietà sono due estremi lontani che si somigliano, che si somigliano tremendamente. La precarietà è uno specchio sempre uguale a se stesso, che, nel suo pallore, ha smesso di dire la sua verità. La precarietà sono una massa di giorni infiniti – “giornate “operose” che non hanno mai un vero inizio e una vera fine” – dove, ad un certo punto, uno di loro dà di matto e si diverte a fare il dittatore.

La precarietà sono gli stessi vestiti consunti, gli stessi vestiti per le stesse opportunità mancate, che al prossimo giro cedono, al prossimo lavaggio si sciolgono sicuramente. La precarietà non conosce regole, ma le impara strada facendo quasi sempre a suo discapito. La precarietà sono cumuli disordinati di pensieri accumulati; fiacche idee di ribellione contro un sistema che ridicolizza, sistematicamente, la volontà di emancipazione di soggettività rese infantili (bamboccioni; poco adattabili; viziati; perditempo; etc…).

La precarietà pare un presente senza vie d’uscita, un futuro senza-nome che non sa che farsene di un passato leso: il sacrificio imprudente di un tempo ormai perduto. La precarietà ti scava dentro, e come uno stillicidio ritmato logora, mestamente, la tua sete di certezza. La precarietà è per tutti i soggetti invisibili la vita contemporanea, la severa normalità di tutti i giorni, dove la difficoltà più grande è quella “di fare del mutamento un progetto”. Ma la precarietà è anche la visione spensierata di un giorno normale, scevra di allucinate e sempre complesse preoccupazioni. La precarietà è tutto ciò che devi sentirti dire, e tutto ciò che non vuoi sentirti dire.

La precarietà sono gli interminabili cambiamenti repentini, spazi intercambiabili con frequenti spostamenti di città e nazioni, di lingua e abitudini, con tutto ciò che concerne la conseguente demolizione delle relazioni affettive. La precarietà è la non-riconoscibilità per antonomasia: “instabilità del lavoro e contrattuale, mancato accesso alla distribuzione, mancato accesso alla cittadinanza, carenza di identità professionale, impossibilità di disporre del proprio tempo, tensione verso l’autonomia, scarsa mobilità sociale, iperqualificazione rispetto ai compiti assegnati, incertezza complessiva, trappola della povertà (o, meglio, della precarietà).” Lo stesso termine “precarietà” viene banalizzato, e generalizzato, e da chi dovrebbe essere preso in carico viene invece definitivamente rimosso (vedi Jobs act).

Joseph Wee - Precarious

Joseph Wee – Precarious

Allo stesso tempo però la precarietà è una soggettività numerosa, molteplice, una classe che non è classe in senso classico per via dei suoi contorni sfumati, ma che si presenta come una moltitudine sensata che vocifera una condizione. Condizione, questa, che “esalta il nostro essere sfaccettate creature sociali prima ancora che lavoratori o lavoratrici.” L’utilizzo della conoscenza e del linguaggio, delle emozioni e dei corpi, sono i tratti unificanti che accomunano persone lontane. “Il sorriso del precariato, la sua parola, è la cifra comune, in un supermercato, in un call center, per la badante che si occupa di un anziano, per il ricercatore che affronta l’ennesimo concorso, l’aspirante scrittore, la sex worker.”

L’orgoglio del precariato, la sua potenza quindi, si concentra laddove si rende fruibile una libertà svincolata dalle gerarchie, dalle routine che durano una vita, fatte di orari fissi e di cartellini da timbrare. La cancellazione di questi vincoli conduce ad altri tipi di identificazioni, identità non più reperite sul lavoro ma nella sfera delle forme di vita. In questo modo, infinite possibilità si stagliano sugli orizzonti della precarietà, e questo perché la condizione che la contraddistingue ha nelle sue mani “il possibile accesso massivo alla conoscenza, attraverso processi di formazione sempre più larghi nonché attraverso l’utilizzo delle tecnologie da cui deriva una spinta irreprimibile verso l’autonomia”. Un’autonomia dunque che cresce e si sviluppa, anche grazie all’importante apporto delle nuove tecnologie, che “minimizzano le distanze, aiutano nella presa di parola, approfondiscono le possibilità di rispecchiamento e di collegamento.”

La precarietà, infine, è solitudine esistenziale. Ma è una solitudine attiva, che recita una personale litania per rimanere in vita, per legittimarsi oltre l’indifferenza generalizzata, nominata “solo per contrapposizione (gli atipici)”, e dove lo status di cittadinanza viene svuotato di senso ogniqualvolta slogan semplicistici promettono uno spazio di diritti che, nella realtà disegnata da quegli stessi slogan, non ha modo di esistere.

