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Letta euro

Più che al pensiero, alla logica, per difendere il progetto europeo dai venti e dalle maree del populismo, nel suo ultimo libro Enrico Letta ricorre all’emotività, alla narrativa, all’aneddoto autobiografico (Letta, 2017).

L’espediente gli serve per contrapporre le angustie dei vecchi Stati nazionali, nei quali “si attraversava la frontiera e c’erano i controlli” e “si viaggiava portandosi dietro i pacchi di pasta, perché non si trovavano gli stessi prodotti in Francia e in Italia” (pp. 21-22)  alle meraviglie del mercato unico europeo,  dove “qualunque supermercato in Francia propone un’ampia scelta di pasta” (pp. 22) e che permette di viaggiare “prendendo i voli low cost, compagnie che non esisterebbero senza la liberalizzazione dei trasporti aerei promossa a livello comunitario” (p.23).

Indiscutibili benefici per i consumatori, ma non solo. Per l’ex premier, il progetto europeo “tratta ogni popolo con la stessa dignità[..]il contrario di un progetto imperiale” (p.27).

Su quest’ultima affermazione, si è tentati di chiudere definitivamente il libro. Tanta retorica, non uno straccio di idea.

A un certo punto, però, Letta sembra colto da un improvviso attacco di lucidità, quando afferma che la crisi del progetto europeo del dopoguerra coinciderebbe con l’introduzione dell’euro (pp. 46-47). Una moneta fatta per i tempi buoni, ma non “per l’inverno”, priva delle istituzioni giuste per funzionare. Che ha finito per creare, inevitabilmente, malumori e divisioni fra i popoli europei. Tutti lo sapevano, compresi i maestri di Letta e padri dell’euro Andreatta, Delors, Prodi, Padoa Schioppa, Ciampi, che però erano convinti che tale architettura istituzionale monca sarebbe stata completata, senza particolari problemi, dopo l’unificazione monetaria. Che lungimiranza!

Letta comunque difende a spada tratta la moneta unica, perché avrebbe permesso di abbattere un debito pubblico italiano fuori controllo (pp. 47-49). Si potrebbe obiettare all’ex premier che, negli anni Duemila, mentre diminuiva il debito pubblico, esplodeva – in Italia come in tutta la periferia europea – il debito privato, processo largamente favorito dai tassi d’interesse bassi portati dall’euro, con tutte le conseguenze che conosciamo bene:  bolle immobiliari, stagnazione della produttività, perdita di competitività, deteriorarsi dei conti con l’estero, crisi (Stiglitz, 2017).

Per l’ex premier, tuttavia, la disoccupazione di massa che sconvolge i paesi del Sud non può essere addebitata all’euro e alle politiche di austerità. Per individuare i veri colpevoli bisogna volgere lo sguardo altrove. Il progresso tecnologico, internet, la robotizzazione, che, secondo il mantra,“distrugge più posti di lavoro di quanti ne crea”; l’impreparazione dei Paesi europei di fronte all’irrompere della globalizzazione.

Tutti fenomeni che non si potevano evitare, non si potranno rallentare.  La disoccupazione, in questa visione, è un fenomeno “naturale”, non la conseguenza di scelte politiche ( “C’entrano poco la destra o la sinistra”, p.59).

La politica deve limitarsi a preparare la società a questi cambiamenti.  Con la mitica “formazione continua” per facilitare il passaggio da un mestiere all’altro (p.63).  O spingendo i giovani a farsi imprenditori di sé stessi, inventarsi nuovi mestieri, piuttosto che “inserirsi in un organigramma stabile, capace di creare certezze, come quello dell’impiegato o dello stipendiato” (p.59).  Al limite, può indennizzare i perdenti con un’ indennità di disoccupazione europea (p.106). L’unica agenda di riforme possibile, per Letta, è quella basata sulla primazia del mercato.

Nei capitoli finali del libro (pp.71-81), l’ex premier tocca di nuovo le corde dell’emotività, facendo appello all’unità europea per difendere i suoi valori nel mondo: la tutela dell’ambiente, dei diritti umani, e, tenetevi forte, il suo diritto del lavoro (quando poche righe prima aveva ricordato che il lavoro stabile, perno del diritto del lavoro europeo, è ormai una cosa del passato).

Verrebbe da concludere, sconsolati, che la distanza che si è creata tra gli intellettuali della sinistra europeista e la realtà è ormai incolmabile.

Non un’idea, né una riflessione, da parte di costoro, sull’evento che spiega buona parte della crisi europea di oggi: la grande trasformazione economica e politica che sconvolge l’Occidente tra gli anni Ottanta e Novanta. L’Europa che prende forma in quegli anni è parte del progetto neoliberista di ristrutturazione delle società europee, attraverso la redistribuzione di reddito e ricchezza dal basso verso l’alto e l’attacco alle conquiste sociali del trentennio keynesiano post-bellico (Gallino, 2012; Streek, 2013). Il progetto europeo diventa, con Maastricht, un dispositivo per globalizzare la società europea.  La liberalizzazione radicale dei movimenti dei capitali, delle merci, della manodopera, sancita dal Trattato, è funzionale a questo scopo.  Tutto questo, nella trattazione di Letta, non passa neanche sullo sfondo. Per l’ex premier il nemico dell’Europa è il sovranismo populista. Ma, più che una lotta contro venti e maree, quella di Letta rischia di essere una lotta contro i mulini a vento. La sovranità in Europa è de facto prerogativa della sola Germania. Gli altri Stati hanno perso di gran lunga la capacità di esercitarla, specie su temi decisivi, come quelli economici e sociali.

L’Europa ha subìto una crisi di rigetto in molti paesi perché la globalizzazione neoliberista, con la quale si è identificato il progetto europeo, è andata troppo oltre, a corrodere il sociale. L’autodifesa della società europea dal mercato si è manifestata in varie forme, spesso contraddittorie, dalla Brexit, al referendum costituzionale italiano, al crescente consenso verso partiti o movimenti fuori dal perimetro politico tradizionale.

Per ricostruire l’Europa si dovrebbe partire da qua. È inutile affidarsi alle suggestioni emotive, al potere effimero delle narrazioni.  Uno stratagemma a cui la sinistra europeista ci ha abituato, e che serve solo a coprire il vuoto di idee, e di pensiero (critico) che la contraddistingue ormai da troppi anni.

Federico Stoppa

RIFERIMENTI

Gallino L., La lotta di classe dopo la lotta di classe, Laterza, 2012

Letta E, Contro venti e maree. Idee sull’Europa e sull’Italia, Il Mulino, 2017

Stiglitz J. The Euro, Penguin Book, 2016

Streek W., Tempo guadagnato, Feltrinelli, 2013

 

 

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Brexit, l’esplodere dei flussi migratori, il perdurare della crisi economica e sociale nei Paesi Mediterranei, l’avanzata elettorale dei partiti xenofobi in Austria, Germania e Francia, la perdita di consenso dei partiti tradizionali: tutti episodi che stanno sconquassando l’Unione Europea, tanto da farne temere l’implosione.

