Archivio per maggio, 2015

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Una lettura riflessiva è un valido esercizio per la mente e migliora la nostra capacità empatica nella vita di tutti i giorni.

Gregory Currie, professore di filosofia all’università di Nottingham, ha recentemente argomentato sul New York Times che la letteratura non ci rende migliori come persone, perché “nessuna prova convincente suggerisce che le persone siano moralmente o socialmente migliori se leggono Tolstoy” o altre grandi opere.

In realtà, c’è un’evidenza a tal proposito. Raymond Mar, psicologo della York University in Canada, e Keith Oatley, Professore emerito di psicologia cognitiva all’Università di Toronto, ha sostenuto, negli studi pubblicati nel 2006 e nel 2009, che gli individui che leggono spesso narrativa sembrano essere più capaci di altri nel comprendere altre persone, entrando in empatia con loro e vedendo il mondo dalla loro prospettiva. Questo collegamento persiste anche laddove alcuni ricercatori hanno constatato la possibilità che gli individui più “empatici” potrebbero essere più predisposti a leggere romanzi. Uno studio di Mar del 2010, ha colto simili risultati nei bambini: più storie gli vengono lette, e più la loro “teoria della mente” – o il loro modello mentale – si predispone meglio alle intenzioni di altre persone.

“Una lettura riflessiva” – opponendosi alla spesso superficiale lettura che si fa oggi sul web – è una vera e propria pratica a rischio, che dobbiamo preservare come se fosse un monumento storico o un’opera artistica di una certa rilevanza. La sua scomparsa potrebbe dunque mettere in pericolo lo sviluppo intellettuale ed emotivo delle generazioni che stanno “crescendo online”, così come inficiare il tramandare, da una generazione all’altra, di una significativa parte critica della nostra cultura: i romanzi, la poesia e altri generi letterari che possono essere apprezzati soltanto da quei lettori le cui menti, letteralmente, sono state educate a questo tipo di letture.

Andre Letria

Andre Letria

Una recente ricerca in scienze cognitive, psicologia e neuroscienze, ha dimostrato che una lettura accurata – lenta, “immersa”, ricca nei suoi dettagli sensitivi, emozionali, assieme alla sua complessità morale – è un’esperienza peculiare, differente da una mera decodifica di parole. Benché una lettura di questo genere richieda, in senso stretto, un approccio ad un libro convenzionale, la struttura “limitante” delle pagine stampate favorisce, in maniera esclusiva, un’esperienza di tipo profondo. La mancanza in un libro di altri collegamenti ipertestuali, libera il lettore dalla fatica di prendere altre decisioni – dovrei cliccare su questo link oppure no? – permettendogli di rimanere completamente immerso nel flusso narrativo.

Questa “immersione” è supportata dal modo in cui il nostro cervello gestisce un linguaggio ricco di dettagli, allusioni e metafore: creando quindi una rappresentazione mentale che induce le stesse regioni del cervello ad essere attive, come se si trattasse di veri avvenimenti che si svolgono nella vita reale di tutti i giorni. Le situazioni emozionali e i dilemmi morali, che sono il cosiddetto “materiale letterario”, consistono anche in un valido esercizio per il cervello incoraggiandoci verso le menti di personaggi immaginari, ma soprattutto – alcuni studi lo suggeriscono – incrementando la nostra capacità empatica nella vita quotidiana.

Nulla di tutto ciò accadrebbe, ad esempio, “scrollando” sui siti di gossip (TMZ). Benché nominiamo questa attività con lo stesso nome, una lettura approfondita di un libro e una lettura sul web indotta dall’informazione non sono esattamente la stessa cosa, sia nell’esperienza che producono in noi, sia nelle capacità che possiamo sviluppare. Numerosi risultati suggeriscono che la lettura online potrebbe essere meno impegnativa e meno soddisfacente, anche per i “nativi digitali” per i quali è già così familiare. Lo scorso mese, per esempio, il National Literacy Trust del Regno Unito ha rilasciato i risultati di uno studio di 34, 910 giovani dell’età compresa tra gli otto e i sedici anni. I ricercatori hanno sostenuto che il 39% dei bambini e degli adolescenti che leggono quotidianamente utilizzano apparecchi elettronici, ma solo il 28% di loro legge materiale stampato ogni giorno. Coloro che leggono “solo sullo schermo”, erano tre volte meno predisposti ad affermare che per loro leggere è un’attività piacevole, e solo un terzo possedeva un libro preferito. Questo studio ha anche scoperto che i giovani che leggono quotidianamente soltanto online, sono considerati “lettori sopra la media” quasi due volte in meno rispetto ai lettori che leggono giornalmente su materiale stampato o su entrambi.

Andre Letria

Andre Letria

Comprendere il perché dovremmo preoccuparci sul modo in cui i giovani di oggi leggono, piuttosto che preoccuparci solo del fatto che essi non leggano affatto, ci aiuterebbe a sapere qualcosa in più sul modo in cui si è evoluta l’abilità nel leggere. “Gli essere umani non sono nati per leggere”, fa notare Maryanne Wolf, direttrice del “Center for Reading and Language Research” alla Tufts University, e autrice del libro “Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain”. Diversamente dall’abilità di comprendere e produrre il linguaggio parlato, il quale in circostanze normali si sviluppa seguendo un programma dettato dai nostri geni, l’abilità di leggere deve essere acquisita scrupolosamente da ogni singolo individuo. I “circuiti per leggere” che noi costruiamo sono registrati da strutture nel cervello che si sono evolute per altri fini – e questi circuiti possono essere flebili o robusti, a seconda di quanto spesso e con quanta energia li utilizziamo.

Il lettore forte, protetto dalle distrazioni e in armonia con le sfumature della lingua, entra in uno stato psicologico che Victor Nell, in uno studio di psicologia sul piacere di leggere, paragona ad una trance ipnotica. Nell ha scoperto che quando i lettori godono al massimo di questa esperienza il ritmo della loro lettura rallenta. La combinazione di velocità, scioltezza nel decodificare le parole e un lento e pacato avanzamento sulla pagina, dona, ai lettori forti, tempo per arricchire la loro lettura con riflessioni, analisi, assieme alle proprie memorie e opinioni. Dà loro il tempo di stabilire una relazione intima con l’autore, impegnati insieme in un’ampia e appassionata conversazione come tra persone innamorate.

escodrinyant_MOUNI FEDDAGQuesta non è, attualmente, un tipo di lettura di cui molti giovani stanno facendo esperienza. La loro lettura è pragmatica e strumentale: la differenza è tra una “lettura carnale” e una “lettura spirituale”, come afferma il critico Frank Kermode. Se noi permettiamo ai nostri ragazzi di credere che la lettura carnale sia tutto ciò che possa esistere – se non apriamo la porta alla lettura spirituale, attraverso una precoce insistenza sulla disciplina e sulla pratica – li inganneremo su una piacevole, e talvolta estatica, esperienza verso cui non potranno imbattersi altrimenti. E noi priveremo loro di una elevata e illuminante esperienza che li farà crescere come persone. Osservando l’attaccamento dei giovani ai dispositivi digitali, qualche educatore progressista e qualche genitore permissivo parlano del bisogno di “incontrare i bambini dove si trovano”, adeguando l’educazione sulle loro “abitudini da schermo”. Questo è sbagliato. Abbiamo bisogno, piuttosto, di mostrare loro qualche posto dove non sono mai stati, un posto dove sola una lettura riflessiva li può condurre.

Annie Murphy Paul

Traduzione di Edna Arauz e Francesco Paolo Cazzorla

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Articolo originale: Reading Literature Makes Us Smarter and Nicer

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Identity Crisis - Marco Carruba

Identity Crisis – Marco Carruba

Per introdurre il concetto di identità è necessario tenere presente la sua natura squisitamente interdisciplinare, in quanto presuppone sia una dimensione sociologica che una psicologica. Gli aspetti più sociologici dell’identità riguardano le nostre appartenenze a famiglie e a gruppi. Sentiamo il bisogno di affiliarci ad una collettività omogenea per alcuni tratti, come studenti di una certa materia, appassionati di un particolare genere musicale, professionisti ed appassionati di un qualche genere di sport. Sentirci parte di qualcosa di più grande di noi, in empatica armonia con gli altri è essenziale per la definizione di sé. All’interno di queste appartenenze vi è infatti un rispecchiamento reciproco tra le persone, fondamentale per la costruzione delle identità. Nella migliore delle ipotesi, ci vengono riconosciute (e noi riconosciamo negli altri) attitudini, interessi, passioni e impegni che vengono cristallizzati in un “ruolo” implicito o esplicito all’interno di un certo gruppo. Tuttavia si può ricevere un ruolo anche in base ad anonimi bisogni istituzionali. Nel bene e nel male, tutto ciò resta di fondamentale importanza per la definizione di noi stessi, ma non è certo tutto.

L’identità è anche connessa con il modo personale in cui ognuno di noi fa esperienza nella vita di tutti i giorni. La nostra particolare prospettiva sul mondo ci deriva dal nostro temperamento e dal nostro carattere. Possiamo immaginare il carattere come una materia plastica, modificabile dalle influenze con le persone più significative della nostra vita, e il temperamento come una fibra interna più dura, e presente già prima della nascita. Alcune madri riconoscono il temperamento dei figli quando ancora li portano in grembo: alcuni bambini scalciano e si agitano ripetutamente, altri rimangono per tutto il tempo quasi immobili, immersi in uno stato di quiete. Il temperamento rappresenta quindi un limite alla socializzazione dell’individuo, nel senso che la persona non può essere plasmata infinitamente della cultura, se non al prezzo di spezzare la propria sensibilità intrinseca. Accanto al bisogno di sentirsi in armonia con gli altri, ognuno di noi sentirà un bisogno di autonomia che risponde alle spinte del suo nucleo più intimo. Carl Gustav Jung ha parlato in questo senso di “individuazione”, un vero e proprio travaglio attraverso cui la persona cerca di realizzare la propria natura.

3bc5f6e1c3f2b0de5d42dec6ec77daffIn linea con i principi della psicologia dialettica, espressi nel libro “Volersi male” di Nicola Ghezzani, l’identità si configura come il frutto di una continua mediazione tra i bisogni di appartenenza e di individuazione, i quali possono al limite contrastare fortemente tra loro, oppure trovarsi in armonia. Quante volte ci è stato chiesto di aderire a un ruolo che abbiamo sentito in disaccordo con noi stessi? Quante volte invece l’incontro con l’altro è stato determinante per poterci esprimere a pieno e sentirci liberi? Ognuno di noi si auspica e lotta per essere riconosciuto dagli altri e trovare uno spazio il più possibile consono agli aspetti autentici del proprio sé. Raggiungere un equilibrio perfetto tra questi due poli sarebbe qualcosa di utopico, e nella nostra vita ci troviamo sempre a dover mediare o da una parte o dall’altra, tra esigenze di appartenenza e il nostro bisogno di autonomia.

Ma come si sviluppano le identità nella realtà socio-storica che stiamo attraversando? Per rispondere a questa domanda è necessario mettere a fuoco i macrocambiamenti che la società occidentale ha attraversato a partire dagli anni ’50 del secolo scorso. Risalgono a quel periodo le teorie dello psicologo tedesco naturalizzato statunitense Erik Erikson sulla formazione dell’identità. Quest’ultima veniva concepita come qualcosa che si acquisisce al termine dell’adolescenza, per essere poi mantenuta stabilmente per il resto della vita. Se si contestualizzano le ricerche di Erikson, ci si accorge che le sue osservazioni erano basate esclusivamente sulla società nordamericana degli anni ’50 e ’60, in particolare sulla cosiddetta “classe media bianca”. Il percorso che le persone seguivano in quel contesto era effettivamente molto stabile, o almeno questa era la norma che le persone adottavano come metro di paragone. Adolescenza ed età adulte erano due fasi distinte e riconoscibili sia nella teoria di Erikson, che nella realtà in cui quella teoria aveva preso forma. Terminata l’adolescenza, soprattutto per quanto riguarda i giovani di sesso maschile, ci si aspettava prima di tutto il raggiungimento dell’indipendenza economica, che sanciva l’ingresso nell’età adulta. Il lavoro era il fulcro dell’identità del giovane adulto, in quanto rappresentava l’appartenenza più importante con la quale ci si collocava nella società.

Va da sé che nel corso del tempo le cose sono molto cambiate. Le trasformazioni economiche e sociali intervenute negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso hanno reso possibile la comparsa di una tipologia di popolazione del tutto inedita; per inquadrarla, tra gli altri, lo psicoanalista tedesco Werner Bohleber ha utilizzato il concetto di post-adolescenza. Il post-adolescente non completa più il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, raggiunge sì un’indipendenza intellettuale, sociale e sessuale, senza però arrivare ad un’indipendenza economica. In questa fase la maturità “è determinata in base al criterio della partecipazione competente alla sfera dei consumi”.
Bohleber sottolinea l’intrinseca ambivalenza della post-adolescenza, che in molti casi si protrae oltre i trent’anni. L’ambivalenza consiste nel fatto che questa fase, in cui l’identità non è “chiusa” ma aperta alle possibilità, può favorire la creatività o al contrario sfociare in un vicolo cieco dello sviluppo psicosociale. In passato era più facile che le persone si impegnassero in maniera esclusiva sia nel lavoro che nelle relazioni personali, oggi i giovani non si lasciano sfuggire le occasioni, vogliono plasmare continuamente la loro vita. L’identità in questo senso non è più qualcosa che ci definisce in maniera stabile, ma è un progetto sempre aperto alle possibilità e ai rischi. Può succedere così che la ricerca dell’identità diventi un processo spalmato sull’intera esistenza.

Geoff McFetridge

Geoff McFetridge

Questa tendenza del comportamento è stata resa possibile dagli sviluppi economici e tecnici che fin dagli anni ’70 hanno oggettivamente moltiplicato le possibilità per gli individui, sia in termini di scelte lavorative che di stili di vita e ricerca del partner. Un tale processo ha contribuito al dissolvimento dei ruoli stabili, percepiti più che altro come fardelli. Per molti è stata davvero l’occasione di mettere in gioco la parte più autentica e autonoma di sé, liberandosi dai lacci delle appartenenze tradizionali. L’individuo ha potuto esplorare nuove affiliazioni, muovendosi liberamente tra le molte e diverse subculture, tra i movimenti politici e sociali che costituiscono le società moderne. Le condizioni socio-storiche hanno reso possibile per molti la ricerca di un ambiente di appartenenza più affine al proprio sentire, rispetto a quello in cui ci si trovava collocati per nascita. In generale la mobilità sociale, tipica delle società industrializzate, ha permesso agli individui di sviluppare capacità e talenti, raggiungendo condizioni di vita più elevate. In questo senso le identità, come i gruppi sociali, sono diventate fortemente complesse e contraddittorie, se non in alcuni casi frammentate. La varietà e la moltitudine di stili di vita ha costituito contemporaneamente un’opportunità e un rischio per l’adolescente in cerca di un’identità.

In che modo è stato veicolato l’entusiasmo di ricercare nuove strade per costruire la propria vita? Una generica aspettativa presente nella nostra società vuole che l’individuo si realizzi e che lo faccia da solo, al limite nell’isolamento. A partire dagli ultime decenni del secolo scorso, realizzare se stessi è divenuta paradossalmente una richiesta esterna, piuttosto che il frutto di proprie spinte interne. Ancor più paradossale è il fatto che questa individuazione sia conforme a certe norme, per cui le persone seguono identità standardizzate proposte dai media e dalla pubblicità.
Gli individui non solo si sentono in dovere di seguire certi modelli “vincenti”, ma lo fanno nella più totale illusione di stare sviluppando qualcosa di personale, per una loro scelta. Prosaicamente questa ideologia appare più in linea con gli interessi del mercato che con i bisogni autentici della gente. Le istituzioni e le aziende si aspettano un individuo flessibile, sempre disponibile al cambiamento e alla “crescita”, come quello descritto da Richard Sennet. Il desiderio di individuazione è diventato un valore culturalmente riconosciuto, l’autorealizzazione è un obbligo sociale. Secondo Alain Ehrenberg questa richiesta implicita ed esplicita è alla base dell’aumento delle patologie depressive, che rappresentano letteralmente “la fatica di essere se stessi”. Le società contemporanee esigono dalla persona un raggiungimento di prestazioni elevate e un miglioramento personale costante.

Il sociologo Ulrich Beck ha mostrato chiaramente come il mito della costruzione della propria vita sia sostenuto dall’illusione del potere e delle scelte personali, tipica delle società occidentali. E’ stato enfatizzato a dismisura il valore dei propri desideri e delle proprie capacità, lasciando in ombra il peso che le condizioni sociali e le relazioni con gli altri hanno nel poterli realizzare. Questa visione fa sì che l’individuo si senta completamente artefice della propria vita. L’individuo occidentale è diventato perciò attivo, inventivo e scaltro, ricercando l’originalità e la creatività ad alti costi. Citando Ulrich Beck, accade così che “l’eventuale fallimento divenga fallimento personale e che dunque non possa essere vissuto come esperienza di classe, o ascritto a una «cultura della povertà». La relazione che si istituisce tra propria vita e proprio fallimento comporta che anche le crisi sociali (per esempio, i periodi di disoccupazione di massa) vengano scaricate sui singoli che li percepiscono come rischi individuali. In altre parole, alcuni problemi di portata sociale possono essere direttamente ricondotti a disposizioni psichiche, a sensi di colpa, paure, conflitti e nevrosi individuali. Viene così delineandosi un nuovo, paradossale ed immediato rapporto tra individuo e società: una contiguità di crisi e malattia, per cui le crisi sociali appaiono come crisi individuali. Di conseguenza, il carattere sociale delle crisi stesse (che è in grado di adempiere a una funzione di mediazione tra società ed individuo) viene ignorato. Nella società moderna viene così trascurato ciò che invece è al centro del nostro interesse, ossia l’architettura sociale della propria vita tra individualizzazione e globalizzazione, tra attività e assegnazione di obiettivi che non solo non è l’individuo a scegliere, ma che si pongono interamente fuori dalla sua portata.”

Ciò che è importante sottolineare è la dimensione dialettica della costruzione dell’identità. Come abbiamo visto, quest’ultima si delinea come una mediazione tra “interno” ed “esterno”. La costruzione dell’identità è sempre vincolata contemporaneamente a ciò che offre il periodo storico e alle proprie disposizioni personali. Siccome la realtà è in continua trasformazione, quelle che ieri apparivano soluzioni “giuste”, si potrebbero rivelare “sbagliate” domani o viceversa. Quali sono allora oggi le condizioni e le opportunità in questa Italia attraversata da una crisi economica e sociale? In generale si può affermare che sono aumentati i rischi e diminuite le opportunità. La disuguaglianza è cresciuta dagli anni ’80 ad oggi, e la società appare più stratificata, opponendo più resistenza alla mobilità sociale. Dopo una lunga formazione, molti di noi sono costretti a trasferirsi all’estero, e in fondo è il paese intero che ci rimette. Le relazioni con gli altri e le appartenenze giocano un ruolo enormemente importante nella nostra vita: certi incontri (nel bene e nel male) contribuiscono a fare di noi quello che siamo, a volte più di quanto siamo disposti ad ammettere. In questo momento è necessario guardare al mito dell’individuo che si plasma da sé (e in maniere totalmente omologata e impersonale) con un sano disincanto, e rendersi consapevoli dell’importanza che gioca la dimensione socio-storica e relazionale nella costruzione della propria vita. Se si vuole agire in maniera ottimale sulla realtà ed aumentare le proprie capacità di cambiamento, è essenziale essere lucidi e valutare, sia gli aspetti più autentici di sé, sia il contesto in cui ci si muove.

Filippo Gibiino

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti
Alain Ehrenberg, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, Einaudi, 1999
Nicola Ghezzani, Volersi male. Masochismo, panico, depressione. Il senso di colpa e le radici della sofferenza psichica, Franco Angeli, 2002
Richard Sennett, L’uomo flessibile. Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale, Feltrinelli, 2001
Ulrich Beck, Costruire la propria vita, Il mulino, 2008
Werner Bohleber, Identità, trauma e ideologia. La crisi d’identità della psicoanalisi moderna, Astrolabio, 2012

Apac - Turn on the light

Apac – Turn on the light

I’ve seen people fall in love with brands.
I’ve seen some people whose favorite brands matched their ideals, values or lifestyle.
I’ve seen an even stronger combination of people totally and absolutely passionate about advertising itself.
Even people who love their brands, advertising itself and have an amazing love and loyalty for the agency they’re working in.
Advertising is powerful, we all know it.
It has a power that can somehow achieve to become a strong, almost religious belief, often stronger on the people who work inside the industry, and no the other way around.
(Because, who stays more mesmerized by the new Nike ad, and shares it the most? Yep, publicist.)

There is also the counterpart of people who hate everything that I’ve mentioned before.
Who are often people who have no option, because advertising as one dear friend once said is, until now, the only place offering a “real job” labeled under the name of “creativity”.
Something exciting for a young person whose profile won’t fit somewhere else; it has a place for the young writer: copywriter, for the illustrator and the designer, the animator, the programmer, the communication student ready to define his or her area. The golden pot placed at the end of the rainbow after a humanistic bachelor, with a paid place just for you at one of its departments.

But then comes the reality, or the “price to pay” like other friend once said “Yes, we get finally a paid job under the name of creativity, but it has absorbed it like a vacuum, leaving no room for something else.”

Despair - Ella F. Sanders

Despair – Ella F. Sanders

This world is also a place where everything goes so fast, where everyday felt as if you built a campfire with care and effort, and at the end of the day all that remained were tiny pieces of charcoal that you counted, drop to a pile, and then come back the next day, to do the very same thing all over again. I experienced this feeling on my own skin.

But I did truly enjoy the creative process, the making of, the research, the adrenaline it gave me; but sometimes it was just too much what it took and so little what I had in return, that, at the end of the day the exciting creative process, if any, remained under many big thick layers of frustration, stress and exhaustion, so much that I forgot about that I woke up everyday for that reason, for my precious place in this industry; the job that I had to explain, justify and even defend many times to many people in many situations.
And at some point you think that you love this but you realize as Murat Mutlu wrote in 2013 that:

The rewards for creatives are often minimal, we’re happy for a pat on a back and to be included in a ‘thanks for your effort’ all staff email but the chances of getting money, shares, or even getting your name dropped into the press release for all that hard work are slim to zero.

This is showed by the rising number of articles about people leaving advertising, or how people that work on advertising are unhappy, then the responses that say that people are happy; all this is somehow showing that something is indeed happening and not only on a mexican context; as Ana Maria Olabuenaga said recently in an interview:

“The market logic (who I am, what I like, how much it costs, what I want, what I want to buy, what do I consume) rotates in a completely different orbit from the one from festivals (I need to win prizes), which at the same time, rotates in a different orbit from the one of advertisers (I need people to buy me), and these are turning into a totally different digital media orbit (where people create a lot of conversations)… a universe in chaos that needs order ”

We are isolated in our advertising-agency-culture-islands, immersed in a sub reality of competition, rivalry, gossip and awards. And work, perhaps too much work, getting far and far away from people.
I heard more often “this post will have many likes” instead of “People will like this post”.
People are not people anymore, people, that are the final audience for whom we spent hours and hours working for; became “clicks”, “likes”, “retweets”. We see the numbers on our screen not the people behind the screen. We’re giving them so little and giving so much work.

We are surviving in our advertising world getting away from the ways that could take us closer to them and create a channel towards them, like anthropology, sociology, psychology, simple observation; something that could give us deeper analysis and a clearer image on what they’re doing and know their reactions. Not just “Ads of the world”, not just reference after reference, instead of paying attention of “Sony did this” we should be paying attention to “people are looking at this, because this is what’s happening right now”.

Ideas just for the sake of pretty ideas are cool, award deserving, and…?
Engagement is also a word we hear everyday, a fluctuating cipher that can get us into trouble or celebrations with the clients, but what is stronger: the client-publicist engagement or the bond between brands with people? Engagement should mean a state of commitment.
And yet advertising is maybe the first word that pops up in our mind when someone says “creative industry”.

I see often so much beauty, energy and talent carefully crafting their work piece by piece then watch it disappear within seconds, in the blur of a scroll.

But where out of advertising will I find a home with the same empathy vibe from my co-workers? I love this crazy people” I once heard a coworker said, and yes, it’s so easy to find a context where you won’t feel like a “creative outsider”.

Negley - Depression

Negley – Depression

As in the Hammelin flaute singer story, he appeared in a village and stole all the kids; the advertising flaute singing-industry appeared and seems to have stolen, if not all, a great number of artists.

I cannot deny I feel relief when I know of someone who quits to give her/his talent to something truly linked to their hearts.
But deep inside I also understand the people who stay despite knowing that something isn’t right and have the reasons to stay there even if it is for passion for advertising, learning, or fear; it isn’t easy. I admire both.

Something that you might hear often in advertising is “Take risks”, these risks should be done for something with meaning; “the world needs artists, more than ever” recently said Elizabeth Gilbert… And where are the best artist right now? (Yep: Advertising)
What’s left now is to shape our objective and take care of us as individuals and as a society, and give something, more than just more stuff and brands to buy.

Inspiration has been replaced with fear. The advertising industry is filled with scared people. That fear creates a culture of land grabbing rather than collaboration. Executives asking for constant innovations from their agencies while their mid-level managers squash any innovative idea out of fear to lose their job. Every company talks about failing fast. Not many companies live up to their own talk. The fear creates a culture of never-ending POVs, data obsession as a safety belt, revisions of PowerPoint revisions and revisions of aforementioned revisions.
Brands can be powerful change agents, develop mass movements and improve everyone’s lives. It’s a huge responsibility to be a powerful brand. It goes way beyond filling media spaces with creative executions. Way beyond optimizing technology and the pipes to transfer communications to people through programmatic buying and sophisticated targeting. We’ve fallen in love with technology rather than technology being the slave of the idea.Good advertising is about persuasion. Today’s advertising is dominated by promotion.

We lost our way, walked away from advertising and the art of persuasion. And made a Faustian bargain with technology. (Uwe Hook  Why I quit my agency job)

Edna Arauz

Graphic edition by Edna Arauz

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