Posts contrassegnato dai tag ‘disoccupazione’

Weltwirtschaftskrise: Arbeitslose in den USA

Riprendere in mano un libro di teoria economica scritto ottant’anni fa; studiarlo a fondo, cercando chiavi interpretative per il capitalismo contemporaneo, e strumenti operativi in grado di emendarne i suoi peggiori difetti, che, allora come oggi, rimangono la disoccupazione di massa e la distribuzione iniqua e arbitraria di reddito e ricchezza. Scoprire l’attualità, la freschezza di un pensiero che il tempo non ha fiaccato. E contemporaneamente disfarsi di centinaia di articoli, papers, libri freschi di stampa ma già superati sul piano delle idee.  Scopo delle righe che seguono sarà di riportare alla luce la lezione del più grande economista del Novecento, John Maynard Keynes: che l’economia capitalistica è intrinsecamente instabile e che la teoria economica dominante nell’accademia, nei centri studi e nelle cancellerie internazionali, quella neoclassica[1], basata sull’equilibrio economico generale e sulla neutralità della moneta[2], non è in grado di spiegare i fatti economici più rilevanti del mondo in cui viviamo.

IL RUOLO DELL’INCERTEZZA 

L’innovazione profonda e radicale che John Maynard Keynes porta in dote alla teoria economica è di carattere metodologico; riguarda l’accento che egli pone sull’incertezza che caratterizza il contesto decisionale degli agenti economici . E che lo porta per questo a rifiutare l’approccio deterministico allo studio del sistema economico impiegato dalla teoria mainstream neoclassica.
L’incertezza è legata all’incapacità, da parte degli agenti economici, di fare previsioni attendibili su eventi futuri, per mancanza di conoscenza[3].
Ciò implica che non possiamo costruirci un ventaglio di probabilità misurabile per ogni evento che potrà accadere. E non possiamo quantificare ex ante l’impatto che un evento avrà su di noi né tentare di assicurarci contro di esso, poiché non abbiamo nemmeno idea se questo accadrà o meno.
Tuttavia dobbiamo prendere delle decisioni.
Le scelte in condizioni di incertezza dei soggetti economici (imprenditori, operatori finanziari, famiglie) e le fluttuazioni della produzione e dell’occupazione che ne derivano sono il fulcro dell’analisi che l’economista britannico proporrà nella sua opus magnum, la “Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, uscita il 4 febbraio 1936, in piena Grande Depressione.

MONETA E TASSO D’ INTERESSE

Un’importante cesura attuata dall’economista inglese con il pensiero economico dominante riguarda la differente funzione che egli attribuisce alla moneta nel sistema economico.
Per la teoria neoclassica, essa non ha alcun valore intrinseco.
Poiché è irrazionale lasciarla in forma liquida, gli individui la fanno circolare sempre, all’interno del sistema .
Nello specifico, la utilizzano per comprare beni e servizi oppure, quando i tassi d’interesse sono abbastanza alti, la prestano alle imprese, direttamente tramite i mercati, o indirettamente tramite gli istituti di credito.
Il meccanismo che tiene in equilibrio domanda e offerta di fondi , cioè i risparmi e gli investimenti, è il saggio d’interesse, che costituisce, secondo la teoria neoclassica, il premio per l’astensione dal consumo degli individui.
Se la moneta è quindi un semplice “velo”, è sempre spesa o investita dagli agenti economici, mai lasciata inattiva: mai tesaurizzata. Questo fa sì che venga verificata l’identità tra risparmi (S) ed investimenti (I) e che la domanda aggregata eguagli sempre l’offerta, portando il sistema all’equilibrio di piena occupazione. La legge di Say risulta così perfettamente confermata.
Keynes considera questa teoria valida solo per un’economia di baratto, nella quale non c’è dissociazione temporale tra la percezione del reddito e spesa dello stesso, scongiurando così l’eventualità di disequilibri tra domanda ed offerta.
Ma quella in cui viviamo, ci ricorda l’economista britannico, è un’economia monetaria di produzione, nella quale la moneta, oltre ad avere una funzione di mezzo di pagamento e di numerario, ha anche un ruolo importantissimo come riserva di valore.
Gli individui non domandano moneta solo per spenderla o investirla, ma anche per tesaurizzarla, lasciandola temporaneamente inutilizzata in attesa di tempi migliori.
Se così è, il reddito monetario che le famiglie e gli imprenditori percepiscono non si converte automaticamente in maggiori consumi ed investimenti; esiste anzi la concreta possibilità che vi siano risorse inutilizzate nel sistema. Ciò implica che l’equilibrio economico possa attestarsi ad un livello caratterizzato da insufficiente domanda aggregata e da sotto occupazione (vedi box 1).

Box 1: Keynes vs neoclassici

Equilibrio neoclassico (aggiustamento sui prezzi): S > I → tasso d’interesse↓ → I↑ → S = I (equilibrio di piena occupazione)
Equilibrio keynesiano (aggiustamento sulle quantità): S > I → ∆Scorte → ↓Investimenti → Occupazione↓ → Reddito ↓ → S↓ → S = I (equilibrio di sottoccupazione)

Da questa breve disamina emerge chiaramente come per Keynes la moneta non sia affatto“neutrale”, come pensavano i neoclassici, ma che invece essa incida direttamente sulle variabili reali (reddito e occupazione).
Resta ora da spiegare per quale ragione gli agenti economici decidano di nascondere sotto il materasso moneta perfettamente liquida ed infruttifera d’interesse. Secondo Keynes, abile psicologo del mercato, il movente è di tipo speculativo.
Non riguarda quindi la movimentazione dei flussi di reddito, ma l’allocazione intertemporale degli stock di ricchezza: le scelte di portafoglio degli operatori finanziari. Keynes adotta nella sua analisi il punto di vista dello speculatore professionista, il quale non acquista attività finanziarie per tenerle in portafoglio fino alla scadenza (come fa il cassettista), ma per cederle sul mercato con l’obiettivo di ottenere un guadagno.
Nel porre in essere le proprie scelte finanziarie, lo speculatore è guidato dalle proprie aspettative, soggette a incertezza fondamentale e per questo fortemente volubili.
Esse vengono influenzate dalla situazione in cui versa il sistema economico in un dato istante. Quando, specie durante una crisi, l’incertezza sull’andamento del mercato dei titoli aumenta, gli operatori preferiscono domandare moneta liquida per scongiurare possibili eventi avversi, come perdite in conto capitale. La moneta liquida, infatti, se da una parte non corrisponde un interesse, dall’altra non perde il suo valore nel tempo.
Così non è per le azioni o i titoli a reddito garantito. Il loro rendimento dipende infatti dal prezzo e dal tasso d’interesse, che sono soggetti a fluttuazioni. Agli speculatori non interessa tanto il rendimento attuale di un titolo, quanto quello futuro. Come affermato in precedenza, essi sperano di guadagnare dalla vendita futura del titolo o comunque di evitare le perdite. Quando si aspettano un rialzo del tasso d’interesse, che corrisponde ad un deprezzamento futuro del titolo, essi se ne liberano, acquistando moneta liquida.
Questa scelta, chiamata “preferenza per la liquidità” e la politica delle autorità monetarie determinano il tasso d’interesse, definito da Keynes “il premio per la rinuncia alla perfetta liquidità”. Nella teoria keynesiana, a differenza di quella neoclassica, il tasso d’interesse è quindi un fenomeno strettamente monetario. Esso influenza le decisioni di investimento degli imprenditori, come vedremo nel prossimo paragrafo.

GLI “ANIMAL SPIRITS” DEGLI IMPRENDITORI E L’INSTABILITÀ DEL CAPITALISMO

Keynes, sulla scia degli economisti classici, attribuisce all’imprenditore un ruolo predominante nel determinare l’andamento del sistema economico. In questo si discosta dalla tradizione neoclassica, per la quale è invece il consumatore ad essere sovrano. Nell’ottica keynesiana, invece, il consumatore ha un ruolo passivo. Lo schema logico proposto dall’economista inglese è il seguente: gli investimenti degli imprenditori determinano il livello del reddito e il volume dell’occupazione, mentre le famiglie decidono quanto risparmiare e quanto consumare del reddito disponibile. Per una “legge psicologica fondamentale” ( e per l’evidenza empirica), al crescere del reddito crescono anche i consumi, ma non tanto quanto il reddito. La propensione marginale al consumo della collettività, dC/dY , è minore di 1.
Fino a quando gli investimenti programmati dagli uomini d’affari saranno pari al risparmio desiderato delle famiglie, si raggiungerà un equilibrio di piena occupazione.
In un’economia povera, secondo Keynes, questa condizione si realizza facilmente, poiché la maggior parte del reddito è assorbita dal consumo. Gli investimenti che occorrono sono modesti, poiché il risparmio che si forma in un’economia di questo tipo è irrilevante.
La piena utilizzazione delle forze produttive è garantita facilmente.
Ciò non è più scontato in un’economia capitalista, nella quale il livello del reddito degli individui è elevato; di conseguenza, la componente del reddito destinata al risparmio tende anch’essa ad aumentare.
Per assicurare che quelle risorse che si formano nel sistema non rimangano inutilizzate, l’ammontare degli investimenti dovrà essere cospicuo, tale da eguagliare i maggiori risparmi.
Ma tutto questo potrà essere garantito dalla sola libera intrapresa privata? Keynes ci fornisce la risposta attraverso un’analisi delle scelte d’investimento dell’imprenditore.
Questi deve decidere, per esempio, se acquistare macchinari, cioè beni a fecondità ripetuta, per accrescere la capacità produttiva dell’impresa.
Si tratta di investimenti a medio-lungo termine, non facilmente liquidabili e che possono esporre l’impresa a perdite elevate.
L’imprenditore sa poco o niente di cosa gli riserverà il futuro; non è in grado di assegnare probabilità definite agli eventi che potranno verificarsi e di assicurarsi contro quelli sfavorevoli. Tale incertezza epistemica riguardo al futuro non gli consente di valutare correttamente la redditività dell’investimento attraverso un mero calcolo dei costi e dei benefici. Lo stesso tasso d’interesse sul denaro preso in prestito assume, nella trattazione keynesiana, un ruolo di secondo piano.
L’imprenditore, secondo Keynes, si affida invece alle sue aspettative di profitto, gli animal spirits, ossia ad una serie di intuizioni viscerali e considerazioni di lungo periodo sul successo dell’investimento. Derivando da componenti emotive più che razionali della natura umana, gli animal spirits sono discontinui, instabili, ciclotimici.
Durante i periodi di ottimismo, essi porteranno gli imprenditori ad investimenti copiosi, garantendo prosperità all’intero sistema economico. Viceversa, nei periodi di recessione prevarrà una sfiducia e un pessimismo che porterà gli uomini d’affari a comprimere drasticamente gli investimenti e a licenziare, aggravando così la crisi e ritardando la ripresa. In quest’ultima situazione, che Keynes aveva ben presente (ricordiamo che egli scrive in piena Grande Crisi), misure di politica economica come l’abbattimento del costo del denaro rischiano di non avere alcuna utilità per far emergere l’economia dal pantano nel quale è immersa. Infatti, gli individui potrebbero rendere inefficaci queste misure aumentando la propria preferenza per la liquidità, cioè risparmiando di più, poiché temono un futuro peggioramento delle condizioni del sistema.
La conclusione a cui perviene Keynes si colloca agli antipodi di tutto il pensiero economico precedente, con la significativa eccezione di Karl Marx: l’economia capitalista deregolamentata è intrinsecamente soggetta a fluttuazioni ed è sempre esposta al rischio di sottoutilizzare le risorse produttive.
In altri termini, la disoccupazione, lungi all’essere un’aberrazione provocata dall’irresponsabilità dei sindacati o alla generosità del welfare, come sostiene la scuola neoclassica, è un fenomeno strutturale, endogeno al capitalismo stesso. Per questo Keynes respinge il laissez faire estremo propugnato dagli economisti neoclassici ed invoca l’intervento dello Stato per correggere le storture del sistema.
Nello specifico, spese governative in deficit con cui finanziare investimenti pubblici e imposizione fiscale progressiva su redditi e successioni rappresentano gli strumenti più idonei per assorbire la forza lavoro inutilizzata e per rilanciare la propensione al consumo degli individui. Va ricordato però che Keynes, al contrario di quanto recita una sua vulgata oggi tornata di moda, non riteneva questi interventi la panacea di tutti i mali, né semplici ricette da applicare meccanicamente a prescindere dal contesto storico-culturale. La lezione più attuale dell’economista inglese, infatti, ci sembra essere questa, che l’economia politica è una scienza storico-sociale e il suo oggetto di studio è un sistema economico in continua evoluzione come il capitalismo.