Confusa e assediata dal precipitare degli eventi, l’intellighenzia progressista reagisce chiamando a raccolta tutti gli europeisti – difensori degli ideali di pace, fratellanza e cosmopolitismo incarnati dall’Unione – contro la nuova minaccia populista, sostenitrice di un’anacronistica quanto pericolosa sovranità nazionale.

È giunto il momento di ricordare alle forze progressiste, obnubilate da questo europeismo vacuo ed ideologico, che la matrice dell’Unione europea attuale è il Trattato di Maastricht del 1992.  E Maastricht non è affatto l’embrione di un’Europa politica e sociale come si è voluto far credere, ma un’involuzione di quel progetto. Ricostruire criticamente le tappe di quell’involuzione aiuterebbere a comprendere, da parte della sinistra culturale e politica europea, gli errori che la stanno condannando all’irrilevanza.

È dagli anni Ottanta che il progetto europeo, dopo aver tentato con il Piano Werner la via dell’unione politica, viene incanalato su binari completamente diversi (1). Responsabile della svolta è la Commissione Europea guidata dal socialista francese Jacques Delors – oggi santino riverito della sinistra europea – che spingerà per la liberalizzazione totale dei movimenti dei capitali (Atto Unico europeo del 1987), e l’istituzione di una moneta unica europea, da cui discendeva la rinuncia alla sovranità monetaria e agli strumenti di gestione del ciclo economico da parte degli stati membri (Rapporto Delors, 1989). Tutto ciò si concretizzerà nel febbraio 1992 a Maastricht: nascono Unione Europea e Unione Monetaria e si formalizzano i vincoli sui deficit e il debito pubblico in rapporto al prodotto e i criteri di rientro dall’inflazione.

La filosofia che informa il Trattato è quel liberalismo delle regole (ordoliberismo) che vede nei mercati liberi e concorrenziali, nella disciplina fiscale e nella stabilità monetaria gli unici strumenti in grado di promuovere crescita economica e occupazione. Si tratta di una filosofia economica e sociale che ha ispirato l’azione di governo dei conservatori tedeschi dalla fine della seconda guerra mondiale, ma che tra gli anni Ottanta e Novanta viene fatta propria anche dai partiti socialisti e socialdemocratici europei, che prima di allora avevano sposato le tesi di J.M. Keynes sull’importanza del ruolo economico dello Stato non tanto sul piano delle fissazione delle regole del gioco, ma soprattutto come stabilizzatore della domanda aggregata e veicolo di redistribuzione egalitaria di reddito e ricchezza.

Nell’agenda dei partiti socialisti europei (dal New Labour di Blair, all’Ulivo di Prodi, dalla SPD di Schroeder, al PS di Mitterand e Jospin e al PSOE di Zapatero), le politiche di sviluppo economico e giustizia sociale da perseguire con welfare ed investimenti pubblici vengono accantonate, per far spazio a quelle di liberalizzazione, seguendo l’assioma neoliberista per il quale deregolamentare i mercati (del lavoro, del credito, della finanza) e ridurre spesa sociale e tassazione sulle imprese porta a maggior dinamismo economico e quindi aiuta anche chi abita i gradini inferiori della società. Proprie di questa visione sono l’esaltazione acritica della globalizzazione e del multiculturalismo ai danni di stato nazionale e comunità, l’enfasi data ai diritti civili in luogo di quelli sociali, l’idea di una scuola che deve prima di tutto formare “capitale umano”, cioè competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro.

Neanche la doppia crisi economica e sociale che ha travolto l’Eurozona dal 2010 ha modificato l’agenda della sinistra europea.  Al governo in Italia, Francia e Grecia, o stampella del governo conservatore in Germania, la sinistra ha scelto di rafforzare la stretta sui bilanci pubblici con il Fiscal Compact – introdotto nella Costituzione italiana nel 2012 – e attuato senza esitazioni le riforme strutturali imposte da Commissione e Banca Centrale, in primis quella del lavoro.  Mentre faceva macelleria sociale, ha continuato ad invocare “più Europa”, “Stati Uniti d’Europa” e altre formule prive di qualsiasi contenuto. Nel frattempo Il deficit di democrazia nelle istituzioni europee si aggravava, con un Consiglio europeo dominato dall’ideologia dell’austerity dei conservatori tedeschi, due organi “tecnici” non eletti, Commissione e Banca Centrale, che si intromettono nella scelte democratiche dei paesi membri prescrivendo le loro ricette neoliberiste, e  con l’unico organo eletto dai cittadini, il Parlamento, di fatto condannato alla marginalità.

Se questa è l’Europa reale, non c’è allora da stupirsi se i movimenti di estrema destra, che della battaglia contro questa Europa hanno da sempre rivendicato il copyright, abbiano acquisito consensi tra le classi più deboli, aiutati certo anche dalla crisi dei migranti.

Oggi è assai difficile, da parte delle forze progressiste, recuperare il terreno perduto,non solo dal punto di vista politico ma soprattutto da quello culturale. Significherebbe mettere in discussione i dogmi di Maastricht – libera circolazione di merci e capitali, autonomia della politica monetaria, pareggio di bilancio e moneta unica. Significherebbe rottamare, una volta per tutte, l’europeismo ideologico degli ultimi vent’anni (2) e riconquistare spazi di sovranità nazionale, specie nella politica economica. Vasto programma, direbbe il generale De Gaulle.

NOTE AL TESTO:

(1) Così Antonio Calafati: “Il progetto europeo come stava prendendo forma era un ostacolo per il progetto politico neo-liberista che si stava consolidando. Doveva essere una de-costruzione lenta tuttavia, poi le cose sono precipitate. Il pensiero liberale classico non è stato capace di reagire [..]Troppo lontano il pensiero liberale europeo dal riconoscere e comprendere le logiche, la forza e i meccanismi del neo-liberismo. Troppo ottimista sulla solidità della base economica dei paesi europei, del tutto incapace di riflettere sulle implicazioni dell’unificazione monetaria”. (Messinscene europeiste, 23/08/2016).

(2) Si veda, dello stesso autore, il post “Sovranità (Nazionale)” del 8/11/2015: “I liberali non hanno alcuna voglia di capire che cosa sta accadendo veramente al “progetto europeo”. Ma sanno dirci, ora, che quando sapremo parlare tutti l’inglese (quando?), allora sì che il “progetto europeo” lo potremo realizzare. Quando sapremo parlare tutti l’inglese!”

Federico Stoppa

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Un personaggio come Donald Trump suscita indignazione e sgomento in tutte le persone perbene. Vanno tuttavia comprese le ragioni del suo successo. Che non riguardano, se non marginalmente, la sua squallida retorica anti-immigrazione, sulla quale insistono molto i media; ma hanno a che fare principalmente con l’economia.  Trump – distaccandosi dal liberismo estremo che connota il suo partito – è infatti un feroce critico della globalizzazione e dell’élite politica e finanziaria che l’ha sostenuta e realizzata (tra cui spicca il marito della Signora Clinton).

