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A-AQUILIBRISTA

Da sempre, in Italia, si dibatte su quale modello di sviluppo si adatti meglio alla nostra economia. Paradigmatico, in questo senso, è il confronto che si ebbe, nel 1947, durante le audizioni della Commissione economica della Costituente, tra Vittorio Valletta, storico amministratore delegato della Fiat, e l’ingegner Pasquale Gallo, commissario dell’Alfa Romeo, allora di proprietà del gruppo IRI[1]. Focus del dibattito era il tipo di specializzazione produttiva che l’Italia avrebbe dovuto adottare dopo la ricostruzione post-bellica. Valletta – certo mosso anche dagli interessi per la sua azienda – era persuaso che l’Italia dovesse produrre beni standardizzarti e di massa come gli altri grandi Paesi europei, ma a prezzi più bassi. Un modello di sviluppo che potremmo definire cinese, perché fonda il suo successo competitivo sul basso costo relativo della manodopera, sull’import di tecnologia da altri paesi e sulle economie di scala che solo grandi imprese possono raggiungere. L’ingegner Gallo, al contrario, sosteneva che l’Italia dovesse specializzarsi in produzioni affatto diverse da quelle degli altri Paesi: di nicchia, ad alto contenuto di creatività e di sapere artigianale. Dove è la qualità che conta, non il prezzo; dove la dimensione d’impresa non è più rilevante, ma lo è la capacità di assecondare le richieste di consumatori sempre più esigenti e desiderosi di identificarsi nei prodotti che comprano. Vinse la linea di Valletta per circa un ventennio, mentre le intuizioni dell’ing. Gallo riemersero, come un fiume carsico, negli anni Settanta.

Il modello di sviluppo indicato da Valletta sembrò, all’inizio, funzionare assai bene, tant’è che l’Italia conobbe, nel decennio 1953-63, il cosiddetto “miracolo economico”: il prodotto interno lordo crebbe, in media, del 6,3% annuo, senza innescare tensioni sui prezzi (tanto che il Financial Times attribuì alla Lira l’Oscar della valuta più stabile d’Occidente, nel 1958) e sulla bilancia dei pagamenti. La crescita fu trainata dagli investimenti in capitale fisso delle imprese e dalle esportazioni. Lo Stato diede il suo contributo attraverso la realizzazione di grandi infrastrutture (l’Autostrada del Sole Milano-Napoli, completata in soli 8 anni), l’edilizia popolare (il Piano Ina-Casa) e soprattutto attraverso il presidio delle imprese pubbliche nei settori strategici come il siderurgico, l’energia e le telecomunicazioni.  Il boom del Pil faticò però a tradursi in benessere generalizzato, come testimoniavano la miserabile condizione dei lavoratori nelle fabbriche del Nord-Ovest, la persistente arretratezza di vaste aree della penisola, l’incontrollata speculazione edilizia nelle città, la bassa partecipazione al mercato del lavoro da parte dei giovani e delle donne. Il tentativo di aggredire, con una vasta agenda di riforme, ognuno di questi problemi fu fatto nei primi anni Sessanta, dagli esecutivi di centro-sinistra, ma a parte la scuola media unificata e la nazionalizzazione dell’energia elettrica, costosissima per i contribuenti e assai profittevole per i grandi azionisti[2], i risultati furono nel complesso deludenti.

Negli anni Settanta, il modello di sviluppo fondato sulla grande impresa fordista e sul basso costo del lavoro andò in crisi. Le cause esogene furono il doppio shock petrolifero degli anni 1973 e 1979 – che decuplicarono il costo del petrolio – e la svalutazione del dollaro del 1971, oltre che la saturazione dei mercati dei beni di consumo durevole (elettrodomestici, automobili) e la conseguente caduta dei profitti in quei settori. Le cause endogene furono le tensioni che si verificarono nelle fabbriche, figlie dell’ “Autunno Caldo” del 1969 – migliaia di scioperi, insubordinazioni, rivendicazioni di migliori salari e di maggior tutele sul posto di lavoro da parte operaia – e che culminarono nell’approvazione parlamentare dello Statuto dei Lavoratori (1970), nell’adeguamento pieno dei salari  e delle pensioni all’inflazione (scala mobile) e, più in generale, nello spostamento rilevante nella distribuzione del reddito a vantaggio di operai e lavoratori dipendenti. Le grandi imprese reagirono affidando a imprese esterne – di piccola dimensione e localizzate fuori dal triangolo industriale Milano-Torino-Genova – alcune fasi del processo produttivo che prima svolgevano internamente, per risparmiare sui costi e soprattutto per aggirare il potere sindacale e le nuove norme sul reintegro obbligatorio dei lavoratori licenziati senza giusta causa.  A poco a poco, le piccole imprese si affrancarono dal dominio delle grandi, e, sfruttando le competenze “informali” che si erano sedimentate negli anni sul territorio, si specializzarono in produzioni “leggere”, ad alta intensità di lavoro: mobilio, ceramica, piastrelle, abbigliamento, tessile, agroalimentare, calzaturiero. Produzioni che avevano un taglio artigianale e che seppero intercettare i nuovi gusti delle classi medie, ormai pienamente sviluppate in Occidente, dando grande slancio alle esportazioni italiane negli anni Ottanta.  

Le piccole imprese si aggregarono in distretti, localizzati prevalentemente nel Nord-Est e nel Centro, versante adriatico: ciascuna delle piccole unità che componevano i distretti era specializzata in una fase del ciclo produttivo di un bene specifico e questo permetteva di mettere in comune un vasto patrimonio di saperi, professionalità, tecnologie[3]. Il modello distrettuale generava economie esterne. Cementava la coesione sociale. Favoriva la cooperazione. Includeva nelle fabbriche fasce di popolazione che prima ne erano escluse (giovani, donne), garantendo la diffusione territoriale di benessere e qualità della vita.  Era questo il modello di sviluppo italiano “senza fratture” sociali auspicato dall’Ingegner Gallo e raccontato con acume da Giorgio Fuà[4]: dove la competizione si gioca sulla qualità del prodotto e non sul costo del lavoro, consentendo alle merci italiane di essere vendute a un prezzo superiore alla altre sui mercati internazionali.  Beninteso, tale modello presentava anche dei limiti, tra i quali il basso livello di istruzione formale di imprenditori e lavoratori, l’assenza di laboratori dove fare ricerca e sviluppo, il sommerso, l’eccessiva dipendenza dal credito bancario e la specializzazione in produzioni caratterizzate da domanda lenta. È in particolare quest’ultimo aspetto da considerare per spiegare la crisi del modello, che inizia sostanzialmente all’inizio del nuovo secolo, quando si adotta la moneta unica europea e soprattutto quando entrano nel mercato mondiale quasi 3 miliardi di individui a bassissimo reddito (cinesi, indiani)[5]. La domanda di beni che esprimono questi nuovi paesi emergenti, che trainano la crescita mondiale, non riguarda le merci italiane, che sono beni di consumo di alta gamma e destinate a un pubblico facoltoso, ma si concentra sui beni strumentali made in Germany, energia, materie prime. Inoltre, questi paesi sono in grado di produrre scarpe, magliette, mobili a costi di gran lunga più bassi, spiazzando le produzioni italiane e mandando in crisi molti distretti.

