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Riccardo Pesaresi - Attesa

Riccardo Pesaresi – Attesa

Non sono completamente d’accordo con chi dice che, per lanciarsi in un cambio radicale di vita, basta fare il primo passo; che questa è la tappa più difficile da affrontare, e che tutto quello che viene dopo è solo una tranquilla e felice passeggiata “oltre i propri limiti”. Probabilmente, chi scrive e diffonde questa roba – strappa like, strappa condivisioni – non l’ha mai veramente fatto quel passo. C’è tanto altro, dopo quella decisione, che non viene raccontato.

C’è per esempio lo spaesamento, la novità che ti riempie e ti cambia; il cambiamento con te stesso da gestire e indirizzare in base all’adattamento alla circostanza – una circostanza che non è più quella che affrontavi automaticamente in precedenza. C’è un severo equilibrio tra un prima e un dopo, che a volte cede e preferisce fregarsene, standosene fintamente sollazzato da una parte o dall’altra. C’è la sensazione di perdere qualcosa, di aver perso qualcosa nel frattempo, ma di vivere comunque tanto altro che quel prima non era in grado di darti.

E non si tratta di sacrifici. Molti hanno sempre in bocca questa parola quando non si riesce ad esprimere che cos’è un cambiamento, uno sforzo, una sfida con se stessi. Per me il sacrificio è quando uno si annulla completamente per darsi agli altri, non quando tenta, seppur con sforzo, di cambiare le cose nella prospettiva di un miglioramento di se stessi. Alla fine si è sempre un po’ egoisti – soprattutto in questi tempi disperati –, e il sacrificio ha poco a che fare con tutto questo.

Quello che volevo dire, in fondo, è che le cose cambiano, come è normale che sia, ma bisogna sempre viversi addosso la cifra del cambiamento. E che quel primo passo esiste, certo, ma non è l’unico prima di una discesa libera; ce ne sono tanti altri dopo che te la fanno prendere bene o te la fanno prendere male, e il tutto dipende da quell’equilibrio sofisticato, da quel gioco infinito che si costruisce tra un prima e un dopo, tra quello che senti di essere e di portare dentro e quello che, pian piano e senza accorgertene, ti sta impercettibilmente trasformando.

Come dice Richard Sennett, vi è la difficoltà di “riuscire ad affrontare la propria condizione di sradicato in modo creativo, […] [di] imparare a elaborare i materiali che costituiscono l’identità alla maniera in cui un artista lavora i fatti più banali trasformandoli in cose da dipingere. Ognuno deve [imparare a] costruire se stesso”.

Forse il segreto in tutto questo – nel cambiamento e nella costruzione di sé – sta proprio nel non aspettarsi nulla. Riprendersi così la propria attesa e corromperla a discapito della velocità, e della sua affliggente immediatezza, che ci vuole “adrenalinici”, “sempre sul pezzo” (quanto odio questa espressione) e preparati su ogni cosa.

In un mondo iper-connesso che ci deruba furtivamente del tempo di vita, ma che ci dona immancabilmente “pacchi” pregni di visioni inedite, tutto in teoria è fattibile ma poco in realtà è concesso. E la nostra immaginazione è esausta, si estingue da sé, perché lavora poco e male. Perché quel tempo di vita che l’aiuterebbe a risanarla viene a malapena speso, e arranca a fatica dietro le cose veramente importanti per noi.

Ecco che allora bisogna crearsi un proprio retrobottega, un proprio silenzio (il medium dello spirito), e una propria attesa. Bisogna lavorare senza fretta sulle cose che imprimono un significato su di noi, non su ciò che dovrebbe momentaneamente “estasiare” gli altri (quegli altri, del resto, che ti vedono solo come un numero, una matricola, una merce di scambio); su quelle cose che, in un nonnulla, ci provocano un senso familiare, e ci fanno provare sulla pelle quanto sia spossante e bella la fatica, la creatività dell’apporto costruttivo.

Cosicché, quello che forse nel nostro intimo aspettavamo da tempo non esiterà a chiamarci, a tirarci fuori dalla nostra laboriosa attesa, perché sa che dietro ogni nostro gesto, dietro ogni nostro pensiero, c’è quel retrobottega che annienta la superficialità, e che sfida senza sosta il tempo che le appartiene, quel tempo che oggi più che mai ci vuole flessibili e reversibili, pronti a tutto: persone esaurite e “preparate al massimo su ogni cosa”; persone omologate che si auto-sfruttano costantemente (uno sfruttamento senza nessuno che esercita un dominio; uno sfruttamento latente ma terribilmente più efficace); persone che poi, a lungo andare, non sanno più come si fa ad esprimere un intimo e genuino pensiero, non sanno più davvero come si fa a lasciare dietro di sé una traccia inconfondibile.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Adweek

Adweek

Perché oggi si collabora sempre meno? Dov’è finita la coesione sociale? Perché nelle nostre società le persone preferiscono la competizione sfrenata alla collaborazione reciproca? Eppure la collaborazione non è affatto l’opposto della competizione; anzi, molte volte si dimostra una strategia ottimale per competere assieme in vista di un obiettivo più grande. Competizione e collaborazione, infatti, sono entrambi processi dinamici.

Quest’ultima può essere definita – grossolanamente – come “uno scambio in cui i partecipanti traggono vantaggio dall’essere insieme”, e quindi dall’operare in sinergia per perseguire un fine comune. D’altra parte, come ci insegna il tribalismo umano – “che abbina la solidarietà per l’altro-simile-a-me con l’aggressività contro il-diverso-da-me” – la collaborazione non è solo di segno positivo. Le banche, ad esempio, funzionano un po’ come le bande criminali: attraverso favori sottobanco o insider trading, praticano un tipo di collaborazione che risulta positiva per chi la compie ma distruttiva per gli altri; una sorta di rapina legalizzata.

Richard Sennett, uno dei più importanti sociologi americani viventi, nel suo libro “Insieme”, sviscera il fenomeno chiarendone le cause strutturali, e spiega perché le società moderne tendano a “dequalificare” le persone nel praticare la collaborazione. Secondo Sennett, questa prassi sociale è innata nell’uomo, ma allo stesso tempo è una pratica che può e deve essere appresa, come se fosse un’abilità tecnica da imparare e padroneggiare col tempo. Come gli animali sociali – che operano assieme per realizzare ciò che non riuscirebbero a fare da soli – gli uomini, sin da bambini, mostrano l’istinto a mettersi insieme, per giocare e costruire qualcosa con l’apporto di tutti (come spesso accade con i castelli di sabbia).

Christopher Silas

Christopher Silas

Oggi quest’abilità è quanto mai necessaria, soprattutto per operare con gente che non conosciamo. In un mondo globalizzato come il nostro, le diversità sono ormai all’ordine del giorno, e sempre più spesso accade di dover cooperare con gente che non ci assomiglia affatto, che non ci piace, o che si pone in evidente contrasto poiché è portatore di interessi in conflitto con i nostri. Una sfida inedita e stimolante. Ma allora perché, a quest’innata abilità sociale, prevale il modello della competizione individualistica? O quello più spietato della chiusura di tipo tribale? Sennett individua principalmente tre cause, che si rifanno rispettivamente a motivazioni materiali, istituzionali e culturali.

La prima ha a che fare con il dilagare della disuguaglianza. Quest’ultima, come lui sostiene, è il più diretto dei fattori di indebolimento. Come certo si saprà – anche dalla più vicina esperienza quotidiana – la disuguaglianza è aumentata in maniera vertiginosa nell’arco dell’ultima generazione, sia nelle moderne società “avanzate” che in quelle in via di sviluppo. La classe media, asso portante delle società di qualche decennio fa, si sta letteralmente prosciugando, ed è come se la rappresentazione “a cipolla” delle società precedenti – tanto in voga negli anni passati nell’illustrare la società in classi – stesse assumendo velocemente la forma di una mongolfiera rovesciata: una mongolfiera che, nella vita reale, non sarà più in grado di volare.

Le abissali differenze economiche, quindi, creano molteplici – e altrettanto abissali – distanze sociali. “L’élite si colloca a una distanza incommensurabile dalla massa”; le aspettative e i problemi di un banchiere, ad esempio, non coincideranno mai con quelle di un muratore: difficilmente i due mondi si incontreranno o avranno qualcosa in comune. Divari di questo genere “provocano giustamente la rabbia della gente; e le reazioni di antagonismo irriducibile (“noi contro loro”) appaiono un esito perfettamente razionale.”

Come spiega Sennett nello specifico, questa disuguaglianza – che comporta evidenti ricadute materiali – può essere di due tipi: imposta o interiorizzata. La disuguaglianza imposta avviene nella più tenera età, e riguarda un fenomeno relativamente recente: la selezione nelle scuole in base alle presunte qualità dei bambini. La bontà di queste selezioni si scontra però con i loro effetti sperati, a causa di una molteplicità di fattori che sono propri della nostra epoca, come ad esempio: “il bisogno spasmodico della società di individuare precocemente il talento; l’ambiente familiare; la specializzazione della conoscenza”, e così via. In questo modo, quando un bambino entra nel mondo della scuola, le sue capacità innate di collaborare con gli altri bambini possono essere intaccate o inesorabilmente arrestate, essendo inserito (certamente non per sua volontà) in percorsi formativi differenti; in classi e in scuole differenti.

