Archivio per febbraio, 2014

Berlinguer e il futuro dell’Europa

Pubblicato: febbraio 23, 2014 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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Enrico Berlinguer

Enrico Berlinguer

Enrico Berlinguer, in due profetici discorsi del 1977, propose l’austerità come paradigma di uno sviluppo economico diverso, rispettoso dei limiti ecologici del Pianeta e dell’equità sociale tra i popoli. Allora, l’Occidente attraversava una grave crisi petrolifera, che aveva generato inflazione galoppante, disoccupazione, tensioni sociali tra sindacati e padronato. Le tesi del segretario comunista apparvero fuori luogo e furono aspramente criticate anche all’interno del suo partito, nonostante egli stesso avesse più volte rimarcato la diversità della sua proposta politica rispetto a generiche, fallimentari, ricette di tagli e sacrifici, destinate a pesare soprattutto sulla parte più debole della popolazione.

Le misure di austerità adottate in questi anni dai governi europei vanno proprio in quest’ultima direzione. Si fondano sul seguente assioma: se gli Stati mettono in ordine i loro bilanci – tagliando la spesa e/o incrementando la pressione fiscale – e implementano riforme strutturali (in primis, la deregolamentazione del mercato del lavoro), gli imprenditori torneranno a investire e a assumere rimettendo in moto l’economia.

In realtà, come riconosce ormai anche il Fondo Monetario Internazionale, tali politiche aggravano la recessione economica, deteriorano i parametri di finanza pubblica ed esacerbano le disparità economiche e sociali all’interno e tra i Paesi membri (Wolf, 2013). I dati sono allarmanti. Nella UE a 27 paesi, 123 milioni di persone si trovano in almeno una di queste situazioni: 1) hanno redditi inferiori alla soglia di povertà (fissata al 60% del reddito mediano); 2) non sono  in grado di far fronte a spese impreviste; 3) vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa (Eurostat, 2012). In particolare, si trovano a rischio povertà ed esclusione sociale il 30% degli italiani, spagnoli e irlandesi, il 35% dei greci, il 20% dei tedeschi.

La povertà è conseguenza della disoccupazione e del peggioramento delle condizioni di lavoro. In tutta l’Unione, i senza lavoro sono 26 milioni (in crescita di 6 milioni rispetto al 2008), a cui va aggiunto un esercito di persone scoraggiate (quasi 3 milioni solo in Italia), che hanno smesso di cercare un impiego. Inoltre, i giovani tra 15 e 24 anni che non lavorano sono quasi la metà del totale nelle economie dell’Europa mediterranea. Le statistiche, peraltro, non colgono il peggioramento nella qualità del lavoro, evidenziato dal crescente ricorso a contratti di lavoro temporanei (Commissione Europea, 2014). Né va dimenticato la minor accessibilità, determinata dai tagli della spesa sociale, a servizi pubblici quali la sanità, che porta molte persone a rinunciare alle cure (Stuckler e Sanjay Basu, 2013).

Di fronte a questo dramma economico e sociale, la risposta tedesca è obbligare i Paesi del Sud Europa a inasprire ulteriormente i propri vincoli di bilancio – seguendo le prescrizioni contenute nel Fiscal Compact e recuperare competitività attraverso la svalutazione fiscale e salariale. Il disagio sociale è destinato così ad aggravarsi, spingendo le fasce più deboli dei paesi periferici verso i partiti euroscettici alle prossime elezioni. D’altro canto, coloro che invocano “meno rigore e più crescita” vorrebbero attuare una generica politica keynesiana di rilancio dei consumi – attraverso una minor tassazione – di dubbia efficacia nel risolvere una crisi di tipo ecologico non meno che economico e finanziario come quella attuale.

Bisognerebbe invece indirizzare lo sviluppo economico verso traiettorie nuove, caratterizzate da buona occupazione, equità distributiva e sostenibilità ambientale; come auspicato da Berlinguer tre decenni fa. Ciò significa abiurare il dogma dell’infallibilità del mercato e programmare un ambizioso piano di investimenti pubblici nazionali e comunitari in settori strategici come: istruzione, ricerca, sanità, cultura, mobilità sostenibile, riequilibrio territoriale, energia, ambiente. Gli strumenti per finanziare questo New Deal – che richiederebbe risorse di gran lunga superiori al magro bilancio dell’Unione – sarebbero Eurobonds, tasse ambientali e sulle transazioni finanziarie, potenziamento dei fondi strutturali e una banca centrale europea profondamente riformata, che abbia come target la piena occupazione oltre che la stabilità dei prezzi.

Messa in questi termini, l’alternativa non è tra austerità o crescita (del PIL), ma tra austerità come processo di progressivo smantellamento dei diritti sociali o austerità come occasione di riconversione ecologica dei nostri consumi, produzioni, stili di vita, in un’Europa finalmente pensata non solo in termini finanziari e monetari ma soprattutto come Civiltà.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Francesco Paolo Cazzorla

 

Riferimenti bibliografici

Berlinguer E. (2010), La via dell’austerità. Per un nuovo modello di sviluppo, Edizioni dell’asino

European Commission (2014), Employment and Social Development in Europe

Stuckler e Sanjay Basu (2013), L’economia che uccide. Quando l’austerità ci costa la vita, Rizzoli

Wolf M. (2013), How Austerity Has Failed, The New York Review of Books http://www.nybooks.com/articles/archives/2013/jul/11/how-austerity-has-failed/?pagination=false

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Giorgio Fuà lo scriveva già nel 1993, denunciando le insidie delle cifre:”E’ ingiustificato allarmarci o esultare perché la velocità di crescita del Pil risulta mezzo punto percentuale annuo al disotto o al disopra di quanto ci attendevamo, o di quanto è avvenuto in passato, o di quanto sta avvenendo in altri Paesi”. Dopo vent’anni di sostanziale oblio, la critica del prodotto interno lordo (P.I.L.) come indicatore del benessere delle nazioni è tornata a occupare un ruolo di primo piano nella discussione pubblica internazionale.  La stesura, nel 2009, del Rapporto[1] a cura della Commissione presieduta da Joseph Stiglitz, e composta, tra gli altri, da Jean Paul Fitoussi e dal premio Nobel Amartya Sen, e lo sviluppo in parallelo di contributi importanti da parte di organismi internazionali come l’OCSE e la Commissione Europea[2] hanno rimarcato l’impellente necessità, in particolare per i paesi ad economia avanzata, di dotarsi di indicatori che consentano di definire in maniera più completa il benessere dei cittadini e il progresso sociale. Sembra essersi diffusa la consapevolezza della necessità di superare la prospettiva riduzionista del PIL.

8842_lamisurasbagliatadellenostrevite (545 x 837)Il Rapporto della Commissione Stiglitz – Sen – Fitoussi, in particolare, ha introdotto e sintetizzato la problematica in un modo largamente condiviso. Da un lato questo Rapporto è interessante per la sistematicità e il rigore scientifico con cui evidenzia le lacune del PIL come indicatore di benessere economico e sociale; dall’altro, lo è per il fatto di offrire una prospettiva metodologica nuova per la valutazione del benessere. Nell’analizzare lo “stato di salute economica” di un paese – capire se questo si trova in una fase di declino o di sviluppo – il Rapporto suggerisce di spostare l’attenzione dalla misurazione della produzione di beni e servizi alla misurazione del benessere economico delle famiglie, meglio descritto da aggregati quali il reddito reale, la ricchezza e i consumi. 

