Archivio per la categoria ‘Economia e Politica’

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Gli esponenti della sinistra della “Terza Via” hanno presentato la globalizzazione come inevitabile e vantaggiosa per tutti. In realtà, non è né l’uno né l’altro e l’ordine liberale ne sta pagando il prezzo.

Non molto tempo fa, la discussione sulla globalizzazione era data per morta e sepolta – dai partiti di sinistra come per quelli di destra.

Nel 2005, il discorso di Tony Blair al congresso del Partito Laburista coglieva lo spirito del tempo: “Sento persone che dicono che dobbiamo fermarci e discutere della globalizzazione” – disse Blair al suo partito – “si potrebbe anche discutere se l’autunno debba seguire l’inverno”. Ci sarebbero stati imprevisti e disagi sul cammino; qualcuno sarebbe rimasto indietro, ma non importava: le persone dovevano andare avanti. Il nostro “mondo che cambia”, continuava Blair, “è pieno di opportunità, ma solo per quelli rapidi ad adattarsi e lenti a lamentarsi”.

Oggi, nessun politico competente potrebbe esortare i suoi elettori a non lamentarsi in questo modo. Le élite di Davos, i Blair e i Clinton si stanno scervellando, domandandosi come un processo che pensavano fosse inesorabile possa essersi invertito. Il commercio internazionale ha smesso di crescere rispetto alla produzione, i flussi finanziari transnazionali non si sono ancora ripresi dalla crisi globale di un decennio fa, e dopo lunghi anni di stasi nei dibattiti sul commercio mondiale, un nazionalista americano ha cavalcato un’onda populista per andare alla casa Bianca, da dove sta scoraggiando ogni sforzo a favore del multilateralismo.

Coloro che sostenevano l’iper-globalizzazione all’inizio del secolo non hanno alcuna possibilità di comprendere cosa è andato storto senza rendersi conto di quanto poco avessero capito il processo che stavano promuovendo.

Tornando al 2005, nelle stesso discorso di Blair [..] che cosa ne era della solidarietà sociale? La globalizzazione l’avrebbe spazzata via? Blair insisteva che sarebbe potuta sopravvivere, ma solo se fosse stata ridefinita negli scopi. Le comunità non dovevano essere autorizzate a “resistere alle forze della globalizzazione”; il ruolo della politica progressista era semplicemente quello di metterle in condizioni di prepararsi alla globalizzazione. La globalizzazione era una conclusione ovvia, scontata: il solo dubbio era se la società potesse aggiustarsi alla competizione globale.

Blair e compagnia erano così sicuri non solo perché il mondo stava andando in quel modo, ma anche perché avevano dalla loro parte un argomento forte: il vantaggio comparato. Non era un argomento nuovo: in effetti, aveva 200 anni. Ma era molto di moda, e aveva una forza logica reale: il commercio permette la specializzazione, e un paese che si specializza su cosa sa fare meglio sarebbe diventato più ricco “nel suo complesso”.

I sostenitori dell’iper-globalizzazione, comunque, dimenticarono questo caveat – “nel suo complesso”. In più, passarono dal discutere di commercio dei beni alla liberalizzazione della finanza, dove l’argomento era sempre diverso e più carico di dubbi. Senza pausa, sono passati dall’abbassare le barriere “al confine”, come le tariffe o le quote di importazione, a iniziative politicamente più intrusive per armonizzare i regolamenti e le norme “dietro il confine” – regole di investimento, standard di prodotto, brevetti e copyright – dove è molto meno chiaro il motivo per cui dovremmo aspettarci che l’integrazione transnazionale renda più ricche tutte le nazioni.

Non c’è da stupirsi che i maggiori beneficiari della globalizzazione siano state nazioni come la Cina, che ha evitato le regole ufficiali e ha ballato al ritmo del proprio tamburo. La Cina e altri paesi asiatici entrarono nell’economia mondiale, ma lo fecero a modo loro: usarono politiche commerciali e industriali proibite dall’Organizzazione mondiale del commercio, gestirono le loro valute e mantennero stretti controlli sui flussi di capitali internazionali. Hanno sperimentato una notevole crescita economica e, come risultato, hanno sollevato centinaia di milioni di individui dalla povertà.

Ma nelle economie industriali mature, il risultato è stato molto più variegato. I principali beneficiari delle regole della globalizzazione dopo il 1990 furono le grandi corporations e le élites dei professionisti e dei lavoratori ad alte qualifiche. Senza dubbio, gli iper-globalizzatori credevano nel loro argomento pro-globalizzazione. Ma lo hanno enfatizzato troppo fino al punto di distorcerlo completamente, e sono stati presi alla sprovvista dall’inevitabile reazione negativa dei loro concittadini – cittadini che ultimamente si sono dimostrati molto meno “lenti a lamentarsi”.

Lezioni dalla storia

Contrariamente alle certezze di Blair, la globalizzazione è un processo reversibile, che in effetti nella storia è stato già invertito. All’inizio del XX secolo sono state raggiunte vette di integrazione che rendono quel periodo, per molti aspetti, paragonabile a quello di oggi. Sotto il regime del Gold Standard, le valute nazionali potevano essere liberamente convertite in quantità fisse di oro, e il capitale scorreva senza ostacoli attraverso i confini. Il Gold Standard non solo ha incoraggiato i flussi di capitali ma anche il commercio, rimuovendo il rischio valutario: i mercanti potevano tranquillamente accettare pagamenti da qualsiasi luogo del sistema senza preoccuparsi delle fluttuazioni dei tassi di cambio. Nel 1880, la libera circolazione dei capitali era la norma. Anche le persone erano libere di muoversi, cosa che facevano in gran numero dall’Europa al Nuovo Mondo. Proprio come oggi, i miglioramenti nelle tecnologie di trasporto e di comunicazione – il piroscafo, la ferrovia, il telegrafo – facilitarono notevolmente i movimenti di merci, capitali e lavoratori.

La reazione non tardò ad arrivare. Già negli anni settanta del XIX secolo, un calo dei prezzi agricoli mondiali provocò pressioni per una ripresa del protezionismo. Con l’eccezione della Gran Bretagna, tutti i paesi europei aumentarono le tariffe agricole verso la fine del 19 ° secolo. In molti casi il protezionismo agricolo si estese anche ai manufatti. Anche i limiti all’immigrazione cominciarono ad apparire nel tardo XIX secolo. Nel 1882, il Congresso degli Stati Uniti approvò l’infame Chinese Exclusion Act, e limitò l’immigrazione giapponese nel 1907. Successivamente, negli anni ’20, gli Stati Uniti stabilirono un sistema più generale di quote sull’immigrazione.

Il primo movimento populista della storia sorse negli Stati Uniti durante gli anni ottanta del diciannovesimo secolo, in opposizione al Gold Standard. Per quale ragione? Perché sebbene il sistema del Gold Standard favorisse la globalizzazione, creava anche dei perdenti. Poiché la massa monetaria interna a ciascun paese dipendeva dalla quantità di oro a disposizione, nei periodi in cui l’oro era scarso le condizioni di credito erano più severe e i tassi di interesse reali più alti. Nell’ultima parte del 19 ° secolo, il Gold Standard veniva accusato di provocare effetti deflazionistici, al pari delle politiche di austerità di oggi. Gli agricoltori si lamentavano di essere costretti a vendere grano a buon mercato, in un momento in cui le tariffe di trasporto e il credito erano costose. Insieme agli operai e ai minatori occidentali, gli agricoltori militarono contro i finanzieri nordorientali, che consideravano i beneficiari del Gold Standard e i responsabili delle loro difficoltà.

I populisti statunitensi alla fine sarebbero stati sconfitti, in gran parte come risultato della scoperta di nuovo stock di oro dopo il 1890, che invertì la pressione deflazionistica nel sistema. Ma il tiro alla fune tra gli interessi finanziari e cosmopoliti che sostenevano il Gold Standard e i gruppi economici nazionalisti che ne subivano il peso maggiore si sarebbero intensificati. Fino a raggiungere il culmine in Europa nel periodo tra le due guerre.

Il vecchio sistema si sgretolò durante i combattimenti del 1914, e il tentativo di ripristinarlo negli anni 1920 si dimostrò insostenibile sotto la pressione della crisi economica e dei disordini politici. Come ha scritto il mio collega di Harvard Jeffry Frieden, la reazione alla politica mainstream assunse due forme. I comunisti e [..] e i fascisti e nazisti. Entrambi significarono una brusca deviazione dalla globalizzazione.

