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David Foster Wallace world copyright Giovanni Giovannetti/effigie

David Foster Wallace
world copyright Giovanni Giovannetti/effigie

Un piccione, un piccione stava entrando dalla finestra. Strano, a volte questa città ne sembra sprovvista. Quando dormono, la notte, si posizionano sulle aste di ferro che trafiggono in alto i portici, e sembrano non muoversi mai: statue, simulacri ripiegati su se stessi: un accumulo muto di sporcizia sembrano lassù. Ma questa mattina c’è il sole, cosparso, e il sole con la sua onnipotenza spazza via ogni cosa: le nuvole veleggiano in un oceano blu e l’atmosfera sembra tutta leggermente accarezzata da anime riposate. Sarebbe bello ogni tanto spegnere il cervello e non curarsi del frastuono interiore: l’atto di spegnerlo significherebbe solo attivarlo su altri canali meno disturbati, solo questo. E va bene così.

Le persone possono essere compresenti anche senza esserlo: è una misteriosa fascinazione che ci fa ancora sperare, una connessioni di menti che dialogano da lontano, per dirsi semplicemente ciao, eccomi qui. Ma oggi quelle persone stanno quasi tutte male, un male interiore e generalizzato, senza prospettiva, e non fanno altro che riversare disperatamente il loro male su altre persone: a volte, davvero, non possono fare altrimenti. E allora si distanziano per non farsene ancora, bruscamente, e questo non è altro che un segno di indiscussa, anche se incontrovertibilmente contrastante, debolezza. “L’ingiustizia è una maestra rigida ma impareggiabile.” Probabile, caro Dave, probabile; come ogni cosa che sempre con l’occhiolino divertito e strizzato mi hai suggerito.

In questo giorni accorri spesso tra i miei pensieri, lo sai? Forse perché ho solo bisogno di ridere, e tu, a me, mi hai fatto sempre ridere un sacco. Quando ti leggevo, col tempo, hai fatto nascere in me una risata nuova, inedita, una risata che era un misto di stupore, di catartiche invenzioni, ma anche di cruda e spietata consapevolezza di ciò che ci gira attorno sbeffeggiandoci. Mi hai insegnato l’umiltà, quell’umiltà che ho incorporato sin da bambino, ma che ora si riflette lucida nei miei tentativi di riscoprirla. Quanto mi hai insegnato, forse da lassù non puoi capirlo, ma io cerco di spiegartelo lo stesso.

Quando parlo di te agli altri vivi in ogni mia parola, e questo non può che essere un autentico miracolo. Come quei miracoli che dispensavi sulle pagine quasi senza accorgertene, quasi senza volerlo, e che s’imprimevano nella mia mente con una tale forza da invadermi dolcemente l’essenza; esattamente come una delle tante melodie dei Sigur Ros: melodie tutte e sempre solo mie, così diverse ad ogni rivisitazione acustica, in base ai miei stati d’animo. Un potere comunicativo che hanno in pochi, un modo di sapersi connettere con un’altra mente che mi lascia sempre felice nel pensare a quel giorno, in cui, incuriosito come non mai, cercavo chi tu fossi, tra quei libri dai titoli così bizzarri che erano associati al tuo nome di saggista, professore, scrittore intimamente americano.
Le tue note, le tue mille e infinite note, sono mondi difficili e buffi da affrontare, da padroneggiare, per una mente inesperta come la mia, mannaggia a te. Sono oltremodo arzigogolati, e pregni di quella premura che sa tenderti però sempre la mano, ad ogni occasioni bislacca di interpretazione, per non abbandonarti mai. Grazie. Quanto volte ho sentito che parlavi solo a me; quante volte ho sentito di poter essere seduto su di una comoda poltrona per ascoltare le tue sterminate peripezie pirotecniche.
Avevi ragione, hai avuto ragione, tante volte. Ora che i miei occhi possono osservare quello che avevi prognosticato, questa società è come tu l’avevi immaginata tanto tempo fa. Come diavolo facevi? Ma si può sapere chi è che ti suggeriva le risposte? I manuali di sociologia che studiavo all’università, in comparazione a ciò che mi dicevi e mi raccontavi, erano una burla inutile e ripetitiva.

