Archivio per la categoria ‘Cultura’

death2allbutkettle – Instagram

Vedo le rovine di una superba civiltà che si disgregano,

disseminate come un cumulo gigantesco di vanità.

Ma, nonostante questo,

non mi macchierò della grave colpa

di perdere la mia fede nell’uomo.

(Rabīndranāth Tagore)

Vivere questo nostro tempo non è affatto facile. Abusi di potere, violenze, atti di intolleranza, disprezzo della verità, avidità, cinismo, egoismo, devianze psicologiche, sono all’ordine del giorno. Le società umane, nell’era globalizzata, sembrano vivere un momento di profonda crisi: economica, culturale, valoriale ed umana. La gerarchia dei valori ha subito un progressivo mutamento. In cima svettano solitarie le leggi del mercato, l’idolatria del profitto e del suo carburante: il consumo.

Gli orizzonti del consumo sono sempre più individuali e individualizzati mentre, con lo smantellamento del welfare (sempre più trasversale, anche in Europa), vengono meno gli spazi comuni, i beni pubblici, i luoghi di socialità, così importanti per lo sviluppo di un senso di “comunità”. Del resto, la logica neoliberista, assunta come dogma, ci pone tutti gli uni contro gli altri. E la precarietà del lavoro di certo non aiuta: venendo meno le tutele e le forme di rivendicazione collettiva, il lavoratore è tremendamente solo nel cercare di salvaguardare la propria posizione vacillante, sospesa ad un filo troppo sottile…

L’Homo homini lupus di hobbesiana memoria sembra essere l’immagine più calzante per spiegare il funzionamento delle nostre società. Come non essere d’accordo? Del resto, la rappresentazione mediatica di quanto accade nel mondo non fa che confermare questa convinzione.

Eppure non è tutto qui!

C’è uno scarto significativo che merita attenzione. Me ne sono reso conto qualche mese fa, prima della fine di questa torrida estate, quando con un amico ho deciso, un po’ avventatamente, di attraversare la Basilicata a piedi, dal Tirreno allo Ionio. Credo che questa esperienza sia stata fondamentale per mettere in discussione le mie radicate e pessimistiche convinzioni circa il consorzio umano.

Il viaggio, soprattutto se a piedi e con mezzi scarsi, ti pone naturalmente in una condizione di “bisogno” in cui si necessita degli altri. Magari per un’informazione, per un autostop, per un po’ d’acqua quando, dopo aver camminato per chilometri, la borraccia è miseramente vuota.

Durante il lento tragitto attraverso quelle comunità dell’entroterra, ho avuto come l’impressione che, vinta l’iniziale diffidenza, le persone avessero naturalmente una disposizione altruistica. Non solo: avevano desiderio di confrontarsi, di raccontarsi e di ascoltare le nostre storie. Non ricordo tutti i volti di coloro che ho conosciuto durante i 230 km di cammino. Ma ognuno mi ha fatto dono di un po’ di sé, di qualcosa che oggi continuo a portarmi dentro…

Passo dopo passo, una domanda mi risuonava spesso dentro: come mai queste persone prendono in auto degli estranei (esponendosi al rischio di incontrare malintenzionati) e, in alcuni casi, si spingono fino ad invitarli a mangiare in casa propria?

Cosa le induce a spendere tempo e risorse per aiutare, a volte oltre il necessario, due ragazzi che hanno scelto liberamente di fare un viaggio un po’ avventato?

Parte della spiegazione risiede sicuramente nel fatto che si tratta di comunità di stampo rurale, meno esposte al cinismo e all’alienazione delle città, con una rete di scambi sociali sicuramente più fitta.

Ma c’è qualcosa che va al di là di tutto questo e che tocca la natura più intima degli esseri umani. Aiutarsi, trascorrere del tempo assieme, aprirsi alla “estraneità”, raccontarsi le rispettive storie di vita, ci fa sentire profondamente gioiosi e in pace. Ci permette di conoscere il mondo e, infine, noi stessi, in profondità. Ed è la scienza che sembra confermare questa “verità”, che ho esperito in modo del tutto personale e intuitivo. Il team del neuroscienziato Giacomo Rizzolati, ad esempio, ha svelato il ruolo svolto dai neuroni specchio – sia nelle scimmie che nell’uomo – nella codificazione delle azioni degli altri. Semplificando, esistono due modi principali di capire i nostri simili: uno logico e un altro fondato sull’empatia, ossia quella capacità di partecipazione emotiva con quanto fanno gli altri e con ciò che accade loro.

Altri esperti, come il primatologo Rifkin, hanno condotto studi che vanno nella stessa direzione, confutando la tesi dell’aggressività e dell’egoismo come componenti di base della natura umana (con buona pace di T. Hobbes). Tanto che, riprendendo i suoi studi, il filosofo Laura Boella ha affermato:

L’empatia è il «sottotesto della storia dell’uomo» perché l’aumento del ritmo, del flusso e della densità degli scambi interpersonali costituirebbe l’elemento dinamico fondamentale del processo di civilizzazione.

Il XXI secolo richiede un nuovo sguardo sulla natura umana: non più quello dei teorici del liberalismo e dell’economia di mercato, che mettevano al centro l’egoismo e l’utilitarismo, bensì quello che riconosce il ruolo essenziale della capacità empatica nello sviluppo della comunicazione con gli altri e con l’intero mondo vivente».

Si tratta di una verità che molte tradizioni spirituali, ma anche diversi artisti, con la lente di ingrandimento della sensibilità creativa, avevano già ampiamente individuato. Il primo che mi viene in mente – ma è solo uno dei numerosi esempi possibili –  è Hermann Hesse, che, non a caso, aveva riflettuto sul wandern ossia sul camminare come modo per stimolare la creatività e, soprattutto, per farsi intimamente “partecipi” della natura e del mondo. In modo assolutamente lapidario, nelle ultime pagine de La cura (opera successiva al celeberrimo Siddharta), così riscriveva il celebre passo evangelico: «ama il prossimo tuo, perché sei tu stesso».

Ma come si fa ad amare gli altri quando questi sono potenzialmente capaci di azioni e pensieri talvolta abietti? Hesse aveva riflettuto anche su questo e con il tempo «(…) il suo sguardo cambia: aveva guardato con superiorità e sufficienza agli “uomini-bambini” che più di tutto vogliono il potere e la ricchezza. Ora sente che anch’essi sono degni d’amore con le loro debolezze e i loro patetici sforzi».

Nella sofferta conquista di pace interiore, l’inquieto Hesse individua nell’amore e nella comprensione la long and winding road da percorrere per giungere alla meta cui tutti, indistintamente, aspiriamo: una vera e piena felicità.

(Pietro Brancaccio)

RIFERIMENTI

I saggi del neuroscenziato Giacomo Riizzolati e del filosofo Laura Boella sono contenuti in: (A cura di) Giulia Cogoli, Un mondo condiviso, Laterza, 2016.

Sul pensiero di Hermann Hesse rinvio a: Flavia Arzeni, Un’educazione alla felicità. La lezione di Hesse e Tagore, RCS Libri, 2008

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Social – Flickr

Quella che intendo scrivere è una breve riflessione insatura, basata sulla mia esperienza nel frequentare i social network, facebook in particolare. È sotto gli occhi di tutti come i social siano diventati dei poli virtuali di aggregazione, che hanno in parte preso il posto dei tradizionali luoghi di ritrovo e di scambio come il bar, il parrucchiere, la palestra, la chiesa. Prima di internet ci si poteva incontrare solo nei luoghi fisici, e la scelta di questi era già di per sé un indicatore delle appartenenze delle persone. Le persone infatti tendono ad aggregarsi secondo interessi e valori simili: gli appassionati di sport si ritrovavano al bar per condividere la propria passione, i credenti si trovavano nelle chiese per pregare lo stesso Dio, e gli appartenenti ad una corrente politica si davano appuntamento nei circoli e così via.

Anche sui social troviamo qualcosa di simile, infatti su facebook sono presenti un’infinità di gruppi che raccolgono persone secondo i più disparati argomenti e passioni: gruppi di studenti che si scambiano informazioni sugli esami, gruppi che trattano di filosofia, di politica, di sport, di città, di viaggi, di architettura, e una vastissima parte dedicata al puro cazzeggio. A differenza dei luoghi fisici, che si pongono con i loro limiti spaziali, su facebook è possibile che si incrocino sotto la notizia di un quotidiano un numero esorbitante di profili dalle appartenenze più disparate. Va da sé che nella realtà fisica non potrebbe esistere, per esempio, un bar dove si aggreghino migliaia di persone divise per credo religioso, politico e retaggio antropologico, per commentare una notizia di cronaca.

Quindi i social network hanno fornito la possibilità di mettere in contatto virtuale migliaia e migliaia di persone dalle provenienze più diverse. Crollano quindi i muri della distanza e diventano possibili infiniti incontri, che molto spesso si trasformano in scontri. Apparentemente facebook elimina le differenze e rende possibile a tanti musulmani parlare con tanti cristiani, a persone di destra parlare con persone di sinistra. Però è proprio questa dissoluzione delle caratteristiche e delle appartenenze che rende difficile un dialogo rispettoso, laddove quest’ultimo avviene sempre nel riconoscimento delle differenze e non nella negazione delle stesse. Di solito infatti il contesto ci aiuta a relazionarci con gli altri: parlare in un ufficio, o al bar, o ad una cena di amici non è la stessa cosa, e tutto questo manca sul web. Aggiungiamo anche che sul web esiste la possibilità di nascondersi dietro una tastiera, per cui molti si trasformano in un lampo in leoni da tastiera, ed altri utilizzano la rete come valvola di sfogo di frustrazioni personali.

In questo contesto virtuale accade che molti possano incontrarsi (e scontrarsi) per la prima volta con persone diametralmente differenti tra loro, che nella realtà non avrebbero mai incontrato, semplicemente perché si frequenta per abitudine un numero limitato di luoghi in cui si incontra un numero limitato di persone (non valgono gli aeroporti e la metropolitana, che sono definiti non luoghi, dove quindi non si incontra nessuno). Succede così a molti di sperimentare l’esistenza di persone che la pensano diversamente da sé sui temi più disparati: sui vaccini, sulle scelte del governo, sulle notizie di cronaca nera. Questo fa sì che ci si trovi sempre più spesso a contatto con l’alterità, molte volte però senza poterla pienamente comprendere, perché depurata dal contesto e dalle appartenenze che ne caratterizzano le ragioni e l’assetto. Diversamente facebook diviene uno strumento di arricchimento per chi è disposto, se non altro, a tenere presente che esistono infinite idiosincrasie, a cui ci mette sempre di fronte l’incontro/scontro con l’alterità.

Filippo Gibiino

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Ines Massi – alfaprivativa.tumblr.com

Le multinazionali, i nostri pensieri scadenti, e la nostra vita commercializzata, l’illusione di partecipare, con un commento convinto intriso d’errori, l’inquinamento che incombe, come un simulacro, e gli iceberg, che scappano smilzi sciogliendosi per il troppo calore.

Il consumo, il consumo, e ancora il consumo, l’unica ragion d’essere, per nascondere lo stress, per placarlo, e stanarlo, e curarlo nei viaggi per farsi fighi, e le immagini afferenti, controproducenti, tante immagini come un rullo incantatore, ritoccate, photoshoppate, più vere del vero, che sostituiscono la realtà, un concentrato di iperreale che atrofizza il cervello, e lo placa, fra le troppe informazioni fasulle piene di pixel luminosi, e di contenuti privi di contenuto (le informazioni vere si attingono solo davanti alla macchinetta del caffè).

E la gavetta, l’esperienza tanto osannata, quella che serve solo per avere esperienza; il lavoro, il lavoro, e ancora il lavoro, che ha cambiato cifra, e che evapora dalle vecchie concezioni per diventare tabù, per essere lettera morta, per essere sfruttato da giganti senza volto che si impadroniscono di ogni cosa, e del sonno, l’ultima vera terra di conquista.

E i giovani, poveri questi giovani che se ne vanno, ma che vagabondi che sono questi giovani, e le loro famiglie abbandonate su se stesse, abituate ormai ad ascoltare le loro voci solo su WhatsApp.

E le giornate che diventano corte, e i troppi impegni che a volte non sai dove ti trovi, strade provinciali che diventano superstrade a quattro corsie, e le persone che contaminano mordono e fuggono, per sparpagliare in direzioni selvagge la concentrazione delle città.

Lo spazio è una questione relativa, il ricordo una ragione spaziale, e il tempo, beh, quello è solo una figura mentale: sono già due anni ormai che ho preso quel treno per andare al nord, quel nord dove mi attendeva un aereo per espatriare definitivamente, e vedevo mia mamma sul binario morto che mi salutava con gli occhi lucidi, dietro quel vetro che si animava per diventare mobile, pronto a risucchiare tutto ciò che avevo di più caro, ma quel preciso spazio sospeso, quella precisa immagine fissata nell’eternità del momento, mi ha restituito questo ricordo che ora è parte di me, che si destreggia in me come una pennellata mentale. E i ricordi sono cose vive, che si nutrono e danno nutrimento.

Cecia Bm – instagram.com

Per questo dovrei impegnarmi di più. Parlare di più la mia lingua, insegnarla, cercare d’infondere più passione che posso nel suo apprendimento. Far conoscere la mia cultura esaltando i miei limiti, farla trasudare, perché è troppo preziosa e quello che si fa per essa in patria è pari a zero.

Essere il più gentile possibile, andare oltre la diceria consunta che oggi le persone fanno tutte indiscriminatamente schifo. Non è vero: tutto dipende da quanto tu decida di non farti rispettare. Dovrei guidare di meno (anche se a volte è impossibile) e camminare di più; riprendere con disappunto tutti quelli che, parcheggiati, lasciano il motore acceso perché è più comodo e c’è l’aria condizionata: la terra è malata, e troppo poco spesso ci prendiamo cura di Lei.

Dovrei leggere di più, e ancora di più e di più ancora, perché non è mai abbastanza: i libri sono essenziali per la vita di tutti i giorni, e la storia che il tempo è poco e non ci si può dedicare è una cazzata infinita: prova a spegnere il cellulare e vedi come il tempo torna a dilatarsi (sono quelli che dicono di non avere tempo ad averne più di tutti).

Gli articoli veloci da spazzatura che si pescano su internet non servono a nulla, e anche se per caso ti lasciano qualcosa servono solo a farti dire “ma dove l’ho letto?”. La carta, invece, s’innamora tutte le volte della memoria, e viceversa.

Dovrei stare di più con la mia famiglia, impegnarmi di più per trovare un posto giusto che mi permetta di abbracciarla più spesso. Viaggiare di più e non mostrarlo, non deflorarlo, per nessuna appariscente ragione, perché è un’esperienza che è solo mia con chi condivido direttamente.

Dovrei cercare più proiezione che protezione. Lamentarmi di meno e muovermi di più, senza che il troppo movimento mi faccia dimenticare perché sto in movimento: il fermarsi non solo è necessario, ma mi consente di riappacificarmi con l’attesa.

Avere l’illusione positiva di pensarmi da qualche parte, di evadere per un momento con la mente in un altrove desiderato e magari sconosciuto, e far ingranare al meglio la giornata: intimi pensieri personali, piccoli desideri forieri di momentaneo sollievo.

Credere che ci sia un futuro, immaginarlo, farlo mio, pensare più spesso che ciò che chiamo “futuro” è quella cosa che sto calpestando in questo preciso momento. Perché è il non-essere ancora ma con una prospettiva, il futuro che ora non esiste ma che può essere immaginato, a renderci quello che siamo: esseri che, per darsi un senso nel flusso indistinto degli eventi, hanno bisogno di illusioni, di illusioni positive. E quando queste ci vengono estirpate da un presente acquitrinoso, un presente-limbo in cui noi stessi siamo gli attori che pensano di non poter più agire, allora non può esserci più immaginazione, e con essa nessun barlume di desiderio ormai reietto.

Poter credere allora in qualcosa che mi consenta di avere più occhi possibili su una stessa cosa, e rendermi così le strumentalizzate semplificazioni una scoperta continua, “perché è difficile notare quello che vedi tutti i giorni” (DFW).

Cercare di essere sempre corretto e di ammettere gli errori, perché l’errore è la cosa più bella che mi possa capitare. Dire meno “cosa”, e darle un nome. Arrabbiarmi di meno per tutte le ingiustizie del mondo, e cambiarle, perché si può, prima ancora che salga la furia cieca e paralizzante.

Scrivere di più, utilizzare più parole che posso, perché mi servono, perché ho bisogno di nominare ogni granello di sensazione che ho dentro, per liberarlo, e farlo respirare. E non è vero che servono più fatti che parole: spesso le parole vengono discriminate proprio per consentire ai fatti di essere più liberi nella loro brutalità: un’azione buona deriva da un pensiero sano, quindi da un vocabolario ricco e variegato.

E poi alla fine, senza fine, tenersi strette le persone che ami, averle al tuo fianco, mai oscurarle, perché sono loro in fondo che ti fanno sentire, realmente e immaginativamente, ogni gesto che sei.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

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Arteaga, Coahuila, México

“- Perché sei andato via?

– Perché, tra le altre cose, il futuro dalle mie parti è sempre altrove, e credo proprio che questo luogo comune sia la semplificazione più complessa che io abbia mai dovuto vivere in tutta la mia vita…”

Ciao, mi chiamo Francesco, e se qualcuno mi dovesse fare la domanda di cui sopra risponderei esattamente allo stesso modo, perché è la stessa identica risposta che ho dato a me stesso tempo fa, e che continuo a darmi ancora adesso senza possibili variazioni.

Sono andato via quindi, e quel “via” si chiama Messico. La mia partenza è stata un mix di cose: raggiungere assolutamente una persona; frustrazione accumulata; disillusione reiterata; volontà di trovare un posto che mi facesse del bene; in una parola: cambiare vita. Ma sono partito senza pensarci troppo, perché o fai così o alla fine non parti più: era l’innocenza dell’atto che avevo bisogno di ripristinare dentro di me.

Quando vivevo in Italia, ero riuscito ad avere un incarico come ricercatore sociale (una cosa rarissima). Dopo tanto studio sudato, e svariate esperienze in giro per l’Europa e il mondo, finalmente ritornavo nella mia città più amata: Bologna. Mi avevano proposto un progetto di ricerca sociale che andava ad investigare le realtà degli asili nido presenti in un Comune limitrofe, per poi far emergere il tipo di qualità offerta dal Comune su quel tipo di servizi. Una cosa bellissima. Un’esperienza che non ha eguali nella mia lunga formazione. Dopo aver concluso i lavori infatti, mi diedero anche l’opportunità di curare una pubblicazione sulla ricerca stessa, in pratica: un libro di ricerca sociologica con sopra scritto il mio nome. Un sogno che si realizzava.

Purtroppo però viviamo in un mondo in cui il settore pubblico viene visto come il nemico numero uno da combattere (“perché è lento, perché spreca risorse, perché non è flessibile, perché in pratica non se ne può più”), e per questo motivo deve essere smantellato ad ogni costo, senza se e senza ma, a favore delle privatizzazioni selvagge senza quartiere; a favore di quel settore di mercato tanto decantato quanto tenuto a briglie sciolte perché è l’unico – dicono – in grado di fornire il servizio migliore in assoluto: perché è la sua indiscussa “mano invisibile” che poi sistemerà tutto quanto. Ma se questo settore non viene regolamentato a dovere, non potrà mai garantire l’uguaglianza delle opportunità: non potrà mai garantire l’uguaglianza dei diritti. Senza un settore pubblico forte, un Paese che si definisce tale può ritenersi solo allo sbando: non guarderà più tutti i suoi cittadini (o quello che ne resta) allo stesso modo, e solo chi potrà permetterselo potrà avrà accesso a certi servizi primari. In pratica, i diritti di tutti, e le garanzie universali, vengono soppiantati.

Così, visto il deserto di possibilità che si stagliava subito dopo quella mia esperienza – dove si cercava di salvare gli ultimi brandelli/rimasugli di un servizio pubblico ancora funzionante, (e parliamo della zona di Bologna, che qualche decennio fa era il fiore all’occhiello dell’Europa intera e punto di riferimento per quanto riguarda il comparto sociale) – mi sono ritrovato a mandare di nuovo curriculum per ogni dove, senza ovviamente ricevere risposta alcuna: un silenzio siderale, per vie telematiche e non.

Per sfogare dunque tutta la mia rabbia, e tramutarla in qualcosa di positivo, ho cominciato a scrivere e a buttare giù tutta la mia competente frustrazione, e con alcuni amici abbiamo aperto un blog parecchio impegnato (e piuttosto interessante) che di nome fa “Il Conformista”: un progetto interdisciplinare che osserva la complessità della realtà valorizzando le differenze, per poi metterle a sistema – fateci un giro se vi capita: contiene articoli che rimangono in testa. E per l’appunto quegli articoli, le letture appassionate e la continua ricerca innata, oltre a salvarmi la vita in un periodo di “pausa forzata”, hanno fatto da sfondo e da accompagnamento al mio passaggio oltre oceano.

Il cambiamento, ovviamente, non avviene mai d’incanto subito dopo che metti piede nell’altro paese (“la cosa più difficile è fare il primo passo”, dicono). Il cambiamento, al contrario, è un continuo costruirsi: è un continuo dialogo con se stessi. E quel primo passo esiste, certo, ma non è l’unico prima di una discesa libera; ce ne sono tanti altri dopo che te la fanno prendere bene o te la fanno prendere male, e il tutto dipende da quell’equilibrio sofisticato, da quel gioco infinito che si costruisce tra un prima e un dopo, tra quello che senti di essere e di portare dentro e quello che, pian piano e senza accorgertene, ti sta impercettibilmente trasformando.

Thomas Cristofoletti

Arrivato in terra straniera mi sono azzerato, mi sono “raschiato con un raschietto”: ho dovuto rifare tutto il percorso partendo dall’inizio. E così ho incominciato a lavorare in un pseudo-ristorante italiano come aiuto cuoco e lavapiatti (più come lavapiatti però). Le giornate passavano faticose, e l’adattamento alla nuova vita si scontrava con i dubbi, le perplessità, l’abbandono prematuro da parte del mio Paese, che ha speso così tanti soldi per formarmi da decidere poi di regalarmi senza rimpianti ad un altro paese, come se nulla fosse, come una risorsa già bella e pronta per l’utilizzo.

E di fatti, non è mancata occasione per farmi notare, e dopo alcuni mesi ecco il mio primo incarico come professore universitario d’italiano. Bastava una buona esperienza alle spalle (lauree, master e caterve di cose) e il fatto di essere madrelingua (cosa che qui, nell’insegnamento della lingua, scarseggia parecchio). Il resto, poi, è venuto da sé.

Dopo sei mesi di insegnamento, il direttore del centro di lingue – visti i risultati e i miglioramenti apportati ai corsi, e visto anche l’interesse suscitato negli studenti che ha incrementato di molto il numero d’iscrizioni – mi ha assegnato piena titolarità dell’insegnamento: ciò significava adottare un libro d’italiano per il centro di lingue, organizzare e pianificare tutti i livelli in cui si sviluppano i corsi, ed essere il responsabile che decide a che livello di conoscenza sei con la nostra amata lingua, per poi eventualmente firmarti una certificazione ufficiale dell’università.

(Ah, per inciso: insegnare la propria lingua è una delle cose più difficili che mi è capitato di fare nella vita: devi conoscere perfettamente te stesso, studiare come uno straniero la tua lingua perché certe cose “si dicono così e basta”, e riuscire a spiegarti nel modo più semplice che puoi: chi conosce veramente se stesso? perché “diciamo così”? come si fa a rendere la complessità di una lingua (e di un’intera cultura) intellegibile e interessante? Bisogna diventare degli attori: un insegnante di lingue è prima di tutto un attore, ed io, in questo ruolo, non mi ero mai cimentato).

Ovviamente non è stato tutto così semplice, e tuttora ancora non lo è. Non sono assolutamente un professore “a tempo pieno” assunto dall’università. Sono semplicemente “un libero professionista” che “offre servizi”. E per ritornare al nostro caro discorso sul settore di mercato, se non c’è domanda da parte di alcuni studenti curiosi io non posso avere delle classi mie; quindi, non posso avere il caro e tanto atteso stipendio alla fine del mese. Ecco perché ho dovuto, per necessità di sorta, guardarmi ancora una volta attorno, e cercare altro “di fisso” che mi aiutasse a pagare la sopravvivenza basilare.

Ora lavoro a tempo pieno in un’impresa metalmeccanica nel settore risorse umane, e sono professore all’università quando ci sono studenti con gli occhi grandi così per la curiosità. Lavoro tante ore al giorno (esco tutti i giorni di casa alle 7:30 di mattina, e ritorno verso le 9:30 di sera), e questa cosa non è buona (come in tanti dicono che sia). Quando ho qualche buco libero (raramente), vengo ricercato come risorsa scarsa da chi vuole viaggiare in Italia, e si crea quindi l’esigenza ad hoc di voler conoscere qualche espressione pratica da poter poi utilizzare come turista (in pratica, do anche lezioni particolari e su misura).

Se continuo così, tra un anno esatto, lo Stato messicano mi dà la residenza permanente… E anche a ragione, direi… Come già detto, ho due lavori: uno a tempo pieno e l’altro praticamente uguale (ricordiamolo ancora una volta: la lingua italiana è tra le più studiate al mondo). Pago regolarmente le tasse per ogni cosa che faccio, contribuendo al benessere di una collettività di soli privilegiati (perché lo sappiamo benissimo: quello che paghiamo a quell’entità che dovrebbe essere e rappresentare tutti, poche volte viene distribuito equamente). In più – cosa che spesso si dimentica – come ogni persona, sono un vero e proprio generatore di conoscenze: facendo quello che faccio, non sono solamente un numero per le statistiche, ma arricchisco continuamente il Paese in cui agisco con tutto il bagaglio che mi porto dietro. Allo stesso tempo, cresco e mi arricchisco a mia volta di rimando. Quindi, per così dire, sono (una risorsa e) un immigrato modello: una persona a posto e con le carte in regola.

Ecco, sarebbe bello se un giorno anche il mio Paese si degnasse anche lui di darmi la residenza permanente che mi spetta, ma non quella del passaporto (il passaporto è solo una carta ignorante che costruisce muri e denigra le complessità); sto parlando di quella che mi dovrebbe appartenere come persona, per quello che sono e voglio essere come italiano nel mondo. E non si tratta di un lamento. Se mi stessi lamentando, ora starei a casa in riva al mare a non fare nulla, a fare “la lotta armata al bar” tra una birra e l’altra. Più che altro, si tratta di parole concesse al vento, parole pregne di pensieri e osservazioni soggettivamente vissuti. Tutto qui. (L’obbiettività, se esistesse davvero, avrebbe già dato a molti – e non solo a me – quello che ci spetta da tempo: un minimo di riconoscenza).

Per questo penso sempre al mio Paese, e ad un mio probabile – e sempre più lontano – ritorno. Quando mio padre incontra qualcuno per strada che gli chiede di me, risponde con convinzione che “sì, sta lì, ma il suo posto dovrebbe essere qui” …

Ho rinunciato a tante cose per vedere questo cielo dalle “famose nuvole”: il sorriso inconfondibile di mamma, l’eterno abbraccio di papà, la birra l’estate con i miei insostituibili fratelli, il matrimonio siciliano di un altro fratello acquisito, le chiacchiere metafisiche alle due di notte sulle panchine di mare con gli amici di sempre, tanti incontri di altri amici sparsi per ogni dove, etc etc etc.

Ma qui al mio fianco ho la persona più preziosa e straordinaria che possa esistere, una persona che non ti toglie l’anima, ma te l’arricchisce con disinvoltura con le tante sfaccettature che più desideri per te, e ho anche i miei pittoreschi “alumnos”, che vedono in me un punto di riferimento che cerca di aprire le finestre giuste su un’altra cultura: la nostra.

Non si può avere tutto dalla vita, e chi lo vuole è solo un vile. Bisogna imparare ad essere il lavapiatti di se stessi, e quindi fare ordine, strofinare le cose che si hanno dentro, pazientare, fare pulizia distratta ma minuziosa, lavorare sulla temperatura dell’acqua, essere umili, farsi scorrere quell’acqua addosso, e chissà se un giorno quel mio stesso “essere in movimento” possa essere impercettibilmente paragonato alla qualità inconfondibile che hanno quelle nuvole: la radicale libertà di poter assumere tutte le forme che vogliono.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Questa storia è stata pubblicata anche su #ilnostroposto

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Suggestioni sul desiderio tra Fenomenologia e Psicoanalisi

Pubblicato: giugno 29, 2017 da Filippo Gibiino in Cultura

 

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Sempre più di frequente, nel mondo contemporaneo, si sente nominare impunemente la parola desiderio; tema sfuggente che assume forme ambigue e trasverse, tematica che ha coinvolto l’uomo fin dai più remoti e sperduti angoli della terra, in ogni epoca e cultura, capace di creare visioni del mondo diversificate e caleidoscopiche. Il desiderio è fonte di fraintendimenti e speculazioni che, attraverso queste poche righe, proveremo a conoscere e superare.

Partendo da alcune suggestioni suscitate da Antonello Correale, maestro di psicoanalisi e psicopatologia durante un seminario recentemente tenuto all’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti, tenteremo di tracciare vari percorsi che sono propri del desiderio; sentieri che accompagnano ogni uomo verso un destino comune che è stato magistralmente messo in luce da Freud, uno degli autori del Novecento più studiati e fraintesi dall’immaginario collettivo. Secondo Freud l’essere umano è un essere erotico, un soggetto che ricerca violentemente e disperatamente qualcosa e la stessa sessualità, letta con questa intonazione, non è un discorso superficiale e meramente legato al bisogno, ma è definisce un campo di azione altro: la sessualità è legata ad un qualcosa che è da essere ma anche da avere, un qualcosa che si tocca e si fa toccare, che manca e fa sentire mancanti, che genera meraviglia e tormento. La sessualità non è solo negli organi genitali e quindi strumento a servizio della specie.

Come si può leggere tra le righe, la tematica non si inscrive nella sola posizione del bisogno e infatti avere dei bisogno e desiderare non sono la stessa cosa, non sono dei sinonimi. Mentre il bisogno è alla base della vita psichica e fisica, in altri termini si potrebbe azzardare l’idea di descriverlo come un dispositivo che permette la sopravvivenza; il desiderio, dal canto suo, è qualcosa che non si raggiunge mai pienamente, nasce e si struttura con un termine e questo limite è legato al fatto che un soggetto non può mai fondersi totalmente con un altro soggetto/oggetto creando l’unità. Io e Tu sono separati e se questo può sembrare ovvio ad una prima analisi, forse rappresenta il tema di tutta una vita per molti di noi.

Possiamo dire, quindi, che la condizione di possibilità del desiderare è sentirsi continuamente mancanti e questa mancanza è ciò che si struttura come un presupposto fondamentale per essere desideranti. Il desiderio richiede un’apertura che affonda le sue radici nella modestia e nella capacità di porsi in reale ascolto dell’altro, delle altrui mancanze e di quelle proprie.

La fenomenologia, prendendo spunto dal suo fondatore Edmund Husserl, riferirebbe del desiderio in seno all’idea dell’intenzionalità: cioè che la nostra coscienza, o se si preferisce il nostro pensiero, è sempre su un oggetto, si potrebbe dire che la coscienza trabocca di oggetti e non può stare senza (per specificare bene il concetto, anche l’eremita sperduto tra le montagne è pieno di oggetti a cui è teso: Dio è un oggetto per la sua coscienza, i rumori della natura che lo circonda sono oggetti, la sua fame o sete sono oggetti).

Come si sposano l’intenzionalità fenomenologica ed il desiderio nell’accezione psicoanalitica? Se l’intenzionalità è l’essere sempre intonato a qualcosa –  aspirare a qualcosa seguendo l’immaginaria traiettoria di un dardo scagliato da un punto che ne raggiunge un altro a fine corsa –, il desiderio lo si può leggere come un andare verso qualcosa. Per questo, ricordando Freud, la sessualità non è solo riproduzione, ma è soprattutto corpo. Qui corpo non va letto nella sua derivazione meccanicistica, piuttosto vissuta. Il corpo per la psicoanalisi è patico ed erotizzato in tutte le sue parti (pelle, voce, occhi, mani, ecc…) e questa sfera erotica è precedente al linguaggio compreso intellettivamente, significa che ogni essere umano organizza la sua esperienza del mondo e degli altri a partire da queste coordinate calde e viscerali in cui io desidero l’altro che è innanzitutto corpo. Ma spieghiamo questo con un esempio: quando si ha fame non basta pensare al cibo e saziarsi, occorre sentire il cibo in bocca, masticarlo, sentirne la consistenza ed il sapore, ingoiarlo; quando ho il desiderio di condividere un tramonto con la persona che amo, non basta che me la immagini vicino, ho desiderio che lei si lì, con la sua carne, che si faccia sfiorare, abbracciare guardare nella sua umana presenza (presenza corporea e trascendentale).

Come ci suggerisce meravigliosamente Correale, il desiderio è però il punto di arrivo, perché spesso il desiderio resta bisogno. Un esempio ci aiuterà a comprendere questo percorso: un conto è assaporare un bicchiere di vino dentro il quale si sente il lavorio della pianta che ha estratto dal terreno il suo nutrimento, il paesaggio in cui erano immersi la vite e gli uomini che l’hanno lavorata, la storia di quel vitigno ed i suoi aromi armonici e melodiosi; un conto è riempirsi di vino fino allo stordimento per il bisogno di sentirsi riempiti, saltando ogni altra esperienza desiderante e immaginaria.

Perché può accadere che ci si fermi al bisogno? Il desiderio è presenza ed assenza dell’altro, domanda ed attesa della risposta, cesura che rivela una mancanza che anima una ricerca che nasce dalla consapevolezza che l’altro sfugge sempre, non è a portata di mano, non è lì per i miei bisogni. Se nella storia di vita una persona ha percepito le figuri di riferimento come troppo assenti, ragionevolmente potrà usare l’altro (oggetti e soggetti se si vuol fare questa distinzione seppur parzialmente errata perché anche il soggetto è considerabile benevolmente oggetto) per tappare quella cesura che è fonte di angoscia. Viceversa anche un’eccessiva ricerca di indipendenza dall’altro ha dei caratteri di scivolosità e pericolosità da evidenziare.

Correale ci lascia questa immagine: “il desiderio è un lutto – mancanza – tollerabile legata al fatto che l’altro non sarà mai totalmente a nostra disposizione”, distanza produttiva e produttrice di movimenti e tensioni che non si colmano mai. Non a caso Lacan afferma che l’uomo non può stare senza il piacere del ricercare qualcosa e, una volta trovato, fa esperienza che tale oggetto non lo saturerà mai del tutto generando una piacevole inquietudine che animerà una nuova ricerca.

Ora entriamo nel cuore dell’ambiguità della tematica, incontrando i due nemici che si fronteggiano al desiderare: da una parte la possessività e dall’altra il narcisismo. Il primo, il possesso, non permette accesso al desiderio perché è incarnata dalla frase “io ho bisogno di te”, che è diversa dal dire “io ti desidero”. Martin Buber ci ricorda che l’altro è sempre un rischio più o meno calcolabile, rischio di perdere qualcosa e prendere qualcosa dal Tu, ma il possesso vuole eludere questo rischio e tende ad usare l’altro come un oggetto capace di tappare le proprie mancanze. Il secondo, il narcisismo, è quando il soggetto si è messo dentro ad una grande bolla di sapone ed è tutto tranne che desiderante perché è tutto rivolto su se stesso. Possiamo dire che il narcisismo permette di completare la propria mancanza con un autocompletamento frutto della propria idealizzazione.

Ci lasciamo con un immagine del desiderio che è probabilmente quella che più lo afferra nel suo nucleo incandescente: la suggestione è quella di una continua attesa domandante e speranzosa, ricerca vertiginosa che non trova una vera quiete. Ma attesa e ricerca di cosa? Attesa della persona amata, ricerca di un continuo superamento che è l’anima del “so di non sapere” socratico, tensione verso la trascendenza consapevoli del fatto che l’estasi mistica è solo un qualcosa di momentaneo e passeggero: tutto immaginandoci come delle frecce scagliate da un arco che ci permette di percorrere infinite traiettorie, sospinti indefinitamente verso il non ancora noto.

Stefano Marini

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Riferimenti

Freud S.: Al di là del principio di piacere. 1920

Husserl E.: Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica. 1928

Recalcati M.: Ritratti del desiderio. 2012

hideaki hamada

Quando facevo ricerca sociale, e conducevo interviste in profondità con soggetti significativi, il momento che preferivo di più in assoluto era quando spegnevo il registratore. Era allora che le ultime battute, gli sguardi complici, e i silenzi fragorosi delle persona che avevo dinnanzi valevano di più di tutte le parole spese durante l’intervista. Molto spesso, erano proprio quelle informazioni, recepite nel momento del commiato – quando ti congedi e ringrazi per il tempo che ti è stato offerto – ad arricchire la ricerca, creando spunti inediti e preziosi per le conclusioni.

Lo stesso capita davanti alla macchinetta del caffè coi colleghi, piuttosto che nelle riunioni programmate e formalizzate; o nel momento conviviale della pausa pranzo, quando ci ricordiamo, per un istante, di staccare gli occhi da quel cellulare sempre appiccicato alla mano. Questo perché la fiducia è un bene molto raro da conquistare, e lo si acquisisce solo col tempo, con la pazienza, con le condizioni utili che favoriscono un vero e proprio dialogo: e sono quindi presenti l’accoglimento, la comprensione, l’ascolto attivo che decidiamo di riferire all’altro. Tutte cose difficili da reperire, soprattutto quando siamo abituati ad avere qualsiasi cosa prontamente e come vogliamo fiondandoci senza limiti sul mercato dei consumi.

Uno dei miei professori a Bologna era fissato con questa metafora del “frigorifero aperto”. Diceva sempre che se un frigorifero rimane aperto per molto tempo, lavora il doppio e peggio di quanto dovrebbe normalmente: si surriscalda, e non adempie come dovrebbe alla sua funzione più importante: comincia a non raffreddare più nulla.

Con le persone è lo stesso: devono essere a loro agio, sentirsi sicure, trovarsi nel loro ambiente e nel proprio ambito di azione, o in un contesto a loro familiare: devono percepire, e sentire normalmente, che si possono fidare di te. Solo allora non avranno confini, e saranno in grado di offrirti tante cose inaspettate che non pensavi minimamente di ricevere.

Lo so che sembrano cose scontate da dire. Forse le ripetiamo così tante volte da banalizzarne l’importanza. Ma sono queste le chiavi per poter stare bene insieme, per edificare qualcosa di nuovo e longevo insieme agli altri. Sono queste le fondamenta per ricostruire le buone relazioni distrutte dall’egoismo organizzato. Sono questi gli antidoti alla solitudine, che spesso fingiamo di apprezzare oltremodo in assenza di qualcosa che non ri-conosciamo più. Un qualcosa che ci rende inconfondibilmente più umani, e che, ahimè, stiamo pian piano cancellando.

Spesso si dice infatti che nessuno ci ha mai regalato niente. Che quello che abbiamo fatto fino a qui lo abbiamo fatto da soli, con le nostre sole forze, senza lo sconto o l’aiuto di nessuno. E quando lo diciamo non ci pensiamo poi neanche tanto, perché ci sembra una cosa talmente normale da dire che tendiamo a trascurare l’altro, perché chi veramente vogliamo convincere su tutto questo siamo in realtà noi stessi.

Certo, spesso ci sono casi isolati in cui accade davvero, dove le persone veramente si costruiscono da sole, spinte dalle proprie motivazioni, dalle proprie credenze, dal proprio Io. E anche quando l’Io è veramente protagonista ci saranno sempre i “complici”, la gente attorno che conta, chi spalleggia a suo favore per avanzare. Insieme.

A ben guardare, la cultura del “mi sono fatto da solo” è una cultura talmente omologante e radicata, che non ci consente più di osservare la ricchezza delle relazioni che abbiamo di fianco, l’importanza di chi ci appoggia e di chi crede sempre in noi nonostante tutto. E quando per automatismo non le nominiamo più queste persone, preferendo il nostro Io, ci stiamo omologando al “globale” illusorio, a quel supermercato locale e globale assieme che ci vuole “liberi” a tutti i costi, senza vincolo alcuno, e capaci di poter fare tutto quello che vogliamo senza pensarci su un secondo: tanto, sempre, tutto è alla portata di tutti. Basta solo “la forza di volontà”. Ed è in questi termini che viene celebrata e venduta l’illusione della nostra unicità, della nostra diversità-etichetta, creata ad hoc da specialisti concepiti e arruolati per perseguire l’unico obiettivo che è rimasto in circolazione: la scaltrezza di saper vendere qualsiasi cosa (non per creare, non per dare sfogo alla loro tanto decantata “creatività”).

I regali, gli sconti, le sorprese, li riceviamo ogni giorno. Senza accorgercene. Quello che siamo non è altro che la risultante delle relazioni che abbiamo e che abbiamo avuto durante tutto l’arco della nostra vita. Le nostre esperienze sono pregne di relazioni, e se non le nominiamo per quello che sono, se non le riconosciamo per quelle componenti importanti che sono per noi, allora contribuiremo ad alimentare ciò che veramente vogliamo combattere: “La cultura dei predatori solitari”.

Siamo noi i singoli marchingegni di questa cultura che diciamo convintamente di disprezzare, e siamo noi stessi che la mettiamo costantemente in circolo….

Sarebbe bello fermarsi singolarmente, bloccare il meccanismo che dà vita a tutto questo, e pensare – per fare insieme – cosa è veramente importante per noi. Con chi conta per noi, con le relazioni “irrilevanti” che ci capitano anche, forse, senza un perché, lungo tutto il nostro cammino.

Perché oggi la vita è davvero complicata, e se non si comincia sul serio a far riferimento all’importanza invisibile che hanno per noi le relazioni siamo pressoché perduti; non potremmo minimamente affrontare con polso ciò che di arduo e inedito ci aspetta là fuori…

Ad un certo punto, infatti, ci si ritrova senza una direzione da seguire, in balia di pure estremizzazioni che ti dicono o da questa parte o dall’altra, altrimenti c’è l’oblio, il puro disinteresse, la sempre più crescente non-partecipazione. Ecco perché o hai tutto o non hai nulla. Un giorno hai due lavori, e il giorno dopo sei disoccupato. Un giorno ti senti euforico, giulivo e spensierato, e il giorno dopo sei in preda alle preoccupazioni più allucinate, su di un futuro inimmaginabile, su un futuro che non ha più nessun nome o indirizzo di riferimento se non quello di essere sconclusionato.

Non c’è via di mezzo quindi, non c’è equilibrio, e quando per una ragione qualsiasi riesci a trovarlo questo ti sembrerà la cosa più precaria e fragile che tu abbia mai vissuto.
E questa è “semplicemente” la vita di oggi. La vita guasta e difficile che ci hanno consegnato sotto forma di “spirito individuale”, pregna di possibilità globali e locali, ma così povera di accessi effettivi e giusti a quelle stesse possibilità; ingarbugliata e complicata allo sfinimento, ma rorida di comunicazione tecnologico-innovativa che riesce a riesumare vecchi tribalismi, che attiva neo-comunità del riconoscimento e dell’identificazione, che plasma quell’”essere-insieme banale” e distante sostenuto da informazioni eccessive e nauseabonde, che trasformano il privato in pubblico, e il pubblico in un’enclave abbandonata a se stessa.

In tutto questo, l’equilibrio con se stessi e con le nostre relazioni è dunque fondamentale. Ma costa fatica, costa perseveranza, c’è di mezzo un’attesa priva di superficialità. Ma soprattutto un esercizio spregiudicato d’umiltà.

È il saper riuscire a coniugare il troppo che hai da gestire col nulla che d’improvviso può rimanerti in mano; è il saper costruire relazioni stabili – solide come radici – e aprirsi allo stesso tempo alle diversità, all’immigrato, alla possibilità di sposare un orientamento diverso dal tuo. È sradicare il radicale e masticarlo, pensarlo, farlo tuo. È saper essere te stesso con tutte le tue forze, ma anche quel bambino mai cresciuto che hai sempre avuto dentro, e che ha una voglia matta di mettere le mani nella sabbia per costruirci un castello. È saper vivere sapendo che si può essere felici abbastanza, ma solo quando, dopo aver lavorato sui nostri limiti senza necessariamente valicarli, avremo imparato cosa significa davvero elogiare la nostra propria imperfezione.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

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Volto, Esistenze, Mondi

Pubblicato: maggio 5, 2017 da Filippo Gibiino in Cultura
Giuditta-e-Oloferne-Caravaggio-particolare

Caravaggio – Giuditta e Oloferne, particolare

Il Volto. Quale tema desueto, forse apparentemente banale, è questo che si sta assemblando sotto il delicato pigiare dei tasti e della ancor più tenue e fragile coscienza umana. Come febbrile e surreale suggestione esso, in ogni dove e momento, suscita uno stupore difficilmente comprensibile: meraviglia e turbamento, ineffabile manifestazione dell’esistenza che racchiude in sé il mistero e la vertigine di ciò che è Altro, diverso, ignoto.

Il Volto è una presenza viva, espressione di un qualcosa che par essere inammissibile e vertiginoso. Esso cedendo spazio all’innamoramento, espressione quasi misterica del pathos, dona forma all’esistenza umana ed assume su di sé i caratteri di presenza immediata (a-priori), sfuggendo dal rapido susseguirsi di sentimenti e affetti. Il Volto dell’altro è lì, per ognuno, oltre ogni contratto e rimodellamento, capace di superare le innumerevoli determinazioni che spesso, il mondo gli imprime cosificandolo.

Come nella clinica, così in tutte le scienze dello spirito e – non di meno – nella plasticità del quotidiano esperire, il Volto è incarnazione di una presenza inattesa che non è svelamento ma rivelazione, capace di abilitare il manifestarsi dell’altro-da-sé oltre la forma che questi assume. Questa parafrasi compiuta a calco sul pensiero di Lévinas suggerisce l’esistenza di una rivendicazione di uno Spazio ed un Tempo da parte dell’altro, un intreccio inestricabile in cui esso è originariamente collocato. Ciò lo si può rendere tangibile con un’immagine: dal momento in cui nella stanza entra un Altro, avviene una ‘perturbazione’ dell’atmosfera fenomenica e gli oggetti appaiono gettati sullo sfondo, rispetto all’individuo che si pone in rilievo nell’esperienza. E come un corpo avente massa nello spazio interstellare – secondo quanto afferma la Teoria della Relatività Generale – è capace di creare un’illusione ottica che induce a far credere che la posizione delle Stelle dietro di esso, per chi osserva dalla Terra, sia spostata di poco quando la loro luce passa in sua prossimità, così l’Altro condensa attorno a sé una sorta di ‘gravità esistenziale’ che curva lo spazio ed il tempo attorno alla sua presenza, modificando permanentemente la percezione di ciò che ha alle sue spalle.

Cosa induce a comprendere questa immagine? Che il Volto è un’epifania che domina l’esperienza, mai trascurabile o relegabile sullo sfondo al pari di qualunque cosa inanimata. Il Volto dell’altro stravolge il piano solipsistico del rapportarsi con le cose del mondo; interroga perché, tramite esso, si vede e si è visti esponendosi al nuovo, al diverso, all’Infinito che viene da ogni dove – perché il Volto è infinità inafferrabile.

Il Volto, oltre ad uno spazio e ad un tempo, rivendica anche un altro aspetto: la Prossimità, che si esplicita nel nostro essere gli uni di fronte agli altri. Questa reciprocità si può intendere come una vocazione esistenziale, una chiamata ad una responsabilità inconfutabile e spaventosa che comporta un rischio, in quanto chiede una partecipazione mai superficiale con l’altro. E come potrebbe mai essere approssimativa ed al contempo autenticamente prossima la presenza di un Io dinanzi al Volto altrui quando quest’ultimo, mutando continuamente la sua forma tramite l’espressività, chiama ad un continuo dialogo e ad un insistente “sentire” la sua condizione esistenziale di uomo-viandante.

Ma cos’è l’espressività? Quel moto perpetuo di forme, solchi, luci ed ombre che si impongono sulla superficie più o meno regolare della pelle che, nuda difronte alla veracità di ciò che la circonda, rivela un piano altro e più profondo del vivere? L’espressività è mascheramento e spogliazione, linguaggio che cattura e irrompe nella quiete. E ancora, silenzio e parola, approssimazione e distanza, potere e vulnerabilità che accomuna Me e Te in bilico su un abisso che di follia risuona e sorveglianza sul proprio cammino, nel palpitare terribile e breve che col passo incerto permette di procedere.

Proprio sul Volto, sulla sua nuda apparizione, si gioca la partita dell’esistenza e nondimeno – necessariamente – della psicologia/psichiatria. Dice Lévinas che “il Volto, e con esso la sua pelle, è quella parte del corpo che maggiormente resta nuda, di una nudità dignitosa” che permette di giungere all’esperienza più immediata e primitiva con il Tu. Primitiva perché è precedente ad ogni parola, ad ogni gesto, antecedente di ogni categoria: il Tu può restare in silenzio, immobile e restare Tu, domanda, spaesamento. Il Tu resta Volto.

Buber sulla scia di Minkowski direbbe che il Volto che si incarna nel Tu non è solo un Esserci immediato, un “qui-e-ora”, ma anche un “da-dove” e un “verso-dove” a cui l’Io deve orientarsi se vuole che il Volto diventi una presenza spazio-temporale e prossimale fortissima. Fortissima ed al contempo velata perché il Tu è un luogo sconosciuto e unico in cui, come afferma Elizabeth Barrett Browing, posso esistere.

Come non ricordare poi Bruno Callieri che tra la pagine della sua esistenza e delle sue opere non smette mai di ricordare come il Volto dell’altro ci chiede sempre un azzardo, una scommessa, la partita di chi assume su di sé il massimo rischio dell’accostamento carne a carne, approssimazione alla persona che si ha dinanzi. Nudità a nudità, sguardo a sguardo, confronto in cui del Volto non si riconosce più la similarità con se stessi, ma l’essere rivolto – come te, come me – al morire, navigando a vista tra le pieghe opache dell’esistenza.

Come poter sospendere un discorso, quasi un dialogo, sul Volto? Come poter concludere questo viaggio teso al rinvenimento di questa esperienza basa in cui siamo immersi e verso cui tutti siamo chiamati irrimediabilmente?… E poi, mescolando ingredienti universali, atomi e molecole come un nuovo Big Bang, Junger ci scaglia sull’orlo del delirio, di una perplessità psicotica (Wahnstimmung)  che è esperienza radicale che ogni incontro autentico con il Volto ha in sé. Scrive Junger: “Sapeva bene che il naufragio era già avvenuto e che, adesso, si navigava su una zattera di rottami legati assieme… Una volta che quelle corde avessero ceduto, sarebbe rimasto solo l’abisso insondabile degli elementi – e chi avrebbe potuto affrontarlo?”.

Una sospensione, quasi un’attesa che si estende verso i confini del reciproco riconoscimento e poi, senza posa, superando questi limiti diretti verso il non più noto: questa è la meraviglia oscura che lascia emergere il Volto. Là dove cade ogni mezzo e ogni certezza cessa di imporsi tra l’Io ed il Tu, ecco si dischiude la possibilità degli “abissi”, del naufragio, di una dimensione fascinosa e terrifica posta tra estremi mai definitivi di salvezza e devastazione. Proprio lì si inizia a intravedere, tra le rovine dell’esistenza, il Volto dell’altro.

Stefano Marini

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Riferimenti

Ales Bello A., Ballerini A., Borgna E., Calvi L.: Io e Tu. Fenomenologia dell’incontro. Roma. 2008.

Lévinas E., Riva F.: L’Epifania del Volto. Milano. 2010.

Buber M.: Il cammino dell’uomo. Torino. 2004.