Ecco perché te ne stai lì seduto, a consumare te stesso, a immergerti nella momentanea pausa dai giochi, contemplando in lontananza le scie spettrali di un tramonto qualunque, e scegliendo consapevolmente di risollevarti un po’, di sentirti meglio, per assaporare, senza interferenze, l’elettrocardiogramma del giorno che muore.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Cristina Morini, Orgoglio precario. Stati impermanenti, Doppiozero, 2015.

Giulio Bonasera

Giulio Bonasera

A Edna, per i consigli, le suggestioni

Più studio e più verrò pagato meno. Più mi specializzo e più contribuisco a confinarmi dentro una roba che capiranno solamente quei due o tre. Più faccio il bravo e l’onesto, e più le conseguenze delle mie azioni mi remeranno contro. Più sono innocente e innocuo e più c’è il rischio che venga ucciso. Più sono libero – godendo di diritti inalienabili – e più di fatto non lo sono. Più credo di elaborare dei pensieri miei intimi e personali, e più questi saranno il risultato di un incessante rumore di fondo, che ha fatto di infinite immagini scorrevoli il suo disturbo più assordante.

Più cerco il mio silenzio, e più mi ritrovo in mano il suo artefatto. Più credo di essere un cittadino consapevole e più divento un consumatore del nulla, un nulla che assomiglia inequivocabilmente a me stesso. Più mi dicono che – un domani – tutto potrà cambiare, e più questa affermazione nasconderà il suo più sicuro non-cambiamento. Più penso di aver individuato dei colpevoli a tutto questo, e più mi accanisco inutilmente su marionette pagate per farlo. Più mi vedo accerchiato da tutte queste contraddizioni, e più mi rendo conto che devo necessariamente imparare a conviverci.

E allora mi cerco, ma non mi trovo. Cerco da qualche parte un’uscita, e mi rendo mobile, mi sradico, proiettandomi ovunque sia, il posto non m’importa, pur di trovare una spicciola possibilità di lavoro che – dove sono al momento – si è dileguata: se c’è è riservata a quei pochi, ed è (anche) per questo che non mi viene assolutamente offerta. E quindi dovrò iniziare tutto daccapo, mi azzero, che importa, in un contesto che non è il mio, ed inizierò nuovamente a muovermi, piano piano, prima a piccoli passi, poi nuovamente con la mia testa, risvegliando minuziosamente tutte quelle mie singole percezioni che per troppo tempo ho permesso rimanessero assopite. Sì, troppo tempo: è questo il lastrico di vita in cui mi sono lasciato cullare dalla depressione, dove tra un’altalena e l’altra costantemente mi colpevolizzavo, ce l’avevo con me, e dove per tutto questo tempo ho pensato seriamente di non essere all’altezza, di non essere in grado di esperire ciò che le mie sensibilità volevano comunicare al mondo.

Quando finalmente ci riesci, riesci cioè a trovare quel tuo lavoretto semi-serio, che ti dura almeno quell’arco di tempo costituito da quei 3 mesi al massimo “di prova”, in cui sei quasi in grado (forse per miracolo) di pagare l’affitto di casa con i soli tuoi sforzi, senza beneficiare del welfare personale chiamato “mamma e papà”, allora significa che per un po’ puoi stare al caldo, e puoi tranquillamente espellere un po’ di quella robaccia che avevi iniziato ad accumulare su per la tua testa, (inconsapevolmente), in un angolo malriposto della tua mente, e che stava cominciando a crescere talmente tanto da cambiarti letteralmente i connotati: ti stava rendendo una persona che, assolutamente, non vuoi e non ti senti in alcun modo di essere. Ma non si può stare tranquilli. Quella robaccia cresciuta in testa rimane vivida, resta allerta, e a volte si incrosta così cocciutamente che devi fare doppia fatica per rimuoverla.

Giulio Bonasera - How austerity kills

Giulio Bonasera – How austerity kills

Quando potrai dire di averla forse eliminata del tutto, quella brutta robaccia, allora sarà proprio in quel preciso momento che dovrai riattivarti, perché quel contratto di lavoro che avevi così sudato sarà bello che scaduto, e tu dovrai necessariamente (se pensi di voler ancora sopravvivere) incominciare tutto daccapo. Perché le cose cambiano, ed è così che vanno le cose; non puoi farci nulla. Dicono, che se non sei al passo con i tempi, in questo vortice di cambiamento continuo (cambiamento di che? A me sembra sempre tutto uguale), verrai espulso, in un batter d’occhio, senza pensarci, e a nessuno importerà se hai alle spalle quell’esperienza oppure quell’altra, se sai fluentemente questa lingua straniera piuttosto che quell’altra, etc., etc.: devi essere “il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, e quindi devi rendere te stesso una prestazione vivente, devi diventare una persona-prestazione; in una parola: devi essere malleabile, flessibile, pronto a tutto.