In un rapporto dell’Unicef del 2007[1], “si indagano le conseguenze della disuguaglianza sul piano dei comportamenti al di fuori delle norme formali che regolano la vita nell’aula scolastica. A un estremo troviamo la pratica del bullismo, all’altro l’uso di fare i compiti insieme fuori di scuola. Nei paesi esaminati, i dati del rapporto mostrano che le società con un alto grado di disuguaglianza interna suscitano in misura maggiore comportamenti bullistici nei ragazzi, mentre nelle società relativamente eque gli studenti mostrano una maggiore disponibilità a studiare con i compagni.” Pare, quindi, che la disuguaglianza in questione riduca la motivazione allo studio negli adolescenti più svantaggiati, e questo succede per tutta una serie di fattori, quali ad esempio le dimensioni delle classi, l’accesso ai libri, le risorse informatiche, etc. In queste condizioni, pochi di loro sono convinti di potercela fare nella vita. Ebbene, come direbbero Amartya Sen e Martha Nussbaum, nella “loro teoria delle capacità [capabilities]”, le molteplici e variegate capacità emotive e cognitive dei ragazzi subirebbero un arresto fatale – e quindi non uno sviluppo consono con le loro possibilità – a causa della diseguale distribuzione interna della ricchezza, assieme ai modelli familiari e all’organizzazione dell’istruzione.

Sarah Kindler

Sarah Kindler

Per analizzare il secondo tipo di disuguaglianza, quella cioè interiorizzata, Sennett fa invece riferimento ai comportamenti dei bambini e degli adolescenti in quanto consumatori. Secondo le sue argomentazioni, intorno ai dieci anni, il senso d’identità dei ragazzi viene plasmato non solo dalle istituzioni della società (vedi la scuola) ma anche dalla realtà economica in cui vivono. In una società dei consumi, non si può tralasciare il fatto che esiste soprattutto un mercato gigantesco rivolto ai consumatori più giovani, e che sin da questa età – con la commercializzazione di prodotti “fighi” e di massa – favorisce in loro un senso di inferiorità di status che può essere “alleviato” solo con l’acquisto ripetuto di svariati prodotti.  Questo tipo di acquisto – quasi da dipendenza –, dimostrerebbe agli altri il fatto di “valere”, così da non sentirsi più inferiori nei loro confronti: nascerebbe, dunque, una specie di confronto invidioso “(«Io sono meglio di te», che ha come altra faccia più subdola: «Tu non mi vedi, non conto niente ai tuoi occhi perché non mi consideri alla tua altezza»)”. Tale confronto può essere visto come una personalizzazione della disuguaglianza. Se è vero che tutto questo non può essere generalizzabile, è anche vero però che un consumo ossessivo – che rivitalizza e “aggiorna” le differenze di status – metterebbe in serio pericolo la pratica della collaborazione: i ragazzi, vivendo in questo tipo di contesto, finiscono per dipendere più dal possesso degli oggetti che dal rapporto con gli altri.

L’altro aspetto preponderante che Sennett prende in considerazione, e che si focalizza sugli aspetti istituzionali delle nostre società, riguarda in particolare le modificazioni avvenute nel mondo del lavoro. A carriere di lungo periodo, in un’unica azienda o istituzione, si è succeduta una pletora di assunzioni a tempo determinato, dove l’impiego flessibile e/o part-time caratterizza sempre di più un lavoro che, oltre ad essere a breve termine, cambia in continuazione. In questo modo, nella maggior parte delle organizzazioni lavorative, si dissolve quello che Sennett chiama “il triangolo sociale”, ovvero un insieme di legami informali presente nella vecchia economia, e che serviva a controbilanciare la rigidità e l’isolamento delle strutture formali (a questo proposito, si parlava di sistemi di produzione “senz’anima” che provocavano alienazione nei lavoratori).

Il triangolo sociale in questione, identifica i tre elementi che più di tutti caratterizzavano le relazioni informali vecchio stampo, e cioè: l’autorità guadagnata, il rispetto reciproco (e dunque la fiducia), e la collaborazione durante le crisi. Per spiegare a fondo l’attuale disperdersi di questi tre elementi, Sennett assume il mondo dei lavoratori di Wall Street – da lui esplorato e studiato – come una specie di paradigma del lavoro contemporaneo. Anche se risulta difficile paragonare certi aspetti di questo specifico lavoro con altri contesti lavorativi, l’analisi del sociologo americano si dimostra convincente quando parla di alcune caratteristiche proprie del lavoro odierno, e che si radicalizzano a causa dell’azione corrosiva del tempo: le aziende, ad esempio, per essere competitive sul mercato globale, devono muoversi rispetto ad un orizzonte di tempo sempre più breve, che le costringe a raggiungere risultati immediati cambiando continuamente le loro strutture (lavoratori compresi).

In questi nuovi contesti lavorativi, “le élite vivono in un empireo globale, svincolate dalla responsabilità nei confronti dei comuni mortali, specialmente in tempi di crisi economica.” Quello che prima era un potere legittimato dai dipendenti (l’autorità guadagnata) si sgretola. Questo perché sia la distanza insormontabile, che il tempo a breve termine, riducono sistematicamente le occasioni di incontro (e di confronto) che alimentavano quella tipica relazione reciproca tra diversi ruoli, dove il capo non solo indicava le direzioni da seguire ma, allo stesso tempo, stava ad ascoltare i pareri dei dipendenti, che sentendosi così riconosciuti si fidavano ciecamente di lui, legittimandolo (ciò che spesso avveniva nelle fabbriche con i capireparto). L’odierna mancanza di responsabilità dei capi nei confronti dei dipendenti, permette dunque al potere di abdicare all’autorità. Questo divorzio sancisce la concezione di un’azienda sempre più a compartimenti stagni, dove difficilmente i diversi settori sono in comunicazione tra di loro.

John Holcroft

John Holcroft

Questo isolamento però non avviene solo tra la “massa” dei dipendenti e i più alti dirigenti. L’”effetto silos” – come viene chiamato nelle analisi manageriali – riguarda anche tutti gli altri lavoratori, che – sempre a causa del “tempo a breve termine” – non avranno il tempo necessario per conoscere a fondo il contesto in cui lavorano. Per questi motivi, non dimostreranno né una sufficiente lealtà né una certa identificazione verso di esso. Ecco perché le relazioni tra le persone si fanno sempre più superficiali, e i deboli legami con l’istituzione (o con l’azienda) accentuano oltremodo il loro isolamento: “la gente si fa gli affari propri, non si lascia coinvolgere in problemi che non la riguardano direttamente, in particolare non entra in relazione con quanti nell’istituzione svolgono compiti di altro genere.”

Tutto questo – come una specie di effetto a catena – disincentiva la collaborazione all’interno dei luoghi di lavoro, andando a logorare anche gli altri due lati del triangolo. Difficilmente, infatti, possono nascere relazioni di fiducia, e quindi di rispetto reciproco, tra lavoratori isolati che raramente lavorano assieme. In più c’è da considerare il fatto che l’effetto silos è mal visto da quasi tutti i dirigenti, poiché considerato come un ostacolo alla produttività. E allora si passa alla “burocratizzazione” della collaborazione, che consiste nella promozione di lavori di gruppo estemporanei; anzi nella loro imposizione: “Nella nuova economia tutto diventa più formale e regolato, anche la cooperazione. E più si chiede alle persone di cooperare, meno succede. Le vecchie teorie suggerivano che più le persone imparavano a collaborare fuori dall’ambiente di lavoro, più lo avrebbero fatto anche all’interno dell’azienda. Nel sistema moderno c’è una istituzionalizzazione della collaborazione che non porta a niente”. Anche qui, la collaborazione obbligatoria subisce l’azione corrosiva del tempo a breve termine.

Infatti, i lavori di gruppo creati ad hoc non sono altro che delle “simulazioni di solidarietà” dalla vita breve, dove tutti i partecipanti s’impegnano in una recitazione profonda affinché le loro prestazioni vengano giudicate positive dai superiori (e quindi, in questo modo, poter scalzare gli altri in termini competitivi). “Poiché le persone non hanno un vero coinvolgimento reciproco, essendo il loro rapporto una questione di alcuni mesi al massimo, quando c’è una crisi lo spirito di gruppo scompare di colpo e i partecipanti cercano di pararsi le spalle e di negare la propria responsabilità spostando la colpa su altri compagni.” In questi termini, dunque, viene a mancare la collaborazione durante le crisi, cioè un tipo di collaborazione fisiologica e informale che veniva a crearsi laddove le persone si conoscevano bene, e stabilivano rapporti di lunga durata: nei momenti di difficoltà sapevano su chi poter contare e su chi no, potendo allora ricorrere ad un aiuto spontaneo e reciproco.

L’isolamento nei luoghi di lavoro non è dovuto solo a fattori strutturali. Le persone sono isolate perché vi è, soprattutto, una specie di un’auto-imposizione: “Sono talmente sotto stress che non posso farmi coinvolgere nei problemi altrui”. Tali considerazioni, ci portano infine alla terza causa di indebolimento della collaborazione, una causa prettamente psicologica. Tale fattore riguarda l’angoscia tutta moderna per la differenza, e che s’intreccia a piene mani con l’omologazione culturale dettata dal consumismo globalizzato. Fin qui abbiamo visto la disuguaglianza strutturale e le nuove forme di lavoro. Queste due forze sociali, provocano a loro volta delle forti ripercussioni psicologiche sulle persone, che non riuscendo più a gestire situazioni sociali complesse tendono a chiudersi in se stesse. Nasce, dunque, una nuova tipologia caratteriale: il sé non collaborativo.

