Archivio per gennaio, 2014

Piede Pallido

Piede Pallido

Il nostro Paese si è dotato, grazie al meritorio lavoro del gruppo di ricercatori Cnel-ISTAT, di indicatori capaci di catturare il benessere della nazione in modo più accurato di quanto faccia il prodotto interno lordo (PIL). Maria Teresa Salvemini ne ha dettagliatamente dato conto nel suo articolo, auspicando che tali indicatori servano ad orientare la rotta delle future decisioni di politica economica e sociale in direzione di una maggiore equità e sostenibilità, senza le quali uno sviluppo durevole e inclusivo resterà una chimera.

Assume un ruolo decisivo, in questa prospettiva, il tema delle disuguaglianze economiche e sociali, colpevolmente rimosso dal dibattito pubblico italiano di questi anni, tutto ripiegato nella ricerca di modi per accrescere il PIL di qualche decimale.

La fotografia della situazione attuale scattata dai rapporti Cnel-ISTAT (2013) e OCSE (2008, 2011) ci restituisce un quadro a tinte fosche: l’Italia è uno dei Paesi europei dove si misura la più alta concentrazione del reddito disponibile e della ricchezza, e simmetricamente il maggior numero di individui a rischio povertà ed emarginazione sociale. Questa vera e propria “piramide” sociale ha preso forma tra gli inizi degli anni Novanta e la metà degli anni Duemila, a seguito di politiche restrittive sul welfare, congelamento dei salari, privatizzazioni delle aziende pubbliche senza liberalizzazioni dei mercati, deregulation del mercato del lavoro ed “effetti ricchezza” generati da bolle immobiliari e finanziarie (Cfr. Tridico, 2013).

Dinamica Indice di Gini per il reddito disponibile.
Fonte: Elaborazioni su dati Ocse.

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Persone a rischio povertà ed esclusione sociale (in %).
Fonte: Eurostat

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Tra i molteplici aspetti negativi dell’assetto distributivo che caratterizza il contesto italiano c’è la bassissima mobilità sociale intergenerazionale: i redditi e le posizioni lavorative degli individui dipendono sempre più dalla situazione economica dei genitori e dal luogo di nascita, piuttosto che dalle skills personali (Franzini, 2013). Il rischio che corriamo mantenendo lo status quo è disincentivare la formazione di capitale umano e promuovere un sistema perverso che premia la rendita e penalizza l’innovazione.

Le trasmissione delle diseguaglianze – correlazione tra il reddito dei padri e quello dei figli. 
Fonte: Ocse

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Per scongiurare questa eventualità, è tempo di mettere in campo politiche incisive e strutturali in grado di mitigare le diseguaglianze inaccettabili dal punto di vista economico, sociale e morale.

Sul mercato del lavoro vanno estese le reti di protezione sociale alle figure contrattuali più deboli e vanno potenziate le politiche di formazione e riqualificazione professionale, oggi gravemente sotto finanziate e inefficaci. Per accrescere la buona occupazione e la qualità delle produzioni, inoltre, va implementata una politica industriale e dell’innovazione che finanzi settori produttivi specifici, evitando inutili sussidi a pioggia. Sui mercati dei beni e dei servizi ancora monopolistici, si dovrebbero adottare politiche della concorrenza per incrementare le possibilità occupazionali degli outsiders.

Va affrontato con coraggio il delicato capitolo delle spese e delle entrate pubbliche. Il settore pubblico italiano intermedia quasi la metà del prodotto sociale, ma incide molto poco sulla dimensione delle disuguaglianze. A questo proposito, una spending review che abbia come bussola l’equità sociale dovrebbe puntare a migliorare la qualità di servizi cruciali quali l’istruzione, la sanità, il trasporto pubblico, l’edilizia sociale, l’assistenza alle famiglie e agli anziani. Il settore pubblico italiano intermedia quasi la metà del prodotto sociale, ma incide molto poco sulla dimensione delle disuguaglianze.

Sul fronte fiscale, infine, andrebbero recuperate le idee di un grande liberale come Luigi Einaudi (1949), che, per raggiungere una qualche forma di “eguaglianza dei punti di partenza, o delle opportunità” tra gli individui – problema fondamentale, oggi, in Italia – raccomandava l’adozione di una forte imposta di successione, accompagnata da un’imposizione meno punitiva per chi produce ed innova.

In ultima analisi, tutti gli interventi dovrebbero essere animati dalla volontà comune di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, come riportato dall’articolo 3 della nostra Costituzione.

Federico Stoppa

Fonte: questeistituzioni

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Maria-Laura Pătru

Maria-Laura Pătru

Il senso di questo fondamentale pamphlet di Innocenzo Cipolletta è racchiuso nelle seguenti frasi: “Vivere in un Paese che fornisce buoni servizi è meglio che vivere in un paese dove si pagano poche tasse. Per questo è necessario ribaltare l’opinione diffusa che paghiamo troppe tasse e sprechiamo troppi soldi in spesa pubblica inutile” (p.98).

Affermazioni del genere possono sembrare intollerabili provocazioni, in un Paese dove la pressione fiscale complessiva sfiora il 44% del prodotto interno lordo e si mangia il 65,8% dei profitti delle imprese, mentre le risorse pubbliche foraggiano cricche e mafie. Possono apparire macabre elucubrazioni per chi vive nell’Italia delle cinquantamila  imprese fallite dall’inizio della crisi e degli imprenditori che si suicidano perché non vengono pagati dalla Pubblica Amministrazione.

Tuttavia, se solo si ha la pazienza di leggere queste 100 pagine fino in fondo, si cambierà opinione. Cipolletta, economista ed ex direttore generale di Confindustria, non nega affatto la gravità della situazione attuale. Non ha nessuna intenzione di giustificare le malversazioni della politica. Riconosce che i dati medi sulla pressione fiscale non dicono molto, essendoci categorie molto tartassate e altre assai meno. Ritiene che i servizi pubblici vadano migliorati in efficienza e qualità. Quello che gli interessa, però, è sconfessare la bugia che, per pigrizia mentale o malafede, ci siamo voluti raccontare in questi anni: che allo Stato diamo, sotto forma di tasse e imposte, più di quanto riceviamo in servizi e trasferimenti. Non è così, per la maggior parte di noi.

Se esiste un disavanzo pubblico, cioè un saldo negativo tra entrate e spese; se la somma di questi disavanzi, nel tempo, ha alimentato uno stock di debito pari a 2000 miliardi di euro e una ricchezza privata di 8600 miliardi, è perché lo Stato ha dato (dà) molto senza chiedere in cambio altrettanto. Per accorgersene è sufficiente osservare la composizione del bilancio pubblico. I capitoli principali di spesa pubblica sono tre: sanità ed istruzione, pensioni e protezione sociale, interessi passivi. Sommati assieme valgono circa 580 miliardi, su un ammontare complessivo di 793 miliardi (Giarda, 2011).

