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Giulio Bonasera

Giulio Bonasera

A Edna, per i consigli, le suggestioni

Più studio e più verrò pagato meno. Più mi specializzo e più contribuisco a confinarmi dentro una roba che capiranno solamente quei due o tre. Più faccio il bravo e l’onesto, e più le conseguenze delle mie azioni mi remeranno contro. Più sono innocente e innocuo e più c’è il rischio che venga ucciso. Più sono libero – godendo di diritti inalienabili – e più di fatto non lo sono. Più credo di elaborare dei pensieri miei intimi e personali, e più questi saranno il risultato di un incessante rumore di fondo, che ha fatto di infinite immagini scorrevoli il suo disturbo più assordante.

Più cerco il mio silenzio, e più mi ritrovo in mano il suo artefatto. Più credo di essere un cittadino consapevole e più divento un consumatore del nulla, un nulla che assomiglia inequivocabilmente a me stesso. Più mi dicono che – un domani – tutto potrà cambiare, e più questa affermazione nasconderà il suo più sicuro non-cambiamento. Più penso di aver individuato dei colpevoli a tutto questo, e più mi accanisco inutilmente su marionette pagate per farlo. Più mi vedo accerchiato da tutte queste contraddizioni, e più mi rendo conto che devo necessariamente imparare a conviverci.

E allora mi cerco, ma non mi trovo. Cerco da qualche parte un’uscita, e mi rendo mobile, mi sradico, proiettandomi ovunque sia, il posto non m’importa, pur di trovare una spicciola possibilità di lavoro che – dove sono al momento – si è dileguata: se c’è è riservata a quei pochi, ed è (anche) per questo che non mi viene assolutamente offerta. E quindi dovrò iniziare tutto daccapo, mi azzero, che importa, in un contesto che non è il mio, ed inizierò nuovamente a muovermi, piano piano, prima a piccoli passi, poi nuovamente con la mia testa, risvegliando minuziosamente tutte quelle mie singole percezioni che per troppo tempo ho permesso rimanessero assopite. Sì, troppo tempo: è questo il lastrico di vita in cui mi sono lasciato cullare dalla depressione, dove tra un’altalena e l’altra costantemente mi colpevolizzavo, ce l’avevo con me, e dove per tutto questo tempo ho pensato seriamente di non essere all’altezza, di non essere in grado di esperire ciò che le mie sensibilità volevano comunicare al mondo.

Quando finalmente ci riesci, riesci cioè a trovare quel tuo lavoretto semi-serio, che ti dura almeno quell’arco di tempo costituito da quei 3 mesi al massimo “di prova”, in cui sei quasi in grado (forse per miracolo) di pagare l’affitto di casa con i soli tuoi sforzi, senza beneficiare del welfare personale chiamato “mamma e papà”, allora significa che per un po’ puoi stare al caldo, e puoi tranquillamente espellere un po’ di quella robaccia che avevi iniziato ad accumulare su per la tua testa, (inconsapevolmente), in un angolo malriposto della tua mente, e che stava cominciando a crescere talmente tanto da cambiarti letteralmente i connotati: ti stava rendendo una persona che, assolutamente, non vuoi e non ti senti in alcun modo di essere. Ma non si può stare tranquilli. Quella robaccia cresciuta in testa rimane vivida, resta allerta, e a volte si incrosta così cocciutamente che devi fare doppia fatica per rimuoverla.

Giulio Bonasera - How austerity kills

Giulio Bonasera – How austerity kills

Quando potrai dire di averla forse eliminata del tutto, quella brutta robaccia, allora sarà proprio in quel preciso momento che dovrai riattivarti, perché quel contratto di lavoro che avevi così sudato sarà bello che scaduto, e tu dovrai necessariamente (se pensi di voler ancora sopravvivere) incominciare tutto daccapo. Perché le cose cambiano, ed è così che vanno le cose; non puoi farci nulla. Dicono, che se non sei al passo con i tempi, in questo vortice di cambiamento continuo (cambiamento di che? A me sembra sempre tutto uguale), verrai espulso, in un batter d’occhio, senza pensarci, e a nessuno importerà se hai alle spalle quell’esperienza oppure quell’altra, se sai fluentemente questa lingua straniera piuttosto che quell’altra, etc., etc.: devi essere “il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, e quindi devi rendere te stesso una prestazione vivente, devi diventare una persona-prestazione; in una parola: devi essere malleabile, flessibile, pronto a tutto.

In effetti, uno dei tanti problemi dell’attuale lavoro associato alla “generazione ombra” – cioè quella generazione costantemente precaria e a cui è stato rubato ogni brandello di futuro – è che i giovani che le appartengono, e che si affacciano a questo-nuovo-mondo, devono costantemente dimostrare la loro più aperta disponibilità, la loro più “malleabile flessibilità elasticizzata”, senza riserve e a tutte le condizioni iper-immaginabili; devono in questo modo elargire la loro più grintosa ed “esilarante” voglia-di-voler-fare mai posseduta prima, fino all’abbattimento di ogni energia vitale, con disastrose ripercussioni emotive sia sul piano personale che sociale; insomma: devono aprirsi alla più completa predisposizione caratteriale, la quale deve necessariamente saper fare qualsiasi cosa (e anche la più specifica possibile) in breve tempo e in qualsiasi modo, – (in altri termini, devono “imparare a dare il culo”).

D’altra parte, invece, e cioè da parte di chi può dare un lavoro e non ha di questi problemi – assieme a tutta quella gente che, più fortunata, forse non conosce intimamente quelle conseguenze sociali e psicologiche che si celano dietro la prospettiva di un futuro inesistente – non vi è, dicevo, un minimo di apertura motivante, né una specie di minima comprensione empatica; c’è solo l’orrendo ed inequivocabile lascito che, perentoriamente, recita così: “Questo è. E se non ti sta bene tornatene pure a casa, tanto di altri come te ne trovo a palate: qui nessuno è indispensabile.” (Forse non proprio così, ma il concetto rimane quello e imperturbabile). È piuttosto facile rispondere a coloro che saranno già pronti a tacciare tali argomentazioni come “sconclusionatamente lamentevoli”: “la società è strutturalmente mutata in malo modo, e questo modo si è avviluppato soprattutto a causa vostra, e precisamente a seguito di quel vostro dannoso e maledetto pensiero unico”.