Di fronte a questo scenario, vari politici ed esponenti della grande imprenditoria, riesumando l’impostazione di Valletta, hanno creduto che per mantenere competitiva la manifattura italiana si dovesse puntare sulla compressione del costo del lavoro, invece che su una seria politica industriale. Un errore fatale, una strategia perdente, da cui per fortuna hanno rifuggito le circa 4000 imprese di media dimensione (tra i 20 e 250 addetti) colonna portante del nostro export, scoperte da Fulvio Coltorti dell’Ufficio Studi di Mediobanca e definite pocket multinationals, multinazionali tascabili[6]. Queste imprese mantengono il loro cuore decisionale e produttivo nei territori e fanno prodotti altamente personalizzati per le esigenze dei clienti, in settori quali la meccanica di precisione, le componentistica industriale, il biomedicale, oltre che nel Made in Italy tradizionale[7]. Non competono sul costo del lavoro, ma sulla qualità delle produzioni. L’ampiezza del loro fatturato non è basato, come nelle grandi imprese, sulle quantità vendute, ma sulla capacità di imporre prezzi più alti dei concorrenti in mercati fortemente segmentati[8].  Se si guardano alcuni indicatori di competitività (valore aggiunto per addetto, margine di profitto lordo, costo del lavoro), si scopre che le performance delle medie imprese italiane risultano addirittura superiori alle imprese tedesche di analoga dimensione[9]. Motivo per cui, nonostante il combinato disposto di concorrenza asiatica e euro, l’Italia resista e continui ad essere il secondo paese manifatturiero di Europa e uno dei cinque paesi che possono vantare un attivo nel commercio estero dei beni manufatti[10].

Passano proprio da qui, dal potenziamento di queste medie imprese, la tenuta e il successo futuro del modello di sviluppo italiano. Un modello di sviluppo inclusivo, fatto di innovazioni incrementali e coscienza territoriale, che abiura al feticismo della produttività e del Pil tipico del fordismo e ricerca semmai la pazienza e la meticolosità dell’artigiano. La rivincita dell’ingegner Gallo su Valletta, settant’anni dopo, è compiuta.

Federico Stoppa

Note bibliografiche:

[1] Cfr. G.Garofoli, Economia e politica economica in Italia, 2014, pp. 32-34.

[2] G. Crainz, Autobiografia di una Repubblica, 2009, pp. 86-87

[3] La letteratura sui distretti industriali italiani è sterminata. Un’ampia sintesi di tale letteratura si può leggere in S.Brusco e S. Paba, Per una storia dei distretti industriali italiani dal secondo dopoguerra agli anni novanta, saggio contenuto nel volume a cura di F. Barca Storia del capitalismo italiano, Donzelli, 2010, pp. 265-333

[4] G. Fuà, Industrializzazione senza fratture, 1984

[5] Ciò è testimoniato dal fatto che la quota di mercato dell’export italiano sul totale dell’export mondiale scende dal 4,5% del 1995 al 2,7% del 2014. Vedi Eurostat e Sintesi Rapporto ICE 2014-2015, p.14

[6] F. Coltorti et alt. Mid-sized Manufacturing Companies:The New driver of Italian Competitiveness,2013

[7]  Come afferma Antonio Calabrò:“è cambiata la composizione del nostro export di successo, a vantaggio di prodotti più carichi di innovazione in settori a maggior valore aggiunto..I settori tradizionali (tessile-abbigliamento- cuoio-calzature, mobili, gioielli) pesavano per il 70% del surplus commerciale manifatturiero  nel 1996, ma solo per il 35% nel 2012” (La morale del Tornio, 2015, p. 77).

[8] S. De Nardis, Imprese manifatturiere, produttività, esportazioni, in Patto per l’euro e la crescita. L’austerità conviene?, 2013

[9] Tutti i dati in S. De Nardis, Imprese manifatturiere, produttività, esportazioni,  2013, pp. 163-165

[10] M.Fortis, La rinascita parte dall’industria, Il Sole 24 Ore, 11/06/2012

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Germany Italy

Dicembre 1963: l’alba del primo esecutivo di Centrosinistra “organico”. Il Partito Socialista entra per la prima volta nella stanza dei bottoni assieme alla DC. È un’occasione storica per cambiare il Paese. In quella straordinaria temperie politica e culturale, due giovani economisti di area liberalsocialista, Giorgio Fuà e Paolo Sylos Labini, pubblicano un libretto dal titolo Idee per la programmazione economica, una bussola utile ancora oggi per orientarsi tra riformismi autentici e posticci.

Per Sylos e Fuà, un programma di riforme volte a modificare la struttura economica del Paese deve avere tre pilastri: 1) una fotografia attendibile della situazione attuale; 2) la definizione di obiettivi di medio-lungo periodo (15 anni almeno); 3) gli strumenti operativi per realizzarli.

La diagnosi. Nel decennio 1952-62, la crescita del PIL pro capite italiano era stata tumultuosa – 6% all’anno – ma squilibrata a) nell’allocazione delle risorse per settore produttivo, b) nella distribuzione territoriale dello sviluppo, c) nella struttura dei consumi, d) nella distribuzione del reddito.

riformismiIl mercato del lavoro era segnato dal dualismo: troppe persone rimanevano sottoccupate nel settore dei servizi, segnatamente nel commercio. L’inefficienza nella rete di distribuzione dei beni, in particolare, manteneva alti i margini di profitto e frenava la discesa dei prezzi al dettaglio e, dunque, alterava le ragioni di scambio intersettoriali a svantaggio dell’industria, settore a più alta produttività media. I costi di tale inefficienza erano scaricati sui consumatori, specie quelli meno abbienti.

L’opulenza dei consumi privati coesisteva con lo squallore dei consumi pubblici, quali scuola, sanità, edilizia popolare, trasporti urbani ed extraurbani. Effetto, questo, dall’elevata disuguaglianza nei redditi personali; dell’emulazione da parte dei meno abbienti dello stile di vita dei più ricchi, fomentata dalla pubblicità; da una pubblica amministrazione non all’altezza del suo ruolo.

Gli obiettivi di medio-lungo termine. La piena occupazione delle forze di lavoro al più alto livello di rendimento e remunerazione possibile (quindi “eliminando nella misura del possibile l’occupazione precaria”, p.13). Lo sviluppo prioritario di alcune tipologie di consumi sociali che riguardavano l’istruzione, la ricerca scientifica, la pianificazione urbanistica, la manutenzione del territorio. Il miglioramento della distribuzione personale dei redditi e l’aumento della quota dei redditi da lavoro sul reddito nazionale. L’arresto dello spopolamento di alcuni territori e la congestione di altri, ridistribuendo coerentemente tra questi le attività produttive con investimenti adeguati.

Gli strumenti operativi. Una riforma fiscale ancorata a criteri di progressività sostanziali, che sfrondasse le esenzioni, che semplificasse norme e procedure, che combattesse l’evasione. Si doveva comporre prevalentemente di un’imposta personale sul reddito e una sui redditi di impresa, con delle precauzioni. Nel caso dell’imposta sul reddito, si suggeriva la tassazione progressiva del solo reddito speso, per favorire l’accumulazione di capitale produttivo; mentre l’imposta sulle società doveva discriminare tra profitti mandati a riserva e reinvestiti e quelli distribuiti, pesando maggiormente su quest’ultimi.

