Archivio per luglio, 2015

Paul Blow

Paul Blow

Nel 1967, John Lennon scrisse una canzone intitolata “All You Need is Love”. Prima di far questo però picchiò entrambe le sue mogli, abbandonò uno dei suoi figli, e maltrattava senza riserve il suo manager giudeo omosessuale con offese omofobiche e anti-semite. Una volta, ebbe addirittura a sua disposizione un’equipe cinematografica per un intero giorno, solo per essere ripreso nudo e disteso nel suo letto.

Trentacinque anni dopo, Trent Reznor, la voce dei Nine Inch Nails, scrisse una canzone intitolata “Love is Not Enough”. Reznor, anziché essere famoso per le sue scioccanti performance in concerto e i suoi inquietanti e grotteschi video, si ripulì del tutto da droghe e alcol, sposò una donna, ebbe due bambini con lei, e smise poi di incidere album e di fare tour, in modo da poter stare a casa ed essere un buon marito e un buon padre.

Uno di questi due uomini aveva una chiara e realistica comprensione dell’amore. L’altro no. Uno dei due idealizzava l’amore come la soluzione a tutti i suoi problemi. L’altro no. Uno di questi uomini era probabilmente un coglione narcisista. L’altro no.

Nella nostra cultura, molti di noi idealizzano l’amore. Lo vediamo come una sorta di nobile cura per tutti i problemi della vita. I nostri film, i nostri racconti e la nostra storia in generale lo celebrano come l’ultimo scopo della vita; la soluzione finale a tutti i nostri dolori e a tutte le nostre difficoltà. Poiché lo idealizziamo troppo finiamo per sopravvalutarlo. E come risultato, le nostre relazioni pagano un caro prezzo.

Quando crediamo che “tutto ciò di cui abbiamo bisogno è amore”, dopo – come Lennon – siamo più predisposti a ignorare i valori fondamentali, come il rispetto, l’umiltà e l’impegno verso le persone a cui teniamo di più. In fondo, se l’amore risolve ogni cosa, perché dovremmo preoccuparci di tutto il resto – e di tutte le difficoltà che questo comporta?

Però se, come Reznor, crediamo che “l’amore non basta”, in seguito capiremo che le relazioni sane richiedono di più delle sole emozioni e delle nobili passioni. Capiremo che ci sono cose più importanti nelle nostre vite e nelle nostre relazioni che essere semplicemente innamorati. E il successo delle nostre relazioni dipende da questi importanti e profondi valori.

Le tre dure verità sull’amore

Il problema nell’idealizzare l’amore è che provoca in noi una sorta di sviluppo irrealistico di aspettative, che con l’amore hanno poco a che fare; sia con quello che effettivamente è, sia con quello che effettivamente ci può dare. Queste aspettative irrealizzabili, non fanno che sabotare la prima idea che abbiamo circa una vera relazione da custodire. Permettetemi di illustrarvi:

1. L’amore non significa compatibilità. Solo perché vi innamorate di qualcuno, questo non significa che sia necessariamente un buon partner, tale per cui possa stare con voi per un periodo di tempo prolungato. L’amore è un processo emozionale; la compatibilità è un processo logicoConfondere l’uno con l’altra non dà certamente vita a qualcosa di buono.

È possibile innamorarsi di qualcuno che non ci tratta nel migliore dei modi, che ci fa sentire peggio di quello che siamo, che non ha lo stesso rispetto che noi abbiamo per lui, o che ha una vita talmente disfunzionale che minaccia di trascinarci a fondo con lui.

È possibile innamorarsi di qualcuno che ha differenti ambizioni, o scopi di vita, che sono in contraddizione con i nostri; che possiede diverse credenze filosofiche o, anche, discordanti visioni del mondo, e che vanno a scontrarsi con il nostro senso per la realtà.

È possibile innamorarsi di qualcuno che sia dannoso per noi e per la nostra felicità.

Può sembrare paradossale, ma è la verità.

