Progetto europeo e retorica della solidarietà

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Si sprecano, in queste ore, accorati appelli di nostri importanti politici e intellettuali rivolti ai Paesi del Nord Europa, Germania in primis, per richiamarli ai doveri della solidarietà europea.

Secondo la narrativa più in voga negli ambienti europeisti, l’Unione Europea sarebbe vittima di un’“introversione intergovernativa”; succube cioè dell’egoismo degli Stati più ricchi che, opponendosi a strumenti finanziari di condivisione del debito come gli eurobonds, starebbero impedendo il compimento naturale di un percorso che, a partire dall’istituzione dell’euro a Maastricht (1992), ci avrebbe altrimenti portato dritti agli “Stati Uniti d’Europa”, l’unione politica sovranazionale dei popoli europei. Questa narrativa è fumo negli occhi. Il progetto europeo è in crisi non per colpa di qualche stato membro “cattivo”, ma perché viziato fin dalle origini da un assetto istituzionale che nega alla radice qualsiasi forma di solidarietà concreta.

Lo dimostra la vicenda dell’euro, la cui introduzione fu voluta non dai tedeschi “cattivi”, ma dai francesi, nella speranza di imbrigliare la potenza industriale e finanziaria della Germania riunificata. Fu Mitterand, nello specifico, che condizionò il suo benestare alla riunificazione tedesca alla rinuncia del Marco da parte dei cugini renani e al loro assenso alla creazione di una moneta unica europea ( cfr. Bolaffi, Calendario civile europeo (Donzelli, 2019, pp. 332 -333).

Kohl dovette vincere le resistenze della sua opinione pubblica e soprattutto della Bundesbank che, con lucidità, avvertì il Cancelliere che una moneta unica tra economie così diverse avrebbe portato a divergenze economiche e sociali esplosive – il caso della disastrosa unificazione/annessione monetaria delle due Germanie era sotto gli occhi di tutti – con richieste sempre più pressanti da parte dei paesi in difficoltà di cospicui trasferimenti fiscali compensativi a carico del contribuente tedesco.

Kohl assicurò ai suoi concittadini che questi trasferimenti non ci sarebbero mai stati, e lo fece scolpire a chiare lettere sui trattati (la “clausola di non salvataggio”). Pretese che la Banca Centrale Europea fosse concepita a immagine e somiglianza della Bundesbank – divieto di monetizzazione del debito pubblico e focus esclusivo del suo mandato sulla stabilità dei prezzi – e che le finanze pubbliche dei paesi membri fossero sottoposte a controlli sempre più stringenti.

I Paesi, tra cui l’Italia, che accettarono questo assetto istituzionale – radicalmente avverso a qualsiasi forma di solidarietà  – sapevano, o avrebbero dovuto sapere, a cosa stavano andavano incontro (si rileggano, a questo proposito, le affermazioni di Guido Carli, firmatario per l’Italia del Trattato di Maastricht).

Per questo oggi non è possibile continuare a difendere la moneta unica[1] e allo stesso tempo stracciarsi le vesti denunciando la mancata solidarietà europea, tacciando magari Germania e Olanda di egoismo – senza essere sommersi dal ridicolo.

Chi fa la morale a quest’ultima in quanto “paradiso fiscale”, in particolare, finge di non sapere che i trattati europei ai quali abbiamo entusiasticamente aderito sanciscono la libertà di circolazione dei capitali, che di fatto premia quei Paesi che competono al ribasso su fisco, welfare e salari, in barba a qualsiasi retorica solidaristica.

Oggi più che mai, chi ha a cuore le sorti dell’Europa – intesa come comunità plurale di Stati sovrani democratici che scelgono liberamente di cooperare per risolvere problemi sistemici in condizioni di parità – dovrebbe smascherare senza posa la retorica europeista che condiziona il discorso pubblico italiano da quel terribile 1992. Senza dosi massicce di pensiero critico – ci insegnò il compianto Luciano Gallino – non usciremo da nessuna crisi, presente e futura.

 

NOTE:

[1] La moneta non è un semplice mezzo di pagamento, neutrale, ma è “un istituto politico-economico inserito, e reso efficace, in una ‘organizzazione normativa’ e come tutte le istituzioni, essa privilegia certi interessi e svantaggia degli altri [..] Questo lo rende un oggetto del ‘conflitto sociale’” (W. Streeck, Why Euro divides Europe, 2014)

 

Federico Stoppa

 

 

Un pensiero su “Progetto europeo e retorica della solidarietà

  1. È vero, è tutto un grande equivoco. È un equivoco lo scopo della moneta unica, come sono un equivoco i leggendari “principi dei padri fondatori”. E lo dice con amarezza uno che si sentiva a casa sua più in Europa più che in Italia già prima del 1992, e che per anni ha appiccicato l’adesivo con la bandiera europea e l’anno 1992, appunto, su tutto quello che poteva: chitarra, motorino, casco, automobile, muri. In un paio di oggetti sopravvissuti, l’adesivo è ancora lì.

    La vera sfida adesso è rifondare, cioè reinventare da capo. A meno che qualcuno non si intestardisca che sta andando tutto benissimo, e che l’austerità è davvero una virtù.

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