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Tra gli argomenti più usati (e abusati) dalla grande stampa italiana nella sua crociata quotidiana contro la Casta politica, c’è sicuramente quello della mancata spesa dei fondi comunitari, specie nel Meridione. Un generoso dono di Bruxelles agli italiani, che però quest’ultimi, per corruzione e incapacità congenite, non sarebbero in grado di impiegare per promuovere quella “crescita” del PIL continuamente invocata. Peccato che lo storytelling mediatico non regga al rigoroso fact checking che Romina Raponi svolge nel libro Finanziamenti Comunitari. Condizionalità senza frontiere. La finta solidarietà dell’unione europea (Imprimatur, 2016). Non solo l’utilizzo dei fondi europei da parte dell’Italia è in linea con gli altri Paesi della Ue; ma nel 2014  l’Italia risultava anche un contribuente netto della Ue per ben 7 miliardi di euro, nonostante fosse al 12° posto nella Ue per Pil pro capite e presentasse fondamentali economici a dir poco disastrosi: Pil pro capite tornato ai livelli del 2000, un milione di occupati in meno rispetto al 2008, caduta degli investimenti fissi del 30% e perdita di capacità produttiva del 25% dall’inizio della crisi, esplosione della povertà e del debito pubblico, e ora deflazione.
Fatta questa necessaria premessa, l’autrice indaga nel dettaglio le modalità di funzionamento dei fondi comunitari. Come sappiamo, essi rappresentano una quota consistente del bilancio dell’Unione –  più di un terzo del totale – e sono suddivisi in fondi diretti e indiretti (fondi strutturali e di coesione). I primi vengono amministrati dalla Commissione Europea e assegnati mediante sovvenzioni e gare d’appalto, mentre i secondi sono ripartiti tra i 28 Stati membri dell’Unione e gestiti dalle amministrazioni centrali, regionali e locali.  Gli obiettivi fondamentali dei fondi strutturali sono quelli di favorire la convergenza delle regioni in termini di reddito pro capite e promuovere l’occupazione, gli investimenti in ricerca e infrastrutture e la competitività delle piccole e medie imprese europee. Un primo appunto mosso dall’autrice riguarda l’insufficienza delle risorse programmate, che si traduce nel mancato catching up, evidenziato dai dati, delle regioni povere rispetto a quelle ricche. Il secondo punto debole del meccanismo – causa precipua della mancata spesa dei fondi stessi – è quello del cofinanziamento obbligatorio dei progetti europei da parte degli enti pubblici nazionali. Infatti, quando un ente locale aggiunge al finanziamento europeo risorse proprie, a parità di entrate fa aumentare automaticamente deficit e debito, cosa che gli viene preclusa però dal patto di stabilità interno. In alternativa, può aumentare la tassazione, decurtando però il già magro reddito disponibile delle famiglie, oppure, ancora peggio, tagliare altri capitoli di spesa, il che significa erogare meno servizi e meno welfare (colpendo, in particolare, la sanità pubblica). Da sottolineare che le regioni, pur di non perdere i fondi, li impiegano per progetti non prioritari per il territorio, perché ciò che conta non è la loro qualità ma la loro realizzabilità in tempi brevi.

Il merito dell’autrice è quello di ricordarci che qualsiasi considerazione sull’utilizzo dei fondi comunitari non può prescindere da un’analisi critica della cornice giuridica in cui sono collocati: i Trattati di Maastricht (1993) e di Lisbona (2009). Dietro il linguaggio asettico delle norme, si cela un preciso disegno politico-ideologico: costruire uno spazio economico, finanziario e valutario sovranazionale in cui venga messa la sordina alle politiche keynesiane con vincoli al deficit e al debito pubblico, divieto di aiuti di Stato e del finanziamento diretto del Tesoro da parte della Banca Centrale, a tutto vantaggio del grande capitale che può muoversi liberamente a caccia di minori oneri fiscali, burocratici, sindacali.  La lotta alla disoccupazione è subordinata al controllo dell’inflazione e viene negato qualsiasi meccanismo di assorbimento degli shock che si verificano a seguito delle crisi (come crollo della produzione e disoccupazione), e che colpiscono più alcuni Paesi che altri. In altre parole, è assente un bilancio federale degno di questo nome, che trasferisca risorse dai Paesi ricchi a quelli in difficoltà.

