Archivio per la categoria ‘Cultura’

Arteaga, Coahuila, México

“- Perché sei andato via?

– Perché, tra le altre cose, il futuro dalle mie parti è sempre altrove, e credo proprio che questo luogo comune sia la semplificazione più complessa che io abbia mai dovuto vivere in tutta la mia vita…”

Ciao, mi chiamo Francesco, e se qualcuno mi dovesse fare la domanda di cui sopra risponderei esattamente allo stesso modo, perché è la stessa identica risposta che ho dato a me stesso tempo fa, e che continuo a darmi ancora adesso senza possibili variazioni.

Sono andato via quindi, e quel “via” si chiama Messico. La mia partenza è stata un mix di cose: raggiungere assolutamente una persona; frustrazione accumulata; disillusione reiterata; volontà di trovare un posto che mi facesse del bene; in una parola: cambiare vita. Ma sono partito senza pensarci troppo, perché o fai così o alla fine non parti più: era l’innocenza dell’atto che avevo bisogno di ripristinare dentro di me.

Quando vivevo in Italia, ero riuscito ad avere un incarico come ricercatore sociale (una cosa rarissima). Dopo tanto studio sudato, e svariate esperienze in giro per l’Europa e il mondo, finalmente ritornavo nella mia città più amata: Bologna. Mi avevano proposto un progetto di ricerca sociale che andava ad investigare le realtà degli asili nido presenti in un Comune limitrofe, per poi far emergere il tipo di qualità offerta dal Comune su quel tipo di servizi. Una cosa bellissima. Un’esperienza che non ha eguali nella mia lunga formazione. Dopo aver concluso i lavori infatti, mi diedero anche l’opportunità di curare una pubblicazione sulla ricerca stessa, in pratica: un libro di ricerca sociologica con sopra scritto il mio nome. Un sogno che si realizzava.

Purtroppo però viviamo in un mondo in cui il settore pubblico viene visto come il nemico numero uno da combattere (“perché è lento, perché spreca risorse, perché non è flessibile, perché in pratica non se ne può più”), e per questo motivo deve essere smantellato ad ogni costo, senza se e senza ma, a favore delle privatizzazioni selvagge senza quartiere; a favore di quel settore di mercato tanto decantato quanto tenuto a briglie sciolte perché è l’unico – dicono – in grado di fornire il servizio migliore in assoluto: perché è la sua indiscussa “mano invisibile” che poi sistemerà tutto quanto. Ma se questo settore non viene regolamentato a dovere, non potrà mai garantire l’uguaglianza delle opportunità: non potrà mai garantire l’uguaglianza dei diritti. Senza un settore pubblico forte, un Paese che si definisce tale può ritenersi solo allo sbando: non guarderà più tutti i suoi cittadini (o quello che ne resta) allo stesso modo, e solo chi potrà permetterselo potrà avrà accesso a certi servizi primari. In pratica, i diritti di tutti, e le garanzie universali, vengono soppiantati.

Così, visto il deserto di possibilità che si stagliava subito dopo quella mia esperienza – dove si cercava di salvare gli ultimi brandelli/rimasugli di un servizio pubblico ancora funzionante, (e parliamo della zona di Bologna, che qualche decennio fa era il fiore all’occhiello dell’Europa intera e punto di riferimento per quanto riguarda il comparto sociale) – mi sono ritrovato a mandare di nuovo curriculum per ogni dove, senza ovviamente ricevere risposta alcuna: un silenzio siderale, per vie telematiche e non.

Per sfogare dunque tutta la mia rabbia, e tramutarla in qualcosa di positivo, ho cominciato a scrivere e a buttare giù tutta la mia competente frustrazione, e con alcuni amici abbiamo aperto un blog parecchio impegnato (e piuttosto interessante) che di nome fa “Il Conformista”: un progetto interdisciplinare che osserva la complessità della realtà valorizzando le differenze, per poi metterle a sistema – fateci un giro se vi capita: contiene articoli che rimangono in testa. E per l’appunto quegli articoli, le letture appassionate e la continua ricerca innata, oltre a salvarmi la vita in un periodo di “pausa forzata”, hanno fatto da sfondo e da accompagnamento al mio passaggio oltre oceano.

Il cambiamento, ovviamente, non avviene mai d’incanto subito dopo che metti piede nell’altro paese (“la cosa più difficile è fare il primo passo”, dicono). Il cambiamento, al contrario, è un continuo costruirsi: è un continuo dialogo con se stessi. E quel primo passo esiste, certo, ma non è l’unico prima di una discesa libera; ce ne sono tanti altri dopo che te la fanno prendere bene o te la fanno prendere male, e il tutto dipende da quell’equilibrio sofisticato, da quel gioco infinito che si costruisce tra un prima e un dopo, tra quello che senti di essere e di portare dentro e quello che, pian piano e senza accorgertene, ti sta impercettibilmente trasformando.

Thomas Cristofoletti

Arrivato in terra straniera mi sono azzerato, mi sono “raschiato con un raschietto”: ho dovuto rifare tutto il percorso partendo dall’inizio. E così ho incominciato a lavorare in un pseudo-ristorante italiano come aiuto cuoco e lavapiatti (più come lavapiatti però). Le giornate passavano faticose, e l’adattamento alla nuova vita si scontrava con i dubbi, le perplessità, l’abbandono prematuro da parte del mio Paese, che ha speso così tanti soldi per formarmi da decidere poi di regalarmi senza rimpianti ad un altro paese, come se nulla fosse, come una risorsa già bella e pronta per l’utilizzo.

E di fatti, non è mancata occasione per farmi notare, e dopo alcuni mesi ecco il mio primo incarico come professore universitario d’italiano. Bastava una buona esperienza alle spalle (lauree, master e caterve di cose) e il fatto di essere madrelingua (cosa che qui, nell’insegnamento della lingua, scarseggia parecchio). Il resto, poi, è venuto da sé.

Dopo sei mesi di insegnamento, il direttore del centro di lingue – visti i risultati e i miglioramenti apportati ai corsi, e visto anche l’interesse suscitato negli studenti che ha incrementato di molto il numero d’iscrizioni – mi ha assegnato piena titolarità dell’insegnamento: ciò significava adottare un libro d’italiano per il centro di lingue, organizzare e pianificare tutti i livelli in cui si sviluppano i corsi, ed essere il responsabile che decide a che livello di conoscenza sei con la nostra amata lingua, per poi eventualmente firmarti una certificazione ufficiale dell’università.

(Ah, per inciso: insegnare la propria lingua è una delle cose più difficili che mi è capitato di fare nella vita: devi conoscere perfettamente te stesso, studiare come uno straniero la tua lingua perché certe cose “si dicono così e basta”, e riuscire a spiegarti nel modo più semplice che puoi: chi conosce veramente se stesso? perché “diciamo così”? come si fa a rendere la complessità di una lingua (e di un’intera cultura) intellegibile e interessante? Bisogna diventare degli attori: un insegnante di lingue è prima di tutto un attore, ed io, in questo ruolo, non mi ero mai cimentato).

Ovviamente non è stato tutto così semplice, e tuttora ancora non lo è. Non sono assolutamente un professore “a tempo pieno” assunto dall’università. Sono semplicemente “un libero professionista” che “offre servizi”. E per ritornare al nostro caro discorso sul settore di mercato, se non c’è domanda da parte di alcuni studenti curiosi io non posso avere delle classi mie; quindi, non posso avere il caro e tanto atteso stipendio alla fine del mese. Ecco perché ho dovuto, per necessità di sorta, guardarmi ancora una volta attorno, e cercare altro “di fisso” che mi aiutasse a pagare la sopravvivenza basilare.

Ora lavoro a tempo pieno in un’impresa metalmeccanica nel settore risorse umane, e sono professore all’università quando ci sono studenti con gli occhi grandi così per la curiosità. Lavoro tante ore al giorno (esco tutti i giorni di casa alle 7:30 di mattina, e ritorno verso le 9:30 di sera), e questa cosa non è buona (come in tanti dicono che sia). Quando ho qualche buco libero (raramente), vengo ricercato come risorsa scarsa da chi vuole viaggiare in Italia, e si crea quindi l’esigenza ad hoc di voler conoscere qualche espressione pratica da poter poi utilizzare come turista (in pratica, do anche lezioni particolari e su misura).

Se continuo così, tra un anno esatto, lo Stato messicano mi dà la residenza permanente… E anche a ragione, direi… Come già detto, ho due lavori: uno a tempo pieno e l’altro praticamente uguale (ricordiamolo ancora una volta: la lingua italiana è tra le più studiate al mondo). Pago regolarmente le tasse per ogni cosa che faccio, contribuendo al benessere di una collettività di soli privilegiati (perché lo sappiamo benissimo: quello che paghiamo a quell’entità che dovrebbe essere e rappresentare tutti, poche volte viene distribuito equamente). In più – cosa che spesso si dimentica – come ogni persona, sono un vero e proprio generatore di conoscenze: facendo quello che faccio, non sono solamente un numero per le statistiche, ma arricchisco continuamente il Paese in cui agisco con tutto il bagaglio che mi porto dietro. Allo stesso tempo, cresco e mi arricchisco a mia volta di rimando. Quindi, per così dire, sono (una risorsa e) un immigrato modello: una persona a posto e con le carte in regola.

Ecco, sarebbe bello se un giorno anche il mio Paese si degnasse anche lui di darmi la residenza permanente che mi spetta, ma non quella del passaporto (il passaporto è solo una carta ignorante che costruisce muri e denigra le complessità); sto parlando di quella che mi dovrebbe appartenere come persona, per quello che sono e voglio essere come italiano nel mondo. E non si tratta di un lamento. Se mi stessi lamentando, ora starei a casa in riva al mare a non fare nulla, a fare “la lotta armata al bar” tra una birra e l’altra. Più che altro, si tratta di parole concesse al vento, parole pregne di pensieri e osservazioni soggettivamente vissuti. Tutto qui. (L’obbiettività, se esistesse davvero, avrebbe già dato a molti – e non solo a me – quello che ci spetta da tempo: un minimo di riconoscenza).

Per questo penso sempre al mio Paese, e ad un mio probabile – e sempre più lontano – ritorno. Quando mio padre incontra qualcuno per strada che gli chiede di me, risponde con convinzione che “sì, sta lì, ma il suo posto dovrebbe essere qui” …

Ho rinunciato a tante cose per vedere questo cielo dalle “famose nuvole”: il sorriso inconfondibile di mamma, l’eterno abbraccio di papà, la birra l’estate con i miei insostituibili fratelli, il matrimonio siciliano di un altro fratello acquisito, le chiacchiere metafisiche alle due di notte sulle panchine di mare con gli amici di sempre, tanti incontri di altri amici sparsi per ogni dove, etc etc etc.

Ma qui al mio fianco ho la persona più preziosa e straordinaria che possa esistere, una persona che non ti toglie l’anima, ma te l’arricchisce con disinvoltura con le tante sfaccettature che più desideri per te, e ho anche i miei pittoreschi “alumnos”, che vedono in me un punto di riferimento che cerca di aprire le finestre giuste su un’altra cultura: la nostra.

Non si può avere tutto dalla vita, e chi lo vuole è solo un vile. Bisogna imparare ad essere il lavapiatti di se stessi, e quindi fare ordine, strofinare le cose che si hanno dentro, pazientare, fare pulizia distratta ma minuziosa, lavorare sulla temperatura dell’acqua, essere umili, farsi scorrere quell’acqua addosso, e chissà se un giorno quel mio stesso “essere in movimento” possa essere impercettibilmente paragonato alla qualità inconfondibile che hanno quelle nuvole: la radicale libertà di poter assumere tutte le forme che vogliono.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Questa storia è stata pubblicata anche su #ilnostroposto

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

Suggestioni sul desiderio tra Fenomenologia e Psicoanalisi

Pubblicato: giugno 29, 2017 da Filippo Gibiino in Cultura

 

cello-663563_1280

Sempre più di frequente, nel mondo contemporaneo, si sente nominare impunemente la parola desiderio; tema sfuggente che assume forme ambigue e trasverse, tematica che ha coinvolto l’uomo fin dai più remoti e sperduti angoli della terra, in ogni epoca e cultura, capace di creare visioni del mondo diversificate e caleidoscopiche. Il desiderio è fonte di fraintendimenti e speculazioni che, attraverso queste poche righe, proveremo a conoscere e superare.

Partendo da alcune suggestioni suscitate da Antonello Correale, maestro di psicoanalisi e psicopatologia durante un seminario recentemente tenuto all’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti, tenteremo di tracciare vari percorsi che sono propri del desiderio; sentieri che accompagnano ogni uomo verso un destino comune che è stato magistralmente messo in luce da Freud, uno degli autori del Novecento più studiati e fraintesi dall’immaginario collettivo. Secondo Freud l’essere umano è un essere erotico, un soggetto che ricerca violentemente e disperatamente qualcosa e la stessa sessualità, letta con questa intonazione, non è un discorso superficiale e meramente legato al bisogno, ma è definisce un campo di azione altro: la sessualità è legata ad un qualcosa che è da essere ma anche da avere, un qualcosa che si tocca e si fa toccare, che manca e fa sentire mancanti, che genera meraviglia e tormento. La sessualità non è solo negli organi genitali e quindi strumento a servizio della specie.

Come si può leggere tra le righe, la tematica non si inscrive nella sola posizione del bisogno e infatti avere dei bisogno e desiderare non sono la stessa cosa, non sono dei sinonimi. Mentre il bisogno è alla base della vita psichica e fisica, in altri termini si potrebbe azzardare l’idea di descriverlo come un dispositivo che permette la sopravvivenza; il desiderio, dal canto suo, è qualcosa che non si raggiunge mai pienamente, nasce e si struttura con un termine e questo limite è legato al fatto che un soggetto non può mai fondersi totalmente con un altro soggetto/oggetto creando l’unità. Io e Tu sono separati e se questo può sembrare ovvio ad una prima analisi, forse rappresenta il tema di tutta una vita per molti di noi.

Possiamo dire, quindi, che la condizione di possibilità del desiderare è sentirsi continuamente mancanti e questa mancanza è ciò che si struttura come un presupposto fondamentale per essere desideranti. Il desiderio richiede un’apertura che affonda le sue radici nella modestia e nella capacità di porsi in reale ascolto dell’altro, delle altrui mancanze e di quelle proprie.

La fenomenologia, prendendo spunto dal suo fondatore Edmund Husserl, riferirebbe del desiderio in seno all’idea dell’intenzionalità: cioè che la nostra coscienza, o se si preferisce il nostro pensiero, è sempre su un oggetto, si potrebbe dire che la coscienza trabocca di oggetti e non può stare senza (per specificare bene il concetto, anche l’eremita sperduto tra le montagne è pieno di oggetti a cui è teso: Dio è un oggetto per la sua coscienza, i rumori della natura che lo circonda sono oggetti, la sua fame o sete sono oggetti).

Come si sposano l’intenzionalità fenomenologica ed il desiderio nell’accezione psicoanalitica? Se l’intenzionalità è l’essere sempre intonato a qualcosa –  aspirare a qualcosa seguendo l’immaginaria traiettoria di un dardo scagliato da un punto che ne raggiunge un altro a fine corsa –, il desiderio lo si può leggere come un andare verso qualcosa. Per questo, ricordando Freud, la sessualità non è solo riproduzione, ma è soprattutto corpo. Qui corpo non va letto nella sua derivazione meccanicistica, piuttosto vissuta. Il corpo per la psicoanalisi è patico ed erotizzato in tutte le sue parti (pelle, voce, occhi, mani, ecc…) e questa sfera erotica è precedente al linguaggio compreso intellettivamente, significa che ogni essere umano organizza la sua esperienza del mondo e degli altri a partire da queste coordinate calde e viscerali in cui io desidero l’altro che è innanzitutto corpo. Ma spieghiamo questo con un esempio: quando si ha fame non basta pensare al cibo e saziarsi, occorre sentire il cibo in bocca, masticarlo, sentirne la consistenza ed il sapore, ingoiarlo; quando ho il desiderio di condividere un tramonto con la persona che amo, non basta che me la immagini vicino, ho desiderio che lei si lì, con la sua carne, che si faccia sfiorare, abbracciare guardare nella sua umana presenza (presenza corporea e trascendentale).

Come ci suggerisce meravigliosamente Correale, il desiderio è però il punto di arrivo, perché spesso il desiderio resta bisogno. Un esempio ci aiuterà a comprendere questo percorso: un conto è assaporare un bicchiere di vino dentro il quale si sente il lavorio della pianta che ha estratto dal terreno il suo nutrimento, il paesaggio in cui erano immersi la vite e gli uomini che l’hanno lavorata, la storia di quel vitigno ed i suoi aromi armonici e melodiosi; un conto è riempirsi di vino fino allo stordimento per il bisogno di sentirsi riempiti, saltando ogni altra esperienza desiderante e immaginaria.

Perché può accadere che ci si fermi al bisogno? Il desiderio è presenza ed assenza dell’altro, domanda ed attesa della risposta, cesura che rivela una mancanza che anima una ricerca che nasce dalla consapevolezza che l’altro sfugge sempre, non è a portata di mano, non è lì per i miei bisogni. Se nella storia di vita una persona ha percepito le figuri di riferimento come troppo assenti, ragionevolmente potrà usare l’altro (oggetti e soggetti se si vuol fare questa distinzione seppur parzialmente errata perché anche il soggetto è considerabile benevolmente oggetto) per tappare quella cesura che è fonte di angoscia. Viceversa anche un’eccessiva ricerca di indipendenza dall’altro ha dei caratteri di scivolosità e pericolosità da evidenziare.

Correale ci lascia questa immagine: “il desiderio è un lutto – mancanza – tollerabile legata al fatto che l’altro non sarà mai totalmente a nostra disposizione”, distanza produttiva e produttrice di movimenti e tensioni che non si colmano mai. Non a caso Lacan afferma che l’uomo non può stare senza il piacere del ricercare qualcosa e, una volta trovato, fa esperienza che tale oggetto non lo saturerà mai del tutto generando una piacevole inquietudine che animerà una nuova ricerca.

Ora entriamo nel cuore dell’ambiguità della tematica, incontrando i due nemici che si fronteggiano al desiderare: da una parte la possessività e dall’altra il narcisismo. Il primo, il possesso, non permette accesso al desiderio perché è incarnata dalla frase “io ho bisogno di te”, che è diversa dal dire “io ti desidero”. Martin Buber ci ricorda che l’altro è sempre un rischio più o meno calcolabile, rischio di perdere qualcosa e prendere qualcosa dal Tu, ma il possesso vuole eludere questo rischio e tende ad usare l’altro come un oggetto capace di tappare le proprie mancanze. Il secondo, il narcisismo, è quando il soggetto si è messo dentro ad una grande bolla di sapone ed è tutto tranne che desiderante perché è tutto rivolto su se stesso. Possiamo dire che il narcisismo permette di completare la propria mancanza con un autocompletamento frutto della propria idealizzazione.

Ci lasciamo con un immagine del desiderio che è probabilmente quella che più lo afferra nel suo nucleo incandescente: la suggestione è quella di una continua attesa domandante e speranzosa, ricerca vertiginosa che non trova una vera quiete. Ma attesa e ricerca di cosa? Attesa della persona amata, ricerca di un continuo superamento che è l’anima del “so di non sapere” socratico, tensione verso la trascendenza consapevoli del fatto che l’estasi mistica è solo un qualcosa di momentaneo e passeggero: tutto immaginandoci come delle frecce scagliate da un arco che ci permette di percorrere infinite traiettorie, sospinti indefinitamente verso il non ancora noto.

Stefano Marini

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

 

Riferimenti

Freud S.: Al di là del principio di piacere. 1920

Husserl E.: Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica. 1928

Recalcati M.: Ritratti del desiderio. 2012

hideaki hamada

Quando facevo ricerca sociale, e conducevo interviste in profondità con soggetti significativi, il momento che preferivo di più in assoluto era quando spegnevo il registratore. Era allora che le ultime battute, gli sguardi complici, e i silenzi fragorosi delle persona che avevo dinnanzi valevano di più di tutte le parole spese durante l’intervista. Molto spesso, erano proprio quelle informazioni, recepite nel momento del commiato – quando ti congedi e ringrazi per il tempo che ti è stato offerto – ad arricchire la ricerca, creando spunti inediti e preziosi per le conclusioni.

Lo stesso capita davanti alla macchinetta del caffè coi colleghi, piuttosto che nelle riunioni programmate e formalizzate; o nel momento conviviale della pausa pranzo, quando ci ricordiamo, per un istante, di staccare gli occhi da quel cellulare sempre appiccicato alla mano. Questo perché la fiducia è un bene molto raro da conquistare, e lo si acquisisce solo col tempo, con la pazienza, con le condizioni utili che favoriscono un vero e proprio dialogo: e sono quindi presenti l’accoglimento, la comprensione, l’ascolto attivo che decidiamo di riferire all’altro. Tutte cose difficili da reperire, soprattutto quando siamo abituati ad avere qualsiasi cosa prontamente e come vogliamo fiondandoci senza limiti sul mercato dei consumi.

Uno dei miei professori a Bologna era fissato con questa metafora del “frigorifero aperto”. Diceva sempre che se un frigorifero rimane aperto per molto tempo, lavora il doppio e peggio di quanto dovrebbe normalmente: si surriscalda, e non adempie come dovrebbe alla sua funzione più importante: comincia a non raffreddare più nulla.

Con le persone è lo stesso: devono essere a loro agio, sentirsi sicure, trovarsi nel loro ambiente e nel proprio ambito di azione, o in un contesto a loro familiare: devono percepire, e sentire normalmente, che si possono fidare di te. Solo allora non avranno confini, e saranno in grado di offrirti tante cose inaspettate che non pensavi minimamente di ricevere.

Lo so che sembrano cose scontate da dire. Forse le ripetiamo così tante volte da banalizzarne l’importanza. Ma sono queste le chiavi per poter stare bene insieme, per edificare qualcosa di nuovo e longevo insieme agli altri. Sono queste le fondamenta per ricostruire le buone relazioni distrutte dall’egoismo organizzato. Sono questi gli antidoti alla solitudine, che spesso fingiamo di apprezzare oltremodo in assenza di qualcosa che non ri-conosciamo più. Un qualcosa che ci rende inconfondibilmente più umani, e che, ahimè, stiamo pian piano cancellando.

Spesso si dice infatti che nessuno ci ha mai regalato niente. Che quello che abbiamo fatto fino a qui lo abbiamo fatto da soli, con le nostre sole forze, senza lo sconto o l’aiuto di nessuno. E quando lo diciamo non ci pensiamo poi neanche tanto, perché ci sembra una cosa talmente normale da dire che tendiamo a trascurare l’altro, perché chi veramente vogliamo convincere su tutto questo siamo in realtà noi stessi.

Certo, spesso ci sono casi isolati in cui accade davvero, dove le persone veramente si costruiscono da sole, spinte dalle proprie motivazioni, dalle proprie credenze, dal proprio Io. E anche quando l’Io è veramente protagonista ci saranno sempre i “complici”, la gente attorno che conta, chi spalleggia a suo favore per avanzare. Insieme.

A ben guardare, la cultura del “mi sono fatto da solo” è una cultura talmente omologante e radicata, che non ci consente più di osservare la ricchezza delle relazioni che abbiamo di fianco, l’importanza di chi ci appoggia e di chi crede sempre in noi nonostante tutto. E quando per automatismo non le nominiamo più queste persone, preferendo il nostro Io, ci stiamo omologando al “globale” illusorio, a quel supermercato locale e globale assieme che ci vuole “liberi” a tutti i costi, senza vincolo alcuno, e capaci di poter fare tutto quello che vogliamo senza pensarci su un secondo: tanto, sempre, tutto è alla portata di tutti. Basta solo “la forza di volontà”. Ed è in questi termini che viene celebrata e venduta l’illusione della nostra unicità, della nostra diversità-etichetta, creata ad hoc da specialisti concepiti e arruolati per perseguire l’unico obiettivo che è rimasto in circolazione: la scaltrezza di saper vendere qualsiasi cosa (non per creare, non per dare sfogo alla loro tanto decantata “creatività”).

I regali, gli sconti, le sorprese, li riceviamo ogni giorno. Senza accorgercene. Quello che siamo non è altro che la risultante delle relazioni che abbiamo e che abbiamo avuto durante tutto l’arco della nostra vita. Le nostre esperienze sono pregne di relazioni, e se non le nominiamo per quello che sono, se non le riconosciamo per quelle componenti importanti che sono per noi, allora contribuiremo ad alimentare ciò che veramente vogliamo combattere: “La cultura dei predatori solitari”.

Siamo noi i singoli marchingegni di questa cultura che diciamo convintamente di disprezzare, e siamo noi stessi che la mettiamo costantemente in circolo….

Sarebbe bello fermarsi singolarmente, bloccare il meccanismo che dà vita a tutto questo, e pensare – per fare insieme – cosa è veramente importante per noi. Con chi conta per noi, con le relazioni “irrilevanti” che ci capitano anche, forse, senza un perché, lungo tutto il nostro cammino.

Perché oggi la vita è davvero complicata, e se non si comincia sul serio a far riferimento all’importanza invisibile che hanno per noi le relazioni siamo pressoché perduti; non potremmo minimamente affrontare con polso ciò che di arduo e inedito ci aspetta là fuori…

Ad un certo punto, infatti, ci si ritrova senza una direzione da seguire, in balia di pure estremizzazioni che ti dicono o da questa parte o dall’altra, altrimenti c’è l’oblio, il puro disinteresse, la sempre più crescente non-partecipazione. Ecco perché o hai tutto o non hai nulla. Un giorno hai due lavori, e il giorno dopo sei disoccupato. Un giorno ti senti euforico, giulivo e spensierato, e il giorno dopo sei in preda alle preoccupazioni più allucinate, su di un futuro inimmaginabile, su un futuro che non ha più nessun nome o indirizzo di riferimento se non quello di essere sconclusionato.

Non c’è via di mezzo quindi, non c’è equilibrio, e quando per una ragione qualsiasi riesci a trovarlo questo ti sembrerà la cosa più precaria e fragile che tu abbia mai vissuto.
E questa è “semplicemente” la vita di oggi. La vita guasta e difficile che ci hanno consegnato sotto forma di “spirito individuale”, pregna di possibilità globali e locali, ma così povera di accessi effettivi e giusti a quelle stesse possibilità; ingarbugliata e complicata allo sfinimento, ma rorida di comunicazione tecnologico-innovativa che riesce a riesumare vecchi tribalismi, che attiva neo-comunità del riconoscimento e dell’identificazione, che plasma quell’”essere-insieme banale” e distante sostenuto da informazioni eccessive e nauseabonde, che trasformano il privato in pubblico, e il pubblico in un’enclave abbandonata a se stessa.

