Archivio per settembre, 2014

John Fante

John Fante

Quest’espressione d’imperituro amore, fu utilizzata per la prima volta da un simpatico ubriacone che tutti noi conosciamo, per forza: vuoi per passaparola – magari da un amico che avendolo scoperto per la prima volta è uscito letteralmente fuori di testa e che, da quel momento, non siamo più riusciti a schiodarlo da lì: quando parlerà di lui avrà sempre quella riconoscibile espressione estasiata; vuoi, dicevo, per nostra personale e diretta lettura, attraverso uno dei suoi tanti e allucinati romanzi o racconti: sto parlando di quel giocherellone che riusciva a tessere le lodi di prostitute in camicia da notte; di quel lardoso reietto della società che si aggirava moribondo – nei suoi romanzi, ma plausibilmente nella sua di realtà – per le corsie ospedaliere, chiedendo, a tutti gli infermieri di turno, se da qualche parte poteva recuperare un ultimo goccetto per la nottata, tutto qui… Sto parlando, avrete ormai capito benissimo, ovviamente di Charles Bukowski.

Ebbene. Nella sua commovente e appassionata introduzione al romanzo “Ask the Dust” (“Chiedi alla polvere”) il Nostro non fa giri di parole. È schietto, sincero, come non lo è mai stato. Colui che ha scritto questo romanzo lo ha colpito, immediatamente. È riuscito a fare breccia con un solo colpo fra tutti quei scrittori che, all’epoca – sempre secondo il Nostro, erano solo intenti ad architettare strutture artificiose, giochetti di parole, e basta. “It seemed as if everybody was playing word-tricks, that those who said almost nothing at all were considered excellent writers”.

Questo scrittore a lui sconosciuto, era del tutto avulso da quella realtà letteraria ormai letta, insegnata, assorbita e trasmessa, e che andava ad incrementare goffamente la “delicatezza di mestiere e di forma” che azionava quel “confortevole macchinario” che era il mondo della cultura; questo scrittore, era di gran lunga estraneo alle logiche patinate e insignificanti proprie di quella cultura, poco dedita a raccontare la vita reale, la vita quotidiana di tutti i giorni; questo scrittore, paradossalmente alla portata di tutti, fu però scoperto solo alla fine, con un imperdonabile ritardo… Ma per fortuna… Questo scrittore, troppo importante per non essere ricordato, lo ha salvato, ha salvato il nostro Charles (ed è tutto dire!). Come salverà tutti coloro che impareranno a conoscerlo, ad amarlo.

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Charles Bukowski

In quel periodo buio in cui si intrufolava nella biblioteca pubblica di L.A. – con la speranza di leggere qualcosa che riguardasse la strada, le persone che la popolavano, o semplicemente se stesso racchiuso in una di quelle mille storie – il Nostro Charles ebbe una vera e propria folgorazione: “One day I pulled a book down and opened it […]. I stood for a moment, reading. Then like a man who had found gold in the city dump, I carried the book to a table. The lines rolled easily across the page, there was a flow. Each line had its own energy and was followed by another like it. […] The beginning of that book was a wild and enormous miracle to me. I had a library card. I checked the book out, took it to my room, climbed into my bed and read it, and I knew long before I had finished that here was a man who had evolved a distinct way of writing. […] written of and from gut and the heart.

Sì, proprio così. Tutti coloro che hanno avuto la fortuna e la possibilità di sfogliare anche per una sola volta uno dei suoi tanti romanzi la penseranno esattamente come lui: la scrittura di John Fante è proprio come dice il Nostro buon vecchio Charles: è una scrittura di “pancia”, ma soprattutto una scrittura che proviene dal cuore. L’impeto che la caratterizza tra le pagine si sviluppa in quella scorrevolezza che non ti annoia mai, pronta, di quando in quando, a sfoderare un acume di sensibilità capace di farti rizzare tutti quanti i peli in tuo possesso, all’unisono: indice del fatto inequivocabile di aver ricevuto un’autentica scossa, un’emozione inaspettata, e che la tua mente, non lasciandola di certo sfuggire, l’ha infine trasmessa a tutto quanto il tuo corpo, per poterla poi liberare.

