Archivio per febbraio, 2015

meritocracy

La democrazia è lenta, burocratica, sovente corrotta, mediocre. In ultima analisi, inefficiente. Così, il nuovo mito dei nostri tempi è diventata la cosiddetta “meritocrazia”, spesso senza riflettere appieno sulle sue implicazioni.

“Meritocrazia” è un termine inventato dal sociologo inglese Michael Young nella sua satira del 1958, The Rise of Meritocracy. 1870-2033[1], per designare una società in cui si è insediata una élite che fonda la sua ricchezza e il suo potere non sul censo, né sullo status, ma sull’intelligenza, misurata scientificamente. E’ il trionfo finale del “capitale umano” su quello fisico, materiale. Lo impone la competizione economica internazionale. La scuola è stata riformata in senso meritocratico. I bambini con Quoziente Intellettivo (QI) più elevato – non importa da qualche famiglia provengano – vengono avviati alle scuole più prestigiose, fin dai primi anni d’età. Gli insegnanti sono valutati con test severi e ai più bravi è riconosciuto uno stipendio più elevato.  Nelle fabbriche i dirigenti e quadri anziani vengono spodestati dai giovani più brillanti. La burocrazia pubblica assume i laureati delle migliori università tramite concorso. Si avanzano proposte per subordinare il diritto di voto al possesso di un determinato QI, in modo che il Parlamento sia espressione dell’”aristocrazia dell’intelletto”.  Anche i partiti di sinistra e il sindacato si adeguano alla nuova realtà, rottamando la vecchia idea di eguaglianza per quella di giustizia sociale come merito: ““Laburismo” era un macigno; “lavoratore” era tabù; ma “tecnico” che parola magica! E così nacque l’attuale partito dei tecnici..I sindacati seguirono l’esempio. La Transport and General Workers’ Union diventò la tran sport and General Technicians’ Union” (p. 146).

meritocraziaTutti gli altri, i meno dotati, vengono ammassati nelle scuole che insegnano il “Mito del Muscolo”, l’esercizio del corpo e il godimento attivo e passivo dello sport; avviati a lavori manuali degradanti; considerati, nella nuova società meritocratica, biologicamente inferiori. Certificata la loro stupidità con ricorrenti test psicoattitudinali, sostituiti dai robot nel lavoro di fabbrica, a costoro non resta che eseguire in silenzio servizi domestici prescritti dai loro superiori.  Si sentono frustati, umiliati, ma di cosa dovrebbero lamentarsi? La disuguaglianza tra le classi, ancorché abissale, per la prima volta nella storia è fondata su un criterio oggettivo, misurabile e universalmente rispettato: il QI, l’intelligenza, il motore della crescita economica e del progresso sociale. “La civiltà non dipende dalla stolida massa, dall’”uomo medio sensuale”, ma dalla minoranza creatrice, dall’innovatore che con un solo gesto può far risparmiare il lavoro di diecimila persone, dalla dinamica élite che ha reso la mutazione un fatto sociale non meno che biologico” (p.29).  Peccato che la meritocrazia si dimostri, nei fatti, un regime castale e antidemocratico peggiore dei precedenti. L’élite diventa infatti ereditaria: i princìpi dell’ereditarietà e del merito tendono a fondersi, provocando, nel finale del libro, la ribellione della maggioranza oppressa.

Oggi la profezia di Young – l’avvento della “meritocrazia” – si sta avverando un po’ ovunque. Negli Stati Uniti e il Regno Unito si misura la più alta concentrazione di redditi e patrimoni tra i paesi OCSE, e la più bassa mobilità sociale. Non si è ricchi perché meritevoli; si è meritevoli perché ricchi; l’opposto di quanto recita la vulgata mediatica. In Europa, le decisioni politiche vengono affidate ai tecnici illuminati, che saprebbero fare, loro sì, l’interesse generale, a differenza dei politici incompetenti e corrotti. La politica economica, un tempo prerogativa dei parlamenti democratici, è ora delegata al “senato virtuale” dei mercati finanziari, che la teoria economica mainstream ritiene infallibili. Si valutano ( e finanziano) le scuola e le università nella misura in cui si conformano, nell’insegnamento e nella ricerca, al paradigma utilitaristico dominante, che trascura tutte quelle “skills” non quantificabili che fanno la democrazia come l’empatia e il pensiero critico.