Forse ora starai ridendo di me, però io queste cose dovevo dirtele prima o poi. La gente è triste, come quando dicevi di aver scritto quel romanzo infinito pensando esattamente a loro: “non so come sia per voi e i vostri amici, ma so che la maggior parte degli amici miei è molto infelice”… “Succedono cose davvero terribili. L’esistenza e la vita spezzano continuamente le persone in tutti i cazzo di modi possibili e immaginabili.”
E quando per la prima volta mi hai fatto conoscere Lenore tutto da quel momento è cambiato; da quel momento in poi tutte le cose non erano più come le avevo lasciate prima. Hai inventato una donna che non si poteva non amare, coccolare nelle sue contraddittorie manifestazioni, e poi l’hai fatta scomparire, nel risucchio di quel tuo burrascoso cilindro magico di romanzo, affinché vivesse per sempre dentro di me, e mi portasse ad immaginare un mondo di felicità che manco t’immagini. All’inizio ho pensato che volessi semplicemente prendermi per il culo, poi ho capito che mi stavi solo facendo uno dei tuoi tanti doni: sei terribile. “Tocca le cose con considerazione e quelle saranno tue; le possederai; si muoveranno o resteranno ferme o si muoveranno per te; si distenderanno e apriranno le gambe e ti cederanno le loro più intime giunture. Ti insegneranno tutti i loro trucchi.” Sai quante volte ci penso? L’ho sempre fatto, per quanto mi è parso possibile, e continuerò a farlo, anche se quelle cose possono e si animano bruscamente contro di me saprò di aver fatto sempre la cosa giusta.

Ti scriverò ancora, sappilo, perché un contatto diretto con te ormai ce l’ho da tempo: ha contraddistinto questi miei ultimi quattro anni di vita, ed è stata una delle sensazioni più piacevoli, divertite, intellettualmente impegnate che io abbia mai provato. Ma soprattutto, come scrisse quel traduttore “pazzo” che si innamorò a ragione di te, e cocciutamente per un anno intero fu intento nel tradurti per la prima volta al resto del mondo intero, per la prima volta in un’altra lingua diversa dalla tua, e cioè la mia, sfidando ogni scetticismo su quello che potevi trasmettere a tutti quanti perché non gli credevano, e lui battagliando di sudore riuscì nell’intento di regalarci per quanto possibile l’animo, la ricchezza dei tuoi pensieri, beh ecco, vorrei salutarti riprendendo le sue magnifiche parole, perché lui, quel traduttore italiano, anche lui ricordandoti ha toccato inesorabilmente le corde nel mio animo frustrato, rifocillandolo però, e riempiendolo di un’aria nuova; un’aria sicura di speranza in quel tuo atto tragico, in quel tuo strascico grido d’aiuto:

Non starò a raccontarvi la vera e propria disperazione che quel 12 settembre del 2008 colpì me e molti altri dei suoi lettori e ci tenne per lunghi mesi in una morsa di dolore. Ognuno di noi ha un rapporto molto personale con la letteratura di David Foster Wallace. Come gli oracoli, sembra voler dire cose diverse a persone diverse. Ma oggi posso dire che non una delle sue parole ha cambiato significato, per me, dopo il suicidio. Mentre lo rileggo continuo a notare, anzi, quanto fosse frequente e potente il Comico, nella sua opera, e ci sono mattinate terse spazzate dal vento in cui sono sicuro di ritrovarmi a vivere dentro uno dei suoi giochi, d’essere un suo personaggio preso nella morsa d’una certezza ridicola e mordace, quella d’aver imparato a vivere da un suicida.

