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Il mondo spera, il mondo spara, il mondo spira.” (#Soliloquio)

Benché l’uomo abbia sempre avuto una smisurata capacità inventiva, la sua migliore invenzione è la non-invenzione, l’abilità cioè di trasmettere intatti e immutati da una generazione all’altra i modi fondamentali di fare le cose che egli ha appreso dalla generazione precedente. Il modo di concepire e allevare i bambini, di costruire le case, di pescare i pesci e di uccidere i nemici è identico per la maggior parte dei membri di una società: e questi modelli restano immutati per periodi di tempo relativamente lunghi…

Ora, lo so che ti sembra una cosa lontana, tanto lontana da sembrarti assolutamente normale; e so anche che il meccanismo della conoscenza pre-confenzionata ci salva dal caos e consente il quieto e normale svolgimento della vita quotidiana di tutti i giorni, del riconoscimento quasi immediato dello sviluppo dei rapporti tra di noi. Ma devi anche sapere che esistono le eccezioni, le variazioni, impregnate di inconsuete esplorazioni. La variazione è una presa d’atto, uno schiaffo che ti sveglia dal torpore quotidiano. Quasi come una farfalla, che col suo andamento leggero e spezzettato, ti svela imprevedibilmente nuovi cammini.

Quindi è inutile che ci stai a pensare: siamo nel bel mezzo di una formattazione sociale indefinita; un processo vitale costante e ripetuto che spazza via velocemente tutto ciò che forma. Quella forma per così dire, la stessa che ci consente di vedere il flusso zampillante della vita, muore in un istante, si sgretola dinnanzi alla vita ciecamente irrompente che relativizza ogni sua formazione, che le scetticizza tutte. E dunque lo sviluppo dello spirito è un eterno fallire la verità: “ciò che solo esiste e permane è la non permanenza, l’assoluta verità è che tutto è errore, l’assoluta permanenza è che tutto passa, l’assoluto è che tutto è relativo, l’assoluto è il relativo – chiamare ciò assoluto non è che un giuoco di parole” (Georg Simmel).

E allora, dato che è tutto lì, nella vita che zampillante rifiuta il concetto stesso di forma, immergiti in quella escrescenza, e raccogli le risposte che senti più vicine al tuo modo di essere. Lo so che il cambiamento è come un frastuono, e che le routine le abbiamo inventate fisiologicamente per distoglierci dal pensiero di pensare. Ma noi siamo fatti anche per questo. Ci siamo evoluti e siamo cresciuti grazie a questo. Riusciamo a comunicare oltre l’istinto tramite questo, attraverso il pensiero. E non c’è nulla di più autentico di un’intesa racchiusa in un batter ciglio, perché se è vero che è anche un riflesso fisiologico, può anche diventare altro – per mezzo della passione, della vicinanza, della complicità minuziosamente costruita – può diventare un rapporto sui generis, un codice tutto nostro che possiamo decifrare in segreto, solo io e te…

Quello che alla fine vorrei (semplicemente) dirti è che la semplicità delle selezioni che compiamo continuamente senza neppure accorgercene alla lunga si ingessano, e diventano forme fisse e convinte di sé, e in questo mondo governato da accelerazioni ripetute e repentine, tutto questo, tutto questo arresto nel mutamento del pensiero, non puoi assolutamente permettertelo.

