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Proviamo a riempire di contenuto lo slogan, tanto diffuso nel dibattito pubblico quanto piuttosto vago e indeterminato, “l’Italia ha bisogno di una politica industriale”. Innanzitutto: perché occuparsi di industria, di manifattura, di fabbrica, quando questa contribuisce poco al PIL e non crea posti di lavoro? Perché farlo proprio ora, dopo un trentennio di prediche neoliberiste sull’ineluttabilità delle de-localizzazioni, sulla necessità per le economie avanzate di convertirsi ai servizi finanziari e/o al turismo1 e di diventare meri consumatori di merci a basso costo provenienti dall’Asia?

La risposta è nei seguenti dati, estratti dal database di Eurostat e riferiti all’Europa a 28 paesi2. La manifattura è responsabile del 67% della ricerca e sviluppo totale, del 65% delle esportazioni; alla manifattura si devono i due terzi dei guadagni di produttività dell’economia. È la manifattura che domanda i servizi più qualificati: dalla logistica, ai servizi Ict e di ricerca, alle consulenze professionali. Infine, i redditi da lavoro nella manifattura eccedono di un quarto la media nazionale. Come si vede, si tratta di un settore cruciale per la produzione e la distribuzione di ricchezza e benessere.

Consapevoli di ciò, molti governi in giro per il mondo si sono spinti a violare tabù culturali molto radicati, come quello che consigliava di tenere lo Stato quanto più distante possibile dal palcoscenico industriale. Obama ha affidato i denari dei contribuenti americani a Sergio Marchionne per rilanciare la moribonda Chrysler (obbligandolo a investire sui motori ibridi). Francois Hollande non ha esitato ad entrare nel capitale di rischio di Renault e Pegeout, arrivando a detenere rispettivamente il 15% e il 20% delle azioni totali dei due gruppi automobilistici; il Lander tedesco della Bassa Sassonia è azionista influente della Volkswagen che investe 20 miliardi di euro l’anno in ricerca e sviluppo, contro l’1,9 della Fiat (dati 2010); mentre il governo federale controlla la Kredit fuer Wiederaufbau, la banca che finanzia l’export e traina la svolta ecologica della manifattura tedesca. Ecco quindi come viene declinata la politica industriale altrove: lo Stato interviene senza paura sul mercato, per difendere i suoi “campioni” e indirizzare lo sviluppo economico verso target di interesse collettivo.

copIn Italia, invece, la politica industriale si riduce a una serie di timidi (e inefficaci) incentivi fiscali agli investimenti in impianti e macchinari (la legge Sabatini), alle assunzioni e alla ricerca e sviluppo. Senza una visione strategica complessiva. Le imprese lamentano l’alto costo del lavoro e l’asfissiate burocrazia. Va ricordato loro, però, che il costo orario del lavoro nella manifattura, comprensivo dei contributi sociali e fiscali, è più basso della media dell’Euro a 16 paesi, e assolutamente non comparabile con quello francese e tedesco3. I ripetuti abbattimenti del cuneo fiscale sulle imprese (svariati miliardi durante i governi Prodi-Monti-Letta-Renzi) non hanno giovato alla loro competitività, mentre hanno peggiorato le casse dello Stato (e dell’Inps). Il focus della politica economica dovrebbe spostarsi sulla produttività dei fattori, arrestatasi nel periodo 1995-2008, e quindi sullo stimolo agli investimenti in innovazione di processo e di prodotto.

Bisogna peraltro stare attenti ai dati medi, che in un Paese come il nostro, caratterizzato da forte dualismo – divari di produttività del lavoro significativi tra settori produttivi, aree geografiche,  imprese di diverse dimensioni – spesso impediscono di leggere adeguatamente la realtà. È vero. L’Italia ha perso occupazione e capacità produttiva nel manifatturiero nell’ultimo ventennio. Ma ha accumulato un surplus di 122 miliardi di dollari nel commercio dei beni trasformati, secondo, in Europa, solo a quello tedesco. Ha conservato primati non solo nella triade tradizionale cibo-abbigliamento-mobili, ma anche nella meccanica strumentale e di precisione, nel biomedicale. Merito dei distretti industriali del nord-est-centro, delle 4000 multinazionali “tascabili” a base territoriale (Luxottica, Brembo, Zegna, Tod’s). Bene le PMI dunque, responsabili di più della metà del nostro export e in grado di battersi alla pari con le omologhe tedesche4. Il problema è semmai concentrato nella fascia della micro impresa, a minor vocazione internazionale, spossata dalla crisi della domanda interna, che sopravvive spesso solo grazie all’ evasione fiscale, e nella grande impresa, i cui proprietari hanno distratto risorse dall’innovazione tecnologica per valorizzazione i propri patrimoni finanziari e immobiliari.