La maggior parte dell’elettorato di Trump è formata dalla white working class concentrata soprattutto nel Midwest, l’area che include stati come Ohio, Indiana e Michigan; dove la popolazione bianca è superiore all’80% e gli immigrati ispanici, arabi e asiatici (bersagli delle invettive xenofobe del candidato repubblicano) sono relativamente poco numerosi. Queste zone hanno subìto negli ultimi trent’anni anni una drammatica deindustrializzazione, le cui cause sono di vario tipo. Una è certamente la contrazione, in termine di valore aggiunto e di addetti, della manifattura e la crescita dei servizi, propiziata da progresso tecnico e innalzamento del tenore di vita dei consumatori. Ma un ruolo fondamentale è stato giocato dalla globalizzazione di merci e capitali, inaugurata nel 1994 dal trattato di libero scambio tra Usa, Messico e Canada (NAFTA), e proseguita nel 2001 con l’ingresso della Cina nell’organizzazione mondiale del commercio (WTO). Uno tsunami, questo, che si è abbattuto sulla manifattura made in USA. Interi comparti (siderurgico, abbigliamento, tessile, cantieristica navale, elettronica, componentistica per auto) hanno chiuso i battenti e sono stati delocalizzati in Messico e in Cina, sfruttando i minori oneri fiscali e salariali.  Circa 6 milioni di posti di lavoro stabili, sindacalizzati e ben retribuiti nella manifattura sono scomparsi, per essere rimpiazzati da lavori precari nel terziario (specie nel retail, nella ristorazione e negli alberghi). Anche per effetto della crisi finanziaria del 2008, il potere di acquisto della classe media americana è così tornato ai livelli del 1979; tutto questo mentre l’ 1% più ricco della popolazione si accaparrava il 50% della ricchezza e il 25% del reddito totali. Consapevole di tali dinamiche, Trump non ha esitato a rompere con il neoliberismo repubblicano e si è schierato contro i trattati commerciali  “distruttori di lavoro” come NAFTA, TTIP e TPP. Inoltre è deciso a rinegoziare gli accordi con la Cina su basi più eque, superando l’approccio neoliberista del WTO e arrivando a minacciare un dazio del 45% su tutte le merci importate dall’Asia. Ha promesso di porre fine alle esenzioni sui profitti che le multinazionali americane conseguono all’estero. Pur essendo a favore di una riduzione delle tasse per la maggior parte della popolazione, si è detto disposto a far pagare di più i ricchi ( specie quelli di Wall Street) e – anche qui smarcandosi dall’ortodossia repubblicana – si è detto contrario a smantellare la rete di protezione sociale di base per i più poveri e gli anziani.

Paradossalmente, su questi temi[1], Donald Trump è più a sinistra della signora Clinton, che negli anni Novanta sosteneva attivamente il marito nella corsa alla deregulation del commercio internazionale e della finanza.  Anche l’attuale contrarietà della Clinton al trattato commerciale con l’Europa (TTIP) appare come un’astuta mossa elettorale, dal momento che fu proprio lei, da Segretario di Stato di Obama, a promuoverne il negoziato con la Commissione Europea.  I legami della Clinton con l’establishment della finanza e delle grandi corporation (principali finanziatori della sua campagna elettorale) sono stati criticati anche dal suo principale sfidante alle primarie, quel Bernie Sanders espressione di una “sinistra sociale“che riesce finalmente a saldare gli interessi e i valori della classi popolari con quelli dei giovani. Sanders non ha però  ottenuto abbastanza consensi nelle comunità afroamericane e ha scontato l’opposizione del vertice del suo Partito, che non gli ha perdonato la sua posizione di outsider, per di più sedicente socialista.

In definitiva, pur rimanendo negativo il giudizio sui toni sprezzanti e insultanti che caratterizzano il personaggio, è indubbio che Donald Trump colga nel segno quando dice di voler correggere gli effetti della globalizzazione selvaggia su redditi e opportunità della classe media. Le misure da lui proposte appaiono troppo rozze e semplicistiche, ma vanno comunque discusse nel merito. Quello che però emerge da questa campagna elettorale è il riposizionamento degli schieramenti politici sulle questioni più importanti: interventisti in politica esteri e liberisti in economia i democratici, isolazionisti in politica estera e contro la globalizzazione selvaggia i repubblicani.  Le posizioni tradizionali vengono mantenute solo su temi quali aborto, diritti gay, immigrazione. Come suggerisce un bel libro di recente pubblicazione, la dialettica destra/sinistra non è più la chiave di lettura giusta per capire la politica americana ( e non solo). Lo è invece – piaccio o no –  quella tra popolo contro establishment.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Francesco Paolo Cazzorla

NOTE:

[1] Oltre che sull’economia, Trump scavalca a sinistra la Clinton anche in politica estera. Il repubblicano – dopo aver bollato come fallimentari le guerre in Iraq, Afghanistan, Libia –  è contrario a nuovi interventi militari statunitensi, specie in Medio Oriente, vuole dialogare con la Russia di Putin in funzione anti-terrorismo e si spinge anche a definire la NATO “obsoleta”. La signora Clinton difende invece l’intervento in Libia del 2011 e vorrebbe un approccio più muscolare degli States in Siria e in Ucraina contro Putin.

 

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Laura Zulian - Ostuni

Laura Zulian – Ostuni

L’Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno (Svimez) combatte da anni una generosa e solitaria battaglia sul Sud Italia, picconando, uno dopo l’altro, i luoghi comuni che si sono sedimentati negli anni circa la sua dinamica economica. Il più duro a morire – e che condiziona ancora oggi il discorso sulle strategie di sviluppo del Sud – è quello sugli effetti perversi dell’intervento pubblico straordinario nel Meridione che caratterizzò il ventennio 1957-75, di cui si occupa un volume di recente pubblicazione (Svimez, 2016).

I sostenitori della tesi degli effetti perversi delle politiche di intervento straordinario (Trigilia, 1994; Barca 1999) ricorrono spesso, per suffragarla, all’immagine delle “cattedrali nel deserto”: grandi impianti ad alta intensità di capitale (siderurgici, energetici, petrolchimici) trapiantati nei territori meridionali da incentivi a fondo perduto dello Stato o da investimenti diretti delle Partecipazioni Statali, che non creano indotto né occupazione significativa e in definitiva alimentano solo clientelismo, sprechi e inefficienze. Da cui la proposta di sostituire l’intervento pubblico straordinario con un contesto di norme e incentivi (istituzioni) che avrebbe “liberato” il capitale sociale necessario per innescare uno sviluppo endogeno dell’economia meridionale, sull’esempio dei distretti industriali centro-settentrionali.