In tutto questo, l’equilibrio con se stessi e con le nostre relazioni è dunque fondamentale. Ma costa fatica, costa perseveranza, c’è di mezzo un’attesa priva di superficialità. Ma soprattutto un esercizio spregiudicato d’umiltà.

È il saper riuscire a coniugare il troppo che hai da gestire col nulla che d’improvviso può rimanerti in mano; è il saper costruire relazioni stabili – solide come radici – e aprirsi allo stesso tempo alle diversità, all’immigrato, alla possibilità di sposare un orientamento diverso dal tuo. È sradicare il radicale e masticarlo, pensarlo, farlo tuo. È saper essere te stesso con tutte le tue forze, ma anche quel bambino mai cresciuto che hai sempre avuto dentro, e che ha una voglia matta di mettere le mani nella sabbia per costruirci un castello. È saper vivere sapendo che si può essere felici abbastanza, ma solo quando, dopo aver lavorato sui nostri limiti senza necessariamente valicarli, avremo imparato cosa significa davvero elogiare la nostra propria imperfezione.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

Volto, Esistenze, Mondi

Pubblicato: maggio 5, 2017 da Filippo Gibiino in Cultura
Giuditta-e-Oloferne-Caravaggio-particolare

Caravaggio – Giuditta e Oloferne, particolare

Il Volto. Quale tema desueto, forse apparentemente banale, è questo che si sta assemblando sotto il delicato pigiare dei tasti e della ancor più tenue e fragile coscienza umana. Come febbrile e surreale suggestione esso, in ogni dove e momento, suscita uno stupore difficilmente comprensibile: meraviglia e turbamento, ineffabile manifestazione dell’esistenza che racchiude in sé il mistero e la vertigine di ciò che è Altro, diverso, ignoto.

Il Volto è una presenza viva, espressione di un qualcosa che par essere inammissibile e vertiginoso. Esso cedendo spazio all’innamoramento, espressione quasi misterica del pathos, dona forma all’esistenza umana ed assume su di sé i caratteri di presenza immediata (a-priori), sfuggendo dal rapido susseguirsi di sentimenti e affetti. Il Volto dell’altro è lì, per ognuno, oltre ogni contratto e rimodellamento, capace di superare le innumerevoli determinazioni che spesso, il mondo gli imprime cosificandolo.

Come nella clinica, così in tutte le scienze dello spirito e – non di meno – nella plasticità del quotidiano esperire, il Volto è incarnazione di una presenza inattesa che non è svelamento ma rivelazione, capace di abilitare il manifestarsi dell’altro-da-sé oltre la forma che questi assume. Questa parafrasi compiuta a calco sul pensiero di Lévinas suggerisce l’esistenza di una rivendicazione di uno Spazio ed un Tempo da parte dell’altro, un intreccio inestricabile in cui esso è originariamente collocato. Ciò lo si può rendere tangibile con un’immagine: dal momento in cui nella stanza entra un Altro, avviene una ‘perturbazione’ dell’atmosfera fenomenica e gli oggetti appaiono gettati sullo sfondo, rispetto all’individuo che si pone in rilievo nell’esperienza. E come un corpo avente massa nello spazio interstellare – secondo quanto afferma la Teoria della Relatività Generale – è capace di creare un’illusione ottica che induce a far credere che la posizione delle Stelle dietro di esso, per chi osserva dalla Terra, sia spostata di poco quando la loro luce passa in sua prossimità, così l’Altro condensa attorno a sé una sorta di ‘gravità esistenziale’ che curva lo spazio ed il tempo attorno alla sua presenza, modificando permanentemente la percezione di ciò che ha alle sue spalle.

Cosa induce a comprendere questa immagine? Che il Volto è un’epifania che domina l’esperienza, mai trascurabile o relegabile sullo sfondo al pari di qualunque cosa inanimata. Il Volto dell’altro stravolge il piano solipsistico del rapportarsi con le cose del mondo; interroga perché, tramite esso, si vede e si è visti esponendosi al nuovo, al diverso, all’Infinito che viene da ogni dove – perché il Volto è infinità inafferrabile.

Il Volto, oltre ad uno spazio e ad un tempo, rivendica anche un altro aspetto: la Prossimità, che si esplicita nel nostro essere gli uni di fronte agli altri. Questa reciprocità si può intendere come una vocazione esistenziale, una chiamata ad una responsabilità inconfutabile e spaventosa che comporta un rischio, in quanto chiede una partecipazione mai superficiale con l’altro. E come potrebbe mai essere approssimativa ed al contempo autenticamente prossima la presenza di un Io dinanzi al Volto altrui quando quest’ultimo, mutando continuamente la sua forma tramite l’espressività, chiama ad un continuo dialogo e ad un insistente “sentire” la sua condizione esistenziale di uomo-viandante.

Ma cos’è l’espressività? Quel moto perpetuo di forme, solchi, luci ed ombre che si impongono sulla superficie più o meno regolare della pelle che, nuda difronte alla veracità di ciò che la circonda, rivela un piano altro e più profondo del vivere? L’espressività è mascheramento e spogliazione, linguaggio che cattura e irrompe nella quiete. E ancora, silenzio e parola, approssimazione e distanza, potere e vulnerabilità che accomuna Me e Te in bilico su un abisso che di follia risuona e sorveglianza sul proprio cammino, nel palpitare terribile e breve che col passo incerto permette di procedere.

Proprio sul Volto, sulla sua nuda apparizione, si gioca la partita dell’esistenza e nondimeno – necessariamente – della psicologia/psichiatria. Dice Lévinas che “il Volto, e con esso la sua pelle, è quella parte del corpo che maggiormente resta nuda, di una nudità dignitosa” che permette di giungere all’esperienza più immediata e primitiva con il Tu. Primitiva perché è precedente ad ogni parola, ad ogni gesto, antecedente di ogni categoria: il Tu può restare in silenzio, immobile e restare Tu, domanda, spaesamento. Il Tu resta Volto.

Buber sulla scia di Minkowski direbbe che il Volto che si incarna nel Tu non è solo un Esserci immediato, un “qui-e-ora”, ma anche un “da-dove” e un “verso-dove” a cui l’Io deve orientarsi se vuole che il Volto diventi una presenza spazio-temporale e prossimale fortissima. Fortissima ed al contempo velata perché il Tu è un luogo sconosciuto e unico in cui, come afferma Elizabeth Barrett Browing, posso esistere.

Come non ricordare poi Bruno Callieri che tra la pagine della sua esistenza e delle sue opere non smette mai di ricordare come il Volto dell’altro ci chiede sempre un azzardo, una scommessa, la partita di chi assume su di sé il massimo rischio dell’accostamento carne a carne, approssimazione alla persona che si ha dinanzi. Nudità a nudità, sguardo a sguardo, confronto in cui del Volto non si riconosce più la similarità con se stessi, ma l’essere rivolto – come te, come me – al morire, navigando a vista tra le pieghe opache dell’esistenza.

