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L’economia di mercato capitalistica ha espresso una straordinaria positività. Marx lo colse in pieno, meglio degli stessi classici inglesi, che pure del capitalismo avevano fissato la mappa tematica e i principi analitici dell’economia politica. Il capitalismo è una formidabile macchina per sviluppare le forze produttive attraverso l’accumulazione, l’innovazione, il progresso tecnico, la produttività.

Negli ultimi due secoli il Pil dell’umanità con il capitalismo si è moltiplicato di oltre sessanta volte, per una popolazione mondiale esplosa da un miliardo a 7 miliardi di persone. Pro capite il reddito medio degli umani è quindi progredito di circa dieci volte: in euro odierni, da 500 euro l’anno per persona a più di 5.000 euro l’anno.

Non sorprende che nel volgere di questi stessi due secoli l’economia di mercato capitalistica, in varie forme, si sia estesa nel mondo, con eccezioni divenute rarissime. La “ricchezza delle nazioni” è stata ricercata per questa via, la società scegliendo, accettando o subendo questo modo di produzione.

Nondimeno, in un’economia siffatta la crescita è instabile, iniqua, inquinante. È instabile perché gli investimenti fluttuano con le mutevoli aspettative e con gli “spiriti animaleschi” dei capitalisti. È iniqua perché il mercato esalta e premia oltre misura i soggetti più dotati, o più influenti. È inquinante perché i prezzi non includono nei costi le “esternalità negative”, i danni che i produttori infliggono a terzi con cui non stabiliscono negoziali rapporti di mercato.. Non si tratta soltanto, come vuole l’analisi economica neoclassica oggi prevalente, di singoli “fallimenti” del mercato, ma di una difficoltà strutturale più profonda.

79722247_Detroit_92147cMentre i tre aspetti negativi del sistema si aggravano, anche lo sviluppo del Pil sembra mostrare una tendenza a rallentare. Nelle economie avanzate – metà del Pil mondiale – la crescita su base pro capite è stimata in discesa, dal 2,1 per cento l’anno del 1995-2004 a meno del 2 per cento nel 2014-2018. Così, lo sviluppo delle economie emergenti nel 2014-2018 è previsto flettere a poco più del 4 per cento, dai picchi storici del 6-7 per cento degli anni immediatamente precedenti la crisi del 2008-2009.

In sintesi, le negatività si accentuano, le positività si attenuano. Quindi non si può essere liberisti imperfettisti. Non si può pensare che l’attuale sia necessariamente, resti, il migliore dei mondi possibili. Le contraddizioni che il capitalismo vive sono profonde, potenzialmente laceranti. Il rischio è duplice. Il sistema può implodere. Può entrare in crisi senza che un altro e diverso sistema sia stato pensato, configurato, reso potenzialmente e concretamente disponibile. Lo sbocco finale in tale scenario è il caos. L’alternativa è che il sistema permanga invariato, infliggendo costi sempre più pesanti se non alla intera società ad ampi strati del corpo sociale.

Si deve essere, al tempo stesso, riformisti e utopisti. Occorrono un pensiero e un’azione – in economia, ma non solo –che siano contemporaneamente alimentati dall’aspirazione anche utopistica al cambiamento e da una volontà, e capacità autenticamente riformatrici.

CercateAncoraLaLezioneDiClaudioNapoleoni_0“Cercate ancora”: fu l’ultimo messaggio di Claudio Napoleoni, economista fra i più colti, che già vedeva appannarsi la capacità del sistema di esprimere “ meccanicamente “ o “spontaneamente” sviluppo economico a causa della crisi dei suoi “ valori “. L’invito è a non rinunciare all’ipotesi che anche il capitalismo si dimostri transeunte, storico al pari dei modi di produzione (consuetudinario, schiavistico, feudale, mercantile) da cui fu preceduto.  Nell’impegno e nell’attesa della palingenesi, l’utopista ha, tuttavia, il dovere civile di essere anche riformista, per il tempo presente. Vanno evitate al corpo sociale sofferenze che l’azione riformatrice, almeno entro certi limiti, può prevenire, o lenire. I modi sono quelli tracciati, fra gli economisti, da Keynes, contro l’instabilità; da Sen, contro l’iniquità; da Nordhaus, contro l’inquinamento.

Sarebbe imperdonabile rinunciare alla crescita, ovvero scegliere di puntare a una decrescita della produzione. In un’economia ristagnante l’instabilità (dei prezzi, dell’occupazione, della finanza) sarebbe più alta; la redistribuzione perequatrice (delle libertà civili, democratiche, oltre che delle risorse materiali) sarebbe più difficile; mancherebbero i mezzi per disinquinare l’ambiente.

Sotto quest’ultimo profilo – della non – crescita – il caso italiano è fra i più gravi. L’attività economica è di nove punti percentuali inferiore al livello che aveva raggiunto nel 2007, prima della doppia, acuta recessione da allora sperimentata. La sperequazione nella distribuzione dei redditi è tra le più alte nel novero delle economie avanzate, con un indice di Gini dell’ordine di 0,40. Il territorio, l’ambiente, del Bel Paese è fragilissimo con alcune sue parte in sfacelo.