La politica dei redditi. Veniva esplicitata la golden rule da rispettare per favorire un’equa ripartizione del prodotto sociale tra capitale e lavoro evitando spirali inflazionistiche: i salari devono aumentare al tasso di crescita della produttività del lavoro; se questo non avviene, i profitti ( e le rendite) crescono troppo relativamente ai salari, e il peggioramento nella distribuzione del reddito deprime i consumi e riduce gli stessi investimenti, frenando produttività e sviluppo.

Concludeva il quadro la riforma urbanistica. Fuà e Sylos denunciavano un distacco progressivo tra sviluppo economico e pianificazione territoriale. La speculazione sulle aree agricole e urbane aveva fatto lievitare i prezzi degli alloggi e degli affitti e taglieggiato il salario reale. Si incoraggiava la riforma, poi abortita, dell’esponente DC Fiorentino Sullo che prevedeva l’espropriazione preventiva delle aree di espansione e la riassegnazione del diritto edificatorio ai privati dopo un’asta pubblica; meccanismo che avrebbe tagliato alla radice la rendita fondiaria parassitaria e arrestato la speculazione.

Se proposte nel contesto attuale, riforme di tale portata scatenerebbero l’anatema degli uomini della pratica al governo e dei loro scribacchini; come all’epoca caddero sotto il fuoco incrociato del liberismo economico di matrice confindustriale e delle velleità rivoluzionarie della sinistra comunista 1.

Il lettore potrà nondimeno misurare la distanza intellettuale che separa questa cultura riformista da quella dei nostri giorni, fatta di tecnocrati senza visione e spessore, intenti ad appiccicare impunemente l’etichetta di riforme strutturali sopra l’ennesimo tentativo di svalutazione del lavoro.

NOTE:

1“Ci fu un boicottaggio vero e proprio[..] Ci trovammo di fronte una pubblica amministrazione disgraziata, una destra economica ostile che scambiava la Programmazione per la pianificazione, la radicale diffidenza della sinistra e della Cgil che avrebbe potuto offrire maggiore aiuto se avesse messo da parte le farfallette rivoluzionarie” (P. Sylos Labini, Un Paese a civiltà limitata, 2006, pp.86-87)

Federico Stoppa

Matt Kenyon 2806

Giorgio Fuà lo scriveva già nel 1993, denunciando le insidie delle cifre:”E’ ingiustificato allarmarci o esultare perché la velocità di crescita del Pil risulta mezzo punto percentuale annuo al disotto o al disopra di quanto ci attendevamo, o di quanto è avvenuto in passato, o di quanto sta avvenendo in altri Paesi”. Dopo vent’anni di sostanziale oblio, la critica del prodotto interno lordo (P.I.L.) come indicatore del benessere delle nazioni è tornata a occupare un ruolo di primo piano nella discussione pubblica internazionale.  La stesura, nel 2009, del Rapporto[1] a cura della Commissione presieduta da Joseph Stiglitz, e composta, tra gli altri, da Jean Paul Fitoussi e dal premio Nobel Amartya Sen, e lo sviluppo in parallelo di contributi importanti da parte di organismi internazionali come l’OCSE e la Commissione Europea[2] hanno rimarcato l’impellente necessità, in particolare per i paesi ad economia avanzata, di dotarsi di indicatori che consentano di definire in maniera più completa il benessere dei cittadini e il progresso sociale. Sembra essersi diffusa la consapevolezza della necessità di superare la prospettiva riduzionista del PIL.

8842_lamisurasbagliatadellenostrevite (545 x 837)Il Rapporto della Commissione Stiglitz – Sen – Fitoussi, in particolare, ha introdotto e sintetizzato la problematica in un modo largamente condiviso. Da un lato questo Rapporto è interessante per la sistematicità e il rigore scientifico con cui evidenzia le lacune del PIL come indicatore di benessere economico e sociale; dall’altro, lo è per il fatto di offrire una prospettiva metodologica nuova per la valutazione del benessere. Nell’analizzare lo “stato di salute economica” di un paese – capire se questo si trova in una fase di declino o di sviluppo – il Rapporto suggerisce di spostare l’attenzione dalla misurazione della produzione di beni e servizi alla misurazione del benessere economico delle famiglie, meglio descritto da aggregati quali il reddito reale, la ricchezza e i consumi. 

Esistono, infatti, importanti criticità dell’indicatore più utilizzato da economisti e politici di ogni colore per misurare la ricchezza delle nazioni  – criticità già messi in luce da un’ampia letteratura richiamata nel Rapporto. In primo luogo, nel PIL, la quantità di beni e servizi finali prodotta in un anno all’interno dei paesi è valutata ai prezzi di mercato.  Gli studi di Joseph Stiglitz (1986,1989), hanno dimostrato che i mercati sono contraddistinti da asimmetrie pervasive, rendendo poco efficaci i prezzi dei beni e servizi come meccanismo di veicolazione di informazione per i consumatori.  I prezzi di mercato, inoltre, non incorporano le esternalità negative[3] (come l’inquinamento ambientale) che la produzione di alcuni beni comporta, e che dovrebbero far costare di più alcuni prodotti relativamente ad altri.

Il PIL esclude beni e servizi che non hanno un prezzo di mercato, ma che nondimeno appaiono rilevanti per il benessere delle famiglie: è il caso delle attività domestiche, del volontariato, del tempo libero e di alcuni servizi pubblici, come l’istruzione e la sanità. Si tenga presente che molte delle suddette attività, che nelle prime fasi dello sviluppo erano quasi esclusivamente prodotte fuori dal mercato (tra le altre, la cura degli anziani e dei bambini, la pulizia domestica, ma anche i servizi ricreativi, compresi il contatto con la natura e l’esercizio fisico), nelle economie moderne si trasformano in beni di mercato. Questa trasformazione determina un aumento del valore del prodotto interno lordo. Che questo aumento, però, corrisponda a un innalzamento del benessere delle persone è evidentemente falso.

Ancora: nel PIL sono calcolate con segno positivo le “spese difensive”, anche quando queste non hanno alcuna conseguenza benefica sul miglioramento della qualità della vita dei cittadini. E’ il caso della costruzione di carceri, della ricostruzione di edifici che sono stati abbattuti da calamità naturali, delle spese di trasporto sostenute dagli individui per recarsi al lavoro (quella tassa occulta che è il pendolarismo). Infine, il PIL non rileva in alcun modo il consumo di capitale (fisico, naturale, umano) che la produzione comporta; e non tiene conto della variazione di prezzo degli assets reali e finanziari, che spesso determina effetti ricchezza che portano a un incremento delle future possibilità di consumo.

Il Rapporto suggerisce di superare le criticità del PIL sviluppando indicatori di benessere economico e sociale alternativi, sui quali dovrebbero focalizzarsi le politiche economiche degli Stati. In particolare, tali indicatori dovrebbero misurare:

  • Il reddito effettivamente a disposizione dei cittadini, che, diversamente dal PIL, considera i flussi monetari in entrata e in uscita dal Paese. Si tenga presente che Il PIL può essere scisso in profitti, salari/stipendi, rendite. Se una parte dei profitti è conseguita da multinazionali estere, questa non viene conteggiata come reddito a disposizione del paese, perché rimpatriata dalla aziende. Pertanto, il reddito disponibile netto nazionale risulterà inferiore al Prodotto interno lordo;
  • Lo stato patrimoniale delle famiglie e dell’economia nel suo complesso, comprendente attività (finanziarie, reali e naturali) e passività (debiti pubblici, privati ed ecologici). Dallo stato patrimoniale sarebbe possibile accertare se la crescita dell’economia dipende da bolle finanziarie e immobiliari che ne minerebbero la stabilità futura, specie se ci trovassimo in presenza di livelli d’indebitamento eccessivi;
  • La distribuzione del reddito, dei consumi e della ricchezza. Di per sé, la crescita del PIL pro capite non ci dice in alcun modo come tale reddito è distribuito. Infatti, l’aumento del PIL pro capite potrebbe trasformarsi in un miglioramento delle condizioni economiche dei soli cittadini più ricchi. Il benessere generale è meglio colto dal reddito mediano. Se il PIL (reddito medio) cresce più del reddito mediano, la diseguaglianza aumenta;
  • La qualità dei servizi pubblici, specialmente istruzione e sanità, che non hanno un prezzo di mercato, essendo erogati, almeno in Europa, dalle amministrazioni pubbliche, e finanziati attraverso la tassazione generale. Mentre nel PIL tali servizi sono valutati al costo dei fattori di produzione, andrebbero sviluppati strumenti che ne rilevino gli effetti sul benessere dei cittadini. Un approccio alla valutazione dei servizi pubblici basato sui risultati, in termini di maggior aspettativa di vita, di tipologie delle malattie curate, di numero di terapie effettuate, sarebbe più congruo per valutare il benessere delle persone. Anche per il sistema educativo, l’enfasi dovrebbe essere maggiormente posta sui risultati degli studenti (tassi di acquisizione di titoli di studio, anni di scuola completati, test sulle competenze linguistiche e matematiche), più che sulle risorse spese;
  • La qualità del lavoro, attestando se questo consenta o meno di sviluppare l’autonomia e le capacità dell’individuo;
  • La produzione domestica e le attività svolte nel tempo libero a disposizione. Queste attività, pur non comparendo nella stima ufficiale del Prodotto interno lordo, hanno riflessi importanti sul grado di benessere degli individui e delle famiglie;
  • La sostenibilità ecologica: informazioni rispetto allo stato del capitale naturale, al suo eventuale deterioramento e alle politiche poste in essere per ripristinarne la quantità e la qualità ritenute ottimali[4];
  • La qualità della democrazia. A questo scopo, bisogna considerare il grado di libertà dei mezzi di comunicazione, in specie la stampa e la televisione, la partecipazione politica dei cittadini alle elezioni, il funzionamento della giustizia e la tutela dei diritti fondamentali, in primo luogo la libertà d’espressione;
  • Il capitale sociale.  Vanno fatte indagini sul numero di persone iscritte alle associazioni, sul grado di fiducia che ciascun cittadino ripone sulle istituzioni politiche, sul rapporto che ciascuno ha con familiari, vicini e persone di altre razze o religioni;
  • Il grado di sicurezza economica. Bisogna capire se gli individui si sentono più o meno tutelati contro il rischio di povertà ed esclusione sociale, di vecchiaia e di disoccupazione.

AMARTYA_SEN_1_476386fCome ci ha insegnato Amartya Sen (v. La diseguaglianza, un riesame critico, Il Mulino, 1994), per misurare correttamente la qualità della vita delle persone è essenziale osservare le effettive capacità (capabilities) che queste hanno di trasformare i mezzi materiali a loro disposizione in modi di essere e di fare (functioning) a cui attribuiscono valore: essere ben nutriti, avere accesso all’istruzione e alle cure, ma anche partecipare attivamente alla vita della comunità, realizzarsi sul lavoro, battersi per cause che trascendono il proprio particulare come i diritti umani e la salvaguardia dell’ambiente. Inoltre, bisogna tener ben presente che i modi con i quali le persone convertono il reddito a disposizione nei vari stili di vita possono differire in maniera molto significativa, a causa della presenza di determinati condizionamenti fisici, caratteriali, ambientali, sociali, istituzionali. Diventa pertanto essenziale capire, ai fini di una valutazione multidimensionale del benessere, se una persona ha la possibilità di scegliere di vivere in un certo modo piuttosto che in un altro, ed eventualmente identificare e rimuovere i fattori che lo impediscono.

Infine, in questi anni segnati dalla paranoia della crescita vanno tenute sempre a portata di mano, come antidoto, le parole di un grande economista italiano, Giacomo Becattini: “E’ nella sua capacità di soddisfare i bisogni dell’ultimo fra gli uomini di buona volontà, che si misura la razionalità di ogni assetto del mondo, non nel ritmo di ritmo di crescita del Pil! Questa è la bandiera morale del ribaltamento concettuale da compiere!” (2001, p.196).

 

 

NOTE:

 [1] Il Rapporto è stato commissionato nel 2008 dal Presidente francese allora in carica Nicolas Sarkozy, ed è stato consegnato nel settembre 2009. 

 [2] Si veda, in particolare, il rapporto OCSE “Measuring Well-Being and Societal Progress” (2007) e il paper, a cura della Commissione Europea “Oltre il Pil. Misurare il progresso in un mondo che cambia(2009). Da segnalare anche il rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile a cura dell’Istat (consultabile qui) e il Better Life Index a cura dell’OCSE.

[3] Si parla di esternalità negative quando un soggetto economico crea, con la sua attività, un danno a terzi, senza che esista un accordo da parte di questi a sopportarlo e senza che avvenga una compensazione ex post. Sul tema delle diseconomie esterne Pigou (1920) costituisce un riferimento bibliografico essenziale.

[4] Esempi di conti satellite ambientali sono il Seea (System Of Environmental-Economic Accounting), implementato dalle Nazioni Unite nel 1993 (https://unstats.un.org/unsd/envaccounting/seea.asp). Un lavoro seminale nel campo  della contabilità verde, a cura dell’INSEE (1986) è Les comptes du Patrimoine Naturel. Sul tema, è importante il contributo dell’ Istat (2011): http://www.istat.it/it/archivio/17089. Infine, per un’approfondita analisi degli aspetti metodologici ed applicativi dei conti ambientali si veda Falcitelli e Falocco (2008).

Margnac - Olivetti's factory

Margnac – Olivetti’s factory

Riportiamo, di seguito, ampi stralci di un’intervista di Roberto Petrini all’economista Giorgio Fuà, apparsa nel 2000. Fuà è stato uno dei più grandi economisti italiani del secondo dopoguerra; ha lavorato per molti anni con Adriano Olivetti, Enrico Mattei e il premio Nobel Gunnar Myrdal; nel 1980 ha curato il rapporto Ocse sui problemi dei paesi europei a sviluppo tardivo (quelli oggi noti con il poco rispettoso acronimo PIIGS). Ha fatto parte, con Paolo Sylos Labini ed altri economisti,  della commissione per la programmazione economica in Italia, voluta dal primo centrosinistra (1962). Ha fondato, nel 1959, la Facoltà di Economia di Ancona in cui ha insegnato fino a poco prima della morte, avvenuta all’inizio del nuovo secolo. Alcune sue riflessioni contenute in questo dialogo ci appaiono di sconcertante attualità: la necessità di diffondere tra i giovani una mentalità lavorativa e imprenditoriale  che recuperi la dimensione creativa e personale del lavoro, contrapposta ad una visione del lavoro come male spiacevole ma “necessario” per produrre e acquistare sempre più merci; l’urgenza di adottare forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa e l’importanza di superare, almeno nelle società affluenti, l’ossessione del Prodotto Interno Lordo (PIL) come unico indicatore di “benessere” da massimizzare. (F.S).

Professor Fuà, cominciamo dall’abc: chi è questo strano personaggio che passa sotto il nome di imprenditore?

I vecchi manuali di economia dicevano: è colui che combina i fattori produttivi (lavoro, capitale e terra). È una definizione poco suggestiva ed è molto insoddisfacente anche l’indicazione del criterio che guiderebbe l’imprenditore e cioè quello della massimizzazione del profitto.

Se il profitto non è sufficiente, come comunemente si ritiene, per qualificare e definire la figura dell’imprenditore, quali sono, o dovrebbero essere, i suoi scopi? Qualcuno potrebbe ricordare che l’imprenditore crea posti di lavoro e dedurne che si tratta di un compito già sufficiente. Non le pare?

Non occorre soltanto un imprenditore che crei posti di lavoro ma occorre un imprenditore che coinvolga i dipendenti in una avventura interessante. Che dia un senso al loro lavoro. Ricordo una frase di Adriano Olivetti, il quale si chiedeva: può l’impresa darsi uno scopo? La risposta implicita era sì. “Bisogna dare consapevolezza di fini al lavoro” diceva Adriano Olivetti. Ma ciò implica, aggiungeva, l’aver preventivamente risposto a una domanda che non esito a definire una delle domande fondamentali della mia vita, profondamente discriminante per la fede che presuppone e per gli impegni che implica. “Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? 0 non vi è, al di là del ritmo apparente, qualcosa di più affascinante, una trama ideale, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica?”

Quale scopo? Coinvolgere i dipendenti, lavorare con soddisfazione, fare genericamente del bene? Lei cita Olivetti e parla addirittura di avventura. Sono concetti difficili da accettare al giorno d’oggi. Non crede?

Io credo che il lavoro in genere deve essere gratificante e coinvolgente: non deve essere soltanto una pena volta allo scopo di guadagnare  e, successivamente, acquistare merci e goderne nel tempo libero. Per creare questa condizione ci vogliono imprenditori leader come Adriano Olivetti, Enrico Mattei o come alcuni imprenditori marchigiani che conosco. Purtroppo non tutti gli imprenditori hanno le caratteristiche del leader: c’è chi si limita a comporre una combinazione favorevole di fattori di produzione; c’è l’inventore, come Guglielmo Marconi o Henry Ford; c’è chi accumula potere e ricchezza e persegue una strategia di piazzamento di capitali anche senza produrre alcunché. È sbagliata l’idea di vedere il compito dell’imprenditore come quello di produrre merce e il compito del lavoro come un mezzo per riuscire a consumare altra merce. È sbagliata l’idea che la gente che lavora nell’impresa debba avere come fine quello di fare tristemente la propria attività dentro l’impresa per guadagnare e potersi poi comprare altra merce di cui godrà nel tempo libero. Insomma, la cosa più importante è fondare un gruppo di persone che faccia con convinzione il proprio lavoro. È la cosa più importante perché ormai di merce ne produciamo abbastanza e il problema non è quello di produrne di più ma di produrla con piacere, non con sofferenza.

Questa non sembra l’opinione più diffusa. Se si pone la questione ad un passante, ma anche a qualche capitano d’industria, risponderà senz’altro: guadagnare, per consumare e godersi il tempo libero. Non è così?

Mica è giusto! Noi nel lavoro, e negli spostamenti ad esso connessi, passiamo la maggior parte della vita, almeno metà del tempo durante il quale siamo svegli. E se questa parte della nostra vita occupata da quello che chiamiamo lavoro e che serve per guadagnare ciò che poi si “gode” nel tempo libero, è penosa, il godimento diventa assai discutibile. In una situazione come quella che abbiamo appena ipotizzato, la parte creativa di noi, quella che ci dà maggiore soddisfazione, dispone di uno spazio sempre più limitato. Io continuo a sostenere che bisogna generare e produrre qualcosa che valga di per sé, che pensiamo che sia un bene e che ci piace. Tutti gli imprenditori che sono riusciti a creare una comunità appassionata al lavoro, che sono amati da chi ha avuto la fortuna di lavorare con loro, pensano che il loro prodotto contribuisce anche se in piccola parte a rendere migliore il mondo.

Oggi si impone la grande corporation, la multinazionale. È pensabile e realistico creare un clima del genere in strutture grandi e impersonali per definizione?

Si può creare il clima di squadra anche nelle grandi multinazionali. Ricordo che alla Olivetti noi tutti ne eravamo fieri. L’idea che ci animava era semplice ma efficace: questa è un’impresa bella e facciamo un prodotto bello. Adriano si lamentava perché gli impiegati (in Italia ormai il 60 per cento dei lavoratori dipendenti lavora negli uffici) sono circondati da macchine e mobili brutti. Perché devono essere brutti? Il loro ambiente può essere gradevole. E Adriano Olivetti diceva: mi piace dare soddisfazione alla gente che lavora.

Va bene. L’impresa ideale è quella dove si lavora con godimento, si conta di migliorare il mondo, si mira a creare una squadra affiatata. Ma come si può raggiungere questo obiettivo?

Vuole delle “ricettine”? Ebbene, l’imprenditore deve pensare nel seguente modo: la gente che lavora con me la voglio migliorare, perché nel lavoro si passa gran parte della propria vita e il lavoro ci deve migliorare e non peggiorare. Insegniamo loro anche un po’ di filosofia e, se possiamo, facciamo loro apprezzare anche della musica buona. Facciamo vedere intorno a loro delle architetture belle: questo migliora e rende più civili coloro che lavorano con me. La prima regola è quella di amare il prodotto che si fa ed essere convinti che si tratta di una cosa buona. Se invece si dice: il prodotto mi serve solo per guadagnare e non importa se imbroglio il consumatore, come si può coinvolgere, appassionare, la gente?

Non vorrei costringerla, nel corso di una semplice conversazione, ad elaborazioni teoriche che comporterebbero un lavoro ben più ampio e meditato. Tuttavia, mi pare che al centro della sua critica al concetto di impresa ci sia l’obiettivo della massimizzazione del profitto. È così?

A me interessa proporre ai giovani un modello secondo il quale il lavoro è uno degli aspetti positivi della vita. Tra le fonti di soddisfazione della vita il consumo è secondario rispetto al lavoro. La creazione può dare molta più soddisfazione che la distrazione, divertirsi è distrarsi, cioè fare qualche cosa al di fuori di un’altra. Il lavoro può essere vissuto con passione e si dovrebbe anche cambiare nome al lavoro, se questo termine si associa ancora all’idea di “guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte”.