In effetti, uno dei tanti problemi dell’attuale lavoro associato alla “generazione ombra” – cioè quella generazione costantemente precaria e a cui è stato rubato ogni brandello di futuro – è che i giovani che le appartengono, e che si affacciano a questo-nuovo-mondo, devono costantemente dimostrare la loro più aperta disponibilità, la loro più “malleabile flessibilità elasticizzata”, senza riserve e a tutte le condizioni iper-immaginabili; devono in questo modo elargire la loro più grintosa ed “esilarante” voglia-di-voler-fare mai posseduta prima, fino all’abbattimento di ogni energia vitale, con disastrose ripercussioni emotive sia sul piano personale che sociale; insomma: devono aprirsi alla più completa predisposizione caratteriale, la quale deve necessariamente saper fare qualsiasi cosa (e anche la più specifica possibile) in breve tempo e in qualsiasi modo, – (in altri termini, devono “imparare a dare il culo”).

D’altra parte, invece, e cioè da parte di chi può dare un lavoro e non ha di questi problemi – assieme a tutta quella gente che, più fortunata, forse non conosce intimamente quelle conseguenze sociali e psicologiche che si celano dietro la prospettiva di un futuro inesistente – non vi è, dicevo, un minimo di apertura motivante, né una specie di minima comprensione empatica; c’è solo l’orrendo ed inequivocabile lascito che, perentoriamente, recita così: “Questo è. E se non ti sta bene tornatene pure a casa, tanto di altri come te ne trovo a palate: qui nessuno è indispensabile.” (Forse non proprio così, ma il concetto rimane quello e imperturbabile). È piuttosto facile rispondere a coloro che saranno già pronti a tacciare tali argomentazioni come “sconclusionatamente lamentevoli”: “la società è strutturalmente mutata in malo modo, e questo modo si è avviluppato soprattutto a causa vostra, e precisamente a seguito di quel vostro dannoso e maledetto pensiero unico”.

Viviamo nell’epoca del cambiamento forzato, di un qualcosa che è costantemente effimero e che non si lascia mai conoscere abbastanza. Anche se volessimo metterci d’impegno, il giorno dopo le nostre “acquisizioni” non varranno più: saranno già scadute (come i nostri innumerevoli contratti di lavoro – se si possono considerare tali). Viviamo in un tempo che è una specie di limbo, un crocevia trafficato a cui non gli è stato assegnato alcun nome. In questa specie di mondo sociale, virtuale e reale allo stesso tempo (non si riesce più a capire dove termina l’uno e inizia l’altro), il prematuro si spaccia per la verità, quella più in mostra, quella più visibile, quella con tanti like; le contraddizioni fanno a gara per essere accessibili a tutti, subito, immediatamente, in streaming: “La fiducia è un atto di fede che diventa obsoleto di fronte a informazioni facilmente disponibili. La società dell’informazione scredita ogni fede. La fiducia rende possibili relazioni con gli altri anche in mancanza di cognizioni precise su di essi: la possibilità di raccogliere in modo semplice e rapido le informazioni è nociva per la fiducia.” (Byung-Chul Han).

In questo modo, la generazione ombra impara a crescere nella disillusione: vive quest’epoca priva di illusioni positive, e comincia sin da subito a contare solo sulle proprie forze. È immersa quindi in un mondo in cui non è quasi più concepibile avere fiducia nel prossimo. Ecco perché avere fiducia in quelle istituzioni che dovrebbero avere il delicato compito di rappresentarla, di parlare per lei, di intervenire concretamente per promuovere e valorizzare il suo futuro (che è anche il futuro dell’intera società, tra parentesi) potrebbe essere poco più che un sogno.

Per risvegliarsi allora da questo torpore, intitolato “La nostra generazione è una generazione sfigata”, vi riporto brevemente un tratto della mia storia, del mio cammino, quello che mi sta succedendo da qualche mese a questa parte. È solo un’esperienza, e come tante altre può gettare luce su cose impreviste:

Vivo all’estero, da quasi un anno, e insegnando la lingua italiana ai miei studenti sto scoprendo tante cose nuove. Per esempio, quanto la nostra lingua sia allo stesso tempo comica, inamovibile, seria, completa, pura, mobile, scanzonata, immaginifica, sorprendente…

Ogni giorno, squarcio una sottile cortina data per scontata per addentrarmi in un mondo pieno zeppo di eccezioni, particolarità, regole smussate da singole situazioni irripetibili, che mi lasciano ogni volta sbigottito scolpendomi in viso un riso sordo; quel riso spontaneo e delicato che mi aiuta tutte le volte a comprendere meglio chi sono e da dove vengo. Un mondo, quello della lingua italiana, davvero allucinato, e che mi pare tanto un mix di personaggi a dir poco incredibili, tutti riuniti assieme per creare inconsapevolmente qualcosa di straordinario.