Guadagno vs dolore

Quindi, perché stadi avanzati di globalizzazione – nella prima metà del 20 ° secolo, e ancora all’inizio del XXI secolo – si sono dimostrati così inclini a provocare reazioni? [..]

Non c’è dubbio che i vari round di negoziati commerciali multilaterali dopo la fine della seconda guerra mondiale abbiano fatto molto bene all’economia mondiale. Le tariffe di importazione e le quote sul commercio di manufatti erano allora estremamente restrittive; abbassarle permise al mondo di ottenere guadagni tangibili. Inoltre, in un primo momento, questa liberalizzazione incise soprattutto sugli scambi di merci tra economie relativamente avanzate, dove i salari e le condizioni di lavoro non erano così diverse. I primi segnali di guai cominciarono dopo che i paesi in via di sviluppo iniziarono ad entrare nell’economia mondiale: perché i loro bassi salari iniziarono a creare tensioni distributive nei paesi importatori.

Tutto questo è coerente con quanto insegna l’economia. Secondo il celebre teorema di Stolper-Samuelson di teoria del commercio estero, in posti come gli Stati Uniti e l’Europa occidentale, dove i lavoratori qualificati sono abbondanti, i lavoratori non qualificati vedranno diminuire il proprio salario in un contesto commerciale più aperto. L’apertura al commercio danneggia sempre alcune persone nella società, tranne nel caso estremo (non rilevante per qualsiasi grande economia) in cui le uniche cose importate sono cose che non vengono mai prodotte in casa. In teoria, i paesi potrebbero sempre compensare i loro perdenti ridistribuendo reddito dai vincitori, e in pratica ciò è successo alcune volte. Disponendo di ampie reti di sicurezza sociale, l’Europa nella seconda metà del 20 ° secolo era relativamente ben preparata a far fronte a flussi commerciali dirompenti. Inoltre, i negoziatori degli accordi commerciali elaborarono inizialmente dei regimi speciali per gli esportatori di indumenti e tessuti nelle economie avanzate, limitando la loro esposizione alla concorrenza dei paesi a basso salario.

Anche nelle migliori circostanze, tuttavia, liberalizzare il commercio causa perdite oltre che guadagni. Dopo gli anni ’80, il bilancio cominciò a peggiorare. Quando le tariffe (come le tasse) sono troppo alte, distorcono maggiormente il comportamento economico e causano grandi danni alla prosperità. Negli anni ’50 e ’60 le tariffe erano spesso molto alte e quindi la loro riduzione contribuì molto a far crescere la torta economica globale. Ma quattro o cinque decenni dopo, in un mondo in cui le tariffe erano bassissime, il quadro era diverso[..].

Prendiamo per esempio il Nafta, che è entrato in vigore nel 1994. Un recente studio sul mercato del lavoro americano rileva che un’importante minoranza di lavoratori statunitensi ha subìto perdite di reddito consistenti. Non sorprendentemente, l’effetto è stato maggiore per gli operai: un ragazzo che ha abbandonato la scuola in località fortemente colpite dal Nafta ha avuto una crescita del salario più lenta di 8 punti percentuali durante il periodo 1990-2000 rispetto a un lavoratore analogo proveniente da aree non colpite dal commercio Nafta. La crescita dei salari nelle industrie prima protette che hanno perso la protezione a causa dell’accordo commerciale è scesa di 17 punti percentuali rispetto a settori inizialmente non protetti. E il beneficio complessivo dell’accordo? Secondo le stime più recenti, il guadagno economico netto negli Stati Uniti è stato ben inferiore a 0,1 punti percentuali del PIL, cioè meno di un decimo dell’uno per cento del reddito nazionale. Basti pensare a quanto meno probabile sarebbe stata l’elezione del presidente Donald Trump se tutto il capitale politico speso per un’iniziativa che ha causato così tante difficoltà a tanti americani, senza crescita apprezzabile dell’economia, fosse stato invece investito su programmi di politica industriale, di formazione o di infrastrutturazione che avrebbero creato lavori americani decenti.

Oltre il confine

Le importazioni sono solo una delle cause di distruzione dei posti di lavoro e in genere non sono nemmeno la  più importante. Gli shock della domanda, i cambiamenti tecnologici e l’andamento ordinario della concorrenza con altre imprese nazionali producono in genere maggiori sconvolgimenti nel mercato del lavoro. Eppure il commercio tende ad essere molto più rilevante dal punto di vista politico. È un facile capro espiatorio, dal momento che i politici possono puntare il dito contro gli stranieri: cinesi, messicani o tedeschi. Ma c’è un altro problema più profondo che rende la distruzione causata dal commercio particolarmente controversa. A volte il commercio internazionale comporta una competizione che sarebbe esclusa all’interno dei paesi perché viola le norme concordate. Una cosa è perdere il lavoro per colpa di qualcuno che compete secondo le stesse regole che hai tu. È un altro conto quando si perde il lavoro a causa di un’azienda estera che si avvantaggia sfruttando manodopera sottopagata, scarsi standard ambientali o di sicurezza[..]. Le preoccupazioni sull’equità in questo caso vanno oltre gli individui direttamente colpiti. La comunità nel suo complesso sarà turbata quando vedrà che ai suoi concittadini viene negato un lavoro dignitoso come risultato di pratiche “ingiuste”.

Gli iper-globalizzatori, tuttavia, ignorarono tali preoccupazioni[..] e spinsero invece per accordi commerciali che, in realtà, non riguardavano affatto il libero scambio. La loro attenzione si spostò sulle regolamentazioni “oltre il confine” – restringere i sussidi agricoli, standardizzare le normative sugli investimenti, sui prodotti, sui diritti di proprietà intellettuale e sulle misure finanziarie. Tutte queste cose erano tradizionalmente il prodotto di accordi istituzionali o di compromessi politici interni. All’improvviso, furono viste come barriere commerciali e quindi furono soggette a revisione attraverso accordi commerciali [..].

A differenza del libero scambio convenzionale, l’armonizzazione “oltre il confine” non promette necessariamente miglioramenti d’efficienza. Non esiste una teoria generale che dimostri che regolamenti bancari e alimentari unici per tutti dovrebbero, per esempio, essere in grado di operare a vantaggio di tutti i paesi. Quello che l’armonizzazione comporta, tuttavia, è il sacrificio dell’autonomia normativa nazionale, e con esso la capacità di rispondere alle specificità delle singole economie e società. I patti che regolano gli investimenti e le iniziative transfrontaliere come l’accordo TRIPS, che ha regolamentato la proprietà intellettuale dal 1995, erano certamente ciò che le multinazionali, le società finanziarie e le grandi industrie farmaceutiche desideravano e spesso ottenevano. Tali accordi divennero controversi perché erano visti come un privilegio indebito a vantaggio degli interessi delle corporations rispetto a quelli della società e rappresentavano anche un attacco diretto al controllo democratico nazionale.

Denaro impazzito

Forse l’errore più eclatante degli iper-globalizzatori dopo gli anni ’90 è stato quello di promuovere la globalizzazione finanziaria[..] Con il capitale libero di muoversi, i risparmi si sarebbero automaticamente incanalati verso i paesi con rendimenti più elevati; con l’accesso ai mercati mondiali, le economie e gli imprenditori avrebbero avuto accesso a finanziamenti più affidabili; e anche i normali risparmiatori ne avrebbero tratto beneficio, poiché non sarebbero stati più costretti a mettere tutti i loro risparmi in un unico paniere nazionale.

In generale, questi guadagni semplicemente non si sono mai materializzati; a volte, l’effetto è stato l’opposto di ciò che era stato promesso. La Cina divenne un esportatore di capitali, piuttosto che un importatore, come la teoria mainstream postulava per i paesi giovani e poveri. L’allentamento delle catene alla finanza ha prodotto una serie di crisi finanziarie estremamente costose, inclusa quella in Asia orientale nel 1997. Nel migliore dei casi esiste una debole correlazione tra l’apertura alla finanza estera e la crescita economica. Ma c’è una forte associazione empirica tra la globalizzazione finanziaria e le crisi finanziarie nel tempo, come ci fu dal XIX secolo, quando il libero trasferimento del capitale internazionale sarebbe fluito con entusiasmo nelle ferrovie argentine o in qualche angolo remoto dell’Impero Britannico in un minuto, solo per fuggire da esso l’attimo successivo.