“Per sempre lassù”, e per sempre dentro di me. Ciao Dave, a presto (strizzatina mia, questa volta)

Un’intervista di Dave sull’ambizione

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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amorepostmoderno

Davide Bonazzi

L’amore si sa: è l’amaro dolce conduttore che fa muovere le nostre anime, in un verso o nell’altro, pur non riuscendo mai e poi mai a identificarne il significato, il senso che si cela dietro questa misteriosa fascinazione che ci fa volare di stupore, di incantamento al principio, ma che poi, quasi all’improvviso, ci schianta senza mezzi termini sul tappeto del rimpianto.“L’amore opera in segreto i suoi incanti, le nostre decisioni sono irrilevanti”; questo aforisma cerco di tenerlo sempre a mente, non si sa mai.

Ma non è propriamente sull’amore che vogliono discorrere, come fatto in sé, perché oltre ad una questione piuttosto difficile da spiegare, penso che ognuno di noi avrà sicuramente da dire la sua, e le diverse e “incazzose” versioni a riguardo saranno tanto diverse quanto diverse saranno le situazioni e le esperienze peculiarmente capitate a casaccio e senza un perché (che divertimento). E il bello di tutto questo sarà sempre e comunque il fatto che, come concetto, come miscela di sensazioni e di vissuto personale, questa “cosa” non potrà mai essere né catalogata né mai pienamente interpretata: è solo passibile di visioni puramente soggettive, e questo è, in un certo senso, il suo attraente e lontano mistero, la sua carica che ci invade fino al midollo per poi finire nel distruggerci.

Vorrei, invece, fare delle considerazioni sull’amore come esperienza sociale, e quindi cercare, nelle mie possibilità, di concentrarmi su come l’immaginario collettivo tenti di identificare un generico rapporto di coppia in un’ottica un po’ diversa, un po’ più ampia, nell’amplesso societario che ne riconosce la nascita e gli eventuali e controversi sviluppi. Ovvia, partiamo!

Lost by DavideBonazzi

Lost by Davide Bonazzi

L’età postmoderna, per come viene attualmente vissuta, può essere vista come un collage di esperienze, di tasselli che abbiamo l’opportunità di incollare sul nostro mosaico personale grazie alle miriadi di possibilità e/o potenzialità che ci vengono offerte o che abbiamo a nostra disposizione, chi più chi meno (“a ciascuno il suo”). Questo vissuto, non può che emergere in maniera impeccabile da un ambito che indaga, come nessun altro a mio parere, il mistero e il senso dell’essere umano: la letteratura. I romanzi, è risaputo, racchiudono il sentire umano dell’epoca a cui fanno riferimento; cercano di estrarne, per quanto possono, l’essenza. Per questo motivo, per avvicinarci di più alla società in cui viviamo, e per cercare di capirci qualcosa una dannata volta, dobbiamo in un certo senso affacciarci a quei particolari romanzi che, dalla critica o comunque da un lettore qualunque, vengono letti come “innovativi”, e dove si può chiaramente evincere lo scardinamento del romanzo tradizionale.

Per definizione, il romanzo propriamente postmoderno, quello che, nello specifico, ha il potere di ammaliarci per la sua “diversità inconsueta”, è un romanzo enciclopedico; ciò vuol dire che, al suo interno, si può trovare di tutto: accanto alla quantità smisurata di linguaggi e di invenzioni narrative dettate da una schizofrenia data per scontata, l’autore sviluppa la storia che vuole proporci, che non è altro che un insieme ingarbugliato di tante e infinitesime storie, tutte diverse le une dalle altre. A prima impatto ci si può ritrovare spiazzati, e non si riesce bene a cogliere dove l’autore voglia andare a parare. Tutto questo però permette di affermare che Il meta-romanzo, o il romanzo vecchio stampo (come volete), seppur nella sua indiscussa utilità nel rilevare le origini del pensiero e degli sviluppi umani, non attecchisce poi più di tanto l’immaginario che vuole, per sue necessità interne, concentrarsi consapevolmente nella perlustrazione del tempo presente.