cover1Spazio per intervenire, comunque, ce n’è. Con una vera politica industriale, fondata su alcuni punti essenziali. Primo: vanno scongiurate ulteriori privatizzazioni. Eni, Enel, Finmeccanica devono rimanere a maggioranza pubblica. Devono investire di più in ricerca e sviluppo, guidare la transizione energetica e ambientale dell’economia, aprire nuove vie alle relazioni industriali, inverando la partecipazione del lavoro alla gestione dell’azienda. L’Ilva, simbolo delle disastrose privatizzazioni degli anni ’90, va bonificata e fatta ripartire. Secondo: vanno aggrediti alcuni difetti strutturali della nostra manifattura. Da noi le imprese rimangono piccole, non crescono, non si internazionalizzano. Hanno ritardi nell’utilizzo delle nuove tecnologie, nell’e-commerce, nella distribuzione internazionale dei loro prodotti; faticano ad inserirsi nelle grandi catene globali del valore5. C’è una carenza di risorse umane, che va colmata inserendo i tanti giovani qualificati e poliglotti che oggi escono dall’università e se ne vanno all’estero per mancanza di occasioni. C’è un problema di finanziamento degli investimenti. Il debito bancario va sostituito con l’equity, con il capitale dei soci proprietari e con quello di capitalisti esterni alla cerchia familiare. In questi anni si sono fatti passi avanti: l’Aiuto economico alla crescita (Ace) introdotto nel 2012 rende fiscalmente più vantaggioso il rinvestimento degli utili in azienda, scoraggiando l’utilizzo del debito. Va fatto di più, magari utilizzando con maggior decisione i fondi pensione o il Fondo Strategico della Cassa Depositi e Prestiti. Terzo: va aumentata la dotazione di infrastrutture materiali e immateriali: la banda larga sulla quale la Telecom privatizzata a debito non ha mai investito, per esempio. Da ultimo: c’è un gravissimo deficit di investimenti in formazione e in ricerca e sviluppo da parte del sistema industriale. E’ evidente che qui non bastano i crediti d’imposta: qualificare le produzioni significa creare ecosistemi dell’innovazione che abbiano come pivot alcuni grandi centri di ricerca di base e applicata pubblici, come accade negli Usa con la Darpa (che ha finanziato internet e tutte le tecnologie della I-Phone, dal GPS al touch screen, al Siri) e l’Arpa-E, in Germania con la Fraunhofer Gesellschaft6.

Tutti questi interventi presuppongono uno Stato attivo, programmatore, che investa (non poche) risorse, che sappia compiere scelte coraggiose e lungimiranti di medio-lungo termine. Qui molti storceranno il naso: la corruzione endemica, gli sprechi e le inadempienze nelle PA, l’imbarazzante classe politica vanificherebbero qualsiasi tentativo in tal senso. A costoro si potrebbe però domandare: sarebbe mai stato possibile il miracolo economico italiano senza l’energia a basso costo dell’ Eni, senza l’acciaio della Finsider, senza l’Autostrada del Sole? Insomma, senza un’Iri?

Federico Stoppa

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NOTE:

1 Zingales L, Inutile investire nelle biotecnologie, l’Italia ha un futuro nel turismo; youtube.com

2 Cfr. Veugelers R., La manifattura: una sfida vitale per le economie europee, Economia Italiana 2014/1

4 Cfr. Conti G., Modiano P., Manifattura, produttività e mancata crescita dell’economia italiana, Il Mulino, n. 6/12

5 Cfr. Di Vico D., Viesti G,, Cacciavite Robot e Tablet. Come far ripartire le imprese, Il Mulino, 2014

6 Cfr. Mazzucato M., lo Stato Innovatore, Laterza, 2014

modello tedesco

Ancora nel 2004, il saldo tra cittadini dei principali paesi comunitari che arrivavano in Germania e tedeschi che se andavano era negativo per quasi 40.000 unità. Nel 2012, riporta il quotidiano Frankfurter Allgemeine (25/05/2014), il saldo è positivo per quasi 70.000 unità. I “nuovi” immigrati provengono soprattutto dall’Italia (+32.000) e la Spagna (+22.000): di fronte alla crisi occupazionale che sconvolge i loro Paesi, hanno deciso di esercitare l’opzione della defezione[1]. Sono, in maggioranza, giovani altamente qualificati; spesso anche più della popolazione locale ed è per questo che le imprese tedesche sono ben felici di accoglierli (con stipendi adeguati).

Questi dati, molto più di tante analisi, dis-velano il gioco a somma zero dell’Unione Monetaria Europea, un progetto di natura squisitamente “politica” – e contro ogni razionalità economica – che le classi dirigenti francesi e italiane hanno cocciutamente voluto portar avanti negli anni Novanta per privare la Germania della sua “bomba atomica economica”, il Marco.  Salvo poi scegliere di adottare, con il Trattato di Maastricht (1992), la “costituzione materiale” tedesca : banca centrale con poteri circoscritti e inadeguati, austerità di bilancio pubblico, regole antitrust autolesionistiche, nessun coordinamento intra-europeo delle aliquote fiscali e dei salari.

Risulta evidente che vi sia stata, da parte delle élite europee di allora, una miope sottovalutazione delle grandi capacità di resilienza dell’economia e della società tedesca ai grandi shock che l’hanno colpita alla fine del secondo millennio.  A cominciare dalla riunificazione politica e monetaria. La decisione del cancelliere democristiano Helmut Kohl di fissare la parità di cambio tra Ost e West Mark, in particolare, aveva generato una drammatica desertificazione industriale della Germania orientale: prodotto interno lordo crollato del 44%, produzione industriale giù del 67%, due milioni di occupati in meno, reddito pro capite degli Ossis scivolato a un terzo di quello dei Wessis, massiccia emigrazione[2].

Per non lasciare definitivamente morire quei territori, il nuovo Stato federale decise di investirvi una colossale quantità di denaro: circa 1140 miliardi di euro nel periodo 1990-2005, racimolati per la maggior parte emettendo obbligazioni, poi attraverso tasse di solidarietà dei cittadini dell’Ovest e i fondi europei per lo sviluppo e la coesione sociale[3]. Le città vennero, a fatica, ricostruite, le infrastrutture modernizzate, le persone aiutate a riprogettare là, in quei luoghi, la propria vita, con l’aiuto dei sussidi pubblici. Il gap tra Germania Est e Ovest in termini di reddito pro capite, qualità dei servizi pubblici e dotazione delle infrastrutture si ridusse in pochi anni . Ma per l’intero Paese il conto fu salato: il debito pubblico esplose[4], la disoccupazione salì all’11% del totale (5 milioni di persone), gli investimenti e la produttività delle imprese crollarono.

capitalismo di borsa o di welfareLa via tedesca al capitalismo, l’economia sociale di mercato (Soziale Marktwirtschaft)[5], quel modello renano capace di combinare efficienza produttiva e giustizia sociale – e per questo celebrato da tanta letteratura economica (da Michel Albert a Ronald Dore) – sembrava all’inizio del nuovo millennio destinato a soccombere. Troppo attraente e dinamico appariva allora il capitalismo anglosassone, con il mito dei mercati finanziari e delle startups della new economy, rispetto a quello tedesco, specializzato nei settori nati dalla seconda rivoluzione industriale, ingessato in relazioni industriali antiquate, con i sindacati seduti fianco a fianco ai rappresentanti degli azionisti nei consigli gestionali dell’azienda.

Se il vangelo neoliberista ha fatto proseliti quasi ovunque in Europa, in Germania ha attecchito solo in parte. Certo, il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder, con il suo sodale Peter Hartz, ha fatto dimagrire lo Stato Sociale e deregolamentato una parte consistente del mercato del lavoro, creando figure atipiche e precarie, a bassi salari e senza contributi previdenziali. Oggi  questi working poors hanno raggiunto la patologica cifra di 8 milioni, il 22% degli occupati totali (dati Ocse), tanto da rendere non più procrastinabile l’introduzione di un salario minimo stabilito per legge.

