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Matteo Zannoni

Matteo Zannoni

La precarietà è un giorno pieno di alti e bassi; più bassi che alti. La precarietà è l’imprevedibilità di ciò che ti vuole sempre prevedibile. La precarietà è un’”inedita scomposizione della vita quotidiana”, una permeabilità sconsiderata tra tanti ruoli oscillanti, dove la mescolanza tra vita e lavoro fa saltare irrimediabilmente la dicotomia tra pubblico e privato. La precarietà è un affitto da pagare ogni dannato mese, vissuto come una condanna che è stata emessa senza giusto processo. La precarietà è un guardiano di te stesso, senza volto, che gestisce e controlla ogni tua singola mossa economica.

La precarietà è un tempo senza tempo: non sai mai se hai iniziato da un pezzo o se devi ricominciare tutto da capo. La precarietà è fare tutto purché si faccia qualcosa; o non fare nulla sperando in quel nulla. La precarietà sono due estremi lontani che si somigliano, che si somigliano tremendamente. La precarietà è uno specchio sempre uguale a se stesso, che, nel suo pallore, ha smesso di dire la sua verità. La precarietà sono una massa di giorni infiniti – “giornate “operose” che non hanno mai un vero inizio e una vera fine” – dove, ad un certo punto, uno di loro dà di matto e si diverte a fare il dittatore.

La precarietà sono gli stessi vestiti consunti, gli stessi vestiti per le stesse opportunità mancate, che al prossimo giro cedono, al prossimo lavaggio si sciolgono sicuramente. La precarietà non conosce regole, ma le impara strada facendo quasi sempre a suo discapito. La precarietà sono cumuli disordinati di pensieri accumulati; fiacche idee di ribellione contro un sistema che ridicolizza, sistematicamente, la volontà di emancipazione di soggettività rese infantili (bamboccioni; poco adattabili; viziati; perditempo; etc…).

La precarietà pare un presente senza vie d’uscita, un futuro senza-nome che non sa che farsene di un passato leso: il sacrificio imprudente di un tempo ormai perduto. La precarietà ti scava dentro, e come uno stillicidio ritmato logora, mestamente, la tua sete di certezza. La precarietà è per tutti i soggetti invisibili la vita contemporanea, la severa normalità di tutti i giorni, dove la difficoltà più grande è quella “di fare del mutamento un progetto”. Ma la precarietà è anche la visione spensierata di un giorno normale, scevra di allucinate e sempre complesse preoccupazioni. La precarietà è tutto ciò che devi sentirti dire, e tutto ciò che non vuoi sentirti dire.

La precarietà sono gli interminabili cambiamenti repentini, spazi intercambiabili con frequenti spostamenti di città e nazioni, di lingua e abitudini, con tutto ciò che concerne la conseguente demolizione delle relazioni affettive. La precarietà è la non-riconoscibilità per antonomasia: “instabilità del lavoro e contrattuale, mancato accesso alla distribuzione, mancato accesso alla cittadinanza, carenza di identità professionale, impossibilità di disporre del proprio tempo, tensione verso l’autonomia, scarsa mobilità sociale, iperqualificazione rispetto ai compiti assegnati, incertezza complessiva, trappola della povertà (o, meglio, della precarietà).” Lo stesso termine “precarietà” viene banalizzato, e generalizzato, e da chi dovrebbe essere preso in carico viene invece definitivamente rimosso (vedi Jobs act).

Joseph Wee - Precarious

Joseph Wee – Precarious

Allo stesso tempo però la precarietà è una soggettività numerosa, molteplice, una classe che non è classe in senso classico per via dei suoi contorni sfumati, ma che si presenta come una moltitudine sensata che vocifera una condizione. Condizione, questa, che “esalta il nostro essere sfaccettate creature sociali prima ancora che lavoratori o lavoratrici.” L’utilizzo della conoscenza e del linguaggio, delle emozioni e dei corpi, sono i tratti unificanti che accomunano persone lontane. “Il sorriso del precariato, la sua parola, è la cifra comune, in un supermercato, in un call center, per la badante che si occupa di un anziano, per il ricercatore che affronta l’ennesimo concorso, l’aspirante scrittore, la sex worker.”

L’orgoglio del precariato, la sua potenza quindi, si concentra laddove si rende fruibile una libertà svincolata dalle gerarchie, dalle routine che durano una vita, fatte di orari fissi e di cartellini da timbrare. La cancellazione di questi vincoli conduce ad altri tipi di identificazioni, identità non più reperite sul lavoro ma nella sfera delle forme di vita. In questo modo, infinite possibilità si stagliano sugli orizzonti della precarietà, e questo perché la condizione che la contraddistingue ha nelle sue mani “il possibile accesso massivo alla conoscenza, attraverso processi di formazione sempre più larghi nonché attraverso l’utilizzo delle tecnologie da cui deriva una spinta irreprimibile verso l’autonomia”. Un’autonomia dunque che cresce e si sviluppa, anche grazie all’importante apporto delle nuove tecnologie, che “minimizzano le distanze, aiutano nella presa di parola, approfondiscono le possibilità di rispecchiamento e di collegamento.”

La precarietà, infine, è solitudine esistenziale. Ma è una solitudine attiva, che recita una personale litania per rimanere in vita, per legittimarsi oltre l’indifferenza generalizzata, nominata “solo per contrapposizione (gli atipici)”, e dove lo status di cittadinanza viene svuotato di senso ogniqualvolta slogan semplicistici promettono uno spazio di diritti che, nella realtà disegnata da quegli stessi slogan, non ha modo di esistere.

Ecco perché te ne stai lì seduto, a consumare te stesso, a immergerti nella momentanea pausa dai giochi, contemplando in lontananza le scie spettrali di un tramonto qualunque, e scegliendo consapevolmente di risollevarti un po’, di sentirti meglio, per assaporare, senza interferenze, l’elettrocardiogramma del giorno che muore.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Cristina Morini, Orgoglio precario. Stati impermanenti, Doppiozero, 2015.

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Giulio Bonasera

Giulio Bonasera

A Edna, per i consigli, le suggestioni

Più studio e più verrò pagato meno. Più mi specializzo e più contribuisco a confinarmi dentro una roba che capiranno solamente quei due o tre. Più faccio il bravo e l’onesto, e più le conseguenze delle mie azioni mi remeranno contro. Più sono innocente e innocuo e più c’è il rischio che venga ucciso. Più sono libero – godendo di diritti inalienabili – e più di fatto non lo sono. Più credo di elaborare dei pensieri miei intimi e personali, e più questi saranno il risultato di un incessante rumore di fondo, che ha fatto di infinite immagini scorrevoli il suo disturbo più assordante.

Più cerco il mio silenzio, e più mi ritrovo in mano il suo artefatto. Più credo di essere un cittadino consapevole e più divento un consumatore del nulla, un nulla che assomiglia inequivocabilmente a me stesso. Più mi dicono che – un domani – tutto potrà cambiare, e più questa affermazione nasconderà il suo più sicuro non-cambiamento. Più penso di aver individuato dei colpevoli a tutto questo, e più mi accanisco inutilmente su marionette pagate per farlo. Più mi vedo accerchiato da tutte queste contraddizioni, e più mi rendo conto che devo necessariamente imparare a conviverci.

E allora mi cerco, ma non mi trovo. Cerco da qualche parte un’uscita, e mi rendo mobile, mi sradico, proiettandomi ovunque sia, il posto non m’importa, pur di trovare una spicciola possibilità di lavoro che – dove sono al momento – si è dileguata: se c’è è riservata a quei pochi, ed è (anche) per questo che non mi viene assolutamente offerta. E quindi dovrò iniziare tutto daccapo, mi azzero, che importa, in un contesto che non è il mio, ed inizierò nuovamente a muovermi, piano piano, prima a piccoli passi, poi nuovamente con la mia testa, risvegliando minuziosamente tutte quelle mie singole percezioni che per troppo tempo ho permesso rimanessero assopite. Sì, troppo tempo: è questo il lastrico di vita in cui mi sono lasciato cullare dalla depressione, dove tra un’altalena e l’altra costantemente mi colpevolizzavo, ce l’avevo con me, e dove per tutto questo tempo ho pensato seriamente di non essere all’altezza, di non essere in grado di esperire ciò che le mie sensibilità volevano comunicare al mondo.

Quando finalmente ci riesci, riesci cioè a trovare quel tuo lavoretto semi-serio, che ti dura almeno quell’arco di tempo costituito da quei 3 mesi al massimo “di prova”, in cui sei quasi in grado (forse per miracolo) di pagare l’affitto di casa con i soli tuoi sforzi, senza beneficiare del welfare personale chiamato “mamma e papà”, allora significa che per un po’ puoi stare al caldo, e puoi tranquillamente espellere un po’ di quella robaccia che avevi iniziato ad accumulare su per la tua testa, (inconsapevolmente), in un angolo malriposto della tua mente, e che stava cominciando a crescere talmente tanto da cambiarti letteralmente i connotati: ti stava rendendo una persona che, assolutamente, non vuoi e non ti senti in alcun modo di essere. Ma non si può stare tranquilli. Quella robaccia cresciuta in testa rimane vivida, resta allerta, e a volte si incrosta così cocciutamente che devi fare doppia fatica per rimuoverla.

Giulio Bonasera - How austerity kills

Giulio Bonasera – How austerity kills

Quando potrai dire di averla forse eliminata del tutto, quella brutta robaccia, allora sarà proprio in quel preciso momento che dovrai riattivarti, perché quel contratto di lavoro che avevi così sudato sarà bello che scaduto, e tu dovrai necessariamente (se pensi di voler ancora sopravvivere) incominciare tutto daccapo. Perché le cose cambiano, ed è così che vanno le cose; non puoi farci nulla. Dicono, che se non sei al passo con i tempi, in questo vortice di cambiamento continuo (cambiamento di che? A me sembra sempre tutto uguale), verrai espulso, in un batter d’occhio, senza pensarci, e a nessuno importerà se hai alle spalle quell’esperienza oppure quell’altra, se sai fluentemente questa lingua straniera piuttosto che quell’altra, etc., etc.: devi essere “il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, e quindi devi rendere te stesso una prestazione vivente, devi diventare una persona-prestazione; in una parola: devi essere malleabile, flessibile, pronto a tutto.

In effetti, uno dei tanti problemi dell’attuale lavoro associato alla “generazione ombra” – cioè quella generazione costantemente precaria e a cui è stato rubato ogni brandello di futuro – è che i giovani che le appartengono, e che si affacciano a questo-nuovo-mondo, devono costantemente dimostrare la loro più aperta disponibilità, la loro più “malleabile flessibilità elasticizzata”, senza riserve e a tutte le condizioni iper-immaginabili; devono in questo modo elargire la loro più grintosa ed “esilarante” voglia-di-voler-fare mai posseduta prima, fino all’abbattimento di ogni energia vitale, con disastrose ripercussioni emotive sia sul piano personale che sociale; insomma: devono aprirsi alla più completa predisposizione caratteriale, la quale deve necessariamente saper fare qualsiasi cosa (e anche la più specifica possibile) in breve tempo e in qualsiasi modo, – (in altri termini, devono “imparare a dare il culo”).