Ed ecco che balza alla mente il rispetto per l’altro. Questo rispetto è senza dubbio una forma sofisticata d’amore, un amore per se stessi tutto particolare. Non è un processo facile. Come tutti i processi d’apprendimento merita costanza, dedizione, scocciature il più delle volte, ma il risultato su se stessi – assieme alla sorprendente dinamica compositiva di linguaggi e saperi che lo imbandiscono – è meravigliosamente appagante. Non basta sbirciare dalla finestra, scostare un attimino la tenda-merlettata-anti-mondo e vociferare “Sì, io ho rispetto!”…No, non funziona così. Bisogna aprire quella finestra, anche quando fa freddo, e bisogna far cambiare aria alla tua stanza, tutti i giorni. Poi, dopo aver saggiato il tempo, scenderai in strada, e percorrerai quel paesaggio visualizzato solo a distanza, immettendoti in quel territorio che non corrisponderà mai alla “mappa”, perché il nome dato ad una cosa non è quasi mai la cosa in sé. E allora bisogna saper veicolare su se stessi la “sensibilità per l’inaspettato”, che non è assolutamente una forma di tolleranza, perché quest’ultima presuppone sempre una sorta di latente prevaricazione sull’altro, come una specie di sentirsi-sempre-di-più. Si tratta, al contrario, di esplorare “fatti nuovi”, cercare “nuove connessioni tra i fatti”, che possono rendere sconosciuti perfino contesti familiari o, diversamente, rendere familiari contesti che a priori consideriamo lontani ed esotici. Si tratta di duro e puro allenamento, mentale e pratico, e sicuramente non concerne solamente il labiale…

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“Il pittore non deve dipingere quello che vede, ma quello che si vedrà.” Paul Valéry

Certo, ogni agire sociale è prima di tutto individualistico, personale e bisognoso delle necessità immediate. Ma queste ultime prendono forma e vivono solo in un senso sociale, che è organizzato e tacito, e permette la sorprendente coordinazione di diversità ed eterogeneità individuali mozzafiato; un bacino inesauribile di risorse preziose… Ecco: è esattamente il tipo di coordinazione sociale vigente che si è andata ad inceppare, che non funziona più, e che vivendo di una formattazione indefinita quanto sfuggente, non rende ai popoli un tipo di giustizia che si avvicina ad una che può essere definita umana. Troppo della ricchezza e delle ultime risorse rimaste viene accumulato in poche mani, sadiche e spietate. E troppo poco, viceversa, rimane sulle braccia di chi, stanco per aver lavorato onestamente una vita, si ritrova a dover combattere ancora, e ancora, solo per strappare un semplice sorriso di benessere alle persone care. Non va bene così. Le opportunità devono essere equamente distribuite. Le possibilità di redenzione personale devono trovare un comune accordo in una collettività che esalta le qualità del singolo, perché uniche e preziose per le assetate e bisognose comunità.

Chi detiene e pratica e preserva quelle qualità deve poterle spenderle localmente, affinché ci sia una ripercussione sana e positiva in senso globale. Pensare globalmente e agire localmente è una strada positiva, ma solo se i contesti in cui la si intraprende riconoscano le risorse dei soggetti, mettendole a sistema, valorizzandole e permettendone uno sviluppo cosciente. Evitando quindi una loro mortificazione, che arriva subito in senso “assistenziale” qualora quelle stesse risorse risultano impoverite e in deficit. Il puro assistenzialismo non serve a nulla, non costruisce proprio nulla: sperpera solamente quei pochi e ultimi aiuti rimasti. Quest’ultimi, al contrario, dovranno essere spesi per uno sviluppo personale e cosciente delle risorse personali, e ciò significa riattivare le risorse latenti dei soggetti, ed espanderle, e immetterle nel circuito di queste nostre comunità così tremendamente sfilacciate di legami sociali.

Non esistono solo le risorse economiche: bisogna estirpare dalla testa questo cancro onnipresente. Non è che solo da questo tipo di risorse si ricavano tutte le altre importanti alla vita. Non è che aumentando a dismisura questo tipo di beni materiali si ottiene poi automaticamente un benessere diffuso, condiviso. È una visione straordinariamente sbagliata questa. Le risorse umane, quelle spirituali per semplificare, creano col tempo anche le prime, ma ci vuole pazienza, lungimiranza, senso di devozione: occorre la canalizzazione di pratiche sane e decenti alla vita buona. Solo così, con il lavoro sociale – nel sociale – per il sociale si può avere la ghiotta probabilità di moltiplicare la ricchezza, una ricchezza fatta di testa e braccia che è però prima di tutto umana.