Federico Stoppa

 

NOTE AL TESTO:

[1] Il progetto di ricostruire l’economia politica come scienza fisico-matematica, sul modello della meccanica classica e dell’astronomia,  ha inizio negli anni ’70 dell’Ottocento, con la rivoluzione marginalista e la scuola neoclassica.  S’incomincia a parlare, nella scienza economica, di curve di domanda ed offerta, di prezzi d’equilibrio, di homo oeconomicus (soggetto razionale capace di prendere delle decisioni sulla base di preferenze coerentemente ordinate, per massimizzare la propria utilità personale) e più in generale di utilizzare modelli desunti dalle scienze naturali per spiegare fenomeni sociali.  I principali pensatori neoclassici (come Leon Walras, Stanley Jevons, Alfred Marshall, Karl Menger etc), cercano di dimostrare, ricorrendo massivamente alla matematica, l’assoluta superiorità del mercato autoregolato e del laissez faire su qualsiasi sistema alternativo, in termini di efficienza produttiva e stabilità. Le crisi, secondo questo approccio, non sono congenite al sistema, ma anomalie provocate da fattori esogeni (come le richieste salariali eccessive da parte dei sindacati, che fanno si che il salario non raggiunga il livello ottimale, causando disoccupazione) e comunque destinate a dissolversi nel lungo periodo, quando il sistema raggiungerà l’equilibrio di piena occupazione. Questa concezione teorica sarà sostanzialmente condivisa, in tempi più recenti, dai monetaristi, dai nuovi classici, e anche – pur se con qualche modifica – dai cosiddetti nuovi keynesiani.

[2] Questo ragionamento è alla base della moderna teoria quantitativa della moneta, formulata dall’economista inglese Irving Fisher(1867-1947). La teoria quantitativa individua una relazione diretta tra stock di moneta immessa nel sistema economico e livello dei prezzi. Ciò significa che un aumento dell’offerta di moneta deciso dalle autorità di politica economica sarà comunque utilizzata dagli individui per domandare beni di consumo e d’investimento, facendone rialzare i prezzi, causa l’impossibilità di aumentare la produzione nel breve periodo da parte delle imprese. In sintesi, gli economisti neoclassici, sostengono che la moneta non influisca direttamente sulle variabili reali del sistema, come reddito ed occupazione, ma solo sui prezzi. Milton Friedman (1912- 2006) e la scuola monetarista di Chicago, negli anni ’70 del Novecento, faranno propria questa tesi per contrastare le politiche attuate dai governi e dalle banche centrali occidentali per sostenere la domanda aggregata. Armati di nuovi modelli teorici, come la curva di Phillips rivisitata in un contesto di lungo periodo e alla luce delle aspettative acceleratrici sui prezzi,  i monetaristi dimostrano come sia velleitario, da parte delle autorità di politica economica, combattere la disoccupazione con interventi congiunturali, quali l’incremento della spesa pubblica e dello stock di moneta all’interno del sistema. Queste politiche hanno effetto sulle variabili reali solo nel breve periodo, ma al costo di un’inflazione sempre più alta.  Nel lungo periodo, invece, esse alimentano soltanto l’inflazione, senza nessun effetto sulla disoccupazione, che rimane al suo livello di equilibrio, “naturale”. Gli stessi agenti economici imparano a tener conto dell’intervento pubblico nell’economia, scontandone gli effetti in anticipo, come affermano i teorici delle aspettative razionali. Così, le uniche misure che le autorità di politica economica dovrebbero mettere in campo per contrastare la disoccupazione sono, secondo i monetaristi, riforme strutturali  volte a ridurre le frizioni nel funzionamento del mercato, dal lato dell’offerta; in particolare, combattere le rigidità del mercato del lavoro, riducendo il potere dei sindacati e la spesa sociale per la disoccupazione; incentivare la mobilità dei lavoratori dai settori in declino a quelli in espansione attraverso la riqualificazione professionale.

[3] L’opera in cui Keynes sviluppa la sua concezione della probabilità e dell’incertezza è il Trattato sulla Probabilità, scritto nel 1921. Nella sua opera, l’economista britannico distingue tra situazioni nelle quali gli individui sono in grado ex ante di assegnare probabilità numeriche agli eventi che accadranno (es. il gioco dei dadi) e situazioni nelle quali questo non è possibile, perché le nostre conoscenze attuali sono insufficienti anche per definire lo spazio degli eventi che ci riserberà il futuro; tali situazioni contraddistinguono in particolare l’ambito economico e finanziario. Per prendere le loro decisioni, gli agenti economici si affidano perciò a “convenzioni”, come quella di supporre che “la situazione attuale durerà a tempo indeterminato”. Tuttavia, come spiega lo stesso Keynes: “Una valutazione convenzionale, che si sia stabilita come risultato della psicologia di massa di un grande numero di individui ignoranti, è esposta a cambiamenti violenti in seguito a un mutamento di opinioni”

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

Annunci

routine

Per Edna, ad un palmo d’oceano

A casa, da qualche parte…

Ogni giorno è la solita solfa. Apri gli occhi e pensi “Non ho alcun impegno oggi, che mi alzo a fare? A che pro?!”, così cerchi il tuo secondo cuscino, sparito chissà dove durante la notte, e che solitamente abbracci in mancanza d’altro (o di qualcun altro/a?) … A tentoni lo ritrovi, lo ghermisci e te lo avvolgi addosso; concluse queste goffe operazioni, in un calore che non sapevi di poter sprigionare, ti rimetti a dormire. Dopodiché ti alzi, più infuriato di prima, e prepari la tua consueta colazione: un caffè solitario e qualche biscottino, giusto per rimettere in moto le mandibole e il ricordo di un gusto (almeno, a prima mattina, ci si può concedere qualcosa di piacevole). Fatto questo, ti metti a sedere: i tuoi gesti, e i movimenti che ne conseguono, sono diventati tutti così tremendamente automatici. Non sai mai che giorno è: la linea di confine tre ieri e oggi pare l’abbiano abolita. Mentre la tazza fumante di purga mattutina è al tuo fianco, il suo calore si dipana, e con tutta la sua disarmante tranquillità ti svela una routine che è diventata quasi quasi angosciante: uno schermo elettronico, apparentemente inerme, illumina artificialmente il tuo viso, che risulta spento. Sembra che l’unico amico fidato rimasto, che voglia sentire quelle tue elucubrazioni di prima mattina, sia quel povero PC, che soffre ogni giorno con te, gracchiando in continuazione con quelle sue ventole asfissiate per il duro lavoro. Dunque quell’aggeggio, macchinoso e spompato, è diventato – sempre a quanto pare – l’unica tua distrazione, l’unica tua finestra sul mondo, e tu, per questo, non puoi farci assolutamente nulla.

Per mondo intendo un mondo pieno zeppo di opportunità, grondante di occasioni imperdibili, di paesaggi esotici “lontano da qui”; un mondo dove puoi essere finalmente te stesso (l’”essere finalmente qualcuno”, invece, lo lasciamo tranquillamente a qualcun altro – qui assolutamente non ci interessa). Perché se provi un attimino a dare uno sguardo fuori, dalle finestre di casa tua, non penso riuscirai a vedere qualcosa di interessante; forse vedrai uno dei paesaggi più belli sul pianeta terra, pennellato qua e là da qualche simpatica collinetta, o da delle montagne maestose, o ancora dall’inconfondibile eterno movimento del mare… Ma oltre a questo, non vedrai assolutamente più nulla: ogni tanto c’è un anziano passante che sputa in terra e che parla al vento; qualche minuto più tardi ce ne sarà ancora un altro che passa, che saluta anche lui con la manina, e che disquisisce volgendosi ad un autentico deserto sociale: quando a prima mattina non senti più in giro le scorribande di bambini che urlano e si fiondano nelle scuole, vuol dire che è finita; significa, per usare un eufemismo, che il tuo paese è già morto e sepolto, o forse – per essere proprio buoni – è in dirittura d’arrivo, e tu, anche qui, per tutto questo, non potrai farci molto.

Ti riaffacci così a quella finestra che potrebbe darti un input salvifico, un lampo di genio, e “sfogli” prontamente le diverse notizie che si caricano, ad un velocità supersonica, sulle pagine virtuali dei giornali: un eterno disastro. Articoli ridondanti, brutti (con sequele d’immagini di brutta gente sempre ritratta con quegli occhietti pregni di squallide connivenze), deleteri (assieme, gli articoli e quella brutta gente), incomprensibili, che non ti servono praticamente a nulla, se il tuo intento – correggimi se sbaglio – è solo quello di comprendere un tantino come funziona quel mondo che speravi di esplorare. Tutti quegli “specialisti” che scrivono e che parlano per te, e che pretendono di sapere per te, sono solo pagati per appannarti la mente, in misura maggiore di quello che già vivi normalmente – “Un’eccessiva informazione, sembra, è uno dei migliori stimoli a dimenticare”; non dimentichiamolo mai. Allora, annoiato come non mai, controlli le tue email: “messaggi in arrivo”… Nulla. Refresh di pagina, non si sa mai… Ancora nulla.

Sei da mesi su questo tuo atavico PC e avrai inviato una cosa come quaranta, cinquanta candidature, quasi ogni giorno. Il problema fondamentale, che la generazione che ci ha preceduto non potrà mai capire, è che non basta inviare il nostro solito CV, la nostra unica “carta d’identità argomentata” che ci presenterà all’ignoto. No, non basta. Dobbiamo diventare tante persone differenti quante sono differenti le destinazioni che vogliamo dare a quelle nostre candidature: un lavoro massacrante, oltre che ingiusto e auto-denigratorio: una specie di legge razziale verso se stessi (perché, per molte candidature, bisogna necessariamente mentire, togliere deliberatamente qualcosa, ritoccare delle informazioni qua e là, essere meno specializzati e ancor meno formati di quanto siamo realmente, altrimenti, udite udite, “costiamo troppo!”, e nessuno avrà voglia di assumerci). Ma se fosse solamente per il CV, il sacrificio lo si può anche fare: ti prepari una bella cartella e organizzi le diverse tipologie di CV in base ai possibili lavori che cerchi. Il problema ulteriore, come se non bastasse, è che bisognerebbe – per sperare di essere minimamente presi in considerazione – corredare il nostro resume con tanto di lettera motivazionale: in altre parole dobbiamo ridurci ad una pagina sintetica, scriverla ultra-convincente da ogni angolazione (noi siamo fighi, il nostro interlocutore è figo = saremmo troppo fighi se lavorassimo insieme, che ne dici? Si può fare?), e scriverne delle altre, ripetutamente, sempre differenti una dall’altra, per infine aspettare, sì, aspettare, indefinitamente… Aspettare che qualcuno, da qualche remota oscurità, abbia solamente la premura – e l’educazione – di inviare qualche segnale.