Viviamo nell’epoca del cambiamento forzato, di un qualcosa che è costantemente effimero e che non si lascia mai conoscere abbastanza. Anche se volessimo metterci d’impegno, il giorno dopo le nostre “acquisizioni” non varranno più: saranno già scadute (come i nostri innumerevoli contratti di lavoro – se si possono considerare tali). Viviamo in un tempo che è una specie di limbo, un crocevia trafficato a cui non gli è stato assegnato alcun nome. In questa specie di mondo sociale, virtuale e reale allo stesso tempo (non si riesce più a capire dove termina l’uno e inizia l’altro), il prematuro si spaccia per la verità, quella più in mostra, quella più visibile, quella con tanti like; le contraddizioni fanno a gara per essere accessibili a tutti, subito, immediatamente, in streaming: “La fiducia è un atto di fede che diventa obsoleto di fronte a informazioni facilmente disponibili. La società dell’informazione scredita ogni fede. La fiducia rende possibili relazioni con gli altri anche in mancanza di cognizioni precise su di essi: la possibilità di raccogliere in modo semplice e rapido le informazioni è nociva per la fiducia.” (Byung-Chul Han).

In questo modo, la generazione ombra impara a crescere nella disillusione: vive quest’epoca priva di illusioni positive, e comincia sin da subito a contare solo sulle proprie forze. È immersa quindi in un mondo in cui non è quasi più concepibile avere fiducia nel prossimo. Ecco perché avere fiducia in quelle istituzioni che dovrebbero avere il delicato compito di rappresentarla, di parlare per lei, di intervenire concretamente per promuovere e valorizzare il suo futuro (che è anche il futuro dell’intera società, tra parentesi) potrebbe essere poco più che un sogno.

Per risvegliarsi allora da questo torpore, intitolato “La nostra generazione è una generazione sfigata”, vi riporto brevemente un tratto della mia storia, del mio cammino, quello che mi sta succedendo da qualche mese a questa parte. È solo un’esperienza, e come tante altre può gettare luce su cose impreviste:

Vivo all’estero, da quasi un anno, e insegnando la lingua italiana ai miei studenti sto scoprendo tante cose nuove. Per esempio, quanto la nostra lingua sia allo stesso tempo comica, inamovibile, seria, completa, pura, mobile, scanzonata, immaginifica, sorprendente…

Ogni giorno, squarcio una sottile cortina data per scontata per addentrarmi in un mondo pieno zeppo di eccezioni, particolarità, regole smussate da singole situazioni irripetibili, che mi lasciano ogni volta sbigottito scolpendomi in viso un riso sordo; quel riso spontaneo e delicato che mi aiuta tutte le volte a comprendere meglio chi sono e da dove vengo. Un mondo, quello della lingua italiana, davvero allucinato, e che mi pare tanto un mix di personaggi a dir poco incredibili, tutti riuniti assieme per creare inconsapevolmente qualcosa di straordinario.

Ed è questa particolarità esagerata che ci deve rendere orgogliosi. È questa musica sempre nuova, attiva, piena di sali e scendi, ripetuti e devianti, che ci deve rendere orgogliosi di quello che siamo. È questa comunione di alternative sempre possibili che ci deve dare manforte per superare quel buio inesorabile che, da troppo tempo, si è instillato dentro ciascuno di noi, e che non ci permette più di vedere quanto è fortunato, quanto è bello, essere italiani.

Questo per dire che anche nelle situazioni più ingessate, apparentemente più scontate (come appunto insegnare la propria lingua), è possibile cercare una nuova musica, un dettaglio insignificante che può svelare molteplici scenari mai visti, mai attraversati prima.

Giulio Bonasera - Unemployment

Giulio Bonasera – Unemployment

La nostra è una generazione che cambia spesso, anche forzatamente, ma che non ha alcun problema a farlo, perché ormai ci è abituata: abbiamo tutti i mezzi per gestire i cambiamenti più impensabili: ce li siamo costruiti da noi, volta per volta, attraverso le distanze liberatorie e strazianti, per mezzo di quei continui distacchi alle stazioni, grazie a quei lunghi abbracci condivisi negli aeroporti. In più sappiamo re-inventarci: sappiamo vestire diversi panni in luoghi differenti, mantenendo un’integrità e una consapevolezza di noi stessi che finisce ogni volta per arricchirsi. Ogni dannata volta.

Sappiamo come viaggiare leggeri: il viaggio come tema, come trasformazione, e come esperienza personale è diventato ormai parte integrante di una biografia in continuo movimento: lo spazio è diventato relativo e il tempo è un continuo riscoprire se stessi. In questo modo, ci prepariamo ad affrontare meglio le difficoltà che ci presenta la vita, che è diventata complessa e che ogni giorno ci presenta ostacoli “bizzarri” e “innovativi” (eufemismi, chiaro!).

La calma e la stabilità non le diamo mai per scontate, e questo è un gran vantaggio: la nostra unica certezza è l’incertezza, ecco perché riconduciamo tutto alla vita presente, e cerchiamo di dare il giusto senso ad ogni esperienza che viviamo, perché conosciamo perfettamente la loro volatilità, il loro essere delicato, che può rarefarsi senza dir nulla; che può sparire da un momento all’altro senza un perché. E allora viviamo intensamente, conoscendo tante persone preziose che magari un giorno diventeranno degli amici lontani, ma sempre presenti; amici che si connetteranno per te dietro uno schermo freddo, per quando non ce la fai, per quando ti senti solo, per quando hai bisogno di parlare con qualcuno.

Questo vissuto, ci porta a prendere più di petto le situazioni con cui abbiamo a che fare: ci permette di essere maggiormente schietti, sfrontati e sinceri, con noi stessi, e poi anche con gli altri. E in questo modo scopriamo le diversità, quelle che popolano il mondo, quelle che lo arricchiscono continuamente, anche se spesso è il mondo stesso a non rendersene conto, facendo di tutto per dividerle, per separarle da barriere. Abbiamo un modo di comunicare che sì, viene veicolato per la maggior parte del tempo dalle nuove tecnologie, ma è alternativo e sa come comportarsi con la diversità, cercando il modo migliore per interfacciarsi con essa. Se dovessimo un giorno avere dei figli sarebbero molto fortunati ad avere dei genitori come noi: mentalmente aperti a palla, pronti a tutto, e più curiosi dell’inaspettato apparentemente irrilevante.

Per concludere, penso che il tratto distintivo più importante che abbiamo in comune sia proprio quello di voler conoscere al meglio questa massa informe della diversità, di esserne curiosi, oltre che del concetto (facile per tutti) proprio di quella pratica “oscura” che la contraddistingue, e che di primo acchito ci intimorisce, ci spiazza, e ci suggestiona, ma che alla fine ci insegna a conoscere noi stessi dopo aver perfezionato la conoscenza degli altri.

Ecco perché, a lungo andare, sappiamo come coltivare la nostra imperfezione, che significa essenzialmente darsi dei limiti, sapere che non è importante valicarli, quanto invece lavorarci su. Perché non essere troppo rigidi con se stessi è un pregio, ed essere troppo calati nei nostri giudizi porta alla perdita e alla continua disattenzione di ciò che senza saperlo è prezioso, e ci passa accanto.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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one_more_meatball_supper_for_you__by_pascalcampion-d8a4lsl

Questa lettera è stata scritta da un ragazzo figlio del suo tempo: disoccupato e in costante ricerca di un lavoro, si ritrova nel periodo Natalizio ad avere le sue speranze, i suoi sogni, completamente infranti: in altre parole, sente di aver gettato un po’ la spugna. Così, senza una motivazione logica, decide di fare una cosa che non faceva da tantissimo tempo. Infatti, l’ultima volta che ha fatto questa cosa non se la ricorda proprio più: scrivere una lettera a Babbo Natale. Pur consapevole di essersi deciso a scriverla un po’ in ritardo (non si sa se la lettera arriverà in tempo, visto l’impazzito traffico natalizio), confida che, in un modo o nell’altro, Babbo natale riuscirà ad aprire la sua busta, a tastare la carta e leggere questa sua lettera, perché, in questa, ha cercato di scrivere tutto quello che, per una cosa o per l’altra, non è riuscito a dire a nessun altro in tutto questo suo tempo di frustrazione e di rassegnazione prematura. Per circostanze fortuite, noi abbiamo la possibilità di leggere questa sua lettera…Mi chiedete il perché? Perché, fondamentalmente, c’è stata una violazione della sua privacy, e un postino parecchio ubriaco ha deciso di scartare la sua busta spinto dal piacevole tatto che gli provocava tra le dita, e mosso inoltre da una sua insondabile curiosità di scoprirne l’effettivo contenuto – questo è quanto ci ha riferito (questi ubriachi!). Altre motivazioni non ci sono pervenute, ma questo poco importa: importa solo che la lettera sia stata definitivamente spedita e che, in questo momento, stia viaggiando per arrivare al suo effettivo destinatario: il Babbo dalla barba più bianca che c’è. Ad ogni modo, dato che siamo troppo curiosi come quel postino, e a breve saremo anche noi – ce lo auguriamo – piuttosto alticci, leggiamo insieme cosa ha scritto prima che sia troppo tardi. Forse, in atmosfera natalizia, tutto ciò potrebbe oltremodo interessarci:

Caro Babbo Natale,

non ricordo sinceramente l’ultima volta in cui ti ho scritto una lettera, ma sarà stato parecchio tempo fa. Probabilmente all’epoca pensavo sul serio che tu esistessi, e che scendessi da quella specie di camino (che camino esattamente non era) dove Papà era solito arrostire i polipetti appena pescati; e mi preoccupavo tantissimo per te, non sai quanto, perché la canna fumaria era veramente nera, e quando sbirciavo in su constatavo, assurdamente, di quanto il suo buco in cima fosse davvero piccolo; uno spiraglio di luce. Allora mi chiedevo come diavolo facevi, tutte le volte, a calarti giù da quella sporca angusta strettoia (anche se l’odore dei polipetti arrostiti doveva essere stata una cosa mondiale, dico bene??). Quando ritrovavo però i miei regali sotto l’albero pensavo sempre che eri stato un grande, e per questo mi meravigliavo ogni volta della tua dimestichezza con questo genere di cose. Mi sorprendevo del tuo trasporto, della tua magia: riuscivi, non si sapeva come, a portare a tutti i bambini i loro regali, qualsiasi fosse stato l’ostacolo che te lo avesse impedito.

Col tempo però scoprii che tutta questa magia non era altro che un’elaborata e sofisticata menzogna; che tu in realtà non esistevi per davvero, e che eri solo una figura inventata lì per lì per instillare nei bambini sogni e speranze. Incarnavi, in quei nostri sogni, la consapevolezza di un Babbo buono che dispensava doni a tutti, anche se noi bambini avevamo fatto un po’ i cattivi durante quell’anno. Eri, insomma, quella figura così umana che riusciva a ristabilire, con la sua risata da orco buono, la pace e la felicità in un mondo di ansie e di frenesie: che riusciva, in un certo senso, a ripristinare l’equilibrio ovunque andasse, e ovunque fosse trasportato dalle sue renne – anche qui non si sapeva come – volanti; esattamente come quando, lentamente e in un dolce balletto, cadono i fiocchi di neve ricoprendo tutto: non importa cosa ricoprono ma lo ricoprono e basta, e tutto sembra più bello come un sincero sorriso dalla finestra.

Ormai sono diventato grande e non penso di credere più a queste cose: non penso, insomma, che tu esista per davvero. Nonostante questa mia incredulità però, e la mia ormai tramontata propensione verso questo genere di credenze, ho deciso di scriverti una lettera lo stesso, sperando che in qualche modo (non so davvero ancora come) tu riesca a leggere cosa avevo da dirti per questo Natale.

Forse in questi tempi di crisi ho perso davvero il mio personale trasporto per ogni cosa, mi sento come se fossi in scacco e tutto fosse vano, nonostante i miei tenaci tentativi di creare qualcosa, di dare qualcosa a me stesso e a gli altri. Non so come siamo capitati a vivere questa orrenda situazione, ma so di per certo che quello che provo io lo provano tanti altri ragazzi come me: lo sento da loro, lo percepisco quando vedo i loro stanchi volti, lo vedo ripetutamente nei loro sorrisi spenti. E questi sono gli stessi ragazzi che in passato sono stati bambini, esattamente come me, e credevano ciecamente e incondizionatamente in te, nella magia della speranza che dispensavi ad ogni Natale. Ora, questi ragazzi si ritrovano ad essere dei bambini cresciuti: non solo sono disillusi da quel genere di magia che tu non facevi altro che trasportare con la tua polvere di stelle, ma si ritrovano anche ad essere completamente rassegnati e impotenti di fronte ad un futuro che si prefigurano sempre più come oscuro, sempre peggio, senza alcuna via d’uscita. Forse starò esagerando, forse non è tutto negativo come lo sto descrivendo io, ma è quello che sento, e penso che troverei tanti ragazzi della mia età pronti a sottoscriverlo così, parola per parola.