Certo, poi c’è da prendere in considerazione la categoria dei “classici” che, non è un caso, vengono etichettati così proprio perché la loro potenza espressiva ha qualcosa che ha a che fare con la loro intramontabile attualità, ma questo è un altro discorso. Il romanzo postmoderno, diversamente, mette in luce quelli che sono gli “sperimentalismi” di questo mondo sociale, e non c’è nulla di più azzeccato di questo per leggere la riconfigurazione dell’epoca attuale. Viviamo, infatti, nell’epoca dei racconti diversissimi ma che, per necessità, devono legarsi l’uno l’altro in una narrazione collettiva se vogliono solo pensare di sopravvivere. Un po’ come succede nei romanzi di nuova generazione: l’autore cerca sempre, velatamente, di tessere un filo rosso generale che permetta di afferrare le redini della complessiva (e a volte davvero complicatissima) situazione narrativa. Declinato alle nostre vite, il no sense che ne deriva può essere attribuito proprio a questo: all’incapacità generalizzata di dare un senso logico-narrativo alle nostre diverse esperienze che facciamo, ai nostri racconti personali, di modo che possa avere anche solo una minima parvenza di un filo che riconosciamo come “conduttore”. E allora, le relazioni sociali diventano fiacche, evanescenti, legate solo alla provvisorietà del momento, all’esperienza specifica vissuta in quella circostanza. E ci ritroviamo ogni volta a ricominciare tutto da capo senza sapere il perché, senza comprendere pienamente perché ci barcameniamo così tanto (“ma io dico: chi me lo fa fare?”).

Ed ecco che arriviamo alle relazioni di coppia, tanto odiate quanto osannate. Non molti anni fa, una relazione di coppia era vissuta all’interno di un quadro narrativo solido, stabile, in cui si sapeva benissimo quali erano le tracce della trama da seguire: era solo necessario riempire quelle tracce, quei consigli prescrittivi dettati dalla società e compierli, metterli in atto nella propria vita, mettendoci del proprio come coppia, come un progetto costruito solo e sempre insieme; quindi il proprio progetto biografico era un duo, e questo comportava, in molti casi, il “sacrificio dell’individualità”. Di questi esempi, di “narrazione di coppia”, ne esistono ancora; certamente: il cambiamento e la rimodulazione di un’epoca non può buttare via l’acqua sporca assieme al bambino, e quindi lavarsi le mani di tutto quello che l’ha creata e quindi preceduta: non può spazzare con noncuranza il “tradizionale”; anzi. Quest’ultimo è vitale al cambiamento, all’innovazione che nasce e si costruisce per differenza (quanti amici che stanno per o sono già sposati avete?).

Day Trippers by Davide Bonazzi

Day Trippers by Davide Bonazzi

Fondamentalmente, le relazioni di coppia odierne si sfasciano dopo due secondi perché non vi è un progetto comune alla base. Sono due progetti individuali che viaggiano sì parallelamente ma che pensano solo a sé: in pratica sono votati al mero soddisfacimento dei bisogni personali che, per attualizzarsi, decidono di “fare coppia”. Di conseguenza, più andremo avanti e più il “vecchio” progetto pensato in comune non avrà più ragione di sussistere: la nostra condizione esistenziale individuale naviga troppo nell’incertezza già per noi come singoli, figuriamoci che cosa può succedere se due “incertezze di vita” decidono di mettersi insieme: esplodono nel no sense immediatamente, e si distanziano (dopo che, alla fine della fiera, si è fatto praticamente tutto insieme dopo i primi 3 mesi di indiscusso romanticismo; e voglio azzardare: ma la soglia di “sopportazione” di quel romanticismo, che appassisce come una rosa senz’acqua, potrebbe essere decisamente più bassa). E quindi che si fa? Bella domanda.