La moderna globalizzazione finanziaria si è spinta ancora più lontano nella zona euro. Unificazione monetaria finalizzata alla completa integrazione finanziaria, eliminando tutti i costi di transazione associati ai confini nazionali. L’introduzione dell’euro nel 1999 ha effettivamente spinto verso il basso i premi al rischio in paesi come la Grecia, la Spagna e il Portogallo, così come c’è stata una convergenza nei costi dei prestiti. Ma quale è stato l’effetto? Consentire ai mutuatari di gestire ampi disavanzi delle partite correnti e accumulare quantità pericolose di debito estero. Il denaro scorreva in quei settori delle economie debitrici che non potevano essere venduti all’estero, soprattutto le costruzioni, a scapito delle attività più aperte alla concorrenza internazionale. Le bolle creditizie alla fine si trasformarono in bancarotte inevitabili, e crolli prolungati dell’economia in Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda seguiti nel frattempo dalla stretta creditizia globale.

Oggi, le opinioni degli economisti sulla globalizzazione finanziaria sono nel migliore dei casi ambivalenti. È ben noto che i fallimenti del mercato e del governo – informazioni asimmetriche, corsa agli sportelli bancari, eccesso di volatilità, regolamentazione inadeguata – sono endemici nei mercati finanziari. La globalizzazione spesso accentua questi fallimenti. In effetti, nella crisi dell’Asia orientale del 1997 quelle economie che mantennero un maggiore controllo sui capitali stranieri sopravvissero con meno danni. In definitiva, l’apertura incondizionata alla finanza estera non è quasi mai una buona idea.

La maggior parte dello scetticismo è diretta ai flussi finanziari a breve termine, soggetti alle crisi e all’eccesso, mentre i flussi a lungo termine e gli investimenti diretti esteri sono generalmente considerati con favore. Tali investimenti tendono ad essere più stabili e promuovere la crescita. Ma neanche questi sono senza problemi. Producono cambiamenti nella tassazione e nel potere contrattuale che sono avversi al lavoro.

Perché? Perché fintantoché i salari sono in parte determinati dalla contrattazione, i datori di lavoro trarranno beneficio da una minaccia credibile: accettate salari più bassi, altrimenti ci sposteremo altrove. Ci sono alcune prove del fatto che il calo della quota di lavoro del reddito nazionale è correlato alla minaccia di trasferire la produzione all’estero. Inoltre, se il capitale diventa molto più mobile del lavoro, il lavoro viene lasciato maggiormente esposto agli shock locali. I lavoratori con le competenze e le qualifiche più basse, i meno capaci di spostarsi oltre i confini, sono in genere i più colpiti.

Quando il capitale diventa mobile, diventa anche più difficile da tassare. I governi devono finanziarsi sempre di più tassando cose meno mobili: il consumo o il lavoro. In effetti, le aliquote dell’imposta sulle società – che Trump attualmente è impegnato a tagliare – sono diminuite drasticamente in quasi tutte le economie avanzate dalla fine degli anni ’80, a volte della metà o più. Nel frattempo, il carico fiscale sulle retribuzioni (oneri previdenziali, per esempio) è rimasto pressoché costante, mentre la aliquote delle imposte sui consumi e sul valore aggiunto (IVA) sono molto aumentate.

Quindi che cosa ci aspetta? La prima cosa da dire è che non dobbiamo aspettarci alcun ritorno alle aspettative degli anni ’90, di un’integrazione economica spietata che non prestava attenzione alla politica. Gli elettorati non lo accettano. L’enorme ondata di sostegno per i populisti di sinistra e destra nelle democrazie mondiali lo conferma. Nei paesi in cui i populisti si presentano alle elezioni, secondo i miei calcoli hanno attirato meno del 10 per cento dei voti alla fine degli anni ’90, ma negli ultimi anni questi sono aumentati fino al 25 per cento.

Se la vecchia strada è chiusa, quali altre rimangono aperte? L’incubo di una ripetizione di un vero e proprio crollo della cooperazione internazionale in stile anni ’30 sembra fortunatamente improbabile[..] Il nazionalismo rimane una forza potente, ma trova molti più ostacoli che negli anni ’30. Oggi disponiamo di organizzazioni internazionali molto più forti, e anche se le reti di sicurezza sociale si stanno sfilacciando all’interno dei paesi, fanno ancora molto per ammortizzare coloro che sono danneggiati dal commercio rispetto agli anni della Depressione. Cosa forse più importante, il bilanciamento del potere politico nelle democrazie avanzate oggi favorisce esageratamente i gruppi che sono a favore del commercio internazionale e degli investimenti internazionali.

Esiste comunque un altro brutto scenario, che è molto più probabile: le élite centriste non rispondono adeguatamente al contraccolpo, e questo a poco a poco alimenta più populismo e protezionismo. Ciò eroderebbe l’apertura delle nostre economie a prodotti stranieri e forse alle idee e, cosa più importante, potrebbe erodere anche la democrazia liberale[..].

C’è, tuttavia un’altra strada, decisamente migliore: un riequilibrio democratico. Facendo un passo indietro dall’iper-globalizzazione senza sbattere la porta, ripristinando nel contempo una maggiore autonomia nazionale al servizio di un ordine domestico più inclusivo. Più concretamente, cosa potrebbe comportare tutto ciò? Sviluppare e applicare l’idea di “commercio equo” in primo luogo. È una nozione che non riscalda il cuore degli economisti; molti di loro sentono che puzza di protezionismo mascherato. Ma il commercio equo è già sancito dalle leggi commerciali sotto forma di dazi antidumping e compensativi, che i paesi possono utilizzare per contrastare le nazioni che fissano il prezzo delle esportazioni in modo predatorio o le sovvenzionano per guadagnare quote di mercato. Certo, questi cosiddetti “rimedi commerciali” riducono il volume di alcuni scambi, ma rendono possibile un consenso politico per un sistema commerciale aperto.

Se i negoziatori dei trattati commerciali avessero esteso tali rimedi a quello che potrebbe essere chiamato “dumping sociale”, cioè competere al ribasso sugli standard del lavoro, per esempio, avrebbero potuto far guadagnare al regime del commercio mondiale il sostegno popolare del quale è gravemente carente. Gli iper-globalizzatori, tuttavia, non hanno mai preso in considerazione questa idea. Per loro, il vantaggio comparato era il vantaggio comparato, indipendentemente dal fatto che fosse prodotto dalle risorse di un paese o dalle sue istituzioni repressive. Con Trump, Brexit e la rinascita della sinistra populista, oggi stanno pagando il prezzo della loro indifferenza. Coloro che desiderano preservare un ordine aperto e liberale devono [..] progettare accordi commerciali che rafforzino la legittimità dell’economia mondiale agli occhi di un pubblico vasto, invece di perseguire gli interessi particolari delle multinazionali.

La cosa fondamentale da comprendere è che la globalizzazione è – ed è sempre stata – il prodotto dell’agire umano; può essere modellata e rimodellata, per buoni o cattivi scopi. Il grande problema della potente affermazione sulla globalizzazione di Blair nel 2005 era la presunzione che la globalizzazione fosse essenzialmente univoca, immutabile rispetto al modo in cui le nostre società dovevano sperimentarla, un vento di cambiamento che non poteva essere negoziato o discusso. Questo equivoco affligge ancora le nostre élite politiche, finanziarie e tecnocratiche. Eppure non c’era nulla di inevitabile, di già scritto, nella spinta post-anni ’90 per l’iper-globalizzazione, con il suo focus sulla finanza deregolamentata, sulle regole restrittive sui brevetti e sui regimi speciali per gli investitori.

La verità è che la globalizzazione è modellata consapevolmente dalle regole che le autorità scelgono di adottare: i gruppi che privilegiano, i campi politici che affrontano e quelli che esentano, e quali mercati assoggettare alla concorrenza internazionale. È possibile rivendicare la globalizzazione a vantaggio della società facendo le scelte giuste qui e ora. Possiamo assegnare priorità al coordinamento della tassazione delle società rispetto a una più forte tutela dei brevetti; migliori standard di lavoro rispetto a tribunali speciali per gli investitori; e una maggiore autonomia regolamentare rispetto alla minimizzazione dei costi di transazione “dietro il confine”.

Un’economia mondiale in cui vengono fatte queste scelte alternative apparirebbe molto diversa. La distribuzione dei guadagni e delle perdite tra le nazioni e all’interno di queste muterebbe drasticamente. Non avremmo necessariamente meno globalizzazione: rafforzare la credibilità, la legittimità dei mercati mondiali è probabile che stimoli il commercio e gli investimenti globali piuttosto che ostacolarli. Una globalizzazione di questo tipo sarebbe più sostenibile, perché godrebbe di maggior consenso. Sarebbe una globalizzazione completamente diversa da quella che abbiamo oggi.

Dani Rodrik (*)

(Traduzione di Federico Stoppa)

Link all’articolo originale.