Come poter sospendere un discorso, quasi un dialogo, sul Volto? Come poter concludere questo viaggio teso al rinvenimento di questa esperienza basa in cui siamo immersi e verso cui tutti siamo chiamati irrimediabilmente?… E poi, mescolando ingredienti universali, atomi e molecole come un nuovo Big Bang, Junger ci scaglia sull’orlo del delirio, di una perplessità psicotica (Wahnstimmung)  che è esperienza radicale che ogni incontro autentico con il Volto ha in sé. Scrive Junger: “Sapeva bene che il naufragio era già avvenuto e che, adesso, si navigava su una zattera di rottami legati assieme… Una volta che quelle corde avessero ceduto, sarebbe rimasto solo l’abisso insondabile degli elementi – e chi avrebbe potuto affrontarlo?”.

Una sospensione, quasi un’attesa che si estende verso i confini del reciproco riconoscimento e poi, senza posa, superando questi limiti diretti verso il non più noto: questa è la meraviglia oscura che lascia emergere il Volto. Là dove cade ogni mezzo e ogni certezza cessa di imporsi tra l’Io ed il Tu, ecco si dischiude la possibilità degli “abissi”, del naufragio, di una dimensione fascinosa e terrifica posta tra estremi mai definitivi di salvezza e devastazione. Proprio lì si inizia a intravedere, tra le rovine dell’esistenza, il Volto dell’altro.

Stefano Marini

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

Riferimenti

Ales Bello A., Ballerini A., Borgna E., Calvi L.: Io e Tu. Fenomenologia dell’incontro. Roma. 2008.

Lévinas E., Riva F.: L’Epifania del Volto. Milano. 2010.

Buber M.: Il cammino dell’uomo. Torino. 2004.

Marina Muun - Democratic schools - Medium

Marina Muun – Democratic schools – Medium

Durante questi mesi, mi è capitato un gruppo di studenti davvero motivati: impazziscono per la nostra lingua, ne vanno avidi. Quando parlo, e cerco di farli immergere in un contesto diverso dal loro, hanno gli occhi grandi così dal desiderio di apprendere (e di ascoltarmi). E questo è un bene per me, perché, in tutta facilità, posso indirizzare la lezione verso uno svolgimento più dinamico e partecipativo: un piacevole ping-pong tra professore e studenti.

Tuttavia, mi rendo conto che la maggior parte delle domande che comunque nascono dalla loro curiosità sono frutto di disattenzioni impreviste: è come se fossero sintonizzati su canali differenti, avendo però difficoltà nel seguire quello principale a cui stanno assistendo; è come se fossero immersi in un grande ipertesto (una sfilza di pagine aperte), e fossero attratti da una marea d’informazioni che cliccano e sbucano da tutte le parti, senza che queste però riescano a fissarsi nelle loro menti in maniera risoluta.

È un po’ come quello che accade quando siamo su internet: “ci aggiriamo dappertutto, senza arrivare a nessuna esperienza; contiamo senza fine e non siamo in grado di raccontare. Si ha cognizione di ogni cosa, senza arrivare ad alcuna conoscenza.”

Mi accorgo di questa cosa perché, quando imperversano domande a scoppio ritardato (domande ripetitive solo per avere conferma), il più anziano del gruppo comincia a sbuffare, e a muovere il piede spazientito per le continue “interferenze”. È come se, quest’ultimo, fosse l’unico maggiormente sintonizzato sul “canale” della lezione in corso, e non riesca a comprendere bene il perché della continua disattenzione di tutti gli altri, che non riescono proprio a concentrarsi su un’unica cosa per un tempo più o meno prolungato: hanno bisogno di continue pause, di interruzioni, o di altri riferimenti isolati, come se avessero una necessità innata di spaziare liberamente, e di muoversi con facilità tra informazioni molto diverse tra loro. È stato quindi lo scarto generazionale che mi ha fatto riflettere sulla differenza dei loro atteggiamenti, e su come le dinamiche in classe riflettano perfettamente il loro differente modo di apprendere qualcosa.

Questo mi sembra un buon esempio per parlare dell’influenza del virtuale nel realtà di tutti i giorni – anche se i cellulari in classe sono momentaneamente fuori uso (durante la lezione, dovrebbero essere negli zaini e nelle borse; dovrebbero (!)). Questi episodi apparentemente “irrilevanti”, di domande che parlano della fatica dei ragazzi “di stare dietro ad un’unica cosa senza badare a tutte le altre”, ci possono illustrare indizi utili su come le nuove tecnologie stiano effettivamente modificando i nostri comportamenti, e in questo caso le modalità di apprendimento dei ragazzi in classe: abituati quotidianamente a muoversi e a saltare da una pagina all’altra per reperire più informazioni possibili, perdono fisiologicamente molto dal “sacco” che contiene le informazioni della realtà che stanno vivendo in quel momento (o della “pagina reale” in cui si dovrebbero trovare col corpo e la mente).

Se questi studenti trasudano una motivazione che poche volte ho visto in classe, d’altro canto avverto di quante cose si possano perdere per via dei loro continui cali di attenzione, e della memoria che vacilla facendo acqua da tutte le parti. Ovviamente, anch’io non sono esente da questa amnesia generalizzata. Come molte persone oggi, passo molte ore su internet, o smanetto ripetutamente col mio cellulare. Anch’io quindi – come i miei studenti – vivo in pieno questi nuovi tempi tecnologici.

Forte però di questa consapevolezza, cercherò in più occasioni – almeno in qualità di professore – di chiedere ai miei studenti se ogni tanto possono tentare di chiudere “qualche pagina” nelle loro menti, per concentrarsi solo su quello che stanno vedendo e ascoltando in quel momento dedicato; anche se so già che questo mio intento generoso si tradurrà, quasi certamente, in una richiesta velleitaria tutta in salita (anche perché questa difficoltà la comprendo perfettamente).

Editorial for Usbek & Rica on Behance

Editorial for Usbek & Rica on Behance

Probabilmente, tutto questo ha a che fare con il tempo di cui facciamo esperienza, che è per la maggiore un tempo presente e dilatato: un vero e proprio limbo in cui ci si trova quasi come imprigionati.

Quando infatti spiego in classe “il tempo presente”, lo faccio senza pensarci troppo: dopotutto, in quella sede, devo semplicemente illustrare le sue implicazioni grammaticali con la lingua. È quando torno a casa che le cose si complicano, dato che le sue implicazioni riguardano anche la mia vita e quella in generale, e il fatto inequivocabile di quanto esso abbia fatto piazza pulita tutto attorno, liquidando il passato (un vuoto mnemonico inesorabile) e non contemplando alcun genere di futuro (qualcuno oggi parla mai di futuro? che nome ha?). La vita attuale è talmente immersa in questo tempo (presente) che ci stanchiamo anche di viverlo, non prendendolo seriamente in considerazione, e lasciandolo sfumare come se nulla fosse: tanto ce n’è, ed è tantissimo.