Quando penso a tutte le relazioni disastrose che ho visto, o alle persone che mi hanno scritto una mail parlandomi di questo, molti (se non la maggior parte) di loro si basavano completamente sulle emozioni – sentivano quella “scintilla” e si buttavano senza pensarci. Dimenticando però grandi e piccoli dettagli, del tipo che lui era un ex-alcolizzato ora cristiano, e che lei era una bisessuale acido-dipendente e necrofila. Dopotutto, sembrava la cosa giusta da fare.

E poi, sei mesi dopo, mentre lei sta lanciando tutta la roba di lui giù per il cortile, e lui sta pregando dodici volte al giorno Gesù per la salvezza di lei, entrambi si guardano attorno e si chiedono: “Cavolo, ma cos’è che è andato storto?”

La verità è che tutto andava storto prima ancora che iniziasse.

Quando uscite con qualcuno e cercate un partner, non dovete seguire solamente il vostro cuore; dovete seguire innanzitutto la vostra mente. Certo, vorreste trovare qualcuno che vi fa battere il cuore all’impazzata, talmente tanto che le vostre scorregge assumeranno l’odore di petali di rose. Ma avrete anche la necessità di valutare i valori di quella persona, come essa tratta se stessa, come si comporta con coloro a cui è vicina, così come le sue ambizioni e le sue visioni del mondo in generale. Perché se vi innamorate di qualcuno che non sia compatibile con voi… Beh, allora, come disse una volta l’istruttore di sci di South Park, state andando incontro ad un bel casino.

Shop - Olimpia-Zagnoli

Shop – Olimpia-Zagnoli

2. L’amore non risolve i vostri problemi di coppia. Con la mia prima ragazza eravamo innamorati alla follia l’uno per l’altra. Vivevamo anche in diverse città, non avevamo abbastanza soldi per vederci spesso, e le nostre famiglie si odiavano rispettivamente: passavamo settimanalmente lunghi e inutili momenti di drammi e litigi.

E ogni volta che c’era un litigio, il giorno dopo tornavamo prontamente a ricordarci quando eravamo pazzi l’uno per l’altra, e nessuna di queste piccole cose importava veramente perché “oh mio Dio, eravamo così innamorati!!”, e trovavamo sempre il modo di far funzionare le cose affinché tutto fosse perfetto: bastava solo aspettare e il resto sarebbe venuto da sé. Il nostro amore ci faceva sentire come se avessimo potuto superare ogni nostro singolo problema, quando, a livello pratico, non cambiava assolutamente nulla.

Come potete immaginare, nessuno dei nostri problemi fu risolto. I litigi continuavano a ripetersi. Le discussioni andavano sempre peggio. La nostra incapacità di trovarci ha finito per soffocare entrambi irrimediabilmente. Eravamo talmente assorbiti da noi stessi che non riuscivamo più a comunicare efficacemente. Ore e ore passate al telefono senza in realtà dirci nulla. Guardando indietro a ciò che è accaduto, non c’era alcuna speranza che le cose potessero continuare. Eppure, la cosa è andata avanti per tre fottutissimi anni!!

Alla fine, l’amore conquista tutto, giusto?

Senza alcuna sorpresa, questa relazione è andata in fiamme e si è frantumata proprio come il dirigibile Hindenburg, essendosi inzuppata di carburante esplosivo. La rottura è stata violenta. E la più grande lezione che ho imparato è stata questa: mentre l’amore può farti sentire meglio sui tuoi problemi di coppia, esso in realtà non li risolve per nulla.

La montagna russa delle emozioni può essere intossicante; ogni singolo forte sentimento può essere più importante e più valido rispetto al precedente e, a meno che ci sia una base solida sotto i tuoi piedi, quella crescente marea di emozioni alla fine arriverà, portandosi via tutto con sé.

3. L’amore non sempre vale il sacrificio di sé. Una delle più definite caratteristiche dell’amare qualcuno consiste nella capacità di pensare al di là di se stessi e delle proprie necessità, per prendersi cura di un’altra persona assieme ai suoi bisogni.

Ma la domanda che spesso non ci poniamo abbastanza è esattamente questa: “Cosa sto sacrificando? E ne vale davvero la pena?”

Nelle relazioni amorose è normale per entrambe le due parti sacrificare di tanto in tanto qualche proprio desiderio, le proprie necessità, e il proprio tempo per un’altra persona. Vorrei sostenere che tutto questo è normale e sano, ed è una delle cose più importanti che rende una relazione così straordinaria.

Però quando arriva al punto di sacrificare il rispetto per se stessi, la propria dignità, le sembianze del proprio corpo, gli scopi e le ambizioni della propria vita, solo per stare con qualcuno, è proprio lì che l’amore diventa problematico. Si suppone che una relazione amorosa sia un supplemento della nostra identità individuale; non deve danneggiarla o rimpiazzarla. Se ci troviamo in situazioni dove stiamo tollerando comportamenti offensivi o irrispettosi, allora è questo che stiamo fondamentalmente facendo: stiamo permettendo al nostro amore di consumarci e di negarci, e, se non stiamo attenti, potrebbe lasciarci come svuotati di ciò che eravamo prima.

La prova dell’amicizia.

Uno dei più saggi consigli circa una relazione amorosa è il seguente: “Tu e il tuo partner dovreste essere i migliori amici”. La maggior parte delle persone guardano questo consiglio in maniera positiva: dovrei trascorre il tempo con il mio partner come faccio con il mio migliore amico; dovrei comunicare apertamente con il mio partner come comunico con il mio migliore amico; dovrei divertirmi con il mio partner come mi diverto con il mio migliore amico.

Ma le persone dovrebbero guardare anche all’aspetto negativo di tutto questo: “Saresti in grado di tollerare i comportamenti negativi del tuo partner immaginando che sia il tuo migliore amico?”

Sorprendentemente, quando ci poniamo onestamente questa domanda – nella maggior parte delle relazioni malate e co-dipendenti – la risposta è “no”.

Conosco una giovane donna che si è appena sposata. Era pazzamente innamorata di suo marito. E a dispetto del fatto che lui non avesse un lavoro stabile per più di un anno, non mostrava alcun interesse nella preparazione del loro matrimonio. Spesso la scaricava per andare a fare surfing con gli amici, e la famiglia e gli amici di lei spesso sollevavano preoccupazioni non-così-sottili sul suo conto… Lei lo sposò comunque felicemente.

Ma una volta che la grande emozione nuziale svanì, la realtà prese piede. A un anno dal suo matrimonio, lui è ancora senza un lavoro stabile, sporca la casa mentre lei è al lavoro, si arrabbia se lei non gli cucina la cena, e ogni volta che lei si lamenta lui le dice che è “viziata” e “arrogante”. Oh, e lui ancora la scarica per andare a fare surfing con i suoi amici.

Lei è finita in questa situazione perché ha ignorato le tre dure verità di cui sopra. Ha idealizzato l’amore. Nonostante sia stata schiaffeggiata da questi rossi segnali mostrati da lui durante le loro uscite, lei credeva che il loro amore indicasse una compatibilità di coppia. Non lo era. Quando i suoi amici e la sua famiglia mostravano preoccupazioni prima del loro matrimonio, lei credeva che il loro amore sarebbe stato, alla fine, la soluzione a tutti i loro problemi. Non lo era. Ed ora, che tutto è finito in un cumulo fumante di merda, lei si approccia ai suoi amici per chiedere consigli sul come fare a sacrificare di più se stessa affinché le cose possano ancora funzionare.

E la verità è, che non funzioneranno.

Perché tolleriamo certi comportamenti nelle nostre relazioni romantiche che mai e poi mai saremmo in grado di tollerare nelle nostre amicizie?

Immaginate se il vostro migliore amico venisse a vivere da voi: sporca la vostra casa; si rifiuta di cercare un lavoro o di pagare l’affitto; vi chiede di cucinargli la cena, e si arrabbia e si mette a gridare tutte le volte che vi lamentate. Questa amicizia sarebbe finita più rapidamente della carriera di Paris Hilton come attrice.

Oppure un’altra situazione: la ragazza di un uomo era così gelosa che gli chiedeva le password di tutti i suoi account, e insisteva per accompagnarlo nei suoi viaggi di lavoro per essere sicura che non fosse tentato da altre donne. La vita di lui era praticamente sotto sorveglianza, ventiquattro ore su ventiquattro; potete immaginare come tutto ciò logorasse la sua autostima. In questo modo, il rispetto di lui verso se stesso è caduto davvero in basso. Lei, per qualsiasi cosa, non si fidava di lui. Così egli, per qualsiasi cosa, ha smesso di fidarsi di se stesso.

Eppure, lui continua a rimanere con lei! Perché? Perché è innamorato!

Ricordate questo: l’unico modo in cui potete davvero godervi l’amore nella vostra vita è scegliere di fare qualcos’altro di più importante che scegliere l’amore in sé.

Potete innamorarvi di una grande varietà di persone durante il corso della vostra vita. Potete innamorarvi con persone che sono buone per voi e con persone che sono un male per voi. Potete innamorarvi in un modo sano e, viceversa, in un modo malato. Potete innamorarvi quando siete giovani e quando siete anziani. L’amore non è unico. L’amore non è speciale. L’amore non è scarso.

Ma il rispetto per voi stessi lo è. Così la vostra dignità. Allo stesso modo la capacità di fidarvi. Potenzialmente, ci possono essere molti amori durante la vostra vita, ma una volta che perdete la vostra autostima, la vostra dignità o la vostra capacità di fidarvi, risulta davvero difficile riaverle indietro.

L’amore è un’esperienza meravigliosa. È una delle più grandi esperienze che la vita possa offrirci. Ed è un qualcosa da provare e godere per cui tutti dovremmo aspirare.

Ma come altre esperienze, può essere sana o pericolosa. Come altre esperienze, può ostacolarci nel definire noi stessi, le nostre identità o i nostri scopi di vita. Non possiamo permettere che ci consumi. Non possiamo sacrificare le nostre identità e la nostra autostima per esso. Perché nel momento in cui lo facciamo, perdiamo sia l’amore che noi stessi.

Perché voi avete bisogno di più nella vostra vita che dell’amore in sé. L’amore è grandioso. L’amore è necessario. L’amore è bellissimo. Ma l’amore non basta.

Mark Manson

Traduzione di Edna Arauz e Francesco Paolo Cazzorla

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Articolo originale: Love is Not Enough

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

Annunci
Eduardo Salles

Eduardo Salles

Sei solo. Una luce blu, proveniente da uno schermo, illumina il tuo viso. Anche se illuminato, quel tuo viso mostra espressioni misteriose, quasi oscure: passa dalla concentrazione smisurata alla catalessi, e di nuovo alla concentrazione appena accentuata, fino a perdersi, perdersi nel nulla. Le tue dita sembrano morbose, umidicce, si muovono sudate come non mai, anche se non si tratta proprio di una loro istintiva propensione: sei tu che invece, senza accorgertene, sei voglioso di quel traffico senza senso.

Sei lì, che scorri, aspettando semplicemente una spia, una goccia rosso-sangue in quel mare blu che ti anestetizza, ti coagula per sempre, senza un perché. Forse sei in attesa di una “carica vitale” momentanea, evanescente, che dura giusto un attimo, solo il tempo di sapere chi ti manda a sapere qualcosa che stavi aspettando con ansia, dopo la tua ultima pubblicazione, dopo il tuo ultimo post, dopo la tua ultima posa appariscente immortalata in quel selfie, narcisisticamente idiota e avvenente, che dopo la “messa in pubblico” sarà così uguale a tutti gli altri che dopo un po’ farai fatica a riconoscere te stesso, in quella bolgia di visi così uguali e sorridenti, che si smarriscono irrimediabilmente all’unisono: sono tante immagini scorrevoli segnate da una scadenza di popolarità, e animate da un “nastro invisibile” che le risucchia, tutte quante.

In questi brevi minuti – che per te sono brevi ma che per il mondo là fuori sono lunghissimi-minuti-sprecati-di-non-vita – stai solo aspettando te stesso; stai scoprendo di conoscere un’altra versione di te. Stai visualizzando conferme rosse e numerate dai tuoi conoscenti, che ti permetteranno di osservarti nuovamente allo specchio, di rinnovarti, di sapere nuovamente chi sei, in una parola: attendi la tua rappresentazione, la tua immagine, e quella tua spasmodica ossessione per la bellezza che brami ormai a tutti i costi.

Con l’avvento di questo mondo che chiamano “social”, ma che di “social” ha ben poco – data la frustrazione annessa alla solitudine esistenziale che ne deriva –, stai esplorando questo nuovo tipo di fenomeno soggettivo, squisitamente intimo e personale, che ha trovato terreno fertile per dispensare a te, come a tutti gli atri, solo fugaci “conferme” e “rassicurazioni”, senza però portare in dono quell’illusorio piacere individuale che perseveri meccanicamente, attraverso tutte queste tue azioni che cadono in quel buio virtuale – visto che quella frustrazione che si prova prima dell’atto non fa che aumentare con l’atto stesso e non accenna minimamente a calare.

Sei dunque letteralmente in fibrillazione, per ricevere una risposta ad una domanda che non c’è. Qual è la domanda? Ci sono solo risposte in questo schermo blu. Risposte inutili, scontrose, che sembrano voler spiegare tutto ma che in realtà non spiegano un bel niente. Sono solo tanti simulacri, tutti incolonnati, con i rispettivi e ridondanti vuoti che contengono. Alle volte i pensieri sono così pretenziosi che sembrano voler essere a tutti i costi profondi, da rimanerci secchi, così: distesi su piazzali rassegnati ma enormemente convinti di sé. E poi, subito sotto, tante frivolezze del primo mattino, la colazione dei campioni, il pranzo con la pietanza che si aspettava da tempo, il tanto atteso paesaggio del ritorno a casa, il ballo con i vestiti scintillanti, e tutte quelle bevute attorcigliate tra sorrisi e braccia barcollanti, e così via (“so it goes…”).

In questo scorrere fantasmagorico, la vita quotidiana è sempre presente ma ha poca riconoscibilità: viene quasi lasciata ai margini. La sua misera “visibilità” non fa che decelerare il suo battito cardiaco, fino all’estinzione. È la popolarità che vince indiscussa su questo schermo, e porta il segno dell’eccesso. Sono gli estremi eclatanti che contano qui, che dominano la scena: l’equilibrio non esiste, non ha alcuna giurisdizione. E allora se non hai un tuo profilo significa che non esisti. Se hai scattato una foto e non l’hai condivisa con gli altri vorrà dire che quella foto non è mai stata scattata. La gioia senza like è una gioia a cui manca qualcosa: è una gioia monca. Più like arrivano e più l’ego si gonfia, ma questa sensazione di essere primo tra i primi dura giusto un attimo, uno scroll, perché al prossimo giro bisogna ricominciare tutto da capo, e quella falsa ebbrezza di popolarità brevemente acquisita esigerà una nuova condivisione, un nuovo commento fuori luogo, un nuovo e sconosciuto contatto fasullo.

Se ti azzardi a scrivere un pensiero e questo non coglie una scia chiassosa di riscontro allora quel tuo pensiero cadrà nell’oblio, come se appartenesse a persone di serie b, a gente che nemmeno esiste. Più amici collezioni e più diventi qualcuno, anche se l’aumento smisurato di questa somma va a definire, necessariamente, la superficialità di tutte quelle interazioni appena stabilite; di tutte quelle relazioni strette e mai toccate con mano (anche se – evitando una ripetuta scenografia – la maggior parte delle parole che popolano questa frase andrebbero tutte rigorosamente virgolettate).

Jean Jullien

Jean Jullien

Essendo questo un mondo piuttosto confuso – e sfuggente e in divenire ad una velocità inimmaginabile – si presta tanto a invettive strampalate quanto a sbrigative conclusioni. La realtà è che non possiamo ancora dire tutto su questo – chiamiamolo così – “fenomeno sociale”. Quest’ultimo è, per dirla alla Durkheim, un “fatto sociale”, che esiste sì, e che influenza senza dubbio le nostre vite, mettendo mano alla costruzione attiva delle nostre biografie, ma non la fa esercitando la sua funzione in maniera completa e imperante. Questo perché la vita, là fuori, esiste ancora, e mantiene la sua indiscussa legittimità – anche se Bauman, da pessimista cronico qual è, sostiene che, ormai, quasi ogni componente del “reale” si plasmi e dipenda da ciò che accade nel virtuale, in maniera quasi del tutto univoca… Le cose non stanno proprio così. Tutto ciò che c’è di più intimo là fuori è anche parte interiore di noi, e ci appartiene in quel modo particolare che solo noi sappiamo percepire e conoscere, senza che il virtuale ci metta per forza il suo zampino. Quindi il peso dell’individualità – a fronte di questo “fatto sociale” – è sempre presente, e contribuisce attivamente alla sua perenne costruzione in uno scambio che è vicendevole, oltre che continuo. Questo mondo virtuale, perciò, difficilmente potrà avere ragione della complessità del mondo sociale che ci circonda: non potrà coincidere con esso e sostituirlo pienamente; non potrà mai cogliere tutte le sue infinite e “irrilevanti” sfumature. Un esempio.

In questo mondo virtuale dei social network sembra che, ormai, tutti sanno tutto su tutto, e di tutto; tutti, con uno scroll, sono diventati esperti dell’evanescente, della notizia che compare e che dura forse solo un giorno, o poco più. Allora, la domanda spontanea da porsi è: “tutti cittadini ultra-consapevoli o, piuttosto, accaniti (e persi) consumatori d’informazione?”.

Purtroppo quello che balza subito all’occhio è che questo sia diventato il regno del “so tutto io”, dove i singoli attori partecipano ad una “conversazione” che è prevalentemente dialettica; poche volte dialogica. Come ricorda Richard Sennett nel suo saggio “Insieme”, la nostra società – e a maggior ragione la società che va formandosi sui social – incentiva la prima per inibire la seconda. “Nella dialettica, come ci hanno insegnato a scuola, il gioco verbale di tesi e antitesi dovrebbe gradualmente costruire una sintesi; […] La meta è quella di arrivare alla fine a una definizione comune. E l’abilità del dialettico consiste nel saper cogliere il possibile punto d’incontro.” Diversamente, in una conversazione dialogica, “vi è uno slittamento di senso. Ecco perché nei dialoghi platonici la dialettica non assomiglia a un duello verbale; l’antitesi della tesi non è: «Brutto cretino, hai torto marcio!»; entrano in gioco, piuttosto, fraintendimenti, contraddizioni, viene messo sul tavolo il dubbio, e allora bisogna ascoltarsi con raddoppiata attenzione.” Dunque, in uno scambio dialogico, ognuno dice la sua senza però necessariamente arrivare ad un terreno comune: si parla, anche di cose apparentemente insignificanti, ma questo aiuta a prendere coscienza delle proprie opinioni e ad ampliare la comprensione reciproca. Ciò che non accade, invece, con un confronto dialettico (sui social), dove si tenderà ad eliminare, pian piano, le affermazioni che sembreranno via via irrilevanti, per arrivare poi alla sola sintesi che sarà proclamata come unica “verità”.

Nel mondo social è tutta una discussione dialettica estremizzata. L’osannata “caccia ai like” non fa che mettere in primo piano le affermazioni che si ritengono “più rilevanti” – più gonfiate di “popolarità” – scartando evidentemente tutto il resto (ma questo è del tutto normale, dato che stiamo parlando di un sistema ingegneristicamente concepito, e che quindi non terrà mai conto di tutte le variabili sociali coinvolte). Non si tratta quindi di una discussione tra chi cerca di comprendersi, ma al contrario: è una mera “conversazione” tra sordi. Per non parlare poi del fatto che qui sopra una vera comunicazione non potrà mai avere luogo. La comunicazione – come certo si saprà – riguarda anche (e soprattutto) sguardi, silenzi, attese, e il comprendere tutti questi dettagli “effimeri” al fine di mantenere viva la conversazione… Tutti elementi che, tramite questi mezzi, non possono né potranno mai esserci – a meno che non si intrattiene una conversazione su Skype avendo un collegamento limpido e lineare (ciò che accade raramente). Sui social, quindi, ci può essere solo una semplice condivisione di informazioni che sottrae però espressività al tutto.

È vero, in un mondo connesso e altamente globalizzato qual è il nostro, tutta questa tecnologia ci aiuta senza dubbio “a mantenere i contatti della nostra vita” – come recita un famoso slogan –, ma non potrà mai abbracciare la vita sociale per intero. La vita sociale è complessa per definizione, e la complessità è difficile da rendere intellegibile, soprattutto se la tecnologia ci priva della ricchezza emotiva a cui siamo (ancora) abituati nella vita reale.

Per salvarsi allora da tutto questo bisogna immaginare un mondo diverso…

Un mondo in cui il sociale, ormai fallito, si tramuti in un individualismo costruttivo, dove la ricerca maniacale dell’immagine-ego sappia emanciparsi da quel deleterio vincolo post-industriale che consiste nel “costante bisogno di piacere”. Un mondo in cui venga ribaltata l’attuale cultura egemone, che priva quotidianamente della capacità di usare l’immaginazione, il linguaggio, il pensiero autonomo, per dare finalmente respiro a quella “semplicità complessa” in grado di spezzare il ritmo che esclude il pensiero. Un mondo pieno di valori supremi, in cui ci tocca decidere cosa adorare, anche se nove volte su dieci finiamo per adorare noi stessi. Un mondo in cui c’entra l’amore, e cioè quella “disciplina necessaria a far parlare quella parte di sé capace di amare, anziché quella parte di sé che vuole essere solamente amata” (David Foster Wallace).

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

 

Riferimenti

Richard Sennett, “Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione”, Feltrinelli, 2012.

Cover_byProjectTwins

The Project Twins

Lo scorso giugno, quasi in contemporanea, sono apparsi due documenti di grande interesse sulla questione ecologica: Economics For a Full World  dell’economista Herman Daly e l’enciclica Laudato Si’ di Jorge Maria Bergoglio. Di quest’ultimo, la grancassa mediatica ha enfatizzato un generico messaggio d’ amore e rispetto per tutte le creature del pianeta; mentre la critica, radicale, all’ideologia della crescita economica, pur centrale nell’enciclica, è rimasta ai margini del dibattito pubblico.

Bergoglio stigmatizza il consumismo delle società opulente, benedendo la decrescita economica dei più ricchi in modo da disinquinare il Pianeta (Cap. V, par. IV, 189:198). Le sue parole non possono non interrogare l’economista sensibile ai problemi della disoccupazione e della diseguaglianze. Come conciliare, infatti, il segno meno nella produzione di beni e servizi con l’ incremento di benessere, di lavoro, di capabilities degli individui? La questione è cruciale.

Per la teoria macroeconomica keynesiana insegnata nei corsi universitari, il livello dell’ occupazione è determinato dal livello dell’attività economica, misurata dal Prodotto interno Lordo (PIL). Le imprese producono di più ( e assumono) se cresce la domanda di merci, se aumentano i consumi domestici e esteri. Viceversa, minori consumi portano, a catena, ad un crollo di produzione, licenziamenti, esplosione della disoccupazione: dinamica tristemente nota a noi italiani. Proporre una decrescita dei consumi danneggerebbe soprattutto i più poveri, negando loro un lavoro. Sarebbe politicamente perdente e socialmente insostenibile. Né aiuterebbe a disinquinare ambiente. I dati confermano che, nei paesi con livelli di PIL più elevato, le produzioni diventano sempre più efficienti e a minor impatto ambientale (si veda, a mo’ di esempio, quanto consumava un’automobile solo trent’anni fa rispetto ad oggi).

David Hubbs - Man Vs. Nature

David Hubbs – Man Vs. Nature

A queste (ragionevoli) argomentazioni tenta di rispondere il saggio di Herman Daly richiamato in precedenza. Il sistema economico, ricorda Daly, è un sottoinsieme aperto di un più ampio sistema chiuso, l’Ecosfera, ed è quindi soggetto alle leggi della termodinamica. Ciò implica che l’economia non produce né distrugge nulla, ma trasforma materia ed energia a bassa entropia in rifiuti, scarti e emissioni ad alta entropia. Più il sistema economico cresce all’interno dell’Ecosfera, più questo processo (irreversibile) di degradazione di materia ed energia aumenta, e si scontra con i limiti naturali delle risorse stesse, oltre che con la capacità portante (carrying capacity) del Pianeta. In quest’ottica, la crescita illimitata dei consumi e del PIL è in nessun modo auspicabile. Anche il progresso tecnologico non può fare miracoli: i guadagni d’efficienza che si ottengono diminuendo il consumo di una data risorsa per unità di prodotto, infatti, vengono poi più che compensati dal maggior sfruttamento della risorsa stessa a livello aggregato.

La contabilità basata sul PIL, continua Daly, non distingue lo sviluppo qualitativo (development) dalla crescita quantitativa (growth): non può perciò dirci quando la crescita (di persone e cose) oltrepassa la soglia di sostenibilità ecologica, mettendo così a repentaglio lo stesso sviluppo. Per quanto concerne il tema dell’occupazione, va rilevato che la relazione lineare tra crescita del PIL e aumento dei posti di lavoro ormai non sussiste più. La diffusione delll’automazione nei processi produttivi fa sì che l’aumento della produzione richiede e richiederà sempre meno lavoro umano, non solo nella manifattura ma anche nei servizi più avanzati (cfr. Brynjolfsson E., Mcafee A., The Second Age Machine, 2014).

Davide Bonazzi - Beegood x Giunti

Davide Bonazzi – Beegood x Giunti

Resta però l’esigenza di conciliare la tutela del lavoro e la difesa dell’ambiente, garantendo una vita dignitosa a tutti. Se la crescita del PIL non è più la soluzione per i paesi ricchi, l’alternativa potrebbe essere un’economia di “sviluppo senza crescita” così come viene declinata da Daly ( e auspicata da Bergoglio)? La tutela dell’occupazione dovrebbe passare da un’incisiva riduzione degli orari di lavoro nei settori a più alta produttività, e dallo sviluppo di posti qualificati in settori ad alta intensità di lavoro e bassa produttività (tipicamente i servizi di cura, la cultura, l’istruzione). La salvaguardia dell’ambiente dovrebbe essere raggiunta sia alterando i prezzi relativi dei beni con la tassazione – rendendo più costose le produzioni inquinanti e sussidiando quelle ad impatto ecologico più lieve – sia seguendo tre regole auree: a) il prelievo di risorse rinnovabili non deve eccedere la loro capacità di rigenerarsi; b) l’utilizzo di risorse non rinnovabili va sostituito con quelle rinnovabili; c) la produzione di scarti e rifiuti non deve superare la capacità di assorbimento della biosfera. Per garantire ua vita dignitosa a tutti, che preveda accesso al cibo, all’acqua, alle cure, all’istruzione, è necessario inoltre redistribuire la ricchezza (ripagando così il “debito ecologico” che i Paesi sviluppati hanno storicamente accumulato verso il Terzo Mondo).

É evidente l’enorme diffidenza ( al limite dell’ostilità ) che incontrano queste proposte tra le classi dirigenti del mondo sviluppato. Servirebbe una collaborazione più stretta tra i Paesi, mentre assistiamo ad un continuo fallimento dei summit dei grandi capi di Stato (specie sull’emergenza ambientale). Servirebbe un cambio di paradigma culturale, etico, una “conversione ecologica” delle stesse popolazioni, così come sollecitato dal pontefice. Di certo, interrogarsi sui veri fini dell’economia (la vita buona, la prosperità condivisa) diventa oggi più importante e urgente che scoprire nuovi mezzi tecnici per accrescere una ricchezza materiale che va sempre di più concentrandosi in poche mani.

Federico Stoppa

Editing grafico a cura di Edna Arauz

 

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.