(*) L’autore è professore di Economia Politica Internazionale alla John F. Kennedy School of Government presso l’Università Harvard negli Stati Uniti. La sua opera fondamentale è: La globalizzazione intelligente, Laterza, 2011.

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Berlin-1-prop

Un dato che emerge con chiarezza dalle elezioni politiche dei principali paesi europei è la spaccatura dell’elettorato tradizionale della sinistra sulla questione immigrazione: tra la base operaia e popolare anti-immigrazione e il ceto medio benestante – dei dipendenti pubblici, specie nel settore dell’educazione, degli studenti internazionali, dei professionisti, degli intellettuali, dei lavoratori ad alte qualifiche – a favore dell’apertura incondizionata delle frontiere. In genere, nei milieu politici e culturali progressisti questa sgradevole evidenza empirica viene rimossa, o liquidata sbrigativamente in termini moralistici: è un dovere etico accogliere i più svantaggiati, mentre chi solleva obiezioni all’imperativo degli open borders è bollato come razzista e xenofobo (anche se i due termini, come ricorda Luca Ricolfi, non sono affatto la stessa cosa). È chiaro che un atteggiamento di questo tipo, rivelatore di superbia intellettuale e disprezzo morale verso chi la pensa diversamente, non fa che acuire il distacco tra il comune sentire delle classi più deboli e le forze politiche che dovrebbero rappresentarle, a tutto vantaggio dei movimenti di estrema destra.

Prima di giudicare, andrebbe fatto lo sforzo di comprendere gli effetti economici e sociali, profondamente asimmetrici, che l’immigrazione provoca sulle popolazioni ospitanti. È evidente, per esempio, che dietro la narrativa progressista (e sovente cattolica) dello scontro tra sostenitori dei diritti umani e biechi razzisti si nasconde in realtà un molto più prosaico conflitto di interessi: i ceti popolari, la forza lavoro meno qualificata, i disoccupati sono a favore di una regolamentazione dei flussi perché subiscono direttamente gli effetti più sgradevoli dell’immigrazione, come la concorrenza su abitazioni popolari, servizi pubblici e mercato del lavoro, oltre che la maggior insicurezza reale e percepita nelle periferie degradate e deindustrializzate; mentre i ceti urbani acculturati e benestanti (e le imprese) sostengono il liberismo migratorio perché ne ricavano solo benefici, come la possibilità di disporre di manodopera a basso costo specie nei servizi di cura della persona, agricoltura, edilizia e ristorazione.

La mediazione del conflitto d’interessi, in una democrazia, spetta alla politica. E la politica, specie se progressista, non dovrebbe muoversi sulla base di sentimenti di carità, ma su logiche di giustizia sociale (come più volte affermato dai vari Sanders, Corbyn, Lafontaine). Tutto questo cosa significa, in pratica? Si tratterebbe, per esempio, di rivendicare – contro le egualmente pericolose fantasie di chiusura o apertura totale – l’importanza di confini controllati politicamente da Stati-nazione democratici, senza i quali le migrazioni sono destinate ad accelerare e a mettere sotto stress il welfare, ad esacerbare la concorrenza sul mercato del lavoro e la “guerra tra poveri”, a spingere la diversità etnica e culturale fino al punto di rottura dei legami di fiducia e mutua cooperazione tra membri delle comunità (il cosiddetto “capitale sociale”), rendendo politicamente impraticabile la redistribuzione fiscale per tutelare i meno abbienti (cfr Putnam, 2007; Skidelsky, 2017).

Parimenti, andrebbe sottolineato il differente status giuridico dei migranti. Da una parte, i richiedenti asilo – perché in fuga da guerre o da dittature – ai quali va garantita accoglienza e protezione fino al cessato pericolo, evitando però di strumentalizzarli per ragioni di politica interna, come fatto dal governo tedesco nel 2015. Altra questione sono i migranti economici: qui si tratta di stabilire un numero massimo di ingressi – che devono avvenire in condizioni di sicurezza e legalità, spezzando così il business degli scafisti e delle varie mafie – sulla base delle specifiche strutture economiche dei paesi europei e dei loro diversi profili demografici (oltre che dei livelli di disoccupazione), promuovendo politiche di integrazione attiva per chi arriva: sociali, culturali, abitative, scolastiche, di orientamento professionale; politiche che – non nascondiamolo – sono costose e difficilmente attuabili, senza creare tensioni sociali, con gli attuali vincoli di bilancio.

Cruciale è pretendere che chi arriva sottoscriva senza reticenze i valori liberali europei (Stato di diritto, separazione tra sfera religiosa e politica, uguaglianza di genere) evitando che si producano – a causa di un’errata interpretazione del multiculturalismo – ghetti ed enclavi, brodo di coltura del terrorismo (Rampini, 2016). D’altra parte, occorre riconoscere che spesso chi emigra è la parte più giovane, dinamica e culturalmente attrezzata dei paesi poveri, che quindi porta via con sé le sue conoscenze e competenze, impoverendo ulteriormente chi è rimasto nel paese di origine (anche se le rimesse possono, entro certi livelli di emigrazione, attenuare questo effetto); per questo, in un’ottica progressista la libera circolazione della manodopera – uno dei pilastri del neoliberismo assieme alla libera circolazione dei capitali e delle merci non può essere un surrogato delle politiche di sviluppo dei territori periferici.

Bisognerebbe inoltre essere consapevoli che l’accelerazione delle migrazioni – si stima che circa il 40% della popolazione dei paesi poveri, se potesse, lascerebbe la propria terra d’origine – non è una legge di natura, ma l’effetto di scelte geopolitiche scriteriate da parte delle elité politiche occidentali (le guerre “umanitarie” in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria) e del crescente divario economico tra Nord e Sud del Mondo, di cui sono corresponsabili i pacchetti di riforme neo-liberiste (Structural adjustment Programs, SAP) che FMI e Banca Mondiale hanno imposto ai paesi africani negli anni ’80-’90 e le istituzioni arretrate e deboli che ad oggi frenano lo sviluppo di quei paesi (Chang,2010).

In ultima analisi, occorre rimediare con urgenza al cortocircuito che si è creato, in Europa, tra sinistra e popolo sul delicato tema dell’immigrazione. Prendere sul serio la richiesta di protezione dei ceti più fragili – proponendo soluzioni non demagogiche – è l’unica via per stroncare sul nascere i rigurgiti neofascisti che stanno riaffiorando ovunque nel Vecchio Continente.

Federico Stoppa

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Il futuro, sostiene il sociologo tedesco Wolfgang Streeck, appartiene allo Stato-nazione e non agli organismi sovranazionali. Solo all’interno degli Stati-nazione può essere esercitato un vero potere di controllo democratico.

D: Signor Streeck, in Europa c’è ancora bisogno di singole nazioni, oppure è l’Unione Europea che deve risolvere i nostri problemi politici?

R: La democrazia moderna è nata dai conflitti all’interno degli stati nazionali. E fino ad oggi ha la sua patria (Heimat) negli stati nazionali. Al contrario, le organizzazioni internazionali sono dominate dagli esperti. Mancano di quella che chiamerei la dimensione plebea della democrazia.

D: Cosa intende con ciò?

R: La democrazia non è prerogativa di una classe colta, istruita, i cui membri si comportano in modo gentile e garbato tra di loro, e cercano di risolvere insieme i problemi. Anche quelli che stanno ai gradini inferiori della società devono poter alzare la voce e dire quello che vogliono.

D: Però questa possibilità di alzare la voce ha recentemente causato molti problemi in Europa.

R: I problemi di alcuni sono le soluzioni di altri – e viceversa. In una democrazia, si deve discutere su quali sono i problemi.

D: Secondo Lei, la nazione è garanzia di democrazia?

R: Non la nazione ma lo Stato-nazione. Il tipo di democrazia a cui mi riferisco esiste solo negli stati, e gli unici stati che esistono sono Stati-nazione – più o meno.

D: Si potrebbe far crescere la democrazia anche a livello sovranazionale. Angela Merkel ed Emmanuel Macron – entrambi democraticamente legittimati – vogliono riparare la UE e stabilizzare l’euro.

 R: Probabilmente non avverrà nulla di tutto ciò. Gli interessi di Francia e Germania riguardo l’euro sono così diversi che, a parte qualche politica simbolica per salvare il capitale politico dei governi coinvolti, non c’è molto che si possa fare. Prenda il ministro dellle finanze europeo. Per i tedeschi è qualcuno che deve assicurare che i piani di risparmio e di austerity siano rispettati. Per i francesi, invece, è l’unico che dispone di un budget per fare investimenti in Francia, che altrimenti non potrebbero essere finanziati se venissero osservati i vincoli sui deficit di bilancio. Gli italiani, similmente, vorrebbero fare questi investimenti, così come i greci e portoghesi.