Il paradigma dello sviluppo endogeno diventa egemone negli anni Novanta, con la crisi politico-istituzionale che coinvolge il nostro Paese e il consolidamento dell’unione economica e monetaria europea (Calafati, 2016). Nel 1992 viene liquidato definitivamente l’intervento straordinario, e nel 1998 nasce la Nuova Programmazione Economica per il Mezzogiorno, che prevede che siano le Regioni ( e non più lo Stato) a prendersi in carico le politiche di sviluppo del Meridione, attraverso i fondi strutturali messi a disposizione dall’Unione Europea (mentre le risorse ordinarie diminuiscono). Si arriva quindi alla riforma del titolo V della Costituzione del 2001, in cui cade qualsiasi riferimento alla questione meridionale, e alle discussioni sulle virtù salvifiche del federalismo fiscale, nuova cura per un Sud malato e improduttivo che non farebbe altro che drenare risorse da un Nord laborioso e competitivo.

Daniele Gargano - Strisce

Daniele Gargano – Strisce

Ora, i dati riportati dalla Svimez raccontano un’altra storia. Le politiche attive dello Stato ridussero effettivamente il gap di PIL pro capite tra Centro-Nord e Sud di oltre 10 punti, tra il 1957 e il 1974. La convergenza economica fu favorita dell’introduzione del progresso tecnico in agricoltura, dalle infrastrutture finanziate dalla Cassa del Mezzogiorno e soprattutto dalle tanto biasimate “cattedrali nel deserto” pubbliche, che ebbero la funzione, essenziale, di fornitrici di input e beni intermedi a basso costo per le aziende tessili e meccaniche del Nord. Inoltre, nel periodo 1969-73 proliferarono, a seguito degli investimenti in capitale fisso delle multinazionali – anch’essi stimolati da contributi pubblici – piccole e medie aziende nei comparti meccanico, elettronico, aeronautico, dei mezzi di trasporto, con rilevanti ricadute occupazionali. Nel complesso, il saldo finale delle politiche attive al 1973 è in attivo per oltre 200mila addetti.

Per contro, Il Sud inizia il suo declino economico proprio negli anni dell’auspicato sviluppo endogeno, quando alla politica industriale e al sostegno agli investimenti si sostituisce il puntello ai consumi tramite sussidi pubblici ai redditi delle famiglie e delle imprese. Scelte di cui beneficiano soprattutto le imprese del Nord (che si trovano a disposizione, senza concorrenti, un mercato di 20 milioni di abitanti), senza effetti occupazionali né incrementi di produttività sul territorio. Negli anni Novanta la crisi del Meridione diventa patologica, ma il tentativo di curarla con i fondi europei assegnati alle Regioni si rivela un clamoroso abbaglioI criteri di assegnazione di queste risorse sono del tutto arbitrari, beneficiando in gran parte Paesi che praticano sistematiche politiche di dumping fiscale e salariale (Irlanda, Paesi dell’Est) oltre che – è il caso di molti paesi dell’ex Unione Sovietica non soggette alla moneta unica – svalutazioni del cambio per recuperare competitività. Per il Mezzogiorno, inoltre, le risorse europee non si aggiungono né compensano quelle ordinarie, che diminuiscono, e vengono sovente sprecate dalle classi politiche locali in progetti a bassissima redditività economica e sociale.

Negli anni Duemila si fa strada l’idea del federalismo fiscale, costruita sul teorema del Sud parassitario che vive sulle spalle del Nord produttivo. Ma i dati mostrano che proprio in quegli anni i trasferimenti di denaro dal Nord al Sud si riducono costantemente; ciò nonostante, la manifattura centro-settentrionale – privata dell’ossigeno delle svalutazioni competitive – segna il passo. Il Sud rende semmai meno drammatica questa situazione, nella misura in cui esprime una domanda di merci che è soddisfatta quasi interamente dal Centro Nord (il peso percentuale di importazioni nette sulle risorse disponibili è elevato nel Meridione). Quando, dopo l’ultima crisi, il mercato interno meridionale crollerà (-14% dal 2007), le imprese del Centro Nord subiranno perdite rilevanti, non compensate dalla tenuta dell’export nei mercati esteri.

Da quanto detto finora, si capisce come non abbia alcun senso leggere la questione meridionale con ottica micro, localistica, come è stato fatto negli ultimi trent’anni. Bisogna avere il coraggio di rimetterla al centro del dibattito pubblico come questione nazionale, occasione di sviluppo dell’intero Paese. La strategia di politica industriale per il Sud (e quindi per l’Italia) proposta dalla Svimez prevede la messa a valore del patrimonio naturale e culturale, la rigenerazione delle aree interne, lo sviluppo di filiere produttive incentrate sulle energie rinnovabili, la rinnovata operatività dei grandi porti come Gioia Tauro e Taranto, che possono (e devono) sfruttare la loro posizione privilegiata sul Mediterraneo, intercettando il grande flusso di merci che arriva da Cina e India, passa il Canale di Suez e infine raggiunge il Nord Europa. Il compito dello Stato, in questa strategia, non è quello di arbitro che mette qualche regola e lascia poi il campo alle Regioni e all’iniziativa privata, ma semmai quello di regista.  Recuperando quel mix di visione sistemica e capacità operativa e progettuale che contraddistinse, negli anni ’50, i paladini dell’intervento straordinario Pasquale Saraceno, Rodolfo Morandi, Gabriele Pescatore, ora finalmente riscattati dalla damnatio memoriae.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Francesco Paolo Cazzorla

 

Riferimenti bibliografici

Barca F. Il capitalismo italiano. Storia di un compromesso senza riforme, Donzelli, 1999

Calafati A., La Questione Meridionale (1992-2016): Un’analisi storico-critica, GSSI Working Papers, Aprile 2016

Svimez, La dinamica economica del Mezzogiorno, Il Mulino, 2016

Trigilia C. Sviluppo senza autonomia, Il Mulino, 1992

 

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david schweitzer

Leggo su Il Sole 24 ore che la metà degli italiani non ha mai sentito parlare di TTIP, il trattato sul commercio e gli investimenti che Stati Uniti e Unione Europea stanno negoziando in questi mesi. Una buona parte (il 35%) è contraria. La colpa non è della proverbiale ignoranza degli italiani, ma dei giornali, che solo ora (dopo ben 3 anni di trattative tra Commissione europea e Governo federale USA!)  cominciano a dedicare pagine di approfondimento ai contenuti del trattato.

Esso prevede, in sintesi, l’abbattimento definitivo delle barriere tariffarie sui flussi di merci che raggiungono le due sponde dell’Atlantico, la liberalizzazione degli investimenti nei servizi, l’armonizzazione degli standard tecnici e normativi in alcuni settori (farmaceutico, trasporti, telecom, agroalimentare), il completo accesso al succoso mercato degli appalti pubblici federali e locali statunitensi (ora aperto solo al 30% a causa del Buy American Act del 2009). Con benefici rilevanti per l’Europa: economici, sociali, geopolitici. Primo: sostegno alle esportazioni delle imprese (specie le piccole e medie), crescita del PIL, creazione di posti di lavoro. Secondo: prezzi più bassi per i consumatori senza sacrificare la qualità dei prodotti (specie nell’agroalimentare). Terzo: maggior integrazione delle economie occidentali per contenere l’avanzata del blocco russo-indo-cinese.

