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Papa Francesco

Papa Francesco

È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta“. P. P. Pasolini, 1974

Il pontificato di Jorge Maria Bergoglio si sta distinguendo per prese di posizione sulle grandi questioni sociali del nostro tempo radicalmente alternative al pensiero unico neoliberista.  Nei suoi scritti e discorsi risaltano due aspetti: la critica ad una società economica i cui difetti più evidenti sono “ l’incapacità a provvedere alla piena occupazione e la distribuzione iniqua e arbitraria dei redditi e della ricchezza” (Keynes, General Theory, 1936) e la proposta di un suo superamento in direzione di un’economia sociale di mercato al servizio dell’uomo e del bene comune.

UN SISTEMA ECONOMICO RADICALMENTE INGIUSTO 

Per Francesco, l’attuale sistema sociale ed economico “è ingiusto alla radice” e “procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria”. Viene promossa una cultura che fa dell’esclusione e dell’indifferenza sociale il suo tratto distintivo. Un potere inedito, che non opprime più direttamente le membra più deboli del corpo sociale – anziani, giovani, donne – ma le lascia piuttosto marcire ai margini. In questa cornice, l’invito di Bergoglio è quello di far sentire, forte e chiaro, il nostro “No!” : no alla globalizzazione dell’indifferenza, no al denaro che governa invece che servire.  No a questa economia necrofila, per cui “un ribasso di due punti della borsa fa più notizia di un anziano morto assiderato per strada”.

LA DIFESA DELLO STATO DI DIRITTO SOCIALE 

Bergoglio è convinto che lo strumento più idoneo per combattere le iniquità distributive sia lo Stato di diritto sociale, in specie nelle tre voci dell’istruzione, dell’accesso alle cure e del diritto al lavoro. E’ una visione agli antipodi di quella della maggioranza dei centri studi economici e delle cancellerie internazionali, la cui Agenda di riforme prevede di sostituire il lavoro ben retribuito e tutelato con impieghi flessibili e sottopagati, appaltare al privato sanità e previdenza, appiattire l’istruzione sulla componente utilitaristica, strumentale al mercato. Nella convinzione che qualche goccia di PIL in più raggiunga anche i piani bassi, come recita la teoria della “ricaduta favorevole” (trickle-down). Secondo il Papa,  “questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante”. La crescita ha promesso pane per tutti ma finora ha dato solo pietre per i più svantaggiati. La giustizia sociale, conclude in Pontefice, esige profonde riforme che prevedano la ridistribuzione della ricchezza prodotta e una rinnovata attenzione alla “questione ecologica”.

DISOCCUPAZIONE E DIGNITA’ DEL LAVORO

Bergoglio interpreta la crescente disoccupazione europea come conseguenza di un sistema malato, incapace di creare lavoro perché costantemente a caccia di profitti a brevissimo termine.  Per il neoliberismo Il lavoro è infatti una variabile dipendente dai mercati finanziari e monetari; per la Dottrina sociale della Chiesa un veicolo di realizzazione della persona e di riconoscimento sociale. In quest’ultima accezione, una buona prestazione lavorativa non può ridursi a un mero dare per avere o per dovere, ma incorpora sempre un sovrappiù di creatività, di dono, di libertà – peculiare a ciascun individuo. Compito delle imprese è creare le condizioni affinché ciò si manifesti.

“NON CI SONO ALTERNATIVE” FALSO!

Se la teoria economica dominante rappresenta l’uomo come campione di opportunismo, la riflessione di Bergoglio – sulla scia di pensatori come Amartya Sen e Albert Hirschman – ci porta a considerare fattori che hanno un ruolo altrettanto importante degli interessi personali nel guidare le sue decisioni economiche: i codici morali e le passioni. Nell’epoca dei pensieri deboli, Egli sprona così i giovani a non scadere nel pessimismo e ad andare controcorrente, a giocare la vita per grandi ideali. “Lottate per questo, lottate. Non lasciatevi intrappolare dal vortice del pessimismo, per favore! Se ciascuno farà la propria parte, se tutti metteranno sempre al centro la persona umana, non il denaro, con la sua dignità, se si consoliderà un atteggiamento di solidarietà e condivisione fraterna, ispirato al Vangelo, si potrà uscire dalla palude di una stagione economica e lavorativa faticosa e difficile”.

Federico Stoppa

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REFERENZE BIBLIOGRAFICHE

Discorso pronunciato durante la visita a Lampedusa, 8 Luglio 2013 (link)

Evangelii Gaudium, Esortazione apostolica,  24 novembre 2013 (link)

Ai dirigenti e operai delle Acciaierie di Terni, 20 marzo 2014 (link )

Ai partecipanti alla Plenaria del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, 2 ottobre 2014 (link)

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Fabrizio M. - Senise

Fabrizio M. – Senise

Casa, edilizia, cemento. Nell’immaginario comune, il futuro economico dell’Italia passa ancora da questo trinomio. “Se non si riaccende il motore delle costruzioni, l’economia e l’occupazione non ripartono” scrive Paolo Savona sul Sole 24 Ore (14/09/2014), raccomandando alle banche di destinare all’edilizia i soldi prestati dalla Bce. Del resto, i dati economici riguardanti il settore assomigliano a bollettini di guerra: occupazione giù di 500mila unità dal 2008, compravendite di case in calo, valori immobiliari in picchiata, maggior tassazione, mutui erogati col contagocce e sempre più costosi. Affitti che si mantengono cari e invisibili al fisco, nonostante cedolari “secche” scomputate dall’imponibile Irpef.

In questo contesto, vengono approvati decreti legge come lo Sblocca Italia, che fanno della retorica della “semplificazione” e della rimozione dei vincoli normativi all’attività edilizia gli strumenti del rilancio economico. Si punta tutto sulla deregolamentazione, sul lasciar fare, nella speranza che ritornino investimenti e fiducia. Ma lasciandoci guidare solo dall’ansia di fare, dalla fretta,  rischiamo di compiere errori fatali.

Abbiamo un vuoto di memoria. Ci si è dimenticati di chiedersi perché le nostre città sono in queste condizioni; perché abbiamo un mercato degli affitti così rigido e una mobilità della forza lavoro così bassa; insomma: ci si è dimenticati di esplorare le ragioni profonde della nostra stagnazione economica.

L’arcano è svelato da una parola che in Italia è diventata tabù: rendita. La rendita, secondo la teoria economica, è la remunerazione che va a chi possiede un fattore produttivo non riproducibile, scarso. Più quote di reddito nazionale si intasca la rendita, meno è possibile far crescere profitti industriali e salari, veri motori dell’accumulazione di capitale. Gli economisti classici – Smith, Ricardo, Marx – ne erano consapevoli, e ne raccomandavano la tassazione. In Italia, la rendita percepita da proprietari di aree fabbricabili e costruttori si è sempre mantenuta su valori lunari, gonfiando i prezzi degli immobili e degli affitti. In nessun settore industriale è stato possibile ottenere quella mole di profitti.  Nessun settore – come quello delle costruzioni – è stato così tanto aiutato dal settore pubblico, con incentivi, detassazioni, deroghe ai piani regolatori. Nessun settore è stato così tanto sovvenzionato dal credito bancario, che vi ha sempre visto una fonte facile (e poco rischiosa) di introiti.

Fin dal dopoguerra, abbiamo lasciato che a decidere la traiettoria di sviluppo spaziale delle nostre città non fossero il decisore pubblico e la collettività, ma gli interessi particolaristici dei privati. Abbiamo tutti praticato il ballo del mattone con spensieratezza, incuranti delle conseguenze. La casa è diventata, per le famiglie, un bene d’investimento per ottenere rendite. Poco importava se intanto si perdeva potere d’acquisto sul lato della produzione (vedi il crollo dei salari), o se l’indebitamento con le banche cresceva.

Anche le imprese del primo capitalismo italiano (Fiat, Falck, Pirelli), messe in crisi dalla concorrenza internazionale, hanno ripiegato sulla rendita differenziale immobiliare, mettendo a frutto le trasformazioni d’uso di intere parti di città conseguenti alla rivoluzione terziaria degli anni Ottanta e Novanta ( cfr. Tocci, 2009).

Tutti abbiamo praticato il ballo del mattone, insomma, trascurandone i costi ecologici e sociali, ora così evidenti. I costi sociali e ambientali di una cementificazione selvaggia di campagne e coste, di un abusivismo edilizio capillare. I costi sociali conseguenti alle speculazioni edilizie che rialzavano artificialmente i prezzi delle case e svuotavano i centri storici. I costi sociali ed ecologici di città sempre più disperse nell’hinterland, a corto di infrastrutture sostenibili, dipendenti dall’automobile, svuotati di spazi pubblici e relazionali che non siano i non luoghi del consumo.  I costi economici e sociali di istituti finanziari che invece di premiare l’economia dell’innovazione hanno continuato a sovvenzionare miopicamente la rendita.

Avremmo potuto evitare tutto ciò? Si, se avessimo avuto un’amministrazione pubblica diversa, meno connivente con gli interessi del blocco edilizio. Se avessimo avuto il coraggio di applicare seriamente le coraggiose leggi urbanistiche di Bottai, Sullo, Bucalossi. Se avessimo tassato pesantemente la rendita; elevando gli oneri di urbanizzazione da destinare agli investimenti in infrastrutture e spazi pubblici, invece di mantenerli a livelli scandalosamente bassi, o di utilizzarli per gonfiare le spese correnti dei Comuni. Se avessimo riformato la legge sull’equo canone senza smantellarla e  se avessimo investito massicciamente in edilizia pubblica, come succede in altri Paesi e come pure eravamo stati capaci di fare con il Piano Ina-Casa nei Cinquanta. Ma ci siamo limitati a complicare il quadro normativo in modo che Stato, Regioni e Comuni litigassero su questa o quella competenza.

Oggi, invece di puntare tutto sull’immateriale, sulla conoscenza, sul consumo zero di suolo, sulla rigenerazione urbana, perseveriamo col cemento. Cioè con la crescita stupida, non inclusiva e insostenibile. Dio fa impazzire coloro che vuole perdere, dicevano i latini.

Federico Stoppa

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modello tedesco

Ancora nel 2004, il saldo tra cittadini dei principali paesi comunitari che arrivavano in Germania e tedeschi che se andavano era negativo per quasi 40.000 unità. Nel 2012, riporta il quotidiano Frankfurter Allgemeine (25/05/2014), il saldo è positivo per quasi 70.000 unità. I “nuovi” immigrati provengono soprattutto dall’Italia (+32.000) e la Spagna (+22.000): di fronte alla crisi occupazionale che sconvolge i loro Paesi, hanno deciso di esercitare l’opzione della defezione[1]. Sono, in maggioranza, giovani altamente qualificati; spesso anche più della popolazione locale ed è per questo che le imprese tedesche sono ben felici di accoglierli (con stipendi adeguati).

Questi dati, molto più di tante analisi, dis-velano il gioco a somma zero dell’Unione Monetaria Europea, un progetto di natura squisitamente “politica” – e contro ogni razionalità economica – che le classi dirigenti francesi e italiane hanno cocciutamente voluto portar avanti negli anni Novanta per privare la Germania della sua “bomba atomica economica”, il Marco.  Salvo poi scegliere di adottare, con il Trattato di Maastricht (1992), la “costituzione materiale” tedesca : banca centrale con poteri circoscritti e inadeguati, austerità di bilancio pubblico, regole antitrust autolesionistiche, nessun coordinamento intra-europeo delle aliquote fiscali e dei salari.

Risulta evidente che vi sia stata, da parte delle élite europee di allora, una miope sottovalutazione delle grandi capacità di resilienza dell’economia e della società tedesca ai grandi shock che l’hanno colpita alla fine del secondo millennio.  A cominciare dalla riunificazione politica e monetaria. La decisione del cancelliere democristiano Helmut Kohl di fissare la parità di cambio tra Ost e West Mark, in particolare, aveva generato una drammatica desertificazione industriale della Germania orientale: prodotto interno lordo crollato del 44%, produzione industriale giù del 67%, due milioni di occupati in meno, reddito pro capite degli Ossis scivolato a un terzo di quello dei Wessis, massiccia emigrazione[2].

Per non lasciare definitivamente morire quei territori, il nuovo Stato federale decise di investirvi una colossale quantità di denaro: circa 1140 miliardi di euro nel periodo 1990-2005, racimolati per la maggior parte emettendo obbligazioni, poi attraverso tasse di solidarietà dei cittadini dell’Ovest e i fondi europei per lo sviluppo e la coesione sociale[3]. Le città vennero, a fatica, ricostruite, le infrastrutture modernizzate, le persone aiutate a riprogettare là, in quei luoghi, la propria vita, con l’aiuto dei sussidi pubblici. Il gap tra Germania Est e Ovest in termini di reddito pro capite, qualità dei servizi pubblici e dotazione delle infrastrutture si ridusse in pochi anni . Ma per l’intero Paese il conto fu salato: il debito pubblico esplose[4], la disoccupazione salì all’11% del totale (5 milioni di persone), gli investimenti e la produttività delle imprese crollarono.

capitalismo di borsa o di welfareLa via tedesca al capitalismo, l’economia sociale di mercato (Soziale Marktwirtschaft)[5], quel modello renano capace di combinare efficienza produttiva e giustizia sociale – e per questo celebrato da tanta letteratura economica (da Michel Albert a Ronald Dore) – sembrava all’inizio del nuovo millennio destinato a soccombere. Troppo attraente e dinamico appariva allora il capitalismo anglosassone, con il mito dei mercati finanziari e delle startups della new economy, rispetto a quello tedesco, specializzato nei settori nati dalla seconda rivoluzione industriale, ingessato in relazioni industriali antiquate, con i sindacati seduti fianco a fianco ai rappresentanti degli azionisti nei consigli gestionali dell’azienda.

Se il vangelo neoliberista ha fatto proseliti quasi ovunque in Europa, in Germania ha attecchito solo in parte. Certo, il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schroeder, con il suo sodale Peter Hartz, ha fatto dimagrire lo Stato Sociale e deregolamentato una parte consistente del mercato del lavoro, creando figure atipiche e precarie, a bassi salari e senza contributi previdenziali. Oggi  questi working poors hanno raggiunto la patologica cifra di 8 milioni, il 22% degli occupati totali (dati Ocse), tanto da rendere non più procrastinabile l’introduzione di un salario minimo stabilito per legge.

Ma la determinante principale del successo tedesco non è la flessibilità (leggi: precarietà) della forza lavoro, come molti tifosi del pacchetto di riforme “Agenda 2010”  di Schroeder vorrebbero far credere. Il fattore chiave è la politica industriale.  La Germania – disobbedendo alle prescrizioni dei cantori dell’economia finanziaria – non ha smantellato la propria base produttiva, il suo sistema industriale. Ha capito per tempo che le economie avanzate potranno generare buona occupazione nei servizi, mantenere il Welfare, indirizzare lo sviluppo economico verso la sostenibilità ecologica, sopravvivere alla spietata competizione globale, solo conservando un sistema manifatturiero fortemente orientato all’innovazione.

In questa prospettiva,  l’intervento pubblico –  nel caso tedesco, attraverso centri di ricerca applicata come la Fraunhofer Gesellschaft e il veicolo finanziario compartecipato da Lander e Governo federale Kredit fuer Wiederaufbau (KfW) – gioca un ruolo cruciale. Così come il modello di corporate governance che domina nella media e grande impresa del Paese – la Mitbestimmung – che dà voce ai lavoratori nelle decisioni aziendali più importanti, prevenendo delocalizzazioni e arbitrii nei licenziamenti. Non è un caso che la protezione legislativa di chi lavora nella manifattura sia in Germania una delle più rigide d’Occidente.

L’aumento del valore aggiunto per ora lavorata è così ottenuto con investimenti in Ricerca e Sviluppo che approssimano il 3% del prodotto (79,4 miliardi l’anno); con un sistema di scuole tecnico professionali che alterna apprendimento in classe e sul posto di lavoro (duale Ausbildungssystem); con università pressoché gratuite e di altissima qualità . Non attraverso la compressione fiscale e salariale o i lunghi orari di lavoro. Come mostra la tabella sotto, un’ora di lavoro è pagata 32 euro in Germania, 22 in Italia. Un dipendente dell’industria manifatturiera tedesca guadagna circa 37mila euro lordi all’anno, contro i 26mila di un suo omologo in Italia, lavorando poco più di 1400 ore l’anno contro 1680. Infine, la distribuzione del valore aggiunto è molto più egalitaria a Nord delle Alpi: la quota che va a remunerare il lavoro è il 67% in Germania contro il 60% in Italia.

 

Tab. 1: Alcuni indicatori economici riferiti all’Industria manifatturiera.

Fonte: Elaborazione su dati Ocse, Stan Database for Structural Analyses e Istat, struttura e competitività delle imprese

Ita ger

Alla luce di queste considerazioni, è forse giunto il momento che il grande tema della politica industriale – che non è tabù negli USA, dove il governo Obama ha salvato Chrysler, così come non lo è in Cina, Brasile, Russia, Francia –  si riaffacci anche nel cortile di casa Italia. Dove purtroppo è convinzione diffusa che si debba abbandonare la manifattura per specializzarsi su turismo e servizi scadenti, proseguendo un processo di desertificazione industriale e svilimento del capitale umano che dura ormai da decenni.

 

 

NOTE: 

[1] Albert O. Hirschman, Lealtà, Defezione, Protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello stato, Bompiani, 2004

[2] Vladimiro Giacchè, Anschluss. L’Annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa, Imprimatur, 2013

[3] Secondo il quotidiano die Welt, il costo complessivo della riunificazione (1990-2013) sarebbe di 2mila miliardi di euro, una cifra che approssima quella del debito pubblico italiano.

[4] Il debito pubblico tedesco è cresciuto dal 1990 al 2005 di ben 980 miliardi di euro: dai 473 mld di fine 1989 ai 1453 del 2005 (H. W. Sinn, Basar-Ökonomie Deutschland – Exportweltmeister oder Schusslicht?,  2005).

[5] Il paradigma dell’”economia sociale di mercato” è stato sviluppato dagli economisti e giuristi riuniti intorno alla rivista “Ordo” e alla Scuola di Friburgo, tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta del Novecento. Fortemente critici verso il collettivismo socialista e l’interventismo statale di stampo keynesiano (politica che nel Paese ha connotato fortemente gli anni dell’hitlerismo), essi rigettano però anche la concezione minimalista dello stato propria del liberismo anglosassone, assegnando a quest’ultimo un importante ruolo di regolazione dell’economia, lotta ai monopoli e tutela della concorrenza, distribuzione del reddito e promozione delle opportunità degli individui. Per approfondire si veda Bolaffi, Cuore Tedesco, Donzelli, 2013, pp. 213-37.

 

Federico Stoppa

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Alessia Izzo - Bologna

Alessia Izzo – Bologna

La “questione urbana” – il dibattito sul futuro delle città – occupa ormai da molti anni una posizione preminente nel discorso pubblico europeo, ma non sembra attecchire in quello italiano. Nessun grande quotidiano nazionale – figuriamoci la televisione – ha dato spazio al workshop, organizzato dalla Commissione Europea a Bruxelles il 17-18 febbraio scorso, sui contenuti programmatici della nuova Agenda Urbana Europea integrata per il 2020. Un’iniziativa che ha rimarcato il ruolo strategico delle città nella realizzazione di un’economia sociale di mercato orientata alla conoscenza, inclusiva ed ecologicamente sostenibile: l’architrave del Progetto europeo.

L’Agenda urbana Europea integrata è il punto di arrivo di un lungo percorso di riflessione partito nel 1997, che ha i suoi tratti salienti nella Carta di Lipsia sulle città sostenibili (2007), nella Dichiarazione di Toledo (2010) e nel report “Cities of Tomorrow” del 2011. Un discorso maturato sullo sfondo dei grandi cambiamenti tecnologici e istituzionali – la liberalizzazione dei movimenti dei capitali e delle merci e la diffusione dell’Information and communication technology nei processi di produzione – che hanno segnato la società europea negli ultimi decenni, in termini di de-industrializzazione, perdita di posti di lavoro qualificato, crisi dei bilanci pubblici, disparità sociali.

In questo contesto, l’Unione Europea ha assegnato principalmente alle città (e alle regioni) il compito di gestire le politiche pubbliche per la crescita e la coesione sociale[1].  Esse sono state così chiamate a ri-pensare, ri-progettare le proprie traiettorie di sviluppo economico di lungo periodo per attrarre individui e imprese, oltre che i finanziamenti europei. Gli agenti economici sono in cerca di città capaci di trasformare reddito in benessere e di creare un ambiente favorevole all’innovazione, tramiteinfrastrutture in grado di ridurre i costi individuali e sociali della mobilità, spazi verdi ampi e diffusi,  servizi pubblici accessibili, politiche dell’alloggio per i giovani.

Negli ultimi decenni, alcune città europee – Berlino, Monaco, Barcellona, Rotterdam, Amsterdam – hanno saputo ri-configurare la propria struttura economica e istituzionale, adattandola ai vincoli di tipo ecologico e alle mutate preferenze (e valori) dei cittadini e delle imprese globali. Non si può dire altrettanto per le città italiane, vittime, secondo Antonio G. Calafati (Economie in cerca di città, Donzelli, 2009) dell’incapacità – da parte di politici e società civile – di elaborare una strategia comune per mitigare gli effetti degli shock esogeni (globalizzazione, moneta unica) sui nostri territori. Un  “blocco cognitivo” ci ha impedito di prendere atto che gli spostamenti quotidiani degli individui – per lavorare, socializzare, scambiare merci -, quelli che descrivono l’”area urbana funzionale” (FUA), non coincidevano più con i confini politico-amministrativi dei singoli comuni[2], e che quindi era necessario un accorpamento delle funzioni politico-amministrative locali ad un unico livello, inter (o sovra) – comunale.

Elena Colombo - Bologna

Elena Colombo – Bologna

Un governo unico della città si imponeva per adeguare – attraverso congrui investimenti pubblici – le prestazioni economiche e sociali dei territori italiani agli standard europei, impossibili da sostenere (finanziariamente) per il singolo comune.  Nonostante gli ostacoli normativi per una simile operazione fossero venuti meno (la legge n. 142/90 individuava 9 Aree metropolitane e dava il nulla osta alla formazione delle Città metropolitane[3]), si è preferito mantenere una anacronistica poliarchia territoriale – regioni, province, 8092 comuni, di cui il 70% con meno di 5000 abitanti), che ha reso impossibile una pianificazione sistemica, generando costi sociali e ambientali enormi (dispersione insediativa, consumo e impermeabilizzazione dei suoli, carenza di servizi e spazi pubblici, infrastrutture inadeguate, congestione automobilistica, inquinamento), oltre che una straordinaria perdita di competitività economica del Paese.

D’altro canto, qualcuno che ha preso sul serio la questione urbana, in Italia, c’è stato. Nell’agosto 2012, l’ex Ministro della coesione territoriale (governo Monti) Fabrizio Barca ha istituito un Comitato interministeriale per le politiche urbane (Cipu). Ne è scaturito un Rapporto, presentato a Marzo 2013,  che offre spunti di grande interesse per disegnare politiche della città all’altezza delle migliori esperienze europee.  Dalla necessità di ristrutturare le reti di trasporto pubblico regionale su ferro per favorire la mobilità sostenibile, all’adozione di norme che limitino drasticamente la distruzione dei suoli; da una tassazione più gravosa sulla rendita fondiaria urbana per procurare adeguati servizi e spazi pubblici; al ritorno di una vera politica pubblica della casa, con la fissazione di quote minime di edilizia sociale nell’offerta abitativa.  C’è poi il grande tema della riqualificazione urbana, a cominciare dal “rammendo” delle periferie di cui parla Renzo Piano, per proseguire con i siti industriali dismessi (si guardi, in proposito, cosa sono stati capaci di fare i tedeschi con l’ex area carbonifera della Ruhr!) e con la manutenzione degli edifici pubblici.

L’innovazione più urgente da introdurre è però di tipo istituzionale: dare un “governo” e quindi un “progetto” di sviluppo futuro alle città. Il disegno di legge Delrio – approvato alla Camera e in discussione al Senato – sembra andare nella giusta direzione. “Svuota” di poteri le Province, spinge i comuni verso forme di aggregazione e fusione, e soprattutto rende operative le Città metropolitane. È un passo avanti importante: le città più grandi potranno attuare piani di sviluppo economico e spaziale senza dover subire il veto dei mille comuni limitrofi, godendo inoltre di maggiori risorse per fornire servizi migliori ai cittadini.  Ma ci si potrebbe spingere più in là, riscaldando l’asettico linguaggio delle leggi con la fiamma dell’Ideale. Si tratterebbe di riprendere la grande riforma dello Stato su base federale immaginata da Adriano Olivetti nel 1946[4]“sciogliere” i comuni in 400-500 Comunità autonome – strutturate poi in macro regioni da 3 a 5 milioni di abitanti – governate sinergicamente da tre ordini distinti: politico, economico, culturale[5]. Alle Comunità verrebbero assegnati ampi poteri decisionali nel campo dell’urbanistica, dei trasporti, dell’ambiente, dell’economia, del sociale. In questo modo le città, attualmente sequestrate dalle cattedrali del consumo e dalle automobili, rinascerebbero come spazi “pubblici”; luoghi di confronto aperto dove i cittadini  tornerebbero a progettare insieme il loro futuro.

Federico Stoppa

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[1] Il paradigma territoriale delle politiche europee si è consolidato con i seguenti documenti: lo Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo (1999), l’Agenda Territoriale dell’Unione Europea (2007), il Trattato di Lisbona (2008) e l’Agenda Territoriale dell’Unione Europea 2020 (2011). Inoltre, ammontano a 351,8 i miliardi di fondi comunitari stanziati nel periodo 2014-20 per la coesione sociale territoriale.

[2] Alcuni esempi per rendere l’idea (v. Calafati, 2009, p. 135): l’area funzionale di Milano conta più di 3,5 milioni di individui, mentre la sola città amministrativa è pari a 1, 3 milioni di abitanti; la FUA di Bologna racchiude  più di 500mila individui, contro i 350mila del comune; ad Ancona la FUA è 220mila abitanti contro i 100mila che popolano la città amministrativa.

[3] “Un’Area Metropolitana è costituita da uno dei 9 comuni-capoluogo identificati ex-lege (Torino, Milano, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Bari) e dai comuni ad essi integrati dal punto di vista territoriale, delle attività economiche, dei servizi essenziali alla vita sociale e delle relazioni culturali. il comune capoluogo e gli altri comuni ad esso uniti da contiguità territoriale e da rapporti funzionali possono costituirsi in Città Metropolitane ad ordinamento differenziato”  (Compagnucci, 2013).

[4] L’Ordine Politico delle Comunità. Dello Stato secondo le leggi dello Spirito, Edizioni di Comunità, 1946.

[5] Nello schema olivettiano, tre persone costituiscono il nucleo centrale dell’autorità di una Comunità:1) un Presidente eletto a suffragio universale; 2) un Vicepresidente eletto solo dai lavoratori; 3) un rappresentante della cultura, cooptato per meriti scientifici.