Ed è questa particolarità esagerata che ci deve rendere orgogliosi. È questa musica sempre nuova, attiva, piena di sali e scendi, ripetuti e devianti, che ci deve rendere orgogliosi di quello che siamo. È questa comunione di alternative sempre possibili che ci deve dare manforte per superare quel buio inesorabile che, da troppo tempo, si è instillato dentro ciascuno di noi, e che non ci permette più di vedere quanto è fortunato, quanto è bello, essere italiani.

Questo per dire che anche nelle situazioni più ingessate, apparentemente più scontate (come appunto insegnare la propria lingua), è possibile cercare una nuova musica, un dettaglio insignificante che può svelare molteplici scenari mai visti, mai attraversati prima.

Giulio Bonasera - Unemployment

Giulio Bonasera – Unemployment

La nostra è una generazione che cambia spesso, anche forzatamente, ma che non ha alcun problema a farlo, perché ormai ci è abituata: abbiamo tutti i mezzi per gestire i cambiamenti più impensabili: ce li siamo costruiti da noi, volta per volta, attraverso le distanze liberatorie e strazianti, per mezzo di quei continui distacchi alle stazioni, grazie a quei lunghi abbracci condivisi negli aeroporti. In più sappiamo re-inventarci: sappiamo vestire diversi panni in luoghi differenti, mantenendo un’integrità e una consapevolezza di noi stessi che finisce ogni volta per arricchirsi. Ogni dannata volta.

Sappiamo come viaggiare leggeri: il viaggio come tema, come trasformazione, e come esperienza personale è diventato ormai parte integrante di una biografia in continuo movimento: lo spazio è diventato relativo e il tempo è un continuo riscoprire se stessi. In questo modo, ci prepariamo ad affrontare meglio le difficoltà che ci presenta la vita, che è diventata complessa e che ogni giorno ci presenta ostacoli “bizzarri” e “innovativi” (eufemismi, chiaro!).

La calma e la stabilità non le diamo mai per scontate, e questo è un gran vantaggio: la nostra unica certezza è l’incertezza, ecco perché riconduciamo tutto alla vita presente, e cerchiamo di dare il giusto senso ad ogni esperienza che viviamo, perché conosciamo perfettamente la loro volatilità, il loro essere delicato, che può rarefarsi senza dir nulla; che può sparire da un momento all’altro senza un perché. E allora viviamo intensamente, conoscendo tante persone preziose che magari un giorno diventeranno degli amici lontani, ma sempre presenti; amici che si connetteranno per te dietro uno schermo freddo, per quando non ce la fai, per quando ti senti solo, per quando hai bisogno di parlare con qualcuno.

Questo vissuto, ci porta a prendere più di petto le situazioni con cui abbiamo a che fare: ci permette di essere maggiormente schietti, sfrontati e sinceri, con noi stessi, e poi anche con gli altri. E in questo modo scopriamo le diversità, quelle che popolano il mondo, quelle che lo arricchiscono continuamente, anche se spesso è il mondo stesso a non rendersene conto, facendo di tutto per dividerle, per separarle da barriere. Abbiamo un modo di comunicare che sì, viene veicolato per la maggior parte del tempo dalle nuove tecnologie, ma è alternativo e sa come comportarsi con la diversità, cercando il modo migliore per interfacciarsi con essa. Se dovessimo un giorno avere dei figli sarebbero molto fortunati ad avere dei genitori come noi: mentalmente aperti a palla, pronti a tutto, e più curiosi dell’inaspettato apparentemente irrilevante.

Per concludere, penso che il tratto distintivo più importante che abbiamo in comune sia proprio quello di voler conoscere al meglio questa massa informe della diversità, di esserne curiosi, oltre che del concetto (facile per tutti) proprio di quella pratica “oscura” che la contraddistingue, e che di primo acchito ci intimorisce, ci spiazza, e ci suggestiona, ma che alla fine ci insegna a conoscere noi stessi dopo aver perfezionato la conoscenza degli altri.

Ecco perché, a lungo andare, sappiamo come coltivare la nostra imperfezione, che significa essenzialmente darsi dei limiti, sapere che non è importante valicarli, quanto invece lavorarci su. Perché non essere troppo rigidi con se stessi è un pregio, ed essere troppo calati nei nostri giudizi porta alla perdita e alla continua disattenzione di ciò che senza saperlo è prezioso, e ci passa accanto.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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