La vera sostanza di ogni sua riga dona alla pagina una forma, un sentimento di un qualcosa che si incastona in essa. Dietro le sue pagine c’è sicuramente un uomo che non ha paura delle emozioni, di quelle emozioni forti, alle volte davvero crudeli, ma terribilmente umane. L’umorismo e il dolore per le vicende narrate vengono mescolate, si avvinghiano e si fanno forza reciprocamente, con una caparbia e superba semplicità. È questo John Fante quando lo leggi per la prima volta: la consapevolezza travolgente di aver trovato finalmente un compagno fidato.

La mia relazione personale con lui è sempre stata un po’ strana; forse un po’ simile a quella del buon vecchio Charles… Ed è forse proprio per questo se ho chiesto a lui un valido aiuto per presentarvelo.

John Fante per me è sempre stato la mia biblioteca preferita, il mio posto pubblico preferito, nella mia città preferita… Nella mia poltrona preferita, con la mia versione di me preferita: immerso e circondato da un’ondata di libri infinita… Quando volevo staccare da ogni cosa, e quando volevo dedicarmi del tempo per una lettura solo mia e che sapevo che sarebbe rimasta vivida e introiettata negli anni, sapevo a chi chiedere tutto questo con un semplice gesto: cominciare a leggere una delle sue frasi, una delle sue rincuoranti righe. Sapevo esattamente quindi dove andare a cercare per coccolarmi un po’, per non avere momentaneamente più problemi col resto del mondo.

Non nascondo di averli letti quasi tutti i suoi libri. Vi chiederete quindi cosa ci sia di strano in questa specie di storia d’amore: se ti piace uno scrittore, prima o poi, compri tutto il comprabile e fai incetta dei suoi volumi, anche di quelli introvabili! (se proprio sei un fissato e sei letteralmente un impazzito cronico). Il fatto curioso però è che non possiedo una sola copia dei suoi libri; o meglio ne ho solo una, ma in lingua originale, comprata quasi contro la mia volontà, giusto per averne una… Perché lui per me è ed è sempre stato tutt’altro dal semplice possederlo nella mia piccola libreria; è ed è sempre stato tutto quello che vi ho detto prima: un semplice luogo, un luogo pubblico lontano che, benché ora sia difficilmente raggiungibile, è rimasto per sempre con me, e da allora non mi ha mai più abbandonato: mi ha fatto sempre una calorosa compagnia.

Ora potrei citarvi, oltre all’opera già ricordata e d’altronde la più famosa, introdotta al mondo da Bukowski, tutte le sue altre pubblicazioni, che completano, con quest’ultima, l’irresistibile saga di Arturo Bandini, praticamente il suo alter-ego messo in scena. E potrei anche dirvi che è nato in America, a Denver, ma che è praticamente di sangue italiano (e che italiano!). Potrei dirvi anche che ha vissuto un’infanzia travagliata e che la povertà in cui ha quasi sempre vissuto lo ha portato a spostarti nella città di Los Angeles… Però penso che, per questo tipo di informazioni, e per questo tipo di curiosità, Wikipedia sia abbastanza affidabile; quindi se volete, se davvero ci tenete a voi, alla vostra lettura di compagnia, davvero, fate da voi.

Il fatto non-sorprendente però, veritiero al massimo, e che non vi lascerà di stucco, quindi un fatto molto scontato, è il seguente: John Fante tutte le volte che scrive, ogni volta che tramite la sua scrittura vi cattura e non vi lascia un attimo perdere per vostra volontà; tutte quelle volte che vi dedicherete a lui non farà che scrivere di se stesso, della sua vita… Scriverà a se stesso e per se stesso, ed è la sua disarmante sincerità, legata ad una lealtà fuori dal tempo, che lo farà entrare irrimediabilmente nei vostri cuori.