John Holcroft

John Holcroft

Secondo Charles Wright Mills, l’angoscia svolge una funzione molto importante nella formazione del carattere. Il carattere di una persona, infatti, si forma laddove vi è una gestione ambivalente tra i ruoli che la società impone e la libertà individuale rispetto a quei ruoli; tra rispetto e inosservanza, tra adesione e distacco: la forza interiore deriva principalmente da qui. Oggi, invece, le persone provano scarsa ambivalenza, scarso disagio interiore circa la mancanza di spirito di collaborazione, e anziché affrontare tali sfide preferiscono evitarle: si preferisce eliminare il problema alla radice piuttosto che comprenderlo e superarlo; si preferisce farsi gli affari propri invece di cimentarsi con l’impegno che deriverebbe da una sovraesposizione di stimoli. L’ansia più temuta, infatti, nasce proprio quando si ha a che fare con i bisogni altrui. E allora per ridurre quest’ansia – oltre a chiudersi nel proprio guscio subendo il cosiddetto “effetto tartaruga” – si ricorre alla neutralizzazione degli stimoli, alla noia volontaria che offre sia una certa familiarità che la consolante rassicurazione di una bassa stimolazione emotiva. “Il concetto può apparire controintuitivo, ma in realtà non lo è: chi mangia l’ennesimo hamburger industriale non sarà molto eccitato dal suo gusto, ma siccome questo gli è familiare lo trova tranquillizzante. Lo stesso vale per il tipo sedentario, sprofondato in poltrona davanti al televisore accesso a guadare distrattamente un programma che non gli interessa particolarmente.”

Tutto questo, si accorda perfettamente con una visione del mondo che si vorrebbe sempre più neutra, e che al fondo ci vorrebbe tutti uguali: il desiderio di addomesticare le differenze profonde è caratteristico di una culturale omologante presente ormai in ogni cosa, “nell’abbigliamento, nell’architettura, nella diffusione dei fast food, nella musica pop, nelle produzioni cinematografiche, negli alberghi… un elenco infinito e globalizzato.” L’individualismo delle nostre società, che sta dietro alla chiusura in se stessi, non è legato dunque a un’idea di diversità. Al contrario: l’esperienza del soggetto si lega all’autocompiacimento, conformandosi a uno schema già noto; è come se, anziché evolversi, quell’esperienza si ripetesse meccanicamente. Diversamente, la capacità di gestire l’angoscia – e quindi far fronte ai problemi che derivano dalle differenze – è invece disposta a fare esperimenti, a dare via libera alla curiosità, e perciò ad aprirsi veramente al mondo. Sul piano filosofico, la differenza sostanziale consiste nel “contrapporre l’essere nel mondo, emotivamente coinvolto nei suoi mutamenti e nelle sue rotture, allo stato inautentico di essere congelato nel tempo”.

Antonio Rodriguez

Antonio Rodriguez

In definitiva, per poter riattivare una collaborazione sempre più ostacolata e indebolita non ci sono ricette o soluzioni “già pronte”. Guardare al passato con occhio nostalgico non servirebbe a nulla, poiché le società sono mutate quasi radicalmente. Per questi motivi Sennett, nel corso della sua trattazione, traccia una serie di percorsi alternativi e possibili, parlando ad esempio della necessità inderogabile di riscoprire la capacità dialogica, e cioè quel confronto piacevole tra persone che non deve giungere necessariamente ad un terreno comune, o ad un’accesa diatriba in cui spesso prevale il “feticcio dell’asseverazione” – e cioè il far trionfare a tutti i costi le proprie argomentazioni. Questa capacità, consiste invece nel piacere di condividere e dello stare insieme: uno scambio dialogico che crea uno spazio sociale aperto, in cui la discussione può imboccare direzioni imprevedibili. “Nelle normali conversazioni quotidiane, è questo il senso dell’espressione «lanciare la palla in mezzo al campo»; e l’esito di questo palleggio verbale può essere una sorpresa per tutti.” È necessario dunque riscoprire il rituale di una chiacchierata informale; bisognerebbe riconfigurare la formalità delle occasioni informali, che oggi mancano e diventano sempre più sporadiche; formalità intesa come rituale simbolico, ovvero quello specifico scambio sociale che sa donare emotività e senso alla prassi quotidiana. Il rituale però, per definizione, è un atto ripetitivo, formalizzato o meno che sia, e ha bisogno di un tempo prolungato: bisognerebbe, in questo, contrastare quel malefico agente corrosivo del tempo a breve termine.

Nell’incontro dialogico infine, l’empatia deve sostituire la simpatia. Se in quest’ultima vi è un atto immaginativo di identificazione che si configura poi in una specie di “abbraccio”, l’empatia, diversamente, presta maggiore attenzione all’altro e alle condizioni poste da lui: l’ascoltatore deve uscire da se stesso per poter accedere all’incontro, che ha come componente basilare la curiosità verso l’altra persona. Oltre a ciò, per dare spazio al dialogo, l’uso del condizionale è quanto mai necessario, proprio nelle sue formule dubitative del “Forse qui si potrebbe…”, “Avrei detto che…”, “Scusate, ma…”, che prefigurano una situazione in cui il dubbio, le contraddizioni e i fraintendimenti ampliano la comprensione di sé e quella reciproca (mettendole in discussione), portando quindi le persone ad essere meno sicure, perché, fondamentalmente, “la chiarezza è nemica della collaborazione”.

 

Pensieri in coda:

Lavorare con la resistenza, mai contro la resistenza, usare la forza minima, avere il tocco leggero, mettere da parte l’angoscia iniziale della non-riuscita e soffermarsi sul problema, volergli bene a quel problema, curarlo, volerlo sempre comprendere, perché è così che si fa, se vuoi davvero conoscere te stesso, vada come che vada, non metterlo mai da parte per evitarlo, non serve a niente, renderà sempre più gigante lui e sempre più piccolo te, che solitamente tendi a chiuderti in te stesso, ad omogeneizzarti, a renderti sempre più uguale a te stesso, e a tutti gli altri, che come te credono di essere diversi da tutti gli altri come te, in questa cultura globale, perché è la loro uguaglianza ad allontanarli il più possibile dal problema, dal disagio che ne deriva, perché il problema è sempre la differenza, e bisogna interrogarla, ogni volta che capita l’occasione, e chiederle come sta, sentire le sue ragioni, sedere insieme con lei al tavolo urbano, per confezionare un rituale casuale e disinteressato, che col tempo che sa aspettare saprà cibarsi del perfetto sconosciuto, perché un caffè urbano ritualizzato stacca la spina della velocità, in questo nostro tempo a breve termine, che divora ormai troppo e tutto quanto, e che non lascia altro tempo per scambi sensati, relazioni prolungate, dialoghi arricchenti, che possono tormentarci piacevolmente di tante difficili e inaspettate differenze, e distonie, e che aiutano la nascita del legame, germogliano l’emozione, eruttano l’imprevedibile.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Richard Sennett, “Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione”, Feltrinelli, 2012.

[1] Prospettiva sulla povertà infantile: un quadro comparativo sul benessere dei bambini nei paesi ricchi, Unicef Innocenti Research Centre, Firenze, 2007.

Eduardo Salles

Eduardo Salles

Sei solo. Una luce blu, proveniente da uno schermo, illumina il tuo viso. Anche se illuminato, quel tuo viso mostra espressioni misteriose, quasi oscure: passa dalla concentrazione smisurata alla catalessi, e di nuovo alla concentrazione appena accentuata, fino a perdersi, perdersi nel nulla. Le tue dita sembrano morbose, umidicce, si muovono sudate come non mai, anche se non si tratta proprio di una loro istintiva propensione: sei tu che invece, senza accorgertene, sei voglioso di quel traffico senza senso.

Sei lì, che scorri, aspettando semplicemente una spia, una goccia rosso-sangue in quel mare blu che ti anestetizza, ti coagula per sempre, senza un perché. Forse sei in attesa di una “carica vitale” momentanea, evanescente, che dura giusto un attimo, solo il tempo di sapere chi ti manda a sapere qualcosa che stavi aspettando con ansia, dopo la tua ultima pubblicazione, dopo il tuo ultimo post, dopo la tua ultima posa appariscente immortalata in quel selfie, narcisisticamente idiota e avvenente, che dopo la “messa in pubblico” sarà così uguale a tutti gli altri che dopo un po’ farai fatica a riconoscere te stesso, in quella bolgia di visi così uguali e sorridenti, che si smarriscono irrimediabilmente all’unisono: sono tante immagini scorrevoli segnate da una scadenza di popolarità, e animate da un “nastro invisibile” che le risucchia, tutte quante.

In questi brevi minuti – che per te sono brevi ma che per il mondo là fuori sono lunghissimi-minuti-sprecati-di-non-vita – stai solo aspettando te stesso; stai scoprendo di conoscere un’altra versione di te. Stai visualizzando conferme rosse e numerate dai tuoi conoscenti, che ti permetteranno di osservarti nuovamente allo specchio, di rinnovarti, di sapere nuovamente chi sei, in una parola: attendi la tua rappresentazione, la tua immagine, e quella tua spasmodica ossessione per la bellezza che brami ormai a tutti i costi.