L’élite meritocratica è apolide. Rifiuta sdegnosamente qualsiasi legame e responsabilità nei confronti del territorio in cui opera, delle persone con cui vive e lavora. Giustifica il fatto di guadagnare 400 volte più di un normale dipendente con le presunte differenze di competenze, di capitale umano. Esasperato da tale arroganza e malafede, Michael Young scrisse nel 2001 un corrosivo articolo sul “The Guardian”, in cui riaffermava le ragioni di una democrazia basata sulla conoscenza aperta e diffusa contro l’imperante ideologia del merito. Il titolo del pezzo, che facciamo nostro, suonava così: “Down with Meritocracy”, “Abbasso la Meritocrazia”!

Federico Stoppa

NOTE:

[1] La versione italiana del libro di Young, L’avvento della meritocrazia, è stata pubblicata per la prima volta nel 1962 dalle Edizioni di Comunità di Adriano Olivetti. Oggi, grazie alla casa editrice di Ivrea, è di nuovo disponibile per il lettore italiano.

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di David Foster Wallace

[traduzione di Roberto Natalini]

Trascrizione del discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005.

thisiswater3Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college. Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?” È una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l’acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole. Chiaramente, l’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato della vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”.

Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio.

Ecco un’altra piccola storia istruttiva. Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.”

È facile interpretare questa storiella con gli strumenti tipici dell’analisi umanistica: la stessa precisa esperienza può avere due significati totalmente diversi per due persone diverse, avendo queste persone due diversi sistemi di credenze e due diversi modi di ricostruire il significato dall’esperienza. Poiché siamo convinti del valore della tolleranza e della varietà delle convinzioni, in nessun modo la nostra analisi umanistica vorrà affermare che l’interpretazione di uno dei due tizi sia giusta a quella dell’altro falsa o cattiva. E questo va anche bene, tranne per il fatto che in questo modo non si riesce mai a discutere da dove abbiano origine questi schemi e credenze individuali. Voglio dire, da dove essi vengano dall’INTERNO dei due tizi. Come se l’orientamento fondamentale verso il mondo di una persona e il significato della sua esperienza fossero in qualche modo intrinseci e difficilmente modificabili, come l’altezza o il numero di scarpe, o automaticamente assorbiti dal contesto culturale, come il linguaggio. Come se il modo in cui noi costruiamo il significato non fosse in realtà un fatto personale, frutto di una scelta intenzionale. Inoltre, c’è anche il problema dell’arroganza. Il tizio non credente è totalmente certo nel suo rifiuto della possibilità che il passaggio degli eschimesi abbia qualche cosa a che fare con la sua preghiera. Certo, ci sono un sacco di credenti che appaiono arroganti e anche alcune delle loro interpretazioni. E sono probabilmente anche peggio degli atei, almeno per molti di noi. Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente: una certezza cieca, una mentalità chiusa che equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso.

Il punto che vorrei sottolineare qui è che credo che questo sia una parte di ciò che vuole realmente significare insegnarmi a pensare. A essere un po’ meno arrogante. Ad avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze. Perché una larga percentuale di cose sulle quali tendo a essere automaticamente certo risulta essere totalmente sbagliata e deludente. Ho imparato questo da solo e a mie spese, e così immagino sarà per voi una volta laureati.

Ecco un esempio della totale falsità di qualche cosa su cui tendo ad essere automaticamente sicuro: nella mia esperienza immediata, tutto tende a confermare la mia profonda convinzione che io sia il centro assoluto dell’universo, la più reale e vivida e importante persona che esista. Raramente pensiamo a questa specie di naturale, fondamentale egocentrismo, perché è qualche cosa di socialmente odioso. Ma in effetti è lo stesso per tutti noi. È la nostra configurazione di base, codificata nei nostri circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non c’è nessuna esperienza che abbiate fatto di cui non ne siate il centro assoluto. Il mondo, così come voi lo conoscete, è lì davanti a VOI o dietro di VOI, o alla VOSTRA sinistra o alla VOSTRA destra, sulla VOSTRA TV o sul VOSTRO schermo. E così via. I pensieri e i sentimenti delle altre persone devono esservi comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali.
Adesso vi prego di non pensare che io voglia farvi una lezione sulla compassione o la sincerità o altre cosiddette “virtù”. Il problema non è la virtù. Il problema è di scegliere di fare il lavoro di adattarsi e affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. Le persone che riescono ad adattare la loro configurazione di base sono spesso descritti come “ben adattati”, che credo non sia un termine casuale. Considerando la trionfale cornice accademica in cui siamo, viene spontaneo porsi il problema di quanto di questo lavoro di autoregolazione della nostra configurazione di base coinvolga conoscenze effettive e il nostro stesso intelletto. Questo problema è veramente molto complicato. Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un’educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me. Come saprete già da un pezzo, è molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all’interno della vostra testa (potrebbe anche stare succedendo in questo momento).

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Vent’anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell’educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintetico per esprimere un’idea molto più significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto.

E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli. Questo potrebbe suonarvi come un’iperbole o un’astrazione senza senso. Cerchiamo di essere concreti. Il fatto puro e semplice è che voi laureati non avete ancora nessun’idea di cosa “in ogni momento” significhi veramente. Questo perché nessuno parla mai, in queste cerimonie delle lauree, di una grossa parte della vita adulta americana. Questa parte include la noia, la routine e la meschina frustrazione. I genitori e i più anziani tra di voi sapranno anche troppo bene di cosa sto parlando.

Tanto per fare un esempio, prendiamo una tipica giornata da adulto, e voi che vi svegliate la mattina, andate al vostro impegnativo lavoro da colletto-bianco-laureato-all’università, e lavorate duro per otto o dieci ore, fino a che, alla fine della giornata, siete stanchi e anche un po’ stressati e tutto ciò che vorreste sarebbe di tornarvene casa, godervi una bella cenetta e forse rilassarvi un po’ per un’oretta, per poi ficcarvi presto nel vostro letto perché, evidentemente, dovrete svegliarvi presto il giorno dopo per ricominciare tutto da capo. Ma, a questo punto, vi ricordate che non avete nulla da mangiare a casa. Non avete avuto tempo di fare la spesa questa settimana a causa del vostro lavoro così impegnativo, per cui, uscendo dal lavoro, dovete mettervi in macchina e guidare fino al supermercato. È l’ora di punta e il traffico è parecchio intenso. Per cui per arrivare al supermercato ci mettete moltissimo tempo, e quando finalmente arrivate, lo trovate pieno di gente, perché naturalmente è proprio il momento del giorno in cui tutti quelli che lavorano come voi cercano di sgusciare in qualche negozio di alimentari. E il supermercato è disgustosamente illuminato e riempito con della musica di sottofondo abbrutente o del pop commerciale, ed è proprio l’ultimo posto in cui vorreste essere, ma non potete entrare e uscire rapidamente, vi tocca vagare su e giù tra le corsie caotiche di questo enorme negozio super-illuminato per trovare la roba che volete e dovete manovrare con il vostro carrello scassato nel mezzo delle altre persone, anche loro stanche e di fretta come voi, con i loro carrelli (eccetera, eccetera, ci dò un taglio poiché è una cerimonia piuttosto lunga) e alla fine riuscite a raccogliere tutti gli ingredienti della vostra cena, e scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte per pagare, anche se è l’ora-di-punta-di-fine-giornata. Cosi la fila per pagare è incredibilmente lunga, che è una cosa stupida e che vi fa arrabbiare. Ma voi non potete sfogare la vostra frustrazione sulla povera signorina tutta agitata alla cassa, che è superstressata da un lavoro la cui noia quotidiana e insensatezza supera l’immaginazione di ognuno di noi qui in questa prestigiosa Università. Ma in ogni modo, finalmente arrivate in fondo a questa fila, pagate per il vostro cibo, e vi viene detto “buona giornata” con una voce che è proprio la voce dell’oltretomba. Quindi dovete portare quelle orrende, sottili buste di plastica del supermercato nel vostro carrello con una ruota impazzita che spinge in modo esasperante verso sinistra, di nuovo attraverso il parcheggio affollato, pieno di buche e di rifiuti, e guidare verso casa di nuovo attraverso il traffico dell’ora di punta, lento, intenso, pieno di SUV, ecc.

Fish_by_PixtilA tutti noi questo è capitato, certamente. Ma non è ancora diventato parte della routine della vostra vita effettiva di laureati, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Ma lo sarà. E inoltre ci saranno tante altre routine apparentemente insignificanti, noiose e fastidiose. Ma non è questo il punto. Il punto è che è proprio con stronzate meschine e frustranti come questa che interviene la possibilità di scelta. Perché il traffico e le corsie affollate del supermercato e la lunga coda alla cassa mi danno il tempo di pensare, e se io non decido in modo meditato su come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e infelice ogni volta che andrò a fare la spesa. Perché la mia naturale configurazione di base è la certezza che situazioni come questa riguardino solo me. La MIA fame e la MIA stanchezza e il MIO desiderio di andarmene a casa, e mi sembrerà che ogni altra persona al mondo stia lì ad ostacolarmi. E chi sono poi queste persone che mi ostacolano? E guardate come molti di loro sono repellenti, e come sembrano stupidi e bovini e con gli occhi spenti e non-umani nella coda alla cassa, o anche come è fastidioso e volgare che le persone stiano tutto il tempo a urlare nei loro cellulari mentre sono nel mezzo della fila. E guardate quanto tutto ciò sia profondamente e personalmente ingiusto.

Oppure, se la mia configurazione di base è più vicina alla coscienza sociale e umanistica, posso passare un bel po’ di tempo nel traffico di fine giornata a essere disgustato da tutti quei grossi, stupidi SUV e Hummers e furgoni con motori a 12 valvole, che bloccano la strada e consumano il loro costoso, egoistico serbatoio da 40 galloni di benzina, e posso anche soffermarmi sul fatto che gli adesivi patriottici e religiosi sembrano essere sempre sui veicoli più grandi e più disgustosamente egoisti, guidati dai più brutti, più incoscienti e aggressivi dei guidatori. (Attenzione, questo è un esempio di come NON bisogna pensare…) E posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sprecato tutto il carburante del futuro e avere probabilmente fottuto il clima, e che noi tutti siamo viziati e stupidi ed egoisti e ripugnanti, e che la moderna civiltà dei consumi faccia proprio schifo, e così via.

Avete capito l’idea. Se scelgo di pensare in questo modo in un supermercato o sulla superstrada, va bene. Un sacco di noi lo fanno. Tranne che il fatto di pensare in questo modo diventa nel tempo così facile e automatico che non è più nemmeno una vera scelta. Diventa la mia configurazione di base. È questa la modalità automatica in cui vivo le parti noiose, frustranti, affollate della mia vita da adulto, quando sto operando all’interno della convinzione automatica e inconscia di essere il centro del mondo, e che i miei bisogni e i miei sentimenti prossimi sono ciò che determina le priorità del mondo intero.

In realtà, naturalmente, ci sono molti modi diversi di pensare in questo tipo di situazioni. Nel traffico, con tutte queste macchine ferme e immobili davanti a me, non è impossibile che una delle persone nei SUV abbia avuto un orribile incidente d’auto nel passato, e adesso sia cosi terrorizzata dal guidare che il suo terapista le ha ordinato di prendere un grosso e pesante SUV, così che possa sentirsi abbastanza sicura quando guida. O che quell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada sia forse guidato da un padre il cui figlio piccolo è ferito o malato nel sedile accanto a lui, e stia cercando di portarlo in ospedale, ed abbia quindi legittimamente molto più fretta di me: in effetti sono io che blocco la SUA strada. Oppure posso sforzarmi di considerare la possibilità che tutti gli altri nella fila alla cassa del supermercato siano stanchi e frustrati come lo sono io, e che alcune di queste persone probabilmente abbiano una vita molto più dura, noiosa e dolorosa della mia.

Di nuovo, vi prego di non pensare che vi stia dando dei consigli morali, o vi stia dicendo che dovreste pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta da voi che lo facciate. Perché è difficile. Richiede volontà e fatica, e se voi siete come me, in certi giorni non sarete capaci di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia.

Ma molte altre volte, se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l’impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa.

Va bene, nessuno di questi casi è molto probabile, ma non è nemmeno completamente impossibile. Dipende da cosa volete considerare. Se siete automaticamente sicuri di sapere cos’è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili. Avrete il potere di vivere una lenta, calda, affollata esperienza da inferno del consumatore, e renderla non soltanto significativa, ma anche sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme. Non che la roba mistica sia necessariamente vera. La sola cosa che è Vera con la V maiuscola è che sta a voi decidere di vederlo o meno.

by Sarah McCayQuesta, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”. Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana. Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base. Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo.

E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificanti e poco attraenti. Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito.

Lo so che questa roba probabilmente non vi sembrerà molto divertente o ispirata, come un discorso per questo di genere di cerimonie dovrebbe sembrare. In questo consiste però, per come la vedo io, la Verità con la V maiuscola, scrostata da un sacco di stronzate retoriche. Certamente, siete liberi di pensare quello che volete di tutto questo. Ma per favore non scartatelo come se fosse una sermone ammonitorio alla Dr. Laura. Niente di questa roba è sulla morale o la religione o il dogma o sul grande problema della vita dopo la morte. La Verità con la V maiuscola è sulla vita PRIMA della morte. È sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.”

È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora.

Auguro a tutti una grossa dose di fortuna.

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Urban Isolation – Alex Cherry

“Quasi senza dare notizie di sé la città è scomparsa”.

Presa così questa affermazione sembrerà strana. Si dirà infatti che, al contrario, le città esistono ancora, si ingigantiscono sempre di più, e si espandono senza controllo verso la campagna circostante: pulsano, anzi, di una nuova vitalità altamente diversificata. Secondo alcune proiezioni, per l’anno 2025 circa l’85% degli abitanti dei paesi sviluppati vivrà in città, mentre nei paesi in via di sviluppo la percentuale raggiungerà il 55%[1].

Ma se tale monito, già invocato decenni fa, poteva assomigliare quasi ad una divertente provocazione, oggi ha preso le sembianze di una vera e propria preoccupazione sotto altri aspetti. Nel discorso multidisciplinare sulla città, infatti, si parla e si scrive spesso di “fuga della città”, di “perdita di città”, di “città diffuse e immateriali”, intendendo con ciò la nascita di nuovi modelli di sviluppo spaziale e sociale associati alla dimensione urbana; modelli legati, soprattutto, alle nuove modalità assunte dalla produzione capitalistica, e alla ristrutturazione dei suoi processi economici, le cui dinamiche ormai – nelle nostre società liquide e post-moderne – assumono sempre più una connotazione transnazionale e globale.

Le città, quindi, sembrano colonizzare lentamente il territorio circostante, spalmandosi in tutte le direzioni senza seguire una logica ben precisa, se non quella della “specializzazione forzata” di aree adibite a servizi, accompagnata dalla susseguente – e vistosa – frammentazione territoriale. Tutto ciò implica la nascita di “sbarramenti” fisici e simbolici, che a loro volta danno vita a forme inedite di segregazione sociale, creando pertanto maggiori disparità e disuguaglianze tra gruppi sociali vicini solo fisicamente.

Age of loneliness - Invisiblemartyr

Age of loneliness – Invisiblemartyr

Tramonta dunque – e definitivamente – la “città del welfare”, la “città per tutti”, quella “città sociale” che, durante il secolo scorso, ha cercato di smussare gli aspetti più eclatanti delle disuguaglianze, creando così le condizioni di un’uguaglianza nelle opportunità di partenza. In fondo l’essenza del Welfare State non si manifesta(va) che nella garanzia – da parte dello stato – di un standard minimo di reddito, alimentazione, salute, alloggio ed istruzione, assicurato ad ogni cittadino come diritto e non come beneficenza (H. Wilensky, 1975), facendo in modo che tutti quanti – in virtù appunto dell’esser cittadini – potessero vivere in maniera più o meno accettabile.

In questa prospettiva, tra le diverse dinamiche in atto, è sicuramente da rintracciare il mancato equilibrio avvenuto tra il mercato immobiliare e il public housing, cioè l’intervento pubblico che prevedeva la casa per tutti con piani di edilizia popolare. La rottura di questo equilibrio ha visto, nella maggior parte dei casi, la vittoria delle forze del mercato sulle garanzie e i controlli da parte del settore pubblico. In questo scenario, i “capricci” del mercato spesso eludono ciò che una volta rientrava nei cosiddetti piani regolatori, creando così configurazioni urbane in preda alle oscillazioni del mercato immobiliare. E quindi un diritto fondamentale, come il diritto alla casa, viene messo definitivamente al bando, incentivando, sempre più, quelle forme di insediamento abitativo in “quartieri esclusivi e separati”, che rispecchiano fedelmente la “dicotomia estrema” delle nostre società attuali, le quali tendono a differenziarsi, nettamente, tra popolazione che detiene alti redditi e popolazione in prossimità della soglia di povertà – se non già al di sotto di essa.

Le diverse scienze della città, che si moltiplicano confusamente attorno al tema dell’”eclissi urbana”, si vedono dunque sfuggire il proprio oggetto d’analisi, e devono perciò modificare continuamente le proprie impostazioni di lettura, prendendo in considerazione le epocali trasformazioni – che sono avvenute e stanno avvenendo nelle città – dal punto di vista delle sue coordinate culturali.

IsolatedCity - SarahKirk

Isolated City – SarahKirk

Se vogliamo davvero comprendere gli sviluppi futuri e la portata dei cambiamenti in corso nelle nostre società, la città è ciò che fa per noi. Perché è nelle città che si verificano le prima avvisaglie dei cambiamenti che, seppur latenti, sono in corso d’opera. È nelle città che le dimensioni spaziali e sociali si modificano più velocemente rispetto al paesino di provincia. È negli agglomerati urbani che si deposita quel precipitato d’innovazioni e contraddizioni derivanti dall’incontro di popolazioni diverse che vivono a stretto contatto tra loro. Come intuì prima di tutti Georg Simmel, è solo nelle città che si verifica il fenomeno controverso della “minima distanza fisica compresente alla massima distanza sociale”.

Il fatto più importante però è che la città non sta scomparendo dal punto di vista fisico/spaziale. Come già accennato, nei prossimi decenni le conurbazioni urbane saranno sempre più interessate da massicci flussi migratori in entrata; persone, spesso disperate, che vedono ancora nelle città l’opportunità di lavoro che manca nei paesi d’origine: una speranza per la propria sopravvivenza che si rifà alla possibilità di una vita decente.

Un po’ come sta accadendo – ed è già avvenuto – in maniera vertiginosa nelle città terzomondiali (delle vere e proprie mega-città con ingenti problemi di governabilità, insediamenti spontanei, bidonvilles, povertà, disoccupazione strutturale, lavoro precario, etc.), anche nel resto del mondo, sempre più persone si riversano nei grandi centri abitati nella soggettiva convinzione di poter accedere alla propria “scalata sociale”; nonostante le città siano diventate, nei fatti, un “concentrato esplosivo” di problematiche sociali difficilmente risolvibili.

Come chiarisce a tal proposito Roland Pourtier: «gli studi urbani che hanno focalizzato l’attenzione sul malfunzionamento, sulla povertà, sulla disoccupazione, sulla mancanza di servizi, sull’insicurezza e sulla marginalità, in breve su tutto quello che deriva dalla precarietà dei modi di vita, conducono paradossalmente a dimenticare una realtà fondamentale: la città è un di più, la città è meglio. Almeno soggettivamente».

Contrariamente però a ciò che ancora si pensa, il proverbio reso popolare in filosofia da Gilles Deleuze, e cioè l’aria della città rende liberi, si sta pian piano svuotando di senso. Quella libertà si legava principalmente ad una promessa, ovvero a quella “libertà individuale come ideale di massa [che] significa sempre solo libertà “da qualcosa”, la liberazione dai vincoli del vicinato, della famiglia, dei padroni, lo sradicamento” (W. Sombart, 1967).

Come puntualizza efficacemente Agostino Petrillo, nel saggio “La città perduta”, “[nelle città] i livelli di vita sono sempre più bassi e le opportunità sempre minori per una parte crescente degli abitanti, ad alcuni dei quali vengono negate anche reali possibilità di partecipazione politica. Abitanti della città che non sono più cittadini in senso pieno, che non hanno peso, che non hanno voce. Non si tratta solo degli immigrati, la cui situazione è sempre più difficile nell’Europa di Schengen e dei campi di detenzione, ma di fasce consistenti della stessa popolazione autoctona che è respinta verso la no man’s land dei lavori dequalificati, precari e intermittenti, del reddito incerto e saltuario” (2000).

Nelle città dunque, ad attenuare di molto questa promessa di libertà, vi sono segregazioni in atto, frammentazioni spaziali e sociali, esclusioni controllate, piccoli e grandi conflitti urbani attraverso una contesa per lo spazio che non ha precedenti quanto a portata e dimensioni. “Quartieri interi, sensibles, défavorisés, de l’exclusion come recita un vario e articolato lessico d’oltralpe, portano le consuete stimmate dei luoghi dove non si conta nulla, non si fa nulla, non si spera nulla” (2000).

Cover_Moon-Rapsody-by Jakomin

Moon-Rapsody – Jakomin

A fronte di questi mutati scenari, possiamo affermare che “l’aria delle città” non rende più liberi i singoli individui dal punto di vista di una loro presunta mobilità/emancipazione sociale, ma al contrario li “rende soli” (parafrasando il titolo di un saggio di Bauman). Ma allora perché le città sono diventate così inospitali? Che cosa, dal punto di vista propriamente urbano, sta effettivamente scomparendo o è già scomparso?

Piano piano si sta perdendo la concezione – e la pratica – della vita urbana come l’ha conosciuta il Novecento. Assistiamo allo squagliamento del concetto di città come lo avevamo ereditato (L. Gambi, 1990). Il rischio – o l’attuale evidenza – è quello di perdere la città come “luogo d’incontro, di mescolanza, di felice anonimato”. La rinuncia all’attualità di alcune sue storiche proprietà, come la capacità di fungere appunto “da punto d’incontro, da luogo dell’integrazione e da sede privilegiata di palesamento e di espressione dei conflitti”, conduce al manifestarsi di una realtà altra, frammentata, “sempre più svincolata dalle necessità e determinazioni che furono caratteristiche della vecchia città industriale. (2000)”

E allora si verificano quei fenomeni di indifferenziazione spaziale, di non appartenenza al tessuto urbano, di “crescente” diffusione urbana, che dichiarano una volte per tutte la morte di un’idea di centralità della città stessa, legata fondamentalmente alla sua congenita dialettica pubblico/privato, incontro/distanza, in cui si verificavano quei fisiologici conflitti che “purificano l’aria” (come amava scrivere Simmel), e che trovavano il loro riferimento concreto nelle grandi piazze delle città europee, nella loro peculiare valenza fisica e politica.

Questi luoghi di traffico, di passaggio, di flussi ininterrotti di beni, capitali e idee; questi flussi di presenze vicendevolmente estranee che da sempre hanno stimolato le città a diventare i centri propulsivi dell’arte, della creatività e dell’innovazione; tutto questo rischia allora di diventare un agglomerato di individui isolati, parcellizzati, silenziosi, privi di un centro di riferimento fisso e facilmente riconoscibile, la piazza, che si attualizzava vivacemente in quella che viene definita la “dimensione pubblica tradizionale”.

Oggi, invece, le piazze sono vuote per la maggior parte del tempo, e hanno perso quella loro funzione di centralità per ricoprirne di altre, più votate alla frequentazione turistica, all’evento commerciale di turno, piuttosto che alla manifestazione, allo scontro, alla sociabilità, alla rivendicazione di quei diritti e bisogni sociali che, sempre collettivamente e pubblicamente, erano soliti essere espressi a gran voce.

E così la ristrutturazione sociale che ne deriva risulta fortemente frammentata, e le attuali società urbane possono essere divise in un numero crescente di differenti gruppi sociali che solo a volte hanno in comune reti di collegamento, ma che spesso vivono semplicemente fianco a fianco senza interazione alcuna, senza nessun genere di comunicabilità (2011). Tutto questo anche a causa della convergenza tra la già citata ristrutturazione economica e produttiva e l’azione determinante dei media, che “immiseriscono la dimensione pubblica tradizionale, suggerendo così altre forme di pubblicità” (2000).

Life NY - Jokamin

Life NY – Jokamin

A tal proposito, Petrillo precisa ulteriormente la questione affermando che “le modificazioni in corso limitano sempre più l’accessibilità ad una serie di servizi che continuano ad essere situati nei centri, e dato che l’accessibilità quotidiana diretta di spazi e servizi resta determinante per assicurare le occasioni d’incontro, finisce per venir meno la possibilità stessa dell’incontro casuale, che è fondata appunto sull’esistenza e sull’accessibilità di luoghi pubblici e semi-pubblici. […] Si fa strada perciò la consapevolezza di vivere in società in micro-realtà sempre più fondamentalmente eterogenee, divise, segmentate, “autoreferenziali”, tanto da un punto di vista sociale quanto da quello spaziale, non si tratta più di inscrivere la periferia in una relazione con un Centro, quello che si costituisce è un universo di periferie senza centro. In questo senso, la centralità urbana si propone oggi prima di tutto come assenza, come mancanza, come vuoto.”

Per contrastare dunque queste scoraggianti tendenze, bisognerebbe partire prima di tutto da degli assunti di base, e cioè: deve essere promossa l’uguaglianza delle differenze, non la diversità delle uguaglianze. La diversità è la ricchezza che il mondo globalizzato e interconnesso ci ha fornito, e andrebbe valorizzata al meglio. La diversità delle uguaglianze, invece, non fa che accentuare le disparità, ostacolando quella mobilità sociale di cui nessuno o quasi ne parla più.

In questo senso, quindi, è quanto mai necessario che la governance cittadina ascolti ed includa di più, perché ci sono sacche ingenti di esclusione vergognosa a fronte di una società enormemente polarizzata (ricchissimi/poverissimi); che integri di più, perché c’è troppa evidente segregazione, dove i muri non sono più invisibili e creano solo conflitti esacerbati (xenofobia, vecchi e nuovi nazionalismi che non “purificano più l’aria”, anzi); che accolga maggiormente il diverso, lo “straniero”, affinché possa godere degli stessi diritti di tutti; una governance urbana, insomma, che in ultimo sappia ripoliticizzare un senso aggiornato di quella che, una volta, veniva chiamata “passione civile”, e che oggi in pratica non esiste più.

Nel documento “Social challenges of cities of tomorrow”, scritto nel 2011 per la Commissione europea, il Prof. Jan Vranken sottolinea che “although there is no ideal model of urban and regional governance, it is clear that improving urban governance is not just about reforming institutions and finance, it is also about changing attitudes, the culture of governance, and questions of identity. […]‘Good’ (urban) governance then is understood as a political task to redirect traditional values into knowledge-based actor networks, which are able to give social needs the attention they serve, to make use of the economic potentials of diversity as an added value, and to assess different reform strategies for urban areas. Different models and different scenarios of urban governance (from closed circles to very open and participative policy-making systems; from voluntary networks to institutionalised and formalised systems with legally-binding direct democratic instruments) should be assessed to find out how they best foster the relation between exclusion and polarisation on the one hand and cohesion, inclusion and diversity on the other”.

Vorrei concludere con una attualissima “fotografia” di Alessandro Dal Lago:

“La libertà collettiva, l’unica degna di essere vissuta al di fuori di quella domestica, è oggi impensabile. Le associazioni sono private o privato-sociali ma raramente pubbliche, come un tempo erano i partiti o i movimenti politici. La folla si riunisce nei quartieri svago ma sempre meno per dire la sua in pubblico, per approvare, per protestare o per condannare. Ciò d’altra parte è effetto di una trasformazione economica senza precedenti, o meglio dell’assorbimento della società nell’economia, che fornisce oggi non solo il linguaggio dominante, gli scopi e i valori della vita, ma anche le sole possibilità di entrare in relazione con gli altri. È vero, disponiamo della rete, ma questa per definizione non connette persone (essere dotati cioè di un corpo, di un aspetto) ma utenti astratti, siti e indirizzi elettronici. La libertà delle città nell’era globale è solo quella delle merci, materiali o immateriali, ma per il resto nessuno si illude di essere libero se non nel proprio bunker domestico, davanti allo schermo di un computer. […] È chiaro che la partita della convivenza urbana si gioca nelle città ma si vince nella capacità della società in generale di ritrovare un’alternativa reale a un dominio apparentemente incontrastato dell’egoismo organizzato. Oggi, rivendicare il primato del pubblico sul privato (e quindi perseguire un senso collettivo della libertà, privilegiando la socialità sul profitto, gli interessi comuni su quelli delle imprese), sembra poco più di un sogno quando non appare una nostalgia da reduci. Ma è solo da questo sogno che può rinascere un senso della libertà urbana. Altrimenti le città non saranno che vuoti contenitori di esistenze solitarie.”

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Agostino Petrillo, La città Perduta, Edizioni Dedalo, 2000.

Jan Vranken, 2011, Social challenges of cities of tomorrow; issue paper commissioned by the European Commission.

[1] K. Husa, E. Pilz e I. Stacher, Wien 1997.