Penso che l’individualismo, con tutte le pecche di egocentrismo che si porta con sé, riservi anche delle conquiste e delle possibilità formidabili. Non possiamo più tornare indietro, assolutamente. Dobbiamo invece sempre guardare avanti con una sbirciatina arricchente che volge lo sguardo al passato, che ha sempre qualcosa da insegnarci (non si sbaglia per imparare? O si sbaglia e basta?). Dobbiamo cercare di re-inventarci, prendendo spunto dal passato ma senza troppi formalismi, e cioè dando respiro al formidabile potenziale che è in noi. La coppia, quindi, deve vivere delle sue risorse di individualità e cercare, al contempo, di costruire quel filo rosso che la distinguerà da tutte le altre (dalle altre coppie e dal mondo in generale); il ché non significa un vincolo insormontabile che trascura e annienta pian piano le risorse-soggetto. Una coppia vera, al passo con i tempi, deve infatti sempre conquistarsi l’evasione dalla sua auto-referenzialità; si deve, in altre parole, fare discorso nel mondo, esattamente come avviene nei romanzi postmoderni. Per sopravvivere in questa società nell’ambito di un rapporto duale, dobbiamo scrivere il nostro romanzo postmoderno di coppia, insieme, cooperando col nostro partner. Questo ci consentirà di vivere bene la nostra storia con l’aiuto di quel “materiale” grezzo che le singole individualità attingono dalle proprie esperienze e che, quindi, scelgono consapevolmente di condividere all’interno del loro nucleo amoroso.
Racconti diversi, dunque, diversissimi l’uno dall’altro, ma che poi cercano di fare un lavoro di auto-riflessione, prima con il suo protagonista e poi assieme all’altro protagonista parallelo: il nostro partner. Certo, i romanzi postmoderni sono anche celebri per confondere con queste strampalate comparse che incontriamo durante il loro percorso narrativo: alle volte ci sono sacchettate di personaggi che non si capisce più nulla. Vogliono solo metterci in guardia però: nel mondo, le comparsate ci devono essere e ci saranno sempre. Ma i personaggi principali, quelli che veramente hanno una cognizione di tutta la storia e sono collegati in qualche modo con tutti gli altri personaggi, si riducono a due o tre. Ecco, poiché la coppia, lo dice il nome stesso, prevede solo due personaggi – che sono, a livello societario, fondamentalmente il suo fulcro, il suo punto di partenza – dobbiamo diffidare dalle comparse che ci distolgono dal nostro percorso e che molte volte (birbantelli!) “utilizziamo” istintivamente in senso egoistico: queste devono solamente arricchire la coppia di nuovi spunti, di nuovi vissuti, e non traumatizzarle e dunque estinguerle. Nel rispetto del nostro partner, infatti, dobbiamo evitare di ricadere nella concezione dell’amore perseguito come “quantità”, come concetto consumistico di usa e getta.

Se si sceglie di stare con una persona, di amarla, bisogna inventare insieme e scrivere la propria storia fugando l’indefinito, il caos che ci sovrasta e che incombe su di noi rendendoci sempre e comunque spaesati. Dobbiamo evitare le tipiche situazioni di coppia dei nostri tempi e dove si narra, sistematicamente e in ogni occasione, che “Cominciarono soltanto a frequentarsi, in quel territorio crepuscolare che sta tra l’essere solo amici e quello che, qualunque cosa sia, non è amicizia” (DFW); situazioni in cui finisce poi tutto quanto, e bisogna ricominciare tutto da capo. Del resto, in certi casi sbagliati, potrebbe essere solo una salvezza. Ma non sempre: il nostro istinto “sano” saprà sempre ben consigliarci che, probabilmente, quella è la persona giusta per noi.

Un sano Amore a tutti.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Diego Quiroga

Diego Quiroga

È ritenuto uno dei padri della letteratura post-moderna. Maestro indiscusso del virtuosismo canoro trasposto in parole. Thomas Pynchon. “Vive appartato e non compare mai in pubblico”—> questa è la sua biografia. Sappiamo poco o nulla di lui, solo che è noto per la sua scrittura complessa e labirintica e che non si è mai rivelato al proprio pubblico se non attraverso le sue opere. Forse si tratta di una specifica strategia editoriale che alimenta ancora più il mistero: esiste davvero? Qual è il suo volto? In alcune puntante dei Simpson, a mo’ di parodia, sono state fatte specifiche allusioni a questo colosso narrante: un personaggio in incognito viene rappresentato “mascherato” con una sacchetto di carta in testa, e quando scambia qualche battuta (nella versione americana), si vocifera, prende a prestito la vera voce dello scrittore.


