Archivio per giugno, 2015

Rufino Tamayo

Rufino Tamayo – Dualidad

Il Messico è questo selciato arso dal sole, pietre e polvere che fanno pace con la vegetazione vessata. Il Messico sono tutti questi paesaggi sciancati, che ti abbracciano a protezione in quel loro circolo di montagne, solite dialogare con nuvole orfane. Il Messico è una nostalgia senza tempo: è un maggiolino scassato che danza senza freni sulle ruote di un trattore. Il Messico è una vergognosa polarizzazione tirata agli estremi: il disagio da una parte – braccianti in piedi su camionette aperte mentre vanno a lavoro sotto al sole; e la classe irraggiungibile dall’altra, che sposando il “modello di successo” ha praticamente dato il culo agli Stati Uniti d’America. In mezzo a tutto questo non è rimasto nulla; c’è solo il deserto a coprire le distanze…

E ancora. Il Messico è il buongiorno delle signore inservienti, che tutte le mattine, col sorriso, lustrano i pavimenti di centri commerciali fintamente sgargianti. Il Messico è un autobus a forma di camion, un bastone di legno al posto del cambio, una cassettina a scomparti che raccoglie centesimi di pesos incolonnati, traballanti e precari, ed è tutto un fragore di vetri come spezzati a trasportare con sé il lato vero dell’antropologia. Il Messico è il mango fresco alla mattina, e il meritato litro di caguama alla sera; Il pane c’è, sì, ma non è lo stesso: ci pensano pile di tortillas a fare da base a tutto. Il Messico sono tutte queste salse colorate e piccanti: più il colore è acceso e più le salse rianimano la vita.

Rufino Tamayo

Rufino Tamayo

Il Messico è una perenne distonia sui volti: è una tristezza che si fa sottomissione eterna, ma che in un attimo si libera in festa non appena trombe e chitarre rilevano le solite maschere raggrinzite. “Tutto è permesso; scompaiono le gerarchie abituali, le differenze sociali, i sessi, le classi, i gruppi. Gli uomini si travestono da donne, i padroni da schiavi, i poveri da ricchi. Vengono ridicolizzati l’esercito, il clero, la magistratura. Governano i bambini o i pazzi. Si commettono profanazioni abituali, sacrilegi obbligatori. L’amore si fa promiscuo. Talvolta la festa diventa messa nera. Si violano regolamenti, comportamenti, costumi. L’individuo rispettabile getta la sua maschera di carne e gli abiti scuri che lo isolano e, vestito di colori sgargianti, si nasconde dietro una maschera che lo libera da se stesso. La Festa, dunque, non è solamente un eccesso, un dispendio rituale dei beni penosamente accumulati durante tutto l’anno; è anche una rivolta, una subitanea immersione nell’informe, nella vita allo stato puro. Attraverso la festa, la società si libera dalle norme che si è imposta. Si burla dei suoi dèi, dei suoi princìpi e delle sue leggi, nega se stessa. La festa è una rivolta nel senso letterale del termine. Nella confusione che genera, la società si dissolve, affoga in quanto organismo retto in base a regole e princìpi determinati. Ma affoga in se stessa, nel suo caos o libertà originale. Tutto entra in comunicazione: si mescola il bene col male, il giorno con la notte, il santo col maledetto. Tutto convive, perde forma, singolarità e torna alla massa primordiale. La Festa è un’operazione cosmica: l’esperienza del disordine, la riunione degli elementi e dei princìpi contrari allo scopo di provocare la rinascita della vita.(Octavio Paz, Il labirinto della solitudine, p. 42).

Il Messico è un’identità bistrattata: è una farfalla che dopo aver vissuto pienamente il suo giorno rallenta spossata il suo ritmo, il cui disegno d’ali risulta spezzettato. Il Messico è un’accoglienza senza scadenze: la casa di chi ti conosce sarà sempre la tua, e il parcheggiatore sdentato senza patria ti ricorderà, senza remore, quali sono le tue lontane origini alla deriva. Ma il Messico, dopotutto, non è che una colonna sonora di Piero Piccioni, splendida, al pomeriggio, che riproduce incessantemente quel suo “Mexican Dream”.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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JON KRAUSE - Uncertanty and punshment

Jon Krause – Uncertanty and punshment

La nostra è una generazione che per certi aspetti si trova ad affrontare problemi del tutto inediti. I modelli del passato spesso risultano inadeguati e devono lasciare spazio a soluzioni sperimentali. È auspicabile che si dia inizio ad una riflessione collettiva sulla nostra condizione comune, sulla nostra identità e sul significato che vogliamo dare alle nostre vite. Iniziare a pensarsi come una generazione accomunata da esperienze condivise è utile per poter riflettere sulle traiettorie personali di ognuno di noi. Noi giovani dobbiamo iniziare a proporre una nostra visione, sganciandoci dalle rappresentazioni di “bamboccioni” che arrivano da un’altra generazione. Non si tratta di creare una sterile contrapposizione, ma di alimentare una dialettica costruttiva al fine di conquistare un’identità propria.

Filippo Gibiino

A tutti coloro schiacciati sul presente, perché il futuro è un frastuono d’incertezze; a tutti quelli che si barcamenano tra due o più lavori pur di pagarsi un affitto, e conquistarsi così un barlume d’indipendenza; a tutti quei ragazzi italiani emigrati all’estero, che continuano ad elogiare il proprio paese nonostante li abbia cacciati fuori a pedate per mancanza d’opportunità; a tutti quei ragazzi italiani che affrontano le mille difficoltà in patria, e che cercano comunque d’inventarsi qualcosa: a tutti quelli che progettano geniali idee imprenditoriali; a tutti coloro che si muovono in associazioni per risollevare il sociale – un sociale tramortito e inesistente; a tutti quelli che, pur avendo sempre lavorato, non hanno mai visto in vita loro una busta paga; a tutti quelli impegnati nei mille tirocini schiavizzanti, perché, arrivati a una certa, la gavetta è solo una bruta invenzione creata ad hoc; a tutti coloro che studiano ogni giorno, per sé e per gli altri; a tutti i pendolari che si svegliano presto la mattina e tornano a casa stremati la sera; a tutti coloro che svolgono attività invisibili e “fast food”: lavapiatti, camerieri, commessi-col-cappellino-orribile-di-ogni-genere; a tutti quelli che vivono una vita semplice in virtù della complessità che li circonda; a tutti quelli che vivono appartenenze multiple cercando di capire come si fa; a tutti quelli che vengono lasciati soli, ai bordi delle strade, in preda ad una emorragia pubblica, perché non c’è più una visione comune, un senso collettivo che sappia indicargli una via.

Learning to Fly: coping with anxiety in an uncertain world - Gérard Dubois

Gérard Dubois – Learning to Fly: coping with anxiety in an uncertain world

A tutti quelli che non ho nominato, e a tutta quanta la mia generazione, nessuno escluso, perché questa è una generazione con le palle, e voglio dirle grazie, per tutto quello che fa, ogni giorno. Un grazie sconfinato, perché di grazie così ne riceve sempre pochi…

Un sorriso d’intesa a tutti coloro che – ne sono certo – mi capiranno, in questa nostra comune e dilatata nomade condizione; perché se è vero che questo cambiamento epocale ce lo portiamo pesantemente caricato sulle nostre spalle, è anche vero che di tutto questo nessuno ne parla mai: poco spesso siamo nominati e riconosciuti, e proprio per questo pian piano dimenticati, soprattutto da quelli che sono solo bravi a giudicare, o a tacere, e che solo per uno scherzo del destino hanno contribuito consapevolmente a buttarci nella mischia, colpevoli e ignari di quel danno che, così maledettamente egoista, ci avrebbero lasciato in eredità.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Culture Movement – Vladislav Petrovskiy

Percepire e comprendere le emozioni altrui è un’esperienza che ci connette ogni giorno con gli altri. Entriamo in empatia con qualcuno quando siamo capaci di metterci nei suoi panni, non solo tramite un ragionamento o un’astrazione, ma soprattutto in virtù del fatto che possiamo sentire le stesse sensazioni vissute dall’altro.

Immaginiamo di essere seduti ad un bar insieme ad un amico o ad un’amica per un aperitivo. Subito dopo aver assaggiato del cibo, improvvisamente sul volto del nostro compagno compare un’espressione di disgusto: le sopracciglia si aggrottano, la fronte appare corrugata, compaiono grinze sul naso e il labbro superiore si alza aprendo la bocca che lascia fuoriuscire la lingua. All’istante siamo in grado di cogliere la situazione, senza ragionarci sopra, ed è probabile che ci sentiamo anche noi un po’ disgustati in quel momento. Più la nostra attitudine empatica è marcata, più tendiamo a rispecchiare il volto di chi abbiamo di fronte con la nostra espressione facciale. Subito dopo il nostro amico ci dirà di non aver particolarmente gradito quella tartina, confermando a parole quello che avevamo già colto da soli. Come facciamo a capire intuitivamente cosa sta provando chi ci sta di fronte? Come riusciamo ad entrare in empatia gli uni con gli altri? A partire dalla nostra capacità di provare empatia, che conclusioni possiamo trarre rispetto alla natura umana?

Intorno ai primi anni ’90 un gruppo di ricercatori dell’università di Parma ha scoperto una nuova tipologia di cellule cerebrali, da cui possiamo partire per tentare di rispondere alle domande appena esposte. La proprietà che ha destato sorpresa nei ricercatori è che questi neuroni, collocati nella porzione motoria della corteccia cerebrale, non si attivavano soltanto durante l’azione svolta in prima persona, ma anche quando vediamo la stessa azione eseguita da un altro. In virtù di tale proprietà queste particolari cellule furono chiamate neuroni specchio. La scoperta avvenne inizialmente nel cervello del macaco e solo più tardi si è dimostrato che questi neuroni sono presenti nell’uomo, con funzioni addirittura accentuate. Prima di queste ricerche si pensava che i neuroni della corteccia motoria si attivassero solamente per implementare il movimento del soggetto, mentre i neuroni specchio rispondono anche a stimoli visivi e uditivi. In pratica, tornando alla scena di prima, mentre osserviamo il nostro amico al tavolo che afferra il bicchiere, versa l’acqua e sposta il vassoio del cibo, nel nostro cervello si stanno attivando le stesse aree motorie necessarie a compiere quei gesti. Per essere più precisi i neuroni specchio sono stati individuati nella corteccia premotoria e nel lobo parietale inferiore, aree del cervello interconnesse tra loro.

Empathy2I ricercatori di Parma, guidati dal Prof. Giacomo Rizzolatti, hanno ipotizzato che la funzione di questo meccanismo stesse nella possibilità di comprendere implicitamente le intenzioni dell’altro a partire dalla semplice osservazione dei suoi gesti. So quel che l’altro sta facendo, per paragrafare il titolo del testo di Rizzolatti e Sinigaglia, proprio perché il mio cervello sta attivando le stesse aree cerebrali utilizzate dall’altro. Naturalmente esiste sempre uno scarto tra la mia personale attivazione cerebrale e quella dell’altra persona: il rispecchiamento non è mai perfetto e tiene conto della mente e della soggettività di chi osserva. Inoltre, più il nostro repertorio motorio è simile a quello della persona osservata, più la sovrapposizione delle aree motorie sarà marcata. In un esperimento (2005) è stato osservato che, una ballerina di danza classica riesce a rispecchiare dentro di sé l’osservazione di un balletto molto meglio di chi è estraneo a questa disciplina. Quindi i neuroni specchio sono essenzialmente neuroni motori che rispondono anche all’osservazione e al suono di azioni e movimenti. Queste cellule per via delle loro potenzialità risultano coinvolte nelle capacità umane di imitare ed apprendere. Quando parliamo di imitazione ci riferiamo alla ripetizione di un gesto secondo il patrimonio motorio che appartiene all’osservatore. In questo caso più l’azione osservata appartiene al patrimonio dei movimenti di chi osserva, più sarà facilitata la sua replica. Percezione ed esecuzione motoria hanno bisogno di incontrarsi in uno spazio comune di rappresentazione nel cervello, e il sistema dei neuroni specchio garantisce questo incontro.

E per quanto riguarda le emozioni? I dati hanno suggerito l’esistenza di un funzionamento simile a quello del meccanismo specchio. In uno studio, Bruno Wicker e colleghi (2003) hanno sottoposto alcuni volontari ad un esperimento di risonanza magnetica funzionale articolato in due sessioni. Nella prima condizione i soggetti erano direttamente esposti a odori maleodoranti, mentre nella seconda i partecipanti osservavano filmati video raffiguranti varie espressioni facciali, tra cui quella del disgusto. In entrambe le condizioni si attivava la stessa porzione dell’insula anteriore sinistra, l’area del cervello implicata nell’esperire il disgusto. Quindi la vista di un volto disgustato attiva in maniera automatica le stesse aree coinvolte nella risposta emotiva all’odore maleodorante.

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Gjon Mili – The juggler Stan Cavenaugh, 1941

Torniamo alla scena iniziale: è grazie al riutilizzo delle nostre aree dell’insula implicate nel provare disgusto in prima persona, che possiamo comprendere l’esperienza spiacevole del nostro amico. Per spiegare questo meccanismo che fa leva sul riutilizzo delle aree cerebrali, Vittorio Gallese ha parlato di teoria della simulazione incarnata: alla vista dell’altro che agisce e si emoziona il nostro cervello simula, cioè imita internamente l’esperienza dell’altro, proprio in termini di movimenti ed emozioni, e quindi in un formato di rappresentazione corporeo (non simbolico), detto incarnato. Inoltre l’attivazione dell’insula sarebbe responsabile di quelle risposte viscero-motorie tipiche del caso, che ci fanno chiudere lo stomaco alla sola vista di un amico che prova disgusto per del cibo avariato. Senza queste reazioni vissute nel corpo non potremmo esperire così vividamente cosa sta provando l’altra persona, potremmo al limite averne una percezione cognitiva, ma senza riuscire davvero a metterci nei panni dell’altro.

Questi meccanismi ci permettono di avere una comprensione di tipo esperienziale di ciò che sta succedendo, generando in noi “rappresentazioni interne degli stati corporei associati a quelle stesse azioni” (Gallese, Migone, Eagle, 2006) e sensazioni che stiamo osservando. Un siffatto tipo di comprensione non esclude e non preclude l’esistenza di un altro tipo di comprensione a carattere più razionale, tramite cui costruire inferenze e ipotesi. Tuttavia, senza la prima avremmo solo un’impressione sbiadita degli altri e di ciò che provano. A riprova del carattere immediato e automatico di questo meccanismo si noti che, durante l’esperimento condotto da Wicker, a nessuno dei partecipanti era stata data istruzione di immedesimarsi con le persone dai volti disgustati che venivano proiettate sullo schermo. Lo stesso vale per l’esempio del bar: per provare disgusto non abbiamo bisogno di nessuno sforzo, di nessun atto di volontà, alla semplice vista del nostro sfortunato amico siamo in grado di provare la stessa sua emozione.

empatia (1)La scoperta dei neuroni specchio non ha fatto altro che sottolineare, ancora una volta, la predisposizione sociale dell’essere umano, già individuata da filosofi e sociologi. Siamo fatti per entrare in connessione diretta con gli altri, a partire dall’architettura del nostro sistema cervello-corpo. È però vero che empatia non significa necessariamente bontà. Anche due spadaccini coinvolti in uno scontro possono dirsi in empatia tra loro, nel senso che sono profondamente connessi, sono nei panni dell’altro proprio per capire meglio quale sarà la sua prossima mossa o il suo prossimo tentennamento. In ogni caso i neuroni specchio ci dicono che siamo predisposti per metterci in contatto e confrontarci con l’altro. In un articolo Vittorio Gallese (2010) ha specificato che “non è possibile concepire se stessi come un Sé, senza radicare questo processo di valutazione nella relazione con l’altro. […] La nostra identificazione sociale con gli altri è una caratteristica costitutiva di ciò che significa essere umani”. Ci sviluppiamo come soggetti grazie a una costante interazione col mondo sociale. L’idea è che la persona si costituisca e si arricchisca sempre a partire dalle relazioni con l’altro, già dalla nascita. La mente nasce dalle primissime e fondamentali relazioni di accudimento e si alimenta di continui rispecchiamenti con i nostri simili. Ora sappiamo che anche nel nostro cervello esiste uno spazio neurale che rappresenta contemporaneamente le mie emozioni e quelle dell’altro, uno spazio che Gallese (2010) ha definito noi-centrico: “questo spazio diventa più ricco e sfaccettato, in relazione al più ampio spettro e significato dei rapporti interpersonali nel corso dello sviluppo”.

Filippo Gibiino

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Riferimenti

Ammaniti M., Gallese V. (2014), La nascita dell’intersoggettività. Lo sviluppo del Sé tra psicodinamica e neurobiologia, Raffaello Cortina Editore

Gallese V. (2010), Il sé inter-corporeo. Un commento a “Il soggetto come sistema” di Manlio Iofrida, Ricerca Psicoanalitica, 3

Gallese V., Migone P., Eagle N. M (2006), La simulazione incarnata: i neuroni specchio, le basi dell’intersoggettività ed alcune implicazioni per la psicoanalisi. Psicoterapia e scienze umane, 3

Rizzolatti G., Sinigaglia C. (2006), So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina Editore

Uddin L.Q., Kaplan J.T., Molnar-Szackacs I., Zaidel E., Iacoboni M. (2005), Self-face recognition activates a frontoparietal “mirror” network in the right hemisphere: an event-related fMRI study. NeuroImage, 25

Wicker B., Keysers C., Plailly J., Royet J-P., Gallese V.,Rizzolatti G. (2003), Both of us disgusted in my insula: The common neural basis of seeing and feeling disgust. Neuron, 40