Esistono, infatti, importanti criticità dell’indicatore più utilizzato da economisti e politici di ogni colore per misurare la ricchezza delle nazioni  – criticità già messi in luce da un’ampia letteratura richiamata nel Rapporto. In primo luogo, nel PIL, la quantità di beni e servizi finali prodotta in un anno all’interno dei paesi è valutata ai prezzi di mercato.  Gli studi di Joseph Stiglitz (1986,1989), hanno dimostrato che i mercati sono contraddistinti da asimmetrie pervasive, rendendo poco efficaci i prezzi dei beni e servizi come meccanismo di veicolazione di informazione per i consumatori.  I prezzi di mercato, inoltre, non incorporano le esternalità negative[3] (come l’inquinamento ambientale) che la produzione di alcuni beni comporta, e che dovrebbero far costare di più alcuni prodotti relativamente ad altri.

Il PIL esclude beni e servizi che non hanno un prezzo di mercato, ma che nondimeno appaiono rilevanti per il benessere delle famiglie: è il caso delle attività domestiche, del volontariato, del tempo libero e di alcuni servizi pubblici, come l’istruzione e la sanità. Si tenga presente che molte delle suddette attività, che nelle prime fasi dello sviluppo erano quasi esclusivamente prodotte fuori dal mercato (tra le altre, la cura degli anziani e dei bambini, la pulizia domestica, ma anche i servizi ricreativi, compresi il contatto con la natura e l’esercizio fisico), nelle economie moderne si trasformano in beni di mercato. Questa trasformazione determina un aumento del valore del prodotto interno lordo. Che questo aumento, però, corrisponda a un innalzamento del benessere delle persone è evidentemente falso.

Ancora: nel PIL sono calcolate con segno positivo le “spese difensive”, anche quando queste non hanno alcuna conseguenza benefica sul miglioramento della qualità della vita dei cittadini. E’ il caso della costruzione di carceri, della ricostruzione di edifici che sono stati abbattuti da calamità naturali, delle spese di trasporto sostenute dagli individui per recarsi al lavoro (quella tassa occulta che è il pendolarismo). Infine, il PIL non rileva in alcun modo il consumo di capitale (fisico, naturale, umano) che la produzione comporta; e non tiene conto della variazione di prezzo degli assets reali e finanziari, che spesso determina effetti ricchezza che portano a un incremento delle future possibilità di consumo.

Il Rapporto suggerisce di superare le criticità del PIL sviluppando indicatori di benessere economico e sociale alternativi, sui quali dovrebbero focalizzarsi le politiche economiche degli Stati. In particolare, tali indicatori dovrebbero misurare:

  • Il reddito effettivamente a disposizione dei cittadini, che, diversamente dal PIL, considera i flussi monetari in entrata e in uscita dal Paese. Si tenga presente che Il PIL può essere scisso in profitti, salari/stipendi, rendite. Se una parte dei profitti è conseguita da multinazionali estere, questa non viene conteggiata come reddito a disposizione del paese, perché rimpatriata dalla aziende. Pertanto, il reddito disponibile netto nazionale risulterà inferiore al Prodotto interno lordo;
  • Lo stato patrimoniale delle famiglie e dell’economia nel suo complesso, comprendente attività (finanziarie, reali e naturali) e passività (debiti pubblici, privati ed ecologici). Dallo stato patrimoniale sarebbe possibile accertare se la crescita dell’economia dipende da bolle finanziarie e immobiliari che ne minerebbero la stabilità futura, specie se ci trovassimo in presenza di livelli d’indebitamento eccessivi;
  • La distribuzione del reddito, dei consumi e della ricchezza. Di per sé, la crescita del PIL pro capite non ci dice in alcun modo come tale reddito è distribuito. Infatti, l’aumento del PIL pro capite potrebbe trasformarsi in un miglioramento delle condizioni economiche dei soli cittadini più ricchi. Il benessere generale è meglio colto dal reddito mediano. Se il PIL (reddito medio) cresce più del reddito mediano, la diseguaglianza aumenta;
  • La qualità dei servizi pubblici, specialmente istruzione e sanità, che non hanno un prezzo di mercato, essendo erogati, almeno in Europa, dalle amministrazioni pubbliche, e finanziati attraverso la tassazione generale. Mentre nel PIL tali servizi sono valutati al costo dei fattori di produzione, andrebbero sviluppati strumenti che ne rilevino gli effetti sul benessere dei cittadini. Un approccio alla valutazione dei servizi pubblici basato sui risultati, in termini di maggior aspettativa di vita, di tipologie delle malattie curate, di numero di terapie effettuate, sarebbe più congruo per valutare il benessere delle persone. Anche per il sistema educativo, l’enfasi dovrebbe essere maggiormente posta sui risultati degli studenti (tassi di acquisizione di titoli di studio, anni di scuola completati, test sulle competenze linguistiche e matematiche), più che sulle risorse spese;
  • La qualità del lavoro, attestando se questo consenta o meno di sviluppare l’autonomia e le capacità dell’individuo;
  • La produzione domestica e le attività svolte nel tempo libero a disposizione. Queste attività, pur non comparendo nella stima ufficiale del Prodotto interno lordo, hanno riflessi importanti sul grado di benessere degli individui e delle famiglie;
  • La sostenibilità ecologica: informazioni rispetto allo stato del capitale naturale, al suo eventuale deterioramento e alle politiche poste in essere per ripristinarne la quantità e la qualità ritenute ottimali[4];
  • La qualità della democrazia. A questo scopo, bisogna considerare il grado di libertà dei mezzi di comunicazione, in specie la stampa e la televisione, la partecipazione politica dei cittadini alle elezioni, il funzionamento della giustizia e la tutela dei diritti fondamentali, in primo luogo la libertà d’espressione;
  • Il capitale sociale.  Vanno fatte indagini sul numero di persone iscritte alle associazioni, sul grado di fiducia che ciascun cittadino ripone sulle istituzioni politiche, sul rapporto che ciascuno ha con familiari, vicini e persone di altre razze o religioni;
  • Il grado di sicurezza economica. Bisogna capire se gli individui si sentono più o meno tutelati contro il rischio di povertà ed esclusione sociale, di vecchiaia e di disoccupazione.

AMARTYA_SEN_1_476386fCome ci ha insegnato Amartya Sen (v. La diseguaglianza, un riesame critico, Il Mulino, 1994), per misurare correttamente la qualità della vita delle persone è essenziale osservare le effettive capacità (capabilities) che queste hanno di trasformare i mezzi materiali a loro disposizione in modi di essere e di fare (functioning) a cui attribuiscono valore: essere ben nutriti, avere accesso all’istruzione e alle cure, ma anche partecipare attivamente alla vita della comunità, realizzarsi sul lavoro, battersi per cause che trascendono il proprio particulare come i diritti umani e la salvaguardia dell’ambiente. Inoltre, bisogna tener ben presente che i modi con i quali le persone convertono il reddito a disposizione nei vari stili di vita possono differire in maniera molto significativa, a causa della presenza di determinati condizionamenti fisici, caratteriali, ambientali, sociali, istituzionali. Diventa pertanto essenziale capire, ai fini di una valutazione multidimensionale del benessere, se una persona ha la possibilità di scegliere di vivere in un certo modo piuttosto che in un altro, ed eventualmente identificare e rimuovere i fattori che lo impediscono.

Infine, in questi anni segnati dalla paranoia della crescita vanno tenute sempre a portata di mano, come antidoto, le parole di un grande economista italiano, Giacomo Becattini: “E’ nella sua capacità di soddisfare i bisogni dell’ultimo fra gli uomini di buona volontà, che si misura la razionalità di ogni assetto del mondo, non nel ritmo di ritmo di crescita del Pil! Questa è la bandiera morale del ribaltamento concettuale da compiere!” (2001, p.196).