Allora, dato che fino ad oggi avrò collezionato decine e decine di lettere, e decine e decine di CV, di volta in volta modificati, differenziati, in base alla pluralità di circostanze che sono venute fuori, ho deciso di inserire – in tutte le differenti versioni del mio CV – il mio ultimo impiego, quello cioè più caratterizzante di tutti; quello che designa, più di ogni altro, la nostra bellissima e perduta generazione: IL LAVORO DEL CERCARE LAVORO. Ma da quando ho deciso di inserire questa mia ultima e fruttuosa e davvero appagante esperienza, le risposte hanno incominciato a scarseggiare ancor di più, se non ad annullarsi, vicendevolmente, come se fosse in palio un tentativo ancestrale di raggiungere affannosamente la mia posta elettronica: tanto era urgente il loro appassionato desiderio di cercarmi e contattarmi che questa loro frenesia le ha estinte tutte, si sono polverizzate in un miasma rissoso, e a me, finora, non è pervenuta alcuna notizia – semmai ne fosse sopravvissuta una. Visti dunque i tratti eclatanti di questa tragedia, che non ha nessunissima intenzione di cessare nel breve periodo, ho cominciato a preparare la valigia e a contattare mondi molto più lontani da questo paese, e la mia casella di posta elettronica, così, dal nulla, ha incominciato timidamente a rinvenire, dopo un lunghissimo stato comatoso: da quelle parti saranno sicuramente più pacati, ho pensato; sapranno certamente organizzare al meglio i flussi delle candidature e, in un paio di giorni, voilà, ecco che ti spuntano le risposte vittoriose che ti riportano la gioiosa notizia di candidature sopravvissute; più risposte di quante ne immaginavi. Incredibile! Con sorpresa, tali risposte risultano molto educate e dichiarano, chi l’avrebbe mai detto, di essere interessate al tuo “inaspettato” (per loro) interessamento: fra non molto nascerà una storia d’amore, pensi stranamente gratificato.

Quello che volevo dire però, preso atto della realtà più vera del vero, è che andare via dal proprio paese non deve essere una necessità forzata, ma solamente una scelta di vita, tutta intimamente personale. Ovviamente quest’affermazione, oltre che scontata, lascia il tempo che trova. E allora, alla luce di queste ultime considerazioni, emerge ancor di più il vivido contrasto generazionale che molti a più riprese negano. Bisogna ammettere che le generazioni precedenti, con le loro azioni sociali volontarie e involontarie, non ci hanno lasciato molto in eredità. Neppure le briciole di quello che potevamo racimolare, a forza di volontà, in questi tempi bui (che dico: “tenebrosi”). A parer loro, sembra quasi normale che, col deserto di possibilità che si staglia all’orizzonte, debbano lasciar partir via i propri figli, lontano da casa, e noi diciamo “complimenti, davvero!” (Una domandina al volo: mi spiegate chi vi pagherà le pensioni? Da dove li andrete a prendere i “vostri” soldi?).

Chris Yakimov - unemployment

Chris Yakimov – unemployment

A tal proposito, ricordo, con una tale nitidezza di emozioni repulsive, una giornata di lezione per i “futuri specialisti della comunicazione pubblica” (cioè io con altri colleghi, i “clienti” di un’università privata ciuccia-soldi), in cui una vecchia sgualdrina (un’improbabile ghostwriter di un sindaco di un paese vattelapesca), venuta ad elargire le sue acclamate esperienze in fatto di vita e di carriera professionale, ad un certo punto incominciò ad agitarsi irrimediabilmente, puntando il dito su ognuno di noi (che in quel caso eravamo un campione altamente rappresentativo dell’attuale generazione giovanile italiana – dato che, in quell’occasione, la nostra provenienza toccava parti diverse della penisola –  per inciso, non ricordo perché iniziò ad accendersi in quel modo contro di noi; probabilmente qualcuno aveva accennato alla disastrosa situazione in cui i giovani d’oggi si barcamenano nella disperata ricerca di un lavoro precario, e da lì, la miccia di un suo perfido tacco, scalpitò!). “Voi non sapete cos’è il sacrificio!”, cominciò convinta. “Siete sempre stati abituati ad avere la minestra pronta, a lamentarvi alla prima occasione… Dovreste smetterla! Imparate ad assumervi le vostre responsabilità una volta tanto, e poi ne riparliamo! Noi, a differenza vostra, ce le siamo sudate le nostre carriere professionali: le possibilità non cadono dal cielo… Non pensiate che per noi sia stato tutto così facile come vi ostinate a ripetere sempre, ecc.” … E continuò così, in questo suo orribile sproloquio, per parecchi minuti buoni. Seguì un’accesa discussione tra le parti, lei contro noi: mai avevo visto una sfida generazionale tanto animata, sintomo palese che, chi ha torto, solitamente sbraita di più.

Ora, lungi da me ogni volontà avvelenata di generalizzare al massimo contro una precedente generazione, che per certi versi adorerò per tutta la vita (anche perché mi ha dato i natali :)), a quella signora, (di cui, non so perché, mentre parlava, ho serbato più il ricordo delle sue labbra voluttuose (!) che tutto il resto – compreso tutto ciò che di inconcludente aveva da blaterare), avrei voluto risponderle che sì, certamente abbiamo anche noi i nostri problemi; siamo annoiati dalla vita, viviamo in un deserto emozionale e, probabilmente, per eludere questo scenario, beviamo un po’ troppo, e forse ci droghiamo di più rispetto a tutte le generazioni precedenti – questa non è una giustificazione, sia chiaro. Solamente ci mancano delle prospettive, quel qualcosa che serve a “dare senso”. D’altra parte però avrei voluto anche risponderle, dal mio finto e acquattato silenzio osservatore (perché il piacere della vita, per me, consiste anche nell’osservare perpetuamente la realtà come un occhio vigile e vitreo), che noi, la nostra attuale e giovane generazione, che vive questi tempi liquidi, post-moderni o dopo-moderni (a seconda delle diverse accezioni e delle differenti scuole di pensiero), probabilmente siamo la generazione più responsabile di tutte le altre, al pari dei nostri nonni che, versando praticamente tutto il loro sangue, hanno liberato questo paese dal male più efferato… Le capacità di adattamento che abbiamo fin qui acquisito la loro generazione (sempre la generazione della ghostwriter) non se le sogna nemmeno, perché semplicemente non sa concepirle. Avrei voluto dirle che noi siamo nati e cresciuti in un mondo altamente globalizzato, ricco di stimoli, influenze diversissime, dove il rispetto per il “meticciato” che ne deriva è per noi pane quotidiano, e che sappiamo più facilmente interfacciarci alla diversità più di quanto sappiano far loro (a volte l’ostinata chiusura mentale di taluni soggetti è disarmante! Per fortuna non sono tutti così: ci sono anche le bellissime eccezioni, i nostri punti di riferimento – come dovrebbe essere normale per giunta); perché altrimenti, se non hai rispetto e non cominci a conoscere “il diverso” sei uno sfigato senza speranza, e non riuscirai mai a sopravvivere in questo mondo (soprattutto sopravvivere a te stesso); e che inoltre, abbiamo imparato a prenderci tutte le responsabilità di tutte le sfaccettature che questo cambiamento epocale poteva comportare, e che ancora comporterà, ad un ritmo velocissimo. A differenza loro, noi preserviamo un più alto grado di dimestichezza con la flessibilità, che per certi versi è a dir poco inaudita. Forse nessuno prima di noi ha cambiato così repentinamente vita da un giorno all’altro e più volte all’anno (solitamente, in passato, chi cambiava bruscamente la propria esistenza era per quella volta e per sempre). Noi siamo dei nomadi, non dei vagabondi che non sanno quello che fanno e non pensano sul dove stanno andando, e siamo fieri di esserlo. Siamo fieri della nostra “poligamia dei luoghi”, che ci consente di stabilizzare un’immagine di noi stessi indipendentemente dalla frammentarietà dei contesti che attraversiamo.

Probabilmente, ci siamo ritrovati a vivere in una contingenza del tutto particolare in cui, come diceva il caro zio Jeremy, in un suo famoso saggio intitolato “La fine del lavoro” (ah! per chi non lo sapesse, lo zio Jeremy fa di cognome Rifkin, ed è un personaggio davvero spassoso! Vi consiglio vivamente di leggerlo ogni tanto, saprà come non farvi schiodare da uno dei suoi lungimiranti saggi!), dicevo, un particolare periodo storico in cui calcolatori e robot sostituiranno sempre di più l’uomo in un numero crescente di settori produttivi; un fenomeno, questo, che non riusciranno ad arginare neppure le professioni emergenti: in questa economia globalizzata ogni Stato dovrà fare i conti con una massa sempre più consistente di disoccupati. Cioè, in altre parole, il lavoro non c’è più, e bisogna assolutamente armarsi di pazienza e pensare a nuove coordinante di senso e, soprattutto, a nuovi “discorsi” su come vogliamo cambiare questa nostra società (quindi è inutile che ci rinfacci di tutto, vecchia sgualdrina dalle labbra voluttuose; sicuramente il vecchio zio Jeremy ne sa più di te!) …

Quando penso a queste cose, a questo tema martellante oltremodo dibattuto che è il lavoro, e malgrado ciò, senza apparenti via d’uscita, penso sempre ad un libricino bellissimo, scoperto per caso in terra veneta, tempo fa. Questo libricino, intitolato “The abolition of work”, mi incuriosì alquanto, poiché riportava come data e luogo di pubblicazione l’anno della mia nascita e la capitale dello Stato di New York, Albany, città che personalmente ho conosciuto e calpestato con fierezza. Coincidenze bizzarre quindi, meritevoli, da parte mia, di un’assoluta attenzione. Il suo autore si chiama Bob Black, e personalmente ritengo che abbia scritto una delle chicche più sensate sul tema-lavoro che io abbia mai letto. Vi lascio al suo incipit, e anche al suo link virtuale (sono davvero poche pagine), in modo tale che, oltre a prendervi una meritata pausa dai vostri ripetuti e vani invii di candidature, possiate deliziarvi con questa brusca e rivitalizzante presa di coscienza.

Il libricino intero, rigorosamente in pdf, lo trovate comodamente qui. Io invece, come già accennato, vi conduco giusto al primo assaggino (grassetto mio)… À bientôt!