A dire il vero, non so perché io ti stia scrivendo. Forse perché davvero ho perso tutte le speranze e volevo ancora una volta illudermi. O forse perché, anche non credendoci più, credo nel luccichio festoso di quei bambini che ci credono ancora, in quel poco che basta a farli viaggiare con le loro menti, incredibilmente, da bambini.

Santa_by_jinnyLa crisi d’identità della nostra epoca è parecchio profonda. Probabilmente da lassù, dal Polo Nord, te ne potrai chiaramente rendere conto, avendo sicuramente una sguardo più prospettico e più comprensivo sulle cose. Quello che però voglio dirti, al di là di quello che tu possa realmente fare, è di presentarti nei pensieri di quei ragazzi che vivono brutalmente questa situazione, e dispensare uno di quei tuoi famosi e barbosi sorrisi; e magari anche un abbraccio di speranza, se ti va, perché oggi, più che mai in questo natale, ne abbiamo un estremo bisogno.

Forse sto parlando a nome di tutti impropriamente. Forse ancora una volta starò esagerando. Ma non penso che i ragazzi in generale si sentano utili a far qualcosa oggi. Non penso che siano veramente motivati nel fare quello che potrebbero fare in maniera eccellente; e magari non hanno ancora capito cosa possono fare di concreto perché semplicemente nessuno li riconosce come umane potenzialità; perché, fondamentalmente, nessuno li riconosce, punto. Noi giovani dovremmo essere la risorsa del futuro, il motore del domani che verrà, e invece veniamo trattati continuamente come lo scarto, come un qualcosa che più passa il tempo e più si rendere invisibile. Invisibile a se stessi, prima che agli altri.

E allora ripieghiamo sul falso divertimento, sulle droghe, leggere e pesanti, per dimenticare. Per non pensare. Per staccare la spina da questa realtà: brutta, fredda e brutale… Senza emozione. Un realtà dominata dalle disuguaglianze più marcate. Dai ricchi che diventano sempre più ricchi e dai poveri che diventano sempre più poveri. Da una realtà egoisticamente concepita, che si fa beffa di tutto e di tutti e che acquista ogni dannata cosa al mercato dei consumi, perché solo lì e solo così, oggi, gira il mondo. Il neoliberismo ha sradicato il sociale che ci rendeva uniti, e tutti noi non abbiamo più un’identità solida con la quale interfacciarci, un sentimento condiviso con cui scambiare idee e parole di conforto. Certo, forse siamo dotati di più identità, quelle identità plurali che ci permettono di vivere in una società globalizzata dalle mille possibilità. Ma queste identità pluri-genere non hanno un filo conduttore che le riconduce ad un’unica personalità: il mio carattere, la mia persona che crea e agisce nel mondo non avrà mai una dignità se non gli sarà concessa l’opportunità di averla; se non gli sarà data la possibilità di creare qualcosa per il futuro dei suoi figli. E quindi tutti questi ragazzi spossati si ritrovano oggi a casa, senza fare nulla, senza avere un lavoro da fare e un lavoro che consente loro di autonomizzarsi, di andare via di casa, di avere una propria dignità: quel lavoro che possa redimerli dalla nullafacenza della loro deleteria condizione. Forse tu mi dirai: “Beh, dovrai impegnarti un pochino di più se vuoi ottenere qualcosa. Lo so che attualmente è più difficile di qualche tempo fa, ma se non muovi i primi passi non arriverai mai a nulla: nessuna possibilità piove dal cielo se non incominci davvero a fare qualcosa”… Questa mia immaginaria tua affermazione potrebbe avere un senso, probabilmente, ma non quando i giovani, risorsa preziosa per il futuro, sono completamente lasciati a se stessi; non quando il mondo gliel’hanno consegnato guastato e poi sono pronti a dire “Vedetevela voi, noi non possiamo farci più nulla, e questo è…”.

La verità è che troppe politiche sbagliate sono state fatte nell’ultimo trentennio. Politiche di “sganciamento” e di riduzione dello Stato, nella convinzione che questo fosse il male in terra e che usurpasse le nostre individuali libertà. Si pensò che era meglio lasciare la società senza una direzione da seguire, senza una pianificata programmazione all’alto, perché solo così si potevano realmente realizzare le singole libertà di ognuno: lo Stato-Nazione, la concezione di bene comune, era troppo limitante in questo senso: bisognava cambiare. In America, un gruppo di studiosi di Chicago pensò bene di riesumare delle idee “contro lo Stato”, idee e concezioni che erano state concepite, in origine, da degli intellettuali austriaci. Quest’ultimi pensarono che era meglio limitare i poteri dello Stato, perché avevano troppo vissuto male il periodo tra le due guerre mondiali, e non volevano assolutamente rivivere un ulteriore periodo in cui lo Stato si trasforma in uno Stato dispotico, in un dittatore che si arroga il diritto di “dirigere” e di dettare le sorti della vita di ogni singolo individuo.

Così scrissero le loro idee di Società e, in un primo momento, non se li cacò nessuno. Poi questi giovanotti americani ritrovarono queste scritture e cominciarono a proporle alla nuova politica che avrebbe cambiato il mondo, che lo avrebbe reso più “libero”, più “autonomo”, più capace di creare “ricchezza per tutti”: e come non poteva sposarsi tutto questo con una cultura americana votata al progresso e che celebra lo slogan del “Self-Made Man”, e cioè dell’” uomo che si fa da sé”? E così abbiamo avuto la globalizzazione, che è stata, in un primo tempo, una sorta di americanizzazione, e che, se da un lato ci ha permesso di confrontarci sempre più spesso con tante altre diversità e tanti altri popoli della terra (una figata assoluta!), dall’altro ci ha pian piano prosciugato delle nostre autentiche identità, quelle identità sedimentate nei nostri luoghi, quegli stessi luoghi che abitiamo e attraversiamo nelle nostre vite. E allora per poter sopravvivere a tutto questo dovevamo diventare egoisti, idolatrare il Dio denaro e fregarcene di tutti, proprio di tutti quanti, nessuno escluso, per poter andare avanti e pensare solo a noi stessi.

SantaTwainDetto ciò, io per questo natale non vorrei proprio nulla, te lo dico proprio col cuore in mano, perché, altrimenti, se
cominciassi a chiedere qualcosa poi vorrei troppo. Tuttavia, se ci penso un attimino, su quel che desidero davvero, non penso che sia così difficile ottenerlo: da uno come te poi, tutto è possibile! Ecco, se proprio dovrei avanzare dei desideri vorrei…

Vorrei che le persone fossero un po’ più gentili, le une con le altre, perché è con la gentilezza che si misura il grado di civiltà in una società che si ritiene tale.

Vorrei che si cominci solo a sospettare (solo a sospettare, non a pensare seriamente) che il denaro, e tutto ciò che esso comporta, non è la vera felicità, e che porta solo alla miseria individuale, sempre e comunque: è una cosa che corrode e poi ti rende ancora più misero di prima.

Vorrei che i potenti della terra si rendessero conto di quanto siano soli e spregevoli nelle loro “gabbie” piene di lussi sfrenati, perché le loro fortune, e sono solo fortune (ereditate e guadagnate a discapito di altri), diventano davvero fortune se vanno condivise con gli altri.

Vorrei che si facesse più beneficenza, quella vera, quella anonima, e non solo quella di facciata che si fa solo per avere un tornaconto di immagine.

Vorrei che alle forme si sostituissero di più i contenuti, e che l’apparenza ceda il passo al senso autentico che sempre c’è dietro, bello o brutto che sia.

Vorrei un mondo più uguale, con meno sperequazioni inique che fanno soffrire sempre di più la povera gente, che ha sempre lavorato e che si è sempre spaccata la schiena solo per un sorriso: vorrei più giustizia sociale, dato che ormai è passata di moda.

Vorrei meno televisione e più libri: una biblioteca nella mia città piena di libri.

Vorrei più piazze piene e meno gente che riempie i supermercati.

Vorrei che a tutti i ragazzi fosse data la possibilità di studiare, come è stata data a me, perché lo studio è ricchezza, lo studio è saper leggere il mondo ma è, soprattutto, emancipazione da sé.

Vorrei che fossero valorizzate le nostre distinzioni, le nostre differenze di qualsiasi tipo, di razza, di genere, differenze nei gusti sessuali, perché sono solo le differenze che creano le scenografie migliori: il piattume del gruppo dove tutti sono fotocopie degli altri mi annoia.

Vorrei che si pensasse di più agli altri e meno a se stessi egoisticamente, anche se questa cosa pare una cosa trita e ritrita e, ciononostante, non si riesce mai a fare per davvero.

Vorrei dei veri amici, e non quelli che ti girano le spalle alla prima difficoltà, o quelli ancora che ti sfruttano perché vogliono solo qualcosa per sé (tristezza).

Vorrei una ragazza che vuole viversi una relazione, seriamente e spensieratamente, e non che debba avere sistematicamente paura del dolore che potrà manifestarsi dopo, cioè quando la relazione volgerà al termine: la vita è piena di alti e bassi e va preso tutto il pacchetto se si vuole vivere veramente, altrimenti cedi il biglietto ad un altro e rinuncia al tuo viaggio.

Vorrei che ci fosse più coscienza comune, in un popolo disorientato e ormai allo sbando.

Vorrei che si facesse più politica seria, perché la politica non è un male in sé: parla del nostro futuro. Sono quei poveri che al palazzo credono di avere le risposte per noi che l’hanno svuotata di senso.

Vorrei un mondo più globale, ma più globale in senso umano.

Vorrei che ci fosse più Stato e meno mercato. Lo Stato è la garanzia per i nostri diritti. Il mercato, invece, se non ben regolamentato, è solo la giungla degli egoismi e dell’usa e getta per antonomasia.

Vorrei godermi un tramonto senza preoccuparmi di respirare delle polveri sottili e nocive, derivanti da un inquinamento selvaggio che ha ormai portato al collasso la nostra terra, che è malata e si ribellerà, fra non molto.

Vorrei più amore e meno menefreghismo.

Vorrei più considerazione per gli altri e meno quel via vai di gente che non si considera nemmeno.

Vorrei che tutti i soldi spesi per gli addestramenti militari, per le armi, e per la realizzazione di guerre fossero impiegati per rivitalizzare i paesi che non hanno davvero nulla (tante cose si potrebbero risolvere tramite quegli “investimenti”, che chiamarli in questo modo mi viene il vomito); perché queste pratiche, oltre a disumanizzare e togliere un cervello a chi di mestiere fa il soldato, non portano davvero a nulla, se non alla distruzione e alla morte. Questi addestramenti disumanizzanti non servirebbero neppure a fronteggiare un’improbabile invasione da parte di simpatici extraterrestri venuti da molto lontano: tanto ci farebbero il culo lo stesso.

Vorrei più luoghi e meno non-luoghi.

Vorrei stringere la mano a più persone che posso, perché so che, anche se a prima impatto possono non piacermi, avranno sempre qualcosa di diverso da dirmi.

Vorrei un mondo in cui i giovani contano, perché se ci viene data una possibilità, noi la sapremo di certo sfruttare, e vi renderete conto, voi, poveri padri increduli e sfiduciati e miscredenti – e che vi siete pappati davvero tutto – che noi, seppur con le nostre debolezze, siamo gli esseri al momento più innovativi sulla faccia di questo pianeta. E spacchiamo.

Vorrei, vorrei… Lo sapevo che se ti avessi scritto sarebbe andata a finire così: era da tanto che volevo scriverti tutte queste cose. Ecco perché.

Un saluto affettuoso, e un felice natale anche a te.

Anonimo

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

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Il mondo spera, il mondo spara, il mondo spira.” (#Soliloquio)

Benché l’uomo abbia sempre avuto una smisurata capacità inventiva, la sua migliore invenzione è la non-invenzione, l’abilità cioè di trasmettere intatti e immutati da una generazione all’altra i modi fondamentali di fare le cose che egli ha appreso dalla generazione precedente. Il modo di concepire e allevare i bambini, di costruire le case, di pescare i pesci e di uccidere i nemici è identico per la maggior parte dei membri di una società: e questi modelli restano immutati per periodi di tempo relativamente lunghi…

Ora, lo so che ti sembra una cosa lontana, tanto lontana da sembrarti assolutamente normale; e so anche che il meccanismo della conoscenza pre-confenzionata ci salva dal caos e consente il quieto e normale svolgimento della vita quotidiana di tutti i giorni, del riconoscimento quasi immediato dello sviluppo dei rapporti tra di noi. Ma devi anche sapere che esistono le eccezioni, le variazioni, impregnate di inconsuete esplorazioni. La variazione è una presa d’atto, uno schiaffo che ti sveglia dal torpore quotidiano. Quasi come una farfalla, che col suo andamento leggero e spezzettato, ti svela imprevedibilmente nuovi cammini.