Con l’avvento di questo mondo che chiamano “social”, ma che di “social” ha ben poco – data la frustrazione annessa alla solitudine esistenziale che ne deriva –, stai esplorando questo nuovo tipo di fenomeno soggettivo, squisitamente intimo e personale, che ha trovato terreno fertile per dispensare a te, come a tutti gli atri, solo fugaci “conferme” e “rassicurazioni”, senza però portare in dono quell’illusorio piacere individuale che perseveri meccanicamente, attraverso tutte queste tue azioni che cadono in quel buio virtuale – visto che quella frustrazione che si prova prima dell’atto non fa che aumentare con l’atto stesso e non accenna minimamente a calare.

Sei dunque letteralmente in fibrillazione, per ricevere una risposta ad una domanda che non c’è. Qual è la domanda? Ci sono solo risposte in questo schermo blu. Risposte inutili, scontrose, che sembrano voler spiegare tutto ma che in realtà non spiegano un bel niente. Sono solo tanti simulacri, tutti incolonnati, con i rispettivi e ridondanti vuoti che contengono. Alle volte i pensieri sono così pretenziosi che sembrano voler essere a tutti i costi profondi, da rimanerci secchi, così: distesi su piazzali rassegnati ma enormemente convinti di sé. E poi, subito sotto, tante frivolezze del primo mattino, la colazione dei campioni, il pranzo con la pietanza che si aspettava da tempo, il tanto atteso paesaggio del ritorno a casa, il ballo con i vestiti scintillanti, e tutte quelle bevute attorcigliate tra sorrisi e braccia barcollanti, e così via (“so it goes…”).

In questo scorrere fantasmagorico, la vita quotidiana è sempre presente ma ha poca riconoscibilità: viene quasi lasciata ai margini. La sua misera “visibilità” non fa che decelerare il suo battito cardiaco, fino all’estinzione. È la popolarità che vince indiscussa su questo schermo, e porta il segno dell’eccesso. Sono gli estremi eclatanti che contano qui, che dominano la scena: l’equilibrio non esiste, non ha alcuna giurisdizione. E allora se non hai un tuo profilo significa che non esisti. Se hai scattato una foto e non l’hai condivisa con gli altri vorrà dire che quella foto non è mai stata scattata. La gioia senza like è una gioia a cui manca qualcosa: è una gioia monca. Più like arrivano e più l’ego si gonfia, ma questa sensazione di essere primo tra i primi dura giusto un attimo, uno scroll, perché al prossimo giro bisogna ricominciare tutto da capo, e quella falsa ebbrezza di popolarità brevemente acquisita esigerà una nuova condivisione, un nuovo commento fuori luogo, un nuovo e sconosciuto contatto fasullo.

Se ti azzardi a scrivere un pensiero e questo non coglie una scia chiassosa di riscontro allora quel tuo pensiero cadrà nell’oblio, come se appartenesse a persone di serie b, a gente che nemmeno esiste. Più amici collezioni e più diventi qualcuno, anche se l’aumento smisurato di questa somma va a definire, necessariamente, la superficialità di tutte quelle interazioni appena stabilite; di tutte quelle relazioni strette e mai toccate con mano (anche se – evitando una ripetuta scenografia – la maggior parte delle parole che popolano questa frase andrebbero tutte rigorosamente virgolettate).

Jean Jullien

Jean Jullien

Essendo questo un mondo piuttosto confuso – e sfuggente e in divenire ad una velocità inimmaginabile – si presta tanto a invettive strampalate quanto a sbrigative conclusioni. La realtà è che non possiamo ancora dire tutto su questo – chiamiamolo così – “fenomeno sociale”. Quest’ultimo è, per dirla alla Durkheim, un “fatto sociale”, che esiste sì, e che influenza senza dubbio le nostre vite, mettendo mano alla costruzione attiva delle nostre biografie, ma non la fa esercitando la sua funzione in maniera completa e imperante. Questo perché la vita, là fuori, esiste ancora, e mantiene la sua indiscussa legittimità – anche se Bauman, da pessimista cronico qual è, sostiene che, ormai, quasi ogni componente del “reale” si plasmi e dipenda da ciò che accade nel virtuale, in maniera quasi del tutto univoca… Le cose non stanno proprio così. Tutto ciò che c’è di più intimo là fuori è anche parte interiore di noi, e ci appartiene in quel modo particolare che solo noi sappiamo percepire e conoscere, senza che il virtuale ci metta per forza il suo zampino. Quindi il peso dell’individualità – a fronte di questo “fatto sociale” – è sempre presente, e contribuisce attivamente alla sua perenne costruzione in uno scambio che è vicendevole, oltre che continuo. Questo mondo virtuale, perciò, difficilmente potrà avere ragione della complessità del mondo sociale che ci circonda: non potrà coincidere con esso e sostituirlo pienamente; non potrà mai cogliere tutte le sue infinite e “irrilevanti” sfumature. Un esempio.

In questo mondo virtuale dei social network sembra che, ormai, tutti sanno tutto su tutto, e di tutto; tutti, con uno scroll, sono diventati esperti dell’evanescente, della notizia che compare e che dura forse solo un giorno, o poco più. Allora, la domanda spontanea da porsi è: “tutti cittadini ultra-consapevoli o, piuttosto, accaniti (e persi) consumatori d’informazione?”.

Purtroppo quello che balza subito all’occhio è che questo sia diventato il regno del “so tutto io”, dove i singoli attori partecipano ad una “conversazione” che è prevalentemente dialettica; poche volte dialogica. Come ricorda Richard Sennett nel suo saggio “Insieme”, la nostra società – e a maggior ragione la società che va formandosi sui social – incentiva la prima per inibire la seconda. “Nella dialettica, come ci hanno insegnato a scuola, il gioco verbale di tesi e antitesi dovrebbe gradualmente costruire una sintesi; […] La meta è quella di arrivare alla fine a una definizione comune. E l’abilità del dialettico consiste nel saper cogliere il possibile punto d’incontro.” Diversamente, in una conversazione dialogica, “vi è uno slittamento di senso. Ecco perché nei dialoghi platonici la dialettica non assomiglia a un duello verbale; l’antitesi della tesi non è: «Brutto cretino, hai torto marcio!»; entrano in gioco, piuttosto, fraintendimenti, contraddizioni, viene messo sul tavolo il dubbio, e allora bisogna ascoltarsi con raddoppiata attenzione.” Dunque, in uno scambio dialogico, ognuno dice la sua senza però necessariamente arrivare ad un terreno comune: si parla, anche di cose apparentemente insignificanti, ma questo aiuta a prendere coscienza delle proprie opinioni e ad ampliare la comprensione reciproca. Ciò che non accade, invece, con un confronto dialettico (sui social), dove si tenderà ad eliminare, pian piano, le affermazioni che sembreranno via via irrilevanti, per arrivare poi alla sola sintesi che sarà proclamata come unica “verità”.

Nel mondo social è tutta una discussione dialettica estremizzata. L’osannata “caccia ai like” non fa che mettere in primo piano le affermazioni che si ritengono “più rilevanti” – più gonfiate di “popolarità” – scartando evidentemente tutto il resto (ma questo è del tutto normale, dato che stiamo parlando di un sistema ingegneristicamente concepito, e che quindi non terrà mai conto di tutte le variabili sociali coinvolte). Non si tratta quindi di una discussione tra chi cerca di comprendersi, ma al contrario: è una mera “conversazione” tra sordi. Per non parlare poi del fatto che qui sopra una vera comunicazione non potrà mai avere luogo. La comunicazione – come certo si saprà – riguarda anche (e soprattutto) sguardi, silenzi, attese, e il comprendere tutti questi dettagli “effimeri” al fine di mantenere viva la conversazione… Tutti elementi che, tramite questi mezzi, non possono né potranno mai esserci – a meno che non si intrattiene una conversazione su Skype avendo un collegamento limpido e lineare (ciò che accade raramente). Sui social, quindi, ci può essere solo una semplice condivisione di informazioni che sottrae però espressività al tutto.

È vero, in un mondo connesso e altamente globalizzato qual è il nostro, tutta questa tecnologia ci aiuta senza dubbio “a mantenere i contatti della nostra vita” – come recita un famoso slogan –, ma non potrà mai abbracciare la vita sociale per intero. La vita sociale è complessa per definizione, e la complessità è difficile da rendere intellegibile, soprattutto se la tecnologia ci priva della ricchezza emotiva a cui siamo (ancora) abituati nella vita reale.

Per salvarsi allora da tutto questo bisogna immaginare un mondo diverso…

Un mondo in cui il sociale, ormai fallito, si tramuti in un individualismo costruttivo, dove la ricerca maniacale dell’immagine-ego sappia emanciparsi da quel deleterio vincolo post-industriale che consiste nel “costante bisogno di piacere”. Un mondo in cui venga ribaltata l’attuale cultura egemone, che priva quotidianamente della capacità di usare l’immaginazione, il linguaggio, il pensiero autonomo, per dare finalmente respiro a quella “semplicità complessa” in grado di spezzare il ritmo che esclude il pensiero. Un mondo pieno di valori supremi, in cui ci tocca decidere cosa adorare, anche se nove volte su dieci finiamo per adorare noi stessi. Un mondo in cui c’entra l’amore, e cioè quella “disciplina necessaria a far parlare quella parte di sé capace di amare, anziché quella parte di sé che vuole essere solamente amata” (David Foster Wallace).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Richard Sennett, “Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione”, Feltrinelli, 2012.

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Di Stefano Tomelleri, docente di sociologia all’Università di Bergamo.