ilva_taranto_tumoriLa massa dei cittadini italiani è impoverita da una pesante fiscalità, che sempre meno alimenta beni pubblici, beni comuni, beni meritevoli offerti dallo Stato. A differenza della recessione del 2008-2009, che fu da investimenti ed esportazioni nette, la recessione provocata dagli errori tecnici del governo dei “tecnici” nel 2012-2013 è una recessione dei consumi. Questi ristagnano, su un livello dell’8 per cento inferiore a quello del 2007.  Quindi, ristagnano gli investimenti, su un livello del 25 per cento inferiore a quello del 2007. Senza una spinta esogena della domanda, che solo il bilancio pubblico può dare partendo dalle opere pubbliche, i consumi per via endogena non si riprendono. E non possono bastare gli 80 euro che il governo ha aggiunto alle buste-paga più basse. Le famiglie vedono taglieggiato il reddito, erosa la ricchezza, a rischio il lavoro, senza prospettive la prole. L’economia quindi striscia lungo il pavimento su cui è precipitata dopo il 2007, depauperata di 150 miliardi di Pil all’anno, di centinaia di migliaia di posti di lavoro, con una disoccupazione crescente che già travalica il 13 per cento della forza – lavoro, mentre tende a riaprirsi il divario nei redditi e nelle opportunità fra il Mezzogiorno e il resto del Paese.

Seppure con apprezzabili eccezioni dal pulviscolo dei 4,5 milioni di imprese – come definite e quantificate nell’ultimo censimento, del 2011 – non vengono, per vie di mercato, autonome soluzioni: investimenti, innovazione, ricerca e sviluppo, progresso tecnico, qualità del produrre, vera capacità di competere. In media le aziende continuano a dichiarare meno di quattro addetti, e il 60 per cento appena arriva a superare il singolo addetto. Un quinto dell’attività economica è “sommerso”, ai limiti della legalità. Solo 3.468 imprese denunciano più di 250 dipendenti. Sono quasi sempre le stesse, di censimento in censimento. Nemmeno queste esprimono dinamismo dimensionale. I capitalisti stranieri non investono nella Penisola, non pochi capitalisti italiani disinvestono.  I grandi gruppi industriali che producono in Italia scarseggiano. Anche le aziende manifatturiere meno piccole attendono, sperando che qualche deus ex-machina – gli aiuti pubblici, l’Europa, i sindacati? – le riconduca al profitto.

Cosa può fare la politica economica? Almeno tre cose, da troppi anni disattese:

  1. Aumentare gli investimenti in opere pubbliche – a cominciare dalla messa in sicurezza del territorio – e ridurre la pressione fiscale. Come? Contenendo le uscite pubbliche di parte corrente: non la spesa per pensioni, sanità assistenza – la spesa sociale, preziosa per i cittadini, collante del Paese – ma altre voci di spesa. Le uscite per il personale, gli acquisti di beni e servizi, i trasferimenti vari ammontano al 23 per cento del Pil. Sono riducibili. Nell’arco della legislatura questa parte non sociale della spesa pubblica andrebbe frenata in una misura – tre, quattro punti percentuali rispetto al Pil – che vada oltre l’importo strettamente necessario a consolidare l’equilibrio del bilancio e faccia spazio a investimenti pubblici in infrastrutture e a un graduale abbassamento della tassazione, resa al tempo stesso meno sperequata colpendo l’evasione.
  2. Riscrivere il diritto dell’economia. Vanno riformulati e coordinati fra loro sei blocchi dell’ordinamento giuridico, divenuti manifestamente inadeguati alle esigenze del sistema produttivo: societario, fallimentare, processuale, amministrativo, antitrust, del risparmio ( non il diritto del lavoro, il lavoro non avendo “colpe” in questa crisi).
  3. Imporre alle imprese italiane in via definitiva la concorrenza, statica e dinamica, a colpi di innovazioni e non solo di prezzi. È la condizione mancando la quale le imprese non si situano sulla frontiera dell’efficienza, date le tecniche. Soprattutto, non sono costrette a ricercare il profitto attraverso il progresso tecnico.

Solo sostenendo la domanda globale per il breve termine e promuovendo la dinamica della produttività per il lungo termine l’occupazione può tornare ad aumentare. Ciò avverrà se le imprese risponderanno. Altrimenti, anche una politica economica centrata sugli investimenti pubblici e sulla detassazione dell’economia si dimostrerà impotente. Produttività, crescita, e occupazione trarrebbero grande giovamento dallo stimolo rivolto alle imprese da una rinnovata pressione concorrenziale. Trarrebbero giovamento non minore dalla riscrittura del diritto dell’economia che valorizzi il risparmio, l’accumulazione di capitale, l’autentica imprenditoria.

21 Luigi Einaudi Il problema dei problemi – segnatamente nell’Italia di oggi – è che la crescita economica dipende solo in prima approssimazione dalla quantità delle risorse impiegate nel produrre e dall’efficienza e dal tasso d’innovazione tecnologica che le imprese esprimono. La crescita scaturisce in ultima analisi dall’intreccio fra la Cultura,  le Istituzioni, la Politica di un Paese. Aveva ragione Luigi Einaudi: “Chi cerca rimedi economici a problemi economici è sulla falsa strada. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema morale”. Gli studi teorici, le verifiche empiriche e soprattutto le ricerche storiche offrono crescenti conferme della giustezza di tale generalissima proposizone, precisandone confini e contenuti.

Anche su questo cruciale fronte la migliore tradizione utopista e la migliore tradizione riformista devono collegarsi, rinnovarsi. Devono cercare, trovare, dire parole che altri non dicono.

Pierluigi Ciocca 

(Ex membro del Direttorio della Banca d’Italia e Accademico dei Lincei, dirige la “Rivista di storia economica” fondata da Luigi Einaudi)

Fonte: Una crisi mai vista. Suggerimenti per una sinistra cieca ( a cura di M. Loche e V. Parlato, manifesto libri, 2014)

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