20140731_200217E dunque, un mondo in continuo divenire, un flusso velocissimo che spazza via ogni traccia appena improntata, e quello che salta fuori evidente da tutto questo tafferuglio informe è il livello di complessità raggiunta, percepita… Tale livello si è talmente intensificato anche nelle piccole cose che ormai la semplicità non sappiamo più nemmeno com’è fatta. Che cos’è la semplicità? Riusciamo oggi a darle un volto? Potrebbe essere uno sguardo d’intesa ricambiato, o una risata spontanea e genuina, oppure un sussurro all’orecchio solo per te, o ancora quel fresco vento che ti accarezza delicatamente, quando sei intento a contemplare gli attimi arancioni del giorno che si nasconde… “O quella grazia bruciante che tutto usurpa e giustifica e che, diversamente dall’anima umana (spesso accessibile a possesso), non è in alcun modo acquistabile, proprio come non possiamo annoverare tra i nostri beni i colori di nubi sfilacciate al tramonto sopra le case nere, o l’effluvio di un fiore che continuiamo a inalare con narici tese, fino allo stordimento, senza poterlo completamente estrarre dalla corolla…” (Vladimir Nabokov)

Quando all’improvviso spunta per qualche miracolo, quella semplicità ci ricorda che ci è mancata un sacco, e che ne vorremmo ancora: si può ancora oggi, con la vittoria e la supremazia dell’oggetto sul soggetto, riprodurla e farla durare? Si potrebbe emulare la complessità delle piccole cose e convertirla, di converso, in meccanismi altamente sofisticati di semplicità?
È piuttosto difficile a mio parere, ma se ci riuscissimo sarebbe una gran cosa: saremmo tutti più pieni e meno vuoti; penseremmo di più e, di conseguenza, ci sporcheremmo di più le mani senza delegare più nulla a nessuno o a nessun oggetto; avremmo più memoria e ricorderemmo molte più cose, aspetto fondamentale della vita che sta pian piano scomparendo; saremmo tante cose in più, sicuramente, per noi stessi e per gli altri, ma soprattutto, saremmo più liberi, liberi e autentici, per apprezzare la colma gratuità del mondo che curiosamente abbiamo a portata di mano, e che ci circonda ancora senza stancarsi mai…

Arrivati a questo punto però potrai benissimo dirmi che non è così, e che le cose non stanno in questo modo. Puoi anche insistere sul fatto che tutto questo, come lo vedo e sento io, non corrisponde davvero alla realtà… Ma proprio qui sta il punto: quella che tu ritieni falsa realtà è la mia percezione, e i filtri con cui tendo a vederla, a sentirla, potrebbero essere sfasati distorti o poco affidabili quanto vuoi, ma sono proprio quest’ultimi che mi permettono di sentire e di provare determinate cose in questo modo; sono proprio queste lenti, questa specie di sensori, che mi rendono me, nel modo particolare in cui esisto e sono al mondo…Perché la realtà per me, così come lo sarà probabilmente anche per te – ma immagino in maniera del tutto diversa, è e sarà sempre proprio questo: una collezione di istanti, catalogati in certo modo e sentiti e avvertiti in una particolare e distinta maniera. Ed è proprio la distinzione di alcuni istanti rispetto ad altri, la mia caratteristica messa a fuoco, e quindi l’importanza che attribuisco ad alcuni piuttosto che ad altri che segnano, e segneranno sempre, il discrimine tra me e te… Si tratta di quello che impatta su di me, di quello che mi colpisce e mi costruisce al contempo. E di tutto questo, di tutti gli effetti che in me produce, tu puoi farci ben poco se non nulla, perché alla fine è semplicemente ciò che sento io, e tu, col tuo essere e sentire diverso, difficilmente potrai cambiarlo… Dunque, quello che possiamo incominciare a fare è imparare a venirci più incontro, a comunicare meglio e a rispettarci di più, verbalmente o anche in silenzio se a volte vorrai, e vedrai che una seppur minima definizione a tutta questa informe-formattazione-in-corso possiamo cominciare a darla, lentamente, e a stenderla consapevolmente assieme, io e te.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

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Emiliano Ponzi

Emiliano Ponzi

In tutti i luoghi e in nessun luogo allo stesso tempo, dicembre 2013

Cara amica, caro amico,

mi occorrono più parole e più parole ancora per descrivertelo, non so come dirti.