Al contrario di quanto predica la vulgata degli oppositori, il TTIP non si sottrae alle procedure democratiche: prima di diventare operativo, va ratificato all’unanimità da Consiglio europeo, Parlamento europeo e parlamenti nazionali.  I meccanismi di arbitrato internazionale che dovranno dirimere le controversie tra grandi imprese e stati nazionali vengono resi equilibrati e trasparenti,  diradando i timori iniziali. Ogm e privatizzazione dei servizi pubblici locali sono fuori dal negoziato. Gli standard ambientali e sociali dell’Unione – come ha ripetuto la Commissione europea – non sono barattabili.

inthesetimes.com

Tutto bene, quindi? Le numerose voci contrarie al TTIP (associazioni ambientaliste, ONG, politici di spicco come Hollande, Sigmar Gabriel, fino a Bernie Sanders e Donald Trump) sono solo degli oscurantisti, nemici del free trade e del progresso? Se ci si accontenta dei grandi enunciati, si. Se si quantificano gli effetti del trattato sull’economia europea, però, qualche dubbio emerge. La Confindustria (favorevole all’accordo) stima una crescita media annua del PIL europeo dello 0, 48% nel decennio 2017-27 grazie al TTIP (Confindustria, 2015). Briciole. Cancellare del tutto i dazi sui prodotti Usa e Ue, già in media bassissimi, o armonizzare gli standard normativi, non paga. E l’occupazione? Una crescita del PIL così irrisoria, derivata esclusivamente dall’export, non crea posti di lavoro significativi: si dimentica, infatti, che l’economia europea è trainata dalla domanda interna, non dall’export. Produzione e occupazione crescono con la spesa per consumi e investimenti più che con la domanda estera. Difficile, inoltre, che, in piena deflazione, l’ulteriore ribasso dei prezzi sulle merci importate accresca il benessere dei consumatori. Dal punto di vista economico, il TTIP ha quindi un impatto trascurabile. Fa il solletico al mostro della disoccupazione. Non può certo contrastare lo scenario da stagnazione secolare a cui sembra affacciarsi l’Occidente (Summers, 2014).

Le ragioni del trattato transatlantico sono tutte (geo)politiche. Il blocco occidentale Ue-Usa (50% del Pil mondiale, 1/3 dei flussi commerciali globali, ma solo il 15% della popolazione mondiale) non è più egemone. Sta crescendo il peso demografico, economico, politico di altri paesi, spesso dittature che calpestano i diritti umani, come Cina e Russia. Il trattato transatlantico serve ad arginare la loro avanzata, a riportare la globalizzazione sotto le briglie della democrazia liberale. Ma difendere le istituzioni della democrazia in senso sostanziale (e non solo formale) passa necessariamente per la redistribuzione di redditi, lavoro, opportunità. Tema cruciale che il TTIP non sfiora neppure, ma al quale è sensibile, oggi, la maggioranza dei cittadini europei e americani, gravata da povertà, disoccupazione, perdita di speranze.  È questo il punto che le elités europee e americane liberali, ben educate, cosmopolite e sostenitrici del free trade  si ostinano ad ignorare. È questo il motivo per cui molti cittadini consegnano la loro rappresentanza parlamentare ai partiti xenofobi, nemici agguerriti della libera circolazione di merci e persone, simpatizzanti dichiarati del dispotismo russo (Trump, Salvini, Le Pen).

È tempo che i liberali rimettano in cima alla loro agenda politica la questione sociale. In caso contrario, i popoli non rigetteranno soltanto un semplice accordo commerciale, ma – cosa francamente più allarmante – la stessa democrazia.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz e Francesco Paolo Cazzorla

 

Riferimenti bibliografici

Calenda C., Sì all’accordo ma niente soluzioni al ribasso, Corriere della Sera, 30/05/2016

Cavestri L.,  Un italiano su due non ha mai sentito parlare del Ttip, Il Sole 24 Ore,31/05/2016

Confindustria,  Ttip: stato dell’arte e prospettive del negoziato, Position paper, Novembre 2015

Economist (the), Trade: at what price?, 2/04/2016

Summers L.  Reflections on the New Secular Stagnation Hypothesis, Vox, 2014

 

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German flag

Secondo Massimo d’Angelillo (La Germania e la crisi europea, Ombre Corte, 2016), la leadership politico economica che la Germania ha assunto de facto all’interno dell’Unione Europea è frutto di una strategia di lungo periodo, che origina negli anni Settanta, quando il collasso del sistema valutario a cambi fissi di Bretton Woods e la crisi petrolifera mettono fine a trent’anni di crescita sostenuta da parte dell’Occidente, producendo inflazione e disoccupazione di massa (stagflazione). La reazione tedesca alla crisi del modello keynesiano fino ad allora dominante va in controtendenza rispetto ad altri grandi Paesi, come Stati Uniti e Gran Bretagna, che si gettano tra le braccia dei leader neoliberisti Thatcher e Reagan con i loro furori antistatalisti e antisindacali e la loro fascinazione per la finanza, mentre si fonda su una nuova visione dell’economia: il keynesismo dell’export, che spinge i governi a concentrare gli sforzi di politica economica sul rafforzamento della posizione commerciale del Paese (p. 119) .

Nel modello del keynesismo dell’export, di cui saranno primi sostenitori i Socialdemocratici guidati da Helmut Schmidt, la crescita del PIL del Paese è trainata dalla domanda estera e non più dalla spesa pubblica come nel keynesismo tradizionale; di conseguenza, servono politiche dell’offerta per incrementare la competitività della manifattura ( investimenti massicci in ricerca, formazione professionale, infrastrutture, energia) e una valuta forte che frusti le imprese a perseguire continui guadagni di produttività attraverso il miglioramento della qualità dei prodotti evitando la scorciatoia del contenimento dei costi (o le svalutazioni del cambio).  Il modello tedesco così disegnato dai socialdemocratici sarà in grado di far balzare, in pochi anni, l’incidenza dell’export tedesco sul PIL di ben cinque punti percentuali (dal 18,5% al 23,7%) e di abbattere l’inflazione, sperimentando con successo anche lo strumento della concertazione: un patto tra produttori in cui i sindacati, in cambio di welfare e di maggior potere nella gestione delle imprese, moderano le richieste salariali, mentre gli imprenditori si impegnano a reinvestire i maggiori profitti nel potenziamento dell’azienda. Ciò garantisce la combinazione aurea tra crescita economica e coesione sociale, vanto del Modell Deutschland.

Durante il lungo cancellierato del democristiano Helmut Kohl (1982-1998), la Germania intensifica la sua forza competitiva grazie all’apertura dei mercati dell’Est (compreso quello dell’ex Repubblica democratica tedesca, DDR) e alla costruzione del mercato unico europeo e dell’euro. I grandi gruppi tedeschi dell’auto e della meccanica possono così accedere ad una vasta rete di subfornitori a bassi costi e alte qualifiche in Paesi come Repubblica Ceca, Polonia, Ungheria; mentre con l’istituzione della moneta unica e i vincoli alle finanze pubbliche previste dai Trattati europei vengono impedite svalutazioni competitive di cui si avvantaggiavano, in precedenza, paesi come l’Italia, che rosicchiavano per questa via quote di mercato alle imprese tedesche. Tuttavia, i costi economici e sociali dell’unificazione valutaria e politica della Germania (avvenuta il 3 ottobre 1990) sono rilevanti per l’est tedesco, in termini di elevata disoccupazione, emigrazione, deindustrializzazione e questo falsa le statistiche medie aggregate, facendo parlare a torto di declino dell’intero Paese ( “Germany: The sick Man of Europe”, titola l’Economist nel 2005).

Herlinde Koelbl - Gerhard Schroeder, Cancelliere dal 1998 al 2005

Herlinde Koelbl – Gerhard Schroeder, Cancelliere dal 1998 al 2005

La strategia del keynesismo dell’export si fa così più aggressiva, questa volta puntando sul contenimento dei costi: salari diretti, indiretti (welfare) e differiti (pensioni). Se ne fa carico il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder con il pacchetto di riforme “Agenda 2010″,  che crea un mercato del lavoro a bassi salari e basse tutele per un quinto dei tedeschi (soprattutto giovani e donne del terziario, con più alta incidenza nella Germania orientale) e riforma lo Stato Sociale, tagliando entità e tempi di fruizione dei sussidi di disoccupazione e inasprendo le condizioni per mantenerli. A seguito di queste politiche di severa riduzione della domanda interna, il peso dell’export sul PIL tedesco cresce, durante il periodo 2002-2012, di dieci punti percentuali, facendo della Germania il primo esportatore mondiale nel 2006 (poi superato dalla Cina nel 2010) e il terzo paese al Mondo per incidenza dell’export sul PIL, dopo Vietnam e Corea del Sud (paesi con un peso demografico che è però inferiore a quello tedesco). Il surplus commerciale tedesco (differenza tra esportazioni e importazioni) esplode dal 2002, anno d’ingresso dell’euro, passando dal 1,9% al 8% del PIL in soli tredici anni[1]; la liquidità ottenuta dalla vendita delle proprie merci viene investita in titoli di stato della periferia europea, lucrando sui maggiori differenziali nei rendimenti rispetto al Bund, o vanno a sostenere, via intermediazione bancaria, le bolle immobiliari dei paesi del Sud Europa, fino allo scoppio della crisi finanziaria del 2007 e quella dei debiti sovrani dei PIGS nel 2011.

George Packer

Herlinde Koelbl – Angela Merkel, Cancelliera dal 2005

Siamo giunti così all’attualità. Il governo conservatore Merkel-Schäuble svela il cuore di tenebra di un Paese che continua a far leva su surplus commerciali insostenibili – specchio di un cronico eccesso di risparmio privato rispetto a consumi e investimenti – e a porsi nel ruolo del creditore intransigente nei confronti dei paesi del sud europeo, costretti a un commissariamento di fatto dei loro governi (vedi i casi eclatanti di Grecia e Italia) e sottoposti a una terapia shock a base di tagli di spesa e deflazione salariale. Con conseguenze devastanti: dal 2009 al 2014 l’Eurozona subisce una decrescita del PIL dell’1% e una crescita della disoccupazione di 3 punti percentuali, mentre gli Usa crescono del 7,8%, il Giappone del 2%, la Cina del 52,7%. Scandalose disuguaglianze e povertà dilaniano le società europee, in primis quella tedesca. La cura dell’austerità, pur aggravando la malattia, viene comunque portata avanti per regolare i conti all’interno dell’Eurozona. Sta per avverarsi il sogno di Schäuble : l’Europa come “Sacro romano Impero della Nazione Germanica”, nella tacita connivenza di una sinistra europea (a cominciare dalla socialdemocrazia tedesca ) che ha rinnegato Keynes e le politiche della domanda pubblica (W.Münchau) per puntare tutto sulle riforme strutturali (liberalizzazioni, deregolamentazioni, privatizzazioni) e la retorica della “competitività”. Conclusione: “si ritiene che possa valere per tutta l’Eurozona quel modello di keynesismo dell’export che aveva funzionato così brillantemente in Germania. Dimenticando che i successi della piattaforma esportativa tedesca erano stati costruiti in almeno trent’anni, e comunque erano stati affiancati da lungimiranti e coerenti politiche industriali e sociali. I successi del Made in Germany erano costruiti gradatamente facendo leva sulla qualità dei prodotti, mentre ora i paesi in difficoltà vengono invitati brutalmente a competere abbassando costi e salari, cioè facendo leva soltanto sui prezzi, in modo repentino e socialmente insostenibile” (p.212).

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Note:

[1] Ocse, Economic Surveys Germany, April 2016, pp-16-17

 

ArtVibes_NoAuthor

Il referendum sulle trivellazioni petrolifere del 17 aprile prossimo è un referendum insolitamente pieno, oltre che di contenuti sostanziali immediati, anche di ricadute di più ampio respiro. Il suo sviluppo ci restituisce una rappresentazione sintetica del quadro sociale e politico in cui si inserisce, decisamente moderno e completamente diverso rispetto a solo qualche anno fa.

Per poterlo leggere correttamente è necessario guardarlo con attenzione, allontanandosi dalle visioni semplicistiche che, talvolta, accompagnano i fautori del “sì” o del “no”. Il quesito è tutt’altro che marginale e non ha affatto un obiettivo esclusivamente ambientalista. La posta in gioco è ben più alta e i contorni sociali e politici che vi fanno riferimento sono insospettatamente vasti.

IL QUESITO

In Italia è vietato ottenere nuovi permessi per effettuare trivellazioni, riguardino esse petrolio o gas, all’interno delle 12 miglia marine dalla linea di costa. Il limite (oggetto, nel corso degli ultimi dieci anni, di diverse variazioni) è stato reinserito dal Governo nell’ultima Legge di Stabilità (dicembre 2015, entrata in vigore il primo gennaio 2016), nel tentativo di bloccare l’iter referendario di uno dei sei quesiti proposti dalle 10 Regioni “disobbedienti”. Nel recepire il quesito nell’ordinamento giuridico, tuttavia, il Governo ha anche aggiunto una postilla che prevede che tutte le compagnie già autorizzate possano ottenere una proroga per “la durata della vita utile del giacimento”. In sostanza una proroga infinita.

Con la vittoria del “sì” al referendum si vuole evitare che queste proroghe rimangano attive e che tutte le concessioni, come nei Paesi in cui esiste il diritto, abbiano scadenza certa, coincidente con quanto stabilito all’atto della concessione. Insomma, tutto come prima, ma con il limite delle 12 miglia in più.

Tra l’altro, la sopravvivenza del quesito non è dovuta all’intestardirsi dei proponenti ma a un preciso volere della Corte di Cassazione che, nel riesaminare i quesiti alla luce delle modifiche effettuate dal Governo in Legge di Stabilità, ha ritenuto che tali modifiche “non accoglievano in pieno lo spirito referendario”.