Gli economisti hanno sempre sottolineato l’aspetto della fatica, anche perché semplificava il discorso. Il lavoro come mezzo e il consumo come risultato. Dunque: minimo mezzo, minimo lavoro, massimo consumo. Invece io, avendo visto intorno a me gli artigiani, i coltivatori, mio padre medico e tutta la famiglia appassionati al lavoro da cui non si volevano staccare un momento, credo che il lavoro possa essere la ragione e la passione di una vita e credo che non debba essere vissuto come una sofferenza.

E chi fa un lavoro faticoso?

Anche in campagna dove il lavoro era pesantissimo non si sarebbero tirati indietro, volevano farlo ancora anche da anziani.

E quello della catena di montaggio?

Una volta c’erano “Charlot” e “Tempi moderni”, oggi c’è il computer. Non cambia molto: forse il problema è di non continuare a chiamarlo lavoro, magari chiamiamolo attività.

C’è bisogno di una nuova etica del lavoro?

Stare in società o in un gruppo per produrre qualche cosa mi pare un punto importante della vita. Ma le ripeto ci vuole, e ci vorrà in eterno, un Mosè o qualcun altro che dica: “Ora vi mostro io come facciamo”. Io chiamo costui imprenditore. Ciò che mi colpisce di più è che la maggior parte dei miei studenti universitari non ha mai sentito o concepito l’idea di fare un lavoro indipendente. Arrivano all’università e mi dicono che dopo laureati cercheranno “un posto”.

Margnac - Olivetti Ivrea. Visite d'usine. Ektachrome, novembre 1970.

Margnac – Olivetti Ivrea. Visite d’usine. Ektachrome, novembre 1970.

Riepiloghiamo: il profitto non deve essere l’obiettivo, il consumo non è il fine principale della vita, bisogna lavorare con godimento. Il mercato, tuttavia, è spesso il luogo della competizione e della violenza. Si può sopravvivere sul mercato adottando questi criteri?

Perché no? Il mercato non è il luogo della violenza, è semplicemente quello della concorrenza. Non si può concorrere facendo cose buone? Non mi pare che ci sia un contrasto con l’idea di concorrenza. Il profitto non è un obiettivo, è semplicemente una delle condizioni perché una organizzazione di mercato o d’impresa possa vivere. Pensiamo al lavoro senza scopo di lucro: le organizzazioni di volontariato che hanno un ruolo crescente, le comunità per i tossicodipendenti, la Croce Rossa ecc. La vita di queste aziende, che si risolve in parte fuori dal mercato, è simile a quella delle imprese commerciali. Anche in questo caso ci vuole il leader, come Muccioli che fondò San Patrignano, come il Filo d’Oro di Osimo creato da un prete straordinario.

Eppure professore, nel linguaggio comune parole come profitto, lavoro e reddito vengono intese come addendi di una somma che alla fine dà come totale la crescita del benessere. Lei contesta questa impostazione?

È vero. Nell’ottica abituale degli economisti, il lavoro viene considerato per la sua capacità di produrre merci (quindi di contribuire al prodotto nazionale, al PIL) e per quella di procurare al lavoratore un guadagno, che significa poi capacità di acquistare merci.  Ma il lavoro ha anche un altro aspetto, in quanto può procurare a chi lo compie un senso di alienazione, pena, o, al contrario, un senso di soddisfazione. Ho scritto nel mio libro “Crescita economica. Le insidie delle cifre” (Il Mulino, 1993) che il lavoro può risultare più interessante se chi lo fa è posto nella condizione di sentirsi partecipe della gestione dei successi dell’operazione produttiva in cui viene impiegato, se ha modo di riconoscere nel prodotto una propria creazione. Oggi nei paesi ricchi è probabilmente più urgente studiare le vie per restituire interesse al lavoro, piuttosto che le vie per aumentare di qualche punto percentuale la quantità della merce prodotta o il potere d’acquisto ottenuto come retribuzione per ora di lavoro erogata. Eppure noi economisti continuiamo a dedicare tanti studi alla produttività e al salario, ma quasi nessuno alla soddisfazione del lavoratore. Dunque, aggiungo ora, dovremmo studiare più attentamente come su questa soddisfazione influiscano la forma giuridica, la dimensione e la modalità di organizzazione dell’impresa. Dovremmo esplorare meglio la praticabilità di un sistema di partecipazione dei lavoratori agli utili e alla gestione dell’impresa e gli eventuali vantaggi che esso offrirebbe non solo dal punto di vista del livello di occupazione, produzione e retribuzione (vantaggi già indicati da economisti come Martin Weitzman), ma anche dal punto di vista dell’integrazione sociale e dell’autorealizzazione che si possono ottenere attraverso il lavoro.

È il solo modo di dirigere un’impresa?

Non sto dicendo che si può dirigere un’impresa soltanto così. Una organizzazione produttiva si può dirigere anche in altro modo, in questo caso tuttavia si paga un prezzo: chi ci lavora si sente estraneo. Spero che si possa insegnare ai giovani che non si fa l’imprenditore per fare più soldi possibile. È una comune avventura che ci appassiona tutti, se l’obiettivo ci piace. Non misureremo il nostro successo con quanto abbiamo guadagnato o con che rapidità abbiamo vinto un concorso.

La scuola dovrebbe dedicare più attenzione al compito di far riflettere i giovani sull’importanza delle insoddisfazioni e delle soddisfazioni non valutabili in moneta che possono accompagnare il lavoro.

La maggior parte dei miei studenti, interrogati su quali requisiti dovrebbe avere un lavoro per attrarli, rispondono in prima battuta che l’ideale è trovare un posto sicuro, che procuri il massimo di reddito e il minimo di preoccupazione possibile, e il massimo di tempo libero. È una risposta del tutto in linea con la mentalità consumistica, propagata dai mezzi di comunicazione di massa, recepita e trasmessa dalle famiglie, e non contrastata dalla scuola. Apre una prospettiva squallidissima: prendendo questa via, i giovani finirebbero con lo svendere metà del proprio tempo di vita in una routine tediosa per pagarsi qualche svago o lusso nella modesta quota di ore di veglia restante.

La scuola fa troppo poco per indirizzare l’interesse dei giovani verso lavori indipendenti e verso le attività imprenditoriali. Andiamo verso un mondo in cui quasi tutti i giovani puntano sulla prospettiva che qualcuno dia loro un posto (nel senso di impiego), mentre scarseggiano quelli che si preparano a creare (inventare) un posto di lavoro almeno per sé e possibilmente anche per gli altri, perché a troppo pochi ne è stata suggerita l’idea. Ma affinché ci siano occasioni di lavoro occorre che il sistema economico funzioni, e per funzionare normalmente il sistema esige l’opera di imprese; è improbabile allora che la funzione di guidare un’impresa possa essere svolta in modo soddisfacente da soggetti impersonali. Occorre ancora una volta la persona dell’imprenditore.

C’è il rischio di un declino dello spirito imprenditoriale?

Certamente. Se scarseggiano nuove leve di imprenditori, chi fornirà tutti i posti di lavoro desiderati? Lo Stato, altri enti, nuovi carrozzoni? Penso che il punto che sto toccando costituisca una seria minaccia al benessere collettivo, non dico del momento presente, ma degli anni che verranno. In una prospettiva di lungo termine, la carenza di capacità imprenditoriali potrebbe rivelarsi uno degli aspetti più gravi del problema dell’occupazione (o della disoccupazione), che oggi è tornato al centro dell’attenzione generale.

da R.Petrini, Uomini e Leader, Considerazioni e ricordi di Giorgio Fuà,  Centro studi Piero Calamandrei, Jesi 2000.

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Contro la retorica delle riforme

Pubblicato: dicembre 10, 2013 da Federico Stoppa in Economia e Politica
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Sebastian Thibault

Sebastian Thibault

Una retorica insopportabile sta inquinando il dibattito politico italiano e internazionale dei nostri giorni.

Secondo questa retorica, l’Italia sarebbe oggi in difficoltà perché incapace di fare le riforme “di struttura”. Un paese rimasto immobile per molto tempo, ostaggio di veti e corporazioni. Da qui il suo (meritato) declino economico.

Ma è proprio vero? In mezzo a tanto conformismo, è una fortuna imbattersi in un agile libro di Marco Simoni, un economista della London School Of Economics: Senza alibi. Perché il capitalismo italiano non cresce più (Marsilio, 2012, pp.248). L’Autore ci mostra, dati alla mano, che il nostro Paese di interventi in questi anni ne ha fatti eccome, in tutti i settori. Eppure, questo è stato proprio il periodo della sua crescita zero. Possibile?

Abbastanza sorprendentemente, le riforme sono state tutte a favore del mercato, della concorrenza, della lotta ai monopoli e alle corporazioni. Seguendo quasi alla lettera le prescrizioni dei grandi sacerdoti del liberismo.

Il mercato del lavoro è stato massivamente deregolamentato (Pacchetto Treu e Legge 30): L’Employment strictness protection Index, un indicatore dell’Ocse che misura la rigidità nella regolamentazione del mercato del lavoro, attesta che  l’Italia ha un mercato del lavoro più flessibile di quello tedesco e francese (Tridico, 2013, p.7). Il potere del sindacato “corporativo” è stato drasticamente ridimensionato: agli inizi degli anni Novanta il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori del settore privato era pari al 40% del totale; oggi è il 19%.

Il settore bancario, prima quasi interamente nelle mani dello Stato, è stato privatizzato nei primi anni Novanta (legge Amato e Testo Unico Bancario). Le banche sono state trasformate in società per azioni e quotate in Borsa:  hanno potuto ingrandirsi ed internazionalizzarsi. Tra fusioni ed acquisizioni, gli istituti bancari si sono così dimezzati, passando da 44 a 27.

Il Testo Unico della Finanza (1998), noto come legge Draghi, ha aggredito quelli che erano considerati “difetti” del nostro capitalismo: le ridotte dimensioni e la scarsa capitalizzazione delle imprese, associate al carattere familiare della proprietà delle stesse. La legge ha reso più facile la pratica delle scalate societarie ostili in Borsa in modo da favorire il ricambio proprietario, e ha irrobustito le tutele dei diritti dei soci di minoranza, seguendo il modello americano.

Il mercato dei beni e dei servizi è stato liberalizzato. Dopo Tangentopoli, i governi di centrosinistra e centrodestra hanno posto in essere un piano di privatizzazioni di società pubbliche per circa 136 miliardi di euro, secondo solo, in Europa, a quello di Margaret Thatcher nella Gran Bretagna degli anni ‘80; hanno aperto alla concorrenza il settore elettrico, le telecomunicazioni, le ferrovie, il trasporto aereo, le poste. Persino nella pubblica amministrazione ci sono stati decreti su decreti di semplificazioni. Sono stati ridotti i poteri dello Stato centrale a vantaggio degli enti locali, con la riforma del titolo V della Costituzione nel 2001.

E ancora: si sono implementate riforme del diritto societario e fallimentare (2003), varie riforme fiscali che hanno ridotto le aliquote su persone e società, riforme previdenziali che hanno segnato il passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo, e l’allungamento dell’età pensionabile (Amato, Dini, Fornero).

In definitiva: le riforme ci sono state, e non di poco conto. Eppure, il nostro paese ha fatto registrare performance scadenti in termini di crescita del prodotto interno lordo, tasso di occupazione, produttività del lavoro, equità sociale.

Simoni smentisce altri alibi che vengono solitamente usati per giustificare la minor crescita: l’elevato costo del lavoro e il peso del Mezzogiorno.  In Italia – almeno nella manifattura – il costo unitario del lavoro è del 30% inferiore rispetto a quello tedesco.  Né vale accusare il Sud Italia, visto che tra il 1996 e il 2006 è cresciuto di circa mezzo punto percentuale più del nord, e si badi: senza l’aiuto di trasferimenti di risorse dallo Stato centrale!

Di chi è la colpa, allora? Simoni sostiene che sia mancata una visione politica chiara: le riforme sono state incoerenti e contraddittorie. Hanno cercato di trapiantare nel Belpaese, di volta in volta, pezzi di modello americano, tedesco e francese, senza mai guardare alla realtà specifica dell’economia italiana e le sue caratteristiche peculiari. Risultato: hanno creato un capitalismo Frankestein senz’arte né parte.

Possiamo aggiungere un’ulteriore considerazione: le riforme sono state fatte in condizioni emergenziali, con l’acqua alla gola, senza alcun dibattito pubblico sugli effetti che queste avrebbero avuto nel tessuto sociale.   Sono state spesso giustificate con la brutale espressione “ce le chiede l’Europa”. Quasi sempre, inoltre, le riforme hanno seguito lo Spirito dei Tempi, che un giorno ci faceva prendere come modello il “dinamico” mercato del lavoro americano, poi il mercato finanziario inglese e  infine la Spagna della crescita drogata dal debito privato degli anni 2000 (Viva Zapatero!). Recentemente ci si è infatuati della flexicurity danese e della cogestione tedesca.

Dobbiamo smetterla di importare acriticamente brandelli dei vari capitalismi stranieri. Bisogna rigettare quella che l’economista anconetano Giorgio Fuà chiamava ” l’ideologia di un unico cliché di sviluppo e di vita, al quale ci si aspetta che tutti i paesi si conformino” e tornare a riflettere su quali politiche assecondino meglio la traiettoria di sviluppo del nostro Paese.

Per questo, più che di un governo del fare, avremmo bisogno di un governo del pensare.

Federico Stoppa

Si anch’io devo andare sempre avanti
senza smettere un momento
devo andare sempre avanti
E lavorare lavorare lavorare
  e continuare a lavorare lavorare lavorare
e non fermarmi mai

Gaber, L’Ingranaggio, 1972

Il tempo non è denaro, ma è quasi tutto il resto

Ezra Pound, l’ABC dell’economia, 1933

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L’Italia si caratterizza per l’assenza di politiche di conciliazione del tempo di lavoro con il tempo dedicato alla cura di sé e a quello della famiglia (work life balance). Si tratta di un aspetto rilevante del benessere sociale su cui insistono molto il recente Rapporto a cura della Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi e il Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES) promosso dall’Istat.

