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È negli Ottanta che si gettano le basi per la distruzione economica del nostro Paese. Tuttavia, quella che oggi viene descritta dai media mainstream come le causa di tale sfascio – l’esplosione del debito pubblico, frutto avvelenato della deriva clientelare dei partiti della Prima Repubblica – appare ad uno sguardo meno superficiale l’effetto di ben altre scelte politiche, che presero forma tra il 1979 e il 1981.

Nell’aprile 1979, malgrado l’opposizione del Partito Comunista (si rileggano gli interventi di Giorgio Napolitano e Luigi Spaventa), i dubbi di economisti keynesiani come Federico Caffè e le riserve della Banca d’Italia di Paolo Baffi, la maggioranza del parlamento italiano decise di votare a favore dell’ingresso dell’Italia nel sistema monetario europeo (SME), il primo sistema a cambi fissi tra le valute europee, antesignano dell’euro. Nello specifico, il cambio della lira poteva oscillare al di sopra o al di sotto del 6% rispetto a un parità prefissata con le altre valute europee (questa margine si assottiglierà fino al 2,5% dal 1990). Data la maggior inflazione registrata nel Paese rispetto ai maggiori concorrenti europei, la competitività dell’industria italiana si deteriorerà per tutto il decennio. Le esportazioni di merci non terranno il passo delle importazioni, e si accumulerà un deficit di parte corrente della bilancia dei pagamenti. Per mantenere in pareggio la bilancia dei pagamenti e difendere la parità del cambio, le autorità di politica monetaria dovettero attirare capitali esteri, utilizzando l’esca degli alti tassi d’interesse. Ciò espose il Paese alla crescita dell’indebitamento nei confronti dell’estero.

Nel febbraio 1981, una lettera del ministro del tesoro Nino Andreatta indirizzata all’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, sanciva il “divorzio” tra politica monetaria e politica fiscale: la Banca d’Italia sarebbe stata esentata dall’acquistare, contro emissione di base monetaria, i titoli di debito pubblico non assorbiti dai privati nelle aste, di fatto rinunciando a calmierarne i tassi d’interesse. Da allora in avanti, lo Stato sarebbe stato costretto a finanziare il suo disavanzo sui mercati finanziari, alle condizioni (onerose) che imponevano questi ultimi.

Il combinato disposto di cambio forte e “divorzio” ebbe effetti positivi in termini finanziari – l’inflazione e il saldo primario tra entrate e uscite dello Stato migliorarono rapidamente – devastanti in termini reali e sulla distribuzione del reddito. La grande impresa iniziò una feroce ristrutturazione per ricostruire i profitti che il cambio forte e i maggiori costi interni non le permettevano più di ottenere. Il primo a farne le spese fu il sindacato, che subì un grande ridimensionamento di potere nelle fabbriche dopo la marcia dei quarantamila quadri FIAT di Mirafiori nell’ottobre del 1980 e il taglio della scala mobile nel 1984 (decreto di San Valentino del governo Craxi). A causa della debolezza del sindacato, la quota del reddito che andava al lavoro dipendente si restrinse a vantaggio dei profitti e delle rendite, che crescevano grazie ai tassi d’interessi reali positivi sui titoli di stato, mentre l’occupazione, specie nella grande impresa, crollava verticalmente. La crisi della grande impresa privata italiana si accentuò in quegli anni, condizionando negativamente il sentiero di sviluppo tecnologico e produttivo del Paese nei decenni successivi.

Un altro effetto perverso delle due scelte di politiche economica fu lo sviluppo incontrollato del debito pubblico. Alle origini della sua esplosione non ci fu, come afferma la vulgata dei media, una spesa pubblica primaria (specie di natura sociale) fuori controllo, che invece, nonostante il peso di sprechi e ruberie, si mantenne sempre al di sotto di Francia e Germania, né il difetto di entrate fiscali, che invece crebbero allo stesso tasso di crescita delle spese primarie; tanto che il saldo netto tra entrate e uscite migliorò rispetto agli anni Settanta. Ci fu invece la crescita, questa si inarrestabile, degli interessi passivi (dal 4,4% al 10,1% del prodotto nel decennio 1980 – 1990, circa il doppio di quanto registrato in Francia e Germania). Essa fu frutto dalla decisione della Banca d’Italia di Ciampi di tenere i tassi d’interesse a livelli abnormi, per due ragioni: vincolare il potere di spesa di una classe politica ritenuta inaffidabile e corrotta, e attirare i capitali esteri che consentivano di difendere il cambio forte della lira, in un contesto di perdita di competitività e di deindustrializzazione, risolvendo per questa via il conflitto distributivo a favore delle imprese.

A partire dagli anni Novanta si accentuerà, da parte dei principali organi di informazione italiani, una narrativa colpevolista, che attribuirà all’eccesso di spesa pubblica e di corruzione l’eccesso di debito pubblico degli anni Ottanta. Il tutto mettendo giovani contro vecchi, figli contro padri, sostituendo lo scontro generazionale alla vecchia contrapposizione tra capitale e lavoro. Tale narrativa, di matrice neoliberista, servì a far ingerire ai lavoratori italiani la pillola amara dell’austerità, che si concretizzerà sposando la costituzione materiale di Maastricht (1992). Da allora si ebbero drastici tagli di spesa previdenziale, privatizzazioni a prezzo di saldo delle industrie pubbliche, precarizzazione del lavoro, aumento della tassazione indiretta e sul lavoro , soppressione definitiva del meccanismo di tutela dei salari dall’inflazione, blocco del turnover nella pubblica amministrazione. Politiche che inflissero al Paese una stagnazione economica ventennale che culminerà, dal 2008, in una crisi economica più devastante, in termini di perdita di produzione e occupazione, di quella patita durante la depressione del 1929.

 

RIFERIMENTI

Sulla relazione tra cambio forte e crescita del debito pubblico in Italia negli anni dello SME si veda Augusto Graziani, I conti senza l’oste, Bollati Boringhieri, 1997 e Lo sviluppo dell’economia italiana, Bollati Boringhieri, 2000.

Per tutti i dati sulle principali grandezze macroeconomiche (PIL, tasso di inflazione e disoccupazione, etc) negli anni Ottanta si veda il contributo di Michele Salvati, Occasioni Mancate, Laterza, 2000.

Sulla dinamica della nostra finanza pubblica in una prospettiva storica si rimanda a Piero Giarda, Dinamica, struttura e governo della spesa pubblica: un rapporto preliminare, 2011 e al rapporto “Spesa dello stato dall’Unità d’Italia” a cura della Ragioneria dello Stato.

Sulle posizioni critiche di Federico Caffé sullo SME si rimanda al paper di Alberto Baffigi, L’economia del benessere alla sfida della tecnocrazia e del populismo: il pensiero democratico di Federico Caffé, 2016.

Sul “divorzio”tra Banca d’Italia e Tesoro si veda B. Andreatta, Il divorzio tra tesoro e bankitalia e la lite delle comari, Il Sole 24 ore, 26 Luglio 1991.

 

Federico Stoppa

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Laura Zulian - Ostuni

Laura Zulian – Ostuni

L’Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno (Svimez) combatte da anni una generosa e solitaria battaglia sul Sud Italia, picconando, uno dopo l’altro, i luoghi comuni che si sono sedimentati negli anni circa la sua dinamica economica. Il più duro a morire – e che condiziona ancora oggi il discorso sulle strategie di sviluppo del Sud – è quello sugli effetti perversi dell’intervento pubblico straordinario nel Meridione che caratterizzò il ventennio 1957-75, di cui si occupa un volume di recente pubblicazione (Svimez, 2016).

I sostenitori della tesi degli effetti perversi delle politiche di intervento straordinario (Trigilia, 1994; Barca 1999) ricorrono spesso, per suffragarla, all’immagine delle “cattedrali nel deserto”: grandi impianti ad alta intensità di capitale (siderurgici, energetici, petrolchimici) trapiantati nei territori meridionali da incentivi a fondo perduto dello Stato o da investimenti diretti delle Partecipazioni Statali, che non creano indotto né occupazione significativa e in definitiva alimentano solo clientelismo, sprechi e inefficienze. Da cui la proposta di sostituire l’intervento pubblico straordinario con un contesto di norme e incentivi (istituzioni) che avrebbe “liberato” il capitale sociale necessario per innescare uno sviluppo endogeno dell’economia meridionale, sull’esempio dei distretti industriali centro-settentrionali.

Il paradigma dello sviluppo endogeno diventa egemone negli anni Novanta, con la crisi politico-istituzionale che coinvolge il nostro Paese e il consolidamento dell’unione economica e monetaria europea (Calafati, 2016). Nel 1992 viene liquidato definitivamente l’intervento straordinario, e nel 1998 nasce la Nuova Programmazione Economica per il Mezzogiorno, che prevede che siano le Regioni ( e non più lo Stato) a prendersi in carico le politiche di sviluppo del Meridione, attraverso i fondi strutturali messi a disposizione dall’Unione Europea (mentre le risorse ordinarie diminuiscono). Si arriva quindi alla riforma del titolo V della Costituzione del 2001, in cui cade qualsiasi riferimento alla questione meridionale, e alle discussioni sulle virtù salvifiche del federalismo fiscale, nuova cura per un Sud malato e improduttivo che non farebbe altro che drenare risorse da un Nord laborioso e competitivo.

Daniele Gargano - Strisce

Daniele Gargano – Strisce

Ora, i dati riportati dalla Svimez raccontano un’altra storia. Le politiche attive dello Stato ridussero effettivamente il gap di PIL pro capite tra Centro-Nord e Sud di oltre 10 punti, tra il 1957 e il 1974. La convergenza economica fu favorita dell’introduzione del progresso tecnico in agricoltura, dalle infrastrutture finanziate dalla Cassa del Mezzogiorno e soprattutto dalle tanto biasimate “cattedrali nel deserto” pubbliche, che ebbero la funzione, essenziale, di fornitrici di input e beni intermedi a basso costo per le aziende tessili e meccaniche del Nord. Inoltre, nel periodo 1969-73 proliferarono, a seguito degli investimenti in capitale fisso delle multinazionali – anch’essi stimolati da contributi pubblici – piccole e medie aziende nei comparti meccanico, elettronico, aeronautico, dei mezzi di trasporto, con rilevanti ricadute occupazionali. Nel complesso, il saldo finale delle politiche attive al 1973 è in attivo per oltre 200mila addetti.

Per contro, Il Sud inizia il suo declino economico proprio negli anni dell’auspicato sviluppo endogeno, quando alla politica industriale e al sostegno agli investimenti si sostituisce il puntello ai consumi tramite sussidi pubblici ai redditi delle famiglie e delle imprese. Scelte di cui beneficiano soprattutto le imprese del Nord (che si trovano a disposizione, senza concorrenti, un mercato di 20 milioni di abitanti), senza effetti occupazionali né incrementi di produttività sul territorio. Negli anni Novanta la crisi del Meridione diventa patologica, ma il tentativo di curarla con i fondi europei assegnati alle Regioni si rivela un clamoroso abbaglioI criteri di assegnazione di queste risorse sono del tutto arbitrari, beneficiando in gran parte Paesi che praticano sistematiche politiche di dumping fiscale e salariale (Irlanda, Paesi dell’Est) oltre che – è il caso di molti paesi dell’ex Unione Sovietica non soggette alla moneta unica – svalutazioni del cambio per recuperare competitività. Per il Mezzogiorno, inoltre, le risorse europee non si aggiungono né compensano quelle ordinarie, che diminuiscono, e vengono sovente sprecate dalle classi politiche locali in progetti a bassissima redditività economica e sociale.

Negli anni Duemila si fa strada l’idea del federalismo fiscale, costruita sul teorema del Sud parassitario che vive sulle spalle del Nord produttivo. Ma i dati mostrano che proprio in quegli anni i trasferimenti di denaro dal Nord al Sud si riducono costantemente; ciò nonostante, la manifattura centro-settentrionale – privata dell’ossigeno delle svalutazioni competitive – segna il passo. Il Sud rende semmai meno drammatica questa situazione, nella misura in cui esprime una domanda di merci che è soddisfatta quasi interamente dal Centro Nord (il peso percentuale di importazioni nette sulle risorse disponibili è elevato nel Meridione). Quando, dopo l’ultima crisi, il mercato interno meridionale crollerà (-14% dal 2007), le imprese del Centro Nord subiranno perdite rilevanti, non compensate dalla tenuta dell’export nei mercati esteri.

Da quanto detto finora, si capisce come non abbia alcun senso leggere la questione meridionale con ottica micro, localistica, come è stato fatto negli ultimi trent’anni. Bisogna avere il coraggio di rimetterla al centro del dibattito pubblico come questione nazionale, occasione di sviluppo dell’intero Paese. La strategia di politica industriale per il Sud (e quindi per l’Italia) proposta dalla Svimez prevede la messa a valore del patrimonio naturale e culturale, la rigenerazione delle aree interne, lo sviluppo di filiere produttive incentrate sulle energie rinnovabili, la rinnovata operatività dei grandi porti come Gioia Tauro e Taranto, che possono (e devono) sfruttare la loro posizione privilegiata sul Mediterraneo, intercettando il grande flusso di merci che arriva da Cina e India, passa il Canale di Suez e infine raggiunge il Nord Europa. Il compito dello Stato, in questa strategia, non è quello di arbitro che mette qualche regola e lascia poi il campo alle Regioni e all’iniziativa privata, ma semmai quello di regista.  Recuperando quel mix di visione sistemica e capacità operativa e progettuale che contraddistinse, negli anni ’50, i paladini dell’intervento straordinario Pasquale Saraceno, Rodolfo Morandi, Gabriele Pescatore, ora finalmente riscattati dalla damnatio memoriae.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Francesco Paolo Cazzorla

 

Riferimenti bibliografici

Barca F. Il capitalismo italiano. Storia di un compromesso senza riforme, Donzelli, 1999

Calafati A., La Questione Meridionale (1992-2016): Un’analisi storico-critica, GSSI Working Papers, Aprile 2016

Svimez, La dinamica economica del Mezzogiorno, Il Mulino, 2016

Trigilia C. Sviluppo senza autonomia, Il Mulino, 1992

 

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david schweitzer

Leggo su Il Sole 24 ore che la metà degli italiani non ha mai sentito parlare di TTIP, il trattato sul commercio e gli investimenti che Stati Uniti e Unione Europea stanno negoziando in questi mesi. Una buona parte (il 35%) è contraria. La colpa non è della proverbiale ignoranza degli italiani, ma dei giornali, che solo ora (dopo ben 3 anni di trattative tra Commissione europea e Governo federale USA!)  cominciano a dedicare pagine di approfondimento ai contenuti del trattato.

Esso prevede, in sintesi, l’abbattimento definitivo delle barriere tariffarie sui flussi di merci che raggiungono le due sponde dell’Atlantico, la liberalizzazione degli investimenti nei servizi, l’armonizzazione degli standard tecnici e normativi in alcuni settori (farmaceutico, trasporti, telecom, agroalimentare), il completo accesso al succoso mercato degli appalti pubblici federali e locali statunitensi (ora aperto solo al 30% a causa del Buy American Act del 2009). Con benefici rilevanti per l’Europa: economici, sociali, geopolitici. Primo: sostegno alle esportazioni delle imprese (specie le piccole e medie), crescita del PIL, creazione di posti di lavoro. Secondo: prezzi più bassi per i consumatori senza sacrificare la qualità dei prodotti (specie nell’agroalimentare). Terzo: maggior integrazione delle economie occidentali per contenere l’avanzata del blocco russo-indo-cinese.

Al contrario di quanto predica la vulgata degli oppositori, il TTIP non si sottrae alle procedure democratiche: prima di diventare operativo, va ratificato all’unanimità da Consiglio europeo, Parlamento europeo e parlamenti nazionali.  I meccanismi di arbitrato internazionale che dovranno dirimere le controversie tra grandi imprese e stati nazionali vengono resi equilibrati e trasparenti,  diradando i timori iniziali. Ogm e privatizzazione dei servizi pubblici locali sono fuori dal negoziato. Gli standard ambientali e sociali dell’Unione – come ha ripetuto la Commissione europea – non sono barattabili.

inthesetimes.com

Tutto bene, quindi? Le numerose voci contrarie al TTIP (associazioni ambientaliste, ONG, politici di spicco come Hollande, Sigmar Gabriel, fino a Bernie Sanders e Donald Trump) sono solo degli oscurantisti, nemici del free trade e del progresso? Se ci si accontenta dei grandi enunciati, si. Se si quantificano gli effetti del trattato sull’economia europea, però, qualche dubbio emerge. La Confindustria (favorevole all’accordo) stima una crescita media annua del PIL europeo dello 0, 48% nel decennio 2017-27 grazie al TTIP (Confindustria, 2015). Briciole. Cancellare del tutto i dazi sui prodotti Usa e Ue, già in media bassissimi, o armonizzare gli standard normativi, non paga. E l’occupazione? Una crescita del PIL così irrisoria, derivata esclusivamente dall’export, non crea posti di lavoro significativi: si dimentica, infatti, che l’economia europea è trainata dalla domanda interna, non dall’export. Produzione e occupazione crescono con la spesa per consumi e investimenti più che con la domanda estera. Difficile, inoltre, che, in piena deflazione, l’ulteriore ribasso dei prezzi sulle merci importate accresca il benessere dei consumatori. Dal punto di vista economico, il TTIP ha quindi un impatto trascurabile. Fa il solletico al mostro della disoccupazione. Non può certo contrastare lo scenario da stagnazione secolare a cui sembra affacciarsi l’Occidente (Summers, 2014).

Le ragioni del trattato transatlantico sono tutte (geo)politiche. Il blocco occidentale Ue-Usa (50% del Pil mondiale, 1/3 dei flussi commerciali globali, ma solo il 15% della popolazione mondiale) non è più egemone. Sta crescendo il peso demografico, economico, politico di altri paesi, spesso dittature che calpestano i diritti umani, come Cina e Russia. Il trattato transatlantico serve ad arginare la loro avanzata, a riportare la globalizzazione sotto le briglie della democrazia liberale. Ma difendere le istituzioni della democrazia in senso sostanziale (e non solo formale) passa necessariamente per la redistribuzione di redditi, lavoro, opportunità. Tema cruciale che il TTIP non sfiora neppure, ma al quale è sensibile, oggi, la maggioranza dei cittadini europei e americani, gravata da povertà, disoccupazione, perdita di speranze.  È questo il punto che le elités europee e americane liberali, ben educate, cosmopolite e sostenitrici del free trade  si ostinano ad ignorare. È questo il motivo per cui molti cittadini consegnano la loro rappresentanza parlamentare ai partiti xenofobi, nemici agguerriti della libera circolazione di merci e persone, simpatizzanti dichiarati del dispotismo russo (Trump, Salvini, Le Pen).

È tempo che i liberali rimettano in cima alla loro agenda politica la questione sociale. In caso contrario, i popoli non rigetteranno soltanto un semplice accordo commerciale, ma – cosa francamente più allarmante – la stessa democrazia.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz e Francesco Paolo Cazzorla

 

Riferimenti bibliografici

Calenda C., Sì all’accordo ma niente soluzioni al ribasso, Corriere della Sera, 30/05/2016

Cavestri L.,  Un italiano su due non ha mai sentito parlare del Ttip, Il Sole 24 Ore,31/05/2016

Confindustria,  Ttip: stato dell’arte e prospettive del negoziato, Position paper, Novembre 2015

Economist (the), Trade: at what price?, 2/04/2016

Summers L.  Reflections on the New Secular Stagnation Hypothesis, Vox, 2014

 

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European-Union-flag

Tra gli argomenti più usati (e abusati) dalla grande stampa italiana nella sua crociata quotidiana contro la Casta politica, c’è sicuramente quello della mancata spesa dei fondi comunitari, specie nel Meridione. Un generoso dono di Bruxelles agli italiani, che però quest’ultimi, per corruzione e incapacità congenite, non sarebbero in grado di impiegare per promuovere quella “crescita” del PIL continuamente invocata. Peccato che lo storytelling mediatico non regga al rigoroso fact checking che Romina Raponi svolge nel libro Finanziamenti Comunitari. Condizionalità senza frontiere. La finta solidarietà dell’unione europea (Imprimatur, 2016). Non solo l’utilizzo dei fondi europei da parte dell’Italia è in linea con gli altri Paesi della Ue; ma nel 2014  l’Italia risultava anche un contribuente netto della Ue per ben 7 miliardi di euro, nonostante fosse al 12° posto nella Ue per Pil pro capite e presentasse fondamentali economici a dir poco disastrosi: Pil pro capite tornato ai livelli del 2000, un milione di occupati in meno rispetto al 2008, caduta degli investimenti fissi del 30% e perdita di capacità produttiva del 25% dall’inizio della crisi, esplosione della povertà e del debito pubblico, e ora deflazione.
Fatta questa necessaria premessa, l’autrice indaga nel dettaglio le modalità di funzionamento dei fondi comunitari. Come sappiamo, essi rappresentano una quota consistente del bilancio dell’Unione –  più di un terzo del totale – e sono suddivisi in fondi diretti e indiretti (fondi strutturali e di coesione). I primi vengono amministrati dalla Commissione Europea e assegnati mediante sovvenzioni e gare d’appalto, mentre i secondi sono ripartiti tra i 28 Stati membri dell’Unione e gestiti dalle amministrazioni centrali, regionali e locali.  Gli obiettivi fondamentali dei fondi strutturali sono quelli di favorire la convergenza delle regioni in termini di reddito pro capite e promuovere l’occupazione, gli investimenti in ricerca e infrastrutture e la competitività delle piccole e medie imprese europee. Un primo appunto mosso dall’autrice riguarda l’insufficienza delle risorse programmate, che si traduce nel mancato catching up, evidenziato dai dati, delle regioni povere rispetto a quelle ricche. Il secondo punto debole del meccanismo – causa precipua della mancata spesa dei fondi stessi – è quello del cofinanziamento obbligatorio dei progetti europei da parte degli enti pubblici nazionali. Infatti, quando un ente locale aggiunge al finanziamento europeo risorse proprie, a parità di entrate fa aumentare automaticamente deficit e debito, cosa che gli viene preclusa però dal patto di stabilità interno. In alternativa, può aumentare la tassazione, decurtando però il già magro reddito disponibile delle famiglie, oppure, ancora peggio, tagliare altri capitoli di spesa, il che significa erogare meno servizi e meno welfare (colpendo, in particolare, la sanità pubblica). Da sottolineare che le regioni, pur di non perdere i fondi, li impiegano per progetti non prioritari per il territorio, perché ciò che conta non è la loro qualità ma la loro realizzabilità in tempi brevi.

Il merito dell’autrice è quello di ricordarci che qualsiasi considerazione sull’utilizzo dei fondi comunitari non può prescindere da un’analisi critica della cornice giuridica in cui sono collocati: i Trattati di Maastricht (1993) e di Lisbona (2009). Dietro il linguaggio asettico delle norme, si cela un preciso disegno politico-ideologico: costruire uno spazio economico, finanziario e valutario sovranazionale in cui venga messa la sordina alle politiche keynesiane con vincoli al deficit e al debito pubblico, divieto di aiuti di Stato e del finanziamento diretto del Tesoro da parte della Banca Centrale, a tutto vantaggio del grande capitale che può muoversi liberamente a caccia di minori oneri fiscali, burocratici, sindacali.  La lotta alla disoccupazione è subordinata al controllo dell’inflazione e viene negato qualsiasi meccanismo di assorbimento degli shock che si verificano a seguito delle crisi (come crollo della produzione e disoccupazione), e che colpiscono più alcuni Paesi che altri. In altre parole, è assente un bilancio federale degno di questo nome, che trasferisca risorse dai Paesi ricchi a quelli in difficoltà.

La tesi della Raponi è che i fondi comunitari siano, a conti fatti, un dispositivo di controllo e direzione delle politiche di spesa degli Stati membri da parte delle istituzioni comunitarie.  Si veda, per ulteriore conferma, l’elenco delle raccomandazioni fatte dalla Commissione e dal Consiglio europeo al nostro Governo nel biennio 2013-14, nell’ambito della presentazione dell’accordo di partenariato che definisce le priorità di spesa dei fondi nel periodo 2014-2020[1]. Si prescrivono – pena la sospensione e/o la revoca dei finanziamenti – riforme strutturali che riguardano mercato del lavoro e dei prodotti, contrattazione aziendale, giustizia, pubblica amministrazione e istruzione, il controllo severo del deficit e del debito attraverso il taglio della spesa pensionistica e l’inasprimento della pressione fiscale sugli immobili e i consumi, oltre che la privatizzazione dei servizi pubblici locali.  Lungi dal cementare la coesione economica e sociale tra territori, la logica dei finanziamenti comunitari risponde in ultima analisi a quella ideologia dell’austerity che sta condannando l’Europa a un futuro di stagnazione e disoccupazione.

Federico Stoppa

Note:

[1] http://ec.europa.eu/europe2020/pdf/csr2014/csr2014_italy_it.pdf e http://ec.europa.eu/contracts_grants/pa/italia-observations_it.pdf

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Da sempre, in Italia, si dibatte su quale modello di sviluppo si adatti meglio alla nostra economia. Paradigmatico, in questo senso, è il confronto che si ebbe, nel 1947, durante le audizioni della Commissione economica della Costituente, tra Vittorio Valletta, storico amministratore delegato della Fiat, e l’ingegner Pasquale Gallo, commissario dell’Alfa Romeo, allora di proprietà del gruppo IRI[1]. Focus del dibattito era il tipo di specializzazione produttiva che l’Italia avrebbe dovuto adottare dopo la ricostruzione post-bellica. Valletta – certo mosso anche dagli interessi per la sua azienda – era persuaso che l’Italia dovesse produrre beni standardizzarti e di massa come gli altri grandi Paesi europei, ma a prezzi più bassi. Un modello di sviluppo che potremmo definire cinese, perché fonda il suo successo competitivo sul basso costo relativo della manodopera, sull’import di tecnologia da altri paesi e sulle economie di scala che solo grandi imprese possono raggiungere. L’ingegner Gallo, al contrario, sosteneva che l’Italia dovesse specializzarsi in produzioni affatto diverse da quelle degli altri Paesi: di nicchia, ad alto contenuto di creatività e di sapere artigianale. Dove è la qualità che conta, non il prezzo; dove la dimensione d’impresa non è più rilevante, ma lo è la capacità di assecondare le richieste di consumatori sempre più esigenti e desiderosi di identificarsi nei prodotti che comprano. Vinse la linea di Valletta per circa un ventennio, mentre le intuizioni dell’ing. Gallo riemersero, come un fiume carsico, negli anni Settanta.

Il modello di sviluppo indicato da Valletta sembrò, all’inizio, funzionare assai bene, tant’è che l’Italia conobbe, nel decennio 1953-63, il cosiddetto “miracolo economico”: il prodotto interno lordo crebbe, in media, del 6,3% annuo, senza innescare tensioni sui prezzi (tanto che il Financial Times attribuì alla Lira l’Oscar della valuta più stabile d’Occidente, nel 1958) e sulla bilancia dei pagamenti. La crescita fu trainata dagli investimenti in capitale fisso delle imprese e dalle esportazioni. Lo Stato diede il suo contributo attraverso la realizzazione di grandi infrastrutture (l’Autostrada del Sole Milano-Napoli, completata in soli 8 anni), l’edilizia popolare (il Piano Ina-Casa) e soprattutto attraverso il presidio delle imprese pubbliche nei settori strategici come il siderurgico, l’energia e le telecomunicazioni.  Il boom del Pil faticò però a tradursi in benessere generalizzato, come testimoniavano la miserabile condizione dei lavoratori nelle fabbriche del Nord-Ovest, la persistente arretratezza di vaste aree della penisola, l’incontrollata speculazione edilizia nelle città, la bassa partecipazione al mercato del lavoro da parte dei giovani e delle donne. Il tentativo di aggredire, con una vasta agenda di riforme, ognuno di questi problemi fu fatto nei primi anni Sessanta, dagli esecutivi di centro-sinistra, ma a parte la scuola media unificata e la nazionalizzazione dell’energia elettrica, costosissima per i contribuenti e assai profittevole per i grandi azionisti[2], i risultati furono nel complesso deludenti.

Negli anni Settanta, il modello di sviluppo fondato sulla grande impresa fordista e sul basso costo del lavoro andò in crisi. Le cause esogene furono il doppio shock petrolifero degli anni 1973 e 1979 – che decuplicarono il costo del petrolio – e la svalutazione del dollaro del 1971, oltre che la saturazione dei mercati dei beni di consumo durevole (elettrodomestici, automobili) e la conseguente caduta dei profitti in quei settori. Le cause endogene furono le tensioni che si verificarono nelle fabbriche, figlie dell’ “Autunno Caldo” del 1969 – migliaia di scioperi, insubordinazioni, rivendicazioni di migliori salari e di maggior tutele sul posto di lavoro da parte operaia – e che culminarono nell’approvazione parlamentare dello Statuto dei Lavoratori (1970), nell’adeguamento pieno dei salari  e delle pensioni all’inflazione (scala mobile) e, più in generale, nello spostamento rilevante nella distribuzione del reddito a vantaggio di operai e lavoratori dipendenti. Le grandi imprese reagirono affidando a imprese esterne – di piccola dimensione e localizzate fuori dal triangolo industriale Milano-Torino-Genova – alcune fasi del processo produttivo che prima svolgevano internamente, per risparmiare sui costi e soprattutto per aggirare il potere sindacale e le nuove norme sul reintegro obbligatorio dei lavoratori licenziati senza giusta causa.  A poco a poco, le piccole imprese si affrancarono dal dominio delle grandi, e, sfruttando le competenze “informali” che si erano sedimentate negli anni sul territorio, si specializzarono in produzioni “leggere”, ad alta intensità di lavoro: mobilio, ceramica, piastrelle, abbigliamento, tessile, agroalimentare, calzaturiero. Produzioni che avevano un taglio artigianale e che seppero intercettare i nuovi gusti delle classi medie, ormai pienamente sviluppate in Occidente, dando grande slancio alle esportazioni italiane negli anni Ottanta.  

Le piccole imprese si aggregarono in distretti, localizzati prevalentemente nel Nord-Est e nel Centro, versante adriatico: ciascuna delle piccole unità che componevano i distretti era specializzata in una fase del ciclo produttivo di un bene specifico e questo permetteva di mettere in comune un vasto patrimonio di saperi, professionalità, tecnologie[3]. Il modello distrettuale generava economie esterne. Cementava la coesione sociale. Favoriva la cooperazione. Includeva nelle fabbriche fasce di popolazione che prima ne erano escluse (giovani, donne), garantendo la diffusione territoriale di benessere e qualità della vita.  Era questo il modello di sviluppo italiano “senza fratture” sociali auspicato dall’Ingegner Gallo e raccontato con acume da Giorgio Fuà[4]: dove la competizione si gioca sulla qualità del prodotto e non sul costo del lavoro, consentendo alle merci italiane di essere vendute a un prezzo superiore alla altre sui mercati internazionali.  Beninteso, tale modello presentava anche dei limiti, tra i quali il basso livello di istruzione formale di imprenditori e lavoratori, l’assenza di laboratori dove fare ricerca e sviluppo, il sommerso, l’eccessiva dipendenza dal credito bancario e la specializzazione in produzioni caratterizzate da domanda lenta. È in particolare quest’ultimo aspetto da considerare per spiegare la crisi del modello, che inizia sostanzialmente all’inizio del nuovo secolo, quando si adotta la moneta unica europea e soprattutto quando entrano nel mercato mondiale quasi 3 miliardi di individui a bassissimo reddito (cinesi, indiani)[5]. La domanda di beni che esprimono questi nuovi paesi emergenti, che trainano la crescita mondiale, non riguarda le merci italiane, che sono beni di consumo di alta gamma e destinate a un pubblico facoltoso, ma si concentra sui beni strumentali made in Germany, energia, materie prime. Inoltre, questi paesi sono in grado di produrre scarpe, magliette, mobili a costi di gran lunga più bassi, spiazzando le produzioni italiane e mandando in crisi molti distretti.

Di fronte a questo scenario, vari politici ed esponenti della grande imprenditoria, riesumando l’impostazione di Valletta, hanno creduto che per mantenere competitiva la manifattura italiana si dovesse puntare sulla compressione del costo del lavoro, invece che su una seria politica industriale. Un errore fatale, una strategia perdente, da cui per fortuna hanno rifuggito le circa 4000 imprese di media dimensione (tra i 20 e 250 addetti) colonna portante del nostro export, scoperte da Fulvio Coltorti dell’Ufficio Studi di Mediobanca e definite pocket multinationals, multinazionali tascabili[6]. Queste imprese mantengono il loro cuore decisionale e produttivo nei territori e fanno prodotti altamente personalizzati per le esigenze dei clienti, in settori quali la meccanica di precisione, le componentistica industriale, il biomedicale, oltre che nel Made in Italy tradizionale[7]. Non competono sul costo del lavoro, ma sulla qualità delle produzioni. L’ampiezza del loro fatturato non è basato, come nelle grandi imprese, sulle quantità vendute, ma sulla capacità di imporre prezzi più alti dei concorrenti in mercati fortemente segmentati[8].  Se si guardano alcuni indicatori di competitività (valore aggiunto per addetto, margine di profitto lordo, costo del lavoro), si scopre che le performance delle medie imprese italiane risultano addirittura superiori alle imprese tedesche di analoga dimensione[9]. Motivo per cui, nonostante il combinato disposto di concorrenza asiatica e euro, l’Italia resista e continui ad essere il secondo paese manifatturiero di Europa e uno dei cinque paesi che possono vantare un attivo nel commercio estero dei beni manufatti[10].

Passano proprio da qui, dal potenziamento di queste medie imprese, la tenuta e il successo futuro del modello di sviluppo italiano. Un modello di sviluppo inclusivo, fatto di innovazioni incrementali e coscienza territoriale, che abiura al feticismo della produttività e del Pil tipico del fordismo e ricerca semmai la pazienza e la meticolosità dell’artigiano. La rivincita dell’ingegner Gallo su Valletta, settant’anni dopo, è compiuta.

Federico Stoppa

Note bibliografiche:

[1] Cfr. G.Garofoli, Economia e politica economica in Italia, 2014, pp. 32-34.

[2] G. Crainz, Autobiografia di una Repubblica, 2009, pp. 86-87

[3] La letteratura sui distretti industriali italiani è sterminata. Un’ampia sintesi di tale letteratura si può leggere in S.Brusco e S. Paba, Per una storia dei distretti industriali italiani dal secondo dopoguerra agli anni novanta, saggio contenuto nel volume a cura di F. Barca Storia del capitalismo italiano, Donzelli, 2010, pp. 265-333

[4] G. Fuà, Industrializzazione senza fratture, 1984

[5] Ciò è testimoniato dal fatto che la quota di mercato dell’export italiano sul totale dell’export mondiale scende dal 4,5% del 1995 al 2,7% del 2014. Vedi Eurostat e Sintesi Rapporto ICE 2014-2015, p.14

[6] F. Coltorti et alt. Mid-sized Manufacturing Companies:The New driver of Italian Competitiveness,2013

[7]  Come afferma Antonio Calabrò:“è cambiata la composizione del nostro export di successo, a vantaggio di prodotti più carichi di innovazione in settori a maggior valore aggiunto..I settori tradizionali (tessile-abbigliamento- cuoio-calzature, mobili, gioielli) pesavano per il 70% del surplus commerciale manifatturiero  nel 1996, ma solo per il 35% nel 2012” (La morale del Tornio, 2015, p. 77).

[8] S. De Nardis, Imprese manifatturiere, produttività, esportazioni, in Patto per l’euro e la crescita. L’austerità conviene?, 2013

[9] Tutti i dati in S. De Nardis, Imprese manifatturiere, produttività, esportazioni,  2013, pp. 163-165

[10] M.Fortis, La rinascita parte dall’industria, Il Sole 24 Ore, 11/06/2012

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Si sono spenti i riflettori sulla “Buona Scuola”. I dibattiti politici, spesso infuocati, che hanno caratterizzato la gestazione di una riforma così importante non hanno lasciato echi nelle orecchie dei più. Forse perché ci siamo abituati: da almeno quindici anni i governi che si avvicendano al potere cambiano le regole del gioco, scaricando sulla scuola un diluvio di norme. Così diverse, ma in realtà così simili: la direzione è quella di rendere la scuola pubblica più autonoma, più meritocratica, più digitale, più vicina al mondo del lavoro, meno dipendente dai finanziamenti pubblici e più accogliente verso quelli privati.

Il confine tra scuola e azienda si fa sempre più sfumato. L’autonomia degli istituti viene rafforzata con la figura del preside-manager, che ha la potestà di chiamare direttamente gli insegnanti (presunti) migliori, disfacendosi dei (presunti) mediocri. La meritocrazia è introdotta premiando i docenti che contribuiscono al “miglioramento della propria scuola, al successo formativo degli alunni, alla capacità di lavorare in team”[1]. I criteri per l’assegnazione dei bonus monetari saranno stabiliti, scuola per scuola, da comitati composti da insegnanti, presidi, genitori e studenti. La nuova scuola promette di traghettarci nelle magnifiche sorti e progressive della società della conoscenza con gli strumenti tecnologici più all’avanguardia, come i tablet, e nuovi piani dell’offerta formativa che daranno maggior spazio alle lingue straniere, alle competenze digitali, all’economia. Nella didattica, Il passaggio dal sapere al saper fare è sancito dal potenziamento, anche nei licei, dei tirocini formativi dentro le aziende.  Si spalancano le porte ai finanziamenti dei privati, che possono godere di un credito d’imposta del 65% in sede di dichiarazione Irpef per manutenére gli edifici scolastici – quasi la metà a rischio sismico –  in cui studiano i figli e per favorire progetti che puntano alla loro occupabilità.

La “Buona Scuola” è all’altezza delle emergenze che affronta il Paese? È lecito dubitarne. La meritocrazia dei premi e delle punizioni è un’arma spuntata contro la piaga dell’abbandono scolastico, che riguarda il 15% dei ragazzi italiani sotto i 25 anni, contro l’11,2% della media Europea;  non tiene conto dei fattori che influenzano maggiormente il rendimento scolastico, come le sperequazioni di reddito e d’opportunità tra famiglie e territori[2].  La modernità luccicante dei tablet[3] e la retorica della società della conoscenza si scontrano con l’analfabetismo di ritorno: l’incapacità di comprendere un articolo di giornale, di calcolare una semplice percentuale, di essere inseriti appieno nella cittadinanza attiva riguarda il 70% degli adulti italiani[4].  Che, nel confronto internazionale, si distinguono per la bassa partecipazione a programmi di formazione continua e per la modestissima spesa in consumi culturali – in media, solo il 7,1% del reddito, meno di quanto fanno i lettoni, i bulgari e i ciprioti. L’enfasi data a un modello scolastico che si adatti alle esigenze del mercato nasconde l’arretratezza di un sistema produttivo che investe poche briciole in ricerca e innovazione – lo 0,7% del PIL contro il 2% della Germania – e che, in assenza di flessibilità nel tasso di cambio della moneta, si illude di recuperare competitività abbassando il già relativamente contenuto costo del lavoro.  Viene da chiedersi a che cosa possa servire utilizzare tirocini formativi dentro le aziende in un Paese dove queste non fanno formazione e domandano personale sempre più povero di qualifiche[5]. La risposta è ovvia: ad abbattere costi e salari.

Nel profluvio normativo che ha sommerso il mondo dell’istruzione negli ultimi decenni, ci si è scordati che le più belle pagine della storia scolastica italiana sono state scritte nei territori, grazie alla creatività di educatori straordinari – da Mario Lodi a Don Lorenzo Milani. Solo successivamente si sono tradotte in leggi[6]. Dovremmo fare tesoro di quelle esperienze d’avanguardia. Ci hanno insegnato l’importanza della cultura umanistica e del pensiero critico per formare cittadini, per dare sostanza alla democrazia. Una scuola che sacrifica la cultura umanistica e il sapere critico sull’altare del progresso tecnologico e dell’ossessione per la crescita economica non è degna di questo nome[7]. Né va trascurata l’esigenza di rilanciare l’educazione tecnica e professionale –  che alimentò negli anni Ottanta il boom dei distretti industriali, assi portanti della nostra manifattura di qualità. Infine, per contrastare il  neoanalfabetismo degli adulti, la scuola deve darsi nuovi compiti: accogliere chi vuole continuare a studiare, anche dopo il diploma[8]. Ma “studio” è la parola tabù delle “riforme”. È tutto uno sbrodolamento di skills, employability, human capital, bonus. L’unico antidoto allo status quo è studiare[9]. In modo continuativo, permanente, dalla culla alla bara. Per migliorare se stessi e gli altri.

Federico Stoppa

NOTE:

[1] https://labuonascuola.gov.it/documenti/LA_BUONA_SCUOLA_SINTESI_SCHEDE.pdf?v=0b45ec8

[2] Rapporto Bes 2015: Il benessere equo e sostenibile in Italia. Link

[3] Per una critica delle nuove tecnologie applicate al mondo della scuola si veda  A. Scotto di Luzio, Senza Educazione. I rischi della scuola 2.0, Il Mulino, 2015

[4] vedi PIAAC-OCSE- Rapporto Nazionale sulle competenze degli adulti 2014

[5] Nel 2007 i laureati che occupavano un posto di lavoro che non avrebbe richiesto una laurea erano il 14,2 per cento del totale. Nel 2012, erano saliti quasi al 20 per cento. 1 neoassunto su 3 in Italia ha qualifiche maggiori del lavoro che svolge. lhttp://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2015/07/20/ripresa-senza-qualita-il-capitale-umano-avvilito-dagli-anni-di-crisi10.html

[6] Si leggano le riflessioni di Walter Tocci, La scuola, le api e le formiche, Donzelli, 2015

[7] Sul rapporto tra cultura umanistica e democrazia vedi  M. Nussbaum, Non per profitto, Il Mulino, 2013

[8] Magari aggiornando la legge sulle 150 ore per il diritto allo studio e alla formazione che il sindacato italiano strappò negli anni Settanta. Vedi la testimonianza di Bruno Trentin,  Lavoro e Libertà, Donzelli, 1994

[9]Abbiamo solo un modo di cambiare le cose: metterci a studiare (…). Ti ribelli, spegni cellulari, computer, mail, messaggi, tivù, radio, carriere, piani finanziari, viaggi, relazioni. Spegni. Te ne vai. Tanti saluti. Pensi. Studi. Allora sì che lo studio diventerebbe il gesto più rivoluzionario che possiamo compiere”  P. Mastrocola, la passione ribelle, Laterza, 2015

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Una Nota diffusa dal Centro studi di Confindustria (CsC) denuncia che i salari reali italiani sono cresciuti, dal 2000 fino al 2014, più della produttività del lavoro (28% contro un misero 10,9%), con l’ovvia conseguenza di spostare quote di reddito a favore della componente lavoro (che include i contributi sociali) e a scapito dei profitti, con effetti negativi su investimenti e competitività internazionale. Il presidente Squinzi chiede che sia dato più spazio alla contrattazione aziendale per legare le retribuzioni alla produttività. La ricetta che egli propone non è nuova, ed è fondata sul pregiudizio che lo spaventoso arretramento nella capacità di produrre reddito che il nostro paese subisce da un ventennio, sia dovuto all’eccessivo costo del lavoro e alla scarsa flessibilità del mercato del lavoro, ostacolata dai sindacati.

Questa tesi, se si guarda alla storia economica (recente) del nostro paese, non è corroborata dai dati. I quali suggeriscono piuttosto che negli anni in cui la forza lavoro era maggiormente sindacalizzata (anni ’70-’80) e il mercato del lavoro più rigido[1], la produttività del lavoro (segnatamente nella manifattura, settore in cui è più facile misurarla) cresceva più che in Francia, Germania, Stati Uniti [2]. Uno dei più grandi economisti italiani contemporanei, Paolo Sylos Labini (Torniamo ai classici, Laterza, 2004, pp. 47 – 51), spiegava questo fenomeno attraverso il cosiddetto “Effetto Ricardo”: sindacati forti portano ad un aumento del costo del lavoro ( e una certa rigidità nei licenziamenti), che incentiva le imprese a sostituire lavoro con macchinari, che incorporano il progresso tecnologico e spingono all’insù la produttività del lavoro. Al contrario, sindacati indeboliti, proliferazione di contratti atipici, rimozione dei vincoli giuridici al licenziamento e afflussi di manodopera immigrata sottopagata rallentano l’accumulazione di capitale innovativo e frenano gli incrementi di produttività, come è accaduto in Italia nel corso degli anni Duemila.

Davide Bonazzi

Davide Bonazzi

Non è tutto. Per gli economisti mainstream che informano l’opinione pubblica, Il declino della produttività del lavoro italiana va addebitata ai seguenti fattori, tutti riguardanti il lato dell’”offerta”: individui inoccupabili e scansafatiche, bassa spesa in R&S, burocrazia elefantiaca, tassazione asfissiante, corruzione, giustizia civile lumaca, scarsa cultura imprenditoriale, etc).  Al contrario, un importante filone della letteratura economica – la tradizione classico-keynesiana, che va da Adam Smith a Nicholas Kaldor e Paolo Sylos Labini – ci ha mostrato che è la crescita del volume della produzione, che a sua volta dipende dalla domanda aggregata, che stimola gli aumenti dell’output per ora lavorata. In questa visione, la produttività del lavoro italiana è stagnante perché è insufficiente la domanda aggregata. E qui torniamo ai rilievi mossi da Confindustria: se le imprese non fanno margini, come fanno ad investire? Senza profitti, non possono ripartire gli investimenti, dice la saggezza convenzionale. Ma i profitti, in un’ottica macroeconomia, dipendono anch’essi dalla domanda aggregata (Kalecki,1954): interna (deficit pubblico, consumi e investimenti dei capitalisti) ed estera (esportazioni nette). In Italia, dagli anni Novanta, si è deciso di aggredire lo stock di debito pubblico a colpi di avanzi primari (complessivamente, circa 700 miliardi tra maggiori entrate e minori spese, al netto degli interessi), che hanno sottratto domanda interna all’economia, con il risultato di deprimere le spese delle famiglie e quindi gli investimenti delle imprese. In più, l’adesione acritica e frettolosa all’Unione monetaria europea ha fatto perdere quote di mercato alle imprese italiane, spostando il baricentro dell’Europa industriale nelle regioni centro-orientali: ne hanno risentito le esportazioni nette.

Il ragionamento finora condotto ci porta a conclusioni affatto diverse rispetto a quelle di Confindustria: se si vuole incrementare la produttività del lavoro (e i profitti delle imprese) deve mutare in modo profondo il quadro macroeconomico. Una redistribuzione del reddito favorevole alle fasce di reddito medio-basse, un piano di investimenti pubblici finanziati in deficit (sfruttando i bassi tassi d’interesse, regalo del Quantitative Easing di Draghi), la costruzione di un sistema monetario europeo ispirato ai principi cooperativi e anti laissez-faire del Piano Keynes di Bretton Woods sono passaggi non più rinviabili.

Federico Stoppa

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Note:

[1]  All’inizio degli anni Ottanta, gli iscritti al sindacato erano pari, in Italia, al 49,6% del totale degli occupati contro il 34, 9% della Germania (Bohlto, 2011, p.33). Fino a metà degli anni Novanta, l’indicatore Ocse che misura la rigidità nella protezione legislativa del posto di lavoro registrava valori più elevati in Italia rispetto a Francia e Germania; ora le posizioni si sono invertite (Hassan e Ottaviano, 2011, fig.4)

[2] Hassan e Ottaviano, 2011, fig. 2