L’ipotesi di questo breve saggio è che nel corso degli ultimi anni una vera e propria ideologia si stia diffondendo in modo acritico e subdolo nei più svariati contesti (educativi, sociali, assistenziali, sanitari, scolastici) della relazione di cura, intesa nella sua accezione più ampia. Educatori, insegnanti, operatori sociali e sanitari spesso denunciano con amarezza la loro totale impotenza e solitudine dinnanzi a una riduzione sistematica del valore delle loro professioni a mero fattore «economicistico». Più precisamente, i tanti professionisti della cura lamentano una progressiva erosione del legami sociali e della fiducia, causata dall’affermarsi di una specifica cultura del legame, che tende a degradare su un piano meramente strumentale e materiale la qualità delle relazioni interpersonali. L’ossessione per il risultato, il budget, la ricerca dell’ultimo tornaconto nel rapporto quotidiano con l’altro, gli incontri fuggenti, frammentati e frenetici sono alcuni dei tratti caratteristici di una ideologia diffusa e proliferante che qui chiameremo il «discorso del capitalista». Molti sono i contesti di vita quotidiana e professionale che possono essere portati a esempio degli effetti dirompenti di questo specifico discorso. Si pensi all’economia finanziaria, ai centri commerciali, alle intemperie consumistiche che invadono gli stili di vita delle nuove generazioni. Ma i luoghi delle relazioni di cura sono ancor più significativi per le loro implicazioni etiche, sociali e politiche. Negli ospedali, nei servizi sanitari, sociosanitari, sociali territoriali, nelle scuole, nella fitta trama di relazioni che compongono il welfare, si sta faticosamente elaborando la necessità di chiarire la natura di questo discorso.

Il «discorso del capitalista» 

L’espressione «discorso del capitalista» è dello psicoanalista Jacques Lacan. Si tratta di un vocabolario preciso che definisce il rapporto degli uni con gli altri, un discorso dello s-legame, della proliferazione della frammentazione e della precarietà della condizione esistenziale e sociale. Il «discorso del capitalista» non riguarda l’economia capitalista, ma una sua specifica interpretazione ideologica, né tanto meno si riferisce a un capitalista in particolare, ma appunto a un’ideologia diffusa nel senso comune, che interpella ciascuno di noi. Dopo due secoli di incontrastato sviluppo, J. Lacan intuisce che il capitalismo non è solo uno dei modi più potenti di trasformare la società, da feudale a industriale, da contadina a urbana, da nazionale a globale, ma è un discorso che può frantumare e pervertire le relazioni umane e gli altri discorsi (scientifico, medico, religioso, educativo, ecc.). Sono i discorsi, infatti, che segnano l’attribuzione di valore al nostro agire, al successo o all’insuccesso dei singoli soggetti e delle loro scelte. Specialmente in una società globale dell’informazione di massa e della conoscenza, l’identità personale, professionale e sociale è messa in crisi dall’informazione di cronaca e dalle proliferazioni di discorsi che vengono quotidianamente costruiti dai mezzi di comunicazione. Eppure, di solito, si tende a ignorare il fatto che quando facciamo un discorso, stiamo parlando del legame sociale che esiste tra di noi, lo stiamo costruendo, difendendo, presidiando. Nessun discorso è neutrale, ma è sempre estrinsecazione di un punto di vista, di un’azione specifica all’interno di un’interazione tra più persone. Raramente si allena la qualità mentale indispensabile per afferrare lo stretto nesso tra le vicende biografiche, gli scenari sociali e i discorsi quotidiani (Goffman, 1969).

Il «discorso del capitalista» è uno di quei discorsi che più di ogni altro impoverisce la complessità del presente e le nostre qualità mentali. Non è possibile in questa sede rendere conto della molteplicità degli esempi possibili in cui si declina il «discorso del capitalista» e i correlati processi di reificazione della realtà; si tratta delle derive dell’utilitarismo, la crisi della gerarchia, la mercificazione, la «liquefazione» dei rapporti e delle regole. Né, tanto meno, è possibile entrare nel merito di quale tipo di capitalismo stiamo parlando. Piuttosto, si può presentare una declinazione originale di questo discorso, attraverso un breve approfondimento di alcuni suoi tratti particolari e delle loro conseguenze sociali.

new-york-officeL’agire sociale ridotto a valore strumentale Esso indica la tendenza a trasformare il valore dell’azione sociale nel pervertimento dell’utile. L’utilità di un’azione diventa il principale parametro di attribuzione di valore, che annulla qualsiasi altra dimensione dell’agire. Bellezza, giustizia, solidarietà, evaporano, assumendo la fumosità retorica delle buone intenzioni. Nella relazione con l’altro diventa prioritario avere un congruo tornaconto e le relazioni sociali tendono ad assumere un valore strumentale.

L’enfasi sull’autonomia individualistica L’individuo e i suoi desideri diventano la misura di tutte le cose. L’agire sociale è sistematicamente ricondotto a motivazioni individualistiche, che considerano la relazione con l’altro un effetto secondario. L’individuo assume i tratti di un soggetto astratto, disancorato dai contesti locali e storici, sempre teso alla realizzazione consumistica dei suoi desideri illimitati e tutti legittimi, fintantoché rimangono confinabili nello scaffale di un centro commerciale. In nome di una non ben definita autonomia individualistica, è realizzabile tutto e il contrario di tutto, secondo la diffusa mentalità che l’individuo deve rendere conto solo a se stesso.

La performance a scapito della fiducia La rapidità e la velocità con cui si ottengono i risultati di successo è un altro valore prioritario dell’agire sociale. Il risultato di un’azione tende ad assumere maggiore importanza dell’azione e delle relazioni necessarie al suo raggiungimento. Ciò avviene spesso a discapito dei rapporti di fiducia e dei rapporti interpersonali. I contesti sociali in generale, e di cura in particolare, richiedono una velocità di esecuzione degli obiettivi imposti o sollecitati che lascia poco tempo per ritardi, eventi gratuiti, momenti di socialità, di ascolto, di condivisione, ecc. Sempre di più, ad esempio, i progetti educativi e sociali sono condizionati nella loro realizzazione dalla logica efficiente del risultato.

La riduzione del sapere a schemi standardizzati Un approfondimento a parte richiede il concetto di standardizzazione che durante gli ultimi anni, nei vari ambiti delle relazioni di cura, ha avuto una diffusione capillare. L’idea standard si basa sulla ferma certezza di poter separare nettamente i parametri generalizzabili, suscettibili di essere misurati e organizzati quantitativamente, come sono tipicamente gli indicatori numerici, dalle interferenze costituite dalle eccezionalità, singolarità o imprevedibilità. Da questo punto di vista, che presiede a una diffusa modalità di separare dualisticamente le scienze naturali da quelle sociali, le idiosincrasie intrinseche agli aspetti biografici, relazionali e culturali degli essere umani vengono messe tra parentesi. L’idea di fondo è che sulla realtà antropologica e sociale non si possa sviluppare una vera conoscenza scientifica, in quanto essa non è riconducibile nei parametri di prevedibilità controllabile, ovvero in una semiotica dell’evidenza dei dati oggettivi, che una mente onnisciente potrebbe cogliere in tutta la loro assoluta trasparenza. La dimensione esistenziale, sociale e antropologica, in questa rappresentazione, viene concepita unicamente in termini di pianificazione, di organizzazione formale e razionale del tempo e degli spazi, che diventano così principi normativi della società, utili a ridurre la realtà a schemi trasparenti, decifrabili e prevedibili che semplificano drasticamente la varietà culturale, religiosa, valoriale della condizione umana. La standardizzazione di procedure in ambito sanitario, ad esempio, è molto spesso chiaramente ispirata all’idea che la realtà sia governabile secondo schemi quantitativi e indicatori misurabili, operando una sistematica rimozione degli aspetti contingenti, casuali e caotici della condizione umana, che sono ritenuti marginali. La metafora del docile robot rende immediatamente il significato che si tende ad attribuire all’ottimizzazione della prestazione di cura. È l’inumano tecnologico riproducibile in modo seriale, dove la dimensione sociale e artigianale del lavoro rischia continuamente di essere ridotta a procedura standardizzabile e anonima (Sennett, 2009). L’umano del gesto tende a essere trasformato in una componente meccanica riproducibile, impersonale, volta alla veloce precisione di un gesto utile e puntuale, che non si deve permettere approssimazioni o improvvisazioni fuori dagli schemi protocollati.

hopper.chair-carLa diffusione di sfiducia e incertezza

L’incertezza diventa una condizione singolare delle relazioni sociali erose dal «discorso del capitalista». La società italiana, così come le altre società del capitalismo avanzato, è orientata a offrire molteplici possibilità di realizzazione personale, professionale, sociale, ma il prezzo da pagare per queste infinite opportunità sembra la diffusione di un’incertezza strutturale ed esistenziale. L’orizzonte di senso in cui viviamo è sempre più orientato a offrire infinite possibilità di scelta, ma le società appaiono incapaci di promuovere le condizioni di sicurezza sociale necessarie per realizzarle.