Gli interessi passivi sul debito sono l’unico capitolo di spesa al quale l’Italia dedica una mole di risorse esageratamente superiore rispetto agli altri paesi europei (quasi 3 punti % di PIL in più, p.46). La loro crescita incontrollata, specie negli anni Ottanta, ha prodotto effetti perniciosi che scontiamo ancora oggi: l’esplosione del debito pubblico e, contestualmente, il formarsi di una ricchezza privata enorme e malamente distribuita (v. Calafati, 2007). Principali beneficiari degli interessi sui titoli pubblici sono stati per molto tempo le imprese e le famiglie italiane. Ora, invece, quasi la metà di questi flussi va a rimpinguare investitori esteri, contribuendo a peggiorare la nostra bilancia dei pagamenti e ad accrescere il timore reverenziale delle nostre classi dirigenti verso i mercati finanziari.

La sanità pubblica è, pur tenendo conto delle significative disparità territoriali, di buona qualità e pressoché gratuita. La scuola e l’università pubbliche, nonostante l’emorragia di risorse a cui sono sottoposte ( “l’Italia è l’unico paese nell’area OCSE che dal 1995 non ha aumentato la spesa per studente nella scuola primaria e secondaria”, p.63) restano di gran lunga migliori di quelle private. L’ammontare delle pensioni, fino al 1995, veniva calcolato non sulla base dei contributi effettivamente versati, ma sugli ultimi stipendi, allo scopo di garantire ai pensionati lo stesso tenore di vita di quando lavoravano. Era un sistema molto generoso. Come sappiamo, ora non è più così: le prestazioni pensionistiche sono proporzionali ai contributi versati.

Complessivamente, sottolinea Cipolletta, i trasferimenti monetari e servizi considerati vanno a beneficio della maggior parte di noi cittadini tutti. E, punto fondamentale, costano meno di altri paesi. L’Eurostat certifica che la spesa pubblica italiana, scomputati gli interessi, è inferiore dell’1,6% rispetto a quella media dell’Eurozona. Inoltre, spendiamo nella media per gli stipendi pubblici (10,6% del PIL, p.47) e, udite udite, abbiamo 57 dipendenti pubblici per 1000 abitanti, contro i 63 della media europea (Ocse, 2011).

Tom-Saunders

Tom Saunders

Viene così confutato, dati alla mano, l’assunto per cui la spesa pubblica sarebbe appannaggio di pochi privilegiati (specialmente, la Casta politica e gli impiegati pubblici), mentre il resto dei cittadini non ne ricaverebbe che briciole e sarebbe spremuto dalla Stato “ladro” . Entra qui in gioco il fondamentale tema del prelievo fiscale. Secondo Cipolletta, non è vero che paghiamo troppe tasse. È vero che il totale delle entrate pubbliche raggiunge quasi la metà del PIL, ma di questi 684 miliardi solo 472 sono tasse effettive. Il resto sono contributi sociali, cioè accantonamenti obbligatori che poi vengono resi sotto forma di pensioni. Corretta in questo modo, la pressione fiscale italiana scende al 30% del PIL; valore inferiore a quanto si osserva in Belgio, Paesi scandinavi e persino in Gran Bretagna, e prossimo alla media europea.

Il carico fiscale non è elevato in sé, ma squilibrato: troppo alto sui redditi da lavoro, da pensione e sulle imprese, basso sulle rendite finanziarie, sui patrimoni e i consumi. Il risultato è che paga soprattutto chi ha la ritenuta alla fonte e non può evadere. Ragioni di equità richiederebbero, come spiegano bene gli economisti Piketty e Sanz (Per una rivoluzione fiscale, Editrice la Scuola, 2011), di spostare la tassazione dalle persone alle cose: ridurre Irpef e imposta sui profitti societari e aumentare quelle su patrimoni, rendite e consumi voluttuari e inquinanti. I redditi sono facili da occultare, mentre è più difficile nascondere una casa o un consumo. Alla luce di queste considerazioni, appare assolutamente sbagliata la scelta, dettata dalla destra berlusconiana e assecondata dalla sinistra, di eliminare la tassa municipale sugli immobili prima casa. Una decisione che tra l’altro ha sepolto per sempre il tanto agognato federalismo fiscale, con il quale si sarebbero dovuti responsabilizzare gli enti locali. La verità è che ad essi è stato concesso un ampio potere di spesa, ma non di imposizione, col paradosso di incentivarli a chiedere sempre più soldi allo Stato mentre non hanno alcun interesse a controllare le proprie uscite.

Il ragionamento di Cipolletta porta ad un’importante conclusione: le tasse che paghiamo, in rapporto ai servizi che ci vengono resi, non sono elevate. Quindi, perché si continua a tuonare contro una presunta “oppressione” fiscale? Tutti (politici, imprenditori, sindacalisti, cittadini) sono concordi nel voler abbattere la spesa pubblica per diminuire il carico fiscale. Dicono che va tagliata quella improduttiva : essenzialmente, i costi della politica (riduzione del numero dei parlamentari e degli stipendi, abolizione delle Province), i maxi stipendi dei dirigenti pubblici, le pensioni d’oro. Sacrosanto. Ma queste voci incidono assai poco sull’ammontare complessivo delle spesa pubblica. Se si vogliono generare risparmi consistenti per poter diminuire la pressione fiscale di molti punti percentuali bisognerà per forza intaccare la polpa della spesa: quel 71% dedicato a istruzione, sanità, protezione sociale. Cosa produrrebbe una simile decisione sulla nostra joie de vivre? Di sicuro, un peggioramento. Non conta tanto avere in tasca tot euro in più, se poi devi pagarti la scuola, la sanità, le maggiori tariffe dei trasporti. E per i più svantaggiati la disponibilità di servizi gratuiti fa la differenza. Chi vuole meno tasse e meno spesa, in definitiva, tifa per una società più diseguale (anche se non lo ammetterà mai).

La bandiera che dovremmo impugnare, se fossimo cittadini consapevoli, non è quella del “meno tasse” ma quella dei “migliori servizi”. Difendere la spesa pubblica e migliorare la sua funzione redistributiva – ancora troppo debole, nel nostro Paese – pretendendo che al suo essenziale e non particolarmente gravoso finanziamento contribuiscano tutti, in modo progressivo, senza ridurre la pressione fiscale generale.

Questi appelli, mi rendo conto, resteranno solo grida nel deserto finché, in questo Paese, non ricostruiremo un discorso pubblico adeguato, come fummo capaci di fare nel dopoguerra. Come allora, viviamo in tempi calamitosi e davanti a noi non rimangono che due strade: sprofondare definitivamente nella barbarie, adeguandoci alla lotta di tutti contro tutti per accaparrarsi quel poco che rimane, o cominciare a intraprendere un percorso condiviso, certo difficile, di lotta alle insostenibili diseguaglianze che stanno compromettendo la nostra convivenza civile.