D: Questa è la ragione per cui le nazioni dovrebbero essere superate.

R: Che significa superate? Contro la volontà dei loro cittadini? E cosa si dovrebbe mettere al loro posto? Non dovremmo voler abolire lo Stato-nazione come luogo di democrazia prima di avere un sostituto. Ogni tentativo di portare l’Europa sotto un unico governo conduce alla divisione. Guardi ai cattivi rapporti che si sono creati tra i paesi dell’Euro nel nord Europa e nell’area mediterranea. L’Europa da Hammerfest a Palermo sotto un unico governo sarebbe solo una tecnocrazia, sconnessa dagli immaginari dei suoi cittadini, governata da uomini che si sentono moralmente e intellettualmente superiori. Sarebbe una comunità politica senza un linguaggio comune, senza tradizioni comuni, senza una comune comprensione di problemi e soluzioni – un prodotto artificiale.

D: Lei come uomo di sinistra sostiene l’idea di Stato-nazione? Vuole tornare indietro al 19° secolo?

R: Ma che retorica! Lo Stato-nazione non è un passo indietro ma un passo in avanti. Il numero di stati nazionali è in costante crescita. Ce ne sono circa 200 oggi. Quando fu fondata l’ONU, dopo la seconda guerra mondiale, non erano più di 60. Lo Stato-nazione democratico sembra essere un modello di successo. È interessante notare che molti stati sono piccoli; la popolazione media è di 17 milioni. Sembra che ci sia una certa preferenza per l’omogeneità: di regola, più piccola è una società, più è omogenea. Lo Stato-nazione come organizzazione politica consente di rappresentare gli interessi regionali delle popolazioni locali nel mondo. Questo non va fatto con la violenza. Il mondo delle nazioni europee occidentali è pacificato da sette decenni.

D: Gli stati nazionali come possono difendere gli interessi della loro popolazione in un’economia globale?

R: Creandosi – attraverso una politica economica intelligente – uno spazio nel mercato globale, in modo che la propria popolazione possa vivere bene. Per farlo, non è necessario trasformarsi in un paradiso fiscale. Prenda un paese come la Danimarca, che ha trovato una sua nicchia grazie al Design, ai servizi di Consulenza, alla Logistica. I danesi hanno legato la loro moneta all’euro, ma, quando questo crea problemi, possono ancora svalutare la loro moneta. La sovranità nazionale, utilizzata in maniera saggia e temperata, può essere uno strumento utile nel mondo globalizzato.

D: Lei ha affermato che la dimensione “plebea” della democrazia – che altri chiamano populismo – ha prodotto effetti reali. Dove e come?

R: Anche uno come Macron, banchiere e tecnocrate, deve prendere atto del fatto che solo un paio di punti percentuali hanno impedito che il secondo turno delle elezioni presidenziali si tenesse tra i populisti Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon. Il fatto che lo stesso Macron si sia lamentato della mancanza di una dimensione sociale dell’UE potrebbe significare che certi segnali sono arrivati.

D: Quindi le democrazie nazionali possono cambiare l’Unione europea più di quanto si pensa?

R: La politica di apertura delle frontiere del governo Merkel – unilaterale e motivata da ragioni di politica interna – con i suoi effetti distruttivi per l’Unione europea, sarebbe potuta continuare a lungo se l’AfD (Alternative für Deutschland, partito di estrema destra xenofoba, ndr) non fosse cresciuta nei consensi alle elezioni regionali della primavera del 2016. Senza la politica immigratoria tedesca della seconda metà del 2015, probabilmente il voto sulla Brexit sarebbe andato diversamente; in fondo, la distanza tra le due fazioni era solo di alcuni punti percentuali.

D: Il concetto di nazione desta particolare sospetto in Germania. I tedeschi sognano più di altri una società senza frontiere?

R: Potrebbe essere così. Da nessuna altra parte come in Germania il desiderio di società senza frontiere sembra così diffuso, anche quando si tratta in realtà della società senza frontiere di tipo neoliberista. Questo è probabilmente dovuto al fatto che ci si vuole sbarazzare della storia nazionale. Si spera che in futuro il nazionalismo tedesco possa essere sostituito dal nazionalismo europeo.

D: Affinché l’Unione europea possa sopravvivere, deve diventare un’unione più stretta – o separarsi ulteriormente. Quale sarebbe l’opzione migliore?

 R: Abbiamo bisogno di meno Unione Europea. Posso immaginare che l’Unione europea in futuro serva come piattaforma per varie forme di cooperazione volontaria tra le nazioni europee. Soprattutto, una futura Unione europea non dovrebbe essere regolata come quella attuale; cosa che oggi la rende praticamente irriformabile. Attualmente, sono praticamente impossibili modifiche ai trattati o correzioni alla giurisprudenza della Corte di giustizia europea. Questo è uno dei più gravi deficit democratici dell’Unione europea.

D: Per quanto tempo ancora esisterà l’Unione?

 R: L’UE, fra vent’anni, non esisterà più nella sua forma attuale. Anche all’euro toccherà la stessa sorte. Ma questo non dovrebbe valere per la semplice cooperazione, il coordinamento volontario, il rispetto reciproco, e sperabilmente per altre cose. Ovviamente, in Europa continueremo a conservare scartamenti ferroviari standardizzati, e forse saremo in grado di chiamare a casa con il cellulare anche dalla Svizzera senza dover pagare una fortuna. Ma il governo europeo tecnocratico dall’alto ha da lungo tempo cessato di funzionare, come dimostra l’euro. Anche se i loro funzionari non vogliono ammetterlo.

D: Lei ha affermato una volta che il problema più grande dell’Unione europea è lo stato di religiosa devozione in cui la gente cade quando sente la parola Unione Europea.

R: Assolutamente. Credo che per molte persone della classe media l’Europa sia diventata oggetto di una religione civile. Quando osserviamo le immense difficoltà che il capitalismo moderno sta affrontando – super-indebitamento, crescente disuguaglianza, diminuzione della crescita, problemi ambientali – non possiamo far finta di credere che i problemi europei stiano nell’organizzazione nazionale della politica europea. Non pochi sembrano credere che grazie all’aiuto di un Superstato, che dovrebbe evidentemente cadere dal cielo, si possano eludere i problemi strutturali del capitalismo globale. Questo si avvicina molto a una credenza religiosa.

D: Le democrazie nazionali sono uno strumento contro il capitalismo? Per esempio, lo scienziato politico belga Chantal Mouffe ha detto una volta: “Il nemico principale del neoliberismo è la sovranità del popolo”.

 R: Sì, aveva ragione.

D: Ma questo non potrebbe essere sostenuto anche da Marine Le Pen?

R: Non posso proibirmi di sostenere ciò che ritengo essere corretto dopo una seria riflessione, solo perché lo sostiene qualcun altro che non sopporto. I politici sono persone che tirano fuori dall’humus di idee delle loro società ciò che più gli conviene. Il Fronte nazionale era anti-semita e neoliberista, ora non è più antisemita e difende lo stato sociale. Quindi dovrei smettere di aborrire il razzismo e di sostenere una politica egualitaria democratica? Il neoliberismo è l’attuale ideologia della politica globale americana. In rapporto al neoliberismo e al suo impeto espansionistico, la sovranità nazionale può essere uno strumento di difesa utile, che non si dovrebbe disprezzare.

Wolfgang Streeck (Lengerich, 1946) è stato dal 1995 al 2014 direttore del Max Planck Institute per la ricerca sociale di Colonia, oltre che membro del partito socialdemocratico tedesco (SPD) per molti anni. Tra i suoi lavori recenti, ricordiamo How will capitalism end? (Verso Book, 2016) e Tempo Guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli, 2013).

 

Intervista di Thomas Isler per NZZamSonntag, 12/08/2017. Titolo originale:Wolfgang Streeck: «Die EU wird es in zwanzig Jahren so nicht mehr geben» – Traduzione di Federico Stoppa

 

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È negli anni Ottanta che si gettano le basi per la distruzione economica del nostro Paese. Tuttavia, quella che oggi viene descritta dai media mainstream come le causa di tale sfascio – l’esplosione del debito pubblico, frutto avvelenato della deriva clientelare dei partiti della Prima Repubblica – appare ad uno sguardo meno superficiale l’effetto di ben altre scelte politiche, che presero forma tra il 1979 e il 1981.