Una progressiva perdita delle tutele Le infinite possibilità di scelta si scontrano con una realtà selettiva e non sempre solidale. Le biografie individuali sono esposte agli effetti del «discorso del capitalista»: una crescente competizione, una progressiva perdita delle tutele garantite dal sistema di servizi sociali e dei modi tradizionali di interpretare l’azione. Il soggetto del «capitalismo societario» tipico dei primi decenni successivi alla seconda guerra mondiale (cfr. Magatti, 2009) si è emancipato da alcune costrizioni e dallo stato di indigenza economica, scoprendo nuove possibilità di realizzazione dei propri desideri e delle proprie potenzialità. Questo straordinario processo di liberazione soggettiva non era abbandonato a se stesso, perché importanti norme, istituzioni e strutture sociali garantivano alcune sicurezze fondamentali. I diritti di cittadinanza politica, civile e sociale e le garanzie crescenti per le condizioni dei lavoratori, sono stati dei punti di riferimento saldi e utili per pianificare le azioni individuali e per realizzare sempre nuovi propositi. Non si vuole con questo proporre un quadro idilliaco del «capitalismo societario», naturalmente. È fin troppo noto che le sue virtù stabilizzatrici avevano prezzi anche molto elevati. Nella tarda modernità del «capitalismo tecno-nichilista», per usare un’espressione di Mauro Magatti (2009) la situazione è però radicalmente cambiata. I punti di rottura all’epoca moderna sono sempre più distintamente visibili. A marcare una forte discontinuità tra modernità e tarda modernità è stato indubbiamente il processo di globalizzazione. Esso ha segnato una profonda accelerazione della crisi del welfare e della diffusione della concorrenza economica. Il legame tra liberazione dei desideri di autorealizzazione e nascita dello Stato moderno ha mantenuto un’efficacia considerevole fino a quando la mondializzazione dei mercati non ha trasformato in profondità i processi di costruzione delle identità sociali, i piani di realizzazione delle aspirazioni personali, il patto profondo implicito nel legame tra lo Stato, il territorio e i suoi cittadini.

Hopper-Sunday-1926Le politiche preannunciano una vita carica di rischi La competizione interna alle relazioni intersoggettive, la concorrenza nel lavoro, nei percorsi di formazione e nell’accesso all’istruzione hanno reso incerta la capacità degli attori sociali di previsione rispetto alle scelte e alle azioni necessarie per soddisfare i desideri. Nessun sociologo ha espresso questo concetto meglio di Zygmunt Bauman: «L’aleatorietà dell’occupazione prodotta dalla competizione sul mercato era allora, come ancora oggi, la principale fonte di incertezza riguardo al futuro e di insicurezza della posizione sociale e dell’autostima che ossessionava i cittadini. Lo stato sociale cercò di proteggere i suoi sudditi soprattutto da questa incertezza, rendendo il lavoro più sicuro e il futuro più garantito. Ma (…) questo non è più il caso. Lo stato contemporaneo non può più mantenere la promessa del welfare state e i suoi esponenti governanti non hanno più interesse a riproporla. Le loro politiche preannunziano, al contrario, una vita più precaria e carica di rischi, che esige molta capacità di destreggiarsi mentre rende la pianificazione a lungo termine, per non parlare di progetti per un’intera vita, quasi impossibile» (Il disagio della postmodernità, Mondadori 2002)

Questa immagine dell’incertezza inchioda alla precarietà e alla flessibilità cronica, alla paura del futuro, alla disgregazione dei legami sociali e alla crisi delle relazioni di fiducia. Il desiderio di prevedere e controllare il futuro tende a trasformarsi in un’ossessione per la prevedibilità e per la pianificazione, che non tollera l’aleatorietà dell’esistenza e della storia. È quella «vita più precaria e carica di rischi», nella quale la pianificazione a lungo termine si è fatta letteralmente impossibile, ad alimentare negli attori sociali la diffusione endemica di quel sentimento individuale di frustrazione e di rivalsa che altrove ho chiamato risentimento (Tomelleri, 2004). Ciò crea spaesamento, ma innanzitutto sofferenza esistenziale verso un futuro che diventa sempre più difficile da prefigurare, in assenza degli altri con cui immaginarlo (Bauman, 1999).

L’operatore bloccato dal «discorso del capitalista» Quanto il «discorso del capitalista» sia corrosivo del legame sociale, lo si vede dalle riforme del sistema di welfare, dove la relazione di cura è progressivamente ridotta a prestazione seriale in una logica di domanda e offerta finalizzata all’«erogazione». La serialità della cura non ha inficiato la qualità dei servizi – che anzi stanno ottimizzando le proprie procedure alla luce di un ideale diffuso di efficienza tecnica – quanto la dimensione fiduciaria della relazione di cura. La crisi della fiducia tra operatori del welfare e cittadini dipende principalmente dal fatto che il «discorso del capitalista» è prima di tutto un discorso sullo s-legame, mentre le professioni di cura accadono sempre all’interno di un legame sociale e affettivo. Il gesto di cura in un’ottica economicistica tende invece a trasformarsi in un gesto seriale finalizzato a risolvere il disagio in tempi rapidi, mettendo in secondo piano le molteplici implicazioni sociali, culturali e relazionali che rendono il vissuto e la biografia di una persona un caso sempre unico e irripetibile (Illich, 2005).

Un compito di ricomposizione

La serialità dei gesti e delle procedure settoriali parcellizza i contesti sociali in una moltitudine di frammenti individualistici che richiedono un faticoso lavoro di ricomposizione per essere ristrutturati in un quadro concettuale unitario. È come se gli operatori dovessero continuamente ricomporre un puzzle di cui colgono tuttavia solo una minima parte, a causa della moltiplicazione di voci, spesso solitarie (pazienti, famigliari, manager, politici, giornalisti, avvocati, ecc.), e di relazioni s-legate.

L’esposizione a scelte manageriali perverse A partire da una serie di materiali sociologici raccolti nel corso di diversi anni di ricerche e di percorsi di formazione all’interno di strutture di cura, ambulatori di medicina di base, ospedali, aziende sanitarie locali, scuole, comunità per minori, istituti penitenziari, residenze per anziani, ecc. abbiamo constatato che gli operatori hanno spesso la sensazione che le loro attività professionali siano esposte a una serie di complotti e che i loro problemi e difficoltà risentano degli effetti a volte perversi dei cambiamenti organizzativi ed economici imposti dalla classe dirigente o da un sistema aziendalistico in cui non si riconoscono. La loro sensazione è di non riuscire a cogliere un legame sensato tra la vita quotidiana e i cambiamenti che li coinvolgono. Questa sensazione il più delle volte ha una conferma giorno per giorno: il lavoro sociale, l’esperienza formativa e professionale, l’azione terapeutica, sono circoscritte alla loro orbita operativa. I poteri di un professionista della relazione di cura sono proporzionati alla cerchia di persone che frequenta: i colleghi, gli utenti e i loro famigliari. Accade che rimanga spettatore o attore maldestro quando interagisce con gli altri saperi professionali, con i colleghi di altre realtà o ancor di più con i contesti di vita sociale estranei alla sua pratica professionale, tribunali, giornali, talk show, ecc. Secondo il caso, può trattarsi di malasanità, di tagli alla spesa, di riforme regionali, provinciali o locali oppure della diffusione di un virus quasi letale o fantomatico, o chissà cos’altro, alcuni professionisti rischiano di trovarsi immersi in un turbinio operativo, altri rischiano di perdere l’impiego. Ogni operatore sociale, ormai da alcuni anni, si sveglia ogni mattina sapendo che sarà oberato da protocolli, linee guida, ricettari aggiornati, montagne di carta, e che dovrà assistere a una scena primaria che si ripete secondo schemi di routine, a volte privi di senso, dove la sua scrivania è stracolma di richieste urgenti, che più o meno rapidamente aspettano di essere soddisfatte. Si fa sempre più strada la consapevolezza che molte delle trasformazioni avvenute nel passato recente (creazione delle aziende sanitarie territoriali, aziendalizzazione, esternalizzazione dei servizi) trascendono il mondo quotidiano e professionale.

Quale percezione dell’intreccio tra micro e macro? Di solito l’operatore non vede che i suoi problemi sono legati ai discorsi che concretamente si costruiscono nelle conversazioni quotidiane o mediatiche. Non attribuisce il suo malessere o il suo benessere ai discorsi sulla società in cui viviamo, alle teorie più o meno implicite della società. L’operatore (ma anche il cosiddetto «uomo comune»), raramente è consapevole delle complesse interdipendenze tra i discorsi che facciamo, il mondo vitale che abitiamo e le grandi trasformazioni storiche e sociali in cui viviamo. Non dobbiamo meravigliarci se gli operatori sociali e gli altri professionisti della relazione di cura sentono di non poter dominare e comprenderei molteplici mondi frammentati e settoriali in cui si ritrovano freneticamente e ripetutamente immersi. Non è una questione di mere competenze tecniche o cognitive. In questa nostra società della conoscenza e dell’informazione diffusa, i discorsi spesso superano la nostra capacità di assimilarli o di comprenderli nella loro unità. Non è nemmeno un problema legato a una specifica professione, o alle arti della speculazione filosofica, anche se spesso i tanti corsi di formazione tecnici sulla comunicazione esauriscono le limitate energie rimaste.

Nighthawks_by_Edward_Hopper_1942Uno sforzo di analisi critica

Ascoltando i racconti degli operatori abbiamo compreso che il «discorso del capitalista» è il discorso dominante. Non investe solo la dimensione delle pratiche professionali o dell’aziendalizzazione, ma più in generale riguarda l’ordine simbolico delle professioni. Non è l’unico discorso, però. Ciò vale per tutti quei medici, infermieri, operatori socio-sanitari, educatori professionali, assistenti sociali, insegnanti che quotidianamente cercano di discutere diversamente tra loro, con i loro utenti e i famigliari. Il problema è che il «discorso del capitalista» tende all’egemonia, marginalizzando o disgregando altri possibili discorsi sul legame sociale e sulla cura. Per resistere a questa deriva egemonica e ossessiva dobbiamo accogliere la possibilità, inedita rispetto al passato, di riconoscere e coltivare l’analisi teorica come competenza critica. Se vogliamo, possiamo immaginare l’incertezza come la rottura dell’ordine meccanico e seriale: un guasto imprevisto nel docile robot, la possibilità dell’improbabile. Questo sforzo di analisi critica e di immaginazione, non è richiesto solo agli operatori sanitari. Certo, la relazione di cura è forse oggi uno degli ambiti dove il «discorso del capitalista» fa emergere, in modo più crudo rispetto ad altri contesti, le sue spinte disgreganti il tessuto sociale. Eppure, anche al cosiddetto «uomo comune» oggi serve una buona dose di immaginazione relazionale e sociale per cercare una difficile ricomposizione dei molteplici frammenti biografici, spesso fragili e a volte solitari. Se vogliamo un nuovo progetto per il futuro dobbiamo abbandonare la mentalità neoliberistica, manipolatoria e consumistica e metterci alla ricerca di alleanze, sebbene faticose, e di legami sociali solidali, sempre meno scontati.

Fonte: Rivista Animazione Sociale, mensile per gli operatori sociali, N. 247, novembre 2010.

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iñaki de luis - youth

iñaki de luis – youth

Stralci d’intervista a Marita Rampazi. 

Insegna Sociologia generale e Sociologia della globalizzazione all’università di Pavia.

Riassumiamo l’ipotesi di partenza che vorremmo discutere. Le nuove generazioni, nate e cresciute nell’incertezza, stanno sviluppando nuove modalità di fare esperienza che sono segnate da una dinamica di attraversamento continuo dei confini. In altre parole oggi sembra che per andare alla ricerca dell’appuntamento tra sé e il mondo sia necessario “sconfinare”. Come dire, non basta attraversare una volta per tutte la linea d’ombra, ma occorre disporsi a un processo di sconfinamento permanente. Pensa che sia un’ipotesi plausibile per comprendere alcuni fenomeni che caratterizzano il modo di essere al mondo dei giovani?

Il concetto di “sconfinamento” è molto suggestivo, tuttavia, ritengo che esso vada precisato, per evitare il rischio di cogliere solo una parte della realtà giovanile contemporanea, che è molto diversificata e connotata da forti ambiguità e ambivalenze. Per “sconfinare”, bisogna avere dei “confini” da attraversare, muovendo da un habitat definito e familiare, per proiettarsi in un “altrove” relativamente poco conosciuto, da esplorare e, se possibile, da conquistare. Tuttavia, non tutti, oggi, si trovano in tale condizione. Anzi, la principale difficoltà, soprattutto per i giovani, alla ricerca di un senso per il proprio esistere, consiste nel fatto che l’esperienza del confine sta diventando sempre meno “normale”. A seguito del progressivo sbiadire delle delimitazioni – fisiche, culturali, normativa – con cui la razionalità otto-novecentesca ha contribuito a dare visibilità e significato a luoghi, appartenenze, sfere dell’agire, le nuove generazioni si affacciano su un mondo, i cui orizzonti si sono enormemente dilatati, ma sono diventati anche più nebulosi nei loro significati. Il rischio, come ormai si rileva da più parti, è quello non solo di non sapere verso che cosa si sta andando, ma persino di non avere una chiara consapevolezza dei contorni del proprio qui e ora. I confini sono un vincolo, che può delimitare, talvolta ingabbiare. Contemporaneamente, tuttavia, essi sono una risorsa per dare qualche forma d’intelligibilità al mondo. Al loro interno, troviamo un certo ordine, certi significati, certe pratiche, la cui fisionomia si precisa proprio per il fatto di trovarsi al di qua della linea – fisica e/o immateriale – lungo la quale scorre il confine. Al di là, si trova ciò che è lontano, altro, rispetto a qualche tipo di definizione di sé, su cui poggia la rassicurante consapevolezza di esistere.

Il confine non sembra dunque vissuto come risorsa?

In effetti, per molti giovani – e meno giovani – è urgente recuperare, quantomeno in via provvisoria, il senso del confine, elaborando strategie assai diverse nella loro natura e nei loro esiti. Da un lato, ad esempio, abbiamo soggetti dotati di elevate risorse di riflessività, che tentano di dare consistenza al proprio percorso di vita, orientando l’agire all’affermazione di valori relativamente sottovalutati dai grandi “racconti della ragione” del passato. Penso, ad esempio, al rispetto per la dignità della persona e per l’ambiente, alla tutela della qualità della vita, all’affermazione di forme nuove di socialità. Dall’altro lato, troviamo individui paralizzati dalla paura del vuoto, che si racchiudono nel guscio del proprio microcosmo quotidiano, senza capacità/opportunità di effettivo sconfinamento. È quanto accade a quegli adolescenti, il cui unico orizzonte di senso è rappresentato dall’appartenenza a una banda, a un gruppo chiuso di amici. Oppure, nei casi-limite, a quanti circoscrivono tale orizzonte alle mura della propria camera, sviluppando forme patologiche di rifiuto del mondo, come testimoniato dal fenomeno degli hikikomori. Fra queste due modalità polarizzanti, se ne intravede una terza, tipica di soggetti che definirei “accumulatori seriali”, i quali esasperano il mito contemporaneo dell’accessibilità, puntando sull’accumulo indiscriminato di contatti, informazioni, sensazioni, per supplire, con la quantità, all’inconsistenza qualitativa della propria condizione esistenziale. Per tornare alla domanda, quindi, penso che l’immagine dello sconfinamento permanente sia molto utile per sottolineare il dilatarsi delle possibilità, per i giovani contemporanei, di dare libero corso al desiderio di esplorare l’intero universo dei possibili, con la prospettiva, molto realistica, di dover continuare tale esplorazione per un lungo periodo di tempo. Si tratta di un desiderio che è sempre stato connaturato agli anni dell’adolescenza e della giovinezza, anche se, in passato, era proiettato verso orizzonti più limitati di quelli odierni e riguardava una fase della vita meno indefinita nella sua durata. Ciò che l’immagine dello sconfinamento permanente lascia in ombra, invece, è l’altro polo dell’ambivalenza che caratterizza la condizione giovanile: il rischio della paralisi o del girare a vuoto, in una condizione dove non è possibile sconfinare, dato che il punto di partenza è privo di consistenza. Per tenere conto di entrambe le polarità, solitamente, faccio ricorso alla metafora della navigazione, che mi è suggerita da alcuni scritti di Arjun Appadurai. Questo autore ragiona sulla diseguale distribuzione della “capacità di navigare”, quando s’interroga sulle differenti opportunità che i soggetti hanno di proiettarsi nel futuro, in un contesto denso di incertezze, che – ritengo di dover aggiungere – sembrano privare di senso il concetto stesso di progettualità.

Come navigare nella provvisorietà?

La capacità di navigare ci riporta a una questione cruciale: come ci si orienta e come si impara in assenza di punti di riferimento consistenti. Da più parti si parla di apprendimento multitasking per indicare il modo contemporaneo di esplorare il mondo, di accumulare e produrre conoscenza: dall’informalità al formale, dagli scambi sociali a distanza a quelli in presenza, dalle forme di iper-specializzazione degli interessi agli sconfinamenti più inattesi. Se questo è il modo di apprendere oggi, quali sono i rischi e le opportunità in gioco?

Oggi non è più possibile formulare progetti di vita, in senso tradizionale. Non si può, cioè, pensare di orientare la propria biografia al raggiungimento di tappe ben definite socialmente, poste in successione e finalizzate alla conquista di un determinato status adulto, da non mettere più in discussione alla fine della moratoria giovanile. Si possono, però, elaborare delle ipotesi circa il senso che vorremmo imprimere al nostro “divenire” di persone, che aspirano a lasciare una traccia di sé nella memoria del proprio habitat. E si può tentare di costruire un percorso che ci consenta di declinare tale idea di “divenire” in qualche tipo di agire concreto, entro la realtà in cui ci troviamo a dimorare, in un dato momento della biografia. L’importanza di questa sperimentazione non è affatto sminuita dalla consapevolezza che, in futuro, potrebbe rendersi necessaria una modificazione delle ipotesi iniziali sulla strada da imboccare, per tenere conto degli imprevisti che s’incontrano lungo il cammino. Questo significa che l’unica possibilità, oggi, di pensare al futuro in modo costruttivo è quella di formulare dei progetti “a geometria varabile”, muovendo da ipotesi, necessariamente provvisorie, da sottoporre alla prova della realtà, tramite concrete forme di agire responsabile.

Come coniugare tale progettualità accettandone la provvisorietà?

Prendiamo, ad esempio, l’incertezza per il proprio futuro lavorativo e per il riconoscimento sociale ad esso collegato, che può tradursi in un vissuto di precarietà, potenzialmente paralizzante ai fini della costruzione di sé come durata, vale a dire, come soggetti capaci di raccontarsi in una prospettiva di divenire. È quanto denunciava alla fine del secolo scorso Richard Sennett, rappresentando l’uomo flessibile come prigioniero di una sorta di paralisi temporale, appiattito su un quotidiano, talvolta caratterizzato da un iperattivismo frenetico, ma privo di significato per la biografia. Questa lettura, tuttavia, non è l’unica possibile. In alcuni casi, anziché all’idea di precarietà sembra più corretto riferirsi al concetto di provvisorietà e al suo statuto ambivalente. Da un lato, evoca fenomeni di sradicamento, disagio identitario, frammentarietà della narrazione di sé, fonte di potenziale neutralizzazione affettiva. Dall’altro lato, la non-fissazione, implicita nell’idea di provvisorietà, rimanda all’autonomizzazione del soggetto favorita dal processo di individualizzazione.

francesco bongiorni

Francesco Bongiorni

Più nomadi che vagabondi

Da questo punto di vista, torna ancora in primo piano ciò che Zygmunt Bauman definisce la “strategia post-moderna generata dall’orrore di essere legati e fissati”, attualizzando le metafore del vagabondo, del turista, del flaneur e del giocatore. Fra queste metafore, quella del vagabondo sembra coniugarsi perfettamente con il senso di provvisorietà connesso alla destrutturazione delle carriere e alla mobilità – spaziale e funzionale – implicite nel modo con cui si tende a interpretare, oggi, la flessibilizzazione del lavoro. Il vagabondare contemporaneo descritto da Bauman non riguarda scelte o sfortune dei singoli, ma il progressivo sbriciolarsi della strutturazione sociale dello spazio, l’assenza di luoghi “organizzati” in cui potersi stabilizzare. Si tratta di una condizione oggettiva di disancoraggio, che si coglie nell’esperienza diffusa di molti giovani, che al tempo stesso non risulta esaustiva. Più frequentemente, la provvisorietà, si lega a una situazione di nomadismo: una mobilità, nel quotidiano e/o nella dimensione biografica, caratterizzata da molteplici passaggi, e ritorni, entro luoghi che, agli occhi degli intervistati, mantengono precisi caratteri di “organizzazione”. Ripensando ad alcune ricerche sulla condizione giovanile, il nomadismo emerge come un tratto normale dell’esperienza possibile agli occhi dei giovani, soprattutto in relazione alla necessità di saper cogliere, ovunque si trovino, le opportunità formative e lavorative prospettate dal mercato. A differenza del vagabondo, il nomade non gira a caso. Egli sceglie un percorso disegnato da una finalità precisa: trovare le risorse che consentano di “crescere” ed, eventualmente, imbattersi nel “posto giusto” dove potersi stanziare. Nella misura in cui gli scenari stessi del quotidiano sono mutevoli e imprevedibili, la risposta alla domanda: “Chi e che cosa posso diventare?” – alla base del dilemma identitario – si può cercare solo per approssimazione successive, attraverso una continua negoziazione interpersonale dei significati delle scelte. L’importante, è “attrezzarsi” per saper gestire questa negoziazione, sfruttando le opportunità che si presenteranno volta a volta, nell’immediatezza della vita quotidiana.

Che tipo di apprendimento ciò comporta per le nuove generazioni?

Riprendo la metafora della navigazione, che mi sembra molto utile per ragionare sul nostro interrogativo. Per navigare, occorrono, in primo luogo, delle risorse materiali: una barca, o una nave, dotata delle attrezzature necessarie. Se la navigazione è finalizzata a individuare delle opportunità occupazionali sul mercato del lavoro globale, ad esempio, bisogna disporre delle condizioni materiali che ci consentono l’accesso a questo mercato. In primo luogo, bisogna poter viaggiare e saper usare Internet. Un giovane proveniente da un ambiente svantaggiato sarà esposto alla situazione paradossale di vivere entro un orizzonte culturale che gli dice: “Puoi accedere a ciò che vuoi, purché tu sia capace e determinato” e contemporaneamente, di sperimentare una situazione familiare e personale che lo priva degli strumenti indispensabili anche solo per tentare l’accesso. Banalmente, non si può viaggiare, neppure con voli low cost, se si vive ai limiti della sopravvivenza; non si possono usare le risorse di Internet, se non si dispone di un computer e di un sistema di connessione in rete. Inevitabilmente, in questo caso, il rischio di una paralisi della volontà, dovuta al senso d’impotenza e frustrazione. Una volta garantito il possesso di queste risorse materiali, occorre imparare a navigare.

Che cosa significa?

Significa avere al proprio fianco qualcuno che ci insegni i rudimenti della navigazione, sostenendoci nei nostri tentativi di far muovere la barca su cui ci troviamo. E significa anche disporre di una serie di mappe, fisiche e mentali, che ci consentano di cogliere il mutare delle condizioni del mare, dei venti, al fine di adeguare la nostra rotta a tali cambiamenti. Come è sottolineato nella domanda, i giovani sanno di doversi munire di tali “mappe”, accumulando e producendo conoscenza, allo scopo di essere “attrezzati” culturalmente per affrontare la navigazione in mare aperto. Tornando all’esempio precedente, bisogna sapere l’inglese, essere capaci di trovare i siti di domanda e offerta di lavoro e saperne valutare l’affidabilità, sviluppare le conoscenze e competenze soprattutto personali, oggi più apprezzate sui mercati internazionali. Tuttavia, questi stessi giovani percepiscono anche la difficoltà di dover elaborare e costruire tali mappe in modo relativamente autonomo, senza poter contare su carte e bussole già sperimentate e, soprattutto, senza avere al fianco qualche marinaio esperto che li sostenga nei primi, maldestri, tentativi di uscire dal porto. Per sintetizzare questo punto, fuori di metafora, è inevitabile che, di fronte all’incertezza degli orizzonti contemporanei, sia indispensabile dotarsi di “un’attrezzatura” ampia e diversificata, per rispondere prontamente alle opportunità e agli ostacoli che il caso, il destino, o semplicemente la vita, ci potrebbero proporre. Si tratta di un’attrezzatura che, tuttavia, non serve a nulla se non poggia sulla capacità riflessiva di leggere il mondo e interpretare il senso di quello che accade.

Le appartenenze di una generazione poligama

Un’altra dimensione che ci sembra interessata dagli sconfinamenti riguarda i processi di partecipazione. Come stanno cambiando le modalità di sentirsi parte? Sono davvero tramontate le dinamiche di affiliazione, le appartenenze esclusive? Siamo forse di fronte a una generazione poligama?

Tutti gli osservatori concordano sul fatto che, oggi, non abbia più senso parlare di appartenenze esclusive. Per certi versi, questo è vero, ma, per altri, non mi sembra che cose le stiano così. Di fronte alla progressiva destrutturazione della vita pubblica, troviamo, da un lato, giovani che cercano di ricostruire un senso dell’essere insieme in un progetto condiviso, facendo leva su grandi ideali universali di giustizia, equità, rispetto e, dall’altro, altri soggetti che si chiudono in una difesa strenua e acritica di identità tradizionali, intese come l’unico baluardo possibile contro la dissoluzione della propria identità. Certo, per i primi, le affiliazioni sono vissute come forme di identificazione non necessariamente durevoli: ciò che dura è il valore, mentre l’affiliazione è transuente, soggetta al rapido mutamento degli scenari, locali, nazionali e internazionali, nei quali si proietta la propria volontà di azione. Riferendoci ad essi, possiamo effettivamente parlare di poligamia, mentre i secondi sono soggetti a pericolose tentazioni integraliste, o al vuoto del cinismo e del disincanto. D’altra parte il concetto di poligamia e in particolare di poligamia di luogo emergeva già in una ricerca realizzata qualche anno fa sulla costruzione dello spazio-tempo dei giovani, per segnalare una precisa strategia di stabilizzazione di un’immagine di sé coerente, indipendentemente dalla frammentarietà del contesto.

Come comporre questa poligamia?

Si tratta di un fenomeno che sottintende una temporalità giostrata fra più “tavoli” fortemente organizzati e connotati dal punto di vista identitario: analoga, a ben vedere, a quella che caratterizza la doppia presenza femminile. Il tratto distintivo della poligamia di luogo non è tanto la provvisorietà, quanto la sovrapposizione di spezzoni di vita, ciascuno dei quali ha una propria logica temporale e una specifica valenza etica. Questo concetto è stato coniato da Ulrich Beck in relazione alla fine dell’esclusività delle identificazioni territorialmente fondate – quella nazionale, in particolare. La non esclusività cui allude Beck deriva dall’accresciuta mobilità geografica fra stati e continenti diversi, innescata dalla globalizzazione economica, che ha spostato sino ai limiti del globo i confini dell’agire professionale di numerose categorie di soggetti e oggi produce i suoi effetti ben oltre la sfera dell’economia e del lavoro. Gli individui sono così in condizione di potersi costruire percorsi identitari che si alimentano in una pluralità di identificazioni con contesti culturalmente assai diversificati. Nella ricerca che citavo abbiamo trovato alcuni casi di poligamia di luogo à la Beck, tuttavia, la declinazione più interessante di tale metafora riguarda il modo in cui si organizza la vita quotidiana: un patchwork, per riprendere un concetto di Laura Balbo che si compone e ricompone ogni giorno, “tenendo insieme” la pluralità di contesti, tutti egualmente importanti, nei quali si vivono lo studio e/o il lavoro – spesso distribuito fra più “lavoretti” svolti contemporaneamente – , l’intimità con il/la partner, lo “stare con” gli amici e i famigliari, l’andare in palestra – un appuntamento importantissimo, da non mancare –, il volontariato e così via. La riduzione a unità di questi frammenti è possibile, a condizione di potersi ritagliare un po’ di tempo per sé, in cui “riannodare le fila”, “ritrovarsi” in un processo di costante autoriflessione.

Fonte: Gennaio 2014, Rivista Animazione Sociale, Gruppo Abele, Torino.