D’altra parte, invece, e cioè da parte di chi può dare un lavoro e non ha di questi problemi – assieme a tutta quella gente che, più fortunata, forse non conosce intimamente quelle conseguenze sociali e psicologiche che si celano dietro la prospettiva di un futuro inesistente – non vi è, dicevo, un minimo di apertura motivante, né una specie di minima comprensione empatica; c’è solo l’orrendo ed inequivocabile lascito che, perentoriamente, recita così: “Questo è. E se non ti sta bene tornatene pure a casa, tanto di altri come te ne trovo a palate: qui nessuno è indispensabile.” (Forse non proprio così, ma il concetto rimane quello e imperturbabile). È piuttosto facile rispondere a coloro che saranno già pronti a tacciare tali argomentazioni come “sconclusionatamente lamentevoli”: “la società è strutturalmente mutata in malo modo, e questo modo si è avviluppato soprattutto a causa vostra, e precisamente a seguito di quel vostro dannoso e maledetto pensiero unico”.

Viviamo nell’epoca del cambiamento forzato, di un qualcosa che è costantemente effimero e che non si lascia mai conoscere abbastanza. Anche se volessimo metterci d’impegno, il giorno dopo le nostre “acquisizioni” non varranno più: saranno già scadute (come i nostri innumerevoli contratti di lavoro – se si possono considerare tali). Viviamo in un tempo che è una specie di limbo, un crocevia trafficato a cui non gli è stato assegnato alcun nome. In questa specie di mondo sociale, virtuale e reale allo stesso tempo (non si riesce più a capire dove termina l’uno e inizia l’altro), il prematuro si spaccia per la verità, quella più in mostra, quella più visibile, quella con tanti like; le contraddizioni fanno a gara per essere accessibili a tutti, subito, immediatamente, in streaming: “La fiducia è un atto di fede che diventa obsoleto di fronte a informazioni facilmente disponibili. La società dell’informazione scredita ogni fede. La fiducia rende possibili relazioni con gli altri anche in mancanza di cognizioni precise su di essi: la possibilità di raccogliere in modo semplice e rapido le informazioni è nociva per la fiducia.” (Byung-Chul Han).

In questo modo, la generazione ombra impara a crescere nella disillusione: vive quest’epoca priva di illusioni positive, e comincia sin da subito a contare solo sulle proprie forze. È immersa quindi in un mondo in cui non è quasi più concepibile avere fiducia nel prossimo. Ecco perché avere fiducia in quelle istituzioni che dovrebbero avere il delicato compito di rappresentarla, di parlare per lei, di intervenire concretamente per promuovere e valorizzare il suo futuro (che è anche il futuro dell’intera società, tra parentesi) potrebbe essere poco più che un sogno.

Per risvegliarsi allora da questo torpore, intitolato “La nostra generazione è una generazione sfigata”, vi riporto brevemente un tratto della mia storia, del mio cammino, quello che mi sta succedendo da qualche mese a questa parte. È solo un’esperienza, e come tante altre può gettare luce su cose impreviste:

Vivo all’estero, da quasi un anno, e insegnando la lingua italiana ai miei studenti sto scoprendo tante cose nuove. Per esempio, quanto la nostra lingua sia allo stesso tempo comica, inamovibile, seria, completa, pura, mobile, scanzonata, immaginifica, sorprendente…

Ogni giorno, squarcio una sottile cortina data per scontata per addentrarmi in un mondo pieno zeppo di eccezioni, particolarità, regole smussate da singole situazioni irripetibili, che mi lasciano ogni volta sbigottito scolpendomi in viso un riso sordo; quel riso spontaneo e delicato che mi aiuta tutte le volte a comprendere meglio chi sono e da dove vengo. Un mondo, quello della lingua italiana, davvero allucinato, e che mi pare tanto un mix di personaggi a dir poco incredibili, tutti riuniti assieme per creare inconsapevolmente qualcosa di straordinario.

Ed è questa particolarità esagerata che ci deve rendere orgogliosi. È questa musica sempre nuova, attiva, piena di sali e scendi, ripetuti e devianti, che ci deve rendere orgogliosi di quello che siamo. È questa comunione di alternative sempre possibili che ci deve dare manforte per superare quel buio inesorabile che, da troppo tempo, si è instillato dentro ciascuno di noi, e che non ci permette più di vedere quanto è fortunato, quanto è bello, essere italiani.

Questo per dire che anche nelle situazioni più ingessate, apparentemente più scontate (come appunto insegnare la propria lingua), è possibile cercare una nuova musica, un dettaglio insignificante che può svelare molteplici scenari mai visti, mai attraversati prima.

Giulio Bonasera - Unemployment

Giulio Bonasera – Unemployment

La nostra è una generazione che cambia spesso, anche forzatamente, ma che non ha alcun problema a farlo, perché ormai ci è abituata: abbiamo tutti i mezzi per gestire i cambiamenti più impensabili: ce li siamo costruiti da noi, volta per volta, attraverso le distanze liberatorie e strazianti, per mezzo di quei continui distacchi alle stazioni, grazie a quei lunghi abbracci condivisi negli aeroporti. In più sappiamo re-inventarci: sappiamo vestire diversi panni in luoghi differenti, mantenendo un’integrità e una consapevolezza di noi stessi che finisce ogni volta per arricchirsi. Ogni dannata volta.

Sappiamo come viaggiare leggeri: il viaggio come tema, come trasformazione, e come esperienza personale è diventato ormai parte integrante di una biografia in continuo movimento: lo spazio è diventato relativo e il tempo è un continuo riscoprire se stessi. In questo modo, ci prepariamo ad affrontare meglio le difficoltà che ci presenta la vita, che è diventata complessa e che ogni giorno ci presenta ostacoli “bizzarri” e “innovativi” (eufemismi, chiaro!).

La calma e la stabilità non le diamo mai per scontate, e questo è un gran vantaggio: la nostra unica certezza è l’incertezza, ecco perché riconduciamo tutto alla vita presente, e cerchiamo di dare il giusto senso ad ogni esperienza che viviamo, perché conosciamo perfettamente la loro volatilità, il loro essere delicato, che può rarefarsi senza dir nulla; che può sparire da un momento all’altro senza un perché. E allora viviamo intensamente, conoscendo tante persone preziose che magari un giorno diventeranno degli amici lontani, ma sempre presenti; amici che si connetteranno per te dietro uno schermo freddo, per quando non ce la fai, per quando ti senti solo, per quando hai bisogno di parlare con qualcuno.

Questo vissuto, ci porta a prendere più di petto le situazioni con cui abbiamo a che fare: ci permette di essere maggiormente schietti, sfrontati e sinceri, con noi stessi, e poi anche con gli altri. E in questo modo scopriamo le diversità, quelle che popolano il mondo, quelle che lo arricchiscono continuamente, anche se spesso è il mondo stesso a non rendersene conto, facendo di tutto per dividerle, per separarle da barriere. Abbiamo un modo di comunicare che sì, viene veicolato per la maggior parte del tempo dalle nuove tecnologie, ma è alternativo e sa come comportarsi con la diversità, cercando il modo migliore per interfacciarsi con essa. Se dovessimo un giorno avere dei figli sarebbero molto fortunati ad avere dei genitori come noi: mentalmente aperti a palla, pronti a tutto, e più curiosi dell’inaspettato apparentemente irrilevante.

Per concludere, penso che il tratto distintivo più importante che abbiamo in comune sia proprio quello di voler conoscere al meglio questa massa informe della diversità, di esserne curiosi, oltre che del concetto (facile per tutti) proprio di quella pratica “oscura” che la contraddistingue, e che di primo acchito ci intimorisce, ci spiazza, e ci suggestiona, ma che alla fine ci insegna a conoscere noi stessi dopo aver perfezionato la conoscenza degli altri.

Ecco perché, a lungo andare, sappiamo come coltivare la nostra imperfezione, che significa essenzialmente darsi dei limiti, sapere che non è importante valicarli, quanto invece lavorarci su. Perché non essere troppo rigidi con se stessi è un pregio, ed essere troppo calati nei nostri giudizi porta alla perdita e alla continua disattenzione di ciò che senza saperlo è prezioso, e ci passa accanto.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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JON KRAUSE - Uncertanty and punshment

Jon Krause – Uncertanty and punshment

La nostra è una generazione che per certi aspetti si trova ad affrontare problemi del tutto inediti. I modelli del passato spesso risultano inadeguati e devono lasciare spazio a soluzioni sperimentali. È auspicabile che si dia inizio ad una riflessione collettiva sulla nostra condizione comune, sulla nostra identità e sul significato che vogliamo dare alle nostre vite. Iniziare a pensarsi come una generazione accomunata da esperienze condivise è utile per poter riflettere sulle traiettorie personali di ognuno di noi. Noi giovani dobbiamo iniziare a proporre una nostra visione, sganciandoci dalle rappresentazioni di “bamboccioni” che arrivano da un’altra generazione. Non si tratta di creare una sterile contrapposizione, ma di alimentare una dialettica costruttiva al fine di conquistare un’identità propria.

Filippo Gibiino

A tutti coloro schiacciati sul presente, perché il futuro è un frastuono d’incertezze; a tutti quelli che si barcamenano tra due o più lavori pur di pagarsi un affitto, e conquistarsi così un barlume d’indipendenza; a tutti quei ragazzi italiani emigrati all’estero, che continuano ad elogiare il proprio paese nonostante li abbia cacciati fuori a pedate per mancanza d’opportunità; a tutti quei ragazzi italiani che affrontano le mille difficoltà in patria, e che cercano comunque d’inventarsi qualcosa: a tutti quelli che progettano geniali idee imprenditoriali; a tutti coloro che si muovono in associazioni per risollevare il sociale – un sociale tramortito e inesistente; a tutti quelli che, pur avendo sempre lavorato, non hanno mai visto in vita loro una busta paga; a tutti quelli impegnati nei mille tirocini schiavizzanti, perché, arrivati a una certa, la gavetta è solo una bruta invenzione creata ad hoc; a tutti coloro che studiano ogni giorno, per sé e per gli altri; a tutti i pendolari che si svegliano presto la mattina e tornano a casa stremati la sera; a tutti coloro che svolgono attività invisibili e “fast food”: lavapiatti, camerieri, commessi-col-cappellino-orribile-di-ogni-genere; a tutti quelli che vivono una vita semplice in virtù della complessità che li circonda; a tutti quelli che vivono appartenenze multiple cercando di capire come si fa; a tutti quelli che vengono lasciati soli, ai bordi delle strade, in preda ad una emorragia pubblica, perché non c’è più una visione comune, un senso collettivo che sappia indicargli una via.