Nessuno dovrebbe mai lavorare. Il lavoro è la fonte di quasi tutte le miserie del mondo. Quasi tutti i mali che si possono enumerare traggono origine dal lavoro o dal fatto che si vive in un mondo finalizzato al lavoro. Per eliminare questa tortura, dobbiamo abolire il lavoro. Questo non significa che si debba porre fine ad ogni attività produttiva. Ciò vuol dire invece creare un nuovo stile di vita fondato sul gioco; in altre parole, compiere una rivoluzione ludica. Nel termine “gioco” includo anche i concetti di festa, creatività, socialità, convivialità, e forse anche arte. Per quanto i giochi a carattere infantile siano già di per sé apprezzabili, i giochi possibili sono molti di più. Propongo un’avventura collettiva nella felicità generalizzata, in un’esuberanza libera ed interdipendente. Il gioco non è un’attività passiva. Indubbiamente noi tutti necessitiamo di dedicare tempo alla pigrizia e all’inattività assolute molto più di quanto facciamo ora, e ciò senza doversi preoccupare del reddito e dell’occupazione; ma è anche vero che, una volta superato lo stato di prostrazione determinato dal lavoro, pressoché ognuno desidererebbe svolgere una vita attiva. L’oblomovismo e lo stakanovismo sono due facce di una stessa moneta falsa. La vita ludica è totalmente incompatibile con la realtà attuale. E allora tanto peggio per la “realtà”, questo buco nero che succhia la residua vitalità da quel poco che ancora distingue la nostra vita nella semplice sopravvivenza. E strano — o forse non tanto — che tutte le vecchie ideologie appaiano conservatrici, e ciò proprio in quanto tutte danno credito al lavoro. Per alcune di esse, come il marxismo, e la maggior parte delle varianti dell’anarchismo, la loro fede nel lavoro appare tanto più salda in quanto non vi è molto d’altro cui esse prestino fede. I progressisti dicono che dovremmo abolire le discriminazioni sul lavoro. Io dico che dovremmo abolire il lavoro. I conservatori appoggiano le leggi sul diritto al lavoro. Allo stesso modo dell’ostinato genero di Karl Marx, Paul Lafargue, io sostengo il diritto alla pigrizia. La sinistra è a favore della piena occupazione. Come i surrealisti — a parte il fatto che sto parlando seriamente – io sono a favore della piena disoccupazione. I trotskisti diffondono l’idea di una rivoluzione permanente. Io quella di una baldoria permanente. Ma se tutti gli ideologi, così come accade, sono a favore del lavoro — e non solo perché hanno in mente di far fare ad altri la parte di esso che loro compete — tuttavia sono stranamente riluttanti ad ammetterlo. Continuano a disquisire all’infinito su salari, orari, condizioni di lavoro, sfruttamento, produttività e profitto. Parleranno volentieri di qualunque argomento tranne che del lavoro stesso. Questi esperti, che sempre si offrono di pensare per noi, raramente ci renderanno partecipi delle loro conclusioni riguardo al lavoro, e ciò malgrado il rilievo che esso assume nella vita di noi tutti. Fra di loro arzigogolano sui dettagli. Sindacati ed imprenditori concordano sul fatto che sia necessario vendere tempo della nostra vita in cambio della sopravvivenza, benché poi contrattino sul prezzo. I marxisti pensano che dovremmo essere diretti dai burocrati. I “libertari” da uomini d’affari. Le femministe non si pongono il problema di quale forma debba assumere la subordinazione, purché i dirigenti siano donne. Chiaramente questi mercanti di ideologie mostrano un notevole disaccordo su come dividersi le spoglie del potere. Ma è ancora più chiaro che nessuno di loro ha nulla da obiettare sul potere in quanto tale, e che tutti costoro vogliono che noi si continui a lavorare. Forse vi state chiedendo se stia scherzando o parlando seriamente. L’uno e l’altro. Essere ludici non significa essere incongruenti. Il gioco non è necessariamente un’attività frivola, ancorché l’essere frivoli non significhi essere superficiali: molte volte è necessario prendere seriamente ciò che appare frivolo. Vorrei che la vita fosse un gioco, ma che la posta in gioco fosse alta. Vorrei continuare a giocare per sempre.”

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

 

workers

Leggendo i quotidiani, ascoltando i discorsi della gente nella metropolitana, o persino quelli degli amici, durante una cena, si è colpiti dalla straordinaria centralità, direi onnipresenza, che l’economia, il lavoro, hanno assunto nelle nostre vite, oscurandone quasi tutti gli altri aspetti. Banale costatazione, si dirà. E invece no: se si stacca per un attimo lo sguardo dai problemi del quotidiano, e si adotta una prospettiva di lungo termine, ci si dovrebbe aspettare piuttosto un minor interesse da parte nostra per le questioni legate alla sussistenza materiale.

Qualche dato per motivare questa tesi. L’ammontare di merci che noi fortunati occidentali abbiamo oggi a disposizione – misurata dal Prodotto lordo pro capite – è di circa cinque volte superiore a quella che avevamo agli inizi degli anni ’30 (Jackson, 2011). Per produrle occorre un numero sempre minore di persone. Prendiamo l’Italia: ancora negli anni Settanta, il 20% dei lavoratori era impiegato nel settore primario, ora è il 4%. Negli altri paesi OCSE tale quota oscilla oggi attorno al 2-3%.

Nel settore manifatturiero, dove si sono formate la classe operaia, la Sinistra, il Welfare previdenziale e assistenziale e una robusta classe media, gli occupati nei paesi sviluppati sono in media il 15% del totale. Nel dettaglio: in Italia sono un quarto della forza lavoro totale, una percentuale relativamente elevata. In Germania, il 18%; in Giappone il 16%, in Francia il 12%, negli Stati Uniti meno del 10%. Il peso dei “colletti blu” sul totale degli occupati è sceso drammaticamente dagli anni ’70 ad oggi: di circa 8 punti percentuali in Italia, addirittura di 13 punti negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, di 16 punti in Germania, 12 in Francia, 9,7 in Giappone. La globalizzazione e la Grande recessione hanno certo accelerato questo processo di deindustrializzazione, che però ha avuto inizio molto prima. E per un’altra ragione.

Quota occupati nel settore manifatturiero, in % del totale. Fonte: Ocse

quota occupati manifattura

  Composizione % occupati in Italia. Fonte: Istat

quota occupati primario secondario terziario

E’ stato infatti l’aumento senza soluzione di continuità della produttività del lavoro che ha permesso, grazie al progresso tecnologico, di produrre sempre più beni alimentari e manufatti con una quota declinante di persone. Prima in agricoltura, poi nelle fabbriche, le macchine hanno sostituito il lavoro dell’uomo, permettendogli di soddisfare bisogni fondamentali come mangiare, bere, vestirsi, curarsi, avere un tetto, disporre di beni di consumo durevole, affrancandolo (solo apparentemente, come vedremo) dalla maledizione biblica del lavorare con il sudore sulla fronte per sopravvivere. Un risultato straordinario.

John Maynard Keynes era sicuro che – di questo passo – entro il 2020 lo sviluppo della tecnologia ci avrebbe consentito di lavorare tutti per 3-4 ore al giorno. Secondo l’economista britannico, una volta risolto per sempre il problema economico, le popolazioni affluenti avrebbero potuto dedicarsi alle cose veramente importanti della vita: la cultura, l’arte, l’aiuto disinteressato di chi è in difficoltà.

In parte ciò si è realizzato. La maggior produttività del lavoro nel settore primario e secondario ha fatto crollare i prezzi dei beni alimentari e industriali. Tale fenomeno, assieme alle lotte sindacali e operaie dal basso, e alle riforme sociali dei governi socialdemocratici e cristiano democratici nel secondo dopoguerra dall’alto, hanno innalzato il nostro potere d’acquisto reale, e ci hanno consentito di lavorare di meno (le 40 ore, le ferie pagate, il sabato libero, la tredicesima, le pensioni)  [1].  Il maggior reddito reale si è trasformato in nuova domanda di beni e soprattutto, di servizi, generando nuova occupazione e nuovi lavori nel settore pubblico e privato. E’ cresciuta la classe impiegatizia, gli insegnanti, il personale ospedaliero, gli avvocati, i medici, i burocrati. E poi il turismo e l’industria del tempo libero, i ristoranti, le beauty farms. In sintesi: solo 1 persona su 5, nelle economie avanzate, è impegnata direttamente nella produzione di beni più o meno utili alla nostra sopravvivenza materiale. 

working hours over time

Tuttavia, nonostante questi dati attestino come il lavoro sia diventato meno urgente a causa della tecnologia, siamo molto lontani dal lavorare 15 ore a settimana come auspicava Keynes. Anzi, nelle nostre società non c’è stigma più grande di quello della disoccupazione, attribuita alla pigrizia dell’individuo e alla sua indisponibilità a sacrificarsi.

Per questo, negli anni passati abbiamo creato migliaia di lavori inutili, se non dannosi, soprattutto nel settore finanziario e amministrativo: solo per tenere la gente occupata e dargli un reddito da spendere, in modo da continuare a far girare la giostra dei consumi. Sottolinea il professor David Graeber : “non è del tutto chiaro se l’umanità soffrirebbe qualora sparissero tutti gli amministratori delegati, lobbisti, public relation managers, addetti al telemarketing, ufficiali giudiziari o consulenti legali. (Molti sospettano che il mondo, in loro assenza, potrebbe addirittura sensibilmente migliorare)”(On the phenomenon of bullshit jobs, Strike! Magazine, Agosto, 2013).

La domanda a questo punto è inevitabile: perché invece di realizzare l’(e)utopia keynesiana di un incremento del tempo dedicato ad attività piacevoli e ad alta utilità sociale, continuiamo a votare le nostre vite alla competizione esasperata, che crea ansia da prestazione, frustrazione, infelicità?

Una prima risposta concerne l’iniqua ripartizione dei guadagni di produttività. Se la maggior parte di questi se li prende il capitale, i lavoratori sono costretti a lavorare più ore per conservare lo stesso tenore di vita. Questo è quanto accaduto nelle economie avanzate negli ultimi trent’anni. Il lavoro ha lasciato sul campo ben 10 punti di PIL, intascato dai profitti e dalle rendite [2].

La concentrazione della ricchezza e dei redditi in poche mani fa si che la composizione dei beni e dei servizi che si producono e la struttura del mercato del lavoro siano giocoforza espressione delle preferenze dei più ricchi. Purtroppo le nuove elités politiche ed economiche non hanno i gusti raffinati di quelle del Rinascimento, che chiedevano cultura e arte. Piuttosto domandano gadgets tecnologici sempre più perfezionati, capi di abbigliamento à la page, cene in ristoranti esclusivi, hotel di lusso, nonché avvocati di grido, commercialisti, consulenti finanziari per gestire i loro ipertrofici patrimoni.

Seconda risposta: l’apparente insaziabilità dei bisogni non fisiologici. I consumi vistosi e lo stile di vita dei più ricchi mettono in moto un meccanismo di emulazione da parte della classe media e bassa, disposta a lavorare di più e anche ad indebitarsi pur di possedere i cosiddetti beni di status. Ciò traspare anche dagli ultimi dati Istat:  anche nel bel mezzo di una spaventosa crisi come questa, gli italiani rinunciano alle cure o risparmiano sul cibo, ma non all’ultima versione di cellulare o ai prodotti di bellezza (vedi Legrenzi, Frugalità, Il Mulino, 2014).

Resta il fatto che questo sistema è destinato prima o poi ad andare a sbattere contro un muro.

Infatti, chi genererà tutta la domanda di consumi necessaria per continuare a crescere e dare lavoro, se i salari sono sempre più bassi e l’era dell’indebitamento privato e pubblico è giunta alla fine? Quali meccanismi verranno inventati per farci continuare a lavorare, e quindi a desiderare e a spendere, se il progresso tecnico sostituirà nei prossimi anni con macchine super intelligenti la metà dei lavori attuali?