La tesi della Raponi è che i fondi comunitari siano, a conti fatti, un dispositivo di controllo e direzione delle politiche di spesa degli Stati membri da parte delle istituzioni comunitarie.  Si veda, per ulteriore conferma, l’elenco delle raccomandazioni fatte dalla Commissione e dal Consiglio europeo al nostro Governo nel biennio 2013-14, nell’ambito della presentazione dell’accordo di partenariato che definisce le priorità di spesa dei fondi nel periodo 2014-2020[1]. Si prescrivono – pena la sospensione e/o la revoca dei finanziamenti – riforme strutturali che riguardano mercato del lavoro e dei prodotti, contrattazione aziendale, giustizia, pubblica amministrazione e istruzione, il controllo severo del deficit e del debito attraverso il taglio della spesa pensionistica e l’inasprimento della pressione fiscale sugli immobili e i consumi, oltre che la privatizzazione dei servizi pubblici locali.  Lungi dal cementare la coesione economica e sociale tra territori, la logica dei finanziamenti comunitari risponde in ultima analisi a quella ideologia dell’austerity che sta condannando l’Europa a un futuro di stagnazione e disoccupazione.

Federico Stoppa

Note:

[1] http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/csr2014/csr2014_italy_it.pdf e http://ec.europa.eu/contracts_grants/pa/italia-observations_it.pdf

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Alessia Izzo - Bologna

Alessia Izzo – Bologna

La “questione urbana” – il dibattito sul futuro delle città – occupa ormai da molti anni una posizione preminente nel discorso pubblico europeo, ma non sembra attecchire in quello italiano. Nessun grande quotidiano nazionale – figuriamoci la televisione – ha dato spazio al workshop, organizzato dalla Commissione Europea a Bruxelles il 17-18 febbraio scorso, sui contenuti programmatici della nuova Agenda Urbana Europea integrata per il 2020. Un’iniziativa che ha rimarcato il ruolo strategico delle città nella realizzazione di un’economia sociale di mercato orientata alla conoscenza, inclusiva ed ecologicamente sostenibile: l’architrave del Progetto europeo.

L’Agenda urbana Europea integrata è il punto di arrivo di un lungo percorso di riflessione partito nel 1997, che ha i suoi tratti salienti nella Carta di Lipsia sulle città sostenibili (2007), nella Dichiarazione di Toledo (2010) e nel report “Cities of Tomorrow” del 2011. Un discorso maturato sullo sfondo dei grandi cambiamenti tecnologici e istituzionali – la liberalizzazione dei movimenti dei capitali e delle merci e la diffusione dell’Information and communication technology nei processi di produzione – che hanno segnato la società europea negli ultimi decenni, in termini di de-industrializzazione, perdita di posti di lavoro qualificato, crisi dei bilanci pubblici, disparità sociali.

In questo contesto, l’Unione Europea ha assegnato principalmente alle città (e alle regioni) il compito di gestire le politiche pubbliche per la crescita e la coesione sociale[1].  Esse sono state così chiamate a ri-pensare, ri-progettare le proprie traiettorie di sviluppo economico di lungo periodo per attrarre individui e imprese, oltre che i finanziamenti europei. Gli agenti economici sono in cerca di città capaci di trasformare reddito in benessere e di creare un ambiente favorevole all’innovazione, tramiteinfrastrutture in grado di ridurre i costi individuali e sociali della mobilità, spazi verdi ampi e diffusi,  servizi pubblici accessibili, politiche dell’alloggio per i giovani.

Negli ultimi decenni, alcune città europee – Berlino, Monaco, Barcellona, Rotterdam, Amsterdam – hanno saputo ri-configurare la propria struttura economica e istituzionale, adattandola ai vincoli di tipo ecologico e alle mutate preferenze (e valori) dei cittadini e delle imprese globali. Non si può dire altrettanto per le città italiane, vittime, secondo Antonio G. Calafati (Economie in cerca di città, Donzelli, 2009) dell’incapacità – da parte di politici e società civile – di elaborare una strategia comune per mitigare gli effetti degli shock esogeni (globalizzazione, moneta unica) sui nostri territori. Un  “blocco cognitivo” ci ha impedito di prendere atto che gli spostamenti quotidiani degli individui – per lavorare, socializzare, scambiare merci -, quelli che descrivono l’”area urbana funzionale” (FUA), non coincidevano più con i confini politico-amministrativi dei singoli comuni[2], e che quindi era necessario un accorpamento delle funzioni politico-amministrative locali ad un unico livello, inter (o sovra) – comunale.

Elena Colombo - Bologna

Elena Colombo – Bologna

Un governo unico della città si imponeva per adeguare – attraverso congrui investimenti pubblici – le prestazioni economiche e sociali dei territori italiani agli standard europei, impossibili da sostenere (finanziariamente) per il singolo comune.  Nonostante gli ostacoli normativi per una simile operazione fossero venuti meno (la legge n. 142/90 individuava 9 Aree metropolitane e dava il nulla osta alla formazione delle Città metropolitane[3]), si è preferito mantenere una anacronistica poliarchia territoriale – regioni, province, 8092 comuni, di cui il 70% con meno di 5000 abitanti), che ha reso impossibile una pianificazione sistemica, generando costi sociali e ambientali enormi (dispersione insediativa, consumo e impermeabilizzazione dei suoli, carenza di servizi e spazi pubblici, infrastrutture inadeguate, congestione automobilistica, inquinamento), oltre che una straordinaria perdita di competitività economica del Paese.

D’altro canto, qualcuno che ha preso sul serio la questione urbana, in Italia, c’è stato. Nell’agosto 2012, l’ex Ministro della coesione territoriale (governo Monti) Fabrizio Barca ha istituito un Comitato interministeriale per le politiche urbane (Cipu). Ne è scaturito un Rapporto, presentato a Marzo 2013,  che offre spunti di grande interesse per disegnare politiche della città all’altezza delle migliori esperienze europee.  Dalla necessità di ristrutturare le reti di trasporto pubblico regionale su ferro per favorire la mobilità sostenibile, all’adozione di norme che limitino drasticamente la distruzione dei suoli; da una tassazione più gravosa sulla rendita fondiaria urbana per procurare adeguati servizi e spazi pubblici; al ritorno di una vera politica pubblica della casa, con la fissazione di quote minime di edilizia sociale nell’offerta abitativa.  C’è poi il grande tema della riqualificazione urbana, a cominciare dal “rammendo” delle periferie di cui parla Renzo Piano, per proseguire con i siti industriali dismessi (si guardi, in proposito, cosa sono stati capaci di fare i tedeschi con l’ex area carbonifera della Ruhr!) e con la manutenzione degli edifici pubblici.

L’innovazione più urgente da introdurre è però di tipo istituzionale: dare un “governo” e quindi un “progetto” di sviluppo futuro alle città. Il disegno di legge Delrio – approvato alla Camera e in discussione al Senato – sembra andare nella giusta direzione. “Svuota” di poteri le Province, spinge i comuni verso forme di aggregazione e fusione, e soprattutto rende operative le Città metropolitane. È un passo avanti importante: le città più grandi potranno attuare piani di sviluppo economico e spaziale senza dover subire il veto dei mille comuni limitrofi, godendo inoltre di maggiori risorse per fornire servizi migliori ai cittadini.  Ma ci si potrebbe spingere più in là, riscaldando l’asettico linguaggio delle leggi con la fiamma dell’Ideale. Si tratterebbe di riprendere la grande riforma dello Stato su base federale immaginata da Adriano Olivetti nel 1946[4]“sciogliere” i comuni in 400-500 Comunità autonome – strutturate poi in macro regioni da 3 a 5 milioni di abitanti – governate sinergicamente da tre ordini distinti: politico, economico, culturale[5]. Alle Comunità verrebbero assegnati ampi poteri decisionali nel campo dell’urbanistica, dei trasporti, dell’ambiente, dell’economia, del sociale. In questo modo le città, attualmente sequestrate dalle cattedrali del consumo e dalle automobili, rinascerebbero come spazi “pubblici”; luoghi di confronto aperto dove i cittadini  tornerebbero a progettare insieme il loro futuro.

Federico Stoppa

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[1] Il paradigma territoriale delle politiche europee si è consolidato con i seguenti documenti: lo Schema di Sviluppo dello Spazio Europeo (1999), l’Agenda Territoriale dell’Unione Europea (2007), il Trattato di Lisbona (2008) e l’Agenda Territoriale dell’Unione Europea 2020 (2011). Inoltre, ammontano a 351,8 i miliardi di fondi comunitari stanziati nel periodo 2014-20 per la coesione sociale territoriale.

[2] Alcuni esempi per rendere l’idea (v. Calafati, 2009, p. 135): l’area funzionale di Milano conta più di 3,5 milioni di individui, mentre la sola città amministrativa è pari a 1, 3 milioni di abitanti; la FUA di Bologna racchiude  più di 500mila individui, contro i 350mila del comune; ad Ancona la FUA è 220mila abitanti contro i 100mila che popolano la città amministrativa.

[3] “Un’Area Metropolitana è costituita da uno dei 9 comuni-capoluogo identificati ex-lege (Torino, Milano, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli e Bari) e dai comuni ad essi integrati dal punto di vista territoriale, delle attività economiche, dei servizi essenziali alla vita sociale e delle relazioni culturali. il comune capoluogo e gli altri comuni ad esso uniti da contiguità territoriale e da rapporti funzionali possono costituirsi in Città Metropolitane ad ordinamento differenziato”  (Compagnucci, 2013).

[4] L’Ordine Politico delle Comunità. Dello Stato secondo le leggi dello Spirito, Edizioni di Comunità, 1946.

[5] Nello schema olivettiano, tre persone costituiscono il nucleo centrale dell’autorità di una Comunità:1) un Presidente eletto a suffragio universale; 2) un Vicepresidente eletto solo dai lavoratori; 3) un rappresentante della cultura, cooptato per meriti scientifici.

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According to forecasts contained in the latest report of the European Commission (Quarterly Report on the Euro area, December 2013), if there is no structural intervention the potential per capita GDP of the Eurozone will grow by less than 1% over the next decade, about half of the growth posted during the pre-crisis period 1998-2007. This would mean a widening gap with the United States: by 2023 per capita GDP of the Eurozone would fall to 60% of that of the US, reversing a converging trend which, beginning in the post-war period, appeared to have ended in the mid-1990s. According to the Commission, the causes of the disappointing long-term performance of the European economy are not related solely to the current economic situation, but rather are due to structural factors, such as the low rate of growth of labour productivity and an ageing population.

This worrying diagnosis can be summarised as follows. In the long run, GDP per capita depends on the average productivity of labour (calculated as value added per hour worked) and on participation in the labour market (the ratio working age population to total population). In Europe the growth in labour productivity had been adversely affected by the poor performance (on average) of total-factor productivity (TFP), a measure of the organisational efficiency of output and technical progress. The low birth rate and ageing of the population also led to a drop in labour supply. The conclusion reached is that, “under a no policy-change scenario”, the growth rate of GDP per inhabitant will continue to drop.

Despite the apparent pessimism of the Commission, it is not resigned to such a future: the Eurozone may be able to safeguard wellbeing and competitiveness if member States implement the necessary structural reforms. So the aim is to raise productivity and participation in the labour market. To this end the Commission has presented some proposals, already present, in embryonic form, in the Lisbon Agenda (2000) and in “Europe 2020″ Strategy” (2010):

  • Liberalisation of goods and services markets. This would facilitate access to markets and raise competition, reducing excess profits of producers and keeping prices under control. There would be tangible advantages for consumers and for the international competitiveness of nations;

  • Rise in labour supply, with raising of the retirement age and facilities to encourage the hiring of women, youngsters and low-skilled workers. To incentivise the participation of women day nursery services will be expanded;

  • Actions to mitigate unemployment, matching supply and demand in the labour market. Proposals include a reduction in unemployment benefits (so-called reservation wages), better active policies to encourage vocational retraining, and appropriate tax breaks for businesses;

  • Tax reforms shifting the tax burden from direct taxation on labour and businesses to indirect taxation on consumption. This measure favours in particular export firms, which are not weighed down by higher VAT, but take advantage of relief on labour costs;

  • Actions in the area of school education and training to raise human capital levels;

  • Support for productivity and technological innovation, using instruments such as tax credits for private spending on Research & Development.

According to forecasts, if this package of reforms were enacted by each country it would raise aggregate GDP of the Eurozone by 6% by the end of the next decade. There would be spillovers on incomes, domestic demand and competitiveness in overseas markets. The public deficit and public debt would become more sustainable, and trade imbalances between core and peripheral nations would be reduced. The only proviso is that since the effects of these reforms would be seen only after a few years, it is crucial for all countries to introduce them as soon as possible, overcoming corporative resistance within them.

While we share the concerns about the future of the Union, and agree with the need to adopt prompt measures to correct the route being taken by Europe, we have strong reservations about the reformist efficacy of the Commission’s agenda. We are not convinced about the general framework of the reforms, being overly biased on the supply side, with instruments such as tax reductions, tax breaks, liberalisations, reductions in social safety nets and social security spending. Reforms on the supply side are based on the assumption that the market, through the pricing system, is the best way of allocating production factors, maximising general wellbeing and employment. When this does not happen, and there is higher unemployment or lower GDP, it is because there are rigidities – to be ascribed to external factors – that do not allow prices (and wages) to find their own equilibrium. This is the case of overly generous unemployment benefits, which lead to a decline in labour supply, or restrictive rules on redundancies, which discourage firms from hiring workers. The task of economic policy should be to eliminate such distortions.

merkelThis vision has no empirical confirmation. In the period 2008-2013 the number of jobless rose by 4 percentage points in the Eurozone (source: Eurostat), despite peripheral countries injecting massive amounts of flexibility into the labour market, reduced social protection, benefits and labour costs per product unit, and introduced important reforms to raise the age of retirement. Far from depending on supply conditions, the exponential rise in unemployment is due to the lack of demand for consumer goods and capital goods on the part of businesses and households, which in turn is caused by brutal tax consolidation policies (spending cuts and higher taxes) imposed by European institutions on member States. It is clear that unless there is a radical change in economic policy, Europe is at risk of coming undone at the seams.

The new driving force of growth in the Union must come above all from domestic demand, thus reducing the incidence of exports. For this to happen (demand side) policies are needed that can put a stop to the intolerable social suffering of the people and steer long-term economic development towards paths of environmental sustainability, social justice and material wellbeing. Public investments should be undertaken in support of these efforts, as they have immediate multiplier effects on income and employment. If they are channelled to specific sectors, for example research, physical and non-physical infrastructures, environmental protection, they can also improve the quality of product supply in the medium and long term.

 A huge amount of resources needs to be mobilised for such an investment plan, yet funding sources are available: Eurobonds, environmental and financial transactions taxes, more structural funds, and a radically reformed European Central Bank, whose new target is full employment.

Obstacles to change are all of the political (and ideological) variety. We shall see whether in the forthcoming European elections in May the ideas of change will finally prevail over vested interests.

Federico Stoppa

Fonte: questeistituzioni