Quindi è inutile che ci stai a pensare: siamo nel bel mezzo di una formattazione sociale indefinita; un processo vitale costante e ripetuto che spazza via velocemente tutto ciò che forma. Quella forma per così dire, la stessa che ci consente di vedere il flusso zampillante della vita, muore in un istante, si sgretola dinnanzi alla vita ciecamente irrompente che relativizza ogni sua formazione, che le scetticizza tutte. E dunque lo sviluppo dello spirito è un eterno fallire la verità: “ciò che solo esiste e permane è la non permanenza, l’assoluta verità è che tutto è errore, l’assoluta permanenza è che tutto passa, l’assoluto è che tutto è relativo, l’assoluto è il relativo – chiamare ciò assoluto non è che un giuoco di parole” (Georg Simmel).

E allora, dato che è tutto lì, nella vita che zampillante rifiuta il concetto stesso di forma, immergiti in quella escrescenza, e raccogli le risposte che senti più vicine al tuo modo di essere. Lo so che il cambiamento è come un frastuono, e che le routine le abbiamo inventate fisiologicamente per distoglierci dal pensiero di pensare. Ma noi siamo fatti anche per questo. Ci siamo evoluti e siamo cresciuti grazie a questo. Riusciamo a comunicare oltre l’istinto tramite questo, attraverso il pensiero. E non c’è nulla di più autentico di un’intesa racchiusa in un batter ciglio, perché se è vero che è anche un riflesso fisiologico, può anche diventare altro – per mezzo della passione, della vicinanza, della complicità minuziosamente costruita – può diventare un rapporto sui generis, un codice tutto nostro che possiamo decifrare in segreto, solo io e te…

Quello che alla fine vorrei (semplicemente) dirti è che la semplicità delle selezioni che compiamo continuamente senza neppure accorgercene alla lunga si ingessano, e diventano forme fisse e convinte di sé, e in questo mondo governato da accelerazioni ripetute e repentine, tutto questo, tutto questo arresto nel mutamento del pensiero, non puoi assolutamente permettertelo.

Ed ecco che balza alla mente il rispetto per l’altro. Questo rispetto è senza dubbio una forma sofisticata d’amore, un amore per se stessi tutto particolare. Non è un processo facile. Come tutti i processi d’apprendimento merita costanza, dedizione, scocciature il più delle volte, ma il risultato su se stessi – assieme alla sorprendente dinamica compositiva di linguaggi e saperi che lo imbandiscono – è meravigliosamente appagante. Non basta sbirciare dalla finestra, scostare un attimino la tenda-merlettata-anti-mondo e vociferare “Sì, io ho rispetto!”…No, non funziona così. Bisogna aprire quella finestra, anche quando fa freddo, e bisogna far cambiare aria alla tua stanza, tutti i giorni. Poi, dopo aver saggiato il tempo, scenderai in strada, e percorrerai quel paesaggio visualizzato solo a distanza, immettendoti in quel territorio che non corrisponderà mai alla “mappa”, perché il nome dato ad una cosa non è quasi mai la cosa in sé. E allora bisogna saper veicolare su se stessi la “sensibilità per l’inaspettato”, che non è assolutamente una forma di tolleranza, perché quest’ultima presuppone sempre una sorta di latente prevaricazione sull’altro, come una specie di sentirsi-sempre-di-più. Si tratta, al contrario, di esplorare “fatti nuovi”, cercare “nuove connessioni tra i fatti”, che possono rendere sconosciuti perfino contesti familiari o, diversamente, rendere familiari contesti che a priori consideriamo lontani ed esotici. Si tratta di duro e puro allenamento, mentale e pratico, e sicuramente non concerne solamente il labiale…

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“Il pittore non deve dipingere quello che vede, ma quello che si vedrà.” Paul Valéry

Certo, ogni agire sociale è prima di tutto individualistico, personale e bisognoso delle necessità immediate. Ma queste ultime prendono forma e vivono solo in un senso sociale, che è organizzato e tacito, e permette la sorprendente coordinazione di diversità ed eterogeneità individuali mozzafiato; un bacino inesauribile di risorse preziose… Ecco: è esattamente il tipo di coordinazione sociale vigente che si è andata ad inceppare, che non funziona più, e che vivendo di una formattazione indefinita quanto sfuggente, non rende ai popoli un tipo di giustizia che si avvicina ad una che può essere definita umana. Troppo della ricchezza e delle ultime risorse rimaste viene accumulato in poche mani, sadiche e spietate. E troppo poco, viceversa, rimane sulle braccia di chi, stanco per aver lavorato onestamente una vita, si ritrova a dover combattere ancora, e ancora, solo per strappare un semplice sorriso di benessere alle persone care. Non va bene così. Le opportunità devono essere equamente distribuite. Le possibilità di redenzione personale devono trovare un comune accordo in una collettività che esalta le qualità del singolo, perché uniche e preziose per le assetate e bisognose comunità.

Chi detiene e pratica e preserva quelle qualità deve poterle spenderle localmente, affinché ci sia una ripercussione sana e positiva in senso globale. Pensare globalmente e agire localmente è una strada positiva, ma solo se i contesti in cui la si intraprende riconoscano le risorse dei soggetti, mettendole a sistema, valorizzandole e permettendone uno sviluppo cosciente. Evitando quindi una loro mortificazione, che arriva subito in senso “assistenziale” qualora quelle stesse risorse risultano impoverite e in deficit. Il puro assistenzialismo non serve a nulla, non costruisce proprio nulla: sperpera solamente quei pochi e ultimi aiuti rimasti. Quest’ultimi, al contrario, dovranno essere spesi per uno sviluppo personale e cosciente delle risorse personali, e ciò significa riattivare le risorse latenti dei soggetti, ed espanderle, e immetterle nel circuito di queste nostre comunità così tremendamente sfilacciate di legami sociali.

Non esistono solo le risorse economiche: bisogna estirpare dalla testa questo cancro onnipresente. Non è che solo da questo tipo di risorse si ricavano tutte le altre importanti alla vita. Non è che aumentando a dismisura questo tipo di beni materiali si ottiene poi automaticamente un benessere diffuso, condiviso. È una visione straordinariamente sbagliata questa. Le risorse umane, quelle spirituali per semplificare, creano col tempo anche le prime, ma ci vuole pazienza, lungimiranza, senso di devozione: occorre la canalizzazione di pratiche sane e decenti alla vita buona. Solo così, con il lavoro sociale – nel sociale – per il sociale si può avere la ghiotta probabilità di moltiplicare la ricchezza, una ricchezza fatta di testa e braccia che è però prima di tutto umana.

20140731_200217E dunque, un mondo in continuo divenire, un flusso velocissimo che spazza via ogni traccia appena improntata, e quello che salta fuori evidente da tutto questo tafferuglio informe è il livello di complessità raggiunta, percepita… Tale livello si è talmente intensificato anche nelle piccole cose che ormai la semplicità non sappiamo più nemmeno com’è fatta. Che cos’è la semplicità? Riusciamo oggi a darle un volto? Potrebbe essere uno sguardo d’intesa ricambiato, o una risata spontanea e genuina, oppure un sussurro all’orecchio solo per te, o ancora quel fresco vento che ti accarezza delicatamente, quando sei intento a contemplare gli attimi arancioni del giorno che si nasconde… “O quella grazia bruciante che tutto usurpa e giustifica e che, diversamente dall’anima umana (spesso accessibile a possesso), non è in alcun modo acquistabile, proprio come non possiamo annoverare tra i nostri beni i colori di nubi sfilacciate al tramonto sopra le case nere, o l’effluvio di un fiore che continuiamo a inalare con narici tese, fino allo stordimento, senza poterlo completamente estrarre dalla corolla…” (Vladimir Nabokov)

Quando all’improvviso spunta per qualche miracolo, quella semplicità ci ricorda che ci è mancata un sacco, e che ne vorremmo ancora: si può ancora oggi, con la vittoria e la supremazia dell’oggetto sul soggetto, riprodurla e farla durare? Si potrebbe emulare la complessità delle piccole cose e convertirla, di converso, in meccanismi altamente sofisticati di semplicità?
È piuttosto difficile a mio parere, ma se ci riuscissimo sarebbe una gran cosa: saremmo tutti più pieni e meno vuoti; penseremmo di più e, di conseguenza, ci sporcheremmo di più le mani senza delegare più nulla a nessuno o a nessun oggetto; avremmo più memoria e ricorderemmo molte più cose, aspetto fondamentale della vita che sta pian piano scomparendo; saremmo tante cose in più, sicuramente, per noi stessi e per gli altri, ma soprattutto, saremmo più liberi, liberi e autentici, per apprezzare la colma gratuità del mondo che curiosamente abbiamo a portata di mano, e che ci circonda ancora senza stancarsi mai…

Arrivati a questo punto però potrai benissimo dirmi che non è così, e che le cose non stanno in questo modo. Puoi anche insistere sul fatto che tutto questo, come lo vedo e sento io, non corrisponde davvero alla realtà… Ma proprio qui sta il punto: quella che tu ritieni falsa realtà è la mia percezione, e i filtri con cui tendo a vederla, a sentirla, potrebbero essere sfasati distorti o poco affidabili quanto vuoi, ma sono proprio quest’ultimi che mi permettono di sentire e di provare determinate cose in questo modo; sono proprio queste lenti, questa specie di sensori, che mi rendono me, nel modo particolare in cui esisto e sono al mondo…Perché la realtà per me, così come lo sarà probabilmente anche per te – ma immagino in maniera del tutto diversa, è e sarà sempre proprio questo: una collezione di istanti, catalogati in certo modo e sentiti e avvertiti in una particolare e distinta maniera. Ed è proprio la distinzione di alcuni istanti rispetto ad altri, la mia caratteristica messa a fuoco, e quindi l’importanza che attribuisco ad alcuni piuttosto che ad altri che segnano, e segneranno sempre, il discrimine tra me e te… Si tratta di quello che impatta su di me, di quello che mi colpisce e mi costruisce al contempo. E di tutto questo, di tutti gli effetti che in me produce, tu puoi farci ben poco se non nulla, perché alla fine è semplicemente ciò che sento io, e tu, col tuo essere e sentire diverso, difficilmente potrai cambiarlo… Dunque, quello che possiamo incominciare a fare è imparare a venirci più incontro, a comunicare meglio e a rispettarci di più, verbalmente o anche in silenzio se a volte vorrai, e vedrai che una seppur minima definizione a tutta questa informe-formattazione-in-corso possiamo cominciare a darla, lentamente, e a stenderla consapevolmente assieme, io e te.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

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Non sembra di essere su di un’ isola

anche se la popolazione autoctona si sente isolana

La loro parlata è impregnata di un localismo stretto orgoglioso e identitario

ma la globalizzazione certo tocca anche qui

Per le strade formicolanti è anarchia

ma i loro flussi seguono comunque dei ritmi consapevoli

Quasi ogni cosa viene dichiarata collusa

collusa con uno stato altro

ma questa condizione viene vissuta come normale quasi scontata

è un fatto di mille fatti ancora

uno stato ufficiale e inerme

un altro ufficioso e operante

Prelibatezze culinarie

genuine corpose e sterminate

c’è l’imbarazzo della scelta

il sole ciba il fertile terreno

che a sua volta alimenta i suoi frutti gustosi

La montagna vulcano imponente e svettante

un cuore impaziente

sfoga ricchezza incandescente

ma potrebbe anche eruttare paure deliranti

giacenze di derrate alimentari d’urgenza

container enormi e soleggiati

la prudenza non è mai troppa

La costa di levante è frastagliata

nasconde solo meraviglie

le piccole insenature riescono ad abbracciare il nulla e l’infinito assieme

Le luci la notte conservano il calore del giorno

le loro intermittenze a distanza pulsano di una vitalità quasi festosa

Santi e Marie preceduti da una W

questi loro nomi a neon custodiscono luoghi sacri

cattedrali e baldacchini esterni di preghiera col megafono

per ogni dove

E poi il respiro

quel respiro mozzato da quella striscia di terra venuta a mancare

salvezza forse condanna

unità isolazionismo

raccoglimento nella distanza

popolo caloroso e ospitale

anime ribelli

da sempre conquistati ma conquistatori di cuori musica e poesia

una fra le patrie della più audace letteratura

La diversità è ricchezza

il meticciato va preservato

la similitudite può creare mostri

E poi l’isola delle correnti

il punto più estremo a sud

un sud di crocevia d’acque differenti

che si mescolano

e lambiscono una nazione tutta che alla fine

sempre e comunque dalla fine

non può che partire da qui

 

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Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

Emiliano Ponzi

Emiliano Ponzi

In tutti i luoghi e in nessun luogo allo stesso tempo, dicembre 2013

Cara amica, caro amico,

mi occorrono più parole e più parole ancora per descrivertelo, non so come dirti.

Sto cercando di spiegare cosa mi sta passando per la mente in questo preciso momento e tu non lo saprai mai di preciso che cosa in questo momento ci sta passando, se non cerco di rendertelo leggibile, raffigurabile, io, a parole mie, con tutto quanto ciò che sempre in questo preciso momento dovrebbe essere in mio precario quanto tangibile possesso, almeno stando a quello che gli esperti dicono.

Sembra un’assurdità, ma è un esercizio di funzionamento esplicativo tremendamente difficile se ci pensi, al cospetto delle tue orecchie che ascoltano e dei tuoi occhi che osservano, quegli occhi che impercettibilmente cercano anche di cogliere le movenze di quelle sonorità che provengono da quelle mie parole a fatica concatenate e che, guarda caso, si fanno addirittura gesto per venirti in contro, pensa un po’: siamo delle roccaforti di pensiero indipendenti e cerchiamo continuamente di gettare ponti in qua e in là per cercare di farci capire, tutt’al più; ma, in realtà, quando ci capacitiamo per rendere possibile tutto ciò arriva solo una coda di bagliore di quello che la nostra mente ha così ingegnosamente architettato per rendersi fruibile. E questo non vuol dir certo che io ci riesca per davvero a fare tutto quanto questo, sappilo.

Devi cercare di immaginare ponti che si costruiscono per attingere e dunque per accumulare, ma anche ponti per comunicare la risorsa esterna agli altri, ponti che si presuppone, alla cieca, siano possibilmente solidi e stabili, ma anche suscettibili di quelle vibrazioni afferenti il consenso e il dissenso per rimanerci in piedi, sai, non si sa mai, in base ai casi. Non si tratta più di gestire il lineare delle informazioni e renderle altrettanto lineari in uscita, a quel nostro interlocutore diretto o a quella schiera di potenziali interlocutori che sono lì e attendono con occhioni sornioni le risposte alle nostre bizzarre e animalesche movenze. Si tratta, più che altro, di rendere spendibile il concreto funzionamento della nostra mente che pesca alla rinfusa e crea altre connessioni che derivano da altre afferrate in precedenza: parliamo, per farla breve, di connessioni di connessioni che si connettono con un altro tipo di connessioni attivate precedentemente da molto più lontano e sì, lo so, anche tu c’hai ragione, è piuttosto un gran casino riuscirci a cavarci qualcosa, in base ai casi.

E cerca di capirmi però quando te lo dico: un resoconto dettagliato di tutto ciò sarebbe pressappoco impossibile attuarlo, anche se ci metto tutta la premura di questo mondo, e lo sai che, in fondo, e questo spero che riuscirai a farlo tuo, lo sai nel tuo intimo che ti voglio bene.

E dunque collegamenti che si trasformano in verbo, rimandi di parole che disegnano altrettanti mondi paralleli: devo raffigurarti e dipingere, per mezzo di pennelli inzuppati di cerebrale, il caleidoscopio che c’ho in testa per fartelo capire, e devo rendertelo più intellegibile che posso affinché vi sia una presunto incontro conoscitivo tra noi due, qui ed ora, che così a raccoglimento ci studiamo amorevolmente in volto, seduti a dialogo, sorseggiando un tè caldo i cui fumi lenti e ascensionali aleggiano dietro una finestra riparata dal frastuono raggelante di un inverno prorompente.

E devo cercare di fare tutto ciò attraverso quella minuta cassetta degli attrezzi che conosco solo io e che a te è completamente fuori portata, credimi, non so come spiegartelo, perché semplicemente si tratta di attrezzi che so usare solo io, e no so credimi il perché; forse perché vengono forgiati da una formazione esperenziale tutta mia e sola mia, insomma: questo è quello che chiamano la portata individuale, nulla di più. Quello che chiamano “il background personale” cerca di svelarsi e di emergere e di fecondare in pensieri prima e in parole poi, in un miscuglio singolare e sui generis che avrà un suo risvolto reale o immaginifico, o tutte e due assieme se è necessario, sempre in base ai casi.

La mia mente perciò, come la tua di certo (ma posso solo immaginare in quale altra inconsueta combinazione), funziona un po’ come un motore di ricerca, e attraverso immagini e la ricerca di parole e di significati ad esse sottesi è una spugna di ipertesto che rilascia liquidi conoscitivi, e tu mi capirai quando cerco di farti arrivare il mio filtrato afflusso di pensiero, perché è di amorevoli filtri costruiti con la dovuta cura che stiamo parlando.

Devo ogni volta trovare quei filtri congeniali che mi consentono di governare l’ingovernabile, di ordinare la complessità assordante che si fa caos, e si catapulta senza mezzi termini contro di me, e per me, affinché io possa spiegarmi con te. E poi quei filtri che ho fatto miei a fatica devo renderteli più filtrati di prima, e si tratta di un tipo d’amore per l’altro che non tutti proprio riescono a possedere.

L’ascolto attivo è il riuscire a mettersi nei panni dell’altro. L’empatia non è altro che cercare di comprendere quella fatica che contraddistingue il tuo interlocutore, e dirgli poi semplicemente: “Sì ok ti seguo. Ma aiutami anche tu a seguirti perché più in là potrei non poterlo più fare”.

Il mettere nelle condizioni l’altro di emergere e di farsi suo e potersi donare in quei termini così peculiari è tutt’altro che farsi una passeggiata disinteressata: questa è la vera ricchezza del discorso conoscitivo e reciproco. E non importa dove sei, ma importa con chi ti trovi, e se quel tè è ancora caldo e fumante, intervalla tutti quei pensieri e cerca di prenderti una pausa una volta ogni tanto, perché ci vuole molto tempo per collegarti alle connessioni di chi ti sta parlando.

Prenditi quel tempo e attendi, e vedrai che, assieme, i vostri scambi di parole usciranno dal loro recinto e andranno ad immettersi in quei movimenti umani che vedi in questo momento proiettati da quella finestra: perché, se trattati bene e con la massima cura, andranno a suggellare lo sposalizio discorsivo che fa muovere tutta quella gente incappucciata per strada, tutta racchiusa in protezione dal freddo: tutta quella gente che, come te, non vede l’ora di padroneggiare i propri ipertesti mentali al caldo, in compagnia, solo con l’intento finale di dare un seppur lontano minimo contributo alle movenze di tutto quanto il mondo che verrà, assieme.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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