E pensare che mai come ora avremmo l’occasione di realizzare un antico sogno: servirci della tecnologia per liberare definitivamente il lavoro dalla sue componenti di alienazione, noia, ripetitività. Un lavoro che, lungi dal rappresentare soltanto una mera fonte di sopravvivenza o profitto per chi lo compie, sia diretto piuttosto alla piena realizzazione del sé.

In tedesco, la parola Beruf presenta la doppia accezione di professione lavorativa e vocazione. “Was bist du von Beruf?” può essere reso sia con “Che lavoro fai? che con “Qual è la tua vocazione?” [3].  E’ un retaggio dell’etica protestante, che compie nel XVI sec. una clamorosa riabilitazione del lavoro; non più spiacevole sudore sulla fronte che il credente deve evitare ad ogni costo per dedicarsi all’ascesi della preghiera, ma via maestra per raggiungere la pienezza della vita religiosa. Ciascuno di noi ha la sua vocazione, la sua chiamata, non solo i mistici e i preti, dice Lutero: rispondere a questa chiamata significa coltivare i propri talenti, far bene il proprio lavoro; il compito supremo che il cristiano ha su questa Terra. E aggiunge Primo Levi nella Chiave a Stella: “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono”.

Il punto di partenza per edificare una nuova “civiltà del lavoro” sta nel comprendere che il problema economico, almeno nel Primo Mondo, è risolto, che siamo saturi di merci e non abbiamo bisogno di altre. Per questo, la crescita illimitata del PIL è un obiettivo stupido da perseguire, oltre che esiziale per la tenuta dell’ecosistema. Dovremmo invece concentrarci su come distribuire in modo più equo la ricchezza prodotta. Utilizzare gli incrementi di produttività per aumentare il tempo libero dei lavoratori e non per espellerli. Indirizzare l’innovazione e la ricerca verso produzioni a minimo contenuto di materia-energia e riequilibrare il rapporto tra beni pubblici e privati. Sviluppare posti di lavoro in settori a basso rischio d’automazione, capaci di creare soddisfazione e godimento sia per chi produce che per chi consuma: cultura, arte, cura della persona, artigianato. Promuovere quell’economia della partecipazione e della cooperazione che ci hanno descritto, nei loro lavori visionari, James Meade e Martin Weitzman. Sostituire un obsoleto Welfare monetario basato su pensioni e sussidi di disoccupazione e pensato per operai di grandi fabbriche fordiste e impiegati a tempo indeterminato, con un reddito di cittadinanza che ci tuteli dalla ciclotimia del capitalismo post-moderno [4].

Sono tutte cose fattibili. Ma dobbiamo liberare la nostra mente prigioniera. Bisogna guardare con occhi diversi alla produzione, al consumo, al risparmio, all’occupazione. Al futuro. Le lenti che abbiamo utilizzato finora sono da buttare. Va inventata una nuova saggezza per una nuova era. E, nel frattempo, se vogliamo fare qualcosa di buono, dobbiamo seguire il consiglio di Keynes: apparire eretici, problematici e disobbedienti agli occhi di chi ci ha preceduto.

Federico Stoppa

NOTE:

[1] “Per (permetterci) una lavatrice nuova lavoriamo in media non più di 3 giorni (nel 1960: 27 giorni), per dieci uova solo 8 minuti (nel 1960: 51 minuti).  Spendiamo solo il 15% dei nostri bilanci familiari per gli alimenti […]nel 1970 era il 25%” Dieter Schnaas, Das Bedrohnte Idyll, in “Wirtschafts Woche”, April 2014.

[2] A questo proposito, è clamoroso quanto accaduto negli Stati Uniti dagli anni Ottanta in poi. Nonostante il pil pro capite statunitense sia cresciuto di tre volte in termini reali, quasi i due terzi di questa crescita sono andati all’1% più ricco della popolazione, che ora si appropria del 20% del reddito totale (contro il 10% negli anni ’80). Inoltre, la quota di reddito nazionale che va allo 0,01% delle famiglie più ricche americane è quadruplicata: dall’1% negli anni  ottanta al 5% attuale. (Cfr. Gallegati M., Stiglitz J., Se l’1% detta legge, in MicroMega, marzo 2013).

[3] Contrariamente,  nelle lingue neolatine, l’etimologia della parola “lavoro” conserva un connotato negativo: trabajo in spagnolo, travail in francese, che rimandano al travaglio, al dolore, alla sofferenza. Persino in qualche dialetto italiano come quello marchigiano (oltre che nell’immaginario comune), lavoro e fatica sono inscindibili.

[4] Per approfondire queste idee si rimanda all’ultimo libro di Mauro Gallegati, Oltre la siepe. L’economia che verrà, Chiarelettere, 2014, oltre che ai contributi di Tim Jackson, Prosperità senza Crescita. Economia per il pianeta reale, Edizioni Ambiente, 2011, e di Robert e Edward Skidelsky, Quanto è abbastanza, Mondadori, 2013.

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

Margnac - Olivetti's factory

Margnac – Olivetti’s factory

Riportiamo, di seguito, ampi stralci di un’intervista di Roberto Petrini all’economista Giorgio Fuà, apparsa nel 2000. Fuà è stato uno dei più grandi economisti italiani del secondo dopoguerra; ha lavorato per molti anni con Adriano Olivetti, Enrico Mattei e il premio Nobel Gunnar Myrdal; nel 1980 ha curato il rapporto Ocse sui problemi dei paesi europei a sviluppo tardivo (quelli oggi noti con il poco rispettoso acronimo PIIGS). Ha fatto parte, con Paolo Sylos Labini ed altri economisti,  della commissione per la programmazione economica in Italia, voluta dal primo centrosinistra (1962). Ha fondato, nel 1959, la Facoltà di Economia di Ancona in cui ha insegnato fino a poco prima della morte, avvenuta all’inizio del nuovo secolo. Alcune sue riflessioni contenute in questo dialogo ci appaiono di sconcertante attualità: la necessità di diffondere tra i giovani una mentalità lavorativa e imprenditoriale  che recuperi la dimensione creativa e personale del lavoro, contrapposta ad una visione del lavoro come male spiacevole ma “necessario” per produrre e acquistare sempre più merci; l’urgenza di adottare forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa e l’importanza di superare, almeno nelle società affluenti, l’ossessione del Prodotto Interno Lordo (PIL) come unico indicatore di “benessere” da massimizzare. (F.S).

Professor Fuà, cominciamo dall’abc: chi è questo strano personaggio che passa sotto il nome di imprenditore?

I vecchi manuali di economia dicevano: è colui che combina i fattori produttivi (lavoro, capitale e terra). È una definizione poco suggestiva ed è molto insoddisfacente anche l’indicazione del criterio che guiderebbe l’imprenditore e cioè quello della massimizzazione del profitto.

Se il profitto non è sufficiente, come comunemente si ritiene, per qualificare e definire la figura dell’imprenditore, quali sono, o dovrebbero essere, i suoi scopi? Qualcuno potrebbe ricordare che l’imprenditore crea posti di lavoro e dedurne che si tratta di un compito già sufficiente. Non le pare?

Non occorre soltanto un imprenditore che crei posti di lavoro ma occorre un imprenditore che coinvolga i dipendenti in una avventura interessante. Che dia un senso al loro lavoro. Ricordo una frase di Adriano Olivetti, il quale si chiedeva: può l’impresa darsi uno scopo? La risposta implicita era sì. “Bisogna dare consapevolezza di fini al lavoro” diceva Adriano Olivetti. Ma ciò implica, aggiungeva, l’aver preventivamente risposto a una domanda che non esito a definire una delle domande fondamentali della mia vita, profondamente discriminante per la fede che presuppone e per gli impegni che implica. “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? 0 non vi è, al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una trama ideale, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”

Quale scopo? Coinvolgere i dipendenti, lavorare con soddisfazione, fare genericamente del bene? Lei cita Olivetti e parla addirittura di avventura. Sono concetti difficili da accettare al giorno d’oggi. Non crede?

Io credo che il lavoro in genere deve essere gratificante e coinvolgente: non deve essere soltanto una pena volta allo scopo di guadagnare  e, successivamente, acquistare merci e goderne nel tempo libero. Per creare questa condizione ci vogliono imprenditori leader come Adriano Olivetti, Enrico Mattei o come alcuni imprenditori marchigiani che conosco. Purtroppo non tutti gli imprenditori hanno le caratteristiche del leader: c’è chi si limita a comporre una combinazione favorevole di fattori di produzione; c’è l’inventore, come Guglielmo Marconi o Henry Ford; c’è chi accumula potere e ricchezza e persegue una strategia di piazzamento di capitali anche senza produrre alcunché. È sbagliata l’idea di vedere il compito dell’imprenditore come quello di produrre merce e il compito del lavoro come un mezzo per riuscire a consumare altra merce. È sbagliata l’idea che la gente che lavora nell’impresa debba avere come fine quello di fare tristemente la propria attività dentro l’impresa per guadagnare e potersi poi comprare altra merce di cui godrà nel tempo libero. Insomma, la cosa più importante è fondare un gruppo di persone che faccia con convinzione il proprio lavoro. È la cosa più importante perché ormai di merce ne produciamo abbastanza e il problema non è quello di produrne di più ma di produrla con piacere, non con sofferenza.

Questa non sembra l’opinione più diffusa. Se si pone la questione ad un passante, ma anche a qualche capitano d’industria, risponderà senz’altro: guadagnare, per consumare e godersi il tempo libero. Non è così?

Mica è giusto! Noi nel lavoro, e negli spostamenti ad esso connessi, passiamo la maggior parte della vita, almeno metà del tempo durante il quale siamo svegli. E se questa parte della nostra vita occupata da quello che chiamiamo lavoro e che serve per guadagnare ciò che poi si “gode” nel tempo libero, è penosa, il godimento diventa assai discutibile. In una situazione come quella che abbiamo appena ipotizzato, la parte creativa di noi, quella che ci dà maggiore soddisfazione, dispone di uno spazio sempre più limitato. Io continuo a sostenere che bisogna generare e produrre qualcosa che valga di per sé, che pensiamo che sia un bene e che ci piace. Tutti gli imprenditori che sono riusciti a creare una comunità appassionata al lavoro, che sono amati da chi ha avuto la fortuna di lavorare con loro, pensano che il loro prodotto contribuisce anche se in piccola parte a rendere migliore il mondo.

Oggi si impone la grande corporation, la multinazionale. È pensabile e realistico creare un clima del genere in strutture grandi e impersonali per definizione?

Si può creare il clima di squadra anche nelle grandi multinazionali. Ricordo che alla Olivetti noi tutti ne eravamo fieri. L’idea che ci animava era semplice ma efficace: questa è un’impresa bella e facciamo un prodotto bello. Adriano si lamentava perché gli impiegati (in Italia ormai il 60 per cento dei lavoratori dipendenti lavora negli uffici) sono circondati da macchine e mobili brutti. Perché devono essere brutti? Il loro ambiente può essere gradevole. E Adriano Olivetti diceva: mi piace dare soddisfazione alla gente che lavora.

Va bene. L’impresa ideale è quella dove si lavora con godimento, si conta di migliorare il mondo, si mira a creare una squadra affiatata. Ma come si può raggiungere questo obiettivo?