COME SI E’ ARRIVATI AL REFERENDUM

A proporre ben sei quesiti referendari[1], a settembre 2015, sono 10 Regioni (Basilicata, Puglia, Abruzzo, Calabria, Campania, Molise, Marche, Sardegna, Veneto, Liguria) spinte dal Coordinamento Nazionale No Triv (una rete di comitati territoriali informalmente organizzata in ambito nazionale) e da oltre 200 associazioni, movimenti e comitati.

E’ un incontro atipico, ma potenzialmente storico. I comitati chiedevano un referendum sulle 12 miglia per cercare di bloccare l’iter autorizzatorio di alcune compagnie petrolifere, ormai prossime a divenire operative. Erano i giorni dell’ampliamento di Ombrina Mare, al largo (mica tanto, 5 miglia…) delle coste abruzzesi.

Ma alcune regioni chiedono di allargare la materia referendaria a una serie di altre questioni strettamente collegate, che riguardano il famigerato “Sblocca Italia” (D.L. 133/2014 convertito con Legge 11 novembre 2014, n.164 e successive modifiche) che, nella parte dedicata alla materia energetica, prevede una serie di semplificazioni e di accelerazioni per completare l’iter di concessione di una serie di grandi opere. Tutte semplificazioni che, ovviamente, tendono a esautorare i poteri delle Regioni e riconsegnarli nelle mani dello Stato, di fatto anticipando la Riforma del Titolo V della Costituzione e indebolendo i “poteri concorrenti” tra Stato e Regioni previsti nell’art.117.

Pur con punti di vista differenti, l’incontro è propizio e il 30 settembre i sei quesiti vengono presentati presso l’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione.

Il 26 novembre 2015 la Corte di Cassazione, senza alcuna modifica, dichiara regolari i quesiti, che vengono trasmessi alla Corte Costituzionale, cui spetta il parere definitivo.

E’ a dicembre, invece, nell’ambito della discussione della Legge di Stabilità, che si consuma l’intervento governativo. Attraverso la proposta di un maxi-emendamento proposto dalla maggioranza, tre quesiti vengono pienamente accolti, uno (quello oggetto di referendum il 17 aprile) viene accolto “indebolendone lo spirito”, due vengono elusi attraverso l’eliminazione della materia giuridica.

E’ il caso, ad esempio, del quesito sul cosiddetto “Piano delle Aree”, uno strumento di pianificazione energetica intermedia che prevede un tavolo di concertazione tra Stato e Conferenza Unificata delle Regioni, nel determinare la riorganizzazione geografica degli interventi. Previsto, per ragioni tecniche, nell’ambito dello “Sblocca Italia”, attraverso il referendum sarebbe divenuto uno strumento concertativo vincolante e avrebbe riguardato tutto: trivellazioni su terraferma, in mare entro le 12 miglia, in mare oltre le 12 miglia. Eliminandolo, a partire dal primo gennaio 2016, dall’ordinamento giuridico, il Governo decreta la morte del quesito referendario collegato e lascia il Paese nel far west giuridico per quanto riguarda le autorizzazioni.

La Corte di Cassazione non può far altro che prenderne atto: il Piano delle Aree non c’è più, non si può svolgere un referendum su un elemento giuridico che non esiste. L’argomento politico è boicottato.

UN QUESITO IMPORTANTE

Solo il quesito, visto alla lettera, ha una serie di ricadute importanti.

Il primo punto è una questione giuridica ma, andrebbe specificato, di civiltà minima: in un Paese civile i contratti hanno una scadenza. Non si comprende perché, se lo Stato firma un contratto d’affitto con una compagnia (perché di questo si tratta), questo contratto possa poi essere prorogato all’infinito. Una norma talmente illogica che, tra l’altro, sarà sicuramente oggetto di procedura d’infrazione in ambito UE ma che, fino alla conclusione della procedura e salvo uscire indenne dal referendum, avrà sanato diverse situazioni in bilico[2].

NoAuthorIl secondo punto riguarda la domanda: “Ma perché accanirsi con le proroghe se nuovi “buchi” non sono comunque permessi entro le 12 miglia? Una domanda fin troppo tendenziosa, dato che, con le proroghe, le compagnie autorizzate potranno comunque procedere a nuove trivellazioni secondo quanto previsto nel programma lavori già autorizzato. E il programma lavori di Vega B a sud di Gela in Sicilia (una delle più grandi piattaforme italiane) prevede 8 nuove perforazioni, quello di Rospo Mare in Abruzzo altre 4. Solo per fare un esempio. In caso di vittoria del sì, questi ampliamenti non sarebbero più possibili.

Terzo punto è la ridiscutibilità, politica e giuridica, del limite delle 12 miglia. Senza un referendum popolare che si esprima chiaramente su questo limite (che diventerebbe, dunque, per effetto della volontà popolare espressa tramite referendum, inviolabile giuridicamente per diversi anni), nulla esclude che il Governo possa ridurlo o cassarlo, con un semplice decreto legge, già dal 18 aprile. E sì… perché oggi ci raccontiamo che questo limite è stato inserito pur di “accontentare” (=far saltare) il referendum, ma tecnicamente non vi è collegamento alcuno. Una norma svincolata dalla volontà popolare con una legge si inserisce, con un’altra legge si elimina. Anzi, se è proprio la scarsa partecipazione del cittadino a un referendum popolare a dimostrare il disinteresse sul tema, eliminare quella norma è ancora più semplice. Dal punto di vista governativo, un disegno diabolico.

Niente male per un quesito che ci vogliono vendere come “marginale”.

PRINCIPI MINIMI DI POLITICA ENERGETICA

Ma cosa c’è, nei mari italiani, entro le 12 miglia?

Oggetto del referendum sono 44 concessioni entro le 12 miglia (ogni concessione ha più piattaforme), riguardanti gas e petrolio, concentrate prevalentemente nell’Adriatico (soprattutto al largo di Emilia-Romagna, Molise ed Abruzzo), nello Ionio e nel sud della Sicilia.

Nessuna di queste sarebbe oggetto di morte istantanea dopo il referendum: pur rimanendo senza proroghe per effetto della vittoria del sì, la prima concessione scadrebbe nel 2017, la maggior parte fra 5 e 10 anni, l’ultima addirittura nel 2034. Salvo che quelle in scadenza non abbiano richiesto proroga prima del 31 dicembre (di 5 o 10 anni).

Entro le 12 miglia viene estratto un quantitativo pari al 9,87% del petrolio estratto in tutta Italia e il 26,28% del gas. I numeri diventano impietosi se paragonati ai consumi: le estrazioni di petrolio (sempre nelle 12 miglia) coprono lo 0,8% dei consumi italiani, le estrazioni di gas quasi il 3%.

E questo perché?

Perché l’Italia non dispone di risorse minerarie sufficienti per coprire interamente il proprio fabbisogno energetico, ed è costantemente esposta verso l’importazione di quanto necessario.

La tanto desiderata “indipendenza energetica” sarebbe garantita per poco più di due anni se fosse possibile, magicamente, estrarre tutto il petrolio e il gas presenti nel nostro sottosuolo (tutto, non solo nelle 12 miglia), sia in mare che su terraferma. Operazione tecnicamente impossibile.