Learning to Fly: coping with anxiety in an uncertain world - Gérard Dubois

Gérard Dubois – Learning to Fly: coping with anxiety in an uncertain world

A tutti quelli che non ho nominato, e a tutta quanta la mia generazione, nessuno escluso, perché questa è una generazione con le palle, e voglio dirle grazie, per tutto quello che fa, ogni giorno. Un grazie sconfinato, perché di grazie così ne riceve sempre pochi…

Un sorriso d’intesa a tutti coloro che – ne sono certo – mi capiranno, in questa nostra comune e dilatata nomade condizione; perché se è vero che questo cambiamento epocale ce lo portiamo pesantemente caricato sulle nostre spalle, è anche vero che di tutto questo nessuno ne parla mai: poco spesso siamo nominati e riconosciuti, e proprio per questo pian piano dimenticati, soprattutto da quelli che sono solo bravi a giudicare, o a tacere, e che solo per uno scherzo del destino hanno contribuito consapevolmente a buttarci nella mischia, colpevoli e ignari di quel danno che, così maledettamente egoista, ci avrebbero lasciato in eredità.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Questa lettera è stata scritta da un ragazzo figlio del suo tempo: disoccupato e in costante ricerca di un lavoro, si ritrova nel periodo Natalizio ad avere le sue speranze, i suoi sogni, completamente infranti: in altre parole, sente di aver gettato un po’ la spugna. Così, senza una motivazione logica, decide di fare una cosa che non faceva da tantissimo tempo. Infatti, l’ultima volta che ha fatto questa cosa non se la ricorda proprio più: scrivere una lettera a Babbo Natale. Pur consapevole di essersi deciso a scriverla un po’ in ritardo (non si sa se la lettera arriverà in tempo, visto l’impazzito traffico natalizio), confida che, in un modo o nell’altro, Babbo natale riuscirà ad aprire la sua busta, a tastare la carta e leggere questa sua lettera, perché, in questa, ha cercato di scrivere tutto quello che, per una cosa o per l’altra, non è riuscito a dire a nessun altro in tutto questo suo tempo di frustrazione e di rassegnazione prematura. Per circostanze fortuite, noi abbiamo la possibilità di leggere questa sua lettera…Mi chiedete il perché? Perché, fondamentalmente, c’è stata una violazione della sua privacy, e un postino parecchio ubriaco ha deciso di scartare la sua busta spinto dal piacevole tatto che gli provocava tra le dita, e mosso inoltre da una sua insondabile curiosità di scoprirne l’effettivo contenuto – questo è quanto ci ha riferito (questi ubriachi!). Altre motivazioni non ci sono pervenute, ma questo poco importa: importa solo che la lettera sia stata definitivamente spedita e che, in questo momento, stia viaggiando per arrivare al suo effettivo destinatario: il Babbo dalla barba più bianca che c’è. Ad ogni modo, dato che siamo troppo curiosi come quel postino, e a breve saremo anche noi – ce lo auguriamo – piuttosto alticci, leggiamo insieme cosa ha scritto prima che sia troppo tardi. Forse, in atmosfera natalizia, tutto ciò potrebbe oltremodo interessarci:

Caro Babbo Natale,

non ricordo sinceramente l’ultima volta in cui ti ho scritto una lettera, ma sarà stato parecchio tempo fa. Probabilmente all’epoca pensavo sul serio che tu esistessi, e che scendessi da quella specie di camino (che camino esattamente non era) dove Papà era solito arrostire i polipetti appena pescati; e mi preoccupavo tantissimo per te, non sai quanto, perché la canna fumaria era veramente nera, e quando sbirciavo in su constatavo, assurdamente, di quanto il suo buco in cima fosse davvero piccolo; uno spiraglio di luce. Allora mi chiedevo come diavolo facevi, tutte le volte, a calarti giù da quella sporca angusta strettoia (anche se l’odore dei polipetti arrostiti doveva essere stata una cosa mondiale, dico bene??). Quando ritrovavo però i miei regali sotto l’albero pensavo sempre che eri stato un grande, e per questo mi meravigliavo ogni volta della tua dimestichezza con questo genere di cose. Mi sorprendevo del tuo trasporto, della tua magia: riuscivi, non si sapeva come, a portare a tutti i bambini i loro regali, qualsiasi fosse stato l’ostacolo che te lo avesse impedito.

Col tempo però scoprii che tutta questa magia non era altro che un’elaborata e sofisticata menzogna; che tu in realtà non esistevi per davvero, e che eri solo una figura inventata lì per lì per instillare nei bambini sogni e speranze. Incarnavi, in quei nostri sogni, la consapevolezza di un Babbo buono che dispensava doni a tutti, anche se noi bambini avevamo fatto un po’ i cattivi durante quell’anno. Eri, insomma, quella figura così umana che riusciva a ristabilire, con la sua risata da orco buono, la pace e la felicità in un mondo di ansie e di frenesie: che riusciva, in un certo senso, a ripristinare l’equilibrio ovunque andasse, e ovunque fosse trasportato dalle sue renne – anche qui non si sapeva come – volanti; esattamente come quando, lentamente e in un dolce balletto, cadono i fiocchi di neve ricoprendo tutto: non importa cosa ricoprono ma lo ricoprono e basta, e tutto sembra più bello come un sincero sorriso dalla finestra.

Ormai sono diventato grande e non penso di credere più a queste cose: non penso, insomma, che tu esista per davvero. Nonostante questa mia incredulità però, e la mia ormai tramontata propensione verso questo genere di credenze, ho deciso di scriverti una lettera lo stesso, sperando che in qualche modo (non so davvero ancora come) tu riesca a leggere cosa avevo da dirti per questo Natale.

Forse in questi tempi di crisi ho perso davvero il mio personale trasporto per ogni cosa, mi sento come se fossi in scacco e tutto fosse vano, nonostante i miei tenaci tentativi di creare qualcosa, di dare qualcosa a me stesso e a gli altri. Non so come siamo capitati a vivere questa orrenda situazione, ma so di per certo che quello che provo io lo provano tanti altri ragazzi come me: lo sento da loro, lo percepisco quando vedo i loro stanchi volti, lo vedo ripetutamente nei loro sorrisi spenti. E questi sono gli stessi ragazzi che in passato sono stati bambini, esattamente come me, e credevano ciecamente e incondizionatamente in te, nella magia della speranza che dispensavi ad ogni Natale. Ora, questi ragazzi si ritrovano ad essere dei bambini cresciuti: non solo sono disillusi da quel genere di magia che tu non facevi altro che trasportare con la tua polvere di stelle, ma si ritrovano anche ad essere completamente rassegnati e impotenti di fronte ad un futuro che si prefigurano sempre più come oscuro, sempre peggio, senza alcuna via d’uscita. Forse starò esagerando, forse non è tutto negativo come lo sto descrivendo io, ma è quello che sento, e penso che troverei tanti ragazzi della mia età pronti a sottoscriverlo così, parola per parola.

A dire il vero, non so perché io ti stia scrivendo. Forse perché davvero ho perso tutte le speranze e volevo ancora una volta illudermi. O forse perché, anche non credendoci più, credo nel luccichio festoso di quei bambini che ci credono ancora, in quel poco che basta a farli viaggiare con le loro menti, incredibilmente, da bambini.

Santa_by_jinnyLa crisi d’identità della nostra epoca è parecchio profonda. Probabilmente da lassù, dal Polo Nord, te ne potrai chiaramente rendere conto, avendo sicuramente una sguardo più prospettico e più comprensivo sulle cose. Quello che però voglio dirti, al di là di quello che tu possa realmente fare, è di presentarti nei pensieri di quei ragazzi che vivono brutalmente questa situazione, e dispensare uno di quei tuoi famosi e barbosi sorrisi; e magari anche un abbraccio di speranza, se ti va, perché oggi, più che mai in questo natale, ne abbiamo un estremo bisogno.

Forse sto parlando a nome di tutti impropriamente. Forse ancora una volta starò esagerando. Ma non penso che i ragazzi in generale si sentano utili a far qualcosa oggi. Non penso che siano veramente motivati nel fare quello che potrebbero fare in maniera eccellente; e magari non hanno ancora capito cosa possono fare di concreto perché semplicemente nessuno li riconosce come umane potenzialità; perché, fondamentalmente, nessuno li riconosce, punto. Noi giovani dovremmo essere la risorsa del futuro, il motore del domani che verrà, e invece veniamo trattati continuamente come lo scarto, come un qualcosa che più passa il tempo e più si rendere invisibile. Invisibile a se stessi, prima che agli altri.

E allora ripieghiamo sul falso divertimento, sulle droghe, leggere e pesanti, per dimenticare. Per non pensare. Per staccare la spina da questa realtà: brutta, fredda e brutale… Senza emozione. Un realtà dominata dalle disuguaglianze più marcate. Dai ricchi che diventano sempre più ricchi e dai poveri che diventano sempre più poveri. Da una realtà egoisticamente concepita, che si fa beffa di tutto e di tutti e che acquista ogni dannata cosa al mercato dei consumi, perché solo lì e solo così, oggi, gira il mondo. Il neoliberismo ha sradicato il sociale che ci rendeva uniti, e tutti noi non abbiamo più un’identità solida con la quale interfacciarci, un sentimento condiviso con cui scambiare idee e parole di conforto. Certo, forse siamo dotati di più identità, quelle identità plurali che ci permettono di vivere in una società globalizzata dalle mille possibilità. Ma queste identità pluri-genere non hanno un filo conduttore che le riconduce ad un’unica personalità: il mio carattere, la mia persona che crea e agisce nel mondo non avrà mai una dignità se non gli sarà concessa l’opportunità di averla; se non gli sarà data la possibilità di creare qualcosa per il futuro dei suoi figli. E quindi tutti questi ragazzi spossati si ritrovano oggi a casa, senza fare nulla, senza avere un lavoro da fare e un lavoro che consente loro di autonomizzarsi, di andare via di casa, di avere una propria dignità: quel lavoro che possa redimerli dalla nullafacenza della loro deleteria condizione. Forse tu mi dirai: “Beh, dovrai impegnarti un pochino di più se vuoi ottenere qualcosa. Lo so che attualmente è più difficile di qualche tempo fa, ma se non muovi i primi passi non arriverai mai a nulla: nessuna possibilità piove dal cielo se non incominci davvero a fare qualcosa”… Questa mia immaginaria tua affermazione potrebbe avere un senso, probabilmente, ma non quando i giovani, risorsa preziosa per il futuro, sono completamente lasciati a se stessi; non quando il mondo gliel’hanno consegnato guastato e poi sono pronti a dire “Vedetevela voi, noi non possiamo farci più nulla, e questo è…”.

La verità è che troppe politiche sbagliate sono state fatte nell’ultimo trentennio. Politiche di “sganciamento” e di riduzione dello Stato, nella convinzione che questo fosse il male in terra e che usurpasse le nostre individuali libertà. Si pensò che era meglio lasciare la società senza una direzione da seguire, senza una pianificata programmazione all’alto, perché solo così si potevano realmente realizzare le singole libertà di ognuno: lo Stato-Nazione, la concezione di bene comune, era troppo limitante in questo senso: bisognava cambiare. In America, un gruppo di studiosi di Chicago pensò bene di riesumare delle idee “contro lo Stato”, idee e concezioni che erano state concepite, in origine, da degli intellettuali austriaci. Quest’ultimi pensarono che era meglio limitare i poteri dello Stato, perché avevano troppo vissuto male il periodo tra le due guerre mondiali, e non volevano assolutamente rivivere un ulteriore periodo in cui lo Stato si trasforma in uno Stato dispotico, in un dittatore che si arroga il diritto di “dirigere” e di dettare le sorti della vita di ogni singolo individuo.

Così scrissero le loro idee di Società e, in un primo momento, non se li cacò nessuno. Poi questi giovanotti americani ritrovarono queste scritture e cominciarono a proporle alla nuova politica che avrebbe cambiato il mondo, che lo avrebbe reso più “libero”, più “autonomo”, più capace di creare “ricchezza per tutti”: e come non poteva sposarsi tutto questo con una cultura americana votata al progresso e che celebra lo slogan del “Self-Made Man”, e cioè dell’” uomo che si fa da sé”? E così abbiamo avuto la globalizzazione, che è stata, in un primo tempo, una sorta di americanizzazione, e che, se da un lato ci ha permesso di confrontarci sempre più spesso con tante altre diversità e tanti altri popoli della terra (una figata assoluta!), dall’altro ci ha pian piano prosciugato delle nostre autentiche identità, quelle identità sedimentate nei nostri luoghi, quegli stessi luoghi che abitiamo e attraversiamo nelle nostre vite. E allora per poter sopravvivere a tutto questo dovevamo diventare egoisti, idolatrare il Dio denaro e fregarcene di tutti, proprio di tutti quanti, nessuno escluso, per poter andare avanti e pensare solo a noi stessi.

SantaTwainDetto ciò, io per questo natale non vorrei proprio nulla, te lo dico proprio col cuore in mano, perché, altrimenti, se
cominciassi a chiedere qualcosa poi vorrei troppo. Tuttavia, se ci penso un attimino, su quel che desidero davvero, non penso che sia così difficile ottenerlo: da uno come te poi, tutto è possibile! Ecco, se proprio dovrei avanzare dei desideri vorrei…

Vorrei che le persone fossero un po’ più gentili, le une con le altre, perché è con la gentilezza che si misura il grado di civiltà in una società che si ritiene tale.

Vorrei che si cominci solo a sospettare (solo a sospettare, non a pensare seriamente) che il denaro, e tutto ciò che esso comporta, non è la vera felicità, e che porta solo alla miseria individuale, sempre e comunque: è una cosa che corrode e poi ti rende ancora più misero di prima.

Vorrei che i potenti della terra si rendessero conto di quanto siano soli e spregevoli nelle loro “gabbie” piene di lussi sfrenati, perché le loro fortune, e sono solo fortune (ereditate e guadagnate a discapito di altri), diventano davvero fortune se vanno condivise con gli altri.

Vorrei che si facesse più beneficenza, quella vera, quella anonima, e non solo quella di facciata che si fa solo per avere un tornaconto di immagine.

Vorrei che alle forme si sostituissero di più i contenuti, e che l’apparenza ceda il passo al senso autentico che sempre c’è dietro, bello o brutto che sia.

Vorrei un mondo più uguale, con meno sperequazioni inique che fanno soffrire sempre di più la povera gente, che ha sempre lavorato e che si è sempre spaccata la schiena solo per un sorriso: vorrei più giustizia sociale, dato che ormai è passata di moda.

Vorrei meno televisione e più libri: una biblioteca nella mia città piena di libri.

Vorrei più piazze piene e meno gente che riempie i supermercati.

Vorrei che a tutti i ragazzi fosse data la possibilità di studiare, come è stata data a me, perché lo studio è ricchezza, lo studio è saper leggere il mondo ma è, soprattutto, emancipazione da sé.

Vorrei che fossero valorizzate le nostre distinzioni, le nostre differenze di qualsiasi tipo, di razza, di genere, differenze nei gusti sessuali, perché sono solo le differenze che creano le scenografie migliori: il piattume del gruppo dove tutti sono fotocopie degli altri mi annoia.

Vorrei che si pensasse di più agli altri e meno a se stessi egoisticamente, anche se questa cosa pare una cosa trita e ritrita e, ciononostante, non si riesce mai a fare per davvero.

Vorrei dei veri amici, e non quelli che ti girano le spalle alla prima difficoltà, o quelli ancora che ti sfruttano perché vogliono solo qualcosa per sé (tristezza).

Vorrei una ragazza che vuole viversi una relazione, seriamente e spensieratamente, e non che debba avere sistematicamente paura del dolore che potrà manifestarsi dopo, cioè quando la relazione volgerà al termine: la vita è piena di alti e bassi e va preso tutto il pacchetto se si vuole vivere veramente, altrimenti cedi il biglietto ad un altro e rinuncia al tuo viaggio.

Vorrei che ci fosse più coscienza comune, in un popolo disorientato e ormai allo sbando.

Vorrei che si facesse più politica seria, perché la politica non è un male in sé: parla del nostro futuro. Sono quei poveri che al palazzo credono di avere le risposte per noi che l’hanno svuotata di senso.

Vorrei un mondo più globale, ma più globale in senso umano.

Vorrei che ci fosse più Stato e meno mercato. Lo Stato è la garanzia per i nostri diritti. Il mercato, invece, se non ben regolamentato, è solo la giungla degli egoismi e dell’usa e getta per antonomasia.

Vorrei godermi un tramonto senza preoccuparmi di respirare delle polveri sottili e nocive, derivanti da un inquinamento selvaggio che ha ormai portato al collasso la nostra terra, che è malata e si ribellerà, fra non molto.

Vorrei più amore e meno menefreghismo.

Vorrei più considerazione per gli altri e meno quel via vai di gente che non si considera nemmeno.

Vorrei che tutti i soldi spesi per gli addestramenti militari, per le armi, e per la realizzazione di guerre fossero impiegati per rivitalizzare i paesi che non hanno davvero nulla (tante cose si potrebbero risolvere tramite quegli “investimenti”, che chiamarli in questo modo mi viene il vomito); perché queste pratiche, oltre a disumanizzare e togliere un cervello a chi di mestiere fa il soldato, non portano davvero a nulla, se non alla distruzione e alla morte. Questi addestramenti disumanizzanti non servirebbero neppure a fronteggiare un’improbabile invasione da parte di simpatici extraterrestri venuti da molto lontano: tanto ci farebbero il culo lo stesso.

Vorrei più luoghi e meno non-luoghi.

Vorrei stringere la mano a più persone che posso, perché so che, anche se a prima impatto possono non piacermi, avranno sempre qualcosa di diverso da dirmi.

Vorrei un mondo in cui i giovani contano, perché se ci viene data una possibilità, noi la sapremo di certo sfruttare, e vi renderete conto, voi, poveri padri increduli e sfiduciati e miscredenti – e che vi siete pappati davvero tutto – che noi, seppur con le nostre debolezze, siamo gli esseri al momento più innovativi sulla faccia di questo pianeta. E spacchiamo.

Vorrei, vorrei… Lo sapevo che se ti avessi scritto sarebbe andata a finire così: era da tanto che volevo scriverti tutte queste cose. Ecco perché.

Un saluto affettuoso, e un felice natale anche a te.

Anonimo

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Sangu meu

Il postmoderno è uno storyteller in riva al mare

routine

Per Edna, ad un palmo d’oceano

A casa, da qualche parte…

Ogni giorno è la solita solfa. Apri gli occhi e pensi “Non ho alcun impegno oggi, che mi alzo a fare? A che pro?!”, così cerchi il tuo secondo cuscino, sparito chissà dove durante la notte, e che solitamente abbracci in mancanza d’altro (o di qualcun altro/a?) … A tentoni lo ritrovi, lo ghermisci e te lo avvolgi addosso; concluse queste goffe operazioni, in un calore che non sapevi di poter sprigionare, ti rimetti a dormire. Dopodiché ti alzi, più infuriato di prima, e prepari la tua consueta colazione: un caffè solitario e qualche biscottino, giusto per rimettere in moto le mandibole e il ricordo di un gusto (almeno, a prima mattina, ci si può concedere qualcosa di piacevole). Fatto questo, ti metti a sedere: i tuoi gesti, e i movimenti che ne conseguono, sono diventati tutti così tremendamente automatici. Non sai mai che giorno è: la linea di confine tre ieri e oggi pare l’abbiano abolita. Mentre la tazza fumante di purga mattutina è al tuo fianco, il suo calore si dipana, e con tutta la sua disarmante tranquillità ti svela una routine che è diventata quasi quasi angosciante: uno schermo elettronico, apparentemente inerme, illumina artificialmente il tuo viso, che risulta spento. Sembra che l’unico amico fidato rimasto, che voglia sentire quelle tue elucubrazioni di prima mattina, sia quel povero PC, che soffre ogni giorno con te, gracchiando in continuazione con quelle sue ventole asfissiate per il duro lavoro. Dunque quell’aggeggio, macchinoso e spompato, è diventato – sempre a quanto pare – l’unica tua distrazione, l’unica tua finestra sul mondo, e tu, per questo, non puoi farci assolutamente nulla.

Per mondo intendo un mondo pieno zeppo di opportunità, grondante di occasioni imperdibili, di paesaggi esotici “lontano da qui”; un mondo dove puoi essere finalmente te stesso (l’”essere finalmente qualcuno”, invece, lo lasciamo tranquillamente a qualcun altro – qui assolutamente non ci interessa). Perché se provi un attimino a dare uno sguardo fuori, dalle finestre di casa tua, non penso riuscirai a vedere qualcosa di interessante; forse vedrai uno dei paesaggi più belli sul pianeta terra, pennellato qua e là da qualche simpatica collinetta, o da delle montagne maestose, o ancora dall’inconfondibile eterno movimento del mare… Ma oltre a questo, non vedrai assolutamente più nulla: ogni tanto c’è un anziano passante che sputa in terra e che parla al vento; qualche minuto più tardi ce ne sarà ancora un altro che passa, che saluta anche lui con la manina, e che disquisisce volgendosi ad un autentico deserto sociale: quando a prima mattina non senti più in giro le scorribande di bambini che urlano e si fiondano nelle scuole, vuol dire che è finita; significa, per usare un eufemismo, che il tuo paese è già morto e sepolto, o forse – per essere proprio buoni – è in dirittura d’arrivo, e tu, anche qui, per tutto questo, non potrai farci molto.

Ti riaffacci così a quella finestra che potrebbe darti un input salvifico, un lampo di genio, e “sfogli” prontamente le diverse notizie che si caricano, ad un velocità supersonica, sulle pagine virtuali dei giornali: un eterno disastro. Articoli ridondanti, brutti (con sequele d’immagini di brutta gente sempre ritratta con quegli occhietti pregni di squallide connivenze), deleteri (assieme, gli articoli e quella brutta gente), incomprensibili, che non ti servono praticamente a nulla, se il tuo intento – correggimi se sbaglio – è solo quello di comprendere un tantino come funziona quel mondo che speravi di esplorare. Tutti quegli “specialisti” che scrivono e che parlano per te, e che pretendono di sapere per te, sono solo pagati per appannarti la mente, in misura maggiore di quello che già vivi normalmente – “Un’eccessiva informazione, sembra, è uno dei migliori stimoli a dimenticare”; non dimentichiamolo mai. Allora, annoiato come non mai, controlli le tue email: “messaggi in arrivo”… Nulla. Refresh di pagina, non si sa mai… Ancora nulla.

Sei da mesi su questo tuo atavico PC e avrai inviato una cosa come quaranta, cinquanta candidature, quasi ogni giorno. Il problema fondamentale, che la generazione che ci ha preceduto non potrà mai capire, è che non basta inviare il nostro solito CV, la nostra unica “carta d’identità argomentata” che ci presenterà all’ignoto. No, non basta. Dobbiamo diventare tante persone differenti quante sono differenti le destinazioni che vogliamo dare a quelle nostre candidature: un lavoro massacrante, oltre che ingiusto e auto-denigratorio: una specie di legge razziale verso se stessi (perché, per molte candidature, bisogna necessariamente mentire, togliere deliberatamente qualcosa, ritoccare delle informazioni qua e là, essere meno specializzati e ancor meno formati di quanto siamo realmente, altrimenti, udite udite, “costiamo troppo!”, e nessuno avrà voglia di assumerci). Ma se fosse solamente per il CV, il sacrificio lo si può anche fare: ti prepari una bella cartella e organizzi le diverse tipologie di CV in base ai possibili lavori che cerchi. Il problema ulteriore, come se non bastasse, è che bisognerebbe – per sperare di essere minimamente presi in considerazione – corredare il nostro resume con tanto di lettera motivazionale: in altre parole dobbiamo ridurci ad una pagina sintetica, scriverla ultra-convincente da ogni angolazione (noi siamo fighi, il nostro interlocutore è figo = saremmo troppo fighi se lavorassimo insieme, che ne dici? Si può fare?), e scriverne delle altre, ripetutamente, sempre differenti una dall’altra, per infine aspettare, sì, aspettare, indefinitamente… Aspettare che qualcuno, da qualche remota oscurità, abbia solamente la premura – e l’educazione – di inviare qualche segnale.

Allora, dato che fino ad oggi avrò collezionato decine e decine di lettere, e decine e decine di CV, di volta in volta modificati, differenziati, in base alla pluralità di circostanze che sono venute fuori, ho deciso di inserire – in tutte le differenti versioni del mio CV – il mio ultimo impiego, quello cioè più caratterizzante di tutti; quello che designa, più di ogni altro, la nostra bellissima e perduta generazione: IL LAVORO DEL CERCARE LAVORO. Ma da quando ho deciso di inserire questa mia ultima e fruttuosa e davvero appagante esperienza, le risposte hanno incominciato a scarseggiare ancor di più, se non ad annullarsi, vicendevolmente, come se fosse in palio un tentativo ancestrale di raggiungere affannosamente la mia posta elettronica: tanto era urgente il loro appassionato desiderio di cercarmi e contattarmi che questa loro frenesia le ha estinte tutte, si sono polverizzate in un miasma rissoso, e a me, finora, non è pervenuta alcuna notizia – semmai ne fosse sopravvissuta una. Visti dunque i tratti eclatanti di questa tragedia, che non ha nessunissima intenzione di cessare nel breve periodo, ho cominciato a preparare la valigia e a contattare mondi molto più lontani da questo paese, e la mia casella di posta elettronica, così, dal nulla, ha incominciato timidamente a rinvenire, dopo un lunghissimo stato comatoso: da quelle parti saranno sicuramente più pacati, ho pensato; sapranno certamente organizzare al meglio i flussi delle candidature e, in un paio di giorni, voilà, ecco che ti spuntano le risposte vittoriose che ti riportano la gioiosa notizia di candidature sopravvissute; più risposte di quante ne immaginavi. Incredibile! Con sorpresa, tali risposte risultano molto educate e dichiarano, chi l’avrebbe mai detto, di essere interessate al tuo “inaspettato” (per loro) interessamento: fra non molto nascerà una storia d’amore, pensi stranamente gratificato.

Quello che volevo dire però, preso atto della realtà più vera del vero, è che andare via dal proprio paese non deve essere una necessità forzata, ma solamente una scelta di vita, tutta intimamente personale. Ovviamente quest’affermazione, oltre che scontata, lascia il tempo che trova. E allora, alla luce di queste ultime considerazioni, emerge ancor di più il vivido contrasto generazionale che molti a più riprese negano. Bisogna ammettere che le generazioni precedenti, con le loro azioni sociali volontarie e involontarie, non ci hanno lasciato molto in eredità. Neppure le briciole di quello che potevamo racimolare, a forza di volontà, in questi tempi bui (che dico: “tenebrosi”). A parer loro, sembra quasi normale che, col deserto di possibilità che si staglia all’orizzonte, debbano lasciar partir via i propri figli, lontano da casa, e noi diciamo “complimenti, davvero!” (Una domandina al volo: mi spiegate chi vi pagherà le pensioni? Da dove li andrete a prendere i “vostri” soldi?).

Chris Yakimov - unemployment

Chris Yakimov – unemployment

A tal proposito, ricordo, con una tale nitidezza di emozioni repulsive, una giornata di lezione per i “futuri specialisti della comunicazione pubblica” (cioè io con altri colleghi, i “clienti” di un’università privata ciuccia-soldi), in cui una vecchia sgualdrina (un’improbabile ghostwriter di un sindaco di un paese vattelapesca), venuta ad elargire le sue acclamate esperienze in fatto di vita e di carriera professionale, ad un certo punto incominciò ad agitarsi irrimediabilmente, puntando il dito su ognuno di noi (che in quel caso eravamo un campione altamente rappresentativo dell’attuale generazione giovanile italiana – dato che, in quell’occasione, la nostra provenienza toccava parti diverse della penisola –  per inciso, non ricordo perché iniziò ad accendersi in quel modo contro di noi; probabilmente qualcuno aveva accennato alla disastrosa situazione in cui i giovani d’oggi si barcamenano nella disperata ricerca di un lavoro precario, e da lì, la miccia di un suo perfido tacco, scalpitò!). “Voi non sapete cos’è il sacrificio!”, cominciò convinta. “Siete sempre stati abituati ad avere la minestra pronta, a lamentarvi alla prima occasione… Dovreste smetterla! Imparate ad assumervi le vostre responsabilità una volta tanto, e poi ne riparliamo! Noi, a differenza vostra, ce le siamo sudate le nostre carriere professionali: le possibilità non cadono dal cielo… Non pensiate che per noi sia stato tutto così facile come vi ostinate a ripetere sempre, ecc.” … E continuò così, in questo suo orribile sproloquio, per parecchi minuti buoni. Seguì un’accesa discussione tra le parti, lei contro noi: mai avevo visto una sfida generazionale tanto animata, sintomo palese che, chi ha torto, solitamente sbraita di più.

Ora, lungi da me ogni volontà avvelenata di generalizzare al massimo contro una precedente generazione, che per certi versi adorerò per tutta la vita (anche perché mi ha dato i natali :)), a quella signora, (di cui, non so perché, mentre parlava, ho serbato più il ricordo delle sue labbra voluttuose (!) che tutto il resto – compreso tutto ciò che di inconcludente aveva da blaterare), avrei voluto risponderle che sì, certamente abbiamo anche noi i nostri problemi; siamo annoiati dalla vita, viviamo in un deserto emozionale e, probabilmente, per eludere questo scenario, beviamo un po’ troppo, e forse ci droghiamo di più rispetto a tutte le generazioni precedenti – questa non è una giustificazione, sia chiaro. Solamente ci mancano delle prospettive, quel qualcosa che serve a “dare senso”. D’altra parte però avrei voluto anche risponderle, dal mio finto e acquattato silenzio osservatore (perché il piacere della vita, per me, consiste anche nell’osservare perpetuamente la realtà come un occhio vigile e vitreo), che noi, la nostra attuale e giovane generazione, che vive questi tempi liquidi, post-moderni o dopo-moderni (a seconda delle diverse accezioni e delle differenti scuole di pensiero), probabilmente siamo la generazione più responsabile di tutte le altre, al pari dei nostri nonni che, versando praticamente tutto il loro sangue, hanno liberato questo paese dal male più efferato… Le capacità di adattamento che abbiamo fin qui acquisito la loro generazione (sempre la generazione della ghostwriter) non se le sogna nemmeno, perché semplicemente non sa concepirle. Avrei voluto dirle che noi siamo nati e cresciuti in un mondo altamente globalizzato, ricco di stimoli, influenze diversissime, dove il rispetto per il “meticciato” che ne deriva è per noi pane quotidiano, e che sappiamo più facilmente interfacciarci alla diversità più di quanto sappiano far loro (a volte l’ostinata chiusura mentale di taluni soggetti è disarmante! Per fortuna non sono tutti così: ci sono anche le bellissime eccezioni, i nostri punti di riferimento – come dovrebbe essere normale per giunta); perché altrimenti, se non hai rispetto e non cominci a conoscere “il diverso” sei uno sfigato senza speranza, e non riuscirai mai a sopravvivere in questo mondo (soprattutto sopravvivere a te stesso); e che inoltre, abbiamo imparato a prenderci tutte le responsabilità di tutte le sfaccettature che questo cambiamento epocale poteva comportare, e che ancora comporterà, ad un ritmo velocissimo. A differenza loro, noi preserviamo un più alto grado di dimestichezza con la flessibilità, che per certi versi è a dir poco inaudita. Forse nessuno prima di noi ha cambiato così repentinamente vita da un giorno all’altro e più volte all’anno (solitamente, in passato, chi cambiava bruscamente la propria esistenza era per quella volta e per sempre). Noi siamo dei nomadi, non dei vagabondi che non sanno quello che fanno e non pensano sul dove stanno andando, e siamo fieri di esserlo. Siamo fieri della nostra “poligamia dei luoghi”, che ci consente di stabilizzare un’immagine di noi stessi indipendentemente dalla frammentarietà dei contesti che attraversiamo.

Probabilmente, ci siamo ritrovati a vivere in una contingenza del tutto particolare in cui, come diceva il caro zio Jeremy, in un suo famoso saggio intitolato “La fine del lavoro” (ah! per chi non lo sapesse, lo zio Jeremy fa di cognome Rifkin, ed è un personaggio davvero spassoso! Vi consiglio vivamente di leggerlo ogni tanto, saprà come non farvi schiodare da uno dei suoi lungimiranti saggi!), dicevo, un particolare periodo storico in cui calcolatori e robot sostituiranno sempre di più l’uomo in un numero crescente di settori produttivi; un fenomeno, questo, che non riusciranno ad arginare neppure le professioni emergenti: in questa economia globalizzata ogni Stato dovrà fare i conti con una massa sempre più consistente di disoccupati. Cioè, in altre parole, il lavoro non c’è più, e bisogna assolutamente armarsi di pazienza e pensare a nuove coordinante di senso e, soprattutto, a nuovi “discorsi” su come vogliamo cambiare questa nostra società (quindi è inutile che ci rinfacci di tutto, vecchia sgualdrina dalle labbra voluttuose; sicuramente il vecchio zio Jeremy ne sa più di te!) …

Quando penso a queste cose, a questo tema martellante oltremodo dibattuto che è il lavoro, e malgrado ciò, senza apparenti via d’uscita, penso sempre ad un libricino bellissimo, scoperto per caso in terra veneta, tempo fa. Questo libricino, intitolato “The abolition of work”, mi incuriosì alquanto, poiché riportava come data e luogo di pubblicazione l’anno della mia nascita e la capitale dello Stato di New York, Albany, città che personalmente ho conosciuto e calpestato con fierezza. Coincidenze bizzarre quindi, meritevoli, da parte mia, di un’assoluta attenzione. Il suo autore si chiama Bob Black, e personalmente ritengo che abbia scritto una delle chicche più sensate sul tema-lavoro che io abbia mai letto. Vi lascio al suo incipit, e anche al suo link virtuale (sono davvero poche pagine), in modo tale che, oltre a prendervi una meritata pausa dai vostri ripetuti e vani invii di candidature, possiate deliziarvi con questa brusca e rivitalizzante presa di coscienza.

Il libricino intero, rigorosamente in pdf, lo trovate comodamente qui. Io invece, come già accennato, vi conduco giusto al primo assaggino (grassetto mio)… À bientôt!

Nessuno dovrebbe mai lavorare. Il lavoro è la fonte di quasi tutte le miserie del mondo. Quasi tutti i mali che si possono enumerare traggono origine dal lavoro o dal fatto che si vive in un mondo finalizzato al lavoro. Per eliminare questa tortura, dobbiamo abolire il lavoro. Questo non significa che si debba porre fine ad ogni attività produttiva. Ciò vuol dire invece creare un nuovo stile di vita fondato sul gioco; in altre parole, compiere una rivoluzione ludica. Nel termine “gioco” includo anche i concetti di festa, creatività, socialità, convivialità, e forse anche arte. Per quanto i giochi a carattere infantile siano già di per sé apprezzabili, i giochi possibili sono molti di più. Propongo un’avventura collettiva nella felicità generalizzata, in un’esuberanza libera ed interdipendente. Il gioco non è un’attività passiva. Indubbiamente noi tutti necessitiamo di dedicare tempo alla pigrizia e all’inattività assolute molto più di quanto facciamo ora, e ciò senza doversi preoccupare del reddito e dell’occupazione; ma è anche vero che, una volta superato lo stato di prostrazione determinato dal lavoro, pressoché ognuno desidererebbe svolgere una vita attiva. L’oblomovismo e lo stakanovismo sono due facce di una stessa moneta falsa. La vita ludica è totalmente incompatibile con la realtà attuale. E allora tanto peggio per la “realtà”, questo buco nero che succhia la residua vitalità da quel poco che ancora distingue la nostra vita nella semplice sopravvivenza. E strano — o forse non tanto — che tutte le vecchie ideologie appaiano conservatrici, e ciò proprio in quanto tutte danno credito al lavoro. Per alcune di esse, come il marxismo, e la maggior parte delle varianti dell’anarchismo, la loro fede nel lavoro appare tanto più salda in quanto non vi è molto d’altro cui esse prestino fede. I progressisti dicono che dovremmo abolire le discriminazioni sul lavoro. Io dico che dovremmo abolire il lavoro. I conservatori appoggiano le leggi sul diritto al lavoro. Allo stesso modo dell’ostinato genero di Karl Marx, Paul Lafargue, io sostengo il diritto alla pigrizia. La sinistra è a favore della piena occupazione. Come i surrealisti — a parte il fatto che sto parlando seriamente – io sono a favore della piena disoccupazione. I trotskisti diffondono l’idea di una rivoluzione permanente. Io quella di una baldoria permanente. Ma se tutti gli ideologi, così come accade, sono a favore del lavoro — e non solo perché hanno in mente di far fare ad altri la parte di esso che loro compete — tuttavia sono stranamente riluttanti ad ammetterlo. Continuano a disquisire all’infinito su salari, orari, condizioni di lavoro, sfruttamento, produttività e profitto. Parleranno volentieri di qualunque argomento tranne che del lavoro stesso. Questi esperti, che sempre si offrono di pensare per noi, raramente ci renderanno partecipi delle loro conclusioni riguardo al lavoro, e ciò malgrado il rilievo che esso assume nella vita di noi tutti. Fra di loro arzigogolano sui dettagli. Sindacati ed imprenditori concordano sul fatto che sia necessario vendere tempo della nostra vita in cambio della sopravvivenza, benché poi contrattino sul prezzo. I marxisti pensano che dovremmo essere diretti dai burocrati. I “libertari” da uomini d’affari. Le femministe non si pongono il problema di quale forma debba assumere la subordinazione, purché i dirigenti siano donne. Chiaramente questi mercanti di ideologie mostrano un notevole disaccordo su come dividersi le spoglie del potere. Ma è ancora più chiaro che nessuno di loro ha nulla da obiettare sul potere in quanto tale, e che tutti costoro vogliono che noi si continui a lavorare. Forse vi state chiedendo se stia scherzando o parlando seriamente. L’uno e l’altro. Essere ludici non significa essere incongruenti. Il gioco non è necessariamente un’attività frivola, ancorché l’essere frivoli non significhi essere superficiali: molte volte è necessario prendere seriamente ciò che appare frivolo. Vorrei che la vita fosse un gioco, ma che la posta in gioco fosse alta. Vorrei continuare a giocare per sempre.”

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Di Stefano Tomelleri, docente di sociologia all’Università di Bergamo.

L’ipotesi di questo breve saggio è che nel corso degli ultimi anni una vera e propria ideologia si stia diffondendo in modo acritico e subdolo nei più svariati contesti (educativi, sociali, assistenziali, sanitari, scolastici) della relazione di cura, intesa nella sua accezione più ampia. Educatori, insegnanti, operatori sociali e sanitari spesso denunciano con amarezza la loro totale impotenza e solitudine dinnanzi a una riduzione sistematica del valore delle loro professioni a mero fattore «economicistico». Più precisamente, i tanti professionisti della cura lamentano una progressiva erosione del legami sociali e della fiducia, causata dall’affermarsi di una specifica cultura del legame, che tende a degradare su un piano meramente strumentale e materiale la qualità delle relazioni interpersonali. L’ossessione per il risultato, il budget, la ricerca dell’ultimo tornaconto nel rapporto quotidiano con l’altro, gli incontri fuggenti, frammentati e frenetici sono alcuni dei tratti caratteristici di una ideologia diffusa e proliferante che qui chiameremo il «discorso del capitalista». Molti sono i contesti di vita quotidiana e professionale che possono essere portati a esempio degli effetti dirompenti di questo specifico discorso. Si pensi all’economia finanziaria, ai centri commerciali, alle intemperie consumistiche che invadono gli stili di vita delle nuove generazioni. Ma i luoghi delle relazioni di cura sono ancor più significativi per le loro implicazioni etiche, sociali e politiche. Negli ospedali, nei servizi sanitari, sociosanitari, sociali territoriali, nelle scuole, nella fitta trama di relazioni che compongono il welfare, si sta faticosamente elaborando la necessità di chiarire la natura di questo discorso.

Il «discorso del capitalista» 

L’espressione «discorso del capitalista» è dello psicoanalista Jacques Lacan. Si tratta di un vocabolario preciso che definisce il rapporto degli uni con gli altri, un discorso dello s-legame, della proliferazione della frammentazione e della precarietà della condizione esistenziale e sociale. Il «discorso del capitalista» non riguarda l’economia capitalista, ma una sua specifica interpretazione ideologica, né tanto meno si riferisce a un capitalista in particolare, ma appunto a un’ideologia diffusa nel senso comune, che interpella ciascuno di noi. Dopo due secoli di incontrastato sviluppo, J. Lacan intuisce che il capitalismo non è solo uno dei modi più potenti di trasformare la società, da feudale a industriale, da contadina a urbana, da nazionale a globale, ma è un discorso che può frantumare e pervertire le relazioni umane e gli altri discorsi (scientifico, medico, religioso, educativo, ecc.). Sono i discorsi, infatti, che segnano l’attribuzione di valore al nostro agire, al successo o all’insuccesso dei singoli soggetti e delle loro scelte. Specialmente in una società globale dell’informazione di massa e della conoscenza, l’identità personale, professionale e sociale è messa in crisi dall’informazione di cronaca e dalle proliferazioni di discorsi che vengono quotidianamente costruiti dai mezzi di comunicazione. Eppure, di solito, si tende a ignorare il fatto che quando facciamo un discorso, stiamo parlando del legame sociale che esiste tra di noi, lo stiamo costruendo, difendendo, presidiando. Nessun discorso è neutrale, ma è sempre estrinsecazione di un punto di vista, di un’azione specifica all’interno di un’interazione tra più persone. Raramente si allena la qualità mentale indispensabile per afferrare lo stretto nesso tra le vicende biografiche, gli scenari sociali e i discorsi quotidiani (Goffman, 1969).

Il «discorso del capitalista» è uno di quei discorsi che più di ogni altro impoverisce la complessità del presente e le nostre qualità mentali. Non è possibile in questa sede rendere conto della molteplicità degli esempi possibili in cui si declina il «discorso del capitalista» e i correlati processi di reificazione della realtà; si tratta delle derive dell’utilitarismo, la crisi della gerarchia, la mercificazione, la «liquefazione» dei rapporti e delle regole. Né, tanto meno, è possibile entrare nel merito di quale tipo di capitalismo stiamo parlando. Piuttosto, si può presentare una declinazione originale di questo discorso, attraverso un breve approfondimento di alcuni suoi tratti particolari e delle loro conseguenze sociali.

new-york-officeL’agire sociale ridotto a valore strumentale Esso indica la tendenza a trasformare il valore dell’azione sociale nel pervertimento dell’utile. L’utilità di un’azione diventa il principale parametro di attribuzione di valore, che annulla qualsiasi altra dimensione dell’agire. Bellezza, giustizia, solidarietà, evaporano, assumendo la fumosità retorica delle buone intenzioni. Nella relazione con l’altro diventa prioritario avere un congruo tornaconto e le relazioni sociali tendono ad assumere un valore strumentale.

L’enfasi sull’autonomia individualistica L’individuo e i suoi desideri diventano la misura di tutte le cose. L’agire sociale è sistematicamente ricondotto a motivazioni individualistiche, che considerano la relazione con l’altro un effetto secondario. L’individuo assume i tratti di un soggetto astratto, disancorato dai contesti locali e storici, sempre teso alla realizzazione consumistica dei suoi desideri illimitati e tutti legittimi, fintantoché rimangono confinabili nello scaffale di un centro commerciale. In nome di una non ben definita autonomia individualistica, è realizzabile tutto e il contrario di tutto, secondo la diffusa mentalità che l’individuo deve rendere conto solo a se stesso.

La performance a scapito della fiducia La rapidità e la velocità con cui si ottengono i risultati di successo è un altro valore prioritario dell’agire sociale. Il risultato di un’azione tende ad assumere maggiore importanza dell’azione e delle relazioni necessarie al suo raggiungimento. Ciò avviene spesso a discapito dei rapporti di fiducia e dei rapporti interpersonali. I contesti sociali in generale, e di cura in particolare, richiedono una velocità di esecuzione degli obiettivi imposti o sollecitati che lascia poco tempo per ritardi, eventi gratuiti, momenti di socialità, di ascolto, di condivisione, ecc. Sempre di più, ad esempio, i progetti educativi e sociali sono condizionati nella loro realizzazione dalla logica efficiente del risultato.

La riduzione del sapere a schemi standardizzati Un approfondimento a parte richiede il concetto di standardizzazione che durante gli ultimi anni, nei vari ambiti delle relazioni di cura, ha avuto una diffusione capillare. L’idea standard si basa sulla ferma certezza di poter separare nettamente i parametri generalizzabili, suscettibili di essere misurati e organizzati quantitativamente, come sono tipicamente gli indicatori numerici, dalle interferenze costituite dalle eccezionalità, singolarità o imprevedibilità. Da questo punto di vista, che presiede a una diffusa modalità di separare dualisticamente le scienze naturali da quelle sociali, le idiosincrasie intrinseche agli aspetti biografici, relazionali e culturali degli essere umani vengono messe tra parentesi. L’idea di fondo è che sulla realtà antropologica e sociale non si possa sviluppare una vera conoscenza scientifica, in quanto essa non è riconducibile nei parametri di prevedibilità controllabile, ovvero in una semiotica dell’evidenza dei dati oggettivi, che una mente onnisciente potrebbe cogliere in tutta la loro assoluta trasparenza. La dimensione esistenziale, sociale e antropologica, in questa rappresentazione, viene concepita unicamente in termini di pianificazione, di organizzazione formale e razionale del tempo e degli spazi, che diventano così principi normativi della società, utili a ridurre la realtà a schemi trasparenti, decifrabili e prevedibili che semplificano drasticamente la varietà culturale, religiosa, valoriale della condizione umana. La standardizzazione di procedure in ambito sanitario, ad esempio, è molto spesso chiaramente ispirata all’idea che la realtà sia governabile secondo schemi quantitativi e indicatori misurabili, operando una sistematica rimozione degli aspetti contingenti, casuali e caotici della condizione umana, che sono ritenuti marginali. La metafora del docile robot rende immediatamente il significato che si tende ad attribuire all’ottimizzazione della prestazione di cura. È l’inumano tecnologico riproducibile in modo seriale, dove la dimensione sociale e artigianale del lavoro rischia continuamente di essere ridotta a procedura standardizzabile e anonima (Sennett, 2009). L’umano del gesto tende a essere trasformato in una componente meccanica riproducibile, impersonale, volta alla veloce precisione di un gesto utile e puntuale, che non si deve permettere approssimazioni o improvvisazioni fuori dagli schemi protocollati.

hopper.chair-carLa diffusione di sfiducia e incertezza

L’incertezza diventa una condizione singolare delle relazioni sociali erose dal «discorso del capitalista». La società italiana, così come le altre società del capitalismo avanzato, è orientata a offrire molteplici possibilità di realizzazione personale, professionale, sociale, ma il prezzo da pagare per queste infinite opportunità sembra la diffusione di un’incertezza strutturale ed esistenziale. L’orizzonte di senso in cui viviamo è sempre più orientato a offrire infinite possibilità di scelta, ma le società appaiono incapaci di promuovere le condizioni di sicurezza sociale necessarie per realizzarle.

Una progressiva perdita delle tutele Le infinite possibilità di scelta si scontrano con una realtà selettiva e non sempre solidale. Le biografie individuali sono esposte agli effetti del «discorso del capitalista»: una crescente competizione, una progressiva perdita delle tutele garantite dal sistema di servizi sociali e dei modi tradizionali di interpretare l’azione. Il soggetto del «capitalismo societario» tipico dei primi decenni successivi alla seconda guerra mondiale (cfr. Magatti, 2009) si è emancipato da alcune costrizioni e dallo stato di indigenza economica, scoprendo nuove possibilità di realizzazione dei propri desideri e delle proprie potenzialità. Questo straordinario processo di liberazione soggettiva non era abbandonato a se stesso, perché importanti norme, istituzioni e strutture sociali garantivano alcune sicurezze fondamentali. I diritti di cittadinanza politica, civile e sociale e le garanzie crescenti per le condizioni dei lavoratori, sono stati dei punti di riferimento saldi e utili per pianificare le azioni individuali e per realizzare sempre nuovi propositi. Non si vuole con questo proporre un quadro idilliaco del «capitalismo societario», naturalmente. È fin troppo noto che le sue virtù stabilizzatrici avevano prezzi anche molto elevati. Nella tarda modernità del «capitalismo tecno-nichilista», per usare un’espressione di Mauro Magatti (2009) la situazione è però radicalmente cambiata. I punti di rottura all’epoca moderna sono sempre più distintamente visibili. A marcare una forte discontinuità tra modernità e tarda modernità è stato indubbiamente il processo di globalizzazione. Esso ha segnato una profonda accelerazione della crisi del welfare e della diffusione della concorrenza economica. Il legame tra liberazione dei desideri di autorealizzazione e nascita dello Stato moderno ha mantenuto un’efficacia considerevole fino a quando la mondializzazione dei mercati non ha trasformato in profondità i processi di costruzione delle identità sociali, i piani di realizzazione delle aspirazioni personali, il patto profondo implicito nel legame tra lo Stato, il territorio e i suoi cittadini.

Hopper-Sunday-1926Le politiche preannunciano una vita carica di rischi La competizione interna alle relazioni intersoggettive, la concorrenza nel lavoro, nei percorsi di formazione e nell’accesso all’istruzione hanno reso incerta la capacità degli attori sociali di previsione rispetto alle scelte e alle azioni necessarie per soddisfare i desideri. Nessun sociologo ha espresso questo concetto meglio di Zygmunt Bauman: «L’aleatorietà dell’occupazione prodotta dalla competizione sul mercato era allora, come ancora oggi, la principale fonte di incertezza riguardo al futuro e di insicurezza della posizione sociale e dell’autostima che ossessionava i cittadini. Lo stato sociale cercò di proteggere i suoi sudditi soprattutto da questa incertezza, rendendo il lavoro più sicuro e il futuro più garantito. Ma (…) questo non è più il caso. Lo stato contemporaneo non può più mantenere la promessa del welfare state e i suoi esponenti governanti non hanno più interesse a riproporla. Le loro politiche preannunziano, al contrario, una vita più precaria e carica di rischi, che esige molta capacità di destreggiarsi mentre rende la pianificazione a lungo termine, per non parlare di progetti per un’intera vita, quasi impossibile» (Il disagio della postmodernità, Mondadori 2002)

Questa immagine dell’incertezza inchioda alla precarietà e alla flessibilità cronica, alla paura del futuro, alla disgregazione dei legami sociali e alla crisi delle relazioni di fiducia. Il desiderio di prevedere e controllare il futuro tende a trasformarsi in un’ossessione per la prevedibilità e per la pianificazione, che non tollera l’aleatorietà dell’esistenza e della storia. È quella «vita più precaria e carica di rischi», nella quale la pianificazione a lungo termine si è fatta letteralmente impossibile, ad alimentare negli attori sociali la diffusione endemica di quel sentimento individuale di frustrazione e di rivalsa che altrove ho chiamato risentimento (Tomelleri, 2004). Ciò crea spaesamento, ma innanzitutto sofferenza esistenziale verso un futuro che diventa sempre più difficile da prefigurare, in assenza degli altri con cui immaginarlo (Bauman, 1999).

L’operatore bloccato dal «discorso del capitalista» Quanto il «discorso del capitalista» sia corrosivo del legame sociale, lo si vede dalle riforme del sistema di welfare, dove la relazione di cura è progressivamente ridotta a prestazione seriale in una logica di domanda e offerta finalizzata all’«erogazione». La serialità della cura non ha inficiato la qualità dei servizi – che anzi stanno ottimizzando le proprie procedure alla luce di un ideale diffuso di efficienza tecnica – quanto la dimensione fiduciaria della relazione di cura. La crisi della fiducia tra operatori del welfare e cittadini dipende principalmente dal fatto che il «discorso del capitalista» è prima di tutto un discorso sullo s-legame, mentre le professioni di cura accadono sempre all’interno di un legame sociale e affettivo. Il gesto di cura in un’ottica economicistica tende invece a trasformarsi in un gesto seriale finalizzato a risolvere il disagio in tempi rapidi, mettendo in secondo piano le molteplici implicazioni sociali, culturali e relazionali che rendono il vissuto e la biografia di una persona un caso sempre unico e irripetibile (Illich, 2005).

Un compito di ricomposizione

La serialità dei gesti e delle procedure settoriali parcellizza i contesti sociali in una moltitudine di frammenti individualistici che richiedono un faticoso lavoro di ricomposizione per essere ristrutturati in un quadro concettuale unitario. È come se gli operatori dovessero continuamente ricomporre un puzzle di cui colgono tuttavia solo una minima parte, a causa della moltiplicazione di voci, spesso solitarie (pazienti, famigliari, manager, politici, giornalisti, avvocati, ecc.), e di relazioni s-legate.

L’esposizione a scelte manageriali perverse A partire da una serie di materiali sociologici raccolti nel corso di diversi anni di ricerche e di percorsi di formazione all’interno di strutture di cura, ambulatori di medicina di base, ospedali, aziende sanitarie locali, scuole, comunità per minori, istituti penitenziari, residenze per anziani, ecc. abbiamo constatato che gli operatori hanno spesso la sensazione che le loro attività professionali siano esposte a una serie di complotti e che i loro problemi e difficoltà risentano degli effetti a volte perversi dei cambiamenti organizzativi ed economici imposti dalla classe dirigente o da un sistema aziendalistico in cui non si riconoscono. La loro sensazione è di non riuscire a cogliere un legame sensato tra la vita quotidiana e i cambiamenti che li coinvolgono. Questa sensazione il più delle volte ha una conferma giorno per giorno: il lavoro sociale, l’esperienza formativa e professionale, l’azione terapeutica, sono circoscritte alla loro orbita operativa. I poteri di un professionista della relazione di cura sono proporzionati alla cerchia di persone che frequenta: i colleghi, gli utenti e i loro famigliari. Accade che rimanga spettatore o attore maldestro quando interagisce con gli altri saperi professionali, con i colleghi di altre realtà o ancor di più con i contesti di vita sociale estranei alla sua pratica professionale, tribunali, giornali, talk show, ecc. Secondo il caso, può trattarsi di malasanità, di tagli alla spesa, di riforme regionali, provinciali o locali oppure della diffusione di un virus quasi letale o fantomatico, o chissà cos’altro, alcuni professionisti rischiano di trovarsi immersi in un turbinio operativo, altri rischiano di perdere l’impiego. Ogni operatore sociale, ormai da alcuni anni, si sveglia ogni mattina sapendo che sarà oberato da protocolli, linee guida, ricettari aggiornati, montagne di carta, e che dovrà assistere a una scena primaria che si ripete secondo schemi di routine, a volte privi di senso, dove la sua scrivania è stracolma di richieste urgenti, che più o meno rapidamente aspettano di essere soddisfatte. Si fa sempre più strada la consapevolezza che molte delle trasformazioni avvenute nel passato recente (creazione delle aziende sanitarie territoriali, aziendalizzazione, esternalizzazione dei servizi) trascendono il mondo quotidiano e professionale.

Quale percezione dell’intreccio tra micro e macro? Di solito l’operatore non vede che i suoi problemi sono legati ai discorsi che concretamente si costruiscono nelle conversazioni quotidiane o mediatiche. Non attribuisce il suo malessere o il suo benessere ai discorsi sulla società in cui viviamo, alle teorie più o meno implicite della società. L’operatore (ma anche il cosiddetto «uomo comune»), raramente è consapevole delle complesse interdipendenze tra i discorsi che facciamo, il mondo vitale che abitiamo e le grandi trasformazioni storiche e sociali in cui viviamo. Non dobbiamo meravigliarci se gli operatori sociali e gli altri professionisti della relazione di cura sentono di non poter dominare e comprenderei molteplici mondi frammentati e settoriali in cui si ritrovano freneticamente e ripetutamente immersi. Non è una questione di mere competenze tecniche o cognitive. In questa nostra società della conoscenza e dell’informazione diffusa, i discorsi spesso superano la nostra capacità di assimilarli o di comprenderli nella loro unità. Non è nemmeno un problema legato a una specifica professione, o alle arti della speculazione filosofica, anche se spesso i tanti corsi di formazione tecnici sulla comunicazione esauriscono le limitate energie rimaste.

Nighthawks_by_Edward_Hopper_1942Uno sforzo di analisi critica

Ascoltando i racconti degli operatori abbiamo compreso che il «discorso del capitalista» è il discorso dominante. Non investe solo la dimensione delle pratiche professionali o dell’aziendalizzazione, ma più in generale riguarda l’ordine simbolico delle professioni. Non è l’unico discorso, però. Ciò vale per tutti quei medici, infermieri, operatori socio-sanitari, educatori professionali, assistenti sociali, insegnanti che quotidianamente cercano di discutere diversamente tra loro, con i loro utenti e i famigliari. Il problema è che il «discorso del capitalista» tende all’egemonia, marginalizzando o disgregando altri possibili discorsi sul legame sociale e sulla cura. Per resistere a questa deriva egemonica e ossessiva dobbiamo accogliere la possibilità, inedita rispetto al passato, di riconoscere e coltivare l’analisi teorica come competenza critica. Se vogliamo, possiamo immaginare l’incertezza come la rottura dell’ordine meccanico e seriale: un guasto imprevisto nel docile robot, la possibilità dell’improbabile. Questo sforzo di analisi critica e di immaginazione, non è richiesto solo agli operatori sanitari. Certo, la relazione di cura è forse oggi uno degli ambiti dove il «discorso del capitalista» fa emergere, in modo più crudo rispetto ad altri contesti, le sue spinte disgreganti il tessuto sociale. Eppure, anche al cosiddetto «uomo comune» oggi serve una buona dose di immaginazione relazionale e sociale per cercare una difficile ricomposizione dei molteplici frammenti biografici, spesso fragili e a volte solitari. Se vogliamo un nuovo progetto per il futuro dobbiamo abbandonare la mentalità neoliberistica, manipolatoria e consumistica e metterci alla ricerca di alleanze, sebbene faticose, e di legami sociali solidali, sempre meno scontati.

Fonte: Rivista Animazione Sociale, mensile per gli operatori sociali, N. 247, novembre 2010.

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beachcomber beachcombing - J'accuse

beachcomber beachcombing – J’accuse

Mi sento inutile, sono inutile, mi hanno reso inutile. Tutto il sapere che vado accumulando nella mia vita risulta scomodo, e viene sistematicamente riciclato in qualcosa di stantio, di marcio, da eliminare il prima possibile.

Paradossalmente, chi ha studiato poco o chi conosce lo stretto e necessario, chi non si fa troppe domande, e chi, per carità, opera in settori indispensabili alla macchina-mondo – ma del tutto estranei al  – ed esenti dal –  pensiero che dovrebbe azionarlo, può avere la facoltà o addirittura la capacità economica di comprarsi una casa, di avere una vita indipendente e autonoma. Chi lassù detiene il vero potere ha intenzione di legittimare solo quest’ultimi, perché chi al contrario ha troppo sapere da manifestare, da spendere per gli altri, risulta oltremodo scomodo, e deve essere messo assolutamente da parte: va oscurato… Male che vada in un futuro lontano – e vista la sua caparbia cocciutaggine – verrà arruolato come mercenario pluripremiato e profumato di soldi, un vero e proprio soldato addestrato al sistema economico attuale, e lì il suo pensiero cambierà di conseguenza, il suo cervello verrà estirpato, per essere sostituito con un altro più consono, ritagliato su misura, giusto in proporzione al denaro che gli verrà concesso.

“Lavori solo per poco e fai qualcosa che non ti fa felice”: questo è il sentimento di coloro che si vedono perennemente rassegnati, che hanno da dire molto, ma che tra un po’, molto presto, verranno messi a tacere, e si vedranno uniformati alla flessibilità arrogante e deleteria del mondo che li circonda. Non fraintendetemi: la flessibilità ci dev’essere. L’incertezza e il cambiamento che la contraddistinguono sono la stabilità dei nostri giorni, su questo non si discute. Solo che, dal mio povero e insignificante punto di vista, quella concezione di flessibilità andrebbe concepita e trattata un tantino più umanamente, solo questo.

È tutta un’illusione, un’illusione di segno negativo: ci hanno educato e formato unicamente verso questo tipo d’illusione. Ci hanno fatto credere che la vita sia prima di tutto una guerra cruenta, una guerra di tutti contro tutti, senza pietà. Non ci hanno detto però che quella guerra non è altro che il riflesso giustificato di un sterminio interiore… Troppo spesso siamo stati educati alla malvagità che ci circonda, come se tutto, là fuori, sia costantemente un pericolo che bisogna per forza di cose affrontare: armati fino al collo per essere sempre pronti, preparati meglio degli altri, per sconfiggere il nemico più acerrimo di tutti: noi stessi. Lo stesso linguaggio scolastico, ormai, è inficiato da termini quali “debiti” o “crediti”… Quali assurdità: come se la partita della vita si consumasse (!) interamente tra gli scaffali di un freddo e inquietante supermarket. Non è sempre così. La logica di mercato non può in ogni occasione monopolizzare i nostri preziosi mondi vitali; non può sempre farlo attraverso i suoi più oscuri e beffardi meccanismi: alla lunga ne risulteremo tutti sterili, sterili umanamente. 

Al contrario, l’illusione positiva, quella che ci consente di immaginare, di costruire, di custodire dei segreti per noi stessi, e di creare un percorso desiderabile verso questa direzione, quest’illusione positiva e edificante di mondi possibili altrimenti non esiste più, ci è stata sottratta, ma non ce ne siamo accorti: “Quando è accaduto tutto ciò?” “Dov’è che si trova il punto di rottura?” “Da dove dovremmo ripartire?” Nessuno è in grado di rispondere. È stata completamente sradicata quell’illusione di segno positivo che ci consentiva di agire in maniera costruttiva, quella che ci permetteva di alimentare le care utopie che segnavano i nostri preziosi percorsi personali… Troppo spesso ci hanno estirpato i nostri sogni sul nascere… Nessuno, oggi, è in grado adeguatamente di insegnare la capacità di sognare. È questo che manca: la fervida immaginazione dettata da quei sogni aleatori ma così vividi: gelosi, curati e pieni di vita: la sana e lenta costruzione di una preziosità fatta con estrema cura; quel tatto per il dettaglio che può essere piacevolmente massacrante.

j'accuse 2Fin da quando ha cominciato a narrarsi e ad essere narrata, la storia è sempre stata un cimitero di utopie: ciononostante permetteva un cammino, consentiva di tracciare una direzione voluta o non voluta, ma necessaria; ora, invece, non esiste più nemmeno la storia. Quest’ultima era formata da avvenimenti significanti, importanti o poco importanti che fossero; accadimenti che segnavano dei punti di rottura rispetto ad un prima e a un dopo. Ora invece esistono solo “eventi”, monadi di eventi isolati che spuntano dal nulla, per affascinare ed estasiare, non avendo più con sé né cause a priori né conseguenze a posteriori. Con essi sono andati perduti quegli effetti di significato che potevano donare una luce, che potevano a loro modo creare una consapevolezza interiore, e che dettavano – seppur goffamente – il ritmo, ormai perso, del mondo in cui ci è capitato di vivere. Avvenimenti che non posso essere più chiamati come tali, perché ciò che creano con la loro nascita non fa che sparire nella loro fonte, viene risucchiato immediatamente nel momento stesso in cui si manifestano: sono satelliti privi di senso, che orbitano attorno al loro non-senso fino al punto di implodere in se stessi. Non esiste più una trasmissione di significato, quel saggio mistero che ci veniva tramandato tramite quelle illusioni positive che ci rendevano vivi, curiosi, pro-attivi, costantemente in movimento riflessivo verso noi stessi e verso l’alterità. Oggi c’è una distesa desertica di significato, una cementificazione dell’io che raggiunge una parvenza di felicità solo quando, acquistando un qualsivoglia oggetto, accede necessitante al mercato dei consumi (preferibilmente un oggetto dell’ultimo modello, non sia mai!).

Come si fa a fingere di essere felici in un mondo del genere? Purtroppo la mia testa funziona ancora, e fin troppo bene. Al contrario, sono proprio quelli più convinti delle loro idee che seguono, senza accorgersene, i dettami della massa informe. La pressione sociale è per chi crede di pensare ciecamente con la propria testa. Fra il credere e l’agire, però, c’è un enorme abisso. Bisognerebbe ascoltare gli isolati, quelli che lontano dai riflettori cercano con tutte le loro forze di rimanere al buio, di preservare una propria, seppur maltrattata, interiorità: “Elogio dell’ombra”. Borges era un Dio, un Dio prematuro e poco ascoltato. Anche Dave (DFW) lo è stato, a suo modo. Peccato che fosse un Dio costantemente sotto effetto di psicofarmaci. Se queste “soluzioni” non l’avessero strappato così prematuramente dalla vita oggi sarebbe stato di grande aiuto per tutti noi, per l’intera umanità; avrebbe sicuramente illuminato quelle sacche di buio che è necessario ascoltare, perlustrare, dove, senza pensarci due volte, bisognerebbe sporcarsi le mani…

Oser rêver, refuser de sombrer dans la morosité ambiante, est-ce folie ou lucidité? C’est peut-être bien une forme de courage que de refuser ce système passablement indifférent aux improductifs, aux petits, aux obscurs, aux sansgrade… Un acte de résistance à la schizophrénie d’une société dont le lobe droit ignore ce que fait le lobe gauche. Quel est ce monde qui d’un côté incite sa jeunesse à s’imprégner d’un morne docilité et de l’autre traumatise ses aînés en exigeant à tout bout de champ qu’ils soient porteurs de projets innovants, sous peine de jeter les uns et les autres aux oubliettes? La véritable innovation ne serait-elle pas de ne plus castrer l’imagination de ceux qui voudraient la repenser, la réinventer? Et si la seule manière d’être raisonnable était bel et bien de ne pas renoncer à ses rêves, à ce qu’on est?

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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