Archivio per aprile, 2016

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Il referendum sulle trivellazioni petrolifere del 17 aprile prossimo è un referendum insolitamente pieno, oltre che di contenuti sostanziali immediati, anche di ricadute di più ampio respiro. Il suo sviluppo ci restituisce una rappresentazione sintetica del quadro sociale e politico in cui si inserisce, decisamente moderno e completamente diverso rispetto a solo qualche anno fa.

Per poterlo leggere correttamente è necessario guardarlo con attenzione, allontanandosi dalle visioni semplicistiche che, talvolta, accompagnano i fautori del “sì” o del “no”. Il quesito è tutt’altro che marginale e non ha affatto un obiettivo esclusivamente ambientalista. La posta in gioco è ben più alta e i contorni sociali e politici che vi fanno riferimento sono insospettatamente vasti.

IL QUESITO

In Italia è vietato ottenere nuovi permessi per effettuare trivellazioni, riguardino esse petrolio o gas, all’interno delle 12 miglia marine dalla linea di costa. Il limite (oggetto, nel corso degli ultimi dieci anni, di diverse variazioni) è stato reinserito dal Governo nell’ultima Legge di Stabilità (dicembre 2015, entrata in vigore il primo gennaio 2016), nel tentativo di bloccare l’iter referendario di uno dei sei quesiti proposti dalle 10 Regioni “disobbedienti”. Nel recepire il quesito nell’ordinamento giuridico, tuttavia, il Governo ha anche aggiunto una postilla che prevede che tutte le compagnie già autorizzate possano ottenere una proroga per “la durata della vita utile del giacimento”. In sostanza una proroga infinita.

Con la vittoria del “sì” al referendum si vuole evitare che queste proroghe rimangano attive e che tutte le concessioni, come nei Paesi in cui esiste il diritto, abbiano scadenza certa, coincidente con quanto stabilito all’atto della concessione. Insomma, tutto come prima, ma con il limite delle 12 miglia in più.

Tra l’altro, la sopravvivenza del quesito non è dovuta all’intestardirsi dei proponenti ma a un preciso volere della Corte di Cassazione che, nel riesaminare i quesiti alla luce delle modifiche effettuate dal Governo in Legge di Stabilità, ha ritenuto che tali modifiche “non accoglievano in pieno lo spirito referendario”.

COME SI E’ ARRIVATI AL REFERENDUM

A proporre ben sei quesiti referendari[1], a settembre 2015, sono 10 Regioni (Basilicata, Puglia, Abruzzo, Calabria, Campania, Molise, Marche, Sardegna, Veneto, Liguria) spinte dal Coordinamento Nazionale No Triv (una rete di comitati territoriali informalmente organizzata in ambito nazionale) e da oltre 200 associazioni, movimenti e comitati.

E’ un incontro atipico, ma potenzialmente storico. I comitati chiedevano un referendum sulle 12 miglia per cercare di bloccare l’iter autorizzatorio di alcune compagnie petrolifere, ormai prossime a divenire operative. Erano i giorni dell’ampliamento di Ombrina Mare, al largo (mica tanto, 5 miglia…) delle coste abruzzesi.

Ma alcune regioni chiedono di allargare la materia referendaria a una serie di altre questioni strettamente collegate, che riguardano il famigerato “Sblocca Italia” (D.L. 133/2014 convertito con Legge 11 novembre 2014, n.164 e successive modifiche) che, nella parte dedicata alla materia energetica, prevede una serie di semplificazioni e di accelerazioni per completare l’iter di concessione di una serie di grandi opere. Tutte semplificazioni che, ovviamente, tendono a esautorare i poteri delle Regioni e riconsegnarli nelle mani dello Stato, di fatto anticipando la Riforma del Titolo V della Costituzione e indebolendo i “poteri concorrenti” tra Stato e Regioni previsti nell’art.117.

Pur con punti di vista differenti, l’incontro è propizio e il 30 settembre i sei quesiti vengono presentati presso l’Ufficio centrale per il referendum della Corte di Cassazione.

Il 26 novembre 2015 la Corte di Cassazione, senza alcuna modifica, dichiara regolari i quesiti, che vengono trasmessi alla Corte Costituzionale, cui spetta il parere definitivo.

E’ a dicembre, invece, nell’ambito della discussione della Legge di Stabilità, che si consuma l’intervento governativo. Attraverso la proposta di un maxi-emendamento proposto dalla maggioranza, tre quesiti vengono pienamente accolti, uno (quello oggetto di referendum il 17 aprile) viene accolto “indebolendone lo spirito”, due vengono elusi attraverso l’eliminazione della materia giuridica.

E’ il caso, ad esempio, del quesito sul cosiddetto “Piano delle Aree”, uno strumento di pianificazione energetica intermedia che prevede un tavolo di concertazione tra Stato e Conferenza Unificata delle Regioni, nel determinare la riorganizzazione geografica degli interventi. Previsto, per ragioni tecniche, nell’ambito dello “Sblocca Italia”, attraverso il referendum sarebbe divenuto uno strumento concertativo vincolante e avrebbe riguardato tutto: trivellazioni su terraferma, in mare entro le 12 miglia, in mare oltre le 12 miglia. Eliminandolo, a partire dal primo gennaio 2016, dall’ordinamento giuridico, il Governo decreta la morte del quesito referendario collegato e lascia il Paese nel far west giuridico per quanto riguarda le autorizzazioni.

La Corte di Cassazione non può far altro che prenderne atto: il Piano delle Aree non c’è più, non si può svolgere un referendum su un elemento giuridico che non esiste. L’argomento politico è boicottato.

UN QUESITO IMPORTANTE

Solo il quesito, visto alla lettera, ha una serie di ricadute importanti.

Il primo punto è una questione giuridica ma, andrebbe specificato, di civiltà minima: in un Paese civile i contratti hanno una scadenza. Non si comprende perché, se lo Stato firma un contratto d’affitto con una compagnia (perché di questo si tratta), questo contratto possa poi essere prorogato all’infinito. Una norma talmente illogica che, tra l’altro, sarà sicuramente oggetto di procedura d’infrazione in ambito UE ma che, fino alla conclusione della procedura e salvo uscire indenne dal referendum, avrà sanato diverse situazioni in bilico[2].

NoAuthorIl secondo punto riguarda la domanda: “Ma perché accanirsi con le proroghe se nuovi “buchi” non sono comunque permessi entro le 12 miglia? Una domanda fin troppo tendenziosa, dato che, con le proroghe, le compagnie autorizzate potranno comunque procedere a nuove trivellazioni secondo quanto previsto nel programma lavori già autorizzato. E il programma lavori di Vega B a sud di Gela in Sicilia (una delle più grandi piattaforme italiane) prevede 8 nuove perforazioni, quello di Rospo Mare in Abruzzo altre 4. Solo per fare un esempio. In caso di vittoria del sì, questi ampliamenti non sarebbero più possibili.

Terzo punto è la ridiscutibilità, politica e giuridica, del limite delle 12 miglia. Senza un referendum popolare che si esprima chiaramente su questo limite (che diventerebbe, dunque, per effetto della volontà popolare espressa tramite referendum, inviolabile giuridicamente per diversi anni), nulla esclude che il Governo possa ridurlo o cassarlo, con un semplice decreto legge, già dal 18 aprile. E sì… perché oggi ci raccontiamo che questo limite è stato inserito pur di “accontentare” (=far saltare) il referendum, ma tecnicamente non vi è collegamento alcuno. Una norma svincolata dalla volontà popolare con una legge si inserisce, con un’altra legge si elimina. Anzi, se è proprio la scarsa partecipazione del cittadino a un referendum popolare a dimostrare il disinteresse sul tema, eliminare quella norma è ancora più semplice. Dal punto di vista governativo, un disegno diabolico.

Niente male per un quesito che ci vogliono vendere come “marginale”.

PRINCIPI MINIMI DI POLITICA ENERGETICA

Ma cosa c’è, nei mari italiani, entro le 12 miglia?

Oggetto del referendum sono 44 concessioni entro le 12 miglia (ogni concessione ha più piattaforme), riguardanti gas e petrolio, concentrate prevalentemente nell’Adriatico (soprattutto al largo di Emilia-Romagna, Molise ed Abruzzo), nello Ionio e nel sud della Sicilia.

Nessuna di queste sarebbe oggetto di morte istantanea dopo il referendum: pur rimanendo senza proroghe per effetto della vittoria del sì, la prima concessione scadrebbe nel 2017, la maggior parte fra 5 e 10 anni, l’ultima addirittura nel 2034. Salvo che quelle in scadenza non abbiano richiesto proroga prima del 31 dicembre (di 5 o 10 anni).

Entro le 12 miglia viene estratto un quantitativo pari al 9,87% del petrolio estratto in tutta Italia e il 26,28% del gas. I numeri diventano impietosi se paragonati ai consumi: le estrazioni di petrolio (sempre nelle 12 miglia) coprono lo 0,8% dei consumi italiani, le estrazioni di gas quasi il 3%.

E questo perché?

Perché l’Italia non dispone di risorse minerarie sufficienti per coprire interamente il proprio fabbisogno energetico, ed è costantemente esposta verso l’importazione di quanto necessario.

La tanto desiderata “indipendenza energetica” sarebbe garantita per poco più di due anni se fosse possibile, magicamente, estrarre tutto il petrolio e il gas presenti nel nostro sottosuolo (tutto, non solo nelle 12 miglia), sia in mare che su terraferma. Operazione tecnicamente impossibile.

Nel bilancio “rischi – benefici” dell’operazione, dunque, non sembra molto logico mettere a rischio l’intero ecosistema del Mare Adriatico per un’operazione di così corto respiro, anziché prepararsi all’altrettanto complicato periodo di transizione energetica che anche l’Italia ha sottoscritto, a Pargi, nell’ambito della COP21[3], e che prevede una progressiva diminuzione della dipendenza dalle energie fossili a favore delle energie rinnovabili. Un percorso (va detto) lungo, complesso, articolato e che non può prevedere l’abbandono immediato del gas naturale, ma che dovrebbe essere perseguito con maggiore urgenza soprattutto dai Paesi energeticamente esposti. Come l’Italia appunto.

Il respiro diventa cortissimo se si considera l’aspetto spesso trascurato in tutti i confronti: le compagnie, dietro pagamento di royalties (ridicole, le più basse in Europa e tra le più basse nel mondo) divengono proprietarie di quanto estratto, per poi rivenderlo nel mercato… e molto spesso all’estero (è il caso del petrolio della Val D’Agri, stoccato a Tempa Rossa per poi giungere al porto di Taranto per salutare l’Italia). E ammesso che l’Italia voglia sfruttare quelle risorse, le deve ricomprare. Insomma, le compagnie non estraggono per l’Italia, ma per (lecitissimi) interessi privati.

Le royalties? In mare sono pari al 7% del valore del petrolio estratto. Che si pagano, però, annualmente, solo dopo il raggiungimento delle 50.000 tonnellate, altrimenti la compagnia non paga nulla (e molte compagnie, infatti, regolano la propria estrazione in base a questo dato). E persino quel 7% è un dato falsato, perché dopo quella soglia vi è uno sconto di 40 euro a tonnellata, e vi sono ulteriori defiscalizzazioni.

Il Paese più vicino a noi in termini economici sarebbe stato la Croazia, che chiede il 10% senza esenzioni iniziali. Dettaglio non di poco conto: se in Italia, dopo 50.000 tonnellate, la compagnia deve ancora cominciare a pagare, in Croazia dovrebbe aver già versato 720.000 euro dopo 32.000 tonnellate. “Dovrebbe” perché, nel frattempo, la Croazia ha bloccato tutti i piani di espansione petrolifera in mare.

A chi è strategico tutto questo? All’Italia?

UNO SCONTRO (INSANABILE?) TRA STATO E TERRITORI

Ma perché all’improvviso (prima volta in Italia) dieci Regioni chiedono un referendum che si esprime deliberatamente contro l’indirizzo del Governo? Cosa ancora più paradossale se si pensa che sette di quelle regioni sono governate da maggioranze a guida PD, lo stesso azionista di maggioranza del Governo.

Il referendum del 17 aprile è in questo senso un referendum “moderno”, in grado di incarnare lo scontro, vivido e feroce, tra autonomie dei territori e centralismo autoritario. Dicotomia in questo momento insanabile, incapace di arrivare a una mediazione che pure, in passato, era stata raggiunta.

Non è un referendum di destra contro sinistra, di diverse visioni ideologiche del mondo (anche se vogliono venderlo come tale), ma è un referendum sulla democrazia e sulle modalità del suo esercizio, in un drammatico scontro tra scelte che vengono dall’alto e scelte che nascono dal basso. Drammatico perché tale “scontro” non è visibile al cittadino che, anzi, lo ignora e pensa di trovarsi in un semplice confronto su un tema ambientale.

Nella società moderna, invece, i gangli politici di collegamento si sono rotti, e tale rottura rischia di diventare irrimediabile. Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, diventa (persino suo malgrado) uno dei simboli della battaglia, e non può fare diversamente pena il disconoscimento di rappresentante del suo territorio – riscontrando, tra l’altro, il supporto dell’enclave politico della sua regione. Ma, nella sua stessa formazione politica, il parere cambia non appena si innalza il ruolo politico rivestito: così, esponenti pugliesi qualche anno prima fervidi militanti contro le trivelle, mettono il naso nel Parlamento e diventano tiepidi. Se entrano nel “cerchio magico” del governo, diventano addirittura astensionisti, sostenitori del boicottaggio al voto verso il 17 aprile.

La motivazione addotta per tale cambiamento di opinione è che le Regioni e i territori, in questi anni, hanno solo ostacolato il percorso delle grandi opere pubbliche, opponendosi a ogni scelta che avesse ricadute territoriali. Cosa non del tutto falsa, ma che non può giustificare la definitiva rottura di ogni rapporto. E che non può valere nel caso di specie: le concessioni per la ricerca ed estrazioni di idrocarburi non sono opere pubbliche, ma concessioni a privati, per fini privati.

Il referendum entra di traverso in questo ferreo sistema, cercando di riproporzionare gli equilibri saltati. Ha svolto un’azione splendida, intercettando tecnicamente quel dissenso che non è più nelle piazze. Le comunità territoriali, di destra di centro e di sinistra, si ritrovano compatte nel rivendicare il diritto a – quantomeno – esprimere un pensiero sulla politica energetica. Non un “no” a priori, ma l’apertura di un ragionamento politico. Raggiunto il quorum, sarebbe la prima vera azione in grado di indebolire il pavimento su cui cammina il Governo, che risponde a precise logiche di accentramento del potere in ambito nazionale e comunitario.

La sfida è lanciata. Ma il terreno referendario si basa sulla fiducia del cittadino verso gli strumenti della democrazia diretta e sulla sua volontà di difendere la dignità territoriale: ci crede ancora? Gli hanno spiegato che la posta in palio è così alta?

Domenico Sampietro

Tra i cofondatori, nel 2009, del Comitato “No Petrolio, Sì Energie Rinnovabili”, che nasce per combattere contro la richiesta della compagnia Northern Petroleum di effettuare attività di prospezione petrolifera nel mare Adriatico, al largo delle coste pugliesi. Segue una costante attività contro l’aggressione petrolifera in corso in tutto il sud Italia.
Il 21 gennaio 2012 il Comitato organizza, a Monopoli, la manifestazione “La Puglia scende in piazza a difesa del proprio modello di sviluppo”, prima manifestazione unitaria fra i diversi comitati territoriali, cui partecipano circa 20.000 persone. A settembre 2015 il Comitato, aderente al tavolo del Coordinamento Nazionale No Triv, è tra i promotori del referendum “no triv”, per cui si voterà il 17 aprile 2016.

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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[1] Focus sintetico sui sei quesiti referendari: http://www.notriv.com/2015/10/17/verso-il-referendum-focus-sintetico-sui-quesiti-referendari-no-triv/

[2] Il Mise e le proroghe scadute, sanate in Legge di Stabilità: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/12/trivelle-concessioni-scadute-il-ministero-ignorava-le-richieste-di-proroga-e-le-piattaforme-continuavano-a-operare/2631178/

[3] L’accordo finale della COP21, sottoscritto anche dall’Italia: http://www.qualenergia.it/articoli/20151212-l-accordo-sul-clima-un-disastro-o-un-successo-insperato

European-Union-flag

Tra gli argomenti più usati (e abusati) dalla grande stampa italiana nella sua crociata quotidiana contro la Casta politica, c’è sicuramente quello della mancata spesa dei fondi comunitari, specie nel Meridione. Un generoso dono di Bruxelles agli italiani, che però quest’ultimi, per corruzione e incapacità congenite, non sarebbero in grado di impiegare per promuovere quella “crescita” del PIL continuamente invocata. Peccato che lo storytelling mediatico non regga al rigoroso fact checking che Romina Raponi svolge nel libro Finanziamenti Comunitari. Condizionalità senza frontiere. La finta solidarietà dell’unione europea (Imprimatur, 2016). Non solo l’utilizzo dei fondi europei da parte dell’Italia è in linea con gli altri Paesi della Ue; ma nel 2014  l’Italia risultava anche un contribuente netto della Ue per ben 7 miliardi di euro, nonostante fosse al 12° posto nella Ue per Pil pro capite e presentasse fondamentali economici a dir poco disastrosi: Pil pro capite tornato ai livelli del 2000, un milione di occupati in meno rispetto al 2008, caduta degli investimenti fissi del 30% e perdita di capacità produttiva del 25% dall’inizio della crisi, esplosione della povertà e del debito pubblico, e ora deflazione.
Fatta questa necessaria premessa, l’autrice indaga nel dettaglio le modalità di funzionamento dei fondi comunitari. Come sappiamo, essi rappresentano una quota consistente del bilancio dell’Unione –  più di un terzo del totale – e sono suddivisi in fondi diretti e indiretti (fondi strutturali e di coesione). I primi vengono amministrati dalla Commissione Europea e assegnati mediante sovvenzioni e gare d’appalto, mentre i secondi sono ripartiti tra i 28 Stati membri dell’Unione e gestiti dalle amministrazioni centrali, regionali e locali.  Gli obiettivi fondamentali dei fondi strutturali sono quelli di favorire la convergenza delle regioni in termini di reddito pro capite e promuovere l’occupazione, gli investimenti in ricerca e infrastrutture e la competitività delle piccole e medie imprese europee. Un primo appunto mosso dall’autrice riguarda l’insufficienza delle risorse programmate, che si traduce nel mancato catching up, evidenziato dai dati, delle regioni povere rispetto a quelle ricche. Il secondo punto debole del meccanismo – causa precipua della mancata spesa dei fondi stessi – è quello del cofinanziamento obbligatorio dei progetti europei da parte degli enti pubblici nazionali. Infatti, quando un ente locale aggiunge al finanziamento europeo risorse proprie, a parità di entrate fa aumentare automaticamente deficit e debito, cosa che gli viene preclusa però dal patto di stabilità interno. In alternativa, può aumentare la tassazione, decurtando però il già magro reddito disponibile delle famiglie, oppure, ancora peggio, tagliare altri capitoli di spesa, il che significa erogare meno servizi e meno welfare (colpendo, in particolare, la sanità pubblica). Da sottolineare che le regioni, pur di non perdere i fondi, li impiegano per progetti non prioritari per il territorio, perché ciò che conta non è la loro qualità ma la loro realizzabilità in tempi brevi.

Il merito dell’autrice è quello di ricordarci che qualsiasi considerazione sull’utilizzo dei fondi comunitari non può prescindere da un’analisi critica della cornice giuridica in cui sono collocati: i Trattati di Maastricht (1993) e di Lisbona (2009). Dietro il linguaggio asettico delle norme, si cela un preciso disegno politico-ideologico: costruire uno spazio economico, finanziario e valutario sovranazionale in cui venga messa la sordina alle politiche keynesiane con vincoli al deficit e al debito pubblico, divieto di aiuti di Stato e del finanziamento diretto del Tesoro da parte della Banca Centrale, a tutto vantaggio del grande capitale che può muoversi liberamente a caccia di minori oneri fiscali, burocratici, sindacali.  La lotta alla disoccupazione è subordinata al controllo dell’inflazione e viene negato qualsiasi meccanismo di assorbimento degli shock che si verificano a seguito delle crisi (come crollo della produzione e disoccupazione), e che colpiscono più alcuni Paesi che altri. In altre parole, è assente un bilancio federale degno di questo nome, che trasferisca risorse dai Paesi ricchi a quelli in difficoltà.

La tesi della Raponi è che i fondi comunitari siano, a conti fatti, un dispositivo di controllo e direzione delle politiche di spesa degli Stati membri da parte delle istituzioni comunitarie.  Si veda, per ulteriore conferma, l’elenco delle raccomandazioni fatte dalla Commissione e dal Consiglio europeo al nostro Governo nel biennio 2013-14, nell’ambito della presentazione dell’accordo di partenariato che definisce le priorità di spesa dei fondi nel periodo 2014-2020[1]. Si prescrivono – pena la sospensione e/o la revoca dei finanziamenti – riforme strutturali che riguardano mercato del lavoro e dei prodotti, contrattazione aziendale, giustizia, pubblica amministrazione e istruzione, il controllo severo del deficit e del debito attraverso il taglio della spesa pensionistica e l’inasprimento della pressione fiscale sugli immobili e i consumi, oltre che la privatizzazione dei servizi pubblici locali.  Lungi dal cementare la coesione economica e sociale tra territori, la logica dei finanziamenti comunitari risponde in ultima analisi a quella ideologia dell’austerity che sta condannando l’Europa a un futuro di stagnazione e disoccupazione.

Federico Stoppa

Note:

[1] http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/csr2014/csr2014_italy_it.pdf e http://ec.europa.eu/contracts_grants/pa/italia-observations_it.pdf

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