Federico Stoppa

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Lo scrittore postmoderno, non c’è che dire, dovrebbe essere un tipo di personaggio davvero incredibile – parlo, ovviamente, di scrittori con la S maiuscola, e non di quelli che vengono ritenuti tali solo perché riescono a far breccia grazie a quel tipo di marketing selvaggio che, per aderire alle macabre logiche di mercato, riempie, com’è ormai da tradizione, le librerie di tutto il mondo proponendo insulse pile di libri che ostacolano il passaggio davvero da boccata d’ossigeno (quando ci riesci) verso quelle traiettorie di scaffali veramente degni di uno sguardo incuriosito e a dir poco appagante.

Dunque i veri scrittori li riconosci solitamente in seconda battuta, te li devi andare a cercare per dirla in breve, e percepisci che sei davvero in buone mani solo quando c’è il momento fatidico dell’apertura della prima pagina e scopri che sei al cospetto di un qualcosa di spiazzante e di voglioso che ti tira con sé nel prosieguo di quelle parole che si susseguono burrascose. Infatti, calvinocome cercò di suggerirci sapientemente il nostro, per molti aspetti insuperabile, Italo Calvino, nel suo romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, il più delle volte un buon libro deve riuscire a farti spiccare il volo dell’immaginazione, della curiosità e della commistione tra simbolico e reale dal ritmo inconfondibile delle sue prime battute, dall’incipit insomma. Quel romanzo di Calvino, ricordo (e chi se lo scorda) è abbastanza bizzarro nella sua costruzione e “narra la storia di un Lettore che, nel tentativo di leggere un romanzo (intitolato appunto Se una notte d’inverno un viaggiatore), è per ragioni sempre differenti costretto a interrompere la lettura del libro che sta leggendo e intraprendere la lettura di un altro. L’opera diventa quindi una riflessione sulle molteplici possibilità offerte dalla letteratura e sulla possibilità di giungere a una conoscenza della realtà.” Il protagonista, dunque, si ritrova nel perdersi tra svariate opere che iniziano ma che finiscono per non concludersi mai, e questo testimonia l’importanza sacrale del primo atto della lettura che, nel complesso, dà un senso di significatività all’opera tutta.

Certo, al cospetto di un qualsiasi libro si ha sempre a che fare con le “leggi” smisurate e capricciose dei singoli gusti, dei gusti soggettivi e individuali di ognuno di noi, e magari anche gli scrittori davvero con i contro-coglioni necessitano, il più delle volte, su proposta sempre dei loro lungimiranti editori, di copertine degne di nota che parlino già da sé, e che riescano a penetrare nell’immaginario fatto di immagini del potenziale lettore. Ma io, a prescindere dalla bellezza di un’immagine o anche dal contatto epidermico con l’oggetto-libro (il ché è anche molto importante), mi sforzerei sempre, e ripeto sempre, di aprirlo quel libro capitato a caso, e di sfogliarlo, e di leggerlo nella sua prima così distinta pagina, perché è lì, nella maggior parte dei casi fortuiti, che si nasconde la vera chiave di volta della felicità abbandonata e lettrice.

Sì, perché in quest’era postmoderna, in cui il macrosistema di mercato ha praticamente colonizzato ogni enclave di vita possibile, è tutto pressoché predisposto o quasi per abbindolarci irrimediabilmente di immagini piuttosto superficiali, e che hanno la presunzione di svelare le miriadi di linguaggi che aleggiano sulle nostre vite. Ecco perché lo scrittore postmoderno serio è un tipo acuto e che ci vede abbastanza lungo, e che cerca, padroneggiando la giungla dei codici proteiformi, di dare un senso dignitoso alla realtà che vuole raccontarci. La sua, se riesce a cogliere tutto questo, è davvero un’opera enciclopedica, un’opera propriamente memorabile che vuole abbracciare tutto lo scibile, una scrittura che affascina e spiazza, proprio perché va a toccare le corde dei significanti che viviamo tutti i giorni (i più diversi e a volte irriconoscibili perché super-specializzati) e che non riusciamo ad afferrare nelle loro intenzionalità significative. Questi veri scrittori dunque, con le loro frasi a volte cerebrali, cercano di farci assaporare quei significati perduti che non vediamo più (se ancora ne è rimasto qualche barlume).

Siamo letteralmente bombardati dai significanti (i mezzi per raggiungere i contenuti), ma ci ritroviamo ad essere alquanto poveri e sterili riguardo ai significati (di senso o di contenuto) che vogliamo a denti stretti raggiungere, e che, un tempo, prima di quest’epoca, davano selettivamente manforte all’autentico stato di insignificanza della vita tutta. Le cosiddette meta-narrazioni sono morte ragazzi; anche la differenza tra destra e sinistra, per farvela riduttiva e più comprensibilmente afferrabile, non necessita più di battibecchi sterili, proprio perché non hanno più un obiettivo di contenuto propriamente sensato: sono dei cani strumentali che si mordono la coda e basta, e che alla lunga si rispecchiano in un pensiero circolare e davvero balbettante: ecco perché quando sentiamo i nostri politici parlare ci viene il rigetto del loop fastidioso: non dicono praticamente più nulla.

McLuhan 2Quando il visionario Marshall McLuhan ci proiettò con le sue teorizzazioni nel cosiddetto “villaggio globale”, e si rese riconoscibile ai più con la sua famosa affermazione “il medium è il messaggio”, voleva dire proprio questo: non che lui volesse esaltare in qualche modo la supremazia dei mezzi (significanti) sui messaggi (contenuti o significati), al contrario! Stava prendendo atto che le dinamiche societarie si stavano dispiegando verso una piega maledettamente bizzarra e voleva che noi, noi tutti, ce ne rendessimo conto. E allora quando vogliamo raggiungere dei significati che ci serviranno (mettiamoli comunque nel nostro zaino di viaggio, non si sa mai le cose cambino), cerchiamo di riconoscere lo scrittore propriamente postmoderno, colui che ha un senso acuto del messaggio che vuole proporci, colui che vuole comunicarci le significatività delle più dislocate enclavi della vita di tutti i giorni, e lo fa facendosi beffa del bazar postmoderno, sfruttandolo per così dire, dato che si tratta di un vero e proprio mercato a cielo aperto in cui disparati modi di comunicare e di relazionarsi si caricano di un luccichio oltremodo superficiale che abbaglia, che si erge come verità indiscussa, nascondendo il vero contenuto arricchente e salvifico della vita simbolico-reale: perché il simbolico e il reale si avviluppano incessantemente e sono loro, sempre insieme e mai separati, a costruire la nostra biografia di vita con gli altri.

infinite jestIl luccichio, l’euforia del momento, la patina di disinteresse informativo che copre ogni cosa non fa che peggiorare e impoverire irrimediabilmente tutte le cose; come quando “si può essere a certe feste e non esserci davvero. Si sente che certe feste hanno il loro implicito fine incastonato nella coreografia della festa stessa. Uno dei momenti più tristi in assoluto è quell’invisibile svolta alla fine di una festa – anche di una brutta festa – quel momento di tacito accordo quando tutti cominciano a raccogliere l’accendino e la partner, la giacca o il cappotto e l’ultima bottiglia di birra con la fascetta di plastica ancora attaccata, dicono alcune cose sbrigative alla padrona di casa in quel modo sbrigativo che non le fa sembrare insincere, e se ne vanno, in genere chiudendo la porta. Quando le voci si allontanano lungo il corridoio. Quando la padrona di casa dà le spalle alla porta chiusa e guarda il campo di battaglia e la bianca V in espansione del silenzio assoluto della fine della festa”.