Ma la determinante principale del successo tedesco non è la flessibilità (leggi: precarietà) della forza lavoro, come molti tifosi del pacchetto di riforme “Agenda 2010”  di Schroeder vorrebbero far credere. Il fattore chiave è la politica industriale.  La Germania – disobbedendo alle prescrizioni dei cantori dell’economia finanziaria – non ha smantellato la propria base produttiva, il suo sistema industriale. Ha capito per tempo che le economie avanzate potranno generare buona occupazione nei servizi, mantenere il Welfare, indirizzare lo sviluppo economico verso la sostenibilità ecologica, sopravvivere alla spietata competizione globale, solo conservando un sistema manifatturiero fortemente orientato all’innovazione.

In questa prospettiva,  l’intervento pubblico –  nel caso tedesco, attraverso centri di ricerca applicata come la Fraunhofer Gesellschaft e il veicolo finanziario compartecipato da Lander e Governo federale Kredit fuer Wiederaufbau (KfW) – gioca un ruolo cruciale. Così come il modello di corporate governance che domina nella media e grande impresa del Paese – la Mitbestimmung – che dà voce ai lavoratori nelle decisioni aziendali più importanti, prevenendo delocalizzazioni e arbitrii nei licenziamenti. Non è un caso che la protezione legislativa di chi lavora nella manifattura sia in Germania una delle più rigide d’Occidente.

L’aumento del valore aggiunto per ora lavorata è così ottenuto con investimenti in Ricerca e Sviluppo che approssimano il 3% del prodotto (79,4 miliardi l’anno); con un sistema di scuole tecnico professionali che alterna apprendimento in classe e sul posto di lavoro (duale Ausbildungssystem); con università pressoché gratuite e di altissima qualità . Non attraverso la compressione fiscale e salariale o i lunghi orari di lavoro. Come mostra la tabella sotto, un’ora di lavoro è pagata 32 euro in Germania, 22 in Italia. Un dipendente dell’industria manifatturiera tedesca guadagna circa 37mila euro lordi all’anno, contro i 26mila di un suo omologo in Italia, lavorando poco più di 1400 ore l’anno contro 1680. Infine, la distribuzione del valore aggiunto è molto più egalitaria a Nord delle Alpi: la quota che va a remunerare il lavoro è il 67% in Germania contro il 60% in Italia.

 

Tab. 1: Alcuni indicatori economici riferiti all’Industria manifatturiera.

Fonte: Elaborazione su dati Ocse, Stan Database for Structural Analyses e Istat, struttura e competitività delle imprese

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Alla luce di queste considerazioni, è forse giunto il momento che il grande tema della politica industriale – che non è tabù negli USA, dove il governo Obama ha salvato Chrysler, così come non lo è in Cina, Brasile, Russia, Francia –  si riaffacci anche nel cortile di casa Italia. Dove purtroppo è convinzione diffusa che si debba abbandonare la manifattura per specializzarsi su turismo e servizi scadenti, proseguendo un processo di desertificazione industriale e svilimento del capitale umano che dura ormai da decenni.

 

 

NOTE: 

[1] Albert O. Hirschman, Lealtà, Defezione, Protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello stato, Bompiani, 2004

[2] Vladimiro Giacchè, Anschluss. L’Annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Imprimatur, 2013

[3] Secondo il quotidiano die Welt, il costo complessivo della riunificazione (1990-2013) sarebbe di 2mila miliardi di euro, una cifra che approssima quella del debito pubblico italiano.

[4] Il debito pubblico tedesco è cresciuto dal 1990 al 2005 di ben 980 miliardi di euro: dai 473 mld di fine 1989 ai 1453 del 2005 (H. W. Sinn, Basar-Ökonomie Deutschland – Exportweltmeister oder Schusslicht?,  2005).