Forse sarebbe meglio tornare in aula, e riprendere in mano “la grammatica del tempo”, riscoprendo così, con una leggerezza pensosa, la legittimità degli altri tempi: la ricchezza e le radici del passato; la visione e l’immaginazione del futuro. È come se la continua connessione che viviamo nel presente ci privasse sistematicamente di altre connessioni necessitanti per la nostra vita (passato e futuro); connessioni che, per loro natura, sono causa ed effetto del tempo in cui viviamo, ma che attualmente non sono disponibili.

Così tra un po’, quando terminerò di scrivere qui, riprenderò in mano il mio cellulare, e userò nuovamente le dita: il digitale significa sostanzialmente questo: toccare con le dita un presente prolungato e sempre disponibile. Tantissime immagini, quindi, scorreranno con facilità, perché è come se fossero trasparenti: sono immagini prive di sguardi (le posso toccare, ingrandire, posso fare quello che voglio – sono quasi costretto a fare quello che voglio).

In questo modo, il digitale cancella gli sguardi e crea uno spazio positivo, dove tutti si ritrovano insieme essendo isolati, creando così un regno sterminato dell’Uguale. Non deve dunque sorprendermi se, stando dall’altra parte del mondo, leggo la stessa roba con le stesse immagini con i medesimi commenti; solo le lingue cambiano: la roba che si ammucchia inutilmente rimane sempre la stessa.

Gli sguardi, al contrario, irrompono su di noi, e ci mettono davanti la diversità, il rischio di una negatività necessaria. Senza sguardi è semplice gestire un finto controllo, ma diventa complicato parlare con noi stessi, salvaguardare le nostre preziose capacità auto-riflessive. Senza la possibile negatività del diverso (negatività intesa come scarto, come interruzione dal circolo d’auto-specchiamento di noi stessi; come slittamento semantico in grado di produrre qualcosa) ci disabituiamo a pensare, a pensare in maniera complessa. E possedere in mano tutte quelle immagini trasparenti per trarne furtivamente qualcosa non ci porta a nulla, se non ad un presente privo di sguardi veri; ad un presente privo di sguardo che si rivolge al passato o al futuro.

Al contrario, è uno sguardo prolungato sulle cose (altri sguardi, le stesse immagini con una data impressa, o le immagini di un futuro possibile) a condurci verso una soddisfazione più profonda del vedere, del percepire, con l’essere che si dipana in un racconto sensato senza la necessità inconvulsa di contare – ad esempio – il numero dei like.

Concludendo con le parole del filosofo sudcoreano Byung-Chul Han, “la cultura digitale rimanda al dito (digitus), che – soprattutto – conta. La cultura digitale si basa sul dito che conta: la storia, invece, è un racconto. La storia non conta: contare è una categoria poststorica. Né i tweet né le informazioni si combinano in un racconto: neppure il diario di Facebook racconta la storia di una vita, una biografia. È additivo, non narrativo. L’uomo digitale gioca con le dita nel senso che conta e calcola ininterrottamente: il digitale assolutizza il numerare e il contare. Anche gli amici su Facebook vengono soprattutto contati; ma l’amicizia è un racconto. L’era digitale totalizza l’additivo, il contare e il contabile. Persino le simpatie vengono contate sotto forma del “mi piace”. Il narrativo perde notevolmente di significato: oggi tutto viene trasformato in qualcosa di contabile, per poter essere tradotto nel linguaggio della prestazione e dell’efficienza. Così, tutto ciò che non è contabile cessa di essere.”

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Editing grafico a cura di Edna Arauz

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

Riferimenti 

Byung-Chul Han, Nello sciame. Visioni del digitale, nottetempo, 2015.

La compulsione della forza

Pubblicato: ottobre 11, 2016 da Filippo Gibiino in Cultura
26709694913_26b6a2f1c2_o

Paul B.

Da sempre gli esseri umani hanno cercato di uscire da una condizione di passività ed impotenza aumentando il loro controllo sulla realtà. Si può affermare che gli uomini cerchino di rovesciare la loro debolezza trasformandola in potenza sulla natura e sull’altro. Fin dall’antichità molti popoli hanno utilizzato la loro forza e il loro potere per imporsi su altri. Possiamo guardare tutte le grandi opere architettoniche ed ingegneristiche come la prova tangibile e il simbolo di questa constatazione. Come specie abbiamo costruito piramidi, grattacieli, navi gigantesche e armi con immense capacità distruttive. Proprio in questi giorni si sta diffondendo la notizia di un progetto statunitense che prevede di colonizzare Marte a partire dall’anno 2025…

Aumentare il potere sulla realtà è una strategia che viene messa in atto anche dal singolo individuo, oltre che dalla collettività in generale. Nel saggio “Al di la del principio del piacere”, Freud descrive il gioco del suo nipotino Ernst di diciotto mesi, che dalla sponda del suo lettino si intrattiene lanciando un rocchetto e tenendo stretto in mano il filo a cui è legato. Il piccolo, mentre lancia il rocchetto, emette un suono che corrisponde alla parola tedesca “fort” (via), e quando lo ritira a sé pronuncia la parola “da”(qui). Freud intrepreta questo gioco come il tentativo del bambino di rappresentare simbolicamente e controllare l’esperienza spiacevole della mamma che si allontana da lui per poi tornare. Infatti nel gioco è il piccolo Ernst a lanciare il rocchetto e successivamente a riportarlo a sé. L’esperienza vissuta è quella di poter affrontare la situazione spiacevole della separazione senza esserne in balia, e più in generale di avere una forma di potere sulla realtà. In sostanza per Freud il bambino passerebbe “dalla passività dell’esperire all’attività del giocare”.

Ecco quindi che diventare soggetti attivi è un’ottima soluzione per uscire da uno stato di difficoltà e di minorità. Questo è anche il modo più efficace di superare un trauma e può capitare che una persona possa eccellere in un ambito in cui precedentemente si è trovato a disagio. Tutti noi utilizziamo efficacemente strategie che rispondono alla modalità appena descritta. Succede quando reagiamo alle difficoltà e ci mettiamo a lavorare per raggiungere un risultato, oppure quando usciamo da una situazione di sopruso e facciamo sentire i nostri diritti. Alla fine ci sentiamo capaci e sicuri di noi stessi. Tuttavia questa strategia può diventare dannosa, nel momento in cui viene applicata in maniera coatta a qualsiasi situazione che ci metta di fronte a sentimenti spiacevoli. Quando questo accade la persona non riesce più ad entrare in contatto con la debolezza, la paura, e la tristezza proprie ed altrui. In modo automatico e compulsivo ogni sofferenza, prima ancora di essere percepita come tale, viene soffocata da un atteggiamento attivo e sfrontato. Si tratta di una caratteristica molto diffusa nella realtà contemporanea caratterizzata da un dimensione narcisistica e ipomaniacale. È come se si volesse espellere la dimensione della debolezza dal dominio dell’umanità. In questi casi il dolore e l’impotenza non sono più tollerate in noi e negli altri, e ogni esperienza di perdita deve essere schiacciata dalla forza.

Invece nella vita si tratta di imparare lentamente a sviluppare la capacità di tollerare situazioni di impotenza, che non sempre possono essere rovesciate nel breve termine. Questo ci permette di aprirci ai nostri sentimenti di paura, tristezza, solitudine, e ci consente di entrare in contatto con i medesimi sentimenti che si dischiudono nell’incontro con l’altro. È in questo momento che finalmente riusciamo a cogliere l’umanità in maniera più completa, nella sua dimensione di impotenza e necessità, e non solo in quella di potenza (che non cessa di esistere). Così facendo ci possiamo avvicinare all’altro e a noi stessi con uno sguardo di pietas, nell’antica accezione del termine di compassione e accettazione. Ciò produce un atteggiamento di benevolenza verso noi stessi, verso i nostri limiti, verso le nostre debolezze, e verso le mancanze del prossimo. È uno sguardo che rincuora. Al contrario, nel caso in cui siamo obbligati ad un uso compulsivo della forza, tutti i difetti suscitano in noi solamente pietà, nell’accezione corrente del termine che mette in risalto il disprezzo e l’indecenza. Il primo tipo di sguardo, quello della pietas, possiede paradossalmente una forza liberatoria rispetto ad una retorica dominante che ci esorta in maniera conformistica e fobica ad oltrepassare i nostri limiti. La vera forza sa accogliere la debolezza, non la teme.

Filippo Gibiino

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.

Riferimenti

 

Al di là del principio del piacere (1920), Sigmund Freud

 

Riccardo Pesaresi - Attesa

Riccardo Pesaresi – Attesa

Non sono completamente d’accordo con chi dice che, per lanciarsi in un cambio radicale di vita, basta fare il primo passo; che questa è la tappa più difficile da affrontare, e che tutto quello che viene dopo è solo una tranquilla e felice passeggiata “oltre i propri limiti”. Probabilmente, chi scrive e diffonde questa roba – strappa like, strappa condivisioni – non l’ha mai veramente fatto quel passo. C’è tanto altro, dopo quella decisione, che non viene raccontato.

C’è per esempio lo spaesamento, la novità che ti riempie e ti cambia; il cambiamento con te stesso da gestire e indirizzare in base all’adattamento alla circostanza – una circostanza che non è più quella che affrontavi automaticamente in precedenza. C’è un severo equilibrio tra un prima e un dopo, che a volte cede e preferisce fregarsene, standosene fintamente sollazzato da una parte o dall’altra. C’è la sensazione di perdere qualcosa, di aver perso qualcosa nel frattempo, ma di vivere comunque tanto altro che quel prima non era in grado di darti.

E non si tratta di sacrifici. Molti hanno sempre in bocca questa parola quando non si riesce ad esprimere che cos’è un cambiamento, uno sforzo, una sfida con se stessi. Per me il sacrificio è quando uno si annulla completamente per darsi agli altri, non quando tenta, seppur con sforzo, di cambiare le cose nella prospettiva di un miglioramento di se stessi. Alla fine si è sempre un po’ egoisti – soprattutto in questi tempi disperati –, e il sacrificio ha poco a che fare con tutto questo.

Quello che volevo dire, in fondo, è che le cose cambiano, come è normale che sia, ma bisogna sempre viversi addosso la cifra del cambiamento. E che quel primo passo esiste, certo, ma non è l’unico prima di una discesa libera; ce ne sono tanti altri dopo che te la fanno prendere bene o te la fanno prendere male, e il tutto dipende da quell’equilibrio sofisticato, da quel gioco infinito che si costruisce tra un prima e un dopo, tra quello che senti di essere e di portare dentro e quello che, pian piano e senza accorgertene, ti sta impercettibilmente trasformando.

Come dice Richard Sennett, vi è la difficoltà di “riuscire ad affrontare la propria condizione di sradicato in modo creativo, […] [di] imparare a elaborare i materiali che costituiscono l’identità alla maniera in cui un artista lavora i fatti più banali trasformandoli in cose da dipingere. Ognuno deve [imparare a] costruire se stesso”.

Forse il segreto in tutto questo – nel cambiamento e nella costruzione di sé – sta proprio nel non aspettarsi nulla. Riprendersi così la propria attesa e corromperla a discapito della velocità, e della sua affliggente immediatezza, che ci vuole “adrenalinici”, “sempre sul pezzo” (quanto odio questa espressione) e preparati su ogni cosa.

In un mondo iper-connesso che ci deruba furtivamente del tempo di vita, ma che ci dona immancabilmente “pacchi” pregni di visioni inedite, tutto in teoria è fattibile ma poco in realtà è concesso. E la nostra immaginazione è esausta, si estingue da sé, perché lavora poco e male. Perché quel tempo di vita che l’aiuterebbe a risanarla viene a malapena speso, e arranca a fatica dietro le cose veramente importanti per noi.

Ecco che allora bisogna crearsi un proprio retrobottega, un proprio silenzio (il medium dello spirito), e una propria attesa. Bisogna lavorare senza fretta sulle cose che imprimono un significato su di noi, non su ciò che dovrebbe momentaneamente “estasiare” gli altri (quegli altri, del resto, che ti vedono solo come un numero, una matricola, una merce di scambio); su quelle cose che, in un nonnulla, ci provocano un senso familiare, e ci fanno provare sulla pelle quanto sia spossante e bella la fatica, la creatività dell’apporto costruttivo.

Cosicché, quello che forse nel nostro intimo aspettavamo da tempo non esiterà a chiamarci, a tirarci fuori dalla nostra laboriosa attesa, perché sa che dietro ogni nostro gesto, dietro ogni nostro pensiero, c’è quel retrobottega che annienta la superficialità, e che sfida senza sosta il tempo che le appartiene, quel tempo che oggi più che mai ci vuole flessibili e reversibili, pronti a tutto: persone esaurite e “preparate al massimo su ogni cosa”; persone omologate che si auto-sfruttano costantemente (uno sfruttamento senza nessuno che esercita un dominio; uno sfruttamento latente ma terribilmente più efficace); persone che poi, a lungo andare, non sanno più come si fa ad esprimere un intimo e genuino pensiero, non sanno più davvero come si fa a lasciare dietro di sé una traccia inconfondibile.

Francesco Paolo Cazzorla ( Zu Fra )

Se hai trovato interessante questo articolo “Conformista” rimani aggiornato sulla nostra pagina Facebook, oppure iscriviti alla newsletter direttamente dal nostro blog.