 

 

NOTE:

 [1] Il Rapporto è stato commissionato nel 2008 dal Presidente francese allora in carica Nicolas Sarkozy, ed è stato consegnato nel settembre 2009. 

 [2] Si veda, in particolare, il rapporto OCSE “Measuring Well-Being and Societal Progress” (2007) e il paper, a cura della Commissione Europea “Oltre il Pil. Misurare il progresso in un mondo che cambia(2009). Da segnalare anche il rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile a cura dell’Istat (consultabile qui) e il Better Life Index a cura dell’OCSE.

[3] Si parla di esternalità negative quando un soggetto economico crea, con la sua attività, un danno a terzi, senza che esista un accordo da parte di questi a sopportarlo e senza che avvenga una compensazione ex post. Sul tema delle diseconomie esterne Pigou (1920) costituisce un riferimento bibliografico essenziale.

[4] Esempi di conti satellite ambientali sono il Seea (System Of Environmental-Economic Accounting), implementato dalle Nazioni Unite nel 1993 (https://unstats.un.org/unsd/envaccounting/seea.asp). Un lavoro seminale nel campo  della contabilità verde, a cura dell’INSEE (1986) è Les comptes du Patrimoine Naturel. Sul tema, è importante il contributo dell’ Istat (2011): http://www.istat.it/it/archivio/17089. Infine, per un’approfondita analisi degli aspetti metodologici ed applicativi dei conti ambientali si veda Falcitelli e Falocco (2008).

William Jusuf

William Jusuf

A parere di molti studiosi, la società in cui ci è capitato di vivere, e che dunque caratterizza sia le modalità sia i tempi scanditi dalla nostra vita quotidiana, presenta a tutt’oggi i tratti della complessità. La significatività e la portata di tale affermazione può essere applicata e discussa nei diversi campi dello scibile umano, trovando pressoché unanimi consensi su una questione centrale e di fondo: siamo di fronte ad un cambiamento di carattere epocale. Il cambiamento in atto sembra viaggiare sui binari dell’incertezza e dell’indefinito, rendendo pertanto l’inquadramento dell’intero sistema societario poco uniforme e difficilmente identificabile, assumendo, dunque, caratteristiche complesse che sono proprie di quelle relazioni che si attivano tra i vari sottosistemi che lo compongono.

Nel nostro Paese, la riforma in corso d’opera dello Stato sembra essere un indice inequivocabile di questo cambiamento, che pone quest’ultimo nelle condizioni e nella necessità di ridefinirsi sia internamente sia nei suoi rapporti con l’esterno. Tutto questo pare evidente dalla recente riforma amministrativa, che ha investito l’intero settore/sistema Pubblico, andando a rivoluzione la propria concezione di ruolo e di intervento tradizionalmente attribuibili ad esso. L’impellenza scaturita dalla scarsità di risorse e dalla congiunta “emergenza” di nuovi ed eterogenei bisogni da soddisfare, ha segnato una battuta d’arresto e al contempo una specie di “ritirata” dello Stato, che ha visto nella crisi della concezione e della pratica del welfare state il proprio compimento. Dunque vi è un mutamento di ruolo: da Stato-soggetto lo Stato tende a prendere le fisionomie di un soggetto regolatore, rendendo praticabile e funzionale un discorso sulla “cosa pubblica” che sia estendibile al resto della società civile intesa in senso lato. Il quadro degli interventi normativi coglie appieno questo cambiamento di rotta, e detta le condizioni di un nuovo approccio relazionale che va a ridefinire primariamente i rapporti tra Stato e cittadino, nuovo interlocutore privilegiato che diventa protagonista effettivo della filosofia riformatrice.

Quest’ondata di mutamento prende avvio, per l’appunto, a partire dagli anni novanta, dove l’emanazione della legge n. 142 e la susseguente legge n. 241 introducono aspetti del tutto innovativi rispetto all’assetto precedente. Prendendo in considerazione quest’ultima (n. 241) – che attribuisce una maggiore concretezza agli istituti di partecipazione e accesso gia previsti dalla prima (n. 142) – sembra come, nel pensiero del legislatore, si volesse introdurre un nuovo capitolo costituzionale riguardante la democrazia amministrativa. Infatti, la legge assurge a rango costituzionale, soprattutto in relazione alla pubblicità degli atti e dei documenti di un’amministrazione pubblica che aveva fatto fino ad allora del segreto, della discrezionalità e del clientelismo un modello paradigmatico nella definizione dei propri rapporti con i cittadini. Si passa, dunque, da una legittimità interna ed esterna di uno Stato che poneva le sue fondamenta principalmente sull’autorità e sulla segretezza – quest’ultima associata soprattutto ai processi di funzionamento interni – ad una legittimità e una legittimazione che fa della trasparenza il proprio fondamento nell’esercizio del potere e della funzione pubblica.

Per ri-configurare dunque un’amministrazione capace di rispondere ai cambiamenti in atto e di corrispondere, in maniera soddisfacente, alle esigenze della società civile, bisogna concepire un sistema che gestisca di meno e regoli di più e nel miglior modo possibile; che fornisca prestazioni di elevata qualità e orientate soprattutto ai bisogni dei cittadini; che presenta una massima snellezza operativa con adeguata possibilità di scelta da parte degli utenti/clienti dei pubblici servizi; e che introduca importanti e decisivi meccanismi di controllo sui risultati – ai fini di un feedback valido orientato alla ri-programmazione – tanto più efficaci quanto poco invasivi e formalistici. Si sviluppa pertanto, all’interno della pratica amministrativa, l’adozione di quei modelli che sono tipici del marketing dei servizi, rivoluzionando in questo modo le pratiche e i saperi del personale interno, che dovranno responsabilizzarsi e sensibilizzarsi verso una cultura che avrà come destinatario principale il cittadino. Ovviamente, il tentativo e la necessità di mutuare questi modelli dalle imprese di mercato e di adattarli in maniera automatizzata al settore pubblico, non può che produrre dei risultati controproducenti. Nel momento in cui si acquisiscono nozioni utili derivanti da sperimentazioni già rodate – appunto ciò che avviene nel settore privato – vi è la necessità imprescindibile di dover quanto meno adattare tali modelli e tali pratiche alle caratteristiche proprie del settore pubblico.

Gli effetti che potranno sortire – si spera – da questo cambiamento significativo a livello di norme prelude un effettivo allargamento e riconoscimento di nuovi diritti di cittadinanza. In primo luogo garantendo ai cittadini il diritto d’informazione (soprattutto nelle sue declinazioni di informarsi e di essere informati); costruendo e promuovendo l’identità dell’ente pubblico per rinsaldare i rapporti dei dipendenti pubblici e l’amministrazione da un lato e i cittadini e l’ente stesso dall’altro; offrendo, per l’appunto, la possibilità ai cittadini di esprimere in maniera attiva e sostanziale i diritti di cittadinanza, nell’ottica auspicabile di divenire soggetti corresponsabili della soluzione di problemi d’interesse generale. Tutto ciò potrà potenzialmente produrre – e aprire dunque le porte – ad un cambiamento insito e molto più importante, che riguarda la mentalità e la cultura all’interno della pubblica amministrazione: riconoscere la comunicazione quale risorsa strategica, processuale, innovatrice per la definizione degli scambi e dei rapporti con i cittadini. Questi effetti, tuttavia, allo stato attuale dei fatti trovano numerose resistenze d’attuazione e di metodo, tanto che la loro lungimiranza può essere contemplata e apprezzata nel dettaglio normativo e solo in rare eccezioni (solitamente Amministrazioni locali), in cui è effettivamente presente una sensibilità maggiore per questi temi a livello politico e dirigenziale.