(Infinite Jest, David Foster Wallace)

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

Il drappeggio multi-culturale di Bruxelles

Pubblicato: gennaio 8, 2014 da Francesco Paolo Cazzorla in Le Città Invisibili
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Bruxelles, Bruxelles… Che diavolo di città è Bruxelles?

Inizierò con un piccolissimo affresco generale, poi passerò alle cose un po’ più serie (vedi birra belga).

Rovistando tra i miei ricordi “spazializzati” direi, tanto per iniziare, che la prima cosa che salta subito all’occhio, quando approdi in questa “capitale delle capitali” e per un attimo ti distrai e alzi lo sguardo, è la raffigurazione del cielo, un cielo dipinto da strisce bianche e fumanti di aerei che sfrecciano in tutte le direzioni; ne risulta un drappeggio reticolare, una testimonianza evidente di ciò che rappresenta questa città da un punto di vista nevralgico: un crocevia ininterrotto di passaggi e di scambi culturali che si avvicendano e si animano scambievolmente. Di converso, la trasposizione in terra di ciò che accade in cielo trova il suo culmine in una città-multidimensionale, a tratti in preda a disparati localismi e a tratti influenzata globalmente; fortemente istituzionalizzata da un lato per poi proporre la sua contraddittoria diversità appena svoltato l’angolo.

Infatti, linguaggi e gesti multiformi si susseguono origliando e passeggiando per i boulevard e, una volta entrati nel metrò, si fa fatica a distinguere le particolari nazionalità delle persone che la popolano: alle lingue ufficiali della città – Il francese e il neerlandese – pare che si assecondino altre mille lingue, in cui l’eventuale “comunione dei beni” o il necessario punto di contatto sfocia, solitamente, in un inglese “salvifico”.

Le comunità ufficiali dello Stato Belga – ovvero quella Vallone e quella Fiamminga – vivono a Bruxelles a stretto contatto, condividendo spesso malvolentieri sia pezzetti di città sia le divergenze culturali di cui sono portatrici. Pare ovvio ormai constatare come, assieme ad esse, siano presenti numerose altre comunità: il mondo in miniatura può aver trovato una sua collocazione anche qui. Tra le altre, non indifferente, risulta essere la presenza italiana, radicata qui per ragioni storiche a tutti note.

Per questo, come per altri motivi, “la città assomiglia a un teatro, a una serie di palcoscenici in cui gli individui possono elaborare la loro magia personale assumendo molteplici ruoli; un vero e proprio alveare, con reti di interazione sociale così diverse e orientate verso obiettivi così diversi che la sua enciclopedia diventa un folle album pieno di ritagli colorati che non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro”.

Dunque mondi diversi separati in casa da linee invisibili che puoi attraversare e trasformare a tuo piacimento: “bene o male, la città vi invita a rifarla, a consolidarla in una forma in cui voi possiate vivere. Anche voi. Decidete chi siete, e la città assumerà nuovamente una forma fissa intorno a voi. Decidete che cos’è, e la vostra stessa identità sarà rilevata, come una mappa definita da una triangolazione. Noi le modelliamo a nostra immagine; esse, a loro volta, ci foggiano con la resistenza che offrono quando cerchiamo di imporre loro la nostra forma personale. In questo senso, mi sembra che vivere in una città sia un’arte, e abbiamo bisogno del vocabolario dell’arte, dello stile, per descrivere la particolare relazione che esiste fra l’uomo e la materia nell’incessante gioco creativo della vita urbana.” (Raban, J., Soft city, Londra 1974).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Sangu meu

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Flickr - bikash01

Flickr – bikash01

Viviamo nell’epoca della dimenticanza, di un oblio crescente e perpetuo. Mi sa che ci siamo talmente dentro che ormai le nostre braccia sollevate in alto non riescono più a gesticolare per imitare un seppur lontano SOS (“Save our souls” – oppure “Siamo Ostinatamente Spacciati”). Questo non vuol dire che dimentichiamo sempre più spesso cosa abbiamo mangiato ier l’altro; questa dimenticanza, penso, sia orami per tutti quanti all’ordine del giorno. È piuttosto un’amnesia più profonda quella di cui sto parlando, un’amnesia che identificheremo come collettiva, ovvero la dimenticanza del nostro povero e abbandonato e ormai chi se lo ricorda più patrimonio culturale (cioè quello che andava sedimentato, quello che doveva “incidersi” per sempre nelle nostre menti).

Come è potuto accadere tutto ciò? Che cosa significa che la nostra memoria viene abbandonata a se stessa senza alcuna preoccupazione da parte nostra? Perché siamo diventati talmente noncuranti da condannare sistematicamente le nostre personali, abituali e/o cognitive memorie all’oblio? Beh, a dire il vero, un po’ di timore c’è stato, e precisamente a partire da quell’infernale periodo in cui l’intero mondo era diventato carne da macello, e stava letteralmente implodendo in quelle che sono state le catastrofi più disumane di tutti i tempi: i due tremendi conflitti mondiali. E allora come si è cercato di rimediare a tutto ciò? Cosa ha fatto l’uomo saputello e così colmo di rimorso? Ha utilizzato l’antidoto dell’ipermnesia, ovvero quell’attività maniacale che si identifica, precisamente, nel recuperare tutto il recuperabile affinché questo materiale mnemonico non venga dimenticato; un’attività parecchio febbrile, a dire il vero.

“Se rappresentata attraverso un diagramma cronologico, la produzione virtualmente infinita di libri e articoli sulla memoria culturale a cui si è assistito negli ultimi vent’anni assomiglia a una febbre sempre crescente, come quella di un malato le cui condizioni sono registrate su una cartella clinica.” Sì, proprio così: viviamo in una società malata di amnesia, in uno stato di malattia terminale dovuta alla mancanza di memoria per ogni cosa. Ecco perché il tema della memoria è oggi tanto sentito, guai a toccarglielo: sarebbe un oltraggio!

In passato, l’”arte della memoria” garantiva un ordine alle cose utilizzando la topografia, e cioè la rappresentazione grafica dei luoghi. Il luogo o l’insieme di luoghi, reali o immaginati, funzionano un po’ come una griglia, su cui poi vengono situate in un certo ordine le cose che si dovrebbero ricordare: così si ripercorre mentalmente la griglia dei luoghi attraversandoli uno dopo l’altro. Il presupposto dell’intero sistema è che l’ordine dei luoghi possa preservare l’ordine delle cose da ricordare. In risposta alle atrocità delle due guerre prima menzionate cominciarono ad elevarsi monumenti commemorativi, perché fondamentalmente “la minaccia dell’oblio genera la commemorazione” ma, reciprocamente (e paradossalmente), “la costruzione di monumenti commemorativi genera a sua volta oblio”.

E perché mai tutto ciò? Perché, evidentemente, i monumenti ai caduti, ad esempio, nascondono in realtà il modo in cui i soldati morivano; nascondono i cosiddetti “incidenti” di guerra e quindi operano una selezione forzata su ciò che dobbiamo ricordare e su quello che verrà praticamente omesso. Con l’”aiuto” dei monumenti, non ricordiamo mica il sangue, i pezzi di corpi che volavano in aria, i cadaveri maleodoranti che rimanevano per mesi senza sepoltura; ma immagazziniamo solamente una piccolissima parte di tutto quello che, con le cose obbrobriose, davvero non c’entrano nulla: abbiamo una flebile memoria “distorta”. E quindi “il bisogno consolatorio di rendere le azioni passate apparentemente necessarie costringe la gente a dare senso a cose che non avevano senso”.

Il problema della dimenticanza ai giorni nostri però, è legato anche al modo di concepire e di vivere l’esperienza individuale del tempo. Si può parlare, ad esempio, del tempo del processo lavorativo, che ci viene completamente oscurato. Sappiamo qualcosa, per caso, riguardo al processo di lavorazione che c’è dietro, ad esempio, alla costruzione di quel divano dove ci accomodiamo ogni sera per cercare un ristoro al termine della giornata? Io so solo che è comodo (in realtà no; è comodo perché la sera sono distrutto). E ancora. Si può parlare del tempo di sopravvivenza degli oggetti che ci circondano, che hanno (non dimentichiamolo!) una vita propria; e sprizzano anche di sentimenti da tutti i pori… Dicevo, gli oggetti ormai vivono di più del loro valore di scambio piuttosto che del loro valore d’uso (quanti “iPhone” hai cambiato nella tua vita? Ti senti in colpa perché hai solo il modello precedente? Su, non fare così! Non vedi che a Milano, ovunque ti giri, i palazzi più elevati vogliono donarti una specie di conforto dicendoti, in maniera plateale, che solo per te, per la tua “salvezza”, è uscita l’ultimissima versione superfiga che non ha ancora nessuno? Dai corri! Che cosa stai aspettando? Sei già fuori moda bello mio, e ricorda: la tua “dea modasparisce altrettanto rapidamente quanto rapidamente compare; ecco che arriva la famosa obsolescenza programmata, sì, proprio lei…).

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Quindi il valore d’uso degli oggetti se ne va a farsi friggere. Se il valore d’uso va a farsi benedire, noi dimentichiamo la nostra storia “romantica” con quell’oggetto. E ancora. La temporalità delle nuove carriere lavorative, tutte precarie e tutte con una data di scadenza che ritma la nostra “grande motivazione” al lavoro; e sì, perché si sa, noi giovani siamo troppo choosy. Questo fenomeno, della carriere lavorative precarie, non fa che concentrare il nostro lavoro sull’esperienza immediata, e non ci permette di dare una continuità storica a quello che facciamo. E quindi? Anche qui oblio, sfiducia culturale.

Poi c’è la celebre dimenticanza provocata dallo sviluppo scriteriato delle grandi città, delle scale di insediamento urbano, che non si sviluppano più attorno ad un unico centro focale (prima, infatti, c’erano le grandi cattedrali che davano un gran esempio di memorabilità), quel punto d’incontro e di sensibilità culturale che permetteva un orientamento spaziale per le strade della città. Ora ci si sono questi sviluppi urbani un po’ amorfi, che si propagano ovunque e per ogni direzione: le cosiddette città policentriche. Questi centri urbani sconnessi sradicano letteralmente la loro memoria storica (questo per fortuna in Italia è ancora un processo limitato; ma non temete: ci stiamo arrivando anche noi).

Ci sarebbe ancora molto da dire… Ma arriviamo a quello che ci tocca di più da vicino, anche ora, in questo momento: il bombardamento informativo. “Un’eccessiva informazione, sembra, è uno dei migliori stimoli a dimenticare”.

ARCHIV - Menschenmassen sind auf einer Straße in Tokio unterwegs, Archivbild vom 30.03.2010. Das Risiko, an Depressionen oder Angststörungen zu erkranken ist Studien zufolge bei Städtern deutlich höher als bei Menschen, die auf dem Land leben. Bei Kindern, die in Großstädten aufwachsen, ist zudem das Schizophrenie-Risiko zwei- bis dreimal so groß. Wissenschaftler haben jetzt herausgefunden, dass zwei für die Regulierung von Stress und Emotionen zuständige Hirnregionen durch das Stadtleben beeinflusst werden, wie Professor Andreas Meyer-Lindenberg vom Zentralinstitut für seelische Gesundheit (ZI) in Mannheim der Nachrichtenagentur dpa sagte. EPA/KIMIMASA MAYAMA (ACHTUNG: Sperrfrist 22. Juni 1900 Uhr, zu dpa-Text "Städter haben höheres Depressionsrisiko" vom 22.06.2011) +++(c) dpa - Bildfunk+++

DPA – Menschenmassen sind auf einer Straße in Tokio unterwegs, Archivbild vom 30.03.2010.

Vi lascio  alle parole di Paul Connerton, l’amico che, sussurrandomi all’orecchio, mi ha aperto gli occhi su questa nostra tremenda, e spesso inconsapevole, tendenza a dimenticare: “Accelerando il tempo, l’uso del computer immerge gli individui in un iperpresente, in un’immediatezza intensificata che, allenando l’attenzione dello spettatore a una rapida successione di microeventi, rende ancora più difficile concepire come “reale”anche il passato a breve termine, poiché il presente è percepito come un periodo di tempo rigorosamente delimitato e del tutto slegato dalle cause passate. Non è forse un caso se il termine “connessione”acquistò un tale rilievo nel discorso pubblico grosso modo all’epoca della guerra del Golfo: esso segnala una mancanza che cominciava a farsi sentire. […] L’informazione che oggi inonda l’ambiente in cui viviamo – ed è forse significativo che in questa espressione corrente il verbo faccia riferimento all’elemento acquatico, che non si può tenere in mano – sposta le cose che non si possono afferrare fuori dal nostro milieu. Una memoria di computer o un’immagine elettronica sono delle “non cose”, nel senso che non si possono prendere in mano; sono accessibili solo con la punta delle dita. Qualsiasi tentativo di afferrare le immagini elettroniche su uno schermo televisivo, o i dati contenuti in un computer, è destinato a fallire. […] Oggi, una parte sempre più grande dell’umanità produce informazione e una parte sempre più piccola produce cose. L’umanità è sempre più dominata da coloro che controllano questo tipo di informazione. La mancanza di solidità di una cultura da cui le cose sono sempre più assenti sta diventando parte dell’esperienza quotidiana. Tutto ciò che è solido si scioglie e diventa informazione”.

Tanta roba. Grazie Paul.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Paul Connerton, Come la modernità dimentica, Einaudi, 2010.

 

Margnac - Olivetti's factory

Margnac – Olivetti’s factory

Riportiamo, di seguito, ampi stralci di un’intervista di Roberto Petrini all’economista Giorgio Fuà, apparsa nel 2000. Fuà è stato uno dei più grandi economisti italiani del secondo dopoguerra; ha lavorato per molti anni con Adriano Olivetti, Enrico Mattei e il premio Nobel Gunnar Myrdal; nel 1980 ha curato il rapporto Ocse sui problemi dei paesi europei a sviluppo tardivo (quelli oggi noti con il poco rispettoso acronimo PIIGS). Ha fatto parte, con Paolo Sylos Labini ed altri economisti,  della commissione per la programmazione economica in Italia, voluta dal primo centrosinistra (1962). Ha fondato, nel 1959, la Facoltà di Economia di Ancona in cui ha insegnato fino a poco prima della morte, avvenuta all’inizio del nuovo secolo. Alcune sue riflessioni contenute in questo dialogo ci appaiono di sconcertante attualità: la necessità di diffondere tra i giovani una mentalità lavorativa e imprenditoriale  che recuperi la dimensione creativa e personale del lavoro, contrapposta ad una visione del lavoro come male spiacevole ma “necessario” per produrre e acquistare sempre più merci; l’urgenza di adottare forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa e l’importanza di superare, almeno nelle società affluenti, l’ossessione del Prodotto Interno Lordo (PIL) come unico indicatore di “benessere” da massimizzare. (F.S).

Professor Fuà, cominciamo dall’abc: chi è questo strano personaggio che passa sotto il nome di imprenditore?

I vecchi manuali di economia dicevano: è colui che combina i fattori produttivi (lavoro, capitale e terra). È una definizione poco suggestiva ed è molto insoddisfacente anche l’indicazione del criterio che guiderebbe l’imprenditore e cioè quello della massimizzazione del profitto.

Se il profitto non è sufficiente, come comunemente si ritiene, per qualificare e definire la figura dell’imprenditore, quali sono, o dovrebbero essere, i suoi scopi? Qualcuno potrebbe ricordare che l’imprenditore crea posti di lavoro e dedurne che si tratta di un compito già sufficiente. Non le pare?

Non occorre soltanto un imprenditore che crei posti di lavoro ma occorre un imprenditore che coinvolga i dipendenti in una avventura interessante. Che dia un senso al loro lavoro. Ricordo una frase di Adriano Olivetti, il quale si chiedeva: può l’impresa darsi uno scopo? La risposta implicita era sì. “Bisogna dare consapevolezza di fini al lavoro” diceva Adriano Olivetti. Ma ciò implica, aggiungeva, l’aver preventivamente risposto a una domanda che non esito a definire una delle domande fondamentali della mia vita, profondamente discriminante per la fede che presuppone e per gli impegni che implica. “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? 0 non vi è, al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una trama ideale, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”

Quale scopo? Coinvolgere i dipendenti, lavorare con soddisfazione, fare genericamente del bene? Lei cita Olivetti e parla addirittura di avventura. Sono concetti difficili da accettare al giorno d’oggi. Non crede?

Io credo che il lavoro in genere deve essere gratificante e coinvolgente: non deve essere soltanto una pena volta allo scopo di guadagnare  e, successivamente, acquistare merci e goderne nel tempo libero. Per creare questa condizione ci vogliono imprenditori leader come Adriano Olivetti, Enrico Mattei o come alcuni imprenditori marchigiani che conosco. Purtroppo non tutti gli imprenditori hanno le caratteristiche del leader: c’è chi si limita a comporre una combinazione favorevole di fattori di produzione; c’è l’inventore, come Guglielmo Marconi o Henry Ford; c’è chi accumula potere e ricchezza e persegue una strategia di piazzamento di capitali anche senza produrre alcunché. È sbagliata l’idea di vedere il compito dell’imprenditore come quello di produrre merce e il compito del lavoro come un mezzo per riuscire a consumare altra merce. È sbagliata l’idea che la gente che lavora nell’impresa debba avere come fine quello di fare tristemente la propria attività dentro l’impresa per guadagnare e potersi poi comprare altra merce di cui godrà nel tempo libero. Insomma, la cosa più importante è fondare un gruppo di persone che faccia con convinzione il proprio lavoro. È la cosa più importante perché ormai di merce ne produciamo abbastanza e il problema non è quello di produrne di più ma di produrla con piacere, non con sofferenza.

Questa non sembra l’opinione più diffusa. Se si pone la questione ad un passante, ma anche a qualche capitano d’industria, risponderà senz’altro: guadagnare, per consumare e godersi il tempo libero. Non è così?

Mica è giusto! Noi nel lavoro, e negli spostamenti ad esso connessi, passiamo la maggior parte della vita, almeno metà del tempo durante il quale siamo svegli. E se questa parte della nostra vita occupata da quello che chiamiamo lavoro e che serve per guadagnare ciò che poi si “gode” nel tempo libero, è penosa, il godimento diventa assai discutibile. In una situazione come quella che abbiamo appena ipotizzato, la parte creativa di noi, quella che ci dà maggiore soddisfazione, dispone di uno spazio sempre più limitato. Io continuo a sostenere che bisogna generare e produrre qualcosa che valga di per sé, che pensiamo che sia un bene e che ci piace. Tutti gli imprenditori che sono riusciti a creare una comunità appassionata al lavoro, che sono amati da chi ha avuto la fortuna di lavorare con loro, pensano che il loro prodotto contribuisce anche se in piccola parte a rendere migliore il mondo.

Oggi si impone la grande corporation, la multinazionale. È pensabile e realistico creare un clima del genere in strutture grandi e impersonali per definizione?

Si può creare il clima di squadra anche nelle grandi multinazionali. Ricordo che alla Olivetti noi tutti ne eravamo fieri. L’idea che ci animava era semplice ma efficace: questa è un’impresa bella e facciamo un prodotto bello. Adriano si lamentava perché gli impiegati (in Italia ormai il 60 per cento dei lavoratori dipendenti lavora negli uffici) sono circondati da macchine e mobili brutti. Perché devono essere brutti? Il loro ambiente può essere gradevole. E Adriano Olivetti diceva: mi piace dare soddisfazione alla gente che lavora.

Va bene. L’impresa ideale è quella dove si lavora con godimento, si conta di migliorare il mondo, si mira a creare una squadra affiatata. Ma come si può raggiungere questo obiettivo?