L’equilibrio virtuoso tra tempo di lavoro e tempo libero è favorito dalla possibilità di utilizzare forme di contratto di lavoro part time. Tale strumento permette anche, durante i periodi di congiuntura economica sfavorevole, di redistribuire il monte ore di lavoro tra un ampio numero di persone, tutelando i lavoratori più deboli ed evitando licenziamenti. Il fenomeno del lavoro part time è molto diffuso nell’Europa del Nord e Continentale, mentre è ancora marginale nei paesi mediterranei. L’Olanda, in particolare, si distingue tra i paesi europei per il maggior ricorso a questa forma contrattuale: circa la metà degli occupati ne fa uso. L’incidenza degli occupati part time sul totale è superiore alla media europea anche nel Regno Unito, Danimarca, Germania e Belgio. Diversamente, utilizzano contratti a tempo parziale solo il 17% dei lavoratori italiani (percentuale di 4 punti inferiore alla media europea), il 14,7% di quelli spagnoli e il 7,7% di quelli greci (Tab. 1). Va sottolineato il fatto che in Italia il ricorso al contratto part time si configura spesso non come una libera scelta ma come una necessità dettata dalla mancanza di posti di lavoro standard a tempo pieno (Istat, 2013, p.97).

Tab. 1: Incidenza dei lavoratori part time sugli occupati totali, anno 2012.

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Fonte: Eurostat

La diffusione dei contratti part time favorisce, come attestano i dati Eurostat, la partecipazione al mercato del lavoro –in specie tra le donne e i giovani –la crescita della produttività e quella dei salari. L’Olanda e la Germania – tra i paesi europei che più incentivano il lavoro a tempo parziale – registravano nel 2012 tassi di occupazione superiori al 76%. Rilevante anche il dato sulla disoccupazione giovanile: nei paesi nordici è intorno al 10%,  la metà di quanto si osserva nella media dell’Eurozona (Tab.2).

Tab.2: Tasso di occupazione e disoccupazione giovanile (15-24 anni), in percentuale, anno 2012.

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Fonte: Eurostat

Viceversa, i paesi del Sud Europa – che si distinguono per un ammontare relativamente elevato di ore lavorate pro capite (Tab.3) – sono anche quelli a più bassa occupazione, soprattutto giovanile. Nel 2012, il 30% dei giovani italiani tra i 15 e i 24 anni non lavorava; in Grecia e Spagna tali percentuali superavano il 50%. Inoltre, in questi paesi la scelta di privilegiare il lavoro full time si riflette negativamente sulla produttività e non paga in termini di salario. In particolare, i salari italiani risultavano i penultimi tra i paesi considerati nella tabella 4, al di sotto anche di quelli spagnoli.

Tab. 3: Ore lavorate all’anno (in media), anno 2012

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Fonte: OECD

Tab. 4: Salari medi annui (in USD, a parità di potere d’acquisto), anno 2012

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Fonte: OECD

L’analisi appena condotta ci porta ad alcune conclusioni rilevanti. I paesi europei che si distinguono per migliori performance in termini di occupazione, impiego dei giovani nei lavori a più alta qualificazione e qualità della vita, sono quelli che hanno implementato politiche efficaci di conciliazione tra tempo di lavoro e tempo libero, come la riduzione degli orari di lavoro. Politiche siffatte hanno consentito la piena occupazione della forza lavoro e non hanno avuto conseguenze negative sulla produttività – che è semmai favorita da forme contrattuali più flessibili sugli orari – né tantomeno sugli stipendi, tra i più elevati dell’area Ocse. Diversamente, le politiche adottate negli ultimi anni da paesi come l’Italia vanno in direzione ostinata e contraria rispetto alle migliori esperienze europee. Nel nostro paese, si è preferito incentivare il lavoro straordinarioattraverso la defiscalizzazione delle ore lavorate in più rispetto a quelle stabilite per contratto – nonostante il già elevato livello di partenza delle ore lavorate in media all’anno. Il contratto di lavoro part time è stato invece disincentivato – adottarlo ha costi elevati per l’azienda e non consente al lavoratore di ottenere un salario dignitoso – oltre a rivelarsi discriminante per i lavoratori che lo scelgono. Infatti, il lavoratore part time vede spesso compromesse le possibilità di ottenere valutazioni positive da parte dell’azienda e avanzamenti di carriera, a prescindere dalla produttività effettiva del lavoratore. Inoltre, le misure prese dai governi italiani negli ultimi anni – ultima in ordine di tempo, l’allungamento dell’età di permanenza sul luogo di lavoro – hanno ridotto le opportunità di inserimento per gli outsider, con effetti rilevanti sull’occupazione. Di conseguenza,  il nostro paese continua a sorreggersi sullo sforzo lavorativo di pochi, mentre una vasta platea di soggetti non partecipa al mercato del lavoro o lo fa nelle varie forme di economia sommersa, senza alcun diritto e sovente in condizioni di sfruttamento.

Si dovrebbe cambiare strada.  Lord Keynes vaticinava,  più di 80 anni fa, una società che – definitivamente affrancata dal problema economico – sarebbe stata capace di trasformare gli incrementi di produttività in maggior tempo libero per le persone, da dedicare alla cultura e ad attività non di mercato ma ad alta utilità sociale come il volontariato[1]. Giorgio Fuà, dal canto suo, invitava gli economisti, i sindacati e i politici delle società affluenti a smettere di preoccuparsi esclusivamente dei modi di aumentare i salari, ma di pensare piuttosto a come restituire soddisfazione al lavoro, attraverso anche un maggior coinvolgimento dei lavoratori alle decisioni prese dall’azienda (Fuà, 1993, pp.107-08).

Le profezie di Keynes e gli auspici di Fuà si sono effettivamente concretizzati in alcune politiche poste in essere dai paesi dell’Europa del Nord e Continentale – si pensi alle varie forme di work sharing  e alla cogestione tra sindacati e padronato nelle imprese tedesche con più di 2000 dipendenti (mitbestimmung)- mentre nel nostro paese le tematiche della quantità e della qualità del lavoro sono state colpevolmente rimosse dal dibattito pubblico.


[1] Addirittura, Keynes sosteneva che – da lì a pochi anni – sarebbe bastata una settimana lavorativa di 20 ore per soddisfare tutti i bisogni essenziali dell’uomo. Le sue previsioni, sottostimate per quanto riguarda la crescita del Prodotto Interno Lordo pro capite (che, dal 1930 ad oggi, si è quadruplicato nei paesi industrializzati, più di quanto si aspettava l’economista inglese, grazie all’aumento esplosivo della produttività del lavoro), sono state drammaticamente disattese per quanto riguarda le ore lavorate. Il caso italiano è emblematico: “il r.d.l. del 1923 fissava in 8 ore giornaliere e 48 ore settimanali il tetto massimo di esigibilità del lavoro; questa disciplina è stata poi sottoposta a revisione dalla legge n.196/97, che ha ridotto l’orario settimanale di lavoro a 40 ore settimanali e 8 giornaliere” (N. e M. Costantino, 2012, p.12)  Una discesa inferiore al 20% in 80 anni! Tra l’altro, nel nostro paese la curva delle ore lavorate è rimasta sostanzialmente piatta dagli anni ottanta ad oggi, a differenza di paesi come la Francia e la Germania (vedi R. e E. Skidelsky, 2012, p.23).

Federico Stoppa