Non vi mentirà mai, non vi deluderà, mai. E tutte le volte che lo vorrete lui sarà lì, e vi farà assaporare i profumi de cibi italiani preparati pazientemente dalla sua leggendaria mamma, che con il suo impareggiabile “pantofolare” si aggira sempre trafficante per le poche stanze minute della casa; vi porterà a pranzo col suo odiato/amato padre nella sua ‘Confraternita dell’uva’, dove tutti i vecchini di origine italiana come lui parlano un italiano sgangherato, e si ubriacano, come se non ci fosse davvero un domani. Vi farà vedere le sue ambizioni; vi farà toccare le sue aspirazioni… Ve le mostrerà e vi dirà che, fra non molto, molto presto, diventerà lo scrittore di successo più importante che abbiate mai conosciuto nella vostra vita. Vi trasporterà con una dannata semplicità nei suoi dolori amorosi non corrisposti. Nelle beghe interminabili che riguarderanno ritardi imperdonabili di pagamenti di camere in affitto in pendenza.

Alla fine avrà addirittura il coraggio di invitarvi a raccogliere con lui i cocci frantumati di quelle sue aspirazioni, di quelle forti e longeve sue ambizioni, che sono anche in fondo le nostre, e che mai, nemmeno per una pagina, neppure per una violenta sbandata riga, lo hanno abbandonato alla disillusione che padroneggia ormai oggi nel mondo.

Vi lascio, a mio modo di sentire, ad uno dei suoi incipit più clamorosi, oltre che più famosi, affinché John Fante diventi definitivamente tutto vostro. Buona lettura:

One night I was sitting on the bed in my hotel room on Bunker Hill, down in the very middle of Los Angeles. It was an important night in my life, because I had to make a decision about the hotel. Either I paid up or I got out: that was what the note said, the note the landlady had put under the door. A great problem, deserving acute attention. I solved it by turning out the lights and going to bed.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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 Le disuguaglianze nella distribuzione dei redditi sono solitamente misurate tramite il coefficiente (o Indice) di Gini, che è un numero compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza omogenea, con 0 che corrisponde alla situazione in cui tutti percepiscono esattamente lo stesso reddito, e 1 che corrisponde alla situazione dove una persona percepisce l’intero reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo.

Le diseguaglianze si possono misurare sia rispetto al reddito di mercato (nei redditi di mercato rientrano quelli da lavoro dipendente, da lavoro autonomo e i redditi da capitale) che rispetto al reddito disponibile dopo i trasferimenti da parte degli enti pubblici e il versamento delle imposte. Quest’ultimo è il reddito effettivo che le famiglie possono utilizzare per i loro piani di consumo e risparmio.

È  utile effettuare un confronto sull’evoluzione dell’indice di Gini per il reddito di mercato (prima di tasse e trasferimenti) e per il reddito disponibile in Italia, Francia e Germania.  Nei tre paesi considerati la disuguaglianza di reddito è andata aumentando dagli anni Novanta ad oggi. Il Gini per il reddito di mercato e il reddito disponibile in Italia è passato dallo 0,40 del 1991 allo 0,50 del 2010, con un incremento particolarmente significativo a metà degli anni Novanta e a metà degli anni Duemila. In Germania e in Francia si è assistito ad una dinamica analoga: entrambe avevano nel 2010 un indice di Gini pari a circa 0,50.

La crescita delle diseguaglianze di mercato nei Paesi Ocse è stata determinata[1] principalmente da tre fattori:

–  La globalizzazione delle merci e dei capitali e la rivoluzione informatica, che hanno accresciuto la domanda di lavoro altamente qualificato a scapito dei posti di lavoro nella fascia medio bassa del mercato del lavoro;

–  La liberalizzazione finanziaria, che ha peggiorato la situazione modificando la distribuzione del reddito a favore del capitale (profitti e rendite) e a svantaggio di salari e stipendi;

Le riforme implementate dai governi, che hanno segmentato il mercato del lavoro e la dispersione salariale, in specie tra lavoratori a tempo pieno e indeterminato e lavoratori atipici ad elevata flessibilità.

Nonostante il verificarsi di questi fenomeni, la redistribuzione dello Stato – attraverso le imposte, ma soprattutto mediante trasferimenti monetari e servizi in natura – mantiene ancora un ruolo fondamentale per limare le disparità di reddito nelle economie avanzate. Infatti, quando si guarda al reddito effettivamente disponibile dopo l’intervento dello Stato, gli indici di Gini scendono in tutti i paesi da noi considerati di circa un quarto. Nel nostro paese, però, la redistribuzione è meno efficace di Francia e Germania: l’indice di Gini per il reddito disponibile è infatti pari allo 0,34 in Italia, contro lo 0,30 riscontrato negli altri due paesi. L’efficacia dello Stato italiano nel contrastare le diseguaglianze si è andata riducendo nel corso del tempo, in particolare dalla metà degli anni Novanta. Durante questo periodo, l’indice di Gini cresce dallo 0,30 allo 0,35, per poi stabilizzarsi su tale soglia per tutto il primo decennio del Duemila.