Nel bilancio “rischi – benefici” dell’operazione, dunque, non sembra molto logico mettere a rischio l’intero ecosistema del Mare Adriatico per un’operazione di così corto respiro, anziché prepararsi all’altrettanto complicato periodo di transizione energetica che anche l’Italia ha sottoscritto, a Pargi, nell’ambito della COP21[3], e che prevede una progressiva diminuzione della dipendenza dalle energie fossili a favore delle energie rinnovabili. Un percorso (va detto) lungo, complesso, articolato e che non può prevedere l’abbandono immediato del gas naturale, ma che dovrebbe essere perseguito con maggiore urgenza soprattutto dai Paesi energeticamente esposti. Come l’Italia appunto.

Il respiro diventa cortissimo se si considera l’aspetto spesso trascurato in tutti i confronti: le compagnie, dietro pagamento di royalties (ridicole, le più basse in Europa e tra le più basse nel mondo) divengono proprietarie di quanto estratto, per poi rivenderlo nel mercato… e molto spesso all’estero (è il caso del petrolio della Val D’Agri, stoccato a Tempa Rossa per poi giungere al porto di Taranto per salutare l’Italia). E ammesso che l’Italia voglia sfruttare quelle risorse, le deve ricomprare. Insomma, le compagnie non estraggono per l’Italia, ma per (lecitissimi) interessi privati.

Le royalties? In mare sono pari al 7% del valore del petrolio estratto. Che si pagano, però, annualmente, solo dopo il raggiungimento delle 50.000 tonnellate, altrimenti la compagnia non paga nulla (e molte compagnie, infatti, regolano la propria estrazione in base a questo dato). E persino quel 7% è un dato falsato, perché dopo quella soglia vi è uno sconto di 40 euro a tonnellata, e vi sono ulteriori defiscalizzazioni.

Il Paese più vicino a noi in termini economici sarebbe stato la Croazia, che chiede il 10% senza esenzioni iniziali. Dettaglio non di poco conto: se in Italia, dopo 50.000 tonnellate, la compagnia deve ancora cominciare a pagare, in Croazia dovrebbe aver già versato 720.000 euro dopo 32.000 tonnellate. “Dovrebbe” perché, nel frattempo, la Croazia ha bloccato tutti i piani di espansione petrolifera in mare.

A chi è strategico tutto questo? All’Italia?

UNO SCONTRO (INSANABILE?) TRA STATO E TERRITORI

Ma perché all’improvviso (prima volta in Italia) dieci Regioni chiedono un referendum che si esprime deliberatamente contro l’indirizzo del Governo? Cosa ancora più paradossale se si pensa che sette di quelle regioni sono governate da maggioranze a guida PD, lo stesso azionista di maggioranza del Governo.

Il referendum del 17 aprile è in questo senso un referendum “moderno”, in grado di incarnare lo scontro, vivido e feroce, tra autonomie dei territori e centralismo autoritario. Dicotomia in questo momento insanabile, incapace di arrivare a una mediazione che pure, in passato, era stata raggiunta.

Non è un referendum di destra contro sinistra, di diverse visioni ideologiche del mondo (anche se vogliono venderlo come tale), ma è un referendum sulla democrazia e sulle modalità del suo esercizio, in un drammatico scontro tra scelte che vengono dall’alto e scelte che nascono dal basso. Drammatico perché tale “scontro” non è visibile al cittadino che, anzi, lo ignora e pensa di trovarsi in un semplice confronto su un tema ambientale.

Nella società moderna, invece, i gangli politici di collegamento si sono rotti, e tale rottura rischia di diventare irrimediabile. Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, diventa (persino suo malgrado) uno dei simboli della battaglia, e non può fare diversamente pena il disconoscimento di rappresentante del suo territorio – riscontrando, tra l’altro, il supporto dell’enclave politico della sua regione. Ma, nella sua stessa formazione politica, il parere cambia non appena si innalza il ruolo politico rivestito: così, esponenti pugliesi qualche anno prima fervidi militanti contro le trivelle, mettono il naso nel Parlamento e diventano tiepidi. Se entrano nel “cerchio magico” del governo, diventano addirittura astensionisti, sostenitori del boicottaggio al voto verso il 17 aprile.

La motivazione addotta per tale cambiamento di opinione è che le Regioni e i territori, in questi anni, hanno solo ostacolato il percorso delle grandi opere pubbliche, opponendosi a ogni scelta che avesse ricadute territoriali. Cosa non del tutto falsa, ma che non può giustificare la definitiva rottura di ogni rapporto. E che non può valere nel caso di specie: le concessioni per la ricerca ed estrazioni di idrocarburi non sono opere pubbliche, ma concessioni a privati, per fini privati.

Il referendum entra di traverso in questo ferreo sistema, cercando di riproporzionare gli equilibri saltati. Ha svolto un’azione splendida, intercettando tecnicamente quel dissenso che non è più nelle piazze. Le comunità territoriali, di destra di centro e di sinistra, si ritrovano compatte nel rivendicare il diritto a – quantomeno – esprimere un pensiero sulla politica energetica. Non un “no” a priori, ma l’apertura di un ragionamento politico. Raggiunto il quorum, sarebbe la prima vera azione in grado di indebolire il pavimento su cui cammina il Governo, che risponde a precise logiche di accentramento del potere in ambito nazionale e comunitario.

La sfida è lanciata. Ma il terreno referendario si basa sulla fiducia del cittadino verso gli strumenti della democrazia diretta e sulla sua volontà di difendere la dignità territoriale: ci crede ancora? Gli hanno spiegato che la posta in palio è così alta?

Domenico Sampietro

Tra i cofondatori, nel 2009, del Comitato “No Petrolio, Sì Energie Rinnovabili”, che nasce per combattere contro la richiesta della compagnia Northern Petroleum di effettuare attività di prospezione petrolifera nel mare Adriatico, al largo delle coste pugliesi. Segue una costante attività contro l’aggressione petrolifera in corso in tutto il sud Italia.
Il 21 gennaio 2012 il Comitato organizza, a Monopoli, la manifestazione “La Puglia scende in piazza a difesa del proprio modello di sviluppo”, prima manifestazione unitaria fra i diversi comitati territoriali, cui partecipano circa 20.000 persone. A settembre 2015 il Comitato, aderente al tavolo del Coordinamento Nazionale No Triv, è tra i promotori del referendum “no triv”, per cui si voterà il 17 aprile 2016.

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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[1] Focus sintetico sui sei quesiti referendari: http://www.notriv.com/2015/10/17/verso-il-referendum-focus-sintetico-sui-quesiti-referendari-no-triv/

[2] Il Mise e le proroghe scadute, sanate in Legge di Stabilità: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/12/trivelle-concessioni-scadute-il-ministero-ignorava-le-richieste-di-proroga-e-le-piattaforme-continuavano-a-operare/2631178/

[3] L’accordo finale della COP21, sottoscritto anche dall’Italia: http://www.qualenergia.it/articoli/20151212-l-accordo-sul-clima-un-disastro-o-un-successo-insperato