Vuole delle “ricettine”? Ebbene, l’imprenditore deve pensare nel seguente modo: la gente che lavora con me la voglio migliorare, perché nel lavoro si passa gran parte della propria vita e il lavoro ci deve migliorare e non peggiorare. Insegniamo loro anche un po’ di filosofia e, se possiamo, facciamo loro apprezzare anche della musica buona. Facciamo vedere intorno a loro delle architetture belle: questo migliora e rende più civili coloro che lavorano con me. La prima regola è quella di amare il prodotto che si fa ed essere convinti che si tratta di una cosa buona. Se invece si dice: il prodotto mi serve solo per guadagnare e non importa se imbroglio il consumatore, come si può coinvolgere, appassionare, la gente?

Non vorrei costringerla, nel corso di una semplice conversazione, ad elaborazioni teoriche che comporterebbero un lavoro ben più ampio e meditato. Tuttavia, mi pare che al centro della sua critica al concetto di impresa ci sia l’obiettivo della massimizzazione del profitto. È così?

A me interessa proporre ai giovani un modello secondo il quale il lavoro è uno degli aspetti positivi della vita. Tra le fonti di soddisfazione della vita il consumo è secondario rispetto al lavoro. La creazione può dare molta più soddisfazione che la distrazione, divertirsi è distrarsi, cioè fare qualche cosa al di fuori di un’altra. Il lavoro può essere vissuto con passione e si dovrebbe anche cambiare nome al lavoro, se questo termine si associa ancora all’idea di “guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte”.

Gli economisti hanno sempre sottolineato l’aspetto della fatica, anche perché semplificava il discorso. Il lavoro come mezzo e il consumo come risultato. Dunque: minimo mezzo, minimo lavoro, massimo consumo. Invece io, avendo visto intorno a me gli artigiani, i coltivatori, mio padre medico e tutta la famiglia appassionati al lavoro da cui non si volevano staccare un momento, credo che il lavoro possa essere la ragione e la passione di una vita e credo che non debba essere vissuto come una sofferenza.

E chi fa un lavoro faticoso?

Anche in campagna dove il lavoro era pesantissimo non si sarebbero tirati indietro, volevano farlo ancora anche da anziani.

E quello della catena di montaggio?

Una volta c’erano “Charlot” e “Tempi moderni”, oggi c’è il computer. Non cambia molto: forse il problema è di non continuare a chiamarlo lavoro, magari chiamiamolo attività.

C’è bisogno di una nuova etica del lavoro?

Stare in società o in un gruppo per produrre qualche cosa mi pare un punto importante della vita. Ma le ripeto ci vuole, e ci vorrà in eterno, un Mosè o qualcun altro che dica: “Ora vi mostro io come facciamo”. Io chiamo costui imprenditore. Ciò che mi colpisce di più è che la maggior parte dei miei studenti universitari non ha mai sentito o concepito l’idea di fare un lavoro indipendente. Arrivano all’università e mi dicono che dopo laureati cercheranno “un posto”.

Margnac - Olivetti Ivrea. Visite d'usine. Ektachrome, novembre 1970.

Margnac – Olivetti Ivrea. Visite d’usine. Ektachrome, novembre 1970.

Riepiloghiamo: il profitto non deve essere l’obiettivo, il consumo non è il fine principale della vita, bisogna lavorare con godimento. Il mercato, tuttavia, è spesso il luogo della competizione e della violenza. Si può sopravvivere sul mercato adottando questi criteri?

Perché no? Il mercato non è il luogo della violenza, è semplicemente quello della concorrenza. Non si può concorrere facendo cose buone? Non mi pare che ci sia un contrasto con l’idea di concorrenza. Il profitto non è un obiettivo, è semplicemente una delle condizioni perché una organizzazione di mercato o d’impresa possa vivere. Pensiamo al lavoro senza scopo di lucro: le organizzazioni di volontariato che hanno un ruolo crescente, le comunità per i tossicodipendenti, la Croce Rossa ecc. La vita di queste aziende, che si risolve in parte fuori dal mercato, è simile a quella delle imprese commerciali. Anche in questo caso ci vuole il leader, come Muccioli che fondò San Patrignano, come il Filo d’Oro di Osimo creato da un prete straordinario.

Eppure professore, nel linguaggio comune parole come profitto, lavoro e reddito vengono intese come addendi di una somma che alla fine dà come totale la crescita del benessere. Lei contesta questa impostazione?

È vero. Nell’ottica abituale degli economisti, il lavoro viene considerato per la sua capacità di produrre merci (quindi di contribuire al prodotto nazionale, al PIL) e per quella di procurare al lavoratore un guadagno, che significa poi capacità di acquistare merci.  Ma il lavoro ha anche un altro aspetto, in quanto può procurare a chi lo compie un senso di alienazione, pena, o, al contrario, un senso di soddisfazione. Ho scritto nel mio libro “Crescita economica. Le insidie delle cifre” (Il Mulino, 1993) che il lavoro può risultare più interessante se chi lo fa è posto nella condizione di sentirsi partecipe della gestione dei successi dell’operazione produttiva in cui viene impiegato, se ha modo di riconoscere nel prodotto una propria creazione. Oggi nei paesi ricchi è probabilmente più urgente studiare le vie per restituire interesse al lavoro, piuttosto che le vie per aumentare di qualche punto percentuale la quantità della merce prodotta o il potere d’acquisto ottenuto come retribuzione per ora di lavoro erogata. Eppure noi economisti continuiamo a dedicare tanti studi alla produttività e al salario, ma quasi nessuno alla soddisfazione del lavoratore. Dunque, aggiungo ora, dovremmo studiare più attentamente come su questa soddisfazione influiscano la forma giuridica, la dimensione e la modalità di organizzazione dell’impresa. Dovremmo esplorare meglio la praticabilità di un sistema di partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione dell’impresa e gli eventuali vantaggi che esso offrirebbe non solo dal punto di vista del livello di occupazione, produzione e retribuzione (vantaggi già indicati da economisti come Martin Weitzman), ma anche dal punto di vista dell’integrazione sociale e dell’autorealizzazione che si possono ottenere attraverso il lavoro.

È il solo modo di dirigere un’impresa?

Non sto dicendo che si può dirigere un’impresa soltanto così. Una organizzazione produttiva si può dirigere anche in altro modo, in questo caso tuttavia si paga un prezzo: chi ci lavora si sente estraneo. Spero che si possa insegnare ai giovani che non si fa l’imprenditore per fare più soldi possibile. È una comune avventura che ci appassiona tutti, se l’obiettivo ci piace. Non misureremo il nostro successo con quanto abbiamo guadagnato o con che rapidità abbiamo vinto un concorso.

La scuola dovrebbe dedicare più attenzione al compito di far riflettere i giovani sull’importanza delle insoddisfazioni e delle soddisfazioni non valutabili in moneta che possono accompagnare il lavoro.

La maggior parte dei miei studenti, interrogati su quali requisiti dovrebbe avere un lavoro per attrarli, rispondono in prima battuta che l’ideale è trovare un posto sicuro, che procuri il massimo di reddito e il minimo di preoccupazione possibile, e il massimo di tempo libero. È una risposta del tutto in linea con la mentalità consumistica, propagata dai mezzi di comunicazione di massa, recepita e trasmessa dalle famiglie, e non contrastata dalla scuola. Apre una prospettiva squallidissima: prendendo questa via, i giovani finirebbero con lo svendere metà del proprio tempo di vita in una routine tediosa per pagarsi qualche svago o lusso nella modesta quota di ore di veglia restante.

La scuola fa troppo poco per indirizzare l’interesse dei giovani verso lavori indipendenti e verso le attività imprenditoriali. Andiamo verso un mondo in cui quasi tutti i giovani puntano sulla prospettiva che qualcuno dia loro un posto (nel senso di impiego), mentre scarseggiano quelli che si preparano a creare (inventare) un posto di lavoro almeno per sé e possibilmente anche per gli altri, perché a troppo pochi ne è stata suggerita l’idea. Ma affinché ci siano occasioni di lavoro occorre che il sistema economico funzioni, e per funzionare normalmente il sistema esige l’opera di imprese; è improbabile allora che la funzione di guidare un’impresa possa essere svolta in modo soddisfacente da soggetti impersonali. Occorre ancora una volta la persona dell’imprenditore.

C’è il rischio di un declino dello spirito imprenditoriale?

Certamente. Se scarseggiano nuove leve di imprenditori, chi fornirà tutti i posti di lavoro desiderati? Lo Stato, altri enti, nuovi carrozzoni? Penso che il punto che sto toccando costituisca una seria minaccia al benessere collettivo, non dico del momento presente, ma degli anni che verranno. In una prospettiva di lungo termine, la carenza di capacità imprenditoriali potrebbe rivelarsi uno degli aspetti più gravi del problema dell’occupazione (o della disoccupazione), che oggi è tornato al centro dell’attenzione generale.

da R.Petrini, Uomini e Leader, Considerazioni e ricordi di Giorgio Fuà,  Centro studi Piero Calamandrei, Jesi 2000.

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

silicon wadi

Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) ha raggiunto in Italia livelli record salendo a giugno 2013 al 39,1%. Secondo una recente indagine OCSE, l’aumento è attribuibile essenzialmente ai ‘neet’ (not in employment, education or training), ovvero ragazzi che non lavorano né sono occupati in attività di formazione e che sono arrivati a rappresentare il 21,4% della popolazione italiana.

Questi sono certamente dati preoccupanti, che riflettono un profondo disagio economico-sociale e che richiedono celeri soluzioni. Tra queste, si sta facendo via via sempre più solida l’idea che la creazione di start up innovative possa svolgere un ruolo cruciale nella lotta alla disoccupazione giovanile. La convinzione nasce dallo studio del caso di successo Israeliano che ha fatto della start up la propria ragione di crescita e sviluppo.

Israele infatti, sebbene continuamente coinvolto in un conflitto acceso da decenni, è diventato il paese con il più alto numero di società tecnologiche quotate al Nasdaq e con il più alto numero di brevetti hi-tech medici pro capite, assicurandosi così un giro d’affari di 12,6 miliardi di dollari pari al 6,5% del Pil. La cosiddetta Silicon Wadi è attualmente capace di generare 120mila posti di lavoro (il 4% della forza lavora nazionale) e vale più del tradizionale settore delle infrastrutture industriali (6,8% del Pil)[1].

Se torniamo invece in Italia, vediamo che le imprese guidate da ragazzi under 30 sono di poco superiori alle 515 mila unità e rappresentano poco più del 5% sul totale[2]. Questo entra in forte contrasto con i dati dell’esperienza israeliana: perché tanta disparità? Probabilmente una risposta può essere fornita dalle le principali barriere all’ imprenditorialità giovanile italiana:

  • Poca educazione all’imprenditorialità e assenza di formazione adeguata: a livello sia scolastico che familiare i giovani non sono incoraggiati, né tanto meno preparati, ad intraprendere la strada dell’imprenditoria. Docenti e genitori molto spesso non hanno una visione aggiornata del contesto socio-economico delle nuove generazioni, per cui vengono solitamente a mancare momenti di contatto con le realtà aziendali durante il percorso formativo del giovane. In un contesto educativo sarebbe utile strutturare l’attività didattica in modo tale da prevedere simulazioni in classe ed intensificare la partecipazione a tirocini e stage durante la stagione estiva. Investire nell’alta qualificazione e nella creazione di un solido network università-impresa potrebbe certamente essere un ulteriore aiuto;
  • Mancanza di fondi: è risaputo che i giovani imprenditori tendano ad incontrare una maggiore difficoltà nel reperimento delle risorse finanziarie e che la situazione sia peggiorata a causa della crisi economica. Sarebbe utile pertanto iniziare a parlare di strumenti quali contributi economici regionali e nazionali per le giovani aziende, cercando di evitare di cadere in dinamiche poco trasparenti legate alla speculazione nel settore. Altri strumenti potrebbero essere programmi di finanziamento a tasso agevolato, agevolazioni fiscali per investimenti in settori R&D o per aziende destinate ad esportare e capaci di creare occupazione nel tempo:
  • Eccesso di burocrazia: la ridondanza e il continuo mutamento della materia normativa non fa che scoraggiare la nuova imprenditorialità, allungando i tempi ed incrementando i costi;
  • Crisi dei valori: l’Italia è diventata sfortunatamente una nazione concentrata eccessivamente sul breve periodo che ha perso l’obiettivo del lungo. E’ necessario ribaltare questa concezione ed iniziare ad improntare una ricerca orientata al lungo termine. Inoltre sarebbe opportuno un ritorno alla professionalità, all’etica, allo spirito di sacrificio  e all’intraprendenza.