Tralasciando la fiction e i diversi tentativi fantasiosi di definire una figura che è e resta aleatoria, penso non ci siano troppi dubbi a riguardo: questo scrittore americano esiste davvero. Eh sì, perché è uno personaggio che, tramite i suoi contributi romanzati, ha praticamente influenzato il nostro immaginario collettivo culturale e globalizzato a partire più o meno dagli anni 60’.

Per fare qualche esempio… È presente nei primi testi degli album dei Radiohead, e sappiamo tutti cosa ne è uscito fuori; influenza apertamente il famoso fumetto “V per vendetta”, poi diventato il celebre e visionario film. (Il suo primo romanzo, scritto nel 63’, si chiama per l’appunto “V”). Molti scrittori americani e non, contemporanei o dopo di lui, attingono sfacciatamente dalla sua opera. Un altro esempio: “Trainspotting” di Irvine Welsh, poi riproposto in quella pellicola cinematografica che è divenuta una delle più amate e ricordate della nostra generazione. Ricordate la celebre scena del film girata in uno dei peggiori cessi di Scozia? Quando Il Nostro si immerge nel water e si fa un bel giretto sguazzante in quell’acqua fetida?

Pynchon2


Bene. Quella scena è stata scritta per la prima volta da Pynchon nel suo “L’arcobaleno della gravità”, considerato uno dei suoi massimi capolavori. Il protagonista del romanzo si intrufola in un cesso di un bar perché è alla ricerca di una fisarmonica perduta e nel frattempo, incontrando diversi escrementi sparsi qua e là, formula una vera e propria casistica di merda risalendo ai legittimi proprietari. Questa mattone di romanzo, che mescola con arte smisurata realtà e fantasia, dà prova di quanto questo autore conosca la storia, e non una storia qualunque… La storia degli ultimi, dei dimenticati, fondando quella che è stata definita “la poetica del preterito”. In questo romanzo, gli anni della guerra fredda sono raccontati con una tale dovizia di particolari (sempre mescolati ovviamente alla “fantascienza” del romanzo) che il lettore non distratto può sempre ricostruire le cose come sono andate semplicemente documentandosi. Questo libro, inoltre, si presenta con una narrazione propriamente post-moderna: sbalzi temporali paurosi ripercorrenti le memorie gioiose e travagliate dei personaggi si manifestano in contesti de-spazializzati di un mondo in preda ad una guerra invisibile che logora gli animi. “Tutto ruota, comunque, attorno alla Zona, la Germania devastata e occupata, dove praticamente non c’è legge né ordine, e dove avvengono i più strani traffici e s’incontrano i più folli personaggi.” Ma la caratteristica più evidente della scrittura di Pynchon è la sua comicità: sembra di leggere dei fumetti bizzarri non illustrati. E poi tanto altro: esoterismo, psicologia, scienza nucleare, ingegneria missilistica, erotismo, feticismo e così via… Un romanzo enciclopedico dunque, come per tradizione vogliono essere incasellati i romanzi postmoderni. Un romanzo che, ad ogni modo e comunque vada dopo la lettura (in bocca al lupo!), lascia sicuramente qualcosa al lettore: un’esperienza letteraria unica, nulla da dire.

 

P.S. Se proprio sono riuscito a stuzzicarvi una recondita curiosità, incominciate a leggere “L’incanto del lotto 49”. Quest’ultimo libro è, caso stranissimo, uno dei pochi romanzi brevi che il nostro autore abbia mai scritto, perché il resto dei suoi romanzi sono letteralmente pluviali: bisogna armarsi di molta pazienza per terminarli a dovere, ma, posso dirvelo, ne vale davvero la pena… Breve ma intenso “L’incanto” è una bel concentrato di letteratura post-moderna che incasina la mente, e su questo non c’è ombra di dubbio.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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