Curare l’essenziale, curarsi dall’insensatezza

Credit: Fabio Omero – on ice…

Fuori dalla finestra c’è il solito tricolore, ormai avvizzito e mangiato dal sole. Se ne sta ancora lì, abbarbicato come può alla ringhiera del balcone, per adempiere ad una funzione imprecisata: esprimere unità o infondere speranza? Ma l’unità in questo Paese è davvero possibile? (Sì, direte voi, solo quando gioca la nazionale di calcio). E la speranza, senza la fiducia nel futuro, è un costrutto verosimile in un mondo che è una continua notizia inquietante?

Si cammina per strade assonnate. Il ritmo dell’atmosfera sembra un lento rientro da un luogo oscuro, indecifrabile. Si percorrono i soliti tragitti con i volti mezzi coperti, e la mancanza di respiro è letterale quanto metaforica: accomuna chi, in maniera ostinata, vede nella giustizia sociale e ambientale il nuovo lessico per la politica.

Ci si saluta a malapena quando ci si incrocia, forse per paura, forse perché non riusciamo più a riconoscerci del tutto. O perché semplicemente, in alcune parti del paese, si usa ormai così. Ma siamo davvero cambiati? Ma no, sarà solo l’effetto mascherina: stiamo imparando a concentrare tutta la comunicazione del volto nell’espressione degli occhi.

Nonostante la stranezza, e la pesantezza, e la voglia rallentata di ricominciare, associata spesso a menefreghismo e al non rispetto delle regole basiche che ci siamo dati in questi mesi, mesi atipici contraddistinti da distanze sociali e isolamenti, c’è qualcosa di prezioso che ci ha mantenuto in vita, e che permette tuttora – con sempre e più ulteriori fatiche e stenti – il funzionamento del tutto. Qualcosa che diamo sempre per scontato, ma che di scontato non ha proprio nulla, anzi.

Sto parlando della cura, del prendersi cura. Che parola impegnativa. Eppure, restando per molto tempo a casa, l’abbiamo riscoperta questa parola, senza neanche accorgercene, incarnandola spontaneamente in gesti utili e azioni ripetitive, per noi e per chi ci era vicino, e ci ha fatto capire principalmente due cose: la prima, che siamo dei corpi, dei corpi estremamente fragili; la seconda, che viviamo appieno solo quando il superfluo che distrae le nostre vite lascia il posto all’essenziale.

Ecco che allora il ritorno ai corpi, assieme al lavoro di cura che si preoccupa dell’essenziale, hanno mostrato le contraddizioni del nostro tempo, le crepe di una società in ginocchio, che sacrifica continuamente le ragioni della vita alle ragioni del profitto (scelte “tragiche”, vengono definite, ma necessarie), sfruttando senza ritegno ed estirpando dignità per ogni dove, mercificando ogni cosa e la vita stessa, pur di esaltare la produzione insensata dell’immateriale, del superfluo che abbaglia e offusca continuamente chi siamo e cosa vogliamo (sarà forse per questo che le nostre bussole, oggi, sono diventate i nostri smartphone?).

La riproduzione, ovvero il lavoro di cura, i servizi essenziali, il lavoro educativo, il lavoro sociale e di assistenza, il lavoro di chi – in silenzio – crea le condizioni affinché nulla ci manchi (penso a una tavola imbandita), è la sfera della società più maltrattata e bistrattata che possa esistere, con stipendi sistematicamente da fame, con ritmi di lavoro estenuanti e disumani, con nessuna garanzia per sé e per le proprie famiglie, in una parola: con nessuna immaginazione per il futuro.

Ed è proprio questa sfera – vitale durante questi lunghi mesi – che ora viene subitamente oscurata e messa a tacere, per favorire il frettoloso ritorno alla normalità della produzione, del tanto decantato “sviluppo” – una normalità, così facendo, che sarà di gran lunga peggiore di quella di prima.

La pandemia non è che una prova generale. È solo “un’esercitazione antincendio” a fronte della stupefacente crisi climatica che abbiamo contribuito a innescare. E se non corriamo a proteggere la sfera della riproduzione sulla produzione a ogni costo, se non cominciamo a “porre la corporeità, i bisogni, la vulnerabilità dell’essere umano al centro delle attenzioni condivise, collocando la cura – la manutenzione e perpetuazione del mondo da cui dipende la nostra vita – nel posto centrale oggi occupato dall’impresa e dal mercato, quale oggetto di preoccupazione democratica”, non avremo futuro.

E come si fa tutto questo? Iniziando a rovesciare, in tutto e per tutto, l’antropologia neoliberale, che incrosta e infetta le nostre vite, e che ci fa credere ogni volta che l’altro non è che un limite alla nostra libertà, che “libertà è lasciare un ospedale, una scuola, un quartiere, una città quando non funziona.”

L’altro, invece, è condizione imprescindibile per realizzare se stessi nell’uguaglianza delle diversità, nella pienezza delle capacità di ognuno. Per cui libertà, come recita il principio costituzionale, “è la possibilità di impegnarsi affinché siano rimossi gli ostacoli al funzionamento di quelle comuni ricchezze.”

Voce, non solo exit, direbbe Albert Hirschman – per noi bisognosi di riconoscimento, parcheggiati da qualche parte nell’insensatezza; voce, non solo exit, per noi che vorremmo un mondo più giusto nel rispetto dell’intero pianeta.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Riferimenti

Giorgia Serughetti, “Democratizzare la cura / Curare la democrazia”, nottetempo, 2020.

Fabrizio Barca, “Cambiare rotta. Più giustizia sociale per il rilancio dell’Italia”, Laterza, 2019.

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