Sto cercando di spiegare cosa mi sta passando per la mente in questo preciso momento e tu non lo saprai mai di preciso che cosa in questo momento ci sta passando, se non cerco di rendertelo leggibile, raffigurabile, io, a parole mie, con tutto quanto ciò che sempre in questo preciso momento dovrebbe essere in mio precario quanto tangibile possesso, almeno stando a quello che gli esperti dicono.

Sembra un’assurdità, ma è un esercizio di funzionamento esplicativo tremendamente difficile se ci pensi, al cospetto delle tue orecchie che ascoltano e dei tuoi occhi che osservano, quegli occhi che impercettibilmente cercano anche di cogliere le movenze di quelle sonorità che provengono da quelle mie parole a fatica concatenate e che, guarda caso, si fanno addirittura gesto per venirti in contro, pensa un po’: siamo delle roccaforti di pensiero indipendenti e cerchiamo continuamente di gettare ponti in qua e in là per cercare di farci capire, tutt’al più; ma, in realtà, quando ci capacitiamo per rendere possibile tutto ciò arriva solo una coda di bagliore di quello che la nostra mente ha così ingegnosamente architettato per rendersi fruibile. E questo non vuol dir certo che io ci riesca per davvero a fare tutto quanto questo, sappilo.

Devi cercare di immaginare ponti che si costruiscono per attingere e dunque per accumulare, ma anche ponti per comunicare la risorsa esterna agli altri, ponti che si presuppone, alla cieca, siano possibilmente solidi e stabili, ma anche suscettibili di quelle vibrazioni afferenti il consenso e il dissenso per rimanerci in piedi, sai, non si sa mai, in base ai casi. Non si tratta più di gestire il lineare delle informazioni e renderle altrettanto lineari in uscita, a quel nostro interlocutore diretto o a quella schiera di potenziali interlocutori che sono lì e attendono con occhioni sornioni le risposte alle nostre bizzarre e animalesche movenze. Si tratta, più che altro, di rendere spendibile il concreto funzionamento della nostra mente che pesca alla rinfusa e crea altre connessioni che derivano da altre afferrate in precedenza: parliamo, per farla breve, di connessioni di connessioni che si connettono con un altro tipo di connessioni attivate precedentemente da molto più lontano e sì, lo so, anche tu c’hai ragione, è piuttosto un gran casino riuscirci a cavarci qualcosa, in base ai casi.

E cerca di capirmi però quando te lo dico: un resoconto dettagliato di tutto ciò sarebbe pressappoco impossibile attuarlo, anche se ci metto tutta la premura di questo mondo, e lo sai che, in fondo, e questo spero che riuscirai a farlo tuo, lo sai nel tuo intimo che ti voglio bene.

E dunque collegamenti che si trasformano in verbo, rimandi di parole che disegnano altrettanti mondi paralleli: devo raffigurarti e dipingere, per mezzo di pennelli inzuppati di cerebrale, il caleidoscopio che c’ho in testa per fartelo capire, e devo rendertelo più intellegibile che posso affinché vi sia una presunto incontro conoscitivo tra noi due, qui ed ora, che così a raccoglimento ci studiamo amorevolmente in volto, seduti a dialogo, sorseggiando un tè caldo i cui fumi lenti e ascensionali aleggiano dietro una finestra riparata dal frastuono raggelante di un inverno prorompente.

E devo cercare di fare tutto ciò attraverso quella minuta cassetta degli attrezzi che conosco solo io e che a te è completamente fuori portata, credimi, non so come spiegartelo, perché semplicemente si tratta di attrezzi che so usare solo io, e no so credimi il perché; forse perché vengono forgiati da una formazione esperenziale tutta mia e sola mia, insomma: questo è quello che chiamano la portata individuale, nulla di più. Quello che chiamano “il background personale” cerca di svelarsi e di emergere e di fecondare in pensieri prima e in parole poi, in un miscuglio singolare e sui generis che avrà un suo risvolto reale o immaginifico, o tutte e due assieme se è necessario, sempre in base ai casi.

La mia mente perciò, come la tua di certo (ma posso solo immaginare in quale altra inconsueta combinazione), funziona un po’ come un motore di ricerca, e attraverso immagini e la ricerca di parole e di significati ad esse sottesi è una spugna di ipertesto che rilascia liquidi conoscitivi, e tu mi capirai quando cerco di farti arrivare il mio filtrato afflusso di pensiero, perché è di amorevoli filtri costruiti con la dovuta cura che stiamo parlando.

Devo ogni volta trovare quei filtri congeniali che mi consentono di governare l’ingovernabile, di ordinare la complessità assordante che si fa caos, e si catapulta senza mezzi termini contro di me, e per me, affinché io possa spiegarmi con te. E poi quei filtri che ho fatto miei a fatica devo renderteli più filtrati di prima, e si tratta di un tipo d’amore per l’altro che non tutti proprio riescono a possedere.

L’ascolto attivo è il riuscire a mettersi nei panni dell’altro. L’empatia non è altro che cercare di comprendere quella fatica che contraddistingue il tuo interlocutore, e dirgli poi semplicemente: “Sì ok ti seguo. Ma aiutami anche tu a seguirti perché più in là potrei non poterlo più fare”.

Il mettere nelle condizioni l’altro di emergere e di farsi suo e potersi donare in quei termini così peculiari è tutt’altro che farsi una passeggiata disinteressata: questa è la vera ricchezza del discorso conoscitivo e reciproco. E non importa dove sei, ma importa con chi ti trovi, e se quel tè è ancora caldo e fumante, intervalla tutti quei pensieri e cerca di prenderti una pausa una volta ogni tanto, perché ci vuole molto tempo per collegarti alle connessioni di chi ti sta parlando.

Prenditi quel tempo e attendi, e vedrai che, assieme, i vostri scambi di parole usciranno dal loro recinto e andranno ad immettersi in quei movimenti umani che vedi in questo momento proiettati da quella finestra: perché, se trattati bene e con la massima cura, andranno a suggellare lo sposalizio discorsivo che fa muovere tutta quella gente incappucciata per strada, tutta racchiusa in protezione dal freddo: tutta quella gente che, come te, non vede l’ora di padroneggiare i propri ipertesti mentali al caldo, in compagnia, solo con l’intento finale di dare un seppur lontano minimo contributo alle movenze di tutto quanto il mondo che verrà, assieme.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Sebastian Tory-Pratt

Sebastian Tory-Pratt

La conclamata questione del “fenomeno giovanile” si ripropone, sugli scenari urbani, come vecchia e nuova problematica sociale. Si pensava, infatti, che l’urbanizzazione, in concomitanza con l’aumento del livello della qualità della vita, avrebbe addolcito i costumi e che l’educazione, assieme ad una formazione prolungata, avrebbe allontanato cattive abitudini – spesso pericolose – tipiche degli individui in giovane età. Il paradosso attuale è che gli ordini di fattori crescono insieme.

Considerata, quella giovanile, una categoria di per sé ambivalente, in quanto depositaria di speranze e paure ma anche di problemi e di risorse, tuttavia l’attenzione sociale tende a focalizzarsi maggiormente sulle preoccupazioni, le inquietudini che ad essa fanno inequivocabilmente riferimento: si allude, in prima istanza, alle  «incognite che emergono dal presentarsi all’interno dello spazio sociale di un soggetto politico che si pone progressivamente in posizione di esplicita opposizione nei confronti dei valori riconosciuti e legittimanti dalla società» (Merico, 2002: 5).

Difatti, i riflettori della politica – e del senso comune – si accendono sui giovani segnalando in loro un problema sociale quando i meccanismi di controllo perdono efficacia o, comunque, non sono più in grado di modificarsi in relazione alle trasformazioni sociali. In conseguenza di ciò, vengono attivati tutta una serie di dispositivi atti alla conoscenza di questo mondo, proprio perché ne emerge un problema di governabilità e di controllo del comportamento, ma anche delle potenzialità del mutamento ad esso correlate. In questo senso, quando ci si rapporta alla diversità del mondo giovanile, si coglie appieno la contrarietà dei punti di vista che nascono dalle considerazioni elaborate a riguardo. Infatti, da un lato si sedimentano i timori dovuti alla percezione dell’emergere di una frattura interna alla società, dall’altro questa stessa frattura è ritenuta capace di svolgere un ruolo decisivo nel processo di innovazione, perché – in questa precisa ottica – i giovani sono considerati risorse indispensabili per l’arricchimento della società.

Dopotutto, a prescindere dalla divergenza di tali vedute, e per poter dialogare efficacemente con le nuove generazioni, come sostiene Rinaldi, le istituzioni pubbliche necessitano di una conoscenza accurata delle specificità, delle potenzialità e delle problematiche dei giovani e dei loro stili di vita, in luogo di una visione riduttiva ed omologante che si presta a facili strumentalizzazioni. A questo proposito, infatti, nella maggioranza dei casi, i giovani vengono costruiti e si costruiscono come categoria monolitica, come un gruppo autonomo per differenza da… comportando, in questo modo, lo sviluppo della percezione – divenuta ormai dominante nel senso comune – di una «sostanziale segregazione giovanile, nei tempi, nei luoghi, nelle forme di espressione e di identità» (Merico, 2002: 4).

Per cogliere appieno il perché si è giunti a tale interpretazione, si cercherà ora di approfondire come, con il passare del tempo, e a seguito di significativi mutamenti sociali, la caratterizzazione dell’età giovanile abbia assunto una tale – e questo tipo di – rilevanza nell’immaginario sociale e collettivo. La questione di cosa si debba intendere per giovinezza ha proposto molteplici soluzioni, anche tra loro discordanti, e questo porta ad affermare che non è stata trovata a tutt’oggi – o, come sostiene Merico, forse non si potrà mai trovare – una risposta univoca ed universale al suddetto quesito. In certe situazioni, tuttavia, si opta per soluzioni per così dire temporanee, necessarie – ad esempio – per costruire ed individuare una popolazione di riferimento nell’ambito di una ricerca empirica.

Il problema, infatti, non è esente da difficoltà interpretative: c’è chi ritiene che gli individui diventino adulti per il solo fatto che il tempo scorre (punto di vista biologico); chi invece concepisce il passaggio d’età come una tacca convenzionale definita socialmente (punto di vista culturale/sociale). Per i primi, quindi, basterebbe semplicemente assecondare i naturali ritmi di crescita per consentire il passaggio all’età adulta; diversamente, per i secondi questo passaggio è del tutto contingente, quindi dipendente da qualche variabile sociale o culturale e, per questo, manipolabile. Detto ciò, come sostiene Merico, si può affermare in definitiva che – per linee generali – la giovinezza debba essere intesa in primo luogo come una costruzione sociale: si è giovani perché la società o la cultura alla quale si appartiene individua delle esigenze specifiche e le assegna ad una fase della vita.

Il riconoscimento di una specificità interna all’età giovanile è il risultato di un processo molto lungo, il quale si è determinato – e continua a determinarsi – in maniera progressiva. Tuttavia, è possibile individuare ciò con l’avvento della società moderna e, dunque, nella transizione dall’epoca preindustriale e a quella industriale.

Nelle società precedenti, infatti, per la grande maggioranza di coloro che erano anagraficamente giovani, non esisteva una fase della vita chiamata giovinezza, dotata di caratteristiche sociali definite. La transizione tra l’età infantile e l’età adulta era un processo graduale senza soluzioni di continuità: «i ruoli adulti venivano appresi ed esperiti precocemente quasi sempre attraverso l’imitazione dei modelli familiari o parentali» (Cavalli, 2002: 54).

In queste società pre-moderne, tuttavia, l’assenza della gioventù era riferibile solamente alle classi sociali minoritarie e/o marginali. Difatti, l’attribuzione di determinate caratteristiche a questa fase della vita era una prerogativa – se non un privilegio esclusivo – delle classi superiori, nelle quali la giovinezza si configurava come un periodo di semidipendenza e di attesa: scandiva un processo incrementale del tutto prevedibile, che avrebbe consentito agli individui di transitare nel mondo adulto. Si trattava «di un processo non sempre lineare, anzi pieno di turbamenti, talvolta portatore di conflitti tra generazioni, ma comunque processo nel senso di complesso di pratiche sociali, norme e comportamenti che [avevano] una finalizzazione precisa» (Cavalli, 2002: 57), cioè l’accesso a posizioni adulte appartenenti ai ceti più abbienti.

In seguito, i processi di innovazione caratteristici della società moderna, hanno determinato profonde trasformazioni nella strutturazione dei legami sociali e nelle forme di riproduzione della società. Uno degli effetti più significativi di tali mutamenti sociali è riscontrabile nell’aumento della complessità sociale. Infatti le nuove generazioni, per essere incluse nella società – e per affrontare la complessità che essa comporta – devono acquisire competenze e conoscenze che non sono più tramandate all’interno delle famiglie, ma «diventano l’oggetto di un processo di apprendimento che si svolge all’interno di istituzioni specializzate (le scuole primarie e secondarie, l’università)» (Merico, 2004: 24). Per questo motivo, la giovinezza diviene un periodo specifico della vita, in cui vengono apprese regole e ruoli della società, e si diffonde dagli strati sociali più elevati della popolazione sino ad interessare l’intera società. In un certo senso, viene democratizzata una fase della vita che si estende trasversalmente alle classi sociali.

Gioventù (pellicola) per lubats

Gioventù (pellicola) per lubats

Con la modernità, dunque, nasce una nuova definizione di giovinezza, che trova una propria collocazione strutturale nei processi formativi e nella temporanea esclusione dal mondo del lavoro. In questo modo, la segregazione delle giovani generazioni – nelle istituzioni ad esse dedicate – consente l’emergere di un processo di autoriconoscimento interno alla giovinezza stessa che accresce l’importanza della funzione svolta dal gruppo dei pari, e che sottrae i giovani da una condizione di dipendenza nei confronti dei genitori. Questo processo però, che comporta dunque una sostanziale indipendenza e distanza dei giovani dai modelli culturali dominanti, per la prima volta prevede – ritornando alla questione da cui si è partiti – una sorta di stigmatizzazione del mondo giovanile inteso come problema sociale. A questo proposito, come sostiene Hareven (1976), la scoperta di un’età non è legata semplicemente alle forme di elaborazione del sentire comune, ma deve essere ricondotta alle profonde trasformazioni intervenute nel contesto sociale che, a fronte dell’angoscia indotta dall’incertezza e/o indeterminatezza del mutamento sociale, inducono ad istituire particolari forme di controllo.

Le ricerche condotte in passato sui giovani tendevano, prevalentemente, a rappresentare il loro mondo come un’entità sociale fortemente omogenea al suo interno e, al contempo, particolarmente diversa rispetto alle altre età della vita. «Tale processo di omologazione dei vissuti ha finito per trascurare o, al contrario, per estremizzare le differenze e le diseguaglianze interne al medesimo universo giovanile» (Merico, 2004: 81). Come sostengono più autori, il mondo giovanile di oggi non può più essere rappresentato tramite l’ausilio di tale modello – cioè come una categoria omogenea e coerente – ma bisogna render conto che, per una sua intrinseca complessità, esso manifesta i tratti di un universo eterogeneo e molteplice.

Tale molteplicità, oltre a definirsi in base alle classiche variabili di genere, età, classe socio-economica e appartenenza territoriale, viene dedotta ulteriormente in funzione delle modalità di consumo di beni e servizi, di gestione delle attività del tempo libero, di fruizione dei prodotti dell’industria della moda e della cultura e, in ultimo, di utilizzo delle nuove tecnologie. In aggiunta a tali criteri, secondo Rinaldi, l’eterogeneità dei giovani deve essere ricondotta anche alla loro capacità di negoziazione di una specificità identitaria autonoma, dovuta, nello specifico, alla combinazione – tipica di una società post-moderna – tra le accresciute capacità riflessive del soggetto e l’incertezza e/o l’imprevedibilità del contesto socio-economico. In questo mutato contesto, quindi, «il profilo identitario che ne emerge appare ricco di sfumature contrastanti, dove si alternano capacità di adeguamento ad una realtà che lascia spazio ad infinite opportunità di scelta, con difficoltà palesi a gestire i processi decisionali quando questi si presentano come opzioni esistenziali definitive» (Buzzi, 2007).

Nel merito di quest’ultima considerazione, occorre sottolineare come alcune evidenti trasformazioni della società (vedi fenomeni come: prolungamento generalizzato della scolarizzazione; incremento dei livelli di disoccupazione; diffusione del lavoro precario, permanenza prolungata nella casa dei genitori; differimento della costituzione di un nuovo nucleo familiare) hanno comportato un effetto complessivo di allungamento costante e generalizzato del tempo necessario per entrare a far parte – a tutti gli effetti e definitivamente – del mondo adulto. Il procrastinare continuamente le scelte determinanti che consentono l’accesso al mondo adulto vede, quindi, l’età giovanile odierna non più come un processo che scandisce di per sé delle tappe certe e prevedibili che condurranno a quel mondo ma, diversamente, come una condizione allungata con delle proprie e peculiari caratteristiche. Come sostiene Cavalli «mentre un processo è un complesso di pratiche tese verso un esito prevedibile, una condizione è una situazione di attesa di un esito imprevedibile. Questa imprevedibilità dipende dal numero praticamente illimitato di esiti possibili, alcuni sufficientemente noti (e, spesso, indesiderabili), altri vagamente percepiti, altri ancora del tutto ignoti ma di cui si avverte comunque la remota esistenza» (Cavalli, 2002: 37).

Questa condizione, può essere vissuta dai giovani in modi diametralmente diversi: da un lato può essere subita in maniera passiva; dall’altro sfruttata come opportunità. Il primo caso produce la difficoltà e/o l’incapacità del soggetto di formulare un progetto di vita e, quindi, di cogliere e mettere in atto le strategie per realizzarlo. Nel secondo caso, invece, la possibilità di rimandare il proprio ingresso nell’età adulta è vista, per l’appunto, come un’opportunità di sperimentazione e ricerca di un inserimento atto alle proprie condizioni, per non abbassare il livello delle proprie aspettative. In questo modo si avrà «un confronto attivo con la realtà sociale per renderla trasparente e per tracciare in essa la traiettoria del proprio divenire» (Cavalli, 2002: 59).

In conclusione, come sostiene Rinaldi – in un’ottica di valorizzazione dei giovani e tenendo conto delle trasformazioni che essi subiscono e devono fronteggiare – risulta tangibile il rischio che i giovani diventino sempre più invisibili e si ritaglino spazi sempre più privati per esprimere la loro vera identità. Questo perché – nella maggior parte dei casi e nelle forme di intervento che li riguardano specificatamente – si continua ad ignorare uno scambio e/o una comunicazione che contempli tanto le critiche quanto i molteplici contributi che possono derivare dall’universo giovanile.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Bibliografia di riferimento

Buzzi C., Cavalli A., de Lillo A., 2007, Rapporto giovani: sesta indagine dell’istituto Iard sulla condizione giovanile in Italia, Bologna, Il Mulino.

Cavalli A., 2002, La gioventù: condizione o processo? in Merico M. (a cura di), Giovani come. Per una sociologia della condizione giovanile in Italia, Napoli, Liguori.

Merico M.,

2002, Giovani come. Per una sociologia della condizione giovanile in Italia, Napoli, Liguori. 2004,

2204, Giovani e società, Roma, Carocci.

Prandini R., Melli S. (a cura di), 2004, I giovani capitale sociale della futura Europa: Politiche di promozione della gioventù in un welfare societario plurale, Milano, Angeli.

Rinaldi E., 2008, I giovani tra bisogni, stili di vita e partecipazione in Colombo M., (a cura di), Cittadini nel welfare locale: una ricerca su famiglie, giovani e servizi per i minori, Milano, Angeli.