Vuole delle “ricettine”? Ebbene, l’imprenditore deve pensare nel seguente modo: la gente che lavora con me la voglio migliorare, perché nel lavoro si passa gran parte della propria vita e il lavoro ci deve migliorare e non peggiorare. Insegniamo loro anche un po’ di filosofia e, se possiamo, facciamo loro apprezzare anche della musica buona. Facciamo vedere intorno a loro delle architetture belle: questo migliora e rende più civili coloro che lavorano con me. La prima regola è quella di amare il prodotto che si fa ed essere convinti che si tratta di una cosa buona. Se invece si dice: il prodotto mi serve solo per guadagnare e non importa se imbroglio il consumatore, come si può coinvolgere, appassionare, la gente?

Non vorrei costringerla, nel corso di una semplice conversazione, ad elaborazioni teoriche che comporterebbero un lavoro ben più ampio e meditato. Tuttavia, mi pare che al centro della sua critica al concetto di impresa ci sia l’obiettivo della massimizzazione del profitto. È così?

A me interessa proporre ai giovani un modello secondo il quale il lavoro è uno degli aspetti positivi della vita. Tra le fonti di soddisfazione della vita il consumo è secondario rispetto al lavoro. La creazione può dare molta più soddisfazione che la distrazione, divertirsi è distrarsi, cioè fare qualche cosa al di fuori di un’altra. Il lavoro può essere vissuto con passione e si dovrebbe anche cambiare nome al lavoro, se questo termine si associa ancora all’idea di “guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte”.

Gli economisti hanno sempre sottolineato l’aspetto della fatica, anche perché semplificava il discorso. Il lavoro come mezzo e il consumo come risultato. Dunque: minimo mezzo, minimo lavoro, massimo consumo. Invece io, avendo visto intorno a me gli artigiani, i coltivatori, mio padre medico e tutta la famiglia appassionati al lavoro da cui non si volevano staccare un momento, credo che il lavoro possa essere la ragione e la passione di una vita e credo che non debba essere vissuto come una sofferenza.

E chi fa un lavoro faticoso?

Anche in campagna dove il lavoro era pesantissimo non si sarebbero tirati indietro, volevano farlo ancora anche da anziani.

E quello della catena di montaggio?

Una volta c’erano “Charlot” e “Tempi moderni”, oggi c’è il computer. Non cambia molto: forse il problema è di non continuare a chiamarlo lavoro, magari chiamiamolo attività.

C’è bisogno di una nuova etica del lavoro?

Stare in società o in un gruppo per produrre qualche cosa mi pare un punto importante della vita. Ma le ripeto ci vuole, e ci vorrà in eterno, un Mosè o qualcun altro che dica: “Ora vi mostro io come facciamo”. Io chiamo costui imprenditore. Ciò che mi colpisce di più è che la maggior parte dei miei studenti universitari non ha mai sentito o concepito l’idea di fare un lavoro indipendente. Arrivano all’università e mi dicono che dopo laureati cercheranno “un posto”.

Margnac - Olivetti Ivrea. Visite d'usine. Ektachrome, novembre 1970.

Margnac – Olivetti Ivrea. Visite d’usine. Ektachrome, novembre 1970.

Riepiloghiamo: il profitto non deve essere l’obiettivo, il consumo non è il fine principale della vita, bisogna lavorare con godimento. Il mercato, tuttavia, è spesso il luogo della competizione e della violenza. Si può sopravvivere sul mercato adottando questi criteri?

Perché no? Il mercato non è il luogo della violenza, è semplicemente quello della concorrenza. Non si può concorrere facendo cose buone? Non mi pare che ci sia un contrasto con l’idea di concorrenza. Il profitto non è un obiettivo, è semplicemente una delle condizioni perché una organizzazione di mercato o d’impresa possa vivere. Pensiamo al lavoro senza scopo di lucro: le organizzazioni di volontariato che hanno un ruolo crescente, le comunità per i tossicodipendenti, la Croce Rossa ecc. La vita di queste aziende, che si risolve in parte fuori dal mercato, è simile a quella delle imprese commerciali. Anche in questo caso ci vuole il leader, come Muccioli che fondò San Patrignano, come il Filo d’Oro di Osimo creato da un prete straordinario.

Eppure professore, nel linguaggio comune parole come profitto, lavoro e reddito vengono intese come addendi di una somma che alla fine dà come totale la crescita del benessere. Lei contesta questa impostazione?

È vero. Nell’ottica abituale degli economisti, il lavoro viene considerato per la sua capacità di produrre merci (quindi di contribuire al prodotto nazionale, al PIL) e per quella di procurare al lavoratore un guadagno, che significa poi capacità di acquistare merci.  Ma il lavoro ha anche un altro aspetto, in quanto può procurare a chi lo compie un senso di alienazione, pena, o, al contrario, un senso di soddisfazione. Ho scritto nel mio libro “Crescita economica. Le insidie delle cifre” (Il Mulino, 1993) che il lavoro può risultare più interessante se chi lo fa è posto nella condizione di sentirsi partecipe della gestione dei successi dell’operazione produttiva in cui viene impiegato, se ha modo di riconoscere nel prodotto una propria creazione. Oggi nei paesi ricchi è probabilmente più urgente studiare le vie per restituire interesse al lavoro, piuttosto che le vie per aumentare di qualche punto percentuale la quantità della merce prodotta o il potere d’acquisto ottenuto come retribuzione per ora di lavoro erogata. Eppure noi economisti continuiamo a dedicare tanti studi alla produttività e al salario, ma quasi nessuno alla soddisfazione del lavoratore. Dunque, aggiungo ora, dovremmo studiare più attentamente come su questa soddisfazione influiscano la forma giuridica, la dimensione e la modalità di organizzazione dell’impresa. Dovremmo esplorare meglio la praticabilità di un sistema di partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione dell’impresa e gli eventuali vantaggi che esso offrirebbe non solo dal punto di vista del livello di occupazione, produzione e retribuzione (vantaggi già indicati da economisti come Martin Weitzman), ma anche dal punto di vista dell’integrazione sociale e dell’autorealizzazione che si possono ottenere attraverso il lavoro.

È il solo modo di dirigere un’impresa?

Non sto dicendo che si può dirigere un’impresa soltanto così. Una organizzazione produttiva si può dirigere anche in altro modo, in questo caso tuttavia si paga un prezzo: chi ci lavora si sente estraneo. Spero che si possa insegnare ai giovani che non si fa l’imprenditore per fare più soldi possibile. È una comune avventura che ci appassiona tutti, se l’obiettivo ci piace. Non misureremo il nostro successo con quanto abbiamo guadagnato o con che rapidità abbiamo vinto un concorso.

La scuola dovrebbe dedicare più attenzione al compito di far riflettere i giovani sull’importanza delle insoddisfazioni e delle soddisfazioni non valutabili in moneta che possono accompagnare il lavoro.

La maggior parte dei miei studenti, interrogati su quali requisiti dovrebbe avere un lavoro per attrarli, rispondono in prima battuta che l’ideale è trovare un posto sicuro, che procuri il massimo di reddito e il minimo di preoccupazione possibile, e il massimo di tempo libero. È una risposta del tutto in linea con la mentalità consumistica, propagata dai mezzi di comunicazione di massa, recepita e trasmessa dalle famiglie, e non contrastata dalla scuola. Apre una prospettiva squallidissima: prendendo questa via, i giovani finirebbero con lo svendere metà del proprio tempo di vita in una routine tediosa per pagarsi qualche svago o lusso nella modesta quota di ore di veglia restante.

La scuola fa troppo poco per indirizzare l’interesse dei giovani verso lavori indipendenti e verso le attività imprenditoriali. Andiamo verso un mondo in cui quasi tutti i giovani puntano sulla prospettiva che qualcuno dia loro un posto (nel senso di impiego), mentre scarseggiano quelli che si preparano a creare (inventare) un posto di lavoro almeno per sé e possibilmente anche per gli altri, perché a troppo pochi ne è stata suggerita l’idea. Ma affinché ci siano occasioni di lavoro occorre che il sistema economico funzioni, e per funzionare normalmente il sistema esige l’opera di imprese; è improbabile allora che la funzione di guidare un’impresa possa essere svolta in modo soddisfacente da soggetti impersonali. Occorre ancora una volta la persona dell’imprenditore.

C’è il rischio di un declino dello spirito imprenditoriale?

Certamente. Se scarseggiano nuove leve di imprenditori, chi fornirà tutti i posti di lavoro desiderati? Lo Stato, altri enti, nuovi carrozzoni? Penso che il punto che sto toccando costituisca una seria minaccia al benessere collettivo, non dico del momento presente, ma degli anni che verranno. In una prospettiva di lungo termine, la carenza di capacità imprenditoriali potrebbe rivelarsi uno degli aspetti più gravi del problema dell’occupazione (o della disoccupazione), che oggi è tornato al centro dell’attenzione generale.

da R.Petrini, Uomini e Leader, Considerazioni e ricordi di Giorgio Fuà,  Centro studi Piero Calamandrei, Jesi 2000.

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silicon wadi

Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) ha raggiunto in Italia livelli record salendo a giugno 2013 al 39,1%. Secondo una recente indagine OCSE, l’aumento è attribuibile essenzialmente ai ‘neet’ (not in employment, education or training), ovvero ragazzi che non lavorano né sono occupati in attività di formazione e che sono arrivati a rappresentare il 21,4% della popolazione italiana.

Questi sono certamente dati preoccupanti, che riflettono un profondo disagio economico-sociale e che richiedono celeri soluzioni. Tra queste, si sta facendo via via sempre più solida l’idea che la creazione di start up innovative possa svolgere un ruolo cruciale nella lotta alla disoccupazione giovanile. La convinzione nasce dallo studio del caso di successo Israeliano che ha fatto della start up la propria ragione di crescita e sviluppo.

Israele infatti, sebbene continuamente coinvolto in un conflitto acceso da decenni, è diventato il paese con il più alto numero di società tecnologiche quotate al Nasdaq e con il più alto numero di brevetti hi-tech medici pro capite, assicurandosi così un giro d’affari di 12,6 miliardi di dollari pari al 6,5% del Pil. La cosiddetta Silicon Wadi è attualmente capace di generare 120mila posti di lavoro (il 4% della forza lavora nazionale) e vale più del tradizionale settore delle infrastrutture industriali (6,8% del Pil)[1].

Se torniamo invece in Italia, vediamo che le imprese guidate da ragazzi under 30 sono di poco superiori alle 515 mila unità e rappresentano poco più del 5% sul totale[2]. Questo entra in forte contrasto con i dati dell’esperienza israeliana: perché tanta disparità? Probabilmente una risposta può essere fornita dalle le principali barriere all’ imprenditorialità giovanile italiana:

  • Poca educazione all’imprenditorialità e assenza di formazione adeguata: a livello sia scolastico che familiare i giovani non sono incoraggiati, né tanto meno preparati, ad intraprendere la strada dell’imprenditoria. Docenti e genitori molto spesso non hanno una visione aggiornata del contesto socio-economico delle nuove generazioni, per cui vengono solitamente a mancare momenti di contatto con le realtà aziendali durante il percorso formativo del giovane. In un contesto educativo sarebbe utile strutturare l’attività didattica in modo tale da prevedere simulazioni in classe ed intensificare la partecipazione a tirocini e stage durante la stagione estiva. Investire nell’alta qualificazione e nella creazione di un solido network università-impresa potrebbe certamente essere un ulteriore aiuto;
  • Mancanza di fondi: è risaputo che i giovani imprenditori tendano ad incontrare una maggiore difficoltà nel reperimento delle risorse finanziarie e che la situazione sia peggiorata a causa della crisi economica. Sarebbe utile pertanto iniziare a parlare di strumenti quali contributi economici regionali e nazionali per le giovani aziende, cercando di evitare di cadere in dinamiche poco trasparenti legate alla speculazione nel settore. Altri strumenti potrebbero essere programmi di finanziamento a tasso agevolato, agevolazioni fiscali per investimenti in settori R&D o per aziende destinate ad esportare e capaci di creare occupazione nel tempo:
  • Eccesso di burocrazia: la ridondanza e il continuo mutamento della materia normativa non fa che scoraggiare la nuova imprenditorialità, allungando i tempi ed incrementando i costi;
  • Crisi dei valori: l’Italia è diventata sfortunatamente una nazione concentrata eccessivamente sul breve periodo che ha perso l’obiettivo del lungo. E’ necessario ribaltare questa concezione ed iniziare ad improntare una ricerca orientata al lungo termine. Inoltre sarebbe opportuno un ritorno alla professionalità, all’etica, allo spirito di sacrificio  e all’intraprendenza.

Di conseguenza, se da una parte all’Italia come Stato, si chiedono maggiore stabilità politica, trasparenza, efficienza del sistema normativo oltre che legale, una visione di lungo periodo e una maggiore propensione a scommettere sull’imprenditoria giovanile al fine di alimentare la ripresa del Bel Paese,  dall’altra si chiede ai giovani italiani uno sforzo a non lasciarsi trasportare da questa ondata di sfiducia che sta attraversando lo Stivale. Pensare che si sia ormai innescata una spirale inarrestabile destinata solamente a peggiorare le condizioni attuali non porterà ad altro se non a far degenerare il tutto.

L’inversione di rotta invece inizia proprio da noi.

Roberta Ettamimi

Collaboratrice Incubatore – The Hive


[1] Fonte: Start-Up Nation di Dan Senor e Saul Singer.

[2] Fonte: Unioncamere – Infocamere, Movimprese.