[5] Il paradigma dell’”economia sociale di mercato” è stato sviluppato dagli economisti e giuristi riuniti intorno alla rivista “Ordo” e alla Scuola di Friburgo, tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta del Novecento. Fortemente critici verso il collettivismo socialista e l’interventismo statale di stampo keynesiano (politica che nel Paese ha connotato fortemente gli anni dell’hitlerismo), essi rigettano però anche la concezione minimalista dello stato propria del liberismo anglosassone, assegnando a quest’ultimo un importante ruolo di regolazione dell’economia, lotta ai monopoli e tutela della concorrenza, distribuzione del reddito e promozione delle opportunità degli individui. Per approfondire si veda Bolaffi, Cuore Tedesco, Donzelli, 2013, pp. 213-37.

 

Federico Stoppa

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IlConte

IlConte

Tra le ermeneutiche prevalenti della pluriennale stagnazione economica dell’Italia c’è quella che attribuisce la caduta della produttività totale dei fattori all’insufficiente sforzo nel porre in essere innovazioni di processo[1] e di prodotto da parte delle imprese italiane. La mancata crescita dell’output per ora lavorata sarebbe così spiegata dalla debole dinamica degli investimenti produttivi.

Va sottolineato che la quota del Prodotto interno lordo italiano destinato agli investimenti fissi lordi è pari a circa il 21% (dati Banca Mondiale, 2008), valore pressoché identico a quello che rileviamo in Francia e di poco superiore al dato tedesco (19%). L’accumulazione del capitale è continuata in maniera sostenuta per gran parte del primo decennio del nuovo secolo: la crescita media annua è stata pari al 2%, contro l’1,2% della media dell’Eurozona. Tuttavia, se ci si concentra sulla composizione degli investimenti, si scopre che in Italia si è investito con più vigore in altri macchinari, attrezzature e immobili, mentre si sono trascurati gli asset intangibili (brevetti, ricerca e sviluppo, formazione), veri driver di crescita della produttività in un’economia avanzata (fig.1 e 2). Tale fenomeno di bassa accumulazione di capitale ad elevata tecnologia sembra trovare una spiegazione plausibile in quello che Paolo Sylos Labini (2004, p.33) ha definito “Effetto di Ricardo”, il quale sosteneva che “le macchine e il lavoro sono in costante concorrenza fra loro e spesso le prime non possono essere impiegate fino a quando non diventa più caro il lavoro”. In Italia, infatti, “dalla metà degli anni novanta, infatti, l’aumento della flessibilità nell’utilizzo del lavoro, la lunga fase di moderazione salariale e la rapida crescita dei flussi migratori hanno reso meno costoso l’impiego del lavoro rispetto al capitale. Ne è seguito un rallentamento dell’intensità di capitale nei processi produttivi (Brandolini e Bugamelli, 2009, p. 47).

Appare quindi appropriata la sintesi di Pierluigi Ciocca (2003, p. 4), secondo il quale nel nostro Paese ”è mancato un balzo all’insù degli investimenti – segnatamente in R&D – per il quale pure vi erano i mezzi finanziari. Superata la recessione del 1992-93 la quota dei profitti sul reddito nazionale, il saggio del profitto sul capitale investito, il rendimento degli attivi d’impresa sono tendenzialmente aumentati. Si sono situati su valori in media superiori a quelli degli anni precedenti la recessione”.

 

Fig. 1: Investimenti fissi lordi, var.medie % in Italia. Fonte: Istat, Conti nazionali

tabella investimenti 1

Fig. 2: Scomposizione investimenti fissi lordi, in % del totale. Fonte:Ocse

investimentiNonostante i processi di ristrutturazione che hanno avuto luogo all’interno del sistema produttivo italiano nella seconda parte del Duemila, la spesa in Ricerca & Sviluppo da parte delle imprese si è mantenuta su importi relativamente bassi. La spesa in R&S ammonta infatti allo 0,6% del Prodotto, contro l’1,1% della media UE, a 15 paesi, il 2% della Germania e l’1,5% della Francia (dati riferiti al 2010). Appare lontano il raggiungimento del target del 3% del PIL indicato dalla nuova agenda di crescita predisposta della Commissione Europea “Europa 2020. Considerando la sola industria manifatturiera, l’incidenza della R&S sul valore aggiunto nel 2007 era pari al 2,3% in Italia, contro il 7,4% della Germania e il 9,7% della Finlandia. Inoltre, i brevetti registrati all’Ufficio Brevetti Europeo (EPO) da parte dell’Italia nel 2001 ammontavano al 7,8% del totale, contro il 49,1% della Germania e il 16,1% della Francia.

In generale, la propensione all’innovazione è correlata positivamente con i seguenti fattori: a) la dimensione dell’impresa[2]; b) la disponibilità ad attingere a fonti di finanziamento esterne all’impresa c) l’autonomia decisionale del management dalla proprietà; d) la presenza di capitale umano qualificato.

L’Italia appare carente in ciascuna delle voci sopra citate.

In particolare, per unità produttive piccole e frammentate, come quelle che formano il capitalismo molecolare italiano, risulta estremamente complicato sopportare elevati costi fissi in laboratori di ricerca, acquisizioni di licenze e brevetti, attività di marketing[3]. Infatti, esse risultano sottocapitalizzate, dipendenti dal credito bancario di breve termine, escluse da un efficiente mercato dei capitali, chiuse in sistemi di proprietà e controllo estremamente rigidi e poco propensi al rischio.

Alcuni dati possono meglio evidenziare quanto appena affermato.

Le passività. Nel 2006, la quota dei debiti a breve termine delle imprese era pari, complessivamente, al 56,8% dei debiti finanziari. Nello stesso anno, per le piccole e medie imprese (fino a 250 addetti) il peso del debito a breve termine saliva al 67% del totale delle passività.

Gli assetti proprietari e il management. L’Italia si caratterizza per una quota rilevante delle imprese a conduzione familiare sul totale (85,4%), di poco più elevata della Francia (80%) e più bassa della Germania (89%). L’anomalia italiana riguarda invece il management. Questo è nel 66% dei casi scelto per legami più o meno stretti con la proprietà familiare, contro il 28% dei casi in Germania e il 62% in Francia.

Per quanto concerne la specializzazione settoriale, Bugamelli (2012, p.13) evidenzia che l’innovazione è più concentrata nella manifattura, ed in particolare in settori quali la fabbricazione di apparecchi radiotelevisivi, per le comunicazioni, medicali e di precisione, nel settore farmaceutico, nelle macchine per ufficio e negli altri mezzi di trasporto. Mentre l’attività innovativa è più contenuta in settori quali il tessile e l’abbigliamento, il cuoio e le calzature, nei prodotti in legno e la metallurgia. Comparti che hanno un’incidenza cospicua nel valore aggiunto manifatturiero italiano. In particolare, i dati della Banca d’Italia dimostrano che il peso (sul totale del valore aggiunto manifatturiero) dei settori manifatturieri nei quali è minore l’attività innovativa è del 13,6% in Italia, del 5,2% in Francia e del 3% in Germania. Mentre i settori più propensi all’innovazione incidono per il 16,4% del valore aggiunto in Italia, per il 19,7% in Francia e per il 20,8% in Germania. Tuttavia, come dimostrano Brandolini e Bugamelli (2009), la specializzazione produttiva non è in grado di spiegare in maniera esaustiva la scarsa innovazione delle imprese italiane: il gap innovativo tra l’Italia e gli altri paesi avanzati riguarda tutti i settori.

D’altro canto, gli indicatori formali dell’attività d’innovazione – spesa in R & S e numero dei brevetti depositati – proprio per la natura peculiare del nostro sistema produttivo, sembrerebbero sottostimare lo sforzo innovativo delle imprese. Tale sforzo, secondo le indagini della Community Innovation Survey, risulterebbe sì inferiore alla Germania e ai paesi scandinavi, ma superiore a Francia e Spagna[4]. In sintesi, le imprese italiane introducono innovazioni di prodotto di tipo incrementale, volte a migliorarne la qualità, che richiedono però una minore disponibilità di risorse finanziarie e una dotazione di capitale umano meno qualificata rispetto a quella che sarebbero richieste per porre in essere attività formale di ricerca in laboratori e centri di ricerca.

Un assetto produttivo siffatto è vulnerabile per due ragioni. In primo luogo, esso è soggetto ad un vincolo di tipo tecnologico: l’upgrading dei processi di produzione avviene acquistando beni di investimento (macchinari) ad alto valore aggiunto importati da paesi esteri, in specie dal Centro-Nord Europa. Le imprese italiane, non avendo una capacità autonoma di generare innovazione, sono fortemente dipendenti da quella estera. Ciò incide negativamente sulla bilancia dei pagamenti (competitività) e la produttività. In secondo luogo, il sistema produttivo italiano, così com’è configurato, offre poche possibilità di impiego alle persone più qualificate, e dunque risulta per questo meno predisposto all’innovazione. Secondo l’associazione Almalaurea (2012), dal 2004 al 2008 – cioè prima della crisi – la quota degli occupati nelle professioni ad alta specializzazione sul totale in Italia è diminuito dal 19% al 17%, mentre è cresciuto in media nei 27 paesi dell’Unione Europea (dal 20% al 22%). Rispetto alla media europea, nel 2010 l’Italia aveva, sul totale degli occupati, un’incidenza maggiore delle persone che avevano giusto completato la scuola dell’obbligo o che possedevano addirittura un titolo di studio inferiore – 35,8% contro 22%- e un numero inferiore di diplomati (-2,1% rispetto alla media EU27) e soprattutto di laureati (-12% circa,)

Per superare questi handicap strutturali, l’Italia dovrebbe progettare una politica industriale e dell’innovazione lungimirante e di ampio respiro, con degli obiettivi precisi. In primo luogo, si dovrebbe favorire la capitalizzazione e l’internazionalizzazione delle imprese più dinamiche – attraverso il potenziamento di nuovi soggetti semi-pubblici come la Cassa Depositi e Prestiti – ed indirizzare gli investimenti delle imprese verso l’implementazione di prodotti a più alta intensità tecnologica e a minor impatto ambientale.

In secondo luogo, si dovrebbero sviluppare, mediante una gestione attiva e mirata della domanda pubblica, nuove tecnologie che riguardino priorità di interesse collettivo: il risparmio energetico, la messa in sicurezza del territorio, la salute e la mobilità sostenibile.

Infine, si dovrebbe dare vita a centri pubblici di ricerca di base ed applicata – sul modello tedesco del Fraunhofer – che scambino conoscenza e tecnologie con il mondo delle imprese.

Oltre ad una serie di politiche pubbliche ben congegnate, c’è soprattutto bisogno di un salto qualitativo di tipo culturale da parte del mondo dell’impresa. Se le imprese italiane non sono state finora capaci di rispondere agli straordinari cambiamenti tecnologici degli ultimi venticinque anni [..] ora, sono chiamate a uno sforzo eccezionale per garantire il successo della trasformazione, investendo risorse proprie, aprendosi alle opportunità di crescita, adeguando la struttura societaria e i modelli organizzativi, puntando sull’innovazione, sulla capacità di essere presenti sui mercati più dinamici. Hanno mostrato di saperlo fare in altri momenti della nostra storia. Alcune lo stanno facendo. Troppo poche hanno però accettato fino in fondo questa sfida. (Ignazio Visco, Considerazioni finali, 2013, p.10).

Federico Stoppa

 

NOTE:

[1] Le innovazioni di processo riguardano l’introduzione di nuovi macchinari che risparmiano lavoro per unità di prodotto o in generale l’implementazione di nuove combinazioni dei fattori produttivi. Si veda Bugamelli ed al. (2012, p.56). Un contributo imprescindibile per comprendere l’importanza dell’innovazione nell’economia capitalista è quello di Jospeh Schumpeter, Teoria dello Sviluppo economico (1912).

[2] In Italia, nel triennio 2008-11, il 64,1% delle imprese con 250 addetti e oltre ha introdotto innovazioni, contro il 47,1% delle imprese con 50-249 addetti e il 29,1% di quelle con 10-49 addetti. V. Istat, 2012 http://www.istat.it/it/archivio/74035.

[3] Cfr. Brandolini e Bugamelli (2009, p.27). Il 70% delle imprese innovatrici italiane giudica eccessivi i costi dell’innovazione. In particolare, il 64% lamenta la mancanza di risorse proprie disponibili per finanziare l’innovazione e il 58% dichiara di avere difficoltà nel reperire fonti di finanziamento esterne all’impresa. V. Istat (2012, p. 9).

[4] In particolare, “secondo i dati del CIS per il 2008, svolgeva un’attività innovativa di processo e di prodotto il 40% delle imprese italiane, una quota inferiore a quella di Germania e Danimarca (64%), ma superiore a Francia (35%) e Spagna (32%)” (Bugamelli, 2012, p.11).