Di conseguenza, se da una parte all’Italia come Stato, si chiedono maggiore stabilità politica, trasparenza, efficienza del sistema normativo oltre che legale, una visione di lungo periodo e una maggiore propensione a scommettere sull’imprenditoria giovanile al fine di alimentare la ripresa del Bel Paese,  dall’altra si chiede ai giovani italiani uno sforzo a non lasciarsi trasportare da questa ondata di sfiducia che sta attraversando lo Stivale. Pensare che si sia ormai innescata una spirale inarrestabile destinata solamente a peggiorare le condizioni attuali non porterà ad altro se non a far degenerare il tutto.

L’inversione di rotta invece inizia proprio da noi.

Roberta Ettamimi

Collaboratrice Incubatore – The Hive


[1] Fonte: Start-Up Nation di Dan Senor e Saul Singer.

[2] Fonte: Unioncamere – Infocamere, Movimprese.

Desolate-Places

L’analfabetismo funzionale designa l’incapacità di un individuo di usare in modo efficiente e compiuto le abilità di lettura, scrittura e calcolo nella vita quotidiana, ma anche l’incapacità di esprimere adeguatamente sentimenti, emozioni, stati d’animo o sofferenza in maniera propria”(p.57). In Italia, “le statistiche ci dicono che il 5% della popolazione compresa fra i 14 e i 65 anni non è in grado di distinguere una lettera dall’ altra, un numero da un altro; il 38% riesce a malapena a leggere singole scritte o cifre e non è in grado di leggere una frase composta da più parole e comprenderne il significato. Per Il 33% (della pop. adulta) un testo che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è ben oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile” (p.59) “Queste tre categorie, sommate tra loro, rappresentano il 76% della popolazione adulta italiana. Se negli Stati Uniti si calcola che il 45% degli abitanti sia costituito da analfabeti funzionali, in Italia il loro numero supera i tre quarti della popolazione adulta” (p.58).

Basterebbero queste poche righe estratte dal saggio di Elio Cadelo e Luciano Pellicani (Contro la Modernità. Le radici della cultura antiscientifica in Italia, Rubbettino, 2013, pp.172, euro 12) per capire la vacuità degli appelli alla crescita economica che ogni giorno sentiamo pronunciare dalle colonne dei principali quotidiani, dai banchi del Parlamento, dalle iperuraniche sedi delle istituzioni europee. Basterebbe portarsi dietro questi pochi appunti, scarabocchiati alla buona in un quaderno, per sconfessare i soloni nei summit internazionali e comprendere le cause di un declino che ci ostiniamo a descrivere come peste o epidemia portata da qualche batterio straniero; rimosso il quale – magari attraverso l’antidoto “riforme strutturali”  cioè più mercato, più concorrenza, più meritocrazia – ci incammineremmo di nuovo nella via luminosa che porta al benessere.

QUALE ECONOMIA DELLA CONOSCENZA?

“Economia della conoscenza, knowledge economy”. E’ il paradigma che si è imposto nelle società avanzate dopo i mutamenti tecnologici ed istituzionali intervenuti alla fine dello scorso secolo: rivoluzione telematica e globalizzazione dei mercati. Le parole magiche dell’economia della conoscenza sono: Innovazione, sostenibilità, coesione sociale. Le tre colonne portanti sulle quali si vuole costruire l’Unione Europea del 2020. L’unica via – si dice – per generare ricchezza e benessere in un mondo post industriale, di servizi avanzati.

In  questo contesto, l’istruzione assume un ruolo cruciale. “Education, education, education” fu il motto del New Labour di Anthony Giddens e Tony Blair negli anni ‘90, reiterato poi da quasi tutti i leader europei occidentali. Peraltro, va fatta chiarezza sui fini dell’istruzione. A che cosa serve?Serve a dotare gli individui di “competenze” pratiche o per formare cittadini? I sistemi scolastici devono educare per il profitto o per la democrazia? Per i neoliberisti, gli investimenti pubblici in istruzione sono strumentali alla crescita economica, alla massimizzazione del Prodotto Interno Lordo (PIL). Essi privilegiano l’istruzione funzionale alle logiche del mercato, mentre considerano sprecate le risorse impiegate per sostenere, ad esempio, la ricerca nelle materie umanistiche. Per chi segue il “capability approach” di studiosi sociali come Amartya Sen e Martha Nussbaum , invece, l’istruzione non deve seguire solo una logica strumentale alla produzione di merci, ma deve contribuire a sviluppare le capacità dell’individuo in maniera più ampia possibile. Competenze tecniche da spendere sul mercato del lavoro, certo, ma anche capacità critiche, empatia per le problematiche sociali e ambientali, partecipazione attiva al dibattito politico (v. Sen, 2010, Nussbaum, 2011).

Neato-Coolville-1024x721

Quando atterriamo sul pianeta Italia, però, ci accorgiamo dell’irrilevanza di questa contrapposizione. Da noi una “visione” dell’Istruzione non c’è, semplicemente. Si leggano questi dati. Nel 2010, il 18,8% degli alunni (circa 700mila ragazzi) del Belpaese ha abbandonato gli studi, contro l’11,6% della Francia e il 10,5% Germania e il 14,1% della media europea (Istat,2011). Dovrebbe allarmare più questo spread che quello virtuale del mercato del debito pubblico. Ancora. Il numero di ore giornaliere e annuali passate a scuola dagli studenti italiani sono di gran lunga minori rispetto a quelle di altri Paesi. Cadelo e Pellicani (p.60) specificano che sono le stesse famiglie, in molti casi, a determinare l’abbandono scolastico: si preferisce che questi si dedichino a lavorare nell’azienda di famiglia o che imparino il mestiere del padre o del parente. Questa predilezione italiana per la veduta corta, per il guadagno immediato ma di corto respiro, costa all’intero paese 70 miliardi l’anno. Cioè quanto gli interessi finanziari che ogni anno dobbiamo ai rentiers che detengono il nostro debito pubblico.

A quarantacinque anni dalla pubblicazione di Lettera ad una professoressa di Don Lorenzo Milani, il problema dell’abbandono scolastico, più attuale che mai, sembra essere scomparso dall’agenda politica. Come si fa a discutere di Crescita economica senza affrontare seriamente questo tema? Come si fa a parlare di Crescita quando abbiamo poco più della metà di persone, tra i 25 e i 64 anni, che è in possesso di un diploma di scuola media secondaria, mentre la media Ocse è del 73%, ed in Germania è dell’85%?

LA FAVOLA DEL “TUTTI DOTTORI”

Tocchiamo l’argomento laurea. La percezione diffusa nell’opinione pubblica è che i laureati siano troppi nel nostro paese: molti, compresa l’ex ministra Fornero, non si sono affatto allarmati della caduta verticale delle immatricolazioni che si è verificata in questi anni (58.000 studenti in meno, anni 2007-2011). Anzi: l’hanno preso come un segnale positivo; la laurea è semplicemente uno “status symbol”, una tipica ossessione piccolo borghese. Meglio che i giovani si dedichino immediatamente a mestieri cosiddetti pratici (“i nostri giovani non vogliono più fare certi mestieri” è il mantra che viene ripetuto da più parti), e non perdano tempo sui libri.  A questo punto, dispiace deludere chi è convinto che in Italia siano “tutti dottori”, ricordando i dati Ocse. “In Italia solo il 19,8% dei giovani è laureato; queste percentuali ci consegnano al terz’ultimo posto tra i 27 paesi dell’Unione Europea, peggio di noi sono solo Malta ed Estonia. In Germania i giovani laureati sono il 27% del totale, in Francia il 43% e in Gran Bretagna il 45%. Si aggiunga che nel 19,8% dei laureati italiani vanno in ogni caso considerate le lauree brevi e le lauree rilasciate dalle università telematiche” (p.62).

LA DISOCCUPAZIONE DEI PIU’ ISTRUITI

Cadelo e Pellicani spiegano gli allarmanti dati Ministero per l’Istruzione e la Ricerca (Miur) sul basso tasso numero di laureati e sul preoccupante numero di abbandoni nelle facoltà scientifiche (20% degli immatricolati) con le scarse prospettive di lavoro qualificato offerte dal mercato.

In effetti, secondo l’associazione Almalaurea (si vedano i Rapporti 2012 e 2013), lo stipendio medio dei laureati in Ingegneria, Fisica, Matematica, Statistica, a dieci anni dal conseguimento del titolo è di 1600 euro, di gran lunga inferiore a quello dei loro omologhi stranieri. E l’indagine Excelsior 2012 sulle previsioni di assunzioni delle aziende private italiane mette in luce che, su 407mila assunzioni previste, il 14,5% riguarderà i laureati e il 32,3% lavoratori senza alcuna formazione specifica (p.75).

Tom_Haugomat_Le_Monde_II_01-807x1024Citare dati di questo tipo in maniera estemporanea crea solo irritazione, indignazione e scoramento nel lettore;  tocca invece fornire un’immagine più dettagliata del problema in questione, comprendere cioè le ragioni strutturali della disoccupazione del capitale umano più qualificato.  Bisogna sciogliere un apparente paradosso: com’è possibile che le imprese italiane richiedano così pochi laureati, nonostante la loro bassa incidenza nella popolazione attiva? Non dovrebbero fare a gara per aggiudicarseli, data la loro “scarsità relativa”?

Per formulare una risposta corretta, la prima variabile da considerare è la dimensione delle imprese. In Italia, operano 4,5 milioni di imprese (Istat, Archivio Statistico Imprese Attive, 2009). Il 95% di queste (4.250.000) sono classificate come microimprese: hanno meno di 10 addetti. Salendo nelle classi di addetti, il numero di imprese si restringe: le imprese con più di 250 dipendenti – le grandi imprese – sono solamente 3.630. Da notare che il peso delle grandi imprese è sceso moltissimo negli ultimi venti anni (cfr. Coltorti, 2013), da quando, negli anni ’90, è iniziata la ritirata dello Stato imprenditore dall’economia del paese. Partiamo quindi svantaggiati nei confronti di competitors come Germania e Francia, che invece hanno un buon numero di colossi multinazionali in grado di assorbire la manodopera più qualificata. In più, l’85% delle imprese italiane è a conduzione familiare, e nel 66% dei casi il management è diretta emanazione della proprietà familiare, non di una selezione meritocratica (v. Bankitalia, 2009). L’Eurostat (citato in Almalaurea 2013) ci informa che quasi il 40% dei manager italiani ha completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 19% della media europea a 15 paesi e il 7% della Germania.