Nell’aprile 1979, malgrado l’opposizione del Partito Comunista (si rileggano gli interventi di Giorgio Napolitano e Luigi Spaventa), i dubbi di economisti keynesiani come Federico Caffè e le riserve della Banca d’Italia di Paolo Baffi, la maggioranza del parlamento italiano decise di votare a favore dell’ingresso dell’Italia nel sistema monetario europeo (SME), il primo sistema a cambi fissi tra le valute europee, antesignano dell’euro. Nello specifico, il cambio della lira poteva oscillare al di sopra o al di sotto del 6% rispetto a un parità prefissata con le altre valute europee (questa margine si assottiglierà fino al 2,5% dal 1990). Data la maggior inflazione registrata nel Paese rispetto ai maggiori concorrenti europei, la competitività dell’industria italiana si deteriorerà per tutto il decennio. Le esportazioni di merci non terranno il passo delle importazioni, e si accumulerà un deficit di parte corrente della bilancia dei pagamenti. Per mantenere in pareggio la bilancia dei pagamenti e difendere la parità del cambio, le autorità di politica monetaria dovettero attirare capitali esteri, utilizzando l’esca degli alti tassi d’interesse. Ciò espose il Paese alla crescita dell’indebitamento nei confronti dell’estero.

Nel febbraio 1981, una lettera del ministro del tesoro Nino Andreatta indirizzata all’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, sanciva il “divorzio” tra politica monetaria e politica fiscale: la Banca d’Italia sarebbe stata esentata dall’acquistare, contro emissione di base monetaria, i titoli di debito pubblico non assorbiti dai privati nelle aste, di fatto rinunciando a calmierarne i tassi d’interesse. Da allora in avanti, lo Stato sarebbe stato costretto a finanziare il suo disavanzo sui mercati finanziari, alle condizioni (onerose) che imponevano questi ultimi.

Il combinato disposto di cambio forte e “divorzio” ebbe effetti positivi in termini finanziari – l’inflazione e il saldo primario tra entrate e uscite dello Stato migliorarono rapidamente – devastanti in termini reali e sulla distribuzione del reddito. La grande impresa iniziò una feroce ristrutturazione per ricostruire i profitti che il cambio forte e i maggiori costi interni non le permettevano più di ottenere. Il primo a farne le spese fu il sindacato, che subì un grande ridimensionamento di potere nelle fabbriche dopo la marcia dei quarantamila quadri FIAT di Mirafiori nell’ottobre del 1980 e il taglio della scala mobile nel 1984 (decreto di San Valentino del governo Craxi). A causa della debolezza del sindacato, la quota del reddito che andava al lavoro dipendente si restrinse a vantaggio dei profitti e delle rendite, che crescevano grazie ai tassi d’interessi reali positivi sui titoli di stato, mentre l’occupazione, specie nella grande impresa, crollava verticalmente. La crisi della grande impresa privata italiana si accentuò in quegli anni, condizionando negativamente il sentiero di sviluppo tecnologico e produttivo del Paese nei decenni successivi.

Un altro effetto perverso delle due scelte di politiche economica fu lo sviluppo incontrollato del debito pubblico. Alle origini della sua esplosione non ci fu, come afferma la vulgata dei media, una spesa pubblica primaria (specie di natura sociale) fuori controllo, che invece, nonostante il peso di sprechi e ruberie, si mantenne sempre al di sotto di Francia e Germania, né il difetto di entrate fiscali, che invece crebbero allo stesso tasso di crescita delle spese primarie; tanto che il saldo netto tra entrate e uscite migliorò rispetto agli anni Settanta. Ci fu invece la crescita, questa si inarrestabile, degli interessi passivi (dal 4,4% al 10,1% del prodotto nel decennio 1980 – 1990, circa il doppio di quanto registrato in Francia e Germania). Essa fu frutto dalla decisione della Banca d’Italia di Ciampi di tenere i tassi d’interesse a livelli abnormi, per due ragioni: vincolare il potere di spesa di una classe politica ritenuta inaffidabile e corrotta, e attirare i capitali esteri che consentivano di difendere il cambio forte della lira, in un contesto di perdita di competitività e di deindustrializzazione, risolvendo per questa via il conflitto distributivo a favore delle imprese.

A partire dagli anni Novanta si accentuerà, da parte dei principali organi di informazione italiani, una narrativa colpevolista, che attribuirà all’eccesso di spesa pubblica e di corruzione l’eccesso di debito pubblico degli anni Ottanta. Il tutto mettendo giovani contro vecchi, figli contro padri, sostituendo lo scontro generazionale alla vecchia contrapposizione tra capitale e lavoro. Tale narrativa, di matrice neoliberista, servì a far ingerire ai lavoratori italiani la pillola amara dell’austerità, che si concretizzerà sposando la costituzione materiale di Maastricht (1992). Da allora si ebbero drastici tagli di spesa previdenziale, privatizzazioni a prezzo di saldo delle industrie pubbliche, precarizzazione del lavoro, aumento della tassazione indiretta e sul lavoro , soppressione definitiva del meccanismo di tutela dei salari dall’inflazione, blocco del turnover nella pubblica amministrazione. Politiche che inflissero al Paese una stagnazione economica ventennale che culminerà, dal 2008, in una crisi economica più devastante, in termini di perdita di produzione e occupazione, di quella patita durante la depressione del 1929.

 

RIFERIMENTI

Sulla relazione tra cambio forte e crescita del debito pubblico in Italia negli anni dello SME si veda Augusto Graziani, I conti senza l’oste, Bollati Boringhieri, 1997 e Lo sviluppo dell’economia italiana, Bollati Boringhieri, 2000.

Per tutti i dati sulle principali grandezze macroeconomiche (PIL, tasso di inflazione e disoccupazione, etc) negli anni Ottanta si veda il contributo di Michele Salvati, Occasioni Mancate, Laterza, 2000.

Sulla dinamica della nostra finanza pubblica in una prospettiva storica si rimanda a Piero Giarda, Dinamica, struttura e governo della spesa pubblica: un rapporto preliminare, 2011 e al rapporto “Spesa dello stato dall’Unità d’Italia” a cura della Ragioneria dello Stato.

Sulle posizioni critiche di Federico Caffé sullo SME si rimanda al paper di Alberto Baffigi, L’economia del benessere alla sfida della tecnocrazia e del populismo: il pensiero democratico di Federico Caffé, 2016.

Sul “divorzio”tra Banca d’Italia e Tesoro si veda B. Andreatta, Il divorzio tra tesoro e bankitalia e la lite delle comari, Il Sole 24 ore, 26 Luglio 1991.

 

Federico Stoppa

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Letta euro

Più che al pensiero, alla logica, per difendere il progetto europeo dai venti e dalle maree del populismo, nel suo ultimo libro Enrico Letta ricorre all’emotività, alla narrativa, all’aneddoto autobiografico (Letta, 2017).

L’espediente gli serve per contrapporre le angustie dei vecchi Stati nazionali, nei quali “si attraversava la frontiera e c’erano i controlli” e “si viaggiava portandosi dietro i pacchi di pasta, perché non si trovavano gli stessi prodotti in Francia e in Italia” (pp. 21-22)  alle meraviglie del mercato unico europeo,  dove “qualunque supermercato in Francia propone un’ampia scelta di pasta” (pp. 22) e che permette di viaggiare “prendendo i voli low cost, compagnie che non esisterebbero senza la liberalizzazione dei trasporti aerei promossa a livello comunitario” (p.23).

Indiscutibili benefici per i consumatori, ma non solo. Per l’ex premier, il progetto europeo “tratta ogni popolo con la stessa dignità[..]il contrario di un progetto imperiale” (p.27).

Su quest’ultima affermazione, si è tentati di chiudere definitivamente il libro. Tanta retorica, non uno straccio di idea.

A un certo punto, però, Letta sembra colto da un improvviso attacco di lucidità, quando afferma che la crisi del progetto europeo del dopoguerra coinciderebbe con l’introduzione dell’euro (pp. 46-47). Una moneta fatta per i tempi buoni, ma non “per l’inverno”, priva delle istituzioni giuste per funzionare. Che ha finito per creare, inevitabilmente, malumori e divisioni fra i popoli europei. Tutti lo sapevano, compresi i maestri di Letta e padri dell’euro Andreatta, Delors, Prodi, Padoa Schioppa, Ciampi, che però erano convinti che tale architettura istituzionale monca sarebbe stata completata, senza particolari problemi, dopo l’unificazione monetaria. Che lungimiranza!

Letta comunque difende a spada tratta la moneta unica, perché avrebbe permesso di abbattere un debito pubblico italiano fuori controllo (pp. 47-49). Si potrebbe obiettare all’ex premier che, negli anni Duemila, mentre diminuiva il debito pubblico, esplodeva – in Italia come in tutta la periferia europea – il debito privato, processo largamente favorito dai tassi d’interesse bassi portati dall’euro, con tutte le conseguenze che conosciamo bene:  bolle immobiliari, stagnazione della produttività, perdita di competitività, deteriorarsi dei conti con l’estero, crisi (Stiglitz, 2017).

Per l’ex premier, tuttavia, la disoccupazione di massa che sconvolge i paesi del Sud non può essere addebitata all’euro e alle politiche di austerità. Per individuare i veri colpevoli bisogna volgere lo sguardo altrove. Il progresso tecnologico, internet, la robotizzazione, che, secondo il mantra,“distrugge più posti di lavoro di quanti ne crea”; l’impreparazione dei Paesi europei di fronte all’irrompere della globalizzazione.

Tutti fenomeni che non si potevano evitare, non si potranno rallentare.  La disoccupazione, in questa visione, è un fenomeno “naturale”, non la conseguenza di scelte politiche ( “C’entrano poco la destra o la sinistra”, p.59).

La politica deve limitarsi a preparare la società a questi cambiamenti.  Con la mitica “formazione continua” per facilitare il passaggio da un mestiere all’altro (p.63).  O spingendo i giovani a farsi imprenditori di sé stessi, inventarsi nuovi mestieri, piuttosto che “inserirsi in un organigramma stabile, capace di creare certezze, come quello dell’impiegato o dello stipendiato” (p.59).  Al limite, può indennizzare i perdenti con un’ indennità di disoccupazione europea (p.106). L’unica agenda di riforme possibile, per Letta, è quella basata sulla primazia del mercato.

Nei capitoli finali del libro (pp.71-81), l’ex premier tocca di nuovo le corde dell’emotività, facendo appello all’unità europea per difendere i suoi valori nel mondo: la tutela dell’ambiente, dei diritti umani, e, tenetevi forte, il suo diritto del lavoro (quando poche righe prima aveva ricordato che il lavoro stabile, perno del diritto del lavoro europeo, è ormai una cosa del passato).

Verrebbe da concludere, sconsolati, che la distanza che si è creata tra gli intellettuali della sinistra europeista e la realtà è ormai incolmabile.

Non un’idea, né una riflessione, da parte di costoro, sull’evento che spiega buona parte della crisi europea di oggi: la grande trasformazione economica e politica che sconvolge l’Occidente tra gli anni Ottanta e Novanta. L’Europa che prende forma in quegli anni è parte del progetto neoliberista di ristrutturazione delle società europee, attraverso la redistribuzione di reddito e ricchezza dal basso verso l’alto e l’attacco alle conquiste sociali del trentennio keynesiano post-bellico (Gallino, 2012; Streek, 2013). Il progetto europeo diventa, con Maastricht, un dispositivo per globalizzare la società europea.  La liberalizzazione radicale dei movimenti dei capitali, delle merci, della manodopera, sancita dal Trattato, è funzionale a questo scopo.  Tutto questo, nella trattazione di Letta, non passa neanche sullo sfondo. Per l’ex premier il nemico dell’Europa è il sovranismo populista. Ma, più che una lotta contro venti e maree, quella di Letta rischia di essere una lotta contro i mulini a vento. La sovranità in Europa è de facto prerogativa della sola Germania. Gli altri Stati hanno perso di gran lunga la capacità di esercitarla, specie su temi decisivi, come quelli economici e sociali.

L’Europa ha subìto una crisi di rigetto in molti paesi perché la globalizzazione neoliberista, con la quale si è identificato il progetto europeo, è andata troppo oltre, a corrodere il sociale. L’autodifesa della società europea dal mercato si è manifestata in varie forme, spesso contraddittorie, dalla Brexit, al referendum costituzionale italiano, al crescente consenso verso partiti o movimenti fuori dal perimetro politico tradizionale.

Per ricostruire l’Europa si dovrebbe partire da qua. È inutile affidarsi alle suggestioni emotive, al potere effimero delle narrazioni.  Uno stratagemma a cui la sinistra europeista ci ha abituato, e che serve solo a coprire il vuoto di idee, e di pensiero (critico) che la contraddistingue ormai da troppi anni.

Federico Stoppa

RIFERIMENTI

Gallino L., La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, 2012

Letta E, Contro venti e maree. Idee sull’Europa e sull’Italia, Il Mulino, 2017

Stiglitz J. The Euro, Penguin Book, 2016

Streek W., Tempo guadagnato, Feltrinelli, 2013

 

 

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Brexit, l’esplodere dei flussi migratori, il perdurare della crisi economica e sociale nei Paesi Mediterranei, l’avanzata elettorale dei partiti xenofobi in Austria, Germania e Francia, la perdita di consenso dei partiti tradizionali: tutti episodi che stanno sconquassando l’Unione Europea, tanto da farne temere l’implosione.

Confusa e assediata dal precipitare degli eventi, l’intellighenzia progressista reagisce chiamando a raccolta tutti gli europeisti – difensori degli ideali di pace, fratellanza e cosmopolitismo incarnati dall’Unione – contro la nuova minaccia populista, sostenitrice di un’anacronistica quanto pericolosa sovranità nazionale.

È giunto il momento di ricordare alle forze progressiste, obnubilate da questo europeismo vacuo ed ideologico, che la matrice dell’Unione europea attuale è il Trattato di Maastricht del 1992.  E Maastricht non è affatto l’embrione di un’Europa politica e sociale come si è voluto far credere, ma un’involuzione di quel progetto. Ricostruire criticamente le tappe di quell’involuzione aiuterebbere a comprendere, da parte della sinistra culturale e politica europea, gli errori che la stanno condannando all’irrilevanza.

È dagli anni Ottanta che il progetto europeo, dopo aver tentato con il Piano Werner la via dell’unione politica, viene incanalato su binari completamente diversi (1). Responsabile della svolta è la Commissione Europea guidata dal socialista francese Jacques Delors – oggi santino riverito della sinistra europea – che spingerà per la liberalizzazione totale dei movimenti dei capitali (Atto Unico europeo del 1987), e l’istituzione di una moneta unica europea, da cui discendeva la rinuncia alla sovranità monetaria e agli strumenti di gestione del ciclo economico da parte degli stati membri (Rapporto Delors, 1989). Tutto ciò si concretizzerà nel febbraio 1992 a Maastricht: nascono Unione Europea e Unione Monetaria e si formalizzano i vincoli sui deficit e il debito pubblico in rapporto al prodotto e i criteri di rientro dall’inflazione.

La filosofia che informa il Trattato è quel liberalismo delle regole (ordoliberismo) che vede nei mercati liberi e concorrenziali, nella disciplina fiscale e nella stabilità monetaria gli unici strumenti in grado di promuovere crescita economica e occupazione. Si tratta di una filosofia economica e sociale che ha ispirato l’azione di governo dei conservatori tedeschi dalla fine della seconda guerra mondiale, ma che tra gli anni Ottanta e Novanta viene fatta propria anche dai partiti socialisti e socialdemocratici europei, che prima di allora avevano sposato le tesi di J.M. Keynes sull’importanza del ruolo economico dello Stato non tanto sul piano delle fissazione delle regole del gioco, ma soprattutto come stabilizzatore della domanda aggregata e veicolo di redistribuzione egalitaria di reddito e ricchezza.

Nell’agenda dei partiti socialisti europei (dal New Labour di Blair, all’Ulivo di Prodi, dalla SPD di Schroeder, al PS di Mitterand e Jospin e al PSOE di Zapatero), le politiche di sviluppo economico e giustizia sociale da perseguire con welfare ed investimenti pubblici vengono accantonate, per far spazio a quelle di liberalizzazione, seguendo l’assioma neoliberista per il quale deregolamentare i mercati (del lavoro, del credito, della finanza) e ridurre spesa sociale e tassazione sulle imprese porta a maggior dinamismo economico e quindi aiuta anche chi abita i gradini inferiori della società. Proprie di questa visione sono l’esaltazione acritica della globalizzazione e del multiculturalismo ai danni di stato nazionale e comunità, l’enfasi data ai diritti civili in luogo di quelli sociali, l’idea di una scuola che deve prima di tutto formare “capitale umano”, cioè competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro.

Neanche la doppia crisi economica e sociale che ha travolto l’Eurozona dal 2010 ha modificato l’agenda della sinistra europea.  Al governo in Italia, Francia e Grecia, o stampella del governo conservatore in Germania, la sinistra ha scelto di rafforzare la stretta sui bilanci pubblici con il Fiscal Compact – introdotto nella Costituzione italiana nel 2012 – e attuato senza esitazioni le riforme strutturali imposte da Commissione e Banca Centrale, in primis quella del lavoro.  Mentre faceva macelleria sociale, ha continuato ad invocare “più Europa”, “Stati Uniti d’Europa” e altre formule prive di qualsiasi contenuto. Nel frattempo Il deficit di democrazia nelle istituzioni europee si aggravava, con un Consiglio europeo dominato dall’ideologia dell’austerity dei conservatori tedeschi, due organi “tecnici” non eletti, Commissione e Banca Centrale, che si intromettono nella scelte democratiche dei paesi membri prescrivendo le loro ricette neoliberiste, e  con l’unico organo eletto dai cittadini, il Parlamento, di fatto condannato alla marginalità.

Se questa è l’Europa reale, non c’è allora da stupirsi se i movimenti di estrema destra, che della battaglia contro questa Europa hanno da sempre rivendicato il copyright, abbiano acquisito consensi tra le classi più deboli, aiutati certo anche dalla crisi dei migranti.

Oggi è assai difficile, da parte delle forze progressiste, recuperare il terreno perduto,non solo dal punto di vista politico ma soprattutto da quello culturale. Significherebbe mettere in discussione i dogmi di Maastricht – libera circolazione di merci e capitali, autonomia della politica monetaria, pareggio di bilancio e moneta unica. Significherebbe rottamare, una volta per tutte, l’europeismo ideologico degli ultimi vent’anni (2) e riconquistare spazi di sovranità nazionale, specie nella politica economica. Vasto programma, direbbe il generale De Gaulle.

NOTE AL TESTO:

(1) Così Antonio Calafati: “Il progetto europeo come stava prendendo forma era un ostacolo per il progetto politico neo-liberista che si stava consolidando. Doveva essere una de-costruzione lenta tuttavia, poi le cose sono precipitate. Il pensiero liberale classico non è stato capace di reagire [..]Troppo lontano il pensiero liberale europeo dal riconoscere e comprendere le logiche, la forza e i meccanismi del neo-liberismo. Troppo ottimista sulla solidità della base economica dei paesi europei, del tutto incapace di riflettere sulle implicazioni dell’unificazione monetaria”. (Messinscene europeiste, 23/08/2016).

(2) Si veda, dello stesso autore, il post “Sovranità (Nazionale)” del 8/11/2015: “I liberali non hanno alcuna voglia di capire che cosa sta accadendo veramente al “progetto europeo”. Ma sanno dirci, ora, che quando sapremo parlare tutti l’inglese (quando?), allora sì che il “progetto europeo” lo potremo realizzare. Quando sapremo parlare tutti l’inglese!”

Federico Stoppa

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Un personaggio come Donald Trump suscita indignazione e sgomento in tutte le persone perbene. Vanno tuttavia comprese le ragioni del suo successo. Che non riguardano, se non marginalmente, la sua squallida retorica anti-immigrazione, sulla quale insistono molto i media; ma hanno a che fare principalmente con l’economia.  Trump – distaccandosi dal liberismo estremo che connota il suo partito – è infatti un feroce critico della globalizzazione e dell’élite politica e finanziaria che l’ha sostenuta e realizzata (tra cui spicca il marito della Signora Clinton).

La maggior parte dell’elettorato di Trump è formata dalla white working class concentrata soprattutto nel Midwest, l’area che include stati come Ohio, Indiana e Michigan; dove la popolazione bianca è superiore all’80% e gli immigrati ispanici, arabi e asiatici (bersagli delle invettive xenofobe del candidato repubblicano) sono relativamente poco numerosi. Queste zone hanno subìto negli ultimi trent’anni anni una drammatica deindustrializzazione, le cui cause sono di vario tipo. Una è certamente la contrazione, in termine di valore aggiunto e di addetti, della manifattura e la crescita dei servizi, propiziata da progresso tecnico e innalzamento del tenore di vita dei consumatori. Ma un ruolo fondamentale è stato giocato dalla globalizzazione di merci e capitali, inaugurata nel 1994 dal trattato di libero scambio tra Usa, Messico e Canada (NAFTA), e proseguita nel 2001 con l’ingresso della Cina nell’organizzazione mondiale del commercio (WTO). Uno tsunami, questo, che si è abbattuto sulla manifattura made in USA. Interi comparti (siderurgico, abbigliamento, tessile, cantieristica navale, elettronica, componentistica per auto) hanno chiuso i battenti e sono stati delocalizzati in Messico e in Cina, sfruttando i minori oneri fiscali e salariali.  Circa 6 milioni di posti di lavoro stabili, sindacalizzati e ben retribuiti nella manifattura sono scomparsi, per essere rimpiazzati da lavori precari nel terziario (specie nel retail, nella ristorazione e negli alberghi). Anche per effetto della crisi finanziaria del 2008, il potere di acquisto della classe media americana è così tornato ai livelli del 1979; tutto questo mentre l’ 1% più ricco della popolazione si accaparrava il 50% della ricchezza e il 25% del reddito totali. Consapevole di tali dinamiche, Trump non ha esitato a rompere con il neoliberismo repubblicano e si è schierato contro i trattati commerciali  “distruttori di lavoro” come NAFTA, TTIP e TPP. Inoltre è deciso a rinegoziare gli accordi con la Cina su basi più eque, superando l’approccio neoliberista del WTO e arrivando a minacciare un dazio del 45% su tutte le merci importate dall’Asia. Ha promesso di porre fine alle esenzioni sui profitti che le multinazionali americane conseguono all’estero. Pur essendo a favore di una riduzione delle tasse per la maggior parte della popolazione, si è detto disposto a far pagare di più i ricchi ( specie quelli di Wall Street) e – anche qui smarcandosi dall’ortodossia repubblicana – si è detto contrario a smantellare la rete di protezione sociale di base per i più poveri e gli anziani.

Paradossalmente, su questi temi[1], Donald Trump è più a sinistra della signora Clinton, che negli anni Novanta sosteneva attivamente il marito nella corsa alla deregulation del commercio internazionale e della finanza.  Anche l’attuale contrarietà della Clinton al trattato commerciale con l’Europa (TTIP) appare come un’astuta mossa elettorale, dal momento che fu proprio lei, da Segretario di Stato di Obama, a promuoverne il negoziato con la Commissione Europea.  I legami della Clinton con l’establishment della finanza e delle grandi corporation (principali finanziatori della sua campagna elettorale) sono stati criticati anche dal suo principale sfidante alle primarie, quel Bernie Sanders espressione di una “sinistra sociale“che riesce finalmente a saldare gli interessi e i valori della classi popolari con quelli dei giovani. Sanders non ha però  ottenuto abbastanza consensi nelle comunità afroamericane e ha scontato l’opposizione del vertice del suo Partito, che non gli ha perdonato la sua posizione di outsider, per di più sedicente socialista.

In definitiva, pur rimanendo negativo il giudizio sui toni sprezzanti e insultanti che caratterizzano il personaggio, è indubbio che Donald Trump colga nel segno quando dice di voler correggere gli effetti della globalizzazione selvaggia su redditi e opportunità della classe media. Le misure da lui proposte appaiono troppo rozze e semplicistiche, ma vanno comunque discusse nel merito. Quello che però emerge da questa campagna elettorale è il riposizionamento degli schieramenti politici sulle questioni più importanti: interventisti in politica esteri e liberisti in economia i democratici, isolazionisti in politica estera e contro la globalizzazione selvaggia i repubblicani.  Le posizioni tradizionali vengono mantenute solo su temi quali aborto, diritti gay, immigrazione. Come suggerisce un bel libro di recente pubblicazione, la dialettica destra/sinistra non è più la chiave di lettura giusta per capire la politica americana ( e non solo). Lo è invece – piaccio o no –  quella tra popolo contro establishment.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Francesco Paolo Cazzorla

NOTE:

[1] Oltre che sull’economia, Trump scavalca a sinistra la Clinton anche in politica estera. Il repubblicano – dopo aver bollato come fallimentari le guerre in Iraq, Afghanistan, Libia –  è contrario a nuovi interventi militari statunitensi, specie in Medio Oriente, vuole dialogare con la Russia di Putin in funzione anti-terrorismo e si spinge anche a definire la NATO “obsoleta”. La signora Clinton difende invece l’intervento in Libia del 2011 e vorrebbe un approccio più muscolare degli States in Siria e in Ucraina contro Putin.

 

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