Nell’insieme dei paesi dell’area Ocse, l’Italia detiene il settimo posto tra quelli con indice di Gini più elevato. Il nostro paese risulta molto più diseguale rispetto a grandi paesi europei come Francia e Germania,  e appena più egalitario di Stati Uniti e Regno Unito.

Si analizzino a questo proposito i dati riportati nella tabella 1, che riguardano un arco temporale che va da metà anni Ottanta fino ad oggi. Durante questo quarto di secolo, la crescita media annua del reddito disponibile delle famiglie italiane è stata pari allo 0,8%, la percentuale più bassa tra i paesi ivi considerati. Tuttavia, mentre i redditi del decile più povero della popolazione italiana rimanevano praticamente fermi (+0,2 in media all’anno), il 10% delle famiglie più ricche ha visto aumentare il proprio reddito di cinque volte tanto (+1,1% all’anno). Dinamiche simili di concentrazione dei redditi nelle fasce più abbienti delle famiglie si osservano solo negli Stati Uniti, nel Regno Unito ed in Germania.

 

Tab. 1: Reddito disponibile delle famiglie, crescita media annua in %, 1985-2010. Fonte: Ocse, Divided We Stand, 2011

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In Italia, le dinamiche appena descritte hanno esacerbato le differenze di reddito tra i decili delle popolazione: un individuo che apparteneva al 10% più ricco della popolazione aveva nel 2010 un reddito dieci volte superiore ad un individuo che apparteneva al 10% più povero. Nel 1985 tale rapporto era pari a 8. In Germania il decile più ricco della popolazione ha un reddito pari a 8 volte quello più povero e in Francia pari a 7 volte. La media Ocse è di 9 a 1.

 

Un importante strumento a disposizione degli Stati per migliorare le condizioni dei più poveri e ridurre le disuguaglianze è quello della spesa pubblica in servizi (in natura): principalmente, educazione, sanità, servizi alle famiglie e agli anziani, edilizia sociale, trasporti. In media, i Paesi Ocse destinano circa il 13% del Prodotto ai servizi e l’11% ai trasferimenti monetari. In Italia, invece, la struttura della spesa pubblica è sbilanciata sui trasferimenti in cash (17% del PIL), mentre ai servizi è dedicato il 12% del Prodotto.

 

Tab.2: Spesa pubblica in trasferimenti monetari e in natura, in % del PIL, anno 2007. Fonte: Ocse (2011, p.311)

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I servizi pubblici sono finanziati con la fiscalità generale e di conseguenza pesano maggiormente sulle classi contributive maggiori, quelle più abbienti, limitando in tal modo il gap tra decile più ricco e decile più povero della popolazione. In Italia, grazie al contributo dei servizi in natura, tale rapporto interdecile scende del 28%., percentuale più elevata della media Ocse (26%).

Per quanto riguarda invece la diseguaglianza complessiva, i servizi pubblici contribuiscono a ridurre l’indice di Gini di circa il 20% nei Paesi Ocse. Nel caso specifico dell’Italia l’indice di Gini diminuisce notevolmente, dallo 0,32 allo 0,26.

 Tuttavia, secondo l’Ocse (2011, p.329), l’impatto redistributivo dei servizi pubblici in natura, in Italia, si è attenuato sensibilmente durante i primi anni duemila, a seguito dei tagli a cui sono stati sottoposti. In particolare, all’inizio del nuovo secolo essi contribuivano a ridurre le diseguaglianze di reddito di un quarto, mentre nel 2007 tale effetto perequativo era del 6% inferiore.