Alessandro T. - Voices of silence

Alessandro T. – Voices of silence

La legge 150/2000 suggella e rende compimento di un percorso intrapreso dieci anni prima. Le modifiche e le innovazioni del funzionamento e delle pratiche che hanno interessato il comparto organizzativo della pubblica amministrazione, ha reso ingente la necessità di individuare nell’informazione e nella comunicazione le leve strategiche per porre in essere le attività di “apertura”, intese in senso lato. Riconduco a questa apertura un’accezione di tipo generale perché l’importanza degli strumenti che hanno come base veicolante le informazioni, finalmente accessibili, e una comunicazione, fondata sulla collaborazione, vengono individuati in una comunicazione che deve pervadere l’intera struttura. Nella legge, infatti, vengono riconosciuti tre aree di operatività in relazione ai destinatari della comunicazione: vi è l’informazione veicolata ai mezzi di comunicazione di massa; la comunicazione esterna, che individua quali destinatari i cittadini, collettività più ristrette, altri enti; la comunicazione interna, che ha per destinatari chi opera all’interno di ciascun ente; la comunicazione inter-istituzionale, che ha per destinatarie altre istituzioni e rende operativa la semplificazione nella gestione di atti e documenti in condivisione. Uno degli strumenti che rappresenta in un certo senso il punto cardine e d’incontro tra questi tipi di comunicazione – che in maniera funzionale deve dare adito a ciò che è previsto per norma – è senza dubbio l’Ufficio per le relazioni con il pubblico (URP – decreto 29/1993).

Tale strumento, oltre a configurarsi come punto d’ascolto primario rivolto ai cittadini, rende pratiche le esigenze della trasparenza e della partecipazione attiva. Nel primo caso la trasparenza viene attuata, come prima accennato, anche con la facilitazione della messa in condivisione di tutti i servizi e di tutte le prestazioni fornite per diritto al cittadino. Tale condivisione, attuata tra pubbliche amministrazioni attraverso reti telematiche, rendono effettivamente fruibili quegli impegni presi grazie al contributo normativo delle quattro leggi Bassanini: maggiore autonomia degli enti locali, delegificazioni, semplificazioni; tutto ciò per rendere meno onerosa la “ricerca” del cittadino non informato tra amministrazioni anch’esse poco informate sull’attività delle altre amministrazioni, differenziate nei compiti o ad esse correlate. L’Urp, ad ogni modo, consente una maggiore fruibilità delle informazioni anche a livello di comunicazione interna; difatti, una maggiore trasparenza in tale senso consente una facile prestazione nei servizi da erogare da parte degli stessi operatori, essendo informati e collegati ad altri comparti interni che potrebbero, in caso di necessità, giungere in aiuto nell’espletamento di pratiche e procedure poco chiare. La comunicazione interna è molto importante: costruire un senso di’identità forte e collaborativo all’interno dell’organizzazione, che gli permette appunto di percepirsi come tale con una propria cultura amministrativa, consente di interfacciarsi verso una comunicazione esterna più efficace, tale da rifondare quel rapporto di fiducia che, per molto tempo, sembra essersi logorato tra Stato e cittadini. Solo il nuovo riconoscimento di una fiducia di questo tipo e una collaborazione positiva da entrambe le parti potranno dare adito, rendendola concretamente attraverso la risorsa strategia della comunicazione, ad una vera riforma strutturale ma anche culturale della pubblica amministrazione.

Il versante della partecipazione attiva, attuato attraverso l’Urp ma anche tramite altri strumenti di semplificazione e di modernizzazione, può rendere concreto ed effettivo il coinvolgimento dei cittadini al processo decisionale (es. tavoli di progettazione Politiche Pubbliche). Ma per arrivare a questo c’è ancora molta strada da percorrere. Le ultime leggi Brunetta, infatti, fanno riferimento solo al miglioramento della qualità dei servizi e ad una maggiore conoscenza e predisposizioni di questi rivolti ai cittadini, considerati più che altro come utenti/consumatori (si veda, per esempio la proliferazione delle reti civiche e le loro evoluzioni in “Città digitali”). Certo, le iniziative di customer potrebbero rendere più effettiva la partecipazione dei cittadini alla programmazione delle prestazioni e dei servizi loro rivolti, ma bisognerebbe anche capire sia come queste progettualità vengano poste in essere sia il grado di coinvolgimento che viene concesso al cittadino. Siamo in presenza di un effettivo e-government che si contrappone alla realizzazione necessaria e complementare della e-democracy. Per rendere realizzabile quest’ultima bisognerebbe capire e intuire che i cittadini vanno accolti e affrontati nelle loro necessità non primariamente come problema, ma come risorsa funzionale e strategica. Tale è la concezione del modello di comunicazione amministrativa o comunicazione di cittadinanza, che vede nella partecipazione attiva ed effettiva dei cittadini ai processi decisionali una possibilità concreta per poter risolvere congiuntamente problemi di interesse collettivo.

Poiché tali problemi oggi si presentano in maniera complessa (ritornando alla problematica iniziale della complessità), è bene mobilitare quante risorse possibili – assieme a competenze, visioni del mondo differenti e complementari – di più soggetti che, nelle loro possibilità, compartecipano responsabilizzandosi alla risoluzione di problematiche di interesse generale. “Il ruolo essenziale dell’amministrazione consiste non tanto nel risolvere direttamente il problema, quanto nel mobilitare le risorse pubbliche e private per far ciò, svolgendo cioè il ruolo di imprenditrice delle capacità esistenti nella società” (Arena, 1999). Vorrei concludere con una citazione conclusiva a me cara, e che riassume quanto detto in maniera puntuale, filosofeggiante, fuori dagli schemi: “Non si può condurre gli uomini al bene; si può solo condurli da qualche parte. Il bene è al di fuori dello spazio dei fatti” (Wittgenstein, 1929).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

 

Riferimenti

Roberto Grandi, La comunicazione pubblica. Teorie, casi, profili normativi, Carocci, 2007

Dawid Ryski - "Governement promises - pie in the sky"

Dawid Ryski – “Governement promises – pie in the sky”

Negli ultimi anni si è assistito a degli importanti cambiamenti sul fronte sociale. L’importante architettura del welfare state è andata in contro ad una crisi senza precedenti che, in un certo qual modo, ha cercato di mantenere quelli che in principio erano i suoi obiettivi e le sue funzioni caratterizzanti. Il problema principale, oggigiorno, è l’enorme squilibrio che si è venuto a creare tra bisogni e risorse disponibili, soprattutto legato all’incapacità di fondo del sistema di adattarsi ai nuovi bisogni che sono emersi e che si fanno sempre più pressanti.

Il fatto è che la società è in continuo cambiamento, e anche piuttosto velocemente. Alcuni dati demografici, accompagnati da importanti fenomeni sociali, hanno determinato l’aumento a dismisura della domanda di servizi e prestazioni. Solo per farsi un’idea si accenneranno, di seguito, alcuni mutamenti sociali oltremodo evidenti:

  • L’invecchiamento della popolazione ha certamente determinato un aumento della domanda sia di pensioni che di servizi sanitari e sociali; e questa domanda è legata alla sempre meno autosufficienza degli anziani dettata dalle loro condizioni di salute;
  • i mutamenti delle famiglie e del loro ruolo, assieme all’aumento dell’occupazione femminile, hanno consentito la crescita della domanda di servizi per l’infanzia e per il lavoro di cura;
  • è presente un’inedita domanda di interventi proveniente da un fenomeno che si consolida sempre di più e che appartiene al comparto delle nuove esigenze e dei nuovi bisogni afferente l’immigrazione della popolazione extra UE;
  • la crisi del mercato del lavoro e la precarietà delle professioni, oltre a comportare un alto livello di disoccupazione giovanile, mette in condizioni di “immobilità” numerosi nuclei familiari, i cui componenti – per ragioni che si legano o alla perdita di lavoro o alle difficoltà che si incontrano per trovarne uno nuovo – fanno richieste sempre maggiori in termini di agevolazioni e contributi sociali.

Bisogna sempre ricordare che l’invecchiamento della popolazione viaggia assieme al calo della natività, e tutto questo ha come conseguenza immediata la diminuzione del rapporto tra persone in età lavorativa e anziani e minori. «La redistribuzione intergenerazionale vede cioè calare coloro che producono ricchezza (le classi demografiche centrali) e aumentare coloro che devono fruire di sostegni (i minori, ma soprattutto gli anziani)» (Franzoni, Anconelli, 2003: 21).

Esiste una realtà, un mondo variegato, che di rado raggiunge la visibilità che meriterebbe, una visibilità fatta di attenzione, di comprensione e anche, perché no, di discussione costruttiva. Questa importante realtà è una realtà fin troppo spesso trascurata nel nostro Paese, un mondo fatto di localismi così specifici e così diversi tra di loro che è meglio lasciare ai “tecnici” le redini delle loro sorti, perché a quelli che dovrebbero informarsi, e a tutti cittadini che ne trarrebbero beneficio, non è dato sapere.

I servizi alla persona in Italia, lo dice il nome stesso, sono stati istituiti per tutelare i diritti di cittadinanza delle persone. È lo stesso diritto di cittadinanza che dovrebbe, con la parallela nascita dello Stato Sociale, legittimare l’erogazione di prestazioni di benessere.

I diritti soggettivi (diritti umani) erano già sanciti nella nostra Costituzione del ’48; solo negli anni ’70 e ’80, però, si sono sollevate delle rivendicazioni e dei movimenti politico-culturali che hanno portato all’attenzione della collettività tante e diverse situazioni in cui quegli stessi diritti dichiarati non venivano assolutamente garantiti, o poco più.

Ecco perché, quelle poche volte in cui si parla di servizi alla persona, si fa subito riferimento alle molteplici condizioni del disagio più che alle garanzie che dovrebbero salvaguardare: le persone vengono trattate secondo principi e criteri collegati a ciò che li differenzia, invece che permettere loro di entrare in una dimensione dove si vede garantito ciò di cui tutti dovrebbero godere per diritto: dignità, rispetto, salute, istruzione, partecipazione, ecc. “I diritti soggettivi infatti non vengono garantiti da sanzioni come accade per il diritto di proprietà; sono tutelati solo se si creano le condizioni che consentono di esercitarli: i servizi sono stati chiamati a promuovere e mantenere queste condizioni” (Manoukian, 2013).

A fronte di cambiamenti prima riportati, e degli acclamati problemi che ne derivano, si è cercato di mettere in campo degli aggiustamenti che, in base ai casi, non andassero ad intaccare gli obiettivi e l’impostazione generale dello Stato Sociale (2003): ridefinizione di vecchi e nuovi obiettivi; ritorni sperimentali alla selettività degli utenti; nuovi mix tra copertura pubblica e privata, obbligatoria e volontaria, occupazionale, nazionale, locale ecc.; nuovi mix tra servizi pubblici e privati. A seguito di ciò, per quanto riguarda per l’appunto l’elargizione di prestazioni e servizi sociali, si sono venute a creare delle linee di tendenza che hanno disegnato, sul territorio italiano, una geografia a “macchia di leopardo”; ovvero si sono venute a creare delle situazioni di marcata differenza da regione a regione (e a volte anche all’interno di una stessa regione), che hanno condotto a luci e a punti di eccellenza in alcuni luoghi e a mancanze e a zone d’ombra in altri. Questi cambiamenti significativi (per dove sono effettivamente avvenuti) possono essere rintracciati nei seguenti punti (2003):

  • la collaborazione ormai consolidata tra pubblico e privato, con una particolare attenzione al privato sociale, in cui operano e agiscono diversi soggetti sociali come l’associazionismo di promozione sociale e non, il volontariato, e le cooperative sociali;
  • la riscoperta e la “rimobilitazione” della comunità e delle sue relazioni di mutuo-aiuto, che hanno permesso, e permettono tutt’ora, a famiglie e a singoli individui di costruirsi autonomamente risposte ai propri bisogni, puntando su un insieme di risorse e di relazioni di scambio che si fondano sulla fiducia reciproca e che migliorano la qualità della convivenza (community care) 1;
  • un equilibrio inedito tra servizi per tutti (secondo il principio universalistico) e la limitazione dell’accesso alle prestazioni in base a specifiche condizioni di bisogno e reddito (selettività).
Jack Daly

Jack Daly

Benché queste ri-definizioni portino al consolidarsi nei territori di innovativi approcci di rete rivolti ai servizi, rimangono ancora inevasi tanti bisogni sociali, e tutto questo perché le attese e le risposte vengono ricercate in sistemi lenti e ultra-burocratizzati, dove la miopia del non-intervento (soprattutto per mancanza di risorse) dipende da sistemi di pensiero desueti e non più rispondenti alla sfuggente e veloce realtà. Quindi, proprio per questo motivo, spesso ci si trova di fronte a Istituzioni più focalizzate sui loro adempimenti che realmente predisposte all’incontro con le persone. Ad esempio. In alcuni zone del nord Italia operano dei servizi nido per l’infanzia altamente innovativi, dove vi è una certa attenzione alle relazioni con i bimbi e con le famiglie. Alle volte però (non sempre) si rischia «di essere esclusivi, e i bambini che ne avrebbero più bisogno non è detto che li possano utilizzare. Poi abbiamo nidi che sono molto centrati sulla propria eccellenza, per cui accade un po’ come con i genitori affidatari: per mettere in evidenza e per confermare che sono dei bravi genitori o che i nidi sono eccezionali, si può anche fare in modo che il bambino venga indirizzato e trattato in modo da dimostrare queste prerogative, al di là delle sue esigenze e delle sue difficoltà» (Manoukian, 2013: 33).

Occorre invece un pensiero fluido, laterale, che possieda un bagaglio ben accessoriato di disparate competenze che possano essere spendibili nelle singole situazioni e che, in un’ottica inter-disciplinare, cerchino il modo di lavorare assieme in maniera complementare. Lo spirito di collaborazione dunque farà la rete, pazientemente la tesserà, e tutti sapranno gestire, nei loro singoli saperi, la cultura comune del coordinamento necessario. «Questo è possibile se gli operatori riescono a prendere un po’ di distanza dal proprio servizio e forse anche dalla propria posizione professionale. […] Perché l’integrazione richiede un parziale allontanamento dalla propria collocazione stretta, dalla collocazione a cui ci si sente più legati e appartenenti. Non dico distaccarsi totalmente, ma allontanarsi» (Manoukian, 2013: 37).

