Archivio per giugno, 2014

modello tedesco

Ancora nel 2004, il saldo tra cittadini dei principali paesi comunitari che arrivavano in Germania e tedeschi che se andavano era negativo per quasi 40.000 unità. Nel 2012, riporta il quotidiano Frankfurter Allgemeine (25/05/2014), il saldo è positivo per quasi 70.000 unità. I “nuovi” immigrati provengono soprattutto dall’Italia (+32.000) e la Spagna (+22.000): di fronte alla crisi occupazionale che sconvolge i loro Paesi, hanno deciso di esercitare l’opzione della defezione[1]. Sono, in maggioranza, giovani altamente qualificati; spesso anche più della popolazione locale ed è per questo che le imprese tedesche sono ben felici di accoglierli (con stipendi adeguati).

Questi dati, molto più di tante analisi, dis-velano il gioco a somma zero dell’Unione Monetaria Europea, un progetto di natura squisitamente “politica” – e contro ogni razionalità economica – che le classi dirigenti francesi e italiane hanno cocciutamente voluto portar avanti negli anni Novanta per privare la Germania della sua “bomba atomica economica”, il Marco.  Salvo poi scegliere di adottare, con il Trattato di Maastricht (1992), la “costituzione materiale” tedesca : banca centrale con poteri circoscritti e inadeguati, austerità di bilancio pubblico, regole antitrust autolesionistiche, nessun coordinamento intra-europeo delle aliquote fiscali e dei salari.

Risulta evidente che vi sia stata, da parte delle élite europee di allora, una miope sottovalutazione delle grandi capacità di resilienza dell’economia e della società tedesca ai grandi shock che l’hanno colpita alla fine del secondo millennio.  A cominciare dalla riunificazione politica e monetaria. La decisione del cancelliere democristiano Helmut Kohl di fissare la parità di cambio tra Ost e West Mark, in particolare, aveva generato una drammatica desertificazione industriale della Germania orientale: prodotto interno lordo crollato del 44%, produzione industriale giù del 67%, due milioni di occupati in meno, reddito pro capite degli Ossis scivolato a un terzo di quello dei Wessis, massiccia emigrazione[2].

Per non lasciare definitivamente morire quei territori, il nuovo Stato federale decise di investirvi una colossale quantità di denaro: circa 1140 miliardi di euro nel periodo 1990-2005, racimolati per la maggior parte emettendo obbligazioni, poi attraverso tasse di solidarietà dei cittadini dell’Ovest e i fondi europei per lo sviluppo e la coesione sociale[3]. Le città vennero, a fatica, ricostruite, le infrastrutture modernizzate, le persone aiutate a riprogettare là, in quei luoghi, la propria vita, con l’aiuto dei sussidi pubblici. Il gap tra Germania Est e Ovest in termini di reddito pro capite, qualità dei servizi pubblici e dotazione delle infrastrutture si ridusse in pochi anni . Ma per l’intero Paese il conto fu salato: il debito pubblico esplose[4], la disoccupazione salì all’11% del totale (5 milioni di persone), gli investimenti e la produttività delle imprese crollarono.

capitalismo di borsa o di welfareLa via tedesca al capitalismo, l’economia sociale di mercato (Soziale Marktwirtschaft)[5], quel modello renano capace di combinare efficienza produttiva e giustizia sociale – e per questo celebrato da tanta letteratura economica (da Michel Albert a Ronald Dore) – sembrava all’inizio del nuovo millennio destinato a soccombere. Troppo attraente e dinamico appariva allora il capitalismo anglosassone, con il mito dei mercati finanziari e delle startups della new economy, rispetto a quello tedesco, specializzato nei settori nati dalla seconda rivoluzione industriale, ingessato in relazioni industriali antiquate, con i sindacati seduti fianco a fianco ai rappresentanti degli azionisti nei consigli gestionali dell’azienda.

Se il vangelo neoliberista ha fatto proseliti quasi ovunque in Europa, in Germania ha attecchito solo in parte. Certo, il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder, con il suo sodale Peter Hartz, ha fatto dimagrire lo Stato Sociale e deregolamentato una parte consistente del mercato del lavoro, creando figure atipiche e precarie, a bassi salari e senza contributi previdenziali. Oggi  questi working poors hanno raggiunto la patologica cifra di 8 milioni, il 22% degli occupati totali (dati Ocse), tanto da rendere non più procrastinabile l’introduzione di un salario minimo stabilito per legge.

Ma la determinante principale del successo tedesco non è la flessibilità (leggi: precarietà) della forza lavoro, come molti tifosi del pacchetto di riforme “Agenda 2010”  di Schroeder vorrebbero far credere. Il fattore chiave è la politica industriale.  La Germania – disobbedendo alle prescrizioni dei cantori dell’economia finanziaria – non ha smantellato la propria base produttiva, il suo sistema industriale. Ha capito per tempo che le economie avanzate potranno generare buona occupazione nei servizi, mantenere il Welfare, indirizzare lo sviluppo economico verso la sostenibilità ecologica, sopravvivere alla spietata competizione globale, solo conservando un sistema manifatturiero fortemente orientato all’innovazione.

In questa prospettiva,  l’intervento pubblico –  nel caso tedesco, attraverso centri di ricerca applicata come la Fraunhofer Gesellschaft e il veicolo finanziario compartecipato da Lander e Governo federale Kredit fuer Wiederaufbau (KfW) – gioca un ruolo cruciale. Così come il modello di corporate governance che domina nella media e grande impresa del Paese – la Mitbestimmung – che dà voce ai lavoratori nelle decisioni aziendali più importanti, prevenendo delocalizzazioni e arbitrii nei licenziamenti. Non è un caso che la protezione legislativa di chi lavora nella manifattura sia in Germania una delle più rigide d’Occidente.

L’aumento del valore aggiunto per ora lavorata è così ottenuto con investimenti in Ricerca e Sviluppo che approssimano il 3% del prodotto (79,4 miliardi l’anno); con un sistema di scuole tecnico professionali che alterna apprendimento in classe e sul posto di lavoro (duale Ausbildungssystem); con università pressoché gratuite e di altissima qualità . Non attraverso la compressione fiscale e salariale o i lunghi orari di lavoro. Come mostra la tabella sotto, un’ora di lavoro è pagata 32 euro in Germania, 22 in Italia. Un dipendente dell’industria manifatturiera tedesca guadagna circa 37mila euro lordi all’anno, contro i 26mila di un suo omologo in Italia, lavorando poco più di 1400 ore l’anno contro 1680. Infine, la distribuzione del valore aggiunto è molto più egalitaria a Nord delle Alpi: la quota che va a remunerare il lavoro è il 67% in Germania contro il 60% in Italia.

 

Tab. 1: Alcuni indicatori economici riferiti all’Industria manifatturiera.

Fonte: Elaborazione su dati Ocse, Stan Database for Structural Analyses e Istat, struttura e competitività delle imprese

Ita ger

Alla luce di queste considerazioni, è forse giunto il momento che il grande tema della politica industriale – che non è tabù negli USA, dove il governo Obama ha salvato Chrysler, così come non lo è in Cina, Brasile, Russia, Francia –  si riaffacci anche nel cortile di casa Italia. Dove purtroppo è convinzione diffusa che si debba abbandonare la manifattura per specializzarsi su turismo e servizi scadenti, proseguendo un processo di desertificazione industriale e svilimento del capitale umano che dura ormai da decenni.

 

 

NOTE: 

[1] Albert O. Hirschman, Lealtà, Defezione, Protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello stato, Bompiani, 2004

[2] Vladimiro Giacchè, Anschluss. L’Annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Imprimatur, 2013

[3] Secondo il quotidiano die Welt, il costo complessivo della riunificazione (1990-2013) sarebbe di 2mila miliardi di euro, una cifra che approssima quella del debito pubblico italiano.

[4] Il debito pubblico tedesco è cresciuto dal 1990 al 2005 di ben 980 miliardi di euro: dai 473 mld di fine 1989 ai 1453 del 2005 (H. W. Sinn, Basar-Ökonomie Deutschland – Exportweltmeister oder Schusslicht?,  2005).

[5] Il paradigma dell’”economia sociale di mercato” è stato sviluppato dagli economisti e giuristi riuniti intorno alla rivista “Ordo” e alla Scuola di Friburgo, tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta del Novecento. Fortemente critici verso il collettivismo socialista e l’interventismo statale di stampo keynesiano (politica che nel Paese ha connotato fortemente gli anni dell’hitlerismo), essi rigettano però anche la concezione minimalista dello stato propria del liberismo anglosassone, assegnando a quest’ultimo un importante ruolo di regolazione dell’economia, lotta ai monopoli e tutela della concorrenza, distribuzione del reddito e promozione delle opportunità degli individui. Per approfondire si veda Bolaffi, Cuore Tedesco, Donzelli, 2013, pp. 213-37.

 

Federico Stoppa

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Julie Anne Noying - Seasonal unemployment

Julie Anne Noying – Seasonal unemployment

Il pane duro è come il precariato: lungo a terminare.

Quando lo mangi senti un sapore stantio, di un qualcosa che è rimasto lì e di cui non si è potuto godere fino in fondo il profumo entusiastico dell’appena sfornato.

Quel momento iniziale, motivante e fragrante, viene spazzato via dapprincipio, con una spietata noncuranza di chi ti dice che, da subito, neanche il tempo di iniziare, hai un numero assegnato di scadenza inderogabile, proprio lì, stampato sulla tua non più tanto giovane fronte.

Proprio come il pane, che a distanza di pochi giorni si rende praticamente immangiabile, e il suo aspetto risulta venato da grumi di bianco secco; ogni tanto quei grumi li associ a quelle prime rughe che vedi farsi strada sul tuo volto allo specchio, quando speri che siano solo il risultato di gran risate al genuflettersi di occhi festosi, e poi, invece, scopri essere soprattutto il sottile risultato di un bacino premuroso di lacrime spossate, che scivolano e si incuneato presso di loro.

Quando mastichi per tanto tempo il pane duro all’inizio non te ne accorgi, perché fondamentalmente hai fame; ma dopo un po’ cominciano a subentrarti inesorabili scosse alle mascelle che si propagano per tutto il cranio, ed è lì che ti rendi conto di quanto, a sentire interiormente quel fastidioso croccante stridio di crosta, puoi ritenerti ancora tutto sommato fortunato: riesci ancora ad ingerire qualcosa, a nutrirti in qualche modo, anche se il nutrimento non è dei migliori: ma tu butta giù, e vedrai che lo stomaco si riempie lo stesso.

Quando lo tieni in mano, sempre quel pane duro, senti che non deve essere buttato via, che non deve essere abbandonato al suo miserabile destino, e in quel frangente puoi associarlo al puro volontariato, o anche all’etichetta di disoccupato occupato in mille altre occupazioni: occupazioni non riconosciute dal capitalismo consumistico, dal capitalismo monetario; perché il lavoro, anche se dicono che non c’è, è diventato debole solo in questa accezione, e si è tramutato in tanto altro che già viene praticato, ma che fa fatica ad essere riconosciuto abbastanza per quello che realmente è, poiché non produce gli utili famelici per quel tipo specifico di consumo.

Ci sono tanti altri tipi di consumo, come i consumi valoriali, come le condivisioni di scambi avulsi da contratti formali, dove lo spirito dell’illusione che risiede nella sterminata individualità di ognuno prende corpo, e si manifesta nelle gesta dell’inventiva, nel luccichio intermittente e sensazionale dell’iniziativa inedita, nella sconfinata libertà umana.

Semplicemente, il pane duro è un pane che non deve essere smaltito per poi semplicemente inquinare la nostra esistenza: va mangiato. Il concetto di lavoro che c’è dietro va modificato, e allora si accende il forno della fantasia che porta il nome dell’imprenditoria individuale e se ne fa una bruscetta, di quelle che ti ricordano tua nonna che quando eri piccolo te la preparava con parsimoniosa cura; di quelle leggermente dorate e con quel tocco di simpatico abbrustolito, che rende quel pane in un rinnovato stato di grazia; una grazia che può accogliere la giusta quantità di ciliegie di pomodoro decorate dal sale, e avvolte, infine, dall’abbraccio rincuorante di quell’olio leggero e profumato di fresco.

Bisognerebbe profumare la disoccupazione, e ravvivarla in quello che si cela al suo interno: chi ha detto che chi è disoccupato per i centri d’impiego – sparsi per ogni dove e davvero inutili – non sia per nulla e in qualche modo occupato? Chi ha detto che costui non si mobiliti altrimenti per immagazzinare cultura propria per poi espanderla, incanalandola nei circuiti virtuosi della collettività con cui entra in diretto contatto? Chi ha detto che chi verte in questa condizione semplicemente etichettata – che serve solo a rifocillare le false statistiche – non sia anche un infaticabile crogiuolo di smanettamento continuo che sta cercando con sudore e fatica esistenziale di riformattare per sé e per altri un genere di sapere diverso? Un sapere e delle pratiche non più arenate nelle logiche di quella generazione che dicono essere stata spazzata via e che non potrà più avere un misero barlume di ritorno?

Nessuno può dirlo, perché appena si sarà prodotta “la mutazione metafisica si sviluppa fino alle proprie estreme conseguenze, senza mai incontrare resistenza. Imperturbabile, essa travolge sistemi economici e politici, giudizi estetici, gerarchie sociali. Non esistono forze in grado di interromperne il corso – né umane né d’altro genere, a parte l’avvento di una nuova mutazione metafisica.”

Allora, se bisognerà mangiarne ancora di pane duro per disvelare quest’ulteriore mutazione si continuerà a farlo, decisamente, ma ci sarà chi, stanco di quel pano duro, lo abbandonerà spossato, nell’inquinamento della propria depressione esistenziale; e chi, invece, sarà sempre intento ad accendere tutti i forni impensabili dell’immaginazione, per poi finalmente sedersi tranquillo e rasserenato, felice di una stanchezza meritata, per potersi infine assaporare quell’anziana bruschetta rinvenuta che ha semplicemente il magnifico sapore di un Nuovo buono.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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