 

 Tab. 3: Impatto dei trasferimenti monetari (cash) e dei servizi pubblici (extended income) sulla riduzione delle diseguaglianze (Indice di Gini), anni 2000 e 2007. Fonte: Ocse (2011, p.329)

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Alla luce di queste considerazioni, si può concludere che il taglio della spesa pubblica per finanziare l’abbattimento della tassazione su imprese e famiglie – annunciato dall’attuale ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan –  avrà effetti negativi sulla distribuzione del reddito, e quindi deprimerà ulteriormente domanda e prodotto.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

I dati riportati nel testo sono estratti dal Rapporto Ocse “Divided We Stand: Why inequalities keeps rising” del 2011 e scaricabile al seguente link:

http://www.sozialministerium.at

 

Federico Stoppa 

 

 

 

Fabrizio Carotti - Giovanile incoscienza

Fabrizio Carotti – Giovanile incoscienza

A differenza degli altri paesi europei, l’Italia non ha saputo sviluppare una coerente politica per i giovani quando ciò sarebbe stato possibile, cioè negli anni Sessanta. Concorsero a quell’inerzia tutta una serie di condizioni e ordini di fattori tipici del nostro Paese: le derive di un modello familistico tradizionale insieme alla delega al sociale-associativo; il timore di una direzione politica dei giovani che ricordasse la mobilitazione eterodiretta del passato regime; il non ancora avvertito logoramento del modelli scolastici istituzionalizzati.

Prima della metà degli anni ottanta, dunque, l’intervento dell’amministrazione centrale dello Stato italiano a favore delle politiche giovanili – considerate nell’accezione specifica[1] –  appariva insufficiente, se non assente. Le diverse competenze riguardanti i giovani – lavoro, istruzione, formazione, tempo libero – erano suddivise tra vari i ministeri, non trovando un raccordo sufficientemente organico in un quadro nazionale di riferimento.

Considerata tale premessa, si può affermare che – nel nostro Paese – è dunque risultato assente sia un organismo politico centrale che si occupasse in maniera specifica della questione giovanile, sia un progetto politico capace di implementare una forma d’intervento di tipo assistenziale. Come sostiene Ranci, «la mancanza in sede centrale di un piano coordinato di interventi ha comportato non solo disorganicità e frammentarietà delle iniziative, ma anche la tendenza a preferire il provvedimento-tampone a una seria programmazione a medio-lungo termine» (Ranci, 1992: 73). Prima di quel periodo, quindi, non si può parlare di una puntale e compiuta politica giovanile ma, al contrario, di una serie di interventi che hanno oltremodo privilegiato la necessità del controllo sociale, intervenendo solo laddove si fossero presentate le problematiche più urgenti, e potenzialmente pericolose, per l’ordine pubblico.

In seguito, nel 1986, venne istituito – presso il ministero degli Esteri – il Comitato italiano per l’Anno internazionale della gioventù. Con l’istituzione del Comitato, si ponevano le basi per l’attivazione di alcune connessioni, attraverso la formazione e il coordinamento di cinque gruppi di lavoro – pace, occupazione, formazione, ambiente, prevenzione del disagio giovanile – affidati ai rispettivi Ministeri[2] dell’epoca. Come precisa Pattarin, i lavori del Comitato hanno avuto il merito non solo di indicare l’esigenza di sviluppare politiche in ambito locale, ma di conferire, in questo modo, precise responsabilità a Comuni, Provincie, Regioni, introducendo logiche di decentramento amministrativo e di coordinamento. A prescindere da ciò, è da considerare indicativo come ancora una volta, tra i lavori delle diverse commissioni, quello riguardante la prevenzione del disagio abbia assunto una certa – quanto indiscussa – centralità. L’importanza riposta nella prevenzione del disagio, infatti, non solo ha dato seguito ad interventi legislativi di rilievo, ma ha contraddistinto – fissandone un’impostazione esclusiva – l’approccio alle problematiche giovanili per almeno tutto il decennio successivo.

Come evidenzia Tomasi, questa priorità si fondava su alcuni dati empirici che, nella seconda metà degli anni Ottanta, vedevano un elevato incremento della gravità dei reati contro il patrimonio e la persona, e un diffuso allarme sociale. È proprio in questo contesto che vengono varati due provvedimenti legislativi: il D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 sulla prevenzione/cura/riabilitazione delle tossicodipendenze; la legge 19 luglio 1991, n. 216 sui minori a rischio di coinvolgimento in attività criminose.

Preme sottolineare come queste normative – mirate principalmente alle aree depresse del mezzogiorno – abbiano sortito degli effetti di natura ambivalente sul sistema delle politiche giovanili. Da un lato, infatti, furono utilizzate dagli enti locali per finanziare, metter a punto e dare avvio a progetti di prevenzione a favore dei giovani, dato che le risorse messe a disposizione a livello nazionale rappresentavano l’unica possibilità per dare continuità a certe esperienze già attivate o per attivarne di nuove. Dall’altro, tracciavano «una linea di demarcazione larga e netta fra normalità e devianza» (Tomasi, 2000: 56). Tale approccio, infatti, ancorava le politiche giovanili ad una prospettiva che vedeva gli adolescenti e i giovani eminentemente come soggetti a rischio, anziché come risorsa della società futura su cui investire. Alla base degli interventi finanziati – e dei progetti presentati – si poneva, quindi, non la condizione giovanile come tale, bensì il bisogno conclamato, la concentrazione della criminalità in certi territori, lo status di tossicodipendente, il rischio incombente di devianza ecc. Come sottolinea Mesa, con il passare del tempo, tale prospettiva avrebbe inoltre favorito «la diffusione di una rappresentazione “manichea” del mondo giovanile tendente a distinguere nettamente tra normalità e devianza a discapito di una visione più articolata, capace [al contrario] di ricondurre determinati atteggiamenti e comportamenti nell’ambito delle sperimentazioni e ricerche tipiche di una condizione di cambiamento individuale e sociale» (Mesa, 2006: 119).

Nella seconda metà degli anni Novanta, l’iniziativa più innovativa a livello nazionale – che si configura come vero e proprio spartiacque rispetto al periodo precedente – è rappresentata dalla legge n. 285, presentata dal Ministro per la solidarietà sociale nel febbraio del 1997. Approvata il 28 agosto e intitolata “Disposizioni per la promozione di diritti ed opportunità per l’infanzia e l’adolescenza”, tale legge promuove ed incentiva la progettualità degli enti locali sia nel campo del disagio conclamato, sia nel campo della partecipazione dei minorenni e della promozione dei loro diritti, prevedendo, in questo modo, una sorta di bilanciamento tra i due orientamenti.

La legge in questione, dunque, oltre a rifinanziare fino al 1999 la 216/91 sulla prevenzione della devianza e criminalità minorile, introduce un fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza per finanziare anche – e in un’ottica innovativa – progetti e servizi rivolti alla ordinaria condizione di vita. Dunque, a differenza delle leggi dei primi anni Novanta, quest’ultima non incorpora un approccio emergenziale o riparatorio, ma parte dal presupposto di una positiva affermazione dei diritti del fanciullo. Seppur concepita per interventi rivolti esclusivamente ai minori, introduce, in definitiva, una nuova prospettiva d’intervento che fonda la sua azione su un approccio di tipo promozionale, oltre a dare avvio – per la prima volta – ad una nuova logica di lavoro sociale, basata sulla pianificazione locale degli interventi.

La logica di lavoro, sopra menzionata, promuoverà una cultura della pianificazione in campo sociale (sostituendo la logica della progettazione), anticipando quello che sarà il modello di lavoro adottato nella legge quadro del sistema integrato di interventi e servizi sociali (Legge-quadro n.328/00). Tale legge affida ad organismi locali di pianificazione (i cosiddetti Uffici di piano) la gestione dei diversi settori d’intervento con i relativi finanziamenti. Pur tuttavia, in questo contesto di forti mutamenti – che prevede un netto cambiamento di rotta nelle strategie di gestione del welfarele politiche giovanili non rientreranno in maniera organica nella pianificazione territoriale. Infatti «nell’articolato della L. 328/00 […] non si fa menzione degli interventi sui giovani in quanto tali perché non considerati in sé categoria a rischio o necessitante assistenza sociale» (Mesa, 2008: 80). Considerato che la legge in oggetto ha tra i suoi scopi quello di riorganizzare le diverse leggi di settore in materia di interventi sociali, e constatata inoltre la mancanza di una legge di settore sui giovani a livello nazionale – che dovrebbe prevedere un relativo fondo di finanziamento – anche un’inclusione teorica dei giovani nel sistema di pianificazione risulterebbe un’operazione difficilmente fattibile.

Dopo un lungo periodo di stasi – che registra nel complesso pochi interventi a favore dei giovani – nel maggio del 2006 viene istituito dal governo italiano il Ministero per le politiche giovanili e le attività sportive (Pogas). A tale ministero viene conferita la delega per le funzioni di competenza statale in materia di sport, e per le funzioni che concernono  l’indirizzo e il coordinamento in materia di politiche giovanili. La preoccupazione principale e, allo stesso tempo, una delle finalità prioritarie in seno agli interventi nazionali consiste nella rimozione degli ostacoli strutturali, che impediscono ai giovani di compiere il processo di transizione alla vita adulta.

“Dunque dal 2006, anno di costituzione del Ministero alla gioventù, sono state adottate logiche più promozionali ed innovative nel lavoro con i giovani. Inoltre sono stati elaborati sia un Piano Nazionale Giovani nel 2007 (presentato dalla Ministra Melandri e relativi risultati), che le Linee Guida nel 2008, da parte della Ministra Meloni. Interessante è il “Piano Operativo Nazionale 2007/2013 Per la gioventù”, pubblicato nel febbraio 2009 dal Ministero, nell’ambito dell’Obiettivo Convergenza (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), per il rafforzamento delle capacità di Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. In questo documento sono ripresi gli obiettivi delle politiche giovanili fino al 2013, nell’ambito del Quadro Strategico Nazionale.
L’azione del Ministero per i primi anni è stata di slancio ad una nuova progettualità per colmare il gap con gli altri Paesi europei in questo ambito.
Il Fondo Nazionale per le Politiche Giovanili, istutuito a partire dal 2007, con 130 milioni di euro per i primi tre anni, ha permesso lo sviluppo di azioni di interesse nazionale, ma anche il coinvolgimento attivo delle Regioni in sede di Conferenza Unificata, dove avvengono le intese sulla ripartizione del Fondo tra Stato, Regioni, Province e Comuni. Questo Accordo viene rinegoziato annualmente e, nel 2013, l’Intesa del 17 ottobre ha visto la riduzione a circa 5,3 mln di risorse per il Fondo nazionale.” [Fonte: Politichegiovanili.it]

In questo modo si è verificato, a livello nazionale, un netto e sostanziale cambiamento di registro in materia di politiche giovanili, in quanto si tende a privilegiare un approccio più generale in luogo di quello specifico, adottato tradizionalmente nel contesto italiano. Infatti – come visto – gli interventi sono stati per lo più calibrati o sulla prevenzione delle devianza e della criminalità, oppure in seguito – cercando una sorta di contro-bilanciamento – anche sulla promozione dell’aggregazione e della partecipazione attiva alla comunità locale.

In tutto questo però è sempre mancata una visione ad ampio raggio, che tenesse conto delle variabili strutturali tipiche del mondo giovanile, e che oggi, più che mai, trova sempre più spesso ingenti difficoltà a compiere il passaggio all’età adulta. Nonostante ci siano stati questi ulteriori sviluppi – seguiti da significativi cambiamenti – sul terreno della politica nazionale, non esiste attualmente una legge quadro sulle politiche giovanili.

[1] Per politiche giovanili si identificano, per via generale, «tutte quelle azioni e norme, promosse o riconosciute dalle istituzioni politiche, mirate alla piena realizzazione dei diritti dei cittadini in età giovanile» (Mesa, 2006: 111). Tali politiche possono presentarsi – e quindi essere distinte – in due diverse accezioni (Mesa, 2006).

  • L’accezione specifica ha come finalità la partecipazione dei giovani alla vita sociale e civile della collettività e, per questo, fa riferimento a quegli indirizzi o provvedimenti che riguardano esclusivamente la categoria dei giovani. In questo modo si cerca di rispondere alle varie necessità che derivano dalla loro specifica condizione.
  • L’accezione generale, invece, tiene conto della valorizzazione – e con essa l’accrescimento – dell’autonomia individuale dei giovani nella prospettiva di un loro inserimento societario. Ecco perché, in quest’ottica, si fa riferimento a tutti quegli interventi che vengono attuati in diversi settori – come ad esempio le politiche dell’istruzione, le politiche dell’occupazione, della casa, della cultura – nell’ambito dei quali si prevedono delle specifiche attenzioni per i giovani, ma che di per sé non sono ad essi esclusivamente indirizzati.

Gli interventi e le azioni che rientrano nell’accezione specifica, pur non riuscendo ad esaudire per intero il campo delle politiche giovanili, consentono di mettere in luce gli aspetti peculiari di queste politiche (Mesa, 2006). Diversamente, poiché gli interventi generali rientrano in ambiti potenzialmente riferibili al resto della popolazione, viene sottratta loro quell’esclusività verso il mondo giovanile tipica dei primi. Per questo motivo, in questa trattazione, si concentrerà l’attenzione sull’evoluzione delle politiche giovanili facendo esclusivamente riferimento all’eccezione specifica.

[2] Come evidenzia Mesa, i Ministeri ai quali erano affidati i cinque gruppi di lavoro erano rispettivamente: Ministero degli Esteri, del Lavoro, della Pubblica istruzione, dell’Ambiente e degli Interni.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Bibliografia di riferimento

Tomasi L. (a cura di), 2000, Il rischio di essere giovani. Quali politiche giovanili nella società globalizzata?, Milano, Angeli.

Ranci C., 1992, Le politiche per i giovani in Italia, in Neresini F., Ranci C., Disagio giovanile politiche sociali, Roma, Nis;

2004, Politica sociale, Bologna, Il Mulino.

Pattarin E., 2002, Tratti di gioventù. Le politiche sociali giovanili, Roma, Carocci.

Mesa D., 2006, L’incerto statuto delle politiche giovanili in Colombo M., Giovannini G., Landri P. (a cura di), Sociologia delle politiche e dei processi formativi, Milano, Guerini Scientifica;

2008, Il ruolo dell’ente locale nell’evoluzione delle politiche giovanili in Italia in Colombo M., (a cura di), Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.

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Non sembra di essere su di un’ isola

anche se la popolazione autoctona si sente isolana

La loro parlata è impregnata di un localismo stretto orgoglioso e identitario

ma la globalizzazione certo tocca anche qui

Per le strade formicolanti è anarchia

ma i loro flussi seguono comunque dei ritmi consapevoli

Quasi ogni cosa viene dichiarata collusa

collusa con uno stato altro

ma questa condizione viene vissuta come normale quasi scontata

è un fatto di mille fatti ancora

uno stato ufficiale e inerme

un altro ufficioso e operante

Prelibatezze culinarie

genuine corpose e sterminate

c’è l’imbarazzo della scelta

il sole ciba il fertile terreno

che a sua volta alimenta i suoi frutti gustosi

La montagna vulcano imponente e svettante

un cuore impaziente

sfoga ricchezza incandescente

ma potrebbe anche eruttare paure deliranti

giacenze di derrate alimentari d’urgenza

container enormi e soleggiati

la prudenza non è mai troppa

La costa di levante è frastagliata

nasconde solo meraviglie

le piccole insenature riescono ad abbracciare il nulla e l’infinito assieme

Le luci la notte conservano il calore del giorno

le loro intermittenze a distanza pulsano di una vitalità quasi festosa

Santi e Marie preceduti da una W

questi loro nomi a neon custodiscono luoghi sacri

cattedrali e baldacchini esterni di preghiera col megafono

per ogni dove

E poi il respiro

quel respiro mozzato da quella striscia di terra venuta a mancare

salvezza forse condanna

unità isolazionismo

raccoglimento nella distanza

popolo caloroso e ospitale

anime ribelli

da sempre conquistati ma conquistatori di cuori musica e poesia

una fra le patrie della più audace letteratura

La diversità è ricchezza

il meticciato va preservato

la similitudite può creare mostri

E poi l’isola delle correnti

il punto più estremo a sud

un sud di crocevia d’acque differenti

che si mescolano

e lambiscono una nazione tutta che alla fine

sempre e comunque dalla fine

non può che partire da qui

 

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Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare