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hideaki hamada

Quando facevo ricerca sociale, e conducevo interviste in profondità con soggetti significativi, il momento che preferivo di più in assoluto era quando spegnevo il registratore. Era allora che le ultime battute, gli sguardi complici, e i silenzi fragorosi delle persona che avevo dinnanzi valevano di più di tutte le parole spese durante l’intervista. Molto spesso, erano proprio quelle informazioni, recepite nel momento del commiato – quando ti congedi e ringrazi per il tempo che ti è stato offerto – ad arricchire la ricerca, creando spunti inediti e preziosi per le conclusioni.

Lo stesso capita davanti alla macchinetta del caffè coi colleghi, piuttosto che nelle riunioni programmate e formalizzate; o nel momento conviviale della pausa pranzo, quando ci ricordiamo, per un istante, di staccare gli occhi da quel cellulare sempre appiccicato alla mano. Questo perché la fiducia è un bene molto raro da conquistare, e lo si acquisisce solo col tempo, con la pazienza, con le condizioni utili che favoriscono un vero e proprio dialogo: e sono quindi presenti l’accoglimento, la comprensione, l’ascolto attivo che decidiamo di riferire all’altro. Tutte cose difficili da reperire, soprattutto quando siamo abituati ad avere qualsiasi cosa prontamente e come vogliamo fiondandoci senza limiti sul mercato dei consumi.

Uno dei miei professori a Bologna era fissato con questa metafora del “frigorifero aperto”. Diceva sempre che se un frigorifero rimane aperto per molto tempo, lavora il doppio e peggio di quanto dovrebbe normalmente: si surriscalda, e non adempie come dovrebbe alla sua funzione più importante: comincia a non raffreddare più nulla.

Con le persone è lo stesso: devono essere a loro agio, sentirsi sicure, trovarsi nel loro ambiente e nel proprio ambito di azione, o in un contesto a loro familiare: devono percepire, e sentire normalmente, che si possono fidare di te. Solo allora non avranno confini, e saranno in grado di offrirti tante cose inaspettate che non pensavi minimamente di ricevere.

Lo so che sembrano cose scontate da dire. Forse le ripetiamo così tante volte da banalizzarne l’importanza. Ma sono queste le chiavi per poter stare bene insieme, per edificare qualcosa di nuovo e longevo insieme agli altri. Sono queste le fondamenta per ricostruire le buone relazioni distrutte dall’egoismo organizzato. Sono questi gli antidoti alla solitudine, che spesso fingiamo di apprezzare oltremodo in assenza di qualcosa che non ri-conosciamo più. Un qualcosa che ci rende inconfondibilmente più umani, e che, ahimè, stiamo pian piano cancellando.

Spesso si dice infatti che nessuno ci ha mai regalato niente. Che quello che abbiamo fatto fino a qui lo abbiamo fatto da soli, con le nostre sole forze, senza lo sconto o l’aiuto di nessuno. E quando lo diciamo non ci pensiamo poi neanche tanto, perché ci sembra una cosa talmente normale da dire che tendiamo a trascurare l’altro, perché chi veramente vogliamo convincere su tutto questo siamo in realtà noi stessi.

Certo, spesso ci sono casi isolati in cui accade davvero, dove le persone veramente si costruiscono da sole, spinte dalle proprie motivazioni, dalle proprie credenze, dal proprio Io. E anche quando l’Io è veramente protagonista ci saranno sempre i “complici”, la gente attorno che conta, chi spalleggia a suo favore per avanzare. Insieme.

A ben guardare, la cultura del “mi sono fatto da solo” è una cultura talmente omologante e radicata, che non ci consente più di osservare la ricchezza delle relazioni che abbiamo di fianco, l’importanza di chi ci appoggia e di chi crede sempre in noi nonostante tutto. E quando per automatismo non le nominiamo più queste persone, preferendo il nostro Io, ci stiamo omologando al “globale” illusorio, a quel supermercato locale e globale assieme che ci vuole “liberi” a tutti i costi, senza vincolo alcuno, e capaci di poter fare tutto quello che vogliamo senza pensarci su un secondo: tanto, sempre, tutto è alla portata di tutti. Basta solo “la forza di volontà”. Ed è in questi termini che viene celebrata e venduta l’illusione della nostra unicità, della nostra diversità-etichetta, creata ad hoc da specialisti concepiti e arruolati per perseguire l’unico obiettivo che è rimasto in circolazione: la scaltrezza di saper vendere qualsiasi cosa (non per creare, non per dare sfogo alla loro tanto decantata “creatività”).

I regali, gli sconti, le sorprese, li riceviamo ogni giorno. Senza accorgercene. Quello che siamo non è altro che la risultante delle relazioni che abbiamo e che abbiamo avuto durante tutto l’arco della nostra vita. Le nostre esperienze sono pregne di relazioni, e se non le nominiamo per quello che sono, se non le riconosciamo per quelle componenti importanti che sono per noi, allora contribuiremo ad alimentare ciò che veramente vogliamo combattere: “La cultura dei predatori solitari”.

Siamo noi i singoli marchingegni di questa cultura che diciamo convintamente di disprezzare, e siamo noi stessi che la mettiamo costantemente in circolo….

Sarebbe bello fermarsi singolarmente, bloccare il meccanismo che dà vita a tutto questo, e pensare – per fare insieme – cosa è veramente importante per noi. Con chi conta per noi, con le relazioni “irrilevanti” che ci capitano anche, forse, senza un perché, lungo tutto il nostro cammino.

Perché oggi la vita è davvero complicata, e se non si comincia sul serio a far riferimento all’importanza invisibile che hanno per noi le relazioni siamo pressoché perduti; non potremmo minimamente affrontare con polso ciò che di arduo e inedito ci aspetta là fuori…

Ad un certo punto, infatti, ci si ritrova senza una direzione da seguire, in balia di pure estremizzazioni che ti dicono o da questa parte o dall’altra, altrimenti c’è l’oblio, il puro disinteresse, la sempre più crescente non-partecipazione. Ecco perché o hai tutto o non hai nulla. Un giorno hai due lavori, e il giorno dopo sei disoccupato. Un giorno ti senti euforico, giulivo e spensierato, e il giorno dopo sei in preda alle preoccupazioni più allucinate, su di un futuro inimmaginabile, su un futuro che non ha più nessun nome o indirizzo di riferimento se non quello di essere sconclusionato.

Non c’è via di mezzo quindi, non c’è equilibrio, e quando per una ragione qualsiasi riesci a trovarlo questo ti sembrerà la cosa più precaria e fragile che tu abbia mai vissuto.
E questa è “semplicemente” la vita di oggi. La vita guasta e difficile che ci hanno consegnato sotto forma di “spirito individuale”, pregna di possibilità globali e locali, ma così povera di accessi effettivi e giusti a quelle stesse possibilità; ingarbugliata e complicata allo sfinimento, ma rorida di comunicazione tecnologico-innovativa che riesce a riesumare vecchi tribalismi, che attiva neo-comunità del riconoscimento e dell’identificazione, che plasma quell’”essere-insieme banale” e distante sostenuto da informazioni eccessive e nauseabonde, che trasformano il privato in pubblico, e il pubblico in un’enclave abbandonata a se stessa.

In tutto questo, l’equilibrio con se stessi e con le nostre relazioni è dunque fondamentale. Ma costa fatica, costa perseveranza, c’è di mezzo un’attesa priva di superficialità. Ma soprattutto un esercizio spregiudicato d’umiltà.

È il saper riuscire a coniugare il troppo che hai da gestire col nulla che d’improvviso può rimanerti in mano; è il saper costruire relazioni stabili – solide come radici – e aprirsi allo stesso tempo alle diversità, all’immigrato, alla possibilità di sposare un orientamento diverso dal tuo. È sradicare il radicale e masticarlo, pensarlo, farlo tuo. È saper essere te stesso con tutte le tue forze, ma anche quel bambino mai cresciuto che hai sempre avuto dentro, e che ha una voglia matta di mettere le mani nella sabbia per costruirci un castello. È saper vivere sapendo che si può essere felici abbastanza, ma solo quando, dopo aver lavorato sui nostri limiti senza necessariamente valicarli, avremo imparato cosa significa davvero elogiare la nostra propria imperfezione.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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The Tempest

Deprivazione economica. Crisi del pensiero connessa alla vera emergenza, quella educativa. Indebolimento di tutti i legami sociali, in particolare quelli che collegano gli individui alla collettività. Spazi collettivi privatizzati. Lo spazio pubblico ha subito un processo di violenta erosione: quel luogo aperto a tutti, in cui si sviluppavano relazioni sociali tra cittadini formalmente uguali, è stato abolito; completamente scaraventato dalle finestre di un immaginario impoverito. Il senso di appartenenza alla comunità si affievolisce. Vengono così a mancare le occasioni di interazioni significative, che sono fondamentali al riconoscimento delle identità individuali e collettive.

Debellare un vizio economico non significa necessariamente riconfigurare dei benefici sociali; non è un processo automatico, come quel pensiero unico vuol farci credere. Il presupposto che vede il rilancio economico come unica risposta sensata al beneficio dell’interesse generale è falso. Tutto questo provoca solo iniquità, assenza di giustizia sociale, separazioni e segregazioni in atto – auto-costituite e/o imposte – tra privilegi assurdi in cui si concentra praticamente tutta la ricchezza mondiale, e discariche umane di individui lacerati da una precarietà assoluta, che ha come unica colpa l’esistenza…

Questa non è finzione, è la realtà. È la visione attualizzata di un mondo marcio. Un mondo guastato da poteri irraggiungibili, che hanno permesso l’accelerazione di una spirale di progressivo degrado umano, con cui, lo vogliamo o no, ci ritroviamo a vivere, e a sopravvivere.

È necessario risanare le menti, cambiare i linguaggi. Un vocabolario nuovo permetterebbe nuove ossigenazioni, attribuendo così più importanza alle relazioni sociali e ai processi di inclusione ad esse annesse; valorizzerebbe la lungimiranza dell’equità e dell’uguaglianza nelle opportunità, che renderebbero a loro volta gli individui maggiormente aperti alle diversità, e a tutte quelle lacerazioni salvifiche che interesserebbero un “Io” costantemente preda delle sue ossessive manie di autocompiacimento.

Questo nuovo linguaggio darebbe nuovo smalto agli individui, ridonando loro la veste perdura di cittadini, ormai receduti al rango di meri consumatori svuotati, e privi di qualunque orizzonte di senso. Questi cittadini sarebbero dunque più consapevoli, più attivi, più responsabili e partecipativi nelle scelte collettive, perché in fondo sono solo queste – nel lungo raggio – le vere leve trainanti di un sviluppo più equo e sostenibile. Viceversa il breve raggio, la velocità, il profitto e il risultato immediato di decisioni esclusive non sono altro che illusioni di segno negativo, deleterie, ad appannaggio di quei pochi, quelli irraggiungibili.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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