Seconda variabile da tenere in mente è la specializzazione produttiva della nostra economia: i beni che produciamo. Il peso più grande, in termini di valore aggiunto, ce l’hanno 4 settori: 1) Metallurgia e prodotti in metallo; 2) Macchine e apparecchi meccanici; 3) Alimentari e bevande: 4) Tessile, abbigliamento, cuoio e calzature. Come argomentato in un interessante Report della Banca d’Italia del 2009, sono tutti settori caratterizzati da bassa innovazione: di processo e di prodotto, di organizzazione, di marketing. Una spia di quanto appena affermato sta nei livelli infimi di spesa in R&S sostenuti dal settore privato italiano (meno dell’1% del PIL), oltre che nel numero di brevetti depositati per milione di abitanti, inferiore di circa venti punti rispetto alla media europea (vedi Rapporto Istat 2011). Il punto da evidenziare è che l’attività di innovazione è più diffusa in comparti nei quali l’Italia non investe più da decenni: la farmaceutica e la chimica,  la fabbricazione di apparecchi radiotelevisivi, per le comunicazioni, medicali e di precisione, le macchine per ufficio e i mezzi di trasporto.  Comparti nei quali l’Italia aveva dei primati che si è lasciata sfuggire colpevolmente negli anni, a causa di sciagurate decisioni del mondo politico ed industriale (vedi Gallino, 2003).Anche nella pubblica amministrazione, ad onta delle continue lamentele sul livello insostenibile della spesa pubblica italiana, la domanda di laureati è in diminuzione costante da almeno un decennio. Dal 2001 al 2011 il numero di occupati in tutto il settore pubblico è sceso di 38mila unità, a causa di tagli e blocchi nel turnover. Tra i molteplici effetti negativi di queste politiche, c’è n’è uno macroscopico, che riguarda il mondo della scuola. Solo l’1,1% del corpo docente è al di sotto dei 30 anni, mentre il 55% ha un’età al di sopra dei 50 anni, percentuale che in Europa è del 32,4% (Cadelo e Pellicani, p. 61).

CONCLUSIONI

Negli anni duemila l’Italia ha creato occupazione soprattutto nelle costruzioni e nei servizi a più bassa produttività media, nei quali i laureati non sono richiesti o, quando trovano uno posto, sono utilizzati prevalentemente con contratti di lavoro a tempo determinato (Istat, 2013). Uno spreco straordinario. Questo perché si è rinunciato a fare politica industriale, lasciandosi scappare i settori più innovativi e a rilanciare il settore pubblico con piani straordinari riguardanti la scuola e la sanità. Si è lasciato alla mano invisibile del mercato l’allocazione delle risorse. Ciò ha coinciso con un periodo di grave stagnazione dei redditi e di straordinaria crescita delle disuguaglianze di reddito e patrimonio. Bisogna cambiare strada. Prima che sia troppo tardi. L’alternativa è che l’Italia, come spiegato dallo storico dell’economia Giulio Sapelli in un bell’articolo recente, torni la nazione agricolo-commerciale che era agli inizi del Novecento. Bel giardino in cui verranno ad abitare i ricchi d’Europa e del Mondo, a cui non ci resterà altro che fare da camerieri.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

exitstrategy

 

IL MARZIANO DISORIENTATO

Un marziano sbarca sul continente europeo e accende la Televisione. Sente che la Banca Centrale Europea (BCE) ha abbassato il costo del denaro allo 0,25%, e che continua ad inondare di liquidità le banche europee. Ascolta che, dal 2011 ad oggi, il governatore della banca centrale ha erogato un trilione di euro al sistema bancario europeo. Spegne la tivù e scende in strada. Si trova in Italia. Parla con la gente. Gli dicono che le imprese chiudono perché le banche non danno credito, e perché non c’è domanda dei loro prodotti. Che lo Stato deve alle imprese circa 50 miliardi di euro, e non li può erogare. Che molti dipendenti non ricevono da mesi gli stipendi. Il marziano apre un giornale qualsiasi. Legge: disoccupato un giovane su due sotto i 25 anni.  Si guarda in giro: vede strade dissestate, parchi pubblici fatiscenti, case, ospedali, scuole che rischiano di crollare ad ogni alluvione o terremoto, beni culturali sfigurati, anziani che annegano nella loro solitudine, giovani anime che vagano senza una meta. A questo punto si ferma a riflettere. Si chiede come sia possibile che le imprese falliscano quando grandi quantità di denaro vengono stampate e prestate a costo zero. Stenta a credere che venga tollerata una disoccupazione così alta, quando i beni pubblici cadono a pezzi ed esistono bisogni sociali insoddisfatti dappertutto.

LA POVERTA’ IN MEZZO ALL’ABBONDANZA

keynesAl marziano bisogna chiarire il paradosso della povertà in mezzo all’abbondanza, una caratteristica peculiare del nostro sistema economico. Il primo a parlarne in modo organico fu John Maynard Keynes nella sua Teoria generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta (1936).  Secondo l’economista britannico, il fenomeno della disoccupazione è causato dalla debolezza della domanda di beni di consumo ed investimento da parte di famiglie, imprese e amministrazioni pubbliche. La disoccupazione è una malattia che si manifesta più facilmente nelle comunità ricche e sperequate, che in quelle povere.  All’aumentare del reddito della popolazione, infatti, una quota sempre minore di questo viene speso in consumi, mentre la parte rimanente è destinata al risparmio. E quasi mai il risparmio si traduce interamente in domanda di beni capitali e forza lavoro, ovvero in investimento capace di garantire la piena occupazione. Il motivo, afferma Keynes, è che noi viviamo in un’economia monetaria di produzione, dove, contrariamente ad un sistema di baratto, vi è un particolare elemento che si frappone  tra la percezione del reddito e la spesa dello stesso: la moneta. In più, gli individui prendono le loro decisioni d’investimento in condizioni di radicale incertezza riguardo al futuro, affidandosi più a componenti viscerali della natura umana (gli animal spirits) che a calcoli ragionieristici. Tali animal spirits sono soggetti a continue ondate di ottimismo e depressione. Durante i periodi di crisi economica – quando le aspettative sul futuro sono particolarmente negative –  la moneta costituisce così un bene rifugio sicuro, dove conservare i propri risparmi in attesa di tempi migliori. Essa, a differenza di altre merci, gode di diversi privilegi: ha costi di mantenimento nulli, è perfettamente liquida e non perde valore nel tempo. La moneta ci tutela da possibili perdite in cui potremmo incorrere se investissimo i nostri risparmi in qualche altra attività.

LA MONETA COME MERCE: IL DENARO PARTORISCE ALTRO DENARO

1216_keynes_updateLa moneta, nell’economia capitalistica, è una merce. Il suo prezzo è il tasso d’interesse. Il mercato in cui viene scambiata è il mercato finanziario. Chi la possiede accetta di prestarla solo in cambio di un’attività più remunerativa, sia essa reale o finanziaria. Per comprendere meglio tale meccanismo, Keynes invita ad assumere il punto di vista di una banca o di un altro grande intermediario professionale (fondi pensione, fondi d’investimento, società assicurative, etc), i grandi attori che gestiscono il denaro nel sistema capitalistico. Devono decidere se impiegarlo nel finanziamento a lungo termine di un’impresa, oppure se acquistare un’attività finanziaria (titolo di stato, azione, obbligazione corporate, derivato) con ottica di breve periodo. Nel primo caso, dovranno immobilizzare quel credito nel proprio bilancio per molto tempo, con prospettive di guadagno incerte e comunque ritardate. Nel secondo caso, sanno che possono cedere (“liquidare”) quel titolo quando vogliono sul mercato, lucrando rendite elevate in brevissimo tempo. In un momento come questo, l’attività d’impresa è percepita come troppo rischiosa – per l’assenza di domanda di prodotti e quindi per gli scarsi utili che questo comporta – e quindi si preferisce ottenere profitti facili con la compravendita dei titoli nei mercati finanziari. Così, nonostante il denaro pompato dalle banche centrali nel circuito bancario sia abbondante, questo non si trasforma in investimenti ed occupazione ma resta fermo, partorendo altro denaro grazie al potere taumaturgico dei mercati: ci troviamo in quella specifica situazione che Keynes chiama trappola della liquidità“Fra le massime della finanza ortodossa, niente è più antisociale del feticcio della liquidità, la dottrina che sia virtù da parte delle istituzioni di investimento concentrare i propri mezzi sul possesso di titoli liquidi. Essa dimentica che non esiste liquidità dell’investimento per la collettività in complesso. Lo scopo sociale dell’investimento consapevole dovrebbe essere di sconfiggere le oscure forze del tempo e dell’ignoranza che avviluppano il nostro futuro. Invece lo scopo privato dei più esperti investitori di oggi è to beat the gun, mettere nel sacco la gente, riuscire a passare al prossimo la moneta cattiva  o svalutata”(TG, p.314)

USCIRE DALLA TRAPPOLA DELLA LIQUIDITA’

9788842072898Nella trappola della liquidità, il tasso d’interesse rimane ad un livello eccessivamente elevato – rispetto al guadagno atteso – per incentivare investimenti produttivi. L’unico modo per fare profitti è  la speculazione finanziaria. Lo sviluppo del capitale di un paese diventa così “un sottoprodotto delle attività di un casinò”(TG, p.345). Ciò è conseguenza dei “mercati di investimento liquidi, che con tanto successo noi abbiamo organizzato” (TG, p.346).  Ne deriva che l’unico modo  per uscire dalla crisi aumentando l’occupazione è quello di abbattere i tassi d’interesse che frenano gli investimenti produttivi, accrescere le aspettative di profitto degli imprenditori e aumentare la propensione al consumo della popolazione.  Nel vecchio schema utilizzato dagli economisti classici, si tratta di combattere la rendita (finanziaria) a vantaggio di profitti e salari. La nota ricetta keynesiana è quella di fissare ad un basso livello il tasso d’interesse – mettendo la banca centrale sotto controllo pubblico – e di finanziare così investimenti pubblici in deficit capaci di sopperire al vuoto di investimenti privati e assorbire la disoccupazione. Inoltre, per aumentare la propensione al consumo degli individui va redistribuita la ricchezza, attraverso una tassazione progressiva dei patrimoni e delle successioni, e uno sgravio fiscale sui redditi da lavoro. Infine, per attenuare la pericolosità della speculazione finanziaria, va tassata la compravendita dei titoli, in modo da incentivare gli investimenti con ottica di medio lungo periodo. O arrivare addirittura vietare tout court i capitali “impazienti”, cioè gli investimenti di portafoglio di breve termine. Un programma del genere, tanto radicale quanto necessario, per avere i suoi effetti deve essere attuato soprattutto a livello comunitario. Banca centrale come prestatrice di ultima istanza; emissione di titoli di debito pubblico europeo con cui finanziare progetti nell’ambito dell’energia, dell’ambiente, della mobilità sostenibile, della sanità, dell’educazione (Eurobonds); Tobin Tax; separazione tra banche commerciali e d’investimento.  Sono questi i punti fondamentali di un’agenda keynesiana, che però oggi, dopo decenni di ubriacatura neoliberista, appaiono lontani anni luce dalla mentalità e dalle priorità dei policy makers.

 

Federico Stoppa