Dunque si parla di spostamenti più che di veri e propri cambiamenti, che permettono il realizzarsi di “organizzazioni temporanee” orientate all’obiettivo, delle task force per intenderci: un gruppo dinamico non più operativo su singoli progetti (perché di progetti nel sociale se ne fanno tanti e rischiano così di essere dei soli e meri adempimenti), ma un’equipe di lavoro organizzata in rete verso una progettualità. E dunque sarà presente il consueto livello della quotidianità, della gestione dei singoli casi, e un altro livello più innovativo, più necessario, dove «l’attivazione di un coordinamento tra tutti i soggetti istituzionali [e non] permette un confronto serrato non solo sulle pratiche sociali […], ma anche e soprattutto sulle metodologie da attivare e sul metodo dei processi di rete da condividere […], con l’intento di poter costruire, all’interno delle differenze, una progettualità comune e condivisibile» (Amodio, 2006: 9). Dunque, la ricerca costante di modi di lavorare, di comunicare, di coordinarsi e controllarsi reciprocamente per situazioni ricorrenti e per tipologie di casi permetterà il riconoscersi, il ri-sperimentarsi, entro dei codici operativi e di senso che saranno un po’ diversi da quello di cui siamo abituati. Quindi, in ultimo, non basta definire solo i ruoli e le competenze istituzionali. Si tratta piuttosto di esaminare quello che c’è di operativo sul territorio in termini di vincoli e risorse, ciò che contraddistingue una situazione nel suo specifico assieme al complesso degli attori sociali implicati e che, proprio per questo, possono agire inter-attivamente (2013). Questo per consentire infine l’implementazione di interventi sociali mirati – e più rispondenti – alle reali istanze e necessità riscontrate e/o invocate nei singoli territori.

Certo, una maggiore consapevolezza e un continuo scambio su questi temi aiuterebbe non solo a far circolare le eccellenze e i tanti esempi di buone prassi che già si sperimentano in zone “motivate” del nostro Paese, ma questo stesso impulso conoscitivo potrebbe gettare una luce di speranza proprio su quelle tante altre zone d’ombra in cui è necessario, oltre che di una pratica consolidata e di uno spirito di intraprendenza sociale, prima di tutto di una paziente quanto rinnovata bonifica del senso civico.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Bibliografia

Amodio G. (a cura di),
2006, Tra virtuale e reale: itinerari attraverso le adolescenze, Roma, Carocci.

Bifulco L. (a cura di),
2005, Le politiche sociali: temi e prospettive emergenti, Roma, Carocci.

Carrà Mittini E.,
2008, Un’osservazione che progetta. Strumenti per l’analisi e la progettazione relazionale di interventi nel sociale, Milano, Led.

Colombo M., (a cura di),
2008, Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.

Franzoni F., Anconelli M.,
2003, La rete dei servizi alla persona: dalla normativa all’organizzazione, Roma, Carocci.

Olivetti Manoukian F.,
gennaio 2013, La tutela in un’ottica di territorio, Torino, Rivista Animazione Sociale, Gruppo Abele.

Nota

1. La cosiddetta community care (Colombo, 2008), consiste in un sistema di cura e di organizzazione di servizi alla persona regolato da servizi sociali di vario tipo e natura (pubblici, privati, terzo settore), e dai cittadini che usufruiscono di tali servizi. In questo modo, chi ha bisogno di un sostegno e/o di un aiuto lo riceve rimanendo nel proprio ambiente di vita, nel presupposto che gli interventi vengano concepiti e praticati come empowerment, ovvero mettendo i soggetti destinatari nelle condizioni di collaborare alla costruzione interattiva di un bene comune, tenendo conto del contesto relazionale in cui sono inseriti (Mittini, 2008).

 

Michael-Hacker-Capitalism

Michael-Hacker-Capitalism

In “Il Capitalismo e lo Stato. Crisi e trasformazione delle strutture economiche” (Castelvecchi, 2014) , Paolo Leon indaga le trasformazioni di lungo periodo del capitalismo contemporaneo, dal New Deal rooseveltiano alla rivoluzione liberista del duo Reagan-Thatcher, culminata nella crisi del 2007-08. La prospettiva d’analisi è centrata sul rapporto, dialettico, tra Stato e capitalismo, che ha determinato, nei periodi considerati, cambiamenti significativi nell’architettura delle istituzioni economiche.

L’ipotesi da cui muove il ragionamento di Leon è che il capitalismo sia costituito da individui e imprese non consapevoli degli effetti macroeconomici delle loro scelte; da qui la ricorrenza di squilibri e crisi nel sistema. Solo lo Stato può, se la politica glielo consente, “conoscere gli effetti macroeconomici delle proprie scelte e di quelle dei capitalisti” (p.57), e quindi preservare il sistema dall’autodistruzione.  Questo è il punto di maggior attrito con la teoria economica dominante – quella neoclassica – che invece rappresenta il sistema economico come un insieme di individui che, massimizzando la propria utilità o profitto nelle loro scelte, conducono sempre al miglior risultato sociale possibile, in termini di efficienza e di equità. A turbare quest’ordine spontaneo (Hayek) sarebbero soltanto interventi “invasivi” da parte dei governi o dei sindacati, il cui campo d’azione andrebbe per questo drasticamente limitato.

FINE DEL LAISSEZ FAIRE: L’ERA DEL CAPITALISMO ROOSEVELTIANO 

Il ripudio delle teorie e pratiche neoclassiche da parte dei maggiori governi occidentali – democratici e non – avviene negli anni Trenta del Novecento, a seguito della Grande Depressione, e prosegue  anche nel dopoguerra, fino allo schock petrolifero degli anni Settanta. Vengono gettate le basi istituzionali di quello che Leon chiama capitalismo rooselvetiano: gli Stati – e le banche centrali –  si danno come obiettivo di politica economica la crescita in piena occupazione; ciò richiede l’abbandono del laissez faire e la gestione attiva della domanda aggregata (consumi, investimenti, esportazioni nette). Lo Stato assicura alle imprese i mercati di sbocco delle loro merci attraverso le seguenti misure:  a) imposizione fiscale progressiva e rafforzamento del ruolo del sindacato nella contrattazione salariale collettiva –  il Wagner Act  – che migliorano la distribuzione del reddito e sollecitano la propensione al consumo di una vasta platea di individui (la classe media); b) investimenti pubblici in infrastrutture, nei settori strategici e di base, con effetti moltiplicativi sul reddito nazionale, sulla domanda e sui profitti delle imprese.  Opera qui una legge macroeconomica sconosciuta al singolo capitalista: è la spesa che genera il risparmio, l’investimento che causa il profitto, non viceversa. Oltre l’imposizione fiscale, è la banca centrale che finanzia il settore pubblico, non i mercati finanziari. Inoltre, con gli accordi di Bretton Woods (1944) il commercio mondiale viene liberalizzato, ma persistono controlli ferrei da parte degli Stati nazionali sui movimenti di capitale.

Due importanti riforme sono introdotte in questo periodo. Una è la separazione per funzioni del settore bancario (Glass Steagall Act): le banche di credito ordinarie agiscono come public utilities,  raccogliendo e prestando denaro a breve termine, mentre  le società finanziarie (banche d’investimento, assicurazioni, etc) operano sui mercati dei titoli. In questo modo, la speculazione non causa instabilità sistemica e  il moltiplicatore monetario – per cui “l’aumento degli impieghi di ciascuna banca fa crescere i depositi di tutte le altre” (p.102) – ha i suoi massimi effetti sullo sviluppo dell’economia “reale”.  L’altra è il Welfare State : specie nell’Europa occidentale, educazione e sanità vengono riconosciuti come diritti di cittadinanza, mentre pensioni e sussidi di disoccupazione sono erogati con le imposte dei soggetti in attività. Breve: “Il capitalismo e lo Stato hanno costruito un compromesso, per il quale il mercato finanziario e quello del lavoro sono regolati per evitare che producano crisi e la politica economica assicura la domanda effettiva” (p.120).

ASCESA E CADUTA DEL CAPITALISMO NEOLIBERISTA

L’ordine economico rooseveltiano- e il compromesso tra Stato e capitalisti che ne derivava – è sconvolto da due “cigni neri”: le crisi petrolifere (1973-79) e la fine del sistema monetario internazionale di Bretton Woods, che porta alla svalutazione del dollaro e al collasso del cambio fisso tra le valute (1971). Il processo di crescita economica rallenta e  divampano inflazione e disoccupazione. Nella cultura economica dominante, il paradigma keynesiano perde consenso a vantaggio di quello monetarista e neoliberista, che rispolvera alcuni evergreen del pensiero conservatore: Il Welfare State assistenzialista e l’alta pressione fiscale necessario a mantenerlo soffocano l’intrapresa individuale;  la politica economica espansiva di banche centrali e governi “spiazza” l’investimento privato e causa iperinflazione; esiste un tasso di disoccupazione “naturale” che può essere abbattuto solo attraverso riforme strutturali dal lato dell’offerta, come la riduzione delle aliquote fiscali, la diminuzione dei sussidi di disoccupazione e la deregolamentazione del mercato del lavoro.

In this June 23, 1982 file photo, Britain's Prime Minister Margaret Thatcher gestures with her pen as she answers a reporters question during a news conference at the United Nations. Ex-spokesman Tim Bell says that Thatcher has died. She was 87. Bell said the woman known to friends and foes as "the Iron Lady" passed away Monday morning, April 8, 2013. (AP Photo/File)

In this June 23, 1982 file photo, Britain’s Prime Minister Margaret Thatcher gestures with her pen as she answers a reporters question during a news conference at the United Nations. Ex-spokesman Tim Bell says that Thatcher has died. She was 87. Bell said the woman known to friends and foes as “the Iron Lady” passed away Monday morning, April 8, 2013. (AP Photo/File)

I governi conservatori anglo americani di Reagan e Thatcher fanno propria questa retorica e iniziano l’opera di demolizione e ricostruzione delle istituzioni economiche del capitalismo, completata successivamente  da quelli progressisti. Lo Stato diventa così il comitato d’affari dei capitalisti. Si liberalizzano i movimenti internazionali dei capitali, così da ricomporre i margini di profitto delle imprese, erosi dal crescente potere sindacale e fiscale. Nel sistema bancario vengono abbattute le leggi ispirate al Glass Steagall Act, che imponevano una rigida separazione tra attività commerciali e d’investimento da parte delle banche. Le banche centrali smettono di coprire i fabbisogni finanziari dei governi, e diventano garanti della stabilità dei prezzi. Si crea così un grande mercato dei titoli pubblici, e i bilanci degli Stati sono limitati dalla capacità di piazzarli e pagarne gli interessi con l’imposizione fiscale, “se questa ha raggiunto un limite, al di là del quale viene a mancare il consenso politico e/o il gettito non cresce al crescere del PIL, l’intervento pubblico perde la sua natura macroeconomica, e il suo compito o è da Stato minimo (difesa,sicurezza, giustizia) o è redistributivo” (p.124). Le funzioni pubbliche vengono ridotte drasticamente: i servizi pubblici sono privatizzati o perdono la loro funzione universalistica (gli utenti sono soggetti a tariffe, le imposte vengono sostituite dalle tasse), le aziende pubbliche, quando non sono dismesse, vengono comunque trasformate in società per azioni quotate sui mercati. Il mercato del lavoro viene ferocemente liberalizzato, e si forma una concorrenza tra lavoratori per i pochi posti disponibili: domina l’ideologia del merito e del capitale umano, a cui Leon dedica pagine corrosive (pp. 161-163) e che porta, come nel calvinismo, “ad attribuire ai lavoratori il loro impoverimento relativo” (p.161) e a venerare il successo del self made man. La disoccupazione, inoltre, è attribuita alla pigrizia del disoccupato nel cercare lavoro (p.171); per questo le agenzie pubbliche per l’impiego sono sostituite da aziende private e la tutela passiva del disoccupato, attraverso i sussidi, è sostituita in parte dalla formazione professionale.

Queste trasformazioni  istituzionali hanno effetti negativi sulla domanda e quindi sulla crescita del prodotto globale. La quota dei salari sul reddito lordo, nei paesi occidentali, cala di circa 15 punti percentuali tra il 1979 ad oggi (p.186), deprimendo i consumi delle classi medie e quindi le vendite delle imprese; il taglio degli investimenti pubblici riduce reddito e occupazione attraverso il meccanismo del moltiplicatore keynesiano. A questo punto, per scongiurare il rischio  di una crisi di sovrapproduzione a cui il nuovo capitalismo non sarebbe sfuggito, ci si inventa una nuova fonte di sostegno alla domanda aggregata: il debito privato. Gli enormi flussi finanziari internazionali sono utilizzati dalle banche americane per accrescere i mutui alle famiglie – il cui reddito è in declino – stimolando così la crescita  del settore meno esposto alla concorrenza internazionale: quello immobiliare. La crescita dei prezzi delle case gonfia la ricchezza delle famiglie e si trasforma in maggiore consumo di beni da parte di quest’ultime; stimolando l’investimento delle imprese  – che cominciano a loro volta ad emettere titoli di debito sui mercati – e l’occupazione.  I crediti che le banche hanno in bilancio sono trasferiti a società fittizie creato allo scopo e venduti, sotto forma di titoli “sicuri” un po’ a tutto il mondo. Le banche europee, per esempio, fanno incetta di questi titoli, detti “salsiccia” perché dentro c’è un po’ di tutto. Siamo in quella che Leon chiama economia del leverage: nelle scelte economiche di famiglie, banche e imprese, lo stato patrimoniale (il valore di attività e passività) assume un’importanza maggiore del conto economico (ricavi e costi). Finché il valore delle attività (case o titoli) che hanno acquisito cresce più  delle rate di ammortamento del debito che hanno contratto, tutto va bene. Ma quando la bolla immobiliare e finanziaria scoppia, le insolvenze si moltiplicano, con le conseguenze economiche e sociali che conosciamo bene.

POLITICHE ANTICRISI E FUTURO DEL CAPITALISMO

Le politiche anti crisi sono state all’insegna di un keynesismo spurio, con l’intervento degli Stati per salvare dalla bancarotta il sistema bancario statunitense ed europeo, e l’abbondante liquidità pompata dalle banche centrali sui mercati finanziari.  Tuttavia, a sei anni dal crollo della Lehman Brothers , solo Stati Uniti e Giappone  –  i cui governi hanno aumentato deficit e debito con un mix di sgravi fiscali e maggiori spese pubbliche – danno segnali di una timida ripresa, mentre l’Unione Europa è vittima del rigore teutonico e degli immensi squilibri commerciali creatisi tra paesi settentrionali e meridionali. Si registra inoltre il rallentamento del tasso di crescita dei paesi emergenti (BRICS), a causa del calo delle esportazioni verso i paesi occidentali e del rialzo del prezzo delle materie prime, soggette a forti speculazioni. In generale, la crescita mondiale resta anemica per carenza di domanda effettiva, a causa dell’iniqua distribuzione del reddito e della ricchezza e del processo di dis-indebitamento di famiglie e Stati. Una stagnazione che, secondo economisti come Paul Krugman e Larry Summers, potrebbe protrarsi per lungo tempo. Lo Stato, certo, potrebbe giocare ancora un ruolo propulsivo, aggiungendo domanda attraverso investimenti in settori innovativi (come la green economy) e redistribuzione fiscale; ma gli viene precluso – specie nel Vecchio Continente – dall’ideologia del pareggio di bilancio e delle riforme supply side. Inoltre, la necessaria riforma della sovrastruttura finanziaria incontra un ostacolo insormontabile negli interessi delle lobby del settore. Lo testimoniano l’annacquamento della Volker rule negli USA, che re-introduce la separazione tra banche di credito ordinario e d’investimento, e le difficoltà che sta incontrando l’Europa nell’attuare le proposte del rapporto Liikanen..

In ultima analisi, c’è il rischio che si vada verso un capitalismo mercantilista o nazionalista, in cui ciascun Paese cerca di recuperare competitività  attraverso politiche di dumping fiscale, sociale e ambientale: un gioco a somma negativa. L’’Eurozona a trazione tedesca sta assecondando questa deriva. D’altro canto, Leon auspica che si arrivi ad una qualche forma di gestione coordinata della domanda globale, attraverso: potenziamento dei sindacati e standard salariali minimi introdotti a livello internazionale dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, riforma del commercio internazionale e della finanza, istituzione di una nuova moneta di riserva sovranazionale che sostituisca il dollaro, un maggior ruolo dei paesi emergenti nella risoluzione degli squilibri commerciali mondiali. Quale dei due assetti assumerà il capitalismo futuro? La risposta soffia nel vento.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Francesco Paolo Cazzorla

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Le lande della transizione difficile

Pubblicato: febbraio 4, 2014 da Francesco Paolo Cazzorla in Cultura
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Gonzalo-Landas

Gonzalo-Landas

I potenti della terra, i farabutti (e brutti), i cacciatori di capitali il cui unico intento è arricchirsi senza mai vedere la fine sono ormai sull’olimpo della grettezza, e da li su, pressoché indisturbati, comandano i loro mercenari affamati, che avanzano pilotati verso di noi, silenziosamente, sterminando le nostre vitali lande identitarie, passando per tutti i palazzi o l’erba del mondo: truffano, corrompono, cooptano, rapiscono e deridono il nostro, ultimo rimasto, spirito umano e solidale: ci stanno letteralmente prosciugando, e noi cominciamo ad avere sete, una secchezza rassegnata. Andiamo a tentoni cercando disperatamente le ultime gocce di risorse rimaste, e, a pieni palmi, stiamo cominciando a toccare letteralmente il fondo, sul serio.

Le idee sono ridondanti e non hanno più una direzione. C’è un bla bla insignificante che serve solo a spillare soldi all’audience, quei pochi quattrini  che ancora sono rimasti nelle tasche sporche e rovesciate. Le nette distinzioni, i confini confortanti, non ci sono più: è tutto morto e tremendamente desolato: lo scenario vero è un’immensa distesa polverosa. Siamo entrati in un pensiero-labirinto circolare, accessibile quasi a tutti e, ciononostante, siamo incapaci di fissare dei punti fermi, familiari: si procede solo per blandi tentativi, e se quello che è stato appena compiuto non è andato a buon fine si ritorna ancora indietro, per tentare ancora una volta un’altra nuova via.

La speranza a tutto questo però vive nella condivisione dei saperi di ognuno, nelle specifiche differenze che attualizzano le esperienze passate e cementate nelle nostre menti, e che danno ogni giorno i loro frutti potenziali, le possibilità di un riscatto da lacrime. Questa condivisione è composta da mini-sistemi che nascono all’occorrenza, in base alle circostanze, e che operano in maniera innovativa per far fronte alle contingenze che saltano fuori come funghi: l’umido si ramifica e fa emergere molteplici e sofisticati bisogni sociali, chi più chi meno.

La verità è che ci sono tanti bisogni inevasi e tutto questo rimane lettera morta perché si cercano le risposte in sistemi lenti e ultra-burocraticizzati, dove la miopia del non-intervento (soprattutto per mancanza di risorse) dipende da sistemi di pensiero desueti, non più rispondenti alla sfuggente e veloce realtà. Occorre invece un pensiero fluido, che possieda un bagaglio ben accessoriato, in cui gli attrezzi, congeniali alle singole situazioni, siano complementari e lavorino assieme, sempre. Lo spirito di collaborazione dunque farà la rete, pazientemente la tesserà, e tutti sapranno gestire, nelle loro singole competenze, la cultura comune del coordinamento necessario. Al contrario, essere convinti di riuscire a farcela sempre da soli fidandosi del proprio istinto e battagliando alla disperata davanti alla celebrazione del denaro è roba da incapaci: questi personaggi perderanno sempre, in partenza, oppure diverranno anche loro irrimediabilmente dei mercenari, il ché è lo stesso.

Il vero senso è il saper costruire insieme, confrontarsi, dibattere, scannarsi, trovare delle comunanze longeve ma pur sempre pronte a trovare quello spirito di adattamento capace di vederci chiaro. Ormai è lampante a tutti che ci hanno fatto le scarpe: i ricchi si arricchiscono sempre di più e si auto-celebrano tirando una pista di riscatto post-frastuono sul fondoschiena della prostituta. La fetta bella massiccia e grondante della società che ne resta è invece preda dell’isterismo, associato a stress pre-immaginifico per il futuro che l’attende, vivendo una rassegnazione che mi ricorda il muschio irlandese, perché sì: il muschio in Irlanda è di un verde diverso, un verde che col tempo si è tramutato in rassegnazione. Pensare al complotto è ormai cosa passata. Il complotto è bello che passato, ma anche tutto compiuto se ci si vede attorno, e ormai, di questo immane sfacelo, non si possono che raccattare solo i frutti acerbi, quelli già spolpati dagli insetti arrivisti. La gente sta male, lo si nota, lo si percepisce, si incontra il malessere sociale ad ogni passo umano che s’incontri. E non va bene: il futuro non esiste più, non è manco più rischioso, o per essere buoni “incerto”.

Una transizione difficile vuol dire attraversare una strada trafficata e pericolosa, senza semafori né passaggi pedonali. Oppure attraversare un torrente impetuoso, con tante rapide e rocce scivolose, attraversarlo in un punto senza aver potuto ben valutare se sia quello più favorevole. Abbiamo paura perché prima di tutto, per passare, dobbiamo guardare bene dove siamo, e ci accorgiamo che partiamo da e con qualcosa che non è solido e che fa pensare «bene, posso staccarmi, ma se perdo anche questo dove vado?». Se sbaglio, se nell’attraversamento ci perdiamo, dove andiamo a finire? Abbiamo paura, una paura che ci rende anche difficile anticipare i processi che ci consentono il passaggio, cioè guardare dove mettere i piedi: dove le auto passano un po’ meno velocemente? Come riesco ad intrufolarmi in maniera tale da non essere investito? E ancora la paura ci fa vedere in modo confuso quel che c’è dall’altra parte. È vero che non sappiamo bene dove si può approdare, ma questo è inevitabile: ormai la nostra vita è fatta così; per tutto non sappiamo cosa ci riserva il domani: dalla nostra salute, alla nostra abitazione, alle nostre condizioni di lavoro. Ma essere consapevoli di tutto questo non toglie la paura. Si tratta allora di attrezzarsi per la transizione difficile: questo consiste nel riuscire a co-costruire un’organizzazione temporanea, che si agganci alle istituzioni esistenti, ma che sia anche differenziata e articolata diversamente, come una sorta di appendice, un elemento a parte che interagisce con le situazioni preesistenti ma che si differenzia, perché è orientata verso una progettualità integrata che le istituzioni normalmente al loro interno non riescono a realizzare: hanno barriere, vincoli, hanno paratie e compartimento stagno, che impediscono movimenti, possibilità, aperture: mantengono attaccamenti e permanenze.” (Manoukian, 2013).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )