Archivio per aprile, 2015

Germany Italy

Dicembre 1963: l’alba del primo esecutivo di Centrosinistra “organico”. Il Partito Socialista entra per la prima volta nella stanza dei bottoni assieme alla DC. È un’occasione storica per cambiare il Paese. In quella straordinaria temperie politica e culturale, due giovani economisti di area liberalsocialista, Giorgio Fuà e Paolo Sylos Labini, pubblicano un libretto dal titolo Idee per la programmazione economica, una bussola utile ancora oggi per orientarsi tra riformismi autentici e posticci.

Per Sylos e Fuà, un programma di riforme volte a modificare la struttura economica del Paese deve avere tre pilastri: 1) una fotografia attendibile della situazione attuale; 2) la definizione di obiettivi di medio-lungo periodo (15 anni almeno); 3) gli strumenti operativi per realizzarli.

La diagnosi. Nel decennio 1952-62, la crescita del PIL pro capite italiano era stata tumultuosa – 6% all’anno – ma squilibrata a) nell’allocazione delle risorse per settore produttivo, b) nella distribuzione territoriale dello sviluppo, c) nella struttura dei consumi, d) nella distribuzione del reddito.

riformismiIl mercato del lavoro era segnato dal dualismo: troppe persone rimanevano sottoccupate nel settore dei servizi, segnatamente nel commercio. L’inefficienza nella rete di distribuzione dei beni, in particolare, manteneva alti i margini di profitto e frenava la discesa dei prezzi al dettaglio e, dunque, alterava le ragioni di scambio intersettoriali a svantaggio dell’industria, settore a più alta produttività media. I costi di tale inefficienza erano scaricati sui consumatori, specie quelli meno abbienti.

L’opulenza dei consumi privati coesisteva con lo squallore dei consumi pubblici, quali scuola, sanità, edilizia popolare, trasporti urbani ed extraurbani. Effetto, questo, dall’elevata disuguaglianza nei redditi personali; dell’emulazione da parte dei meno abbienti dello stile di vita dei più ricchi, fomentata dalla pubblicità; da una pubblica amministrazione non all’altezza del suo ruolo.

Gli obiettivi di medio-lungo termine. La piena occupazione delle forze di lavoro al più alto livello di rendimento e remunerazione possibile (quindi “eliminando nella misura del possibile l’occupazione precaria”, p.13). Lo sviluppo prioritario di alcune tipologie di consumi sociali che riguardavano l’istruzione, la ricerca scientifica, la pianificazione urbanistica, la manutenzione del territorio. Il miglioramento della distribuzione personale dei redditi e l’aumento della quota dei redditi da lavoro sul reddito nazionale. L’arresto dello spopolamento di alcuni territori e la congestione di altri, ridistribuendo coerentemente tra questi le attività produttive con investimenti adeguati.

Gli strumenti operativi. Una riforma fiscale ancorata a criteri di progressività sostanziali, che sfrondasse le esenzioni, che semplificasse norme e procedure, che combattesse l’evasione. Si doveva comporre prevalentemente di un’imposta personale sul reddito e una sui redditi di impresa, con delle precauzioni. Nel caso dell’imposta sul reddito, si suggeriva la tassazione progressiva del solo reddito speso, per favorire l’accumulazione di capitale produttivo; mentre l’imposta sulle società doveva discriminare tra profitti mandati a riserva e reinvestiti e quelli distribuiti, pesando maggiormente su quest’ultimi.

La politica dei redditi. Veniva esplicitata la golden rule da rispettare per favorire un’equa ripartizione del prodotto sociale tra capitale e lavoro evitando spirali inflazionistiche: i salari devono aumentare al tasso di crescita della produttività del lavoro; se questo non avviene, i profitti ( e le rendite) crescono troppo relativamente ai salari, e il peggioramento nella distribuzione del reddito deprime i consumi e riduce gli stessi investimenti, frenando produttività e sviluppo.

Concludeva il quadro la riforma urbanistica. Fuà e Sylos denunciavano un distacco progressivo tra sviluppo economico e pianificazione territoriale. La speculazione sulle aree agricole e urbane aveva fatto lievitare i prezzi degli alloggi e degli affitti e taglieggiato il salario reale. Si incoraggiava la riforma, poi abortita, dell’esponente DC Fiorentino Sullo che prevedeva l’espropriazione preventiva delle aree di espansione e la riassegnazione del diritto edificatorio ai privati dopo un’asta pubblica; meccanismo che avrebbe tagliato alla radice la rendita fondiaria parassitaria e arrestato la speculazione.

Se proposte nel contesto attuale, riforme di tale portata scatenerebbero l’anatema degli uomini della pratica al governo e dei loro scribacchini; come all’epoca caddero sotto il fuoco incrociato del liberismo economico di matrice confindustriale e delle velleità rivoluzionarie della sinistra comunista 1.

Il lettore potrà nondimeno misurare la distanza intellettuale che separa questa cultura riformista da quella dei nostri giorni, fatta di tecnocrati senza visione e spessore, intenti ad appiccicare impunemente l’etichetta di riforme strutturali sopra l’ennesimo tentativo di svalutazione del lavoro.

NOTE:

1“Ci fu un boicottaggio vero e proprio[..] Ci trovammo di fronte una pubblica amministrazione disgraziata, una destra economica ostile che scambiava la Programmazione per la pianificazione, la radicale diffidenza della sinistra e della Cgil che avrebbe potuto offrire maggiore aiuto se avesse messo da parte le farfallette rivoluzionarie” (P. Sylos Labini, Un Paese a civiltà limitata, 2006, pp.86-87)

Federico Stoppa

L’Esilio di Elena

Pubblicato: aprile 18, 2015 da Federico Stoppa in Cultura
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camus

di Albert Camus

Il Mediterraneo ha la propria tragicità solare che non è quella delle nebbie. Certe sere, sul mare, ai piedi delle montagne, cade la notte sulla curva perfetta d’una piccola baia e allora sale dalle acque silenziose un angosciante senso di pienezza. In questi luoghi si può capire come i Greci abbiano sempre parlato della disperazione solo attraverso la bellezza e quanto essa ha di opprimente. In questa infelicità dorata la tragedia giunge al sommo. Invece la nostra epoca ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni. Ecco perché l’Europa sarebbe ignobile, se mai il dolore potesse esserlo.

Noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa han preso le armi. È la prima differenza, ma risale molto addietro. Il pensiero greco si è sempre trincerato nell’idea di limite. Non ha spinto nulla all’estremo, nè il sacro, nè la ragione, perché non ha negato nulla, né il sacro, né la ragione. Ha tenuto conto di tutto, equilibrando l’ombra con la luce. Invece la nostra Europa, lanciata alla conquista della totalità, è figlia della dismisura. Essa nega la bellezza come nega tutto quello che non esalta. E, per quanto in modo diverso, esalta una sola cosa: l’impero futuro della ragione. Nella sua follia, essa allontana i limiti eterni e, nello stesso istante, oscure Erinni le si avventano sopra e la straziano. Vecchia Nemesi, dea della misura, non della vendetta. Chi supera il limite, ne è castigato senza pietà.

esilio di elenaI Greci, che per secoli si sono interrogati su che cosa sia giusto, non potrebbero capir nulla della nostra idea di giustizia. Per loro l’equità supponeva un limite mentre tutto il nostro continente spasima alla ricerca di una giustizia che vuole totale. Già all’aurora del pensiero greco, Eraclito immaginava che la giustizia ponga limiti allo stesso universo fisico. <<Il sole non oltrepasserà i suoi limiti, altrimenti le Erinni, custodi della giustizia, sapranno scoprirlo. >> Noi, che abbiamo scardinato l’universo e lo spirito, ridiamo di quella minaccia. Accendiamo in un cielo ebbro i soli che vogliamo. Ma questo non toglie che i limiti esistano, e noi lo sappiamo. All’estremo delle nostre demenze, fantastichiamo di un equilibrio che ci siamo lasciati alle spalle e che ingenuamente crediamo di ritrovare in fondo ai nostri errori. Presunzione puerile che giustifica come popoli infantili, eredi delle nostre follie, guidino oggi la storia.

Un frammento, attribuito sempre a Eraclito, enuncia semplicemente:  <<Presunzione, regresso del progresso. >> E molti secoli dopo il filosofo di Efeso, davanti alla minaccia di una condanna a morte, Socrate non si riconosceva altra superiorità che questa: non credeva di sapere quello che ignorava. La vita e il pensiero più esemplari di quei secoli terminano con una fiera ammissione di ignoranza. Dimenticandolo, abbiamo dimenticato la nostra virilità. Abbiamo preferito la potenza che scimmiotta la grandezza, prima Alessandro e poi i conquistatori romani che, con incomparabile bassezza d’animo, gli autori dei nostri manuali ci insegnano ad ammirare. Anche noi, a nostra volta, abbiamo conquistato, spostato limiti, dominato cielo e terra. La nostra ragione ha fatto il vuoto. Finalmente soli, portiamo a compimento il nostro dominio su un deserto. Come potremmo dunque immaginare quel superiore equilibrio in cui la natura bilanciava la storia, la bellezza il bene, e che portava la musica dei numeri fin nella tragedia del sangue? Noi voltiamo le spalle alla natura, ci vergogniamo della bellezza. Le nostre miserevoli tragedie si trascinano dietro un odore di scrivania e il sangue di cui grondano ha il colore dell’inchiostro grasso.

Perciò oggi è indecente proclamare che siamo figli della Grecia. Oppure ne siamo i figli rinnegati. Mettendo la storia sul trono di Dio, andiamo verso la teocrazia, come quelli che i Greci chiamavano barbari, combattendoli a morte nelle acque di Salamina. Per afferrare bene la differenza bisogna ricorrere a quello fra i nostri filosofi che è il vero rivale di Platone. <<Solo la città moderna>> osa scrivere Hegel, <<offre allo spirito il terreno in cui può prendere coscienza di sé>>. Cosi noi viviamo l’epoca delle grandi città. Il mondo è stato deliberatamente amputato di ciò che ne costituisce la permanenza: la natura, il mare, la collina, la meditazione serale. C’è coscienza ormai solo nelle strade, perché c’è storia solo nelle strade, questo è il decreto. E in quella scia, le nostre opere più significative attestano lo stesso partito preso. Dopo Dostoevskij, si cercano invano i paesaggi nella grande letteratura europea. La storia non spiega ne l’universo naturale che c’era prima, ne la bellezza che sta sopra alla storia. Quindi ha scelto di ignorare l’uno e l’altra. Mentre Platone comprendeva tutto in sé, l’assurdo, la ragione e il mito, i nostri filosofi, che hanno chiuso gli occhi sul resto, non contengono che l’assurdo o la ragione. La talpa medita.

l'eteHa cominciato il cristianesimo a sostituire alla contemplazione del mondo la tragedia dell’anima. Ma almeno si riferiva ad una natura spirituale, e, mediante quella, manteneva una certa fissità. Morto Dio, non rimane altro che la storia e  la potenza. Da molto tempo ogni sforzo dei nostri filosofi non mira ad altro che a sostituire alla nozione di natura umana quella di situazione, e all’armonia antica l’impeto disordinato del caso o il moto spietato della ragione. Mentre i Greci ponevano alla volontà i limiti della ragione, noi, per finire, abbiamo messo la spinta della volontà al centro della ragione, che ne è diventata micidiale. Per i Greci i valori preesistevano ad ogni azione e ne segnavano esattamente i limiti. La filosofia moderna colloca i propri valori al termine dell’azione. I valori non sono, divengono, e li conosceremo interamente solo aI compiersi della storia. Coi valori, sparisce il limite, e dal momento che le concezioni differiscono su quel ch’essi saranno, dal momento che non c’è lotta che, senza il freno di quegli stessi valori, non si estenda all’infinito, oggi i messianismi si affrontano e i loro clamori si fondono nell’urto degli imperi. Secondo Eraclito, la dismisura è un incendio. L’incendio avanza, Nietzsche è superato. L’Europa non filosofeggia più a colpi di martello, ma di cannone.

Però la natura è sempre lì. Alla follia degli uomini contrappone i cieli calmi e le proprie ragioni. Fino a che anche l’atomo prenda fuoco e la storia si compia col trionfo della ragione e l’agonia della specie. Ma i Greci non hanno mai detto che il limite non poteva essere varcato. Hanno detto che esisteva e che veniva colpito senza pietà chi osava oltrepassarlo. Nella storia di oggi non c’è nulla che li possa contraddire.

Lo storico e l’artista vogliono entrambi rifare il mondo. Ma l’artista, costrettovi dalla propria natura, conosce i suoi limiti e lo storico li disconosce. Perciò il fine di quest’ultimo è la tirannia, mentre la passione del primo è la libertà. Tutti coloro che oggi lottano per la libertà combattono in ultima analisi per la bellezza. Non si tratta, beninteso, di difendere la bellezza per se stessa. La bellezza non può fare a meno dell’uomo; ma solo seguendo la nostra epoca nella sua sventura noi le daremo grandezza e serenità. Non saremo mai più solitari. Ma è altrettanto vero che l’uomo non può fare a meno della bellezza e la nostra epoca finge di volerlo ignorare. Essa s’irrigidisce per raggiungere l’assoluto e il dominio, vuole trasfigurare il mondo prima di averlo esaurito, ordinarlo prima d’averlo capito. Per quanto dica, essa diserta da questo mondo.

Nell’isola di Calipso, Ulisse può scegliere fra l’immortalità e la terra della patria. Sceglie la terra, e insieme la morte. Oggi una grandezza cosi semplice ci è estranea. Altri dirà che manchiamo d’umiltà. Ma, tutto considerato, la parola è ambigua. Simili ai buffoni di Dostoevskij che si vantano di tutto, salgono alle stelle e finiscono con l’esibire la propria vergogna nel primo locale pubblico, noi manchiamo di quella fierezza dell’uomo che è fedeltà ai propri limiti, amore chiaroveggente della propria condizione.

<<Odio il mio tempo,>> scriveva Saint-Exupéry prima di morire, per ragioni che non sono molto lontane da quelle di cui ho parlato. Ma, per quanto conturbante sia questo grido che viene da chi aveva amato gli uomini in quel che hanno di ammirevole, noi non lo faremo nostro. Eppure, in certi momenti, che tentazione di abbandonare questo mondo triste e scarno! Ma questo tempo è il nostro, e noi non possiamo vivere odiandoci. L’uomo è caduto cosi in basso solo per l’eccesso delle sue virtù e per la grandezza dei suoi difetti. Lotteremo per quella fra le sue virtù che risale a tempi lontani. Quale? I cavalli di Patroclo piangono il loro padrone morto in battaglia.. Tutto è perduto. Ma il combattimento riprende con Achille e alla fine c’è la vittoria, perché l’amicizia è stata assassinata: l’amicizia è una virtù.

Ammettere l’ignoranza, rifiutare il fanatismo, por limiti al mondo e all’uomo, il viso amato, la bellezza insomma, è questo il terreno su cui ci ricongiungeremo ai Greci. Il senso della storia di domani non è in certo modo quel che si crede. Esso è nella lotta fra creazione e inquisizione. Nonostante il prezzo che agli artisti costeranno le loro mani vuote, si può sperare nella loro vittoria. Sopra il mare scintillante ancora una volta si dissiperà la filosofia delle tenebre. O pensiero meridiano, la guerra di Troia viene combattuta lontano dai campi di battaglia! Anche questa volta le terribili mura della città moderna cadranno, per darci, <<anima serena come la calma dei mari>>, la bellezza di Elena.

(da L’ Estate e altri saggi solari, Bompiani, 2003)

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Semplicity Complexity – Maggies World

A Giovanni, lui dovrebbe sapere perché

Spesso si dice che le cose più semplici siano sempre le cose migliori. Che, forse, siano le uniche che meritano di essere perseguite per condurre una vita sana e tranquilla; le sole quindi da cercare, perseverare e valorizzare, sempre. Le cose complicate, al contrario, sono assolutamente da evitare, da rigettare a priori, perché non hanno alcun senso, e perché l’apparente caos che producono – in quel loro tramestio sconclusionato – non è minimamente gestibile, né comprensibile: risulta difficile da declinare nelle nostre singole (e complicate) vite. Per questo motivo, la semplicità fa star bene, non crea problema, ed è sempre comprensibile: la possiamo utilizzare a nostro piacimento quando e come vogliamo: è una cosa immediata.

Sostenendo questo però ci si dimentica, altrettanto spesso, da dove deriva quell’immediatezza; che cosa alimenta quella semplicità così vivida, così facilmente introiettabile, tale da conquistare – con quel suo potente accesso – le nostre percezioni, la nostra gamma di emozioni, e tutto quello che diventeremo una volta averla assimilata, una volta averla assorbita.

Se dimentichiamo cosa c’è dietro – quale sia stato il processo che l’ha portata fino a lì – affinché quella semplicità sia così genuina, così chiara, e si mostri in quel modo così piacevole tale da esaltarci, affascinarci, catturarci in quel suo inconfondibile brio; se non riusciamo ad avvertire cosa veramente la rende tale, probabilmente quella semplicità durerà poco, e sarà semplicemente (!) una semplicità di “facciata”, che subito dopo averla vissuta creerà necessariamente un vuoto interiore, una specie di mancanza, e che andremo a sopperire cercandone ancora, e poi ancora, sempre di più, magari della stessa “semplice” specie.

By_YukoShimizu

Yuko Shimizu

Allora bisognerà fare una distinzione adeguata, tra una semplicità immediata, puramente di “etichetta”, e una semplicità più peculiare, più distintiva, un formato più “consapevole”. La prima creerà subito dei vuoti, delle mancanze immediate, e avrà paura di vivere la noia; la seconda invece durerà nel tempo, creerà e donerà significato, e consentirà di dare senso ai troppi e confusi stimoli/eventi che bombardano continuamente le nostre vite; ci aiuterà, in ultimo, a reprimere quella voglia irrefrenabile di cercarne ancora, in una parola: ci farà assaporare cosa voglia dire, veramente, “vivere la noia”.

Creando dunque carenze molteplici, il primo tipo di semplicità condurrà a ricerche fameliche dell’immediato che non durerà molto, ma che al contrario si volatilizzerà non appena sarà conclusa la sua “appagante utenza”. Realizzerà un mondo pieno di traffico impazzito, di attori forsennati che cercheranno la loro (singola) felicità sfuggendo alla paura della noia, allontanando – solo per un po’ – quell’inquietudine che avvampa nel non sapere come colmare il “tempo libero” che è rimasto a disposizione: un tempo severo e inconcepibile. Creerà disagi interiori; disordini esteriori. Non consentirà una sana e lenta comunicazione tra i soggetti, né uno scambio simbolico tra le parti: tutti correranno all’impazzata, per procurarsi immediatamente un altro “pacchetto di semplicità” – e dunque un’altra auspicabile dose di “felicità” – lontano da tutti, lontano dal dialogo, lontano dall’attesa… Lontano dal cuore.

Se questi pacchetti-di-semplicità smettessero di essere “acquistati” – e se fossero dunque risucchiati da quello stesso vortice che li mette continuamente in circolo – allora il mondo del “marchio” cesserebbe di esistere, mostrando in tutto e per tutto la sua fallacia, la sua illusorietà; svelando la mancanza di contenuti che viene abilmente nascosta da quella stessa etichetta, tanto desiderabile quanto facilmente accessibile, e che si annuncia, a più riprese, offrendosi come l’emblema di un “mondo buono”.

Tutto questo, allora, ci porta a riflettere su – e a vivere in – un mondo fatto di pure “semplicità patinate”, di simulacri, creati ad hoc per soddisfare ed esaudire le “dipendenze” immediate di chi ne è continuamente alla ricerca, di chi non può proprio più farne a meno. Queste considerazioni ci dicono che dietro questo genere di semplicità non ci sia davvero nulla, se non un vuoto siderale, che viene costantemente mascherato – e sostituito – da un’altra semplicità della stessa specie, già impacchettata e facilmente disponibile: subito pronta, dopo la prima, ad essere consumata, e a richiamarne un’altra e un’altra ancora, all’infinito.

CCueBooks

Dean Gorisen

Basti pensare ai best seller di oggi, pile di libri commerciali così semplici e così reperibili ovunque (si possono trovare benissimo all’uscita delle toilette che animano i chiassosi autogrill all’ora di punta) che hanno bisogno di essere scritti in diverse puntate per continuare a divulgare il nulla che contengono. Colori sgargianti, copertine facilmente riconoscibili: un’economia che spreca carta distruggendo l’ambiente, e senza un’utilità alcuna di significato. Chi cerca questi libri, affermerà che il genere di semplicità che contengono parla direttamente alle loro vite, li “pervade” immediatamente, perché – dicono – sono in grado di rispecchiare al meglio la loro quotidianità, e lo fanno senza troppi giri di parole (è una lettura “semplice”, quindi poco impegnativa, l’ideale da consumare prima di andare a letto – si è troppo stanchi per dedicarsi al “troppo impegnativo” che porta via solo altra fatica e tempo prezioso; un tempo che non c’è più, e che si è dileguato per sempre: non abbiamo più abbastanza tempo per questo genere di tempo).

C’è quindi chi scrive solo per vendere – e quindi per vendersi, tra giochi di parole architettati a tavolino solo per estasiare e sedurre, per fare breccia su un pubblico di lettori ubriaco e disarmato; gente ormai disabituata a comprendere, a pensare. In questo modo, si perde il significato di fondo (anzi, forse non è mai esistito un significato), e ciò che rimane è solo la brutta copia scintillante di un’umanità lasciata allo sbando; continuamente abbagliata da messaggi insignificanti, da “emozioni” all’ultimo grido, da segnali senza tracce.

È un po’ come quello che accade coi media: parlano della notizia in sé eclatante – per l’appunto “senza troppi giri di parole” – riportando solo l’evidenza dello scoop, la copertina, il fatto semplice e immediato, dimenticando di rintracciare – o magari di discutere – quale sia l’eventuale contenuto/sostanza che potrebbe svelare quella notizia (tralasciando inoltre l’esigenza – forse primaria – di ri-collocarla nella “storia” – oddio che brutta parola!), perché, in fondo, le tecniche non sono diventante altro che il fine, e il messaggio non è che il medium in sé.

Tullio Pericoli

Tullio Pericoli

Tutto questo, fa pensare un po’ a quel peso che intacca inesorabilmente il mondo, e che Italo Calvino contrappose al valore della leggerezza nella sua prima indimenticabile “lezione americana”: “In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa. […] Per tagliare la testa di Medusa senza lasciarsi pietrificare, Perseo si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge il suo sguardo su ciò che può rivelarglisi solo in una visione indiretta, in un’immagine catturata da uno specchio. […] È sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo, ma non in un rifiuto della realtà del mondo di mostri in cui gli è toccato di vivere, una realtà che egli porta con sé, che assume come proprio fardello.”

Per ingannare dunque la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo, Calvino ci suggerisce di ricercare la leggerezza della pensosità, che fa apparire la leggerezza della frivolezza come qualcosa appunto di pesante e opaco: “Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite.

Bisognerebbe perciò affidarsi a quella semplicità concepita con una certa elaborazione di pensiero, con quella premura e pazienza in grado di gestire il complicato e di renderlo leggibile; capace cioè di creare un ventaglio d’interpretazioni, dove “tutto è chiaro, ma niente è limpido; tutto è rigoroso ma niente è immobile; tutto «è lì», ma non lo puoi toccare.” Una semplicità che fomenta la pausa, l’attesa, il ritornare su alcuni punti per scoprire ulteriori significati nascosti, perché è proprio lì che sta “la capacità, la vocazione fatale a vedere per l’appunto ciò che sta oltre, accanto, attorno, dietro alla pagina: una pagina a più dimensioni, a infinite dimensioni, illusionistica, allucinatoria, enigmatica, ma sempre tale in virtù della chiarezza.”

Yan Nascimbene

Yan Nascimbene

La natura, ad esempio, viene sempre invocata come la paladina della semplicità – il colore verde, spesso associato ad essa, è emblematico nella sua veste di “tranquillità” – perché ogni volta che ci immergiamo in essa ci dà l’impressione (forse un’impressione indotta?) di avere a che fare con un qualcosa di genuino, di incontaminato, di semplice appunto. Ci si dimentica però che tutta questa semplicità che avvertiamo, che percepiamo, non è altro che il risultato di un difficile e spesso audace sottile equilibrio, di una minuziosa complessità che, col tempo, si è resa armoniosa, e che si presta – nella sua fragile e instabile sofisticatezza – ad essere facilmente fruibile. La natura dunque, è uno di quegl’ingranaggi complessi che si spiega semplicemente, che dona ispirazione, e che permette il fluttuare di un pensiero incontrastato.

La vera semplicità, quella cioè contraddistinta dalla leggerezza del pensiero, e che si contrappone al peso della frivolezza, non è quasi mai una cosa semplice: c’è un intero mondo dietro. Un mondo che ospita continuamente insicurezze, sforzi e inquietudini, e quella lungimiranza di saper accogliere la noia, la monotonia, l’apparente inutilità. Allora c’è chi scrive senza accorgersene, per esprimere solo una necessità, un bisogno frustrante, un desiderio inespresso, e cerca in questo modo di dare senso a un mondo; cerca di capire cosa voglia dire, in fondo, essere un essere umano.

Come ci ricorda a tal proposito Bertrand Russell, “all great books contain boring portions, and all great lives have contained uninteresting stretches. Imagine a modern American publisher confronted with the Old Testament as a new manuscript submitted to him for the first time. It is not difficult to think what his comments would be, for example, on the genealogies. «My dear sir,» he would say, «this chapter lacks pep; you can’t expect your reader to be interested in a mere string of proper names of persons about whom you tell him so little. You have begun your story, I will admit, in fine style, and at first I was very favorably impressed, but you have altogether too much wish to tell it all. Pick out the highlights, take out the superfluous matter, and bring me back your manuscript when you have reduced it to a reasonable length.» So the modern publisher would speak, knowing the modern reader’s fear of boredom. He would say the same sort of thing about the Confucian classics, the Koran, Marx’s Capital, and all the other sacred books which have proved to be bestsellers. […] I do not mean that monotony has any merits of its own; I mean only that certain good things are not possible except where there is a certain degree of monotony… A generation that cannot endure boredom will be a generation of little men, of men unduly divorced from the slow processes of nature, of men in whom every vital impulse slowly withers, as though they were cut flowers in a vase.

Quella noia, quella monotonia tipica del rimuginare necessario; quel “ritornarci inutilmente su”, perché tutte le volte che termino un libro vero – di quelli che ti lasciano valanghe di roba seria addosso – mi prende una tristezza infinita… Come dice Salinger, mi verrebbe quasi voglia di chiamare l’autore, farci due chiacchiere, chiedere come sta. Appena prima di sfogliare l’ultima pagina cerco qualsiasi scusa per trattenermi ancora un po’, tra quelle pagine, perché so di per certo che di lì a poco mi mancheranno un sacco. Allora quella tristezza si adopera per te, ti viene subito in soccorso, dileguandosi nello stesso istante in cui la chiostra di un sorriso appartato diventa custode di un segreto solo tuo.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Italo Calvino, Lezioni americane, sei proposte per il prossimo millennio, Mondadori, 2002.

Bertrand Russel on the Vital Role of Boredom and “Fruitful Monotony” in the Conquest of Happiness, by Maria Popova, Brain Pickings