Abbasso la Meritocrazia!

Pubblicato: febbraio 28, 2015 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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meritocracy

La democrazia è lenta, burocratica, sovente corrotta, mediocre. In ultima analisi, inefficiente. Così, il nuovo mito dei nostri tempi è diventata la cosiddetta “meritocrazia”, spesso senza riflettere appieno sulle sue implicazioni.

“Meritocrazia” è un termine inventato dal sociologo inglese Michael Young nella sua satira del 1958, The Rise of Meritocracy. 1870-2033[1], per designare una società in cui si è insediata una élite che fonda la sua ricchezza e il suo potere non sul censo, né sullo status, ma sull’intelligenza, misurata scientificamente. E’ il trionfo finale del “capitale umano” su quello fisico, materiale. Lo impone la competizione economica internazionale. La scuola è stata riformata in senso meritocratico. I bambini con Quoziente Intellettivo (QI) più elevato – non importa da qualche famiglia provengano – vengono avviati alle scuole più prestigiose, fin dai primi anni d’età. Gli insegnanti sono valutati con test severi e ai più bravi è riconosciuto uno stipendio più elevato.  Nelle fabbriche i dirigenti e quadri anziani vengono spodestati dai giovani più brillanti. La burocrazia pubblica assume i laureati delle migliori università tramite concorso. Si avanzano proposte per subordinare il diritto di voto al possesso di un determinato QI, in modo che il Parlamento sia espressione dell’”aristocrazia dell’intelletto”.  Anche i partiti di sinistra e il sindacato si adeguano alla nuova realtà, rottamando la vecchia idea di eguaglianza per quella di giustizia sociale come merito: ““Laburismo” era un macigno; “lavoratore” era tabù; ma “tecnico” che parola magica! E così nacque l’attuale partito dei tecnici..I sindacati seguirono l’esempio. La Transport and General Workers’ Union diventò la tran sport and General Technicians’ Union” (p. 146).

meritocraziaTutti gli altri, i meno dotati, vengono ammassati nelle scuole che insegnano il “Mito del Muscolo”, l’esercizio del corpo e il godimento attivo e passivo dello sport; avviati a lavori manuali degradanti; considerati, nella nuova società meritocratica, biologicamente inferiori. Certificata la loro stupidità con ricorrenti test psicoattitudinali, sostituiti dai robot nel lavoro di fabbrica, a costoro non resta che eseguire in silenzio servizi domestici prescritti dai loro superiori.  Si sentono frustati, umiliati, ma di cosa dovrebbero lamentarsi? La disuguaglianza tra le classi, ancorché abissale, per la prima volta nella storia è fondata su un criterio oggettivo, misurabile e universalmente rispettato: il QI, l’intelligenza, il motore della crescita economica e del progresso sociale. “La civiltà non dipende dalla stolida massa, dall’”uomo medio sensuale”, ma dalla minoranza creatrice, dall’innovatore che con un solo gesto può far risparmiare il lavoro di diecimila persone, dalla dinamica élite che ha reso la mutazione un fatto sociale non meno che biologico” (p.29).  Peccato che la meritocrazia si dimostri, nei fatti, un regime castale e antidemocratico peggiore dei precedenti. L’élite diventa infatti ereditaria: i princìpi dell’ereditarietà e del merito tendono a fondersi, provocando, nel finale del libro, la ribellione della maggioranza oppressa.

Oggi la profezia di Young – l’avvento della “meritocrazia” – si sta avverando un po’ ovunque. Negli Stati Uniti e il Regno Unito si misura la più alta concentrazione di redditi e patrimoni tra i paesi OCSE, e la più bassa mobilità sociale. Non si è ricchi perché meritevoli; si è meritevoli perché ricchi; l’opposto di quanto recita la vulgata mediatica. In Europa, le decisioni politiche vengono affidate ai tecnici illuminati, che saprebbero fare, loro sì, l’interesse generale, a differenza dei politici incompetenti e corrotti. La politica economica, un tempo prerogativa dei parlamenti democratici, è ora delegata al “senato virtuale” dei mercati finanziari, che la teoria economica mainstream ritiene infallibili. Si valutano ( e finanziano) le scuola e le università nella misura in cui si conformano, nell’insegnamento e nella ricerca, al paradigma utilitaristico dominante, che trascura tutte quelle “skills” non quantificabili che fanno la democrazia come l’empatia e il pensiero critico.

L’élite meritocratica è apolide. Rifiuta sdegnosamente qualsiasi legame e responsabilità nei confronti del territorio in cui opera, delle persone con cui vive e lavora. Giustifica il fatto di guadagnare 400 volte più di un normale dipendente con le presunte differenze di competenze, di capitale umano. Esasperato da tale arroganza e malafede, Michael Young scrisse nel 2001 un corrosivo articolo sul “The Guardian”, in cui riaffermava le ragioni di una democrazia basata sulla conoscenza aperta e diffusa contro l’imperante ideologia del merito. Il titolo del pezzo, che facciamo nostro, suonava così: “Down with Meritocracy”, “Abbasso la Meritocrazia”!

Federico Stoppa

NOTE:

[1] La versione italiana del libro di Young, L’avvento della meritocrazia, è stata pubblicata per la prima volta nel 1962 dalle Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti. Oggi, grazie alla casa editrice di Ivrea, è di nuovo disponibile per il lettore italiano.

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commenti
  1. Antonio Bariletti ha detto:

    Perché non si spiega COME è avvenuto tutto questo? QUALI forze sorreggono questo trend ? Perché le democrazie non sono apparentemente in grado di scegliersi la meritocrazia “giusta” e lasciano fare a chi comanda? Perché la democrazia non comanda più? A chi spetta dunque di bring dowm meritocracy?

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