Archivio per la categoria ‘Cultura’

Marina Muun - Democratic schools - Medium

Marina Muun – Democratic schools – Medium

Durante questi mesi, mi è capitato un gruppo di studenti davvero motivati: impazziscono per la nostra lingua, ne vanno avidi. Quando parlo, e cerco di farli immergere in un contesto diverso dal loro, hanno gli occhi grandi così dal desiderio di apprendere (e di ascoltarmi). E questo è un bene per me, perché, in tutta facilità, posso indirizzare la lezione verso uno svolgimento più dinamico e partecipativo: un piacevole ping-pong tra professore e studenti.

Tuttavia, mi rendo conto che la maggior parte delle domande che comunque nascono dalla loro curiosità sono frutto di disattenzioni impreviste: è come se fossero sintonizzati su canali differenti, avendo però difficoltà nel seguire quello principale a cui stanno assistendo; è come se fossero immersi in un grande ipertesto (una sfilza di pagine aperte), e fossero attratti da una marea d’informazioni che cliccano e sbucano da tutte le parti, senza che queste però riescano a fissarsi nelle loro menti in maniera risoluta.

È un po’ come quello che accade quando siamo su internet: “ci aggiriamo dappertutto, senza arrivare a nessuna esperienza; contiamo senza fine e non siamo in grado di raccontare. Si ha cognizione di ogni cosa, senza arrivare ad alcuna conoscenza.”

Mi accorgo di questa cosa perché, quando imperversano domande a scoppio ritardato (domande ripetitive solo per avere conferma), il più anziano del gruppo comincia a sbuffare, e a muovere il piede spazientito per le continue “interferenze”. È come se, quest’ultimo, fosse l’unico maggiormente sintonizzato sul “canale” della lezione in corso, e non riesca a comprendere bene il perché della continua disattenzione di tutti gli altri, che non riescono proprio a concentrarsi su un’unica cosa per un tempo più o meno prolungato: hanno bisogno di continue pause, di interruzioni, o di altri riferimenti isolati, come se avessero una necessità innata di spaziare liberamente, e di muoversi con facilità tra informazioni molto diverse tra loro. È stato quindi lo scarto generazionale che mi ha fatto riflettere sulla differenza dei loro atteggiamenti, e su come le dinamiche in classe riflettano perfettamente il loro differente modo di apprendere qualcosa.

Questo mi sembra un buon esempio per parlare dell’influenza del virtuale nel realtà di tutti i giorni – anche se i cellulari in classe sono momentaneamente fuori uso (durante la lezione, dovrebbero essere negli zaini e nelle borse; dovrebbero (!)). Questi episodi apparentemente “irrilevanti”, di domande che parlano della fatica dei ragazzi “di stare dietro ad un’unica cosa senza badare a tutte le altre”, ci possono illustrare indizi utili su come le nuove tecnologie stiano effettivamente modificando i nostri comportamenti, e in questo caso le modalità di apprendimento dei ragazzi in classe: abituati quotidianamente a muoversi e a saltare da una pagina all’altra per reperire più informazioni possibili, perdono fisiologicamente molto dal “sacco” che contiene le informazioni della realtà che stanno vivendo in quel momento (o della “pagina reale” in cui si dovrebbero trovare col corpo e la mente).

Se questi studenti trasudano una motivazione che poche volte ho visto in classe, d’altro canto avverto di quante cose si possano perdere per via dei loro continui cali di attenzione, e della memoria che vacilla facendo acqua da tutte le parti. Ovviamente, anch’io non sono esente da questa amnesia generalizzata. Come molte persone oggi, passo molte ore su internet, o smanetto ripetutamente col mio cellulare. Anch’io quindi – come i miei studenti – vivo in pieno questi nuovi tempi tecnologici.

Forte però di questa consapevolezza, cercherò in più occasioni – almeno in qualità di professore – di chiedere ai miei studenti se ogni tanto possono tentare di chiudere “qualche pagina” nelle loro menti, per concentrarsi solo su quello che stanno vedendo e ascoltando in quel momento dedicato; anche se so già che questo mio intento generoso si tradurrà, quasi certamente, in una richiesta velleitaria tutta in salita (anche perché questa difficoltà la comprendo perfettamente).

Editorial for Usbek & Rica on Behance

Editorial for Usbek & Rica on Behance

Probabilmente, tutto questo ha a che fare con il tempo di cui facciamo esperienza, che è per la maggiore un tempo presente e dilatato: un vero e proprio limbo in cui ci si trova quasi come imprigionati.

Quando infatti spiego in classe “il tempo presente”, lo faccio senza pensarci troppo: dopotutto, in quella sede, devo semplicemente illustrare le sue implicazioni grammaticali con la lingua. È quando torno a casa che le cose si complicano, dato che le sue implicazioni riguardano anche la mia vita e quella in generale, e il fatto inequivocabile di quanto esso abbia fatto piazza pulita tutto attorno, liquidando il passato (un vuoto mnemonico inesorabile) e non contemplando alcun genere di futuro (qualcuno oggi parla mai di futuro? che nome ha?). La vita attuale è talmente immersa in questo tempo (presente) che ci stanchiamo anche di viverlo, non prendendolo seriamente in considerazione, e lasciandolo sfumare come se nulla fosse: tanto ce n’è, ed è tantissimo.

Forse sarebbe meglio tornare in aula, e riprendere in mano “la grammatica del tempo”, riscoprendo così, con una leggerezza pensosa, la legittimità degli altri tempi: la ricchezza e le radici del passato; la visione e l’immaginazione del futuro. È come se la continua connessione che viviamo nel presente ci privasse sistematicamente di altre connessioni necessitanti per la nostra vita (passato e futuro); connessioni che, per loro natura, sono causa ed effetto del tempo in cui viviamo, ma che attualmente non sono disponibili.

Così tra un po’, quando terminerò di scrivere qui, riprenderò in mano il mio cellulare, e userò nuovamente le dita: il digitale significa sostanzialmente questo: toccare con le dita un presente prolungato e sempre disponibile. Tantissime immagini, quindi, scorreranno con facilità, perché è come se fossero trasparenti: sono immagini prive di sguardi (le posso toccare, ingrandire, posso fare quello che voglio – sono quasi costretto a fare quello che voglio).

In questo modo, il digitale cancella gli sguardi e crea uno spazio positivo, dove tutti si ritrovano insieme essendo isolati, creando così un regno sterminato dell’Uguale. Non deve dunque sorprendermi se, stando dall’altra parte del mondo, leggo la stessa roba con le stesse immagini con i medesimi commenti; solo le lingue cambiano: la roba che si ammucchia inutilmente rimane sempre la stessa.

Gli sguardi, al contrario, irrompono su di noi, e ci mettono davanti la diversità, il rischio di una negatività necessaria. Senza sguardi è semplice gestire un finto controllo, ma diventa complicato parlare con noi stessi, salvaguardare le nostre preziose capacità auto-riflessive. Senza la possibile negatività del diverso (negatività intesa come scarto, come interruzione dal circolo d’auto-specchiamento di noi stessi; come slittamento semantico in grado di produrre qualcosa) ci disabituiamo a pensare, a pensare in maniera complessa. E possedere in mano tutte quelle immagini trasparenti per trarne furtivamente qualcosa non ci porta a nulla, se non ad un presente privo di sguardi veri; ad un presente privo di sguardo che si rivolge al passato o al futuro.

Al contrario, è uno sguardo prolungato sulle cose (altri sguardi, le stesse immagini con una data impressa, o le immagini di un futuro possibile) a condurci verso una soddisfazione più profonda del vedere, del percepire, con l’essere che si dipana in un racconto sensato senza la necessità inconvulsa di contare – ad esempio – il numero dei like.

Concludendo con le parole del filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, “la cultura digitale rimanda al dito (digitus), che – soprattutto – conta. La cultura digitale si basa sul dito che conta: la storia, invece, è un racconto. La storia non conta: contare è una categoria poststorica. Né i tweet né le informazioni si combinano in un racconto: neppure il diario di Facebook racconta la storia di una vita, una biografia. È additivo, non narrativo. L’uomo digitale gioca con le dita nel senso che conta e calcola ininterrottamente: il digitale assolutizza il numerare e il contare. Anche gli amici su Facebook vengono soprattutto contati; ma l’amicizia è un racconto. L’era digitale totalizza l’additivo, il contare e il contabile. Persino le simpatie vengono contate sotto forma del “mi piace”. Il narrativo perde notevolmente di significato: oggi tutto viene trasformato in qualcosa di contabile, per poter essere tradotto nel linguaggio della prestazione e dell’efficienza. Così, tutto ciò che non è contabile cessa di essere.”

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti 

Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, nottetempo, 2015.

La compulsione della forza

Pubblicato: ottobre 11, 2016 da Filippo Gibiino in Cultura
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Paul B.

Da sempre gli esseri umani hanno cercato di uscire da una condizione di passività ed impotenza aumentando il loro controllo sulla realtà. Si può affermare che gli uomini cerchino di rovesciare la loro debolezza trasformandola in potenza sulla natura e sull’altro. Fin dall’antichità molti popoli hanno utilizzato la loro forza e il loro potere per imporsi su altri. Possiamo guardare tutte le grandi opere architettoniche ed ingegneristiche come la prova tangibile e il simbolo di questa constatazione. Come specie abbiamo costruito piramidi, grattacieli, navi gigantesche e armi con immense capacità distruttive. Proprio in questi giorni si sta diffondendo la notizia di un progetto statunitense che prevede di colonizzare Marte a partire dall’anno 2025…

Aumentare il potere sulla realtà è una strategia che viene messa in atto anche dal singolo individuo, oltre che dalla collettività in generale. Nel saggio “Al di la del principio del piacere”, Freud descrive il gioco del suo nipotino Ernst di diciotto mesi, che dalla sponda del suo lettino si intrattiene lanciando un rocchetto e tenendo stretto in mano il filo a cui è legato. Il piccolo, mentre lancia il rocchetto, emette un suono che corrisponde alla parola tedesca “fort” (via), e quando lo ritira a sé pronuncia la parola “da”(qui). Freud intrepreta questo gioco come il tentativo del bambino di rappresentare simbolicamente e controllare l’esperienza spiacevole della mamma che si allontana da lui per poi tornare. Infatti nel gioco è il piccolo Ernst a lanciare il rocchetto e successivamente a riportarlo a sé. L’esperienza vissuta è quella di poter affrontare la situazione spiacevole della separazione senza esserne in balia, e più in generale di avere una forma di potere sulla realtà. In sostanza per Freud il bambino passerebbe “dalla passività dell’esperire all’attività del giocare”.

Ecco quindi che diventare soggetti attivi è un’ottima soluzione per uscire da uno stato di difficoltà e di minorità. Questo è anche il modo più efficace di superare un trauma e può capitare che una persona possa eccellere in un ambito in cui precedentemente si è trovato a disagio. Tutti noi utilizziamo efficacemente strategie che rispondono alla modalità appena descritta. Succede quando reagiamo alle difficoltà e ci mettiamo a lavorare per raggiungere un risultato, oppure quando usciamo da una situazione di sopruso e facciamo sentire i nostri diritti. Alla fine ci sentiamo capaci e sicuri di noi stessi. Tuttavia questa strategia può diventare dannosa, nel momento in cui viene applicata in maniera coatta a qualsiasi situazione che ci metta di fronte a sentimenti spiacevoli. Quando questo accade la persona non riesce più ad entrare in contatto con la debolezza, la paura, e la tristezza proprie ed altrui. In modo automatico e compulsivo ogni sofferenza, prima ancora di essere percepita come tale, viene soffocata da un atteggiamento attivo e sfrontato. Si tratta di una caratteristica molto diffusa nella realtà contemporanea caratterizzata da un dimensione narcisistica e ipomaniacale. È come se si volesse espellere la dimensione della debolezza dal dominio dell’umanità. In questi casi il dolore e l’impotenza non sono più tollerate in noi e negli altri, e ogni esperienza di perdita deve essere schiacciata dalla forza.

Invece nella vita si tratta di imparare lentamente a sviluppare la capacità di tollerare situazioni di impotenza, che non sempre possono essere rovesciate nel breve termine. Questo ci permette di aprirci ai nostri sentimenti di paura, tristezza, solitudine, e ci consente di entrare in contatto con i medesimi sentimenti che si dischiudono nell’incontro con l’altro. È in questo momento che finalmente riusciamo a cogliere l’umanità in maniera più completa, nella sua dimensione di impotenza e necessità, e non solo in quella di potenza (che non cessa di esistere). Così facendo ci possiamo avvicinare all’altro e a noi stessi con uno sguardo di pietas, nell’antica accezione del termine di compassione e accettazione. Ciò produce un atteggiamento di benevolenza verso noi stessi, verso i nostri limiti, verso le nostre debolezze, e verso le mancanze del prossimo. È uno sguardo che rincuora. Al contrario, nel caso in cui siamo obbligati ad un uso compulsivo della forza, tutti i difetti suscitano in noi solamente pietà, nell’accezione corrente del termine che mette in risalto il disprezzo e l’indecenza. Il primo tipo di sguardo, quello della pietas, possiede paradossalmente una forza liberatoria rispetto ad una retorica dominante che ci esorta in maniera conformistica e fobica ad oltrepassare i nostri limiti. La vera forza sa accogliere la debolezza, non la teme.

Filippo Gibiino

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Riferimenti

 

Al di là del principio del piacere (1920), Sigmund Freud

 

Riccardo Pesaresi - Attesa

Riccardo Pesaresi – Attesa

Non sono completamente d’accordo con chi dice che, per lanciarsi in un cambio radicale di vita, basta fare il primo passo; che questa è la tappa più difficile da affrontare, e che tutto quello che viene dopo è solo una tranquilla e felice passeggiata “oltre i propri limiti”. Probabilmente, chi scrive e diffonde questa roba – strappa like, strappa condivisioni – non l’ha mai veramente fatto quel passo. C’è tanto altro, dopo quella decisione, che non viene raccontato.

C’è per esempio lo spaesamento, la novità che ti riempie e ti cambia; il cambiamento con te stesso da gestire e indirizzare in base all’adattamento alla circostanza – una circostanza che non è più quella che affrontavi automaticamente in precedenza. C’è un severo equilibrio tra un prima e un dopo, che a volte cede e preferisce fregarsene, standosene fintamente sollazzato da una parte o dall’altra. C’è la sensazione di perdere qualcosa, di aver perso qualcosa nel frattempo, ma di vivere comunque tanto altro che quel prima non era in grado di darti.

E non si tratta di sacrifici. Molti hanno sempre in bocca questa parola quando non si riesce ad esprimere che cos’è un cambiamento, uno sforzo, una sfida con se stessi. Per me il sacrificio è quando uno si annulla completamente per darsi agli altri, non quando tenta, seppur con sforzo, di cambiare le cose nella prospettiva di un miglioramento di se stessi. Alla fine si è sempre un po’ egoisti – soprattutto in questi tempi disperati –, e il sacrificio ha poco a che fare con tutto questo.

Quello che volevo dire, in fondo, è che le cose cambiano, come è normale che sia, ma bisogna sempre viversi addosso la cifra del cambiamento. E che quel primo passo esiste, certo, ma non è l’unico prima di una discesa libera; ce ne sono tanti altri dopo che te la fanno prendere bene o te la fanno prendere male, e il tutto dipende da quell’equilibrio sofisticato, da quel gioco infinito che si costruisce tra un prima e un dopo, tra quello che senti di essere e di portare dentro e quello che, pian piano e senza accorgertene, ti sta impercettibilmente trasformando.

Come dice Richard Sennett, vi è la difficoltà di “riuscire ad affrontare la propria condizione di sradicato in modo creativo, […] [di] imparare a elaborare i materiali che costituiscono l’identità alla maniera in cui un artista lavora i fatti più banali trasformandoli in cose da dipingere. Ognuno deve [imparare a] costruire se stesso”.

Forse il segreto in tutto questo – nel cambiamento e nella costruzione di sé – sta proprio nel non aspettarsi nulla. Riprendersi così la propria attesa e corromperla a discapito della velocità, e della sua affliggente immediatezza, che ci vuole “adrenalinici”, “sempre sul pezzo” (quanto odio questa espressione) e preparati su ogni cosa.

In un mondo iper-connesso che ci deruba furtivamente del tempo di vita, ma che ci dona immancabilmente “pacchi” pregni di visioni inedite, tutto in teoria è fattibile ma poco in realtà è concesso. E la nostra immaginazione è esausta, si estingue da sé, perché lavora poco e male. Perché quel tempo di vita che l’aiuterebbe a risanarla viene a malapena speso, e arranca a fatica dietro le cose veramente importanti per noi.

Ecco che allora bisogna crearsi un proprio retrobottega, un proprio silenzio (il medium dello spirito), e una propria attesa. Bisogna lavorare senza fretta sulle cose che imprimono un significato su di noi, non su ciò che dovrebbe momentaneamente “estasiare” gli altri (quegli altri, del resto, che ti vedono solo come un numero, una matricola, una merce di scambio); su quelle cose che, in un nonnulla, ci provocano un senso familiare, e ci fanno provare sulla pelle quanto sia spossante e bella la fatica, la creatività dell’apporto costruttivo.

Cosicché, quello che forse nel nostro intimo aspettavamo da tempo non esiterà a chiamarci, a tirarci fuori dalla nostra laboriosa attesa, perché sa che dietro ogni nostro gesto, dietro ogni nostro pensiero, c’è quel retrobottega che annienta la superficialità, e che sfida senza sosta il tempo che le appartiene, quel tempo che oggi più che mai ci vuole flessibili e reversibili, pronti a tutto: persone esaurite e “preparate al massimo su ogni cosa”; persone omologate che si auto-sfruttano costantemente (uno sfruttamento senza nessuno che esercita un dominio; uno sfruttamento latente ma terribilmente più efficace); persone che poi, a lungo andare, non sanno più come si fa ad esprimere un intimo e genuino pensiero, non sanno più davvero come si fa a lasciare dietro di sé una traccia inconfondibile.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Maurizio Cattelan - Bidibidobidiboo, 1996

Maurizio Cattelan – Bidibidobidiboo, 1996

Viviamo un mondo complesso. Le società implodono. Ogni settore collassa su se stesso sfumandosi in quello accanto, ripiegandosi l’uno nell’altro. La differenziazione dei settori – che ha permesso l’emancipazione del soggetto dalla tradizione – si è convertita in una sorta di iper-differenziazione globale, che, per necessità strutturali, ha dovuto in seguito configurarsi in una de-differenziazione locale.

Imperversa quindi l’internazionalizzazione dell’economia, e della cultura. Quest’ultima non è più una semplice “estrusione” della società, ma diviene parte fondante e imprescindibile della “società del sapere”. Si indebolisce lo stato-nazione, e tutto ciò che gli pertiene. Emergono le culture di minoranza, la politica della differenza. L’identità si fa plurale, proteiforme, alimentata da fonti inesauribili e sterminate. La “coscienza collettiva” della classe, e delle esperienze di lavoro condivise, viene prosciugata dal sistematico ritiro nel privato, da una pletora d’identità insorgenti. L’entusiasmo per la società “super-industriale” viene immediatamente messo a tacere dal sentire ecologico, dalla consapevolezza di un’autodistruzione annunciata. Le trasformazioni dell’organizzazione del lavoro e della tecnologia inaugurano così l’era del post-fordismo: incertezza, precarietà, sviluppo smisurato dell’economia terziaria di basso livello sono le sue variabili più qualificanti.

Ogni mossa culturale, economica e politica viene influenzata globalmente, avendo come effetto paradossale la rinascita – o la riscoperta – dei localismi, di “nazionalismi periferici” che sgomitano tra di loro: localismi effervescenti che nascono muoiono e si rimescolano, e possono consistere anche di sola e pura invenzione (chiunque può reinventare le proprie origini, i propri antenati – ogni “gioco linguistico” è legittimo). Globale e locale, quindi, dialogano costantemente, e, nonostante categorici tentativi, non si riesce mai a distinguere dove termina l’uno e inizia l’altro. Sono solo comode categorizzazioni per libri accademici votati al diverbio: nella “realtà”, invece, tutto sfuma nell’indistinto, tutto si mescola.

Ma qual è la realtà? È rimasto qualcosa di reale in mezzo a tutto questo miasma di immagini e simboli? Dove sono i referenti? Che fine hanno fatti gli originali?

Per Jean Baudrillard di reale non è rimasto più nulla. Viviamo “l’estasi della comunicazione”, dove i mezzi di comunicazione più che comunicare costruiscono, edificando per noi un nuovo ambiente, una “realtà elettronica” di pura simulazione. Le immagini, quindi, vengono riprodotte da altre immagini e altre ancora, in “un reale senza origine o realtà: un iperreale”. Così facendo, vanno a sostituire la realtà: “le immagini sono assassine del reale”. Tutti i significanti sono copie di altre copie che, nella loro incessante riproduzione, hanno finito per smarrire gli originali. Ed ecco che le immagini senza i propri referenti, i simboli senza i propri modelli di riferimento, non possono diventare altro che simulacri. In tale condizione, non esiste più l’eventualità che i segni o le immagini “tradiscano la realtà”. Non può esistere più alcun concetto di ideologia. “La storia ha cessato di significare, di riferirsi a qualcosa – lo si chiami sociale o reale. Siamo approdati a un genere di iperreale in cui le cose sono riprodotte all’infinito.” Viviamo, dunque, in un mondo immaginario più reale della realtà stessa. Le immagini di cui ci cibiamo quotidianamente “hanno cancellato dalle nostri menti l’idea che al di là di tali immagini e simboli esista un mondo oggettivo.”

Ma l’iperrealtà non significa solo dissoluzione della realtà oggettiva. Avrebbe a che fare anche con la dissoluzione del soggetto umano, di quell’io individuale a cui veniva attribuita, nella modernità, la capacità di agire e pensare nel mondo in maniera autonoma. “Tutto si dissolve totalmente in informazione e comunicazione, compreso l’individuo.” Non avendo più una realtà di riferimento, il soggetto non può più essere legato al proprio ambiente da una relazione oggettiva: tutte le rappresentazioni decadono, ogni distinzione e distanza tra il sé e l’ambiente viene annullata. La dialettica soggetto/oggetto, pubblico/privato perde di ogni significato. “L’individuo non è più un attore o drammaturgo, ma il terminale di reti molteplici.”

Tutto ciò – sempre secondo Baudrillard – potrebbe condurre il soggetto ad una nuova forma di schizofrenia, dove vi è una prossimità eccessiva di ogni cosa, una trasparenza priva di necessarie interiorità nascoste, un’”immonda promiscuità” dove tutto lo investe e penetra senza incontrare alcuna resistenza; neanche il corpo funge più da protezione personale:

Ciò che lo definisce non è tanto la perdita del reale, gli anni luce di estraniazione dal mondo, il pathos della distanza e della separazione radicale, come abitualmente si dice, ma se mai il contrario, l’assoluta prossimità, la totale istantaneità delle cose, la sensazione di non avere alcuna difesa, alcun rifugio. È la fine dell’interiorità e dell’intimità, la sovraesposizione e trasparenza al mondo che lo attraversa senza incontrare ostacoli. Egli non può più esibire i limiti del suo essere, non può più rappresentare o inscenare se stesso, non può più mostrarsi come in uno specchio. Egli è ora unicamente puro schermo, un centro di smistamento di tutte le reti di influenza.” (Baudrillard, 1983).

AnotherSaru - Limited mode - Complexities

AnotherSaru – Limited mode – Complexities

Dunque, l’individuo vive un presente di assoluta prossimità, promiscuo, ma “privo di profondità”. Il passato è essenzialmente privo di senso. E se non c’è un passato di riferimento a cui contrapporre l’urgenza del nuovo, se non c’è un passato sufficientemente forte per agire da contrasto, allora “la tradizione del nuovo” non può che spegnersi su se stessa, assieme alla sua conseguente ed “eccitata” immaginazione, non alimentando così nessun senso del futuro. “Ciò che resta, la sola cosa che ci rimanga da contemplare, è un presente senza tempo.”

Tutta questa complessità di un’epoca dalle infinite nomenclature; tutta questo tramestio di concetti, teorie, rischiose e audaci definizioni di un’era in cui è impossibile ora attribuire una qualche coerenza alla storia – dove è impensabile individuare il posto che noi vi occupiamo; tutto ciò, potrebbe farci adottare un atteggiamento “comodo”, una visione semplicistica delle cose, dove l’aspetto complicato degli avvenimenti non viene contemplato affatto, perché in fondo c’è troppa complessità là fuori per introiettarla anche dentro di noi.

Ed è ciò che vorrebbe farci credere quell’onnipotente visione del neoliberismo, l’unica grande ideologia del nostro tempo, “il cui capolavoro è stato quello di non farsi credere tale, ma presentarsi quasi come una legge di natura, una condizione ineluttabile.” E così, grazie alla sua immensa opera di distruzione/creazione, il nostro mondo si è tramutato in un grande magazzino, dove noi diventiamo le sue stesse merci, sebbene tra i suoi dogmi ufficiali vi è quell’esaltazione incondizionata dell’individuo proprietario e consumatore, padrone delle sue libertà – libertà, però, che si riducono tutte, irrimediabilmente, al solo potere d’acquisto che viene operato nel mercato dei consumi.

Questa malsana ideologia che ci vorrebbe tutti isolati, “perfettamente consapevoli” delle nostre scelte utilitaristico-razionali, sradica con indifferenza i nostri vincoli storici, culturali, territoriali, catapultandoci in un mondo globalizzato in cui le relazioni sociali non contano più nulla.

Dovremmo andare contro questa “facile” e individualistica visione della vita sociale. Dovremmo combatterla radicalmente, con tutte le nostre forze. E allora bisogna adottare la complessità che ci vive attorno, comprenderla, e farla nostra. Bisogna riappropriarsi dei propri spazi, ri-nobilitarli, e sfidare così quel “presente senza tempo” che annienta alla radice l’immaginazione, l’unica che, davvero, potrebbe prendersi in carico la costruzione di un futuro possibile. Abbiamo quindi bisogno di relazioni sociali, non di sterili transazioni (commerciali), ma di comunità, dei sui rituali e delle sue cerimonie, e della loro attesa, perché è lì che nasce la sua infinita ricchezza semantica.

E allora sarà proprio quella complessità che diventerà la nostra migliore amica, e che un bel giorno, a furia di praticarla, si tramuterà in un altro tipo di semplicità, quella che sorridendo leggera si farà beffa della densità, della frammentarietà ingestibile, della velocità senza pause, perché sarà la sua attesa, la sua illusione, la sua praticità a condurla in un mondo dove la complessità è perfettamente leggibile, e dove le vere emozioni non saranno più sepolte sotto lastricati di semplicità senza sforzo; non saranno più bandite sotto sterminati pacchetti di semplicità pronti al consumo. Ma ripopoleranno i soggetti delle proprie complessità, del proprio intimo sentire, che poi è lo stesso che di riflesso dovrebbero vivere là fuori, in quella realtà dissolta dalle semplici interferenze, ma che per alcuni però risulta più remunerativo se non è vissuto affatto.

E poi magari, alla fine, il soggetto potrà nuovamente emanciparsi nonostante quelle infinite “reti di influenza”; nonostante quella assoluta prossimità e istantaneità delle cose che lo rende a suo modo “schizofrenico”; nonostante l’annunciata perdita della sua intimità, affinché le complessità che affollano la propria interiorità lo riportino in auge sulle scene delle proprie rappresentazioni, e sulle scene, poi, di una sfera pubblica e sociale rinnovata, in cui quelle sue stesse rappresentazioni saranno perfettamente congeniali e coscienti per affrontare tutta la complessità e frammentarietà di questa nostra epoca.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Riferimenti

Krishan Kumar, Le nuove teorie del mondo contemporaneo. Dalla società post-industriale alla società post-moderna, Einaudi, 2000.

graphics8.nytimes.com

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Ogni tanto, giusto per vezzo personale, mi faccio un giro per scovare qualche offerta di lavoro nel mio Paese. Come già si saprà, cercare lavoro è un vero e proprio lavoro, ed io – come penso tantissimi altri – mi sono dedicato a questa attività tempo fa, assiduamente: un’attività che non auguro proprio a nessuno.

Nonostante l’impegno aggiuntivo che va oltre l’aver studiato per tanti e lunghissimi anni (gli anni del cosiddetto “gettare il veleno”, come amava ripetere una mia Prof.); malgrado gli sbattimenti inimmaginabili per “venderti” in maniera diversa ad ogni diversa e “allettante” candidatura; nonostante la frustrazione annessa ai residui di quella che ti ostini ancora a chiamare la “tua voglia di fare” – una frustrazione inspiegabile che ti accompagna ogni santo giorno –, alla fine poche persone potranno veramente capirti, anche perché il risultato che porti a casa è quasi sempre nullo.

Dicevo, questo giro delle “meraviglie”, lo rifaccio ogni tanto per curiosità, per osservare da lontano cosa sta effettivamente cambiando; cosa succede di concreto in quel mio povero e abbandonato Paese: vorrei che si aprano spiragli di speranza una tantum, in quel deserto di possibilità che mi sono lasciato alle spalle.

Probabilmente, non sono mai stato bravo a cercare lavoro; o è più che probabile che non lo si trovi come l’ho sempre cercato io; o forse il lavoro non lo potrai mai trovare se sei da solo a cercarlo (in parole più povere: se non c’è il papà o lo zio che contatta l’amico che te lo trova); o molto probabilmente, i tanti corsi gratuiti sovvenzionati dall’Unione europea – presso i centri per l’impiego del Paese (dove esistono) – non servono ad un emerito nulla, nel senso di indirizzarti in base alle tue competenze, ed aiutarti nel presentarti al meglio ad un’ipotetica (plausibile?) offerta di lavoro; o molto più semplicemente c’è poco da fare: come si sente dappertutto – nei bar, nei vicoli, nei discorsi, nell’aria – il lavoro non c’è. Scarseggia. È una gemma preziosa introvabile.

Fatto sta, che mi diverte alquanto osservare (perché ci si può solo divertire davanti a delle oscenità del genere) come le uniche offerte di lavoro “pubblicate” (o “papabili”) restino ancora (dopo anni) i tanti e reiterati stage con un misero e (appunto) divertente rimborso spese, con il quale, forse, puoi pagarti a malapena il trasporto pubblico, e nient’altro. A meno che (a meno che), tu non sia il fortunato madrelingua di almeno tre lingue (tre, non due), che abbia la laurea specifica nella tal cosa, con la votazione specifica non inferiore a un tal punteggio, nell’università specifica (quella svizzera, quella tra le Alpi, non altre), con l’esperienza di almeno “dieci anni” (e specifica, mi raccomando!) segnalate da un “ghiotto” e raro bando pubblico che si è appena aperto da pochi giorni ma che, guarda caso, è già scaduto (i tuoi amici te lo hanno prontamente segnalato, ma aprendo il link non ce l’hai fatta: eri già fuori). “Ma che sfiga: mi è passata davanti l’occasione della vita.”

Insomma, come si sarà capito, continuo a divertirmi, e capisco perché una buona parte dei giovani del mio Paese continua ad andare al mare, o a non fare una beata minchia, il che forse è lo stesso – e lo dico da convinto sostenitore dell’ozio (è nell’ozio, nella perdita di tempo, che si dischiude la vita. O no?). Ma se non vuoi continuare a cazzeggiare per tutta la vita, e per caso (solo per caso) cominci a pensare a come dover sopravvivere dopo che le risorse di mamma e papà saranno prosciugate, il “sentire comune” ti consiglia vivamente di espatriare, di andare via, sradicarti volutamente una volte per tutte, e di tentare la fortuna altrove: perché in Italia, proprio non ce n’è.

Alëna Steiger

Alëna Steiger

Però, a tal proposito riflettevo… Se lo Stato Italiano mi costringe ad espatriare ci perdono tutti: il mio fornaio di fiducia, il mio fruttivendolo di fiducia, il mio salumiere di fiducia, il mio pescivendolo di fiducia, il mio caseificio di fiducia (qui, se non ci sono, ci perdo anch’io in ogni caso), la mia dentista di fiducia, la mia parrucchiera di fiducia, e non mi dilungo oltre, dato che la lista potrebbe benissimo continuare: come tutti gli altri, infatti, “consumo dunque sono”.

Se non c’è gente che consuma, e che vuole cominciare a costruirsi una vita (che, guarda caso, sono proprio quelli che sono incentivati a spendere di più – una vita non si costruisce dall’oggi al domani, quindi ci vorrà tempo e, di conseguenza, tante tantissime spese per costruirla), allora i discorsi sulla “crescita” non hanno più alcun senso. Se questa gente scompare drasticamente allora rimarrà solo chi ha una certa età (gli anziani, gli adulti-anziani), e cioè quella gente che ormai la vita se l’è fatta e non avrà più da spendere molto nel proprio Paese (solo in medicine ovviamente, ma quello è uno specifico cortocircuito mondiale della “sanità”, che crea malati anziché ridurne).

In sostanza, quello che ci guadagna col tempo sono solo io (siamo o no in una società terribilmente individualista? Che m’importa della mia collettività? di quella che ha speso per me e che per quasi un quarto della mia vita mi ha aiutato e visto crescere? Meglio espatriare, no? E finanziarne così un’altra di collettività, magari più gentile con me nel periodo decisivo – decisivo per lei e per me) e ovviamente in tutto questo, ci guadagna a sbafo anche quel Paese che mi ospita, e che in più, non avendo speso praticamente nulla per la mia formazione, si ritrova in casa una persona specializzata che è disposta a fare tutto con freschezza e vitalità, e che non vede l’ora di spendere tantissimo (oltre che spendersi tantissimo).

Ma si sa, il nostro è sempre stato un Paese generoso con gli altri – all’estero, la percezione che ne hanno, di questa nostra generosità, è a dir poco commovente. Dunque, un Paese che elargisce un’infinità di risorse pensanti (anche di braccia pensanti, nell’ultimo periodo); un Paese generoso con tutti, tranne che con i suoi figli, che sono, come abbiamo detto, iper-individualisti e fedifraghi nei confronti di quella bonaria collettività che li ha cresciuti e coccolati: in parole povere, questi figli scostumati se ne fregano, e non ci pensano su due volte prima di fare le valigie… Almeno, questa è una parte di ciò che pensa quel famigerato “sentire comune”, ma che preferisce non dire per non fare brutte figure…

Ora, si penserà che lasciare tutto e andare all’estero sia una figata pazzesca. Che sia la cosa più semplice di tutte: “E che ci vuole: due o tre contatti per iniziare, imparo una lingua e via”.

Qualcuno di più serio (non ricordo precisamente dove l’ho letto) sostiene che l’emigrazione odierna non sia una vera e propria forma di distacco, di abbandono, di sradicamento. Nulla è sancito una volta per tutte: le scelte, più di ieri, sono reversibili.

Viviamo nell’epoca che è allergica alle strutture fisse, ai percorsi definitivi, che tempo fa costruivano appartenenze uniche e longeve: il tempo, diventato simultaneo, corrode gli spazi di vita, che ci sembrano sempre più accessibili e vicini, da ogni dove. La tecnologia – più di tutti – ci aiuterebbe a mantenere salde quelle che sono le nostre percezioni quotidiane, i nostri facili linguaggi di riconoscimento (le “immagini di casa”), assieme alla creazione di quei mondi con cui manteniamo vispi certi legami.

Certo, in parte è così: a volte si ha l’impressione di non aver mai abbandonato il proprio universo identitario; di non aver mai lasciato definitivamente tutto ciò che ci è appartenuto e ancora ci appartiene. Forse, questa affermazione sarà vera ad un certo stadio “avanzato” dell’umanità, dove il contatto umano conterà quel tanto che basta da essere facilmente sostituito da uno schermo illuminato, da una fotografia solitaria, o da una voce distorta che lontana fuoriesce da un microfono…

Quello che volevo dire, per concludere, è che l’emigrazione, quando incomincia, lascia comunque delle tracce definitive, soprattutto quando il contatto umano che si è lasciati alle spalle (che, per la maggiore, preserva ancora in sé tutta la sua ricchezza emotiva) è lo stesso ma in forme diverse – si tocca uno schermo, non una persona. E il diverso sta proprio nella carenza tecnologia che è poco sintonizzata sul rituale umano, che è quella specifica cosa che provoca emotività e senso nella prassi quotidiana. Una cosa importantissima.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Metasis - Jowie13

Metasis – Jowie13

Nel 1920 le donne non fumavano. E se lo facevano venivano severamente giudicate. Era un tabù. Allo stesso modo del laurearsi all’università o dell’essere elette al Congresso, la gente credeva che le donne avrebbero dovuto lasciare fumare gli uomini. “Cara, potresti farti del male. O bruciare i tuoi bellissimi capelli!”

Questo rappresentava un problema per l’industria del tabacco. Il 50% della popolazione non fumava le sue sigarette perché non andava di moda, e perché era visto come maleducato. Questo non andava bene: bisognava cambiare. Come George Washington Hill, presidente della compagnia americana del tabacco, disse all’epoca, “È una miniera d’oro davanti agli occhi.” L’industria cercò diverse volte di vendere sigarette alle donne ma nulla sembrava funzionare. Il pregiudizio culturale era semplicemente molto radicato, troppo.

In seguito, nel 1928, la compagnia americana del tabacco ingaggiò Edward Bernays, un giovane fenomeno del marketing con idee selvagge e con campagne di marketing ancora più selvagge.

Le tattiche di marketing di Bernays, era diverse da tutte le altre presenti nell’industria. Tornando ai primi anni del XX secolo, il marketing era visto semplicemente come un modo di comunicare il tangibile, i benefici reali di un prodotto nella forma più semplice e concisa possibile. A quei tempi, si credeva che la gente comprava sulla base dei fatti e delle informazioni. Se qualcuno voleva comprare un formaggio, dovevi fornirgli i dati concreti del perché il tuo formaggio era superiore (“Il più fresco latte di capra francese, stagionato 12 giorni, spedito in frigo!”). Le persone era viste come attori razionali che facevano acquisti razionali per loro stesse.

Ma Bernays non era per niente convenzionale. Bernays non credeva che, per la maggior parte del tempo, la gente prendeva decisioni razionali. Infatti, credeva che la gente era fondamentalmente irrazionale, e per questo dovevi attirarla su un livello emozionale inconscio.

Mentre l’industria del tabacco si era concentrata sui convincimenti individuali delle donne per far comprare e fumare sigarette, Bernays la vedeva più come una questione emozionale e culturale. Se Bernays voleva che una donna fumasse, allora doveva cambiare l’equilibrio e trasformare il fumo in un’esperienza emozionale positiva per le donne, rimodellando così le percezioni culturali del fumare.

Per raggiungere questo obiettivo, Bernays assunse un gruppo di donne e le fece sfilare a New York, alla Easter Sunday Parade. Oggigiorno, le grandi sfilate delle festività sono cose pacchiane che lasci correre in tv mentre ti addormenti sul divano. Ma a quei tempi le sfilate erano grandi eventi sociali, una specie di Super Bowl o qualcosa del genere.

Bernays pianificò tutto in modo che, alla sfilata, queste donne si fermassero nel momento opportuno per accendere le sigarette tutte allo stesso tempo. Dopo, Bernays assunse dei fotografi per scattare foto lusinghiere di donne che sarebbero state distribuite a tutti i principali giornali nazionali. Bernays disse ai giornalisti che quelle donne non stavano solo accendendo delle sigarette, ma stavano accendendo “torce di libertà”, dimostrando così la loro abilità nell’affermare la propria indipendenza e il proprio essere donne.

Era tutto falso, ovviamente. Ma Bernays allestì il tutto nelle sembianze di una protesta politica, perché sapeva che questo avrebbe scatenato le emozioni appropriate nelle donne di tutto il paese. Le femministe avevano appena ottenuto il diritto di voto per le donne una decina d’anni prima. Le donne ora lavoravano fuori casa e diventavano sempre più parte integrale della vita economica del paese. Stavano affermando se stesse, tagliando i capelli più corti e indossando vestiti più audaci. Le donne a quei tempi vedevano se stesse come la prima generazione che poteva comportarsi indipendentemente da un uomo. E molte di loro sentivano tutto questo fortemente presente. Se solo Bernays avesse potuto semplicemente agganciare il suo messaggio “fumare = libertà” al movimento di liberazione delle donne, allora le vendite di tabacco sarebbero diventate doppie e lui sarebbe diventato un uomo ricco.

E funzionò. Le donne cominciarono a fumare e godettero del cancro ai polmoni così come fecero i loro mariti.

Nel frattempo, Bernays continuò a fare questo tipo di mosse culturali con regolarità per tutti gli anni ’20, ’30 e ’40. Rivoluzionò completamente l’industria del marketing e inventò, nel processo, il campo delle relazioni pubbliche. Pagare delle celebrità per usare il tuo prodotto? Un’idea di Bernays. Creare articoli falsi sui giornali quando in realtà sono pubblicità sottili per un prodotto? Un’altra sua idea. Allestire eventi pubblici controversi come mezzo per attirare attenzione e notorietà per i suoi clienti? Anche un’idea sua. Praticamente, ogni forma di marketing e pubblicità a cui siamo soggetti oggi ha avuto inizio con Bernays.

Ma c’è un’altra cosa sorprendente sul conto di Bernays: era il nipote di Sigmund Freud.

Le teorie di Freud sono state le prime ad argomentare che la maggior parte delle decisioni umane erano in primo luogo inconsce e irrazionali. Freud è stato colui che si è reso conto che le insicurezze delle persone le portavano all’eccesso e alla sovracompensazione. Freud è stato anche colui che ha capito che le persone sono, nel cuore, animali e sono facilmente manipolabili, soprattutto in gruppo.

Bernays ha semplicemente applicato queste idee alla vendita dei prodotti, ed è diventato ricco di conseguenza.

consumismo

Bernays utilizzò le idee dello “Zio Siggy” per costruire un impero della pubblicità. Dopo rese famoso Freud negli Stati Uniti pubblicando le sue teorie su riviste.

Attraverso Freud, Bernays capì qualcosa che nessun altro nel business aveva capito prima di lui: se riesci a toccare le insicurezze della gente – se puoi scalfire nei loro sentimenti più profondi di inadeguatezza – allora quella gente comprerà qualsiasi dannata cosa che le dici di comprare.

Questa forma di marketing diventò il piano strategico di tutta la pubblicità del futuro. I pick-up sono commercializzati agli uomini come un modo di affermare la loro forza e la loro affidabilità. I cosmetici sono commercializzati alle donne come un modo di essere più amate e di ricevere più attenzione. La birra è commercializzata come un modo per divertirsi e per essere al centro dell’attenzione alle feste. Voglio dire, Dio Santo, Burger King era solito commercializzare gli hamburger con, “Così come lo vuoi” (“Have it your way”) – che non ha proprio senso.

Dopo tutto, come fa a fare soldi una rivista di donne che mostra 150 pagine di fotografie ritoccate di donne che, in termini di bellezza, sono presenti solo nello 0,001 percentile della popolazione, e che vende dei prodotti di bellezza accostandoli a quelle stesse “donne da rivista”? O spot pubblicitari di birra che mostrano rumorose feste con amici, ragazze, tette, macchine sportive, Las vegas, amici, più ragazze ancora, più tette ancora, più birra ancora, ragazze, ragazze, ragazze, feste, balli, macchine, amici, ragazze! – Bevi Budweiser.

Tutto questo è oggigiorno “Marketing 101”. Quando per la prima volta ho studiato marketing per aprire la mia prima attività, mi hanno detto di trovare i “punti di dolore” della gente, e poi farli sentire subdolamente peggio. Dopodiché dovevo voltarmi e dire loro che con il mio prodotto si sarebbero sentiti meglio. Nel mio caso, stavo vendendo dei consigli sulle relazioni, così l’idea fu di dire alla gente che sarebbero stati soli per sempre, che non sarebbero piaciuti a nessuno e che nessuno li avrebbe mai amati, che c’era qualcosa di sbagliato in loro – oh! Ecco qui, compra il mio libro!

Non ho fatto nulla di tutto questo, ovviamente. Mi ha fatto sentire viscido. E solo con gli anni ho capito realmente il perché.

Oggi nella nostra cultura, spesso il marketing è il messaggio. La maggior parte dell’ampia informazione a cui siamo esposti è una forma di marketing. E così se il marketing cerca sempre di farti sentire come una merda per farti comprare qualcosa, allora stiamo essenzialmente vivendo in una cultura progettata per farci sentire così male da voler cercare sempre di sovracompensarlo.

Una cosa che ho notato durante questi anni, è che delle mille persone che mi hanno scritto per chiedermi consigli in un modo o nell’altro, la maggior parte di loro sembravano non avere realmente un problema ben identificabile. Piuttosto, si aggrappavano a dei bizzarri e irrealistici standard di loro stessi. Così come il ragazzo che va all’università con le aspettative di andare a feste in piscina pazzesche, con donne che indossano bikini ogni giorno, e poi rimane deluso quando si sente socialmente impacciato perché deve frequentare delle classi, studiare delle materie difficili, farsi dei nuovi amici e sentirsi costantemente insicuro di se stesso perché prima di allora non è mai vissuto da solo. Queste ultime esperienze sono assolutamente normali, ma lui in qualche modo si è lanciato all’università con le aspettative di Animal House ogni fine settimana.

Questo genere di cose accadono ovunque. Lo so per esperienza personale, quando ero giovane la mia concezione del romanzo e di una relazione era un incrocio tra un episodio random di Friends e un film di Hugh Grant. Non c’è bisogno di dire che ho trascorso molti anni sentendomi frustrato, come se ci fosse qualcosa di naturalmente sbagliato dentro di me.

A proposito, Bernays era consapevole di tutto questo. Ma la visione politica di Bernays era come una leggera versione del fascismo – lui credeva che era inevitabile, e nel migliore interesse per tutti, che i deboli fossero sfruttati dai più forti attraverso i media e la propaganda. Lui lo chiamava “il governo invisibile” e generalmente pensava che le masse fossero stupide e meritassero qualsiasi cosa che la gente sveglia avrebbe convinto loro di fare.

La nostra società si è evoluta fino a raggiugere un punto interessante della storia. Il capitalismo, in teoria, funziona allocando le risorse per soddisfare i bisogni e le richieste di tutti nel modo più efficiente possibile.

Ma forse il capitalismo è solo il modo più efficiente per soddisfare i bisogni fisici di una popolazione – cibo, alloggio, vestiti, etc. Perché nel sistema capitalista, diventa anche una parte dell’economia nutrire le insicurezze di ognuno, i vizi e le vulnerabilità, per promuovere le peggiori paure e ricordare costantemente i limiti e i fallimenti di tutti. Diventa redditizio stabilire nuovi e irrealistici standard, per generare una cultura di comparazione e di inferiorità. Perché le persone che si sentono costantemente inferiori diventano i migliori consumatori.

Dopotutto, la gente compra soltanto qualcosa se crede che risolverà un problema. Perciò, se vuoi vendere più roba quando non ci sono problemi, devi incoraggiare le persone a credere che ci sono dei problemi quando invece non ci sono.

Questo non è un attacco al capitalismo. Non è neanche un attacco al marketing. Non penso che ci sia una grande e omnicomprensiva cospirazione che mantiene in linea il “gregge”. Penso che il sistema crei semplicemente certi incentivi che modellano i media, e che poi i media continuino a modellare una spietata cultura superficiale basata sul fatto di cercare sempre di raggiungere qualcosa.

In generale il nostro sistema è stato molto bravo a farlo, e ancora lo fa per la maggior parte di noi. Mi piace pensarla come la “meno peggio” soluzione per organizzare la civiltà umana. Il capitalismo spietato porta con sé un certo bagaglio culturale del quale dobbiamo imparare ad esserne consapevoli adattandoci.

Frequentemente, il marketing nella nostra economia spinge su di noi un’insicurezza che non ci aiuta, e che scatena intenzionalmente delle inadeguatezze o delle dipendenze in noi stessi per poter fare maggior profitto.

Alcuni potrebbero sostenere che tali questioni dovrebbero essere regolate e controllate dal governo. Forse questo potrebbe aiutare un po’. Però non mi sembra una buona soluzione a lungo termine.

L’unica reale soluzione a lungo termine è, per le persone, sviluppare una sufficiente autoconsapevolezza per capire quando i mass media istigano le loro debolezze e vulnerabilità, prendendo decisioni coscienti di fronte a queste paure. Il successo del nostro mercato libero ci ha sovracaricato della responsabilità di esercitare la nostra libertà di scelta. E quella responsabilità è molto più pesante di quella di cui spesso ci rendiamo conto.

Mark Manson

Traduzione di Edna Arauz e Francesco Paolo Cazzorla

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Articolo originale: How Your Insecurity is Bought and Sold

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Susy Ninci

Susy Ninci

Alcuni linguisti affermano che voler apprendere la nostra lingua all’estero sia praticamente “un lusso”; che generalmente le nuove generazioni, qualora si trovino a cimentarsi con l’apprendimento di un’altra lingua (nel nostro mondo più che probabile), scelgono più una lingua “per fare” che per “essere” qualcosa di diverso; che l’italiano si studia più per passione che per necessità, e che dunque una sua eventuale scelta viene solo dopo, quando per esempio da adulti s’incominciano ad apprezzare le infinite e sterminate bellezze che il nostro Paese riserva in ogni angolo e occasione, e se ne vuole approfondire l’essenza, coglierne le ricche sfumature.

La verità è che, ormai, la mente di tutti è programmata solo sulle “obbligatorie necessità”: “Perché devo farlo? Qual è la sua utilità? A che mi serve dopo? Che ci faccio?” Tutte domande malate.

Perché invece non dovremmo lasciarci guidare dalle nostre passioni per scegliere i nostri fini? Cosa c’è di tanto sbagliato nell’insegnare ai ragazzi il rispetto per ciò che sentono e tengono dentro, piuttosto che inculcare loro che la legge economica vuole così? E che bisogna per forza rispondere ai dettami necessitanti di un “esterno freddo” che, alla prima occasione, (questo però non glielo si dice) li prenderà solo a pedate utilizzandoli come merce di scambio? Perché non incominciare a mostrare loro, sin da subito, che sono al contrario le ricchezze interiori, quelle che uno si costruisce col tempo, che alla fine pagano in ogni senso e per ogni dove? Perché non educare al culto delle persone, anziché seguire le cerimonie che appartengono al culto della carriera e degli oggetti?

È una riflessione che faccio quotidianamente con i miei studenti: per la maggiore giovani adulti, e tutti innamorati “della melodia, del suono”, del “¡cómo se escucha!”.

Per loro, la necessità della presenza della lingua italiana sul curriculum forse viene dopo.

Ad ogni modo, a latere di questo, c’è da dire che, quanto a “promozione” all’estero delle potenzialità e della ricchezza che la nostra lingua può offrire, siamo messi proprio male, insomma: anche qui non ci smentiamo mai! I tedeschi e i francesi ad esempio, da anni esperti promotori di quella che è forse la cosa più influente che si possa insegnare e diffondere (appunto una lingua), ci surclassano tranquillamente senza soluzione di continuità, così: col gomito fuori dal finestrino e il drink in mano.

Qualche giorno fa, terminata una lezione privata in un omologante e sempre-più-hipster Starbucks (che orrore: l’odore di quella calda e sporca brodaglia che chiamano caffè, unito all’immagine hi-tech del “creativo impegnato” che si sente così-tanto-diverso-dagli-altri che fa finta di lavorare indisturbato sopra un Mac scintillante, con quell’accessorio-standardizzato-di-barba-barbuta che ormai si trova dappertutto), dicevo, all’uscita da questo posto iper-condizionato (oltre che dall’aria, anche dalle arie della molta gente-che-se-la-crede), mi sono imbattuto in un ragazzo che ha cominciato a parlarmi spontaneamente, così, in italiano. Lo balbettava, sia chiaro, ma non aveva nessunissima intenzione di parlarmi in spagnolo, anche se aveva capito benissimo che con me poteva farlo. Ha continuato tranquillo, indisturbato: ho sentito che emanava una specie di esigenza di suoni. Mi parlava del suo amico italiano di Verona, che aveva la mamma olandese e il papà di origini sarde, e la nonna che in cucina è una maga, e discorreva di questa loro amicizia fatta di cibo viaggi scambi e culture, animate tra loro come un miracolo. È stato un attimo, un flash, neanche due minuti. Poi ancora una volta mi ha sorriso, mi ha stretto la mano, e mi ha salutato con un altisonante “Ciao”.

Lo stesso mi capita spesso in classe. I miei studenti – a livello principiante – si cimentano, con un’assurda immediatezza, in dialoghi articolati con risultati a dir poco incredibili. È la lingua che li guida, la sua dinamicità: è la passione incorporata in essa che fa della nostra lingua una delle lingue più conviviali; una lingua – dicono – che, a differenza delle altre, “fa sentire tra amici”.

Sempre qualche giorno fa, mi ha colpito un articolo – condivisibile su molti punti – in cui si argomentava che l’italiano, come lingua, non sia una lingua “sexy”. Che non crede nelle proprie possibilità; che non crede nel proprio futuro: che sia una lingua destinata a non piacersi, con “una diffidenza viscerale, istintiva, paragonabile solo a quella che gli italiani provano verso la classe politica.” Difatti succede che in patria, quotidianamente – sia in buona che in mala fede –, attingiamo spudoratamente all’inglese per “dare alla comunicazione uno smalto, un pigmento, un aroma speciale”. E questo perché alla base – continuava l’articolo – vi è prima di tutto un problema di tipo sociale: “l’eccessiva propensione dell’italiano ai forestierismi dipende dalla fragilità della società italiana”. […] “… se l’italiano è una lingua che non ha fiducia in sé stessa, che non ripone in sé alcuna speranza o aspettativa, è perché la società italiana manca di coesione”.

“Come ha detto Claudio Marazzini – storico della lingua, docente all’università del Piemonte Orientale e presidente dell’Accademia della Crusca – l’Italia è «una nazione che non ha mai avuto confidenza con la propria lingua, in cui il consenso nazionalpopolare non è mai esistito, in cui il sentimento della dignità o potenza della nazione è stato sempre debole, e quando si è sviluppato ha avuto il marchio infamante del fascismo, che resta difficile da cancellare».”

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Ora. Noi italiani dovremmo prendere spunto da ciò che invece accade fuori dalle nostre mura, fuori dal nostro solito chiacchiericcio da bar nazionale, ponendoci alla giusta distanza per osservarci criticamente da un occhio esterno; sorprendendoci di quanto di positivo ci sia fuori dai nostri ingialliti e obsoleti giudizi, e incominciare ad adottare un’altra visione, un altro panorama, che parla di un mondo lontano completamente diverso, e che raffigura gente innamorata della nostra lingua a tal punto da trovare il primo pretesto utile per parlarla così, per strada, tra macchine pericolose e sfreccianti, non importa, che sia anche col primo sconosciuto che capita.

Dobbiamo incominciare a parlare di più la nostra lingua, a sentirla nostra, capire cosa ci dice di noi oltre ciò che (forse) già conosciamo, perché il nostro “aroma”, il nostro “smalto”, i nostri “pigmenti” non sono sicuramente da meno, anzi, sono invidiati con una potenza tale da far rabbrividire gente che, come noi, pur possedendo tutta questa ricchezza la cestina e la sostituisce indegnamente con un qualcosa che, spesso, neanche si conosce abbastanza, e che non fa, a mio modo di vedere, tutto questo “esser fighi” (leggi: utilizzo sconsiderato dell’inglese per ogni cosa).

Fa “figo” invece parlare l’italiano, perché è bello e non ce n’è per nessuno, e chi è all’estero come me può confermarvi tutti i vantaggi che comporta il parlare col nostro modo d’essere, con la nostra paraculata gestualità, con la nostra trasportante ironia, parlare cioè di tutto quello che ci contraddistingue come nessun altro, e che significa semplicemente parlare la nostra lingua, trasmettere quelle movenze così “sexy” e musicali della lingua italiana.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Riferimenti

Filomena Fuduli Sorrentino, L’italiano è un lusso: intervista con il linguista Paolo Balboni, La voce di New York, 2015.

Mario Barenghi